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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
    • Sin
    • 13 giugno 2012 alle ore 8:43

    Un titolo brevissimo, una sola parola di tre lettere, per un libro di 654 pagine, una scelta quasi ossimorica, un contrasto tra l’estrema brevità di “Sin” la cui pronuncia inglese colpisce come un proiettile e la corposità del volume che può intimorire, a un primo impatto anche per i colori scelti per la copertina, il rosso del titolo sul grigio scuro dell’immagine, ma che invece si rivela una lettura affascinante e attraente a tal punto che ti dimentichi quante sono le pagine e t’immergi in questa storia, che l’autore Alessandro Vizzino ha immaginato, per riemergerne solo alla fine.
    “Sin” è un’opera, come dice la quarta di copertina, “corale…in cui ciascuno è protagonista e nessuno è comparsa… che non disdegna molteplici punti d’analogia con importanti lavori della letteratura thriller noir o del cinema…”: a questo aggiungerei anche della televisione perché la prima analogia, la più evidente secondo me, è quella con la trasmissione “Il grande fratello”; la differenza fondamentale tra il libro e la trasmissione è che mentre in quest’ultima le persone scelgono volontariamente di entrare in quell’appartamento, in “Sin” i protagonisti ci si trovano senza che lo desiderino e se ne rendano conto, costretti da una volontà superiore, e questo fa già la prima differenza. L’analogia invece è che, in entrambi, il pubblico determina il vincitore ma non posso dirvi altro su questo, perché è qui il nocciolo vero di “Sin”, il suo fascino segreto.
    Un’altra analogia che mi è venuta in mente leggendolo è quella con un capolavoro della letteratura inglese, 1984 di Orwell, che lo scrisse una quarantina di anni prima della data del titolo, nel 1948; anche Vizzino ha immaginato che questa sua storia si collochi in un futuro abbastanza prossimo, nel 2052, tra quarant’anni e lo ha “colorato” di tutte le novità informatiche che la sua preparazione specifica nel campo riesce a immaginare.
    Da appassionata numerologa quale sono, mi ha colpito positivamente la scelta dell’autore di usare il 10 come numero dei protagonisti di questo suo thriller noir, cinque uomini e cinque donne, 10 come i comandamenti dati a Mosè sul monte Sinai (notare l’assonanza con “sin”) che saranno la chiave di volta per dipanare la matassa, per tentare di capire la successione degli eventi, per dar loro una ragione plausibile da parte degli abitanti della casa che man mano impari a conoscere e amare, quasi, come se fossero persone conosciute e questo è un altro valore aggiunto da parte di Vizzino, che ha saputo delinearli così bene sia fisicamente che psicologicamente sia, soprattutto, grazie ai dialoghi che ce li rendono vivi, quasi tangibili, e ognuno di noi è portato per mano, senza rendersene conto, a fare una selezione tra di loro, a scegliere con chi si sente più in sintonia.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Non avevo mai sentito parlare di Yoko Agawa, lo ammetto, e ho scoperto, leggendo la quarta di copertina, che ha scritto e pubblicato una ventina di libri ed è considerata una tra le più importanti scrittrici giapponesi contemporanee, tradotta e pubblicata un po’ dovunque: sono felice di aver fatto la sua conoscenza con questo libro a cui, credo, ne seguiranno altri.
    Amo la matematica, profondamente, visceralmente, da sempre, come potevo non essere chiamata, come dal canto di una sirena, da “La formula del professore”.
    E’ la storia di un’amicizia straordinaria, nata imprevedibilmente, tra un professore di matematica che, per colpa di un incidente stradale, ha perso buona parte della sua memoria, della sua governante e di suo figlio. La passione per i numeri del professore è infinita, incontenibile e riesce a trasmetterla, a comunicarla, con inconsapevole naturalezza, nonostante questa disabilità (la sua memoria dura esattamente ottanta minuti) a queste due persone entrate nella sua vita per accudirlo.
    In pochi mesi la passione comune per lo sport del baseball, l’affetto imprevedibile e dolcissimo che nasce verso il bambino che lui ribattezza Ruto, che in giapponese vuol dire “radice quadrata” (il perché di questo nome lo scoprirete leggendo il libro…), la curiosità brillante di quest’ultimo e la semplicità dei gesti quotidiani di sua madre creano un legame, tra di loro, che dà un nuovo colore alle loro vite, un’intensità inaspettata.
    “…così come nessuno sa spiegare perché le stelle siano belle, è altrettanto difficile esprimere in che cosa consista la bellezza della matematica…”

