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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Sottotitolo “Reazione Attiva Interiore” e in copertina una foto dell’autore su uno sfondo nero. In quarta, poi, Goglio scrive: “Non vi chiedo di condividere ciò che leggerete: so perfettamente che non è questo l’obiettivo. Vi chiedo di ascoltare la vostra emotività e apprezzare, se lo ritenete, la variazione di stato d’animo indotta dalla lettura…”: un bell’impatto, non c’è che dire, come minimo incuriosisce e fa venir voglia di provare questa R.A.I. che Goglio considera molto importante nell’interpretazione “di alcuni stati d’animo tra cui la depressione, lo stress emotivo, la sfiducia, la mancanza di autostima, la non-realizzazione, l’infelicità cronica, l’inappagamento, il senso di inadeguatezza”.
    L’autore parla per esperienza diretta, dichiara di essere stato un depresso e chi meglio di lui può, allora, raccontarci cosa prova e di cosa ha bisogno una persona depressa…”il depresso non è morto, vive e sa perfettamente che il suo stato a volte di assenza, rifiuto, chiusura o arroccamento è dovuto alla mancanza di una luce interiore, di una risposta, di un input che faccia partire la scintilla…”
    Ed ecco perché vuole sperimentare un nuovo linguaggio con racconti diversi che mirano a “entrare emotivamente nella psiche, a dipingere immagini, sogni, toccare le corde del cuore e quelle dell’anima…” e per fare questo utilizza varie tecniche che vanno dalla narrazione con diversi caratteri di stampa per evidenziare col grassetto o con la grandezza o meno delle lettere il concetto che vuole esprimere; con foto e disegni tutti rigorosamente in bianco e nero, con quadrati vuoti, soprattutto nell’ultima parte.
    Goglio dedica questa sua opera a tutte le persone che “soffrono inutilmente, gratuitamente” perché abbiano “l’energia di uno stimolo, una scintilla di luce, una spinta emotiva a reagire e affrontare la vita anziché subirla…” e conclude con un paragrafo che mi trova perfettamente concorde, che per me vale non solo per le persone depresse ma per qualunque essere umano: “amore, quello sì, funziona sempre, amore per noi stessi, per il mondo, la vita, la natura, la terra e le stelle, il fuoco e il ghiaccio, amore per l’amore, sempre e ovunque…”: grazie Paolo.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • E' una delle più grandi scrittrici del nostro panorama letterario italiano, ha raccolto premi e numerosi elogi e critiche da diversi fronti. In questo suo lavoro, Susanna Tamaro, esprime a pieno un modo umile e sincero di vedere l'esistenza dell'uomo. Un'evoluzione che ha seminato pregi e molti difetti nel corso del tempo, dove "ogni parola è un seme", dove da ogni seme può far nascere e germogliare un cammino, una storia, un evento sempre diverso. Un libro che fa riflettere sul modo di vivere, su tutto ciò che si mostra e su tutto quello che siamo o che siamo costretti a mostrare. Le parole, i sensi.