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Un viaggio davvero intenso, un’emozione che tiene sospesi: così è possibile definire la lettura di quest’opera di Felix Adado che, nell’impulso irrefrenabile di regalarci la sua storia e la sua anima, dà  forma e liricità ad un “traffico di pensieri senza coda,/ valanga di desideri senza luna/…piccole anime scalze sui sentieri della lotta”. Questo è proprio il tema della raccolta: una lotta senza trincee e senza armi ma ugualmente dolorosa e sofferta, la lotta per l’integrazione e l’autoaffermazione,  per l’annullamento di  angoscia  e nostalgia e la costruzione difficile ma meravigliosa della speranza e della solidarietà. Con una versificazione che ricorda Ungaretti in alcuni tratti dello stile e della poetica di una dolorosa allegria, le liriche di Adado  si susseguono come un grido musicale e sensibile che prova a rompere il buio della notte e del dolore, come un appiglio ad una vita “senza progetti,/ con un mondo di desideri ,/ senza sguardo”, in un vuoto che è freddo e solitudine: “sotto questo cielo/ stellato senza luna,/ in quest’universo smarrito/ con me fuori”.
    Ma la risposta a tutto questo non è fermarsi e restare fuori, ma riunire le forze e “vivere/ in balia della speranza/ con il respiro quasi terra terra”, per cercare un nuovo sole, colmo di fortuna, che indichi la strada. E se si resta ancorati al proprio cuore e alla propria capacità di amare, se si continua ad aspettare l’alba senza cedere, se si tiene sempre in mente Itaca come avrebbe detto Kavafis, è possibile davvero entrare a far parte di questo universo, attraversare “i monti mortuari” e il baratro e arrivare come “un guerriero vincitore, con lo sguardo cavaliere” alla luce accecante delle speranze esaudite e dei sogni avverati.  E allora la gioia di una famiglia, di una donna, di labbra dove dimora la gioia e da cui si liberano farfalle che “addobbano” l’esistenza,  sono il senso di queste sofferenze senza luce: sono il Natale dell’anima, sono il futuro da scartare, sono il coraggio di naufraghi che hanno vinto l’Oceano.
    Una volta superata la notte certo il viaggio non finisce, i dolori ovviamente non scompaiono, la nostalgia per una terra e una famiglia lasciate lontano non abbandona un cuore dove bruciano ricordi e ingiustizie: ma è possibile cominciare un nuovo giorno, una vita felice. E’ possibile credere che l’alba arriva per tutti..