    [... continua]
    recensione di Filippo Gigante

  • Giuseppe Lissandrello Psicologo, Psicoterapeuta Cognitivo, cambia pelle e si cala nei panni di un narratore capace e competente. Scrive un romanzo ambientato negli anni Settanta,  in una  Sicilia che  sembra non aver risentito dell’emancipazione femminile che caratterizza quel determinato periodo storico. Turi ‘U sunaturi donnaiolo d\'altri tempi soprannominato \"sunaturi ri campani\" generoso ma irresponsabile, muore mentre fa l’amore con una donna del suo paese.
    La peculiare interpretazione dell’erotismo da parte del protagonista e il singolare fascino che esercitava sulle donne  (nessuna “femmina” turista o indigena che fosse, resisteva  al suo fascino) creano una nuova figura, un Don Giovanni siciliano  tanto atipico quanto originale.
    Con spirito “Pirandelliano”, l’autore punta dritto il dito verso la maschera che ogni uomo porta. Stile ironico, passioni intense e autentiche emozioni, evidenziano un esperimento di scrittura ben riuscito, infatti, l’autore,  nonostante la mascolina sessualità espressa all’interno del racconto, non si esprime mai in modo volgare, mentre i riferimenti  psicologici, come il disadattamento sociale, la rielaborazione del lutto, i miti, le debolezze umane si mostrano in modo palese, invitando così il lettore a fare attente e adeguate riflessioni.
    Il volume di Giuseppe Lissandrello è un lavoro di pregevole fattura tecnica, ma anche di notevole carica emotiva.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Spesso si viene colti dal lampo di genio, la musa ispiratrice sembra volerci dettare il miglior racconto o il romanzo perfetto e ci buttiamo a capofitto alla sua stesura, oppure vogliamo semplicemente scrivere una lettera ad un caro amico o parente lontano.
    Tutta questa euforia potrebbe arrestarsi su quell'unica parola che non ricordiamo come debba essere scritta in maniera corretta.
    Il vocabolario è stipato in soffitta; potremmo utilizzare internet, ma la rete crea spesso confusione e ci spinge verso altri divertimenti; il linguaggio da sms ha rovinato la scrittura, irrompendo con le K, le abbreviazioni e altre "mostruosità".
    Niente paura! Questo libro è la soluzione. Un elenco di dubbi lessicali, in ordine alfabetico, ci salverà dall'intoppo.
    Parole, modi di dire e verbi difficili da coniugare troveranno finalmente pace e non finiranno più storpiati dalla fretta.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • “Transudore” di Mirna Rivalta e Marco De Mattia è un’opera complessa ed elaborata. Gli scritti che la compongono assumono il sapore di significati che possono essere soltanto intuiti pagina dopo pagina, parola dopo parola. Le parole danno vita a un’opera visionaria e a tratti dal forte tono lirico. L’unione di prosa e componimenti che si possono definire poetici crea interesse e stupore, la scorrevolezza del testo gonfia le vele della curiosità e spinge ad avanzare nella lettura velocemente alla ricerca di quel senso che trasuda da ogni parola in modo misterioso e celato. La trasfigurazione dei concetti crea immagini efficaci e nitide così come le foto che sono riportate all’interno dell’opera, immagini taglienti che si soffermano su particolari ben precisi esaltandone l’anima e la bellezza e che concorrono a scolpire una complessità strutturale e semantica che affascina. È possibile osservare un marciapiede lungo e bagnato e un paio di piedi in lontananza, al limitare dell’immagine che sono raffigurati nell’atto di camminare. L’ombra riflessa sullo stesso sembra il prolungamento della persona cui appartiene e riempie la scena nonostante questa sia quasi del tutto occupata esclusivamente da un marciapiede. Più avanti nel testo incontriamo la foto della vetrina di un negozio, tre paia di jeans esposti, appesi e l’immagine della città che si estende sulla vetrina creando singolari giochi di riflessi. Il linguaggio dell’opera, scandito costantemente dall’alternanza tra parole e foto è, nella parte letteraria, intenso e diretto.
    “Immagino Dio come un immenso occhio/ invisibile, nero su nero, bassorilievo sull’intero universo/ Solo ad intervalli infinitamente lunghi, solleva la palpebra,/ in uno sguardo brillante e diffuso/ Se lo cogli, ti coglie”. Parole precise che spalancano porte e aprono mondi interpretativi singolari e che non rinunciano a fornire spunti critici di riflessione riguardanti l’attualità.
    “Loro, gli elettori, sono contenti, perché lo sanno, e vorrebbero essere al tuo posto; e prima o dopo qualcuno dell’altra parte ci riuscirà, a farsi eleggere, prendendo tanti voti aiutato da qualcuno, da qualche corporazione, da un industriale, da persone che credono in lui, che lo fanno salire, su qualche poltrona. Io ho fatto così. Dopo ho lasciato il posto a qualcun altro, per completare, dirigere, completare, inveire ma, soprattutto…indignarsi.”
    È questo un passo estremamente significativo al giorno d’oggi, nell’era dell’antipolitica e l’ironia con il quale è costruito rende la critica acuta e idonea a stimolare una riflessione approfondita.
    Nella prefazione all’opera, Silvia Denti fa notare come “Transudore” sia un testo pieno di richiami metaforici che storidscono e donano una rinascita vera. Numerose sono infatti le metafore le quali tendono fortemente all’allegoria e che come tali richiedo un forte impegno del lettore nel calarsi pienamente dentro ogni singolo verso.
    L’opera è dunque tagliente, corrosiva, fulminante e la complessità che la caratterizza non può che suscitare profondo interesse e tanta curiosità. Un’opera, quindi, che si allontana totalmente dall’eccessiva semplicità e, talvolta, banalità dei testi che popolano le nostre librerie e che merita di essere letta.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Questo è il seguito de La mano sinistra di Dio, ancora protagonista è Thomas Cale, tornato suo malgrado ad essere manipolato da Bosco, il suo mentore.
    Questa volta sarà la vendetta a guidare le scelte di Cale, l'ira di Dio, occupato a vedersela con trecento eretici da salvare dalla forca, guerre allo stallo e intrighi per l'acquisizione del controllo del comando dell'Unica Vera Fede, tanto agognata da Bosco.
    Scorrerà il sangue, inutile chiedere se sarà di innocenti o colpevoli, l'angelo della Morte colpirà chiunque indistintamente pur di raggiungere il suo scopo: sopravvirere e scappare.
    Non sarà per niente facile per Cale tormentato dai suoi nuovi sentimenti, dopo aver assaporato l'amore, la libertà è spofondato in una totale lotta contro la sua natura assassina, creata negli anni dai Redentori, non convinti del tutto della sua ritrovata lealtà. 
    Cale al grido de "le quattro cose ultime" dovrà impegnarsi insieme all'amico Henry il Vago a combattere una guerra non sua, sempre tenuto sotto osservazione dall'ambiguo Kitty la Lepre.
    Da sfondo le avventure di Kleist che si ritroverà in una tribù dedita al saccheggio e ai furti e i piani politici di Vipond e IdrisPukke per far tornare alto l'onore dei Ferrazzi.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Per un tifoso rosso-nero come me, scrivere una recensione su un libro che esalta il Milan, in questo momento storico è davvero complicato. Ma forse i vecchi fasti di uno dei club più titolati d'Europa, aiutano a sperare in un futuro più prospero.
    Paolo Goglio dedica quest'opera al grande cuore rossonero e ai i tifosi milanisti presenti in tutto il mondo. Perché Milan non vuol dire solo Milano, ma una grande squadra che ha espresso uno dei calci migliori in tutto il mondo.
    Il club del diavolo rossonero, viene usato da Goglio, come un punto di partenza per ripercorrere la sua adolescenza in una Milano ancora un po' vergine e polverosa. Lui, venuto su a pane e pallone, ripercorre le prime esperienze a contatto con il calcio giocato e visto allo stadio, insieme al padre, che gli trasmise questa grande passione per la squadra numero uno di Milano.
    Così ripercorre la storia del Milan attraverso le piccole storie dei suoi grandi campioni: Pierino Prati, Gianni Rivera, Marco van Basten, Franco Baresi, Super Pippo Inzaghi...
    Un libro tutto da gustare per un tifoso milanista, che ha gioito e sofferto insieme alla sua squadra del cuore.
    Gli scudetti stravinti e quelli inattesi, le Coppe Campioni vinte e quelle sfuggite via davvero amaramente.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Questo libro è quasi fuori catalogo e da quando ho deciso di cercarlo a quando l'ho trovato è passato più di un mese. L'ho trovato nella libreria di una città che non è la mia, perchè una signora che non ero io lo aveva ordinato e il libraio ne aveva presi due. Anche io lo avevo ordinato, nella mia città, ma non è mai arrivato. Questo libraio che non mi conosceva lo ha preso, dunque, anche per me. Ha combinato un incontro.
    Anche questo romanzo struggente di Roberto Cotroneo parla di un incontro. Un incontro inseguito, ambito, fortemente voluto.
    Edo e Anna si amano, hanno due bambine. A un certo punto della loro vita si perdono, senza volerlo. Si ritrovano l'uno senza l'altra, e nessuno dei due sa cosa fare, se non attenderne il ritorno. Assistiamo così al lungo percorso di ricerca mentale di Anna, fatta di ricordi, tappe e desiderio, che si mantiene in piedi solo grazie alla memoria e ai contrasti fra presenza e appartenenza. Edo ed Anna si appartengono, e adesso la loro è una vita a metà.
    Sul romanzo scende lenta e inespugnabile una patina di assenza che lo rende in alcuni tratti stagnante, perché l'attesa è fatta così, iberna l'esistenza di chi resta. La scrittura ipnotizza e disarma il lettore, che non riesce più ad essere impaziente e si trova avvolto da questo attendere. L'attesa si fa bambagia, perchè non è vuota, ma piena di speranza. O di illusione.