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • “L’eredità dei copri” di Marco Porru (finalista Premio Calvino) è un romanzo che ti entra dentro come un chiodo picchiato da un martello. Il chiodo si conficca nell’anima, il martello inizia a battere e lui entra sempre più dentro costringendoti a pensare, a riflettere, a solidarizzare con Gabriele, Raniero, Rosaria e persino con l’abominevole Cesare. Perché nel leggere questo romanzo ci si addentra pagina dopo pagina in una storia di dolore e di sofferenza non ostentata ma sottile, acuta, complessa, una storia di difficoltà e di continua scoperta, di sconfitte e di rinascite, di amicizia e di paura. Raniero e Gabriele sono due ragazzi adolescenti della contemporaneità rappresentati con tutte le insicurezze e le problematiche dell’età, impacciati davanti alla grandezza della vita eppure sempre così desiderosi di godere appieno della bellezza del mondo. Accanto a loro, come tanti personaggi alla ricerca di se stessi, la zia Rosaria, i genitori fragili di Gabriele, Gilla, la madre problematica di Raniero, anime dolenti che si aggirano nella propria esistenza come burattini rimasti ingarbugliati nei loro stessi fili, uomini e donne che si trovano a dover fare i conti con l’eredità del proprio corpo, del proprio passato, dei propri errori. Tutta la storia sembra correre verso un punto d’arrivo che finirà poi per rivelarsi un nuovo punto d’inizio e che assume la forma di una nuova consapevolezza del proprio valore di esseri unici e irripetibili. “L’eredità dei corpi” è sicuramente un romanzo di formazione che, con una prosa incisiva e magnetica, descrive il processo di crescita di due ragazzi comuni che riescono a percepire l’importanza più che dell’accettazione di sé soprattutto della comprensione della propria identità perché non può esservi accettazione del proprio essere, inevitabilmente imperfetto, se non vi è prima una profonda comprensione di quello che realmente si è. L’imperfezione, sembrano dire le parole di questo romanzo, lungi dall’essere qualcosa di negativo, è ciò che riesce a dare un senso al modo complesso nel quale si dispongono gli eventi della vita divenendo un valore profondo che porta alla riscoperta della propria umanità. In una Sardegna magnificamente descritta si snoda dunque una storia d’amicizia complessa e universale fatta di desideri, pulsioni, incomprensioni, senso di appartenenza, senso di rifiuto e di protezione reciproca. Un’amicizia che passerà attraverso una dolorosa scoperta della propria sessualità, quella sessualità che passa proprio attraverso i corpi cui allude il titolo e che, riguardando la sfera più intima e profonda di ognuno di noi, chiama in causa ogni essere umano.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Una new entry nell’olimpo delle women-thrillers, delle gialliste internazionali, questa autrice turca, Esmahan Aykol, col suo “Hotel Bosforo” nella traduzione di Emanuela Cervini.
    Ma non è una giallista come le più celebri Elizabeth George, P.D.George, Minette Walters o la russa Marinina: la Aykol si è divertita a creare il personaggio di Kati Hirschel, una donna turco-tedesca che gestisce una libreria che vende solo thrillers a Istanbul, la città in cui ha scelto di vivere, che conosce e ama visceralmente; Kati si diverte a essere una novella Miss Marple ma lo fa con un’ironia, una goffaggine e una simpatia davvero travolgente e quando all’hotel Bosforo avviene un omicidio con modalità alquanto particolari e di cui non si riesce a trovare l’autore, Kati inizia le sue personalissime indagini travolgendo, con le sue domande dirette e impertinenti, un commissario di polizia, un boss e un avvocato e tanti altri personaggi che incrociano la sua strada.
    Forse i puristi del giallo doc non ameranno molto questo libro, ma alla sottoscritta che, molto umilmente, può vantare una discreta “thriller culture” è invece piaciuto per la sfacciataggine sorridente della protagonista che, immagino, somigli molto all’autrice la quale, come si evince dalla biografia, ha lavorato come giornalista per radio e giornali turchi durante i suoi studi di giurisprudenza; che conosca bene l’ambiente dei mezzi di comunicazione, e in particolare quello della carta stampata, è evidente dalla corrosiva e divertente descrizione di alcuni giornalisti che Kati incontra durante le sue indagini sui generis.

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    recensione di Daniela Domenici