    "E' curioso come il futuro si allarghi man mano che si riempie di passato. Ci ho messo molto tempo per riempire quel passato. Non era così pieno di cose all'inizio. Ho dovuto cercare tutti i pezzi che mancavano. Non hai idea, finchè non lo fai, di quanti ne possono mancare. Ogni pezzo che ritrovavo era un modo di spostare un po' più in là il futuro che verrà. Ho capito perchè gli uomini molto anziani sono così sereni: hanno davanti un futuro che noi non possiamo nemmeno immaginare" (Roberto Cotroneo)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Il Santuario, luogo dove i Redentori addestrano orfani o bambini venduti dalle famiglie con l'unico scopo di combattere gli Antagonisti, oppositori dell'Unica Vera Fede è il punto di partenza delle vicende di  Thomas Cale e dei suoi confratelli Henri il Vago e Kleist. Per troppo tempo ha dovuto sopportare gli stenti e le percosse, fino alla fatidica sera in cui fa una scoperta sconcertante, che non farà altro che farlo cadere in una spirale di disavventure e colpi di fortuna. Il libro si legge praticamente da solo e lascia col fiato sospeso nelle scene di combattimento. Questa è solo una prima parte della storia di Cale che segue ne "Le quattro cose ultime" sempre dello stesso autore. Coraggio, leggetelo e scoprirete la profezia che si abbatte su Thomas Cale e su chiunque abbia la sciagura di conoscerlo.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Per cercare di evadere da una vita che si rivela per tutti sempre più difficile e frenetica, niente di meglio che lasciarsi portare per mano, da Loredana Limone, nella fantastica dimensione di "Borgo Propizio": un luogo pieno di sorprese, inserito in un mondo complesso, descritto dall'autrice in modo disincantato e quanto mai pittoresco.
    In una società trasformata (e frastornata) dai continui e repentini cambiamenti, l'autrice trova il modo di narrare avvincenti storie capaci di riportare il lettore indietro nel tempo, fino all'epoca beata dell'infanzia.

    I personaggi, descritti con precisione e disincanto, ma anche con ineffabile leggerezza, riescono, in un singolare processo empatico, a farsi amare con i propri limiti e difetti.

    Loredana Limone si rivela (per i nuovi lettori) e si conferma (per chi già la conosce) scrittrice abile, dotata di uno stile limpido e capace di dare alla narrazione ritmi scorrevoli. Grazie alle sue descrizioni si arriva ad avvertire persino gli aromi delle pietanze.

    Lettura consigliata a tutti, soprattutto a quelle adolescenti (credetemi, ce ne sono ancora) che amano sognare... non solo un avvenire da "velina".

    Il libro è disseminato di situazioni intriganti, episodi surreali, una donna vergine a 40 anni nessuno riuscirebbe a immaginarla, o chi anziché scappare da un paesino "sterile", preferisce investire in una latteria sita in un borgo dimenticato e nell'intimo colloquio con i propri fantasmi.
    Un'opera pervasa da una nota di brillantezza che rende ancora più gradevole il libro, senza distogliere però l'attenzione di un'attenta introspezione psicologica. Un romanzo che si rivolge efficacemente a chi ha voglia di concedersi una lettura appassionante, surreale e ironica.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Non sono sempre i fatti a fare la vita o il futuro di un uomo, non sono le azioni a fare la verità bensì ciò che del fatto o dell’azione si viene a sapere. La frase di Macbeth, “I have done the deed”, rende reale l’assassinio appena compiuto e macchia il cuore bianco eppure istigatore di Lady Macbeth.
    Su ciò che viene detto o taciuto si basa “Un cuore così bianco” di Javier Marías, che negli ultimi venti anni è stato tradotto in venticinque lingue e pubblicato in trenta Paesi. Il romanzo combacia appieno con gli schemi narrativi di Marías (schemi non esistenti, tra l’altro, come lui stesso spiega nell’appendice dell’edizione Einaudi): lui racconta sia quello che vede sia quello che immagina ci sia dietro. Le storie e le persone vengono raccontate in maniera coinvolgente, procedendo per dettagli e per linguaggi paraverbali.
    Immergersi nella scrittura di Marías e lasciarsi condurre significa ritrovarsi a vedere anche la realtà con occhi diversi, ad interpretarla secondo fili rossi che d’un tratto uniscono cose che non hanno legami tra loro. Leggere Marías ci dimostra che non capitano solo a noi quelle casualità che colpiscono nel quotidiano, come quando ci troviamo unici testimoni di una frase detta da due persone diverse in circostanze diverse, o assistere a reazioni simili ad altre reazioni che abbiamo già visto altrove, o provare emozioni o sensazioni ricorrenti.
    Constatazioni e assiomi vengono intessuti in una trama che si dimostra presto intrigante: il protagonista, il novello sposo Juan, viene a sapere, “senza volerlo sapere”, che suo padre ha un segreto.

    «A volte ho la sensazione che ciò che avviene è identico a ciò che non avviene, ciò che scartiamo o ignoriamo identico a ciò che accettiamo o afferriamo, ciò che speriamo identico a ciò che non proviamo, tuttavia la vita passa e passiamo la vita a scegliere a rifiutare a selezionare, a tracciare una linea che separi quelle cose che sono identiche e faccia della nostra storia una storia unica da ricordare e da raccontare».