  • Una storia davvero avvincente quella contenuta in questo romanzo, che si intreccia con altrettanto affascinanti e alte conoscenze di filosofia, scienza, storia, navigazione e astronomia, a costruire un mondo in cui immergersi è per il lettore facilissimo. Snocciolate, infatti, con grande disinvoltura all’interno del racconto, rivivono nelle avventure del protagonista alcune delle esperienze più importanti del percorso storico ed esistenziale del genere umano, come la Spagna del ‘600, l’Inquisizione, la filosofia di Giordano Bruno, la più antica cultura del popolo latino-americano, ma che non appesantiscono in alcun modo questo viaggio di un’anima alla ricerca del proprio orizzonte, anzi le offrono gli strumenti con cui chiarire e ritrovare la propria meta.
    “Mi sentii osservato dall’Eterno, come se il Giorno del Giudizio fosse arrivato allora, e il tempo avesse rallentato per fermarsi e il prima e il dopo non contassero più nulla”: con queste parole l’autore descrive lo smarrimento del protagonista, che non riconosce quanto forzata fosse la propria scelta di servire Dio fino a quando la prorompente bellezza di una donna non appare come il più grande e dolce mare in cui volersi perdere. E alla stessa maniera incomprensibile comincia ad essere quel divieto di leggere alcune delle più alte pagine della nostra cultura, come il Simposio di Platone o, soprattutto, la filosofia del monaco Bruno, colui che ha provato ad insegnare all’umanità “a spaziare col pensiero, a cogliere il segno dei numeri e il numero dei segni, non solo nel futuro ma anche nel passato”, quella stessa umanità che gridava in un’estasi di follia mentre le fiamme ne cancellavano per sempre lo sguardo.
    Intorno a questi pensieri l’autore costruisce una storia realissima, un difficile e avventuroso viaggio per mare, mare che è anche uno dei grandi protagonisti del romanzo, mare che unisce e divora, che bisogna saper domare con la più approfondita conoscenza dei suoi segreti, delle imbarcazioni, delle stelle che guidano il cammino dei naviganti, ma anche di coloro che cercano una soluzione, una risposta. Gli astri possono, infatti, condurre al di là dell’Oceano, in luoghi dalla lingua incomprensibile ma dalla saggezza millenaria, ma possono anche essere muti protagonisti di magiche rivelazioni, di misteri da decifrare. Chi ne accoglie la sfida può imbattersi in credenze irrazionali, in inutili sacrifici o uccisioni, mostrando quanto, in fondo, siano tutte uguali le superstizioni se non è l’amore per la conoscenza e il rispetto per ogni essere umano a guidare le azioni degli uomini
    Proprio per questo non bisogna mai “credere di aver compreso una volta sola tutte le cose, lasciando alla vita sempre un altro spazio, un’altra possibilità”, per arrivare a vedere chiaro oltre lo zenith, e non per questo fermarsi, ma andare avanti e cercare ancora.

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    recensione di Sabina Mitrano

  • Alan compirà cent'anni oggi e la casa di riposo, presso cui è ormai ospite da tanto tempo, ha deciso di organizzare una gran bella festa. Per l’occasione è stato invitato il sindaco e anche qualche giornalista locale. Alan, però, non ha proprio voglia di festeggiare e allora decide di scappare! Salta dalla finestra e “scompare”. Ora rimane solo da decidere dove andare e pertanto l’arzillo vecchietto si reca alla stazione degli autobus in pantofole e con un po’ di soldini in tasca. Decisa la meta a caso, si ritrova davanti un giovane, che gli chiede di tenere d’occhio la sua valigia mentre lui deve fare un bisognino. Arrivato l’autobus, Alan non vede tornare il giovane dal bagno e decide per la cosa più ovvia da fare: sale sull’automezzo portandosi dietro anche la valigia, che purtroppo è piena zeppa di soldi sporchi. Quella che è iniziata come una semplice fuga, si trasforma così in una serie di eventi inaspettati e ci scappa anche qualche morto. Con l'aiuto di amici raccolti casualmente, Julius un truffatore di mezza età, Benny un ex proprietario di un chiosco, che ha passato la sua vita a studiare in facoltà diverse tanto da avere qualifica di quasi medico, architetto, chimico ecc., Bella una donna che ha come animale domestico un elefante, Allan in qualche modo riuscirà ad uscirne illeso. La polizia, però, è sulle loro tracce e non ci vorrà tanto per scoprire dove si sono nascosti. Come andrà a finire? Una storia comica e tenera, che intervalla all’avventura anche flash-back sul passato del nostro simpatico vecchietto, sotto forma di racconti surreali con protagonisti celebri della storia mondiale. Il nostro Allan, sotto alcuni aspetti, è un po’ il Forrest Gump della Svezia.