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • "Nel mondo liquido-moderno la solidità delle cose, come la solidità dei legami umani, è vista come una minaccia: qualsiasi giuramento di fedeltà, qualsiasi impegno a lungo termine preannuncia un futuro gravido di obblighi che limitano la libertà di movimento e riducono la capacità di cogliere nuove opportunità[...] La prospettiva che ci venga rifilata un'unica cosa per tutta la vita è assolutamente ripugnante e spaventosa.[...]
    Il nostro mondo ricorda sempre più Leonia, la "città invisibile" di Italo Calvino dove "più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove ". La gioia di "liberarsi" di qualcosa, l'atto di scartare e gettare i rifiuti, è la vera passione del nostro mondo.
    La capacità di durare non depone più a favore di qualcosa. Agli oggetti e ai legami si chiede di servire a tempo determinato, e una volta che non servono più ci si aspetta che siano distrutti o comunque eliminati - e devono esserlo.
    [...] le conferme possono essere fuorvianti quanto rassicuranti: diventano trappole da cui guardarsi, dato che rischiano di istillare abitudini e istinti che un attimo dopo si riveleranno inutili e persino dannosi.
    Come notò Ralph W. Emerson, pattinando sul ghiaccio sottile la salvezza sta nella velocità. Chi vuole salvarsi farà bene a spostarsi tanto in fretta da non rischiare di mettere troppo alla prova la resistenza di un qualsiasi punto. Nel volatile mondo della modernità liquida, in cui è difficile che una forma qualsiasi mantenga la propria struttura per un tempo sufficiente ad assicurare fiducia e a rapprendersi in un'affidabilità a lungo termine, camminare è meglio che starsene seduti, correre è meglio che camminare e cavalcare l'onda è meglio che correre. L'onda si cavalca meglio se si procede con leggerezza e brio; è bene non farsi troppi problemi sulle onde in arrivo, e tenersi pronti ad accantonare in qualsiasi momento le preferenze di un tempo".
     
    Il testo che ho voluto riportare è tratto da Capitalismo parassitario, del celebre sociologo polacco, Zygmunt Bauman, professore nelle Università di Ledds e Varsavia, autore di molti libri, tra cui Dentro la globalizzazione; Modernità liquida; Consumo, dunque sono; L'arte della vita... Nei suoi scritti Bauman fornisce una lucida analisi della realtà moderna, ciò che egli definisce "modernità liquida". Approfondisce il carattare sostanzialmente parassitario del capitalismo, e non solo: pagine interessanti riguardano anche il conflittuale rapporto tra genitori e figli, i quali sono separati dagli anni, dalle diverse società e condizioni della società stessa; analizza la cultura moderna, che Bauman definisce la "cultura dell'offerta"; l'istruzione, il sapere. Insomma, parla del nostro mondo, dove i principali protagonisti sono "precarietà" e "flessibilità", ciò che lui definisce "modernità liguida", in cui non c'è più posto per l'ora e per sempre.

    [... continua]

  • Il circo della notte arriva senza annunci e se ne va senza avviso. E' un circo strano, che apre a mezzanotte e chiude all'alba. Agli occhi di uno spettatore comune potrebbe sembrare un'illusione di innumerevoli tende, una più misteriosa dell'altra. Girando per il circo egli potrà trovare artisti in grado di incantare i suoi occhi, rubare la sua attenzione, sequestrare la sua immaginazione.
    Ma il circo è più di questo. E' una famiglia di tanti differenti personaggi, che non invecchiano e non lasciano il circo per più di qualche giorno. Due gemelli nascono la notte in cui il falò che non si estingue mai è stato acceso per la prima volta. Essi sembrano aver ereditato dei doni speciali dall'atmosfera magica che li circonda. Quello che lo spettatore comune non sa, è che questo circo è una specie di tavolo da gioco. Due uomini, che non sarebbe sbagliato chiamare maghi, guardano un gioco che loro stessi hanno creato tantissimo tempo fa. Ogni volta ci sono due giocatori, ma solo uno può vincere. Questa è la volta di una giovane donna, la cui magia è un talento ereditartio, allenata duramente e senza pietà da suo padre; e un giovane uomo, una volta orfano e ora studente di un altrettanto crudele insegnante.
    Ma sebbene abbiano supervisionato questo gioco con innumerevoli giocatori, non hanno mai considerato intoppi inaspettati come l'amore. Mentre i due giocatori crescono si affezionano alle loro rispettive opere nel circo, fino a quando si incontrano finalmente e si accorgono dello scopo crudele del gioco, ma un'altra cosa imparano insieme: anche se non sembra esserci una via d'uscita, il futuro non è mai inciso nella pietra.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • La poetica di Rita Pacilio è un’esaltazione di movimento, calore, corpo che con pudore e passione,“spalma il senso del vero e del niente”, mostrando tra gli endecasillabi e terzine “ il battito lento e struggente del suo cuore, e le pieghe a battere i colpi mortali della voglia”. Un cammino che abbraccia l’umana essenza, aprendo gli occhi ed ascoltando i sensi.

    “Guardo la terra dei tuoi occhi
    dove abitano le piante nude
    che i passi certi hanno smarrito.”

    divenendo metafora di natura “sei acqua e vento” e “ bisogno dei sassi suoi e del suo tormento..”

    Gioco di parole che scruta nell’ animo e fruga tra assonanze e sillabe, tra quartine, terzine e liberi versi, donando potenza alla lirica di Rita, facendola diventare musica.

    ”Esserti una canzone da morta
    cogliermi note lungo le coste
    dichiararti la guerra o l’amore
    pregare squali di non farmi male.”

    Intime emozioni concesse; puntellando e cucendo, posando “rosari divini” e “disubbidendo al dolore e al seme amaro del mattino” che la quotidianità porta.
    La Pacilio, diventa “ seno che guarda il mondo” e costruisce mattoni di speranza, oltre l’ ”imbroglio di nervi trasudati dove con i dadi gioca la sorte”.  Messaggio  che si apre e ritmo che incanta ed incalza.
    Giri eroici di penna, che attraversano l’ interiorità, scavando nel passato ed affrontando la paura, fidandosi con un sorriso di un oggi che bussa:

    ”Se un semplice sorriso bastasse
    a guarirmi dal fragore del vuoto
    scomparirei dalla traccia di me
    come roba stantia del cervello.”

    Arazzo di emozioni, che parlano alla coscienza del lettore, entrando nelle vene divenendo connubio di spirito e corpo:

    “Abito due case
    quando chiudo gli occhi e non esisto.
    Una è verso il porto e il vento
    per scostare le costole del mare.
    Una è poco distante da te”

    Percorso denso di immagini, tra ossimori ed allegoriche descrizioni.

    “Alito doglie di un altro parto
    arriverà l’estate da quel giorno:
    sono io la figlia piccola che avrai.

    Arrivando così, alla seconda parte “ Nelle mie vende un falò”, dove si manifesta un equilibrio e determinata consapevolezza di ciò che fa parte del ciclo della vita.

    Ritrovo il respiro dell’anima
    nei baci assetati
    e maledico nettare e pene.