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    recensione di Katia Guido

    • SolEros
    • 31 maggio 2012 alle ore 8:54

    Già non è facile scrivere un libro di poesie erotiche, se poi l’autore è addirittura una donna la sfida diventa ancora più difficile ma, allo stesso tempo, più intrigante.  Lady P riesce, e questa è la sua cifra distintiva, a non essere mai né volgare né banale.
    L’autrice di queste splendide liriche è esattamente come le sue poesie, raffinatamente erotica, femminilmente sensuale, mentalmente intrigante.
    E in questa elegante e raffinata silloge tutto è intrigante, sensuale ed erotico, iniziando dalla copertina che, giocando sul contrasto tra grigio e rosso, colore per antonomasia della passione, ritrae un corpo nudo di donna appena velata per attrarre il nostro sguardo, per ammaliarci,  prima di immergerci nelle onde calde e inebrianti, nei velluti morbidi e avvolgenti, nei colori accesi e brillanti, nei cinque sensi scatenati e intrecciati delle sue poesie.
    Gli splendidi disegni di due artisti contemporanei che arricchiscono ogni lirica sono il valore aggiunto di questa silloge che la rendono, se ciò fosse possibile, ancora più raffinata.
    Anche lo pseudonimo sotto cui si nasconde l’autrice, Lady P, che è uno dei nomi con cui il suo compagno ama chiamarla, lascia immaginare, percepire, rispetto, venerazione, amore verso la propria donna e amante.
    E per finire il titolo dato alla raccolta, “SolEros”, una parola abilmente composta con quella E maiuscola per sottolineare che si parlerà di Eros, Solo di quello.
    Accogliamo, quindi, con immenso piacere, Lady P nel ristretto olimpo delle poetesse erotiche.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • E' sorprendente come questo autore riesca a proporre libri molto diversi tra di loro. Le affinità sono così poco invadenti che l'impressione è comunque di avere sempre a che fare con prodotti totalmente differenti. Anche in "Kafka sulla spiaggia" troviamo la profonda sensibilità, il senso dell'ineluttabile e dei personaggi molto giovani, ma abbiamo anche un alto livello di visionarietà: il reale e il surreale sembrano spingersi, in alcuni tratti, ai confini con la patologia psicologica. Tutto ruota intorno ad un quindicenne che scappa di casa e trova accoglienza in una biblioteca molto lontana dalla sua città. Il fascino irresistibile del Destino, così com'è concepito dalla cultura orientale, è una calamita più forte di qualsiasi scelta. Qui, infatti, Tamura si ricongiunge ad una storia che scopre appartenergli ma che va ben oltre lo spazio ed il tempo. Parallelamente alla vicenda del giovane Tamura Kafka (cognome che lui inventa quasi per scappare ad una maledizione) come un fiume che arrendevole va verso il mare scorre l'avventura di Nakata, un vecchio che sa parlare con i gatti e che si muove docile ai comandi di quello che "va fatto" perché "si deve fare" e "quando è il momento". A lui si affianca il fedele Hoshino, come in Tolkien Sam affianca Frodo, e lo aiuta a portare a termine la sua missione.
    Il libro sembra rallentare troppo in alcuni punti ma nel complesso è di lettura molto agile, anche se alla fin fine non verifica ipotesi formulate, non raccoglie pietre scagliate, non dà risposte ad alcune domande. Bisogna accettare il sentimento dell'incompiuto, se si sceglie di affrontare la lettura, e lasciarsi guidare in passaggi che si alternano tra il visionario e lo splatter, immaginandole anche basi discrete per un buon film di suspence.