    Maturazione stilistica dove le terzine hanno preso posto alle quartine, liberandosi in prosa, descrivendo l’identità dell’essere Poeta. Saggezza che coraggiosa si apre, spiazzando i paradossi e tra promesse future, cresce come “ piantina di vetro”, mostrando luce e fuoco, “con labbra rosa” e respirando i “passi in corsa”.
    Cronaca femminile, viaggio teatralizzato in punti, tra il misticismo ed il mistero, erotizzando anche il proprio “ io ”, Rita Pacilio, offre al lettore tematiche contemporanee da lasciare a bocca aperta e con il fiato sospeso.

    [... continua]

  • Si assimila come colpo di vento, rapido, all’apparenza inconsistente, il racconto di solitudine scheggiata firmato da Cettina Caliò. “Sulla cruda pelle” è un’opera in versi che prova a restituire le sensazioni, sempre uguali ma diverse, di un affetto spezzato, di un distacco sinonimo di lutto, un lucido struggimento da assorbire nel tempo, nei giorni, ogni singolo mattino. Le quattro sezioni in cui è articolato il ‘corpus’ di questa sottilissima quanto dolente narrazione si intersecano nella loro stessa rete di reminiscenze e rimandi interni - oltre che, naturalmente, interiori. Ci vuole poco a saltare dagli sprazzi di visione, accuratamente nominati, dei cosiddetti ‘Puntini sospensivi’, alle più mature composizioni, talvolta senza titolo, raccolte in ‘Apertis Verbis’ e‘Altre note’; fino alla brevissima appendice ‘Stazione centrale’, storia di partenze e di distanze percepite attraverso il senso elastico dell’attesa, non senza una velatura di cocente cinismo - tutta in quel nome “Trenitalia si scusa per il ritardo”.
    L’autrice circuisce l’attenzione alla sonorità delle parole, racchiuse in contenitori dallo «spessore […]interiormente ‘haiku’» (come descritto in prefazione da Giuseppe Condorelli), favorendo il suggerimento multisensoriale, sinestetico, di lontane immagini rese ‘avvicinabili’ dal ricordo. E, ovviamente, dal modo in cui la poesia si cimenta nell’impresa di plasmarlo. Così avviene che, attraverso la cortina di ermetismo inspessita dalla forte intimità della sua scrittura, “Sulla cruda pelle” riesce comunque a trasmettere, seppur a singhiozzi, una «sfida all’ascolto». Ripetitiva, insistente come l’attaccamento a un’abitudine - i numerosi enjambements, le anafore, l’eterno ritorno del colore rosso - ma, forse proprio per tal ragione, caparbia e capace a stabilire un contatto empatico con il lettore, una breccia intermittente di suggestione ed ovattata emozione. «Tu non sai il nero stretto delle ore/ e questo tremare/ di labbra/ dietro ai tuoi occhi», recita una delle note anonime, mentre ne “La strada e noi” «ci siamo noi sopravvissuti/ coi sorrisi prudenti/ tra un rovinio di massi». E allora, nel suo umanissimo incespicare, la poetessa sistema il suo dono: l’invito senz’obblighi a riconoscersi nel particolare del mondo.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • Gustave Flaubert nasce nel 1821 a Rouen. Nel 1841 si iscrive alla facoltà di diritto a Parigi, ma non termina gli studi. A questo periodo risalgono i primi contatti con i circoli letterari della capitale. Vive tra Rouen e la vicina Croisset, dove muore nel 1880. Proust definisce l'opera di Flaubert "quel grande piano mobile, dal movimento continuo, monotono, opaco, indefinito, letteralmente senza precedenti".

    "Giovinezza! Età di follia e di sogni, di poesia e di stupidità, sinonimi sulla bocca della gente che giudica il mondo in modo assennato. Da allora, fui considerato un folle.
    [...] Ancora mi vedo, seduto sui banchi della classe, assorto nei miei sogni sul futuro, pensando a ciò che l'immaginazione di un bambino può sognare di più sublime[...]
    Io, che mi sentivo grande come il mondo...
    Povero folle!
    Mi vedevo giovane, a vent'anni, circondato di gloria; sognavo viaggi lontani nei paesi del Sud; vedevo l'Oriente e le sue immense distese di sabbia, i suoi palazzi affollati di cammelli, vedevo cavalli precipitarsi verso l'orizzonte arrossato dal sole; vedevo onde blu, un cielo terso, sabbia argentea, sentivo il profumo di questi oceani tiepidi del Mezzogiorno".

    "Memorie di un folle" è una sorta di diario, una specie di confessionale, ma neanche. "Memorie di un folle" è un flusso continuo, un fiume in piena, tra ricordi, immagini, profumi. E' l'uomo adulto che richiama alla memoria la sua giovinezza, la sua "follia".
    Come Flaubert stesso afferma, "non è un romanzo nè un dramma che segua uno schema stabilito[...] con paletti attraverso cui il pensiero possa serpeggiare per viali rettilinei"; ed è proprio in questo, a mio parere, che risiede la grandezza di questo libro. Flaubert fa scorrere immagini di paesaggi, ricordi di vita, semplici memorie di una giovinezza che , come la giovinezza di tutti noi, non segue alcun percorso, alcuna direzione vera e propria.
    Il giovane folle ama il sole, il mare, i sogni.. "Oh. Povero folle"! Ha appena cominciato a vivere, ha il viso senza rughe, ha una penna e mille sogni e capricci: si limiterà a riportarli, uno dopo l'altro, tra risa e pianti, così su un po' di carta bianca da annerire.
    A poco a poco però la penna verrà sopraffatta dall'anima stessa del folle; sarà lei a scrivere, a riempire quelle pagine, a" colmarle fino all'orlo". Bisogna ricordare che sono pur sempre le pagine di un folle!

    Da bambino amavo ciò che si vede, da adolescente
    quello che si sente;
    da uomo, non amo più nulla.
    E tuttavia quante cose ho nell'animo, quanti oceani di collera e d'amore
    si urtano e s'infrangono in questo cuore
    così debole, cosi stanco.
    G.Flaubert

    [... continua]

    • Smemoria
    • 26 settembre 2012 alle ore 7:51

    Chi scrive e desidera che venga letto, ha sempre qualcosa da comunicare agli altri e in una qualsiasi forma, sia essa poetica o prosaica.
    Danila Oppio scrive di cultura, di arte, di viaggi e di fiabe, per i bambini e i loro genitori, di fiabe che hanno un senso da adulti, se l'adulto vuol capire, di una umanità infinita, piene d'amore per il prossimo e per il mondo che ci è attorno.
    Scrive da sempre poesie e qualcuna di queste si leggerà in questo libro.

    Ora, e c'è da augurarsi sia solo l'inizio, si è cimentata in questo racconto lungo o romanzo breve, non saprei dire.
    C'è, in tutte le righe che lo compongono, la ricerca del senso della vita che è tema a me caro.
    E questa ricerca, Danila, l'ha fatta e si è affidata a un suo alter ego, speciale, confuso, non confuso, reale e irreale, immemore, altalenante fra un pensiero vero ed uno, quello successivo, che ne mette in dubbio la sua stessa essenza.
    Il titolo, “Smemoria”, è il cuore di quel suo raccontare fantastico seppure vero, come vera sembra, ormai, tutta la nostra scrittura, ospitata virtualmente nei più svariati siti telematici e internettizati.
    Penso sia la prima volta che si mette per iscritto un dialogo privato, quasi intimo, ripreso a bella posta da internet e trasferito su carta per essere stampato.
    Sibilla e il signor G, alias Gabriele, sono i due personaggi che danno vita al racconto, lo animano, lo rendono vero in una sequela di lettere-mail, prima timide e poi più coraggiose.  Parlano di poesia, di altri personaggi famosi dove fanno librare i loro sentimenti in una catarsi tutta loro, intima, seppure sconosciuta.
    S’ innamorano di quella loro scrittura, la esaltano pur sapendo della sua virtualità, virtualità che può celebrare l'abisso delle menti umane o, al contrario, sublimarne i contenuti seppur evidentemente privati.
    Si usa un linguaggio riflesso su dubbi, su ricordi evanescenti di una memoria che tale non è più, perché violentata da avvenimenti che Sibilla ha cancellato, riponendoli in quei cassettini che solo Gabriele riuscirà ad aprire.
    Sibilla è una creatura vera, senza memoria, appunto, ma ha confidenza con quel diavolo del  suo computer dove scrive e riscrive, dove aveva conservato migliaia di lettere, scritture, anche di poesia, sua e di altri amici, che lei, piano piano, ritrova, se ne meraviglia, e ne chiede verità a quel suo amico di nome Gabriele, anche lui  rimosso dalla sua mente, ma conservato nella memoria del Mc con l'indirizzo di posta elettronica.

    L'Autrice fa giocare Sibilla, la sollecita, la solletica nei suoi sentimenti e nelle emozioni che può aver provato, la spinge a ricordare, forse, un amore ma solo epistolare, che diventa enigmatico, non privo, però, di qualche verità che la stessa Sibilla e il signor Gabriele si ritrovano ad affrontare, facendo uso di alcune poesie, inviate come lettura, come emozione in cui credere, quando, invece, le stesse erano state scritte da entrambi solo e soltanto per amore.
    Ma quale amore? E come si fa a ricordarlo quando la (s)memoria gioca a nascondino, coprendo e scoprendo inusitate ma anche tragiche verità che andranno ad affiancarsi a quelle loro due vite che vogliono vivere, sì, ma sono trascinate da dubbi, da insicurezze quotidiane, e da sentimenti ancora poco conosciuti?

    Il libro, allora, diventa un condensato di emozioni che, nella realtà quotidiana, si possono provare, a prescindere dal fatto che siano lette in pagine elettroniche o ripetute e recitate alla presenza del bene amato.
    Leggendolo, se ne possono trarre considerazioni e anche pensamenti che occupano normalmente  la mente umana e la portano ad esaminare anche molti lati della vita nostra della quale crediamo, giustamente, di essere protagonisti. E questo può e deve avvenire, perché se la vita va comunque vissuta, di essa dobbiamo scandagliare tutti i punti, le anse, le aspettative positive e negative, che devono dare a ciascuno di noi l'esatto metro di quel che facciamo, al buio, nella luce, nei crocevia dei nostri sentimenti, nei rapporti col prossimo, coi bambini e con gli adulti.
    Alla fine, Smemoria mi ha regalato pensieri e parole che per me, poco aduso alle mirabilie odierne, vanno tradotte, direi incastonate, in quello scrigno aureo il cui contenuto, solo ed unico,  si chiama e si chiamerà sempre  amore e... senso della vita.

    [... continua]
    recensione di Gavino Puggioni

  • "Se capovolgi il mondo, lo specchio ti riflette". Suona così il ritornello di un pezzo dei Nomadi che meglio rappresenta il lavoro di Paolo Goglio. Il lettore è rapito dall'amichevole sorriso dell'anima dello scrittore, imprigionata in poche pagine. L'immagine si confonde in fili d’erba allineati in un prato smosso dal vento... I pensieri assomigliano ad una materia implosa e invadono le cellule attraverso percorsi invisibili ma riflessi... proprio come in uno specchio.
    Partono dalle viscere più buie e più profonde, passano per il cuore e arrivano alla gola: ti tolgono la parola o urlano parole mai pensate; sei sovrppensiero quando ti passano davanti agli occhi e, nel frattempo, dipingono paradisi inediti o devastazioni spettrali.
    Ci si riscopre spettatori e artefici del nostro essere e ci si sente padroni di tutto e di niente. Il saggio di Paolo Goglio è dedicato a tutti coloro che hanno voglia di un piccolo viaggio introspettivo alla ricerca di se. Una lettura scorrevole e piacevole che somiglia a una carezza sulla pelle, quando quel brivido, quel battito, una ferita o un fiore ci fanno percepire l’anima in cerca di un corpo in cui abitare... o un corpo che non trova la sua anima.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Dove sono le radici del cielo?
    Ci risponde direttamente l’autore di questa silloge, Mario Vassalle: “…affondano nell’anima umana. E’ lì che trovano l’humus su cui prosperare. Dove le sensazioni diventano emozioni e le emozioni passioni. E’ lì che si agitano aspirazioni, desideri, slanci, convinzioni, sogni, sofferenze e gioie senza le quali non vi può essere il cielo…”
    Mario Vassalle, nella vita, è un medico, originario di Viareggio, che vive e opera da anni a New York dove insegna Fisiologia e Farmacologia con un’attenzione particolare allo studio dei fenomeni elettrici del cuore.
    Chi meglio di lui, quindi, conosce i meccanismi che regolano le sensazioni che diventano emozioni e poi passioni: l’organo principe di tutto questo è il cuore “collaborato” dalla mente, no doubt, che gli manda gli input.
    E nella poesia “La tenda di lino” ce ne dà un primo assaggio quando dice:

    …Hai paura
    che le tue emozioni
    improvvisamente
    si ritirino
    nei loro recessi
    remoti,
    scoprendo
    lo spettacolo
    che più temevi:
    te stesso,
    privato
    delle tue illusioni.