    "Da quando ti ho incontrato la prima volta, mi sono fatto l'idea di uno che cerca qualche cosa con tutte le sue forze, e con la stessa determinazione tenta di evitarla. E' in un certo modo l'impressione che dai" (Murakami Haruki)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Coinvolgente, emozionante, commovente, vero: questi aggettivi e tanti altri ancora caratterizzano quest’opera prima di Franco Di Mare, volto noto della televisione, giornalista con un palmares di tutto rispetto soprattutto dalle zone di guerra più calde del pianeta; raccogliendone i ricordi ha costruito uno spettacolo teatrale che è poi diventato un libro dal titolo “Il cecchino e la bambina”. “Non chiedere perché” è il suo primo romanzo e se il buongiorno si vede dal mattino, Franco Di Mare ci regalerà ancora altri “gioielli” come questo.
    …“serve un pizzico di follia per inseguire, nella vita, quello che a tutti appare un sogno irragionevole”: questa storia, ispirata a vicende realmente accadute, ruota attorno a un bellissimo atto d’amore che, a dispetto delle bombe e della burocrazia, si è potuto compiere grazie all’aiuto provvidenziale di due donne e alla determinazione incrollabile di un uomo che torna a Sarajevo nel 2005 per salutare un amico che sta morendo e la trova completamente cambiata da com’era nel 1992 quando per tre settimane ci ha vissuto come inviato. E’ l’occasione per rivivere quegli anni in un lungo flash back.
    Un sorprendente talento narrativo quello di Franco Di Mare che avevamo potuto già apprezzare nel delizioso racconto breve “Casimiro Rolèx” ambientato nella “sua” Napoli e che qui ha potuto trovare lo spazio adeguato per parlare di una guerra, a due passi dall’Italia, di cui pochi di noi hanno percepito la gravità e la vastità, come dice l’autore “l’assedio più brutale e sanguinoso avvenuto in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale”.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Sono tocchi in punta di piuma quelli che Simona Salvatore propone con le cinquanta poesie, raccolte per la prima volta in una pubblicazione. In questi tocchi di piuma c’è l’aria e c’è il fuoco: a tratti la piuma si capovolge e graffia la pelle con la punta. Le poesie, brevi e dalle lunghe pause, si sviluppano al ritmo dei “palpiti” che l’autrice cita spesso; i versi costellano di silenzi le attese, i desideri e le delusioni, e lasciano trasparire l’attitudine verso l’eleganza e lo stile aulico.
    Non si tratta, però, di una scrittura eterea. La poetica di Simona Salvatore non sfiora, bensì impugna; non blandisce, bensì dichiara; non ubbidisce ad una metrica, ma segue impulsi; e i silenzi non sono fatti per riascoltarsi, bensì per contenere le energie. La sua caratteristica principale è nella sensualità dei versi: sensualità che si esprime non tanto nel contenuto quanto invece nella scelta dei suoni. Per essere letti ad alta voce è necessario infatti un severo utilizzo delle labbra, per via della fitta presenza di parole molto diverse tra loro in accenti e in natura fonetica. Un esempio: “Inebriante realtà / remota / negli argini di una verità / avvizzita”. Consonanti affricate, fricative e vibranti (“fragranza”, “ardire”, “svaporate”), spesso doppie (“vezzeggi”, “amarezza”, “strozzo”, “vezzosa”, “delicatezza”) o accompagnate da labiali od occlusive (“rabbrividisco”, “gorgheggia”, “giogaie”) rendono il respiro poetico più simile ad un lambire di fiamma che ad un refolo di primavera. Suono e sostanza si uniscono nelle frequenti allusioni al fuoco: tornano le vibranti in “divampo”, “rovente”, “vampa”.

    “Cullarsi / nel silenzio asprigno di suoni / vociati / in un bisbiglio / che nessuno coglie nel rumore di sé”

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    recensione di Cristina Mosca