    Oppure quando in “La porta serrata” dichiara:

    Sono i miei sentimenti,
    eppure
    mi tengono prigioniero…
    …mi rifiutano la chiave
    del mio cuore
    e tengono serrata
    la porta
    che condurrebbe
    alla mia libertà…

    o ancora in “Tre giorni” dice:

    Per tre giorni
    vorrei non essere
    me stesso.
    Per vedere
    da fuori
    il mio involucro esterno,
    come se fossi
    un’altra persona.
    Per ascoltare
    da fuori
    il linguaggio
    della mia anima,
    come lo intendono
    gli altri…

    Ma in questa silloge trovano spazio anche poesie dedicate alla natura e ai suoi fenomeni, a personaggi da lui conosciuti, al suo amato conterraneo Giacomo Puccini e tanto altro ancora.
    A conclusione del suo libro Vassalle dedica una poesia anche alla sua professione di docente universitario e di ricercatore con parole che colpiscono e commuovono:

    … la lunga lotta
    per decifrare
    il codice segreto
    dei fenomeni elettrici
    del cuore.
    L’infinita meraviglia
    ispirata
    dal comunicare
    con la straordinaria
    opera di Dio.
    Il fremito
    dell’avventurarsi
    nell’ignoto.
    La sfida che
    aguzza l’ingegno
    e stimola la volontà…”

    Lo ringraziamo sia per averci regalato queste sue creazioni poetiche che per aver messo in pratica, nella sua professione, quello che ha dichiarato in questa sua ultima poesia.

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    recensione di Daniela Domenici

  • Noi Europei non sappiamo che durante la seconda guerra mondiale è stato creato un campo di isolamento per i Giapponesi. Non sappiamo che i Cinesi indossavano un distintivo con la scritta "Io sono Cinese" affinché gli Americani non li confondessero con i Giapponesi, i nemici; e non sappiamo che sia i Giapponesi sia i Cinesi avevano fatto nascere in America i propri figli e americani si consideravano, e che dimostrarono obbedienza al Paese lasciandosi confinare in questi campi.
    Jamie Ford, per metà cinese, ha messo insieme le sue origini e questa parte della sua Storia e ne ha fatto un romanzo. Protagonisti sono Henry e Keiko, cinese lui, giapponese lei. Due nemici, secondo la Storia e secondo la famiglia di Henry; due adolescenti che si innamorano, secondo il loro punto di vista. Ne viene fuori un racconto d'amore dolceamaro, come dolceamaro è il suo titolo originale: "Hotel on the Corner of Bitter and Sweet": perno di questa storia è infatti un hotel, il Panama, che per quarant'anni ha custodito i beni familiari dei Giapponesi sfollati, e la cui riapertura riporta Henry indietro nel passato.
    La scrittura (o la traduzione? ho trovato un paio di refusi) non è il massimo del coinvolgimento: trattandosi della ricostruzione di un'epoca che non è stata realmente vissuta, in molti tratti si ha la sensazione di rimanere a pelo d'acqua quando invece ci si vorrebbe immergere. La fine forse è un po' brusca rispetto all'atmosfera creata in precedenza, ma vale la pena arrivarci. Il libro dal 2009 ha fatto strada con il passaparola e oggi è tradotto in 32 lingue.

    "Un sospiro di rassegnato disappunto. Un premio di consolazione, perchè siamo arrivati secondi, ma non abbiamo niente in mano per dimostrarlo. Ci sentiamo vuoti, abbiamo solo perso tempo, perchè alla fin fine, quello che facciamo, quello che siamo, non conta. Niente conta davvero" (Jamie Ford)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Insolita ed intrigante la commistione tra visivo e poetico, nel bel libro di Francesco Primerano, che ha il coraggio di affrontare temi profondi con leggerezza e simpatia, che è capace di accostarsi al lettore invitandolo con un sorriso a partecipare ai suoi sogni ed alle sue speranze.
    Ci sono temi che ricorrono in queste pagine, esperienze infantili che ci vengono proposte con delicatezza, disagi e profonde passioni giovanili che rivelano la straordinaria capacità dell'autore di toccare il cuore vero dell'esistenza e di farne partecipe il lettore.
    E ci sono termini speciali a cui fa riferimento Primerano, che "considera valore ogni forma di vita...." (pag.51): c'è l'anima, che per lo scrittore è il punto da cui partire e soprattutto, il punto preciso a cui tornare, perchè al fondo dell'anima riposano tutte le immagini e le esperienze di una gioventù vissuta a piene mani.
    Imperante una leggera nostalgia per il tempo che passa, per tutto quello che è stato e che non può essere rifatto, ma la ragione la giustifica e siamo invitati a non fare "dietrologia", a non vivere nel passato, ma a restare fermi e saldi nel momento presente, perchè, come dice chiaramente a pag.63: "la vita è adesso".
    Brevi poesie istintive, giochi visivi, montaggi fotografici da cui ci osserva il volto serio di un giovane uomo che guarda la vita ad occhi aperti, perché apertamente insiste a credere che "la vita va vissuta intensamente" (pag.82).
    Molte fotografie, molti collages affascinanti che accompagnano i testi, alcuni brevi, altri più lunghi e strutturati, a volte solo alcune veloci frasi illuminanti:
    "Crederci sempre, arrendersi mai" (pag.90).
    E noi crediamo che la "forza interiore" a cui fa spesso riferimento Francesco Primerano, lo porterà sicuramente lontano.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Con parole di splendida semplicità, l'israeliano David Grossman torna a parlarci di amore e di salvezza. Questi i tesori nascosti sul fondale di “Qualcuno con cui correre”, oceano di intimità svelate e umanità allo stato puro. Il libro, settima opera narrativa dell’autore, è uno scrigno contenente la storia di Assaf, giovane impiegato municipale al quale è affidato il compito di ritrovare il proprietario di una cagna sperduta. La bestiola, istaurato fin da subito un rapporto di silente ed impetuosa complicità con il giovane, dà il via ad una corsa all’apparenza senza meta che si rivelerà essere nient’altro che un incontro in progressione. Il traguardo è in realtà Tamar, sua amica e padrona, la quale ha lasciato un disegno invisibile per le strade della città scrivendo se stessa su luoghi, diari e persone. Assaf prima deve e poi desidera unire i punti con la matita della sua immaginazione, affinché venga fuori il dipinto di un’identità complessa e combattuta - perché è delle identità che ci s’innamora, come descritto magnificamente da Grossman - a capo di un mistero dai risvolti dolenti e pericolosi. Ma il mito insegna la potenza del sostegno reciproco, della fiducia, di quell’umanissimo dono che è permettere a chi è amato di avere un luogo dove «poggiare e riposarsi». La morale è la boccata d’aria al termine del forsennato cammino, carrellata di volti, storie e solitudini che il narratore dimostra di conoscere e di saper ritrarre senza sacrificarne diversità e profondità. Esperienza e sostanza si equivalgono: leggere “Qualcuno con cui correre” è come inseguire Dinkusha e Assaf sporcandosi della polvere di una terra lontana, affannando e stravolgendosi, talvolta disperandosi, fino a toccare un fondo scuro, buio, dove tuttavia l’anima può smettere di girare a vuoto e riprendere fiato. Perché, dopo tanto cercare, ha finalmente trovato qualcosa di valore.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Gli aforismi dello scrittore ci portano in un caleidoscopio di riflessi, perlopiù rivolti all’importanza della poesia, attraverso le considerazioni che questa forma letteraria impone con musicalità, sentimento e stile.
    L'autore, in questo contenitore di emozioni, sembra meditare nella ricerca continua di quesiti qualche volta senza risposte, altre con ferma certezza. Pappadia appunta come in un diario tutte quelle constatazioni, annotazioni che lui concretizza in massime, per sottolineare quei pensieri che egli sente di esprimere. In questo libro troverete vari spunti interessanti per riflettere e meditare su noi stessi, sul mondo in generale e sul futuro dell'umanità. Aforismi e citazioni. Il senso della vita racchiuso in poche righe.
    "Se mettiamo gli altri in condizioni di non esprimersi, questi saranno sempre ridimensionati, se invece diamo loro la possibilità di essere se stessi, lo saranno sempre e in ogni circostanza, mentre ancora se forniamo loro le condizioni congeniali affinché possano dare il meglio, allora ci sbalordiranno, perchè supereranno se stessi."