  • Quando ho iniziato a leggere “Io, Claudia e Pluk” mi sono detta: “Finalmente”. Finalmente un'autrice che al suo esordio letterario non cerca frasi ad effetto per dimostrare quanto sa scrivere bene, non scivola nella retorica, ma si preoccupa soprattutto di raccontare una storia e di trasmettere delle emozioni. Quando poi sono arrivata alle ultime pagine con un groppo di commozione in gola, ho pensato che la Crozzoli con questo libro ha compiuto un prodigio che a pochi riesce: ci ha resi partecipi del grande amore nutrito per Pelo, la boxerina che ha accompagnato per dieci anni la sua convivenza con Claudia.
    “Io, Claudia e Pluk” è una storia d’amore, d’amore a tanti livelli. Innanzi tutto c’è l’amore per Pelo (Pluk in dialetto piemontese) nel suo crescere e trasformarsi: dall’iniziale diffidenza, motivata da una vecchia esperienza negativa con un cane che l’aveva morsa, Maria Grazia si lascia andare ad un affetto sempre più grande verso la boxerina, che la porta a superare le paure e ad amare anche gli altri cani.
    C’è l’amore per Claudia, la compagna che ha portato Pelo nella vita di Maria Grazia: un legame la cui diversità non viene mai esibita, seppure fra le righe si possano intuire i dubbi, i timori, le incertezze iniziali.
    C’è l’amore nei confronti di tutti i cani: superate le prime diffidenze grazie a Pelo, Maria Grazia lascia libero corso al suo affetto verso animali trovati o ospitati per brevi periodi. Infine, non meno importante, il libro contiene una profonda riflessione sul “delicato equilibrio fra cani e umani”, su come sia necessario comprenderlo e rispettarlo per non creare problemi all’animale e per far sì che il suo atteggiamento nei confronti dei propri simili non diventi di ostilità.
    La scrittura della Crozzoli è levigata, calza perfettamente la narrazione e invoglia alla lettura tutta d’un fiato. Anche quando racconta momenti dolorosi lo fa con grande delicatezza e semplicità, trasmettendoci emozioni autentiche.
    "Io, Claudia e Pluk" è un libro che davvero merita di essere letto, sia da chi ama i cani sia da chi ancora non li conosce abbastanza.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • " Le corde di Eros", silloge poetica di Alessandro Moschini, è un'opera di straordinaria intensità che convince e cattura in ogni singola poesia, ogni singolo verso, parola, suono o concetto. Notevole è la sensibilità che emerge leggendo versi così altamente poetici e ricercati che sono al contempo perfettamente fruibili da un pubblico vasto e differenziato assumendo così quel carattere di universalità che rende grande un'opera. Totale è la propensione tematica dell'autore per l'amore, sentimento descritto in tutte le sue sfaccettature, dalla sua dimensione erotica e carnale a quella puramente platonica e intellettuale passando per quell'indissolubile sentimento che è l'amore materno. Ogni singola parola trasuda un forte senso di erotismo e di amore, un amore che potremmo definire universale, forte, infinito, imperituro, privo di condizioni o limiti. Un amore dunque che sembra assurgere a ruolo di archetipo del vivere umano, condanna e salvezza dell'essere umano. La felicità è racchiusa nell'amore reciproco sembra dire l'autore con quella che tra le espressioni dell'arte letteraria è forse la più pura e arcaica e per tale ragione connaturata nell'animo umano. Forte e suadente è la musicalità dell'opera, dei versi, dei suoni che staccandosi dalle parole inondano l'anima del lettore. La poesia nasce nella tradizione orale per essere ascoltata e Alessandro Moschini ne è pienamente consapevole, tanto che della musicalità fa il perno attorno al quale ruota la possibilità di universalità della sua opera. Costante è la presenza di metafore che si prestano a plurime interpretazioni, permettendo così ad ogni lettore di trovare una parte di se e del proprio vissuto in ogni singola lirica. Lungi dallo sfiorare minimamente la volgarità, l'autore descrive  ed elogia la figura femminile colta nella sua più profonda essenza e manifestazione. Quanto detto risulta evidente dalla lettura di una poesia in particolare, " Aria". " Respirami/ fino a quando il sole non avrà più aria/ ed esausto chiuderà i suoi occhi/ all'arrivo del crepuscolo. Amami/ togliendomi il respiro e facendolo tuo/ fino a quando soffiando l'aria all'unisono/ spazzeremo via le tenebre di questa notte. Sognami/ fino a a quando l'aurora sarà colma d'aria/ da respirare insieme/ all'arrivo del nuovo giorno". Con un linguaggio incisivo e figurativo dunque l'autore ci consegna un'opera destinata a scuotere e sedurre gli animi.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • “…Ricordati, Cal, il sesso è biologico, il genere è culturale…” Middlesex è il nome di una delle tante abitazioni in cui la lunga storia si svolge, ma è anche un nome simbolico scelto, secondo il mio parere, dall’autore per definire la situazione ambigua in cui viene a trovarsi Calliope, splendida protagonista di questo libro. Alla nascita è una bambina come le altre o almeno così credono tutti e viene allevata come tale fino all’adolescenza, quando si viene a scoprire “che nel suo DNA si nasconde un gene misterioso che attraversa come una colpa tre generazioni della sua famiglia e ora si manifesta in lei. Callie è colpita da un’eccentricità biologica che fa di lei un raro ermafrodito. E da qui ha inizio la sua odissea”. Calliope è anche la musa della poesia epica e significa “che ha una bella voce” e questo libro, con cui l’autore ha vinto il prestigioso premio Pulitzer nel 2003, è una storia davvero epica, un’odissea appunto, che abbraccia quasi un secolo di storia seguendo le vicende di una famiglia greca partendo dai nonni di Calliope, Desdemona e Lefty, che lasciano la Turchia del crollo dell’Impero Ottomano negli anni 20, per approdare sul suolo americano, a Detroit, in pieno proibizionismo e continuando attraverso il loro figlio Milton e la moglie Tessie (nomi greci americanizzati) e ai loro figli, Chapter Eleven e Calliope, appunto, la protagonista, femmina prima e maschio poi col nome di Cal, di questo bellissima e appassionante opera narrativa. E’ un libro sulla diversità e sulla difficoltà a viverla con la “volontà di essere artefici di se stessi, di dar voce ai proprio desideri, alla propria sessualità, ai propri sentimenti”.
    "... Gli ermafroditi esistono da sempre, Cal. Da sempre. Secondo Platone l’essere umano originario è ermafrodito. Lo sapevi? In origine la persona era composta da due metà: una maschile e una femminile. Poi sono state separate. Per questo tutti sono sempre alla ricerca dell’altra metà. Tutti tranne noi che le abbiamo già tutt’e due. Certo, in alcune culture veniamo considerati mostri. Eppure in altre è vero il contrario. I navajo hanno una categoria di persone ch chiamano berdache. Fondamentalmente si tratta di una persona che cambia genere, che adotta un genere diverso da quello biologico. Ricordati, Cal, il sesso è biologico, il genere è culturale. I navajo lo capiscono. Se una persona vuole cambiare genere glielo permettono. E non la denigrano, anzi, la onorano. I berdache sono gli sciamani della tribù. Sono i guaritori, i grandi tessitori, gli artisti...”

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Un libro-gioiello sin dalla copertina, deliziosamente naif, che ci dà già un input per capire chi saranno i protagonisti di questa dolcissima storia che si volge tutta nel reparto di terapia intensiva di un ospedale: un medico chirurgo e un bambino. L’autrice Giovanna Zucca, conosce molto bene questo ambiente perché lavora come infermiera strumentista e aiuto-anestesista in una sala operatoria; di lei sappiamo ancora che è piemontese di nascita e veneta d’adozione e che tra un turno a l’altro si è laureata in filosofia.
    E’ un perfetto melange di ironia e commozione quest’opera prima della Zucca, che riesce magistralmente ad alternare le voci di tutti i protagonisti e i loro punti di vista, adottando un linguaggio ad hoc per ognuno di loro. Raggiunge il top quando a parlare è il piccolo grande Davide, il bambino attorno a cui ruota tutta la storia: lì la Zucca è semplicemente perfetta, ci fa sorridere e commuovere e dimostra di conoscere profondamente il mondo dei bambini. Ottima anche la descrizione psicologica e il modo di parlare di Patti, il personaggio femminile chiave della vicenda, e perfetta anche la descrizione del cambiamento radicale che fa il chirurgo, Pier Luigi, grazie proprio a Davide e a Patti.
    Sono 250 pagine che si leggono tutte d’un fiato innamorandosi di Davide, naturalmente, ma anche di tutti gli altri personaggi che si ritrovano uniti davanti alla sofferenza; uno splendido romanzo d’esordio con una