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

    • Dadino
    • 07 settembre 2012 alle ore 18:09

    “È questa una storiella fantasiosa/ che parla della gioia e del patire/ e senza approfondir nessuna cosa/ ha dentro sia la vita che il morire”: comincia così, con questo incipit denso di significati, il poemetto di Paolo Bianchi, “Dadino”, una bella storia di crescita, passaggi e iniziazione. L’opera è rivolta, come ci dice il sottotitolo, a “piccoli grandi e grandi piccoli”, due categorie di lettori in grado di superare i confini della propria età e lasciarsi andare a esperienze inconsuete.
    Per una strana circostanza il protagonista, il cui nome, che dà titolo all’opera, ha in sé una forte allusione all’imprevedibilità della sorte, tuffatosi in uno specchio d’acqua si ritrova in un mondo all’incontrario. Nel viaggio di Dadino tutto, o quasi tutto, è piccolo, tranne forse la paura, lo spaesamento iniziali e la diffidenza per ciò che è diverso. Tali sensazioni ben presto si trasformano in desiderio di capire e di esplorare, grazie al fortunato incontro con un “piccolo signore di passaggio”, che rassicura il bambino sulla reversibilità della sua condizione. Al contempo però l’uomo instilla in lui la curiosità di conoscere, e come un novello Virgilio, riconoscendo il coraggio del bimbo, lo accompagna in un viaggio straordinario. Le mete, però, vanno conquistate: non si tratta infatti di una comoda visita guidata, ma di un dialogo maturo teso all’esplorazione dell’alterità, svelata non come una realtà migliore o peggiore di quella che ci è familiare (“il mondo dritto”), ma come un diverso punto di vista, prezioso strumento per capire fino in fondo quel che ci circonda. Attraverso l’esperienza di Dadino il lettore più attento si troverà quindi a riflettere sui grandi misteri della vita, riscoprendo dentro di sé la capacità che solo i “grandi piccoli” hanno di separarsi dalle proprie sicurezze per crescere, o, nel caso di “piccoli grandi”, scoprirsi persone migliori.

    [... continua]

    • Il dono
    • 07 settembre 2012 alle ore 8:07

    Ci voleva proprio, un altro romanzo, esigente e pungente come un rovo, di Toni Morrison, icona della letteratura angloamericana contemporanea. Anche ne "Il dono" (titolo originale "A mercy") l'autrice di "Beloved" sviscera i temi a lei cari delle differenze tra bianchi e neri, di schiavitù e di libertà, di scelte e di amore di madre. In questo romanzo del 2008 aggiunge un'altra schiavitù, quella dell'amore, e un'altra libertà, quella sessuale, segno probabilmente di un'epoca che scalpita per cambiare (si parla dell'America del 1690) e che lotta contro la sua parte selvaggia, dietro i dettami della religione.
    Più che il racconto di una vicenda specifica, il libro parla di uno scorcio di vita che accomuna i personaggi che via via prendono la parola per raccontare passaggi della stessa storia dal loro punto di vista. I cambiamenti di prospettiva non servono tanto per mostrare le differenti opinioni quanto per disegnare invece le differenti, personali vicende umane. Fil rouge di questo viaggio nelle vite degli altri è il punto di vista di Florens, la protagonista, l'unica a cui viene data piena parola sgrammaticata. Il suo dialogo mentale con sua madre, che l'ha ceduta come schiava, è costante.

    Un romanzo struggente, rude e insieme dolce, che lascia estraniati ed arsi come i suoi personaggi.

    "Se tu non leggerai mai tutto questo, nessuno lo farà. Queste parole attente, chiuse su se stesse e spalancate, parleranno tra loro. Tutto attorno, da un lato all'altro, da sotto a sopra, da sopra a sotto per tutta la stanza. Oppure. Oppure forse no. Forse queste parole hanno bisogno dell'aria che c'è fuori nel mondo. Hanno bisogno di volare alte e poi cadere, cadere come cenere su acri di primule e malva." (Toni Morrison)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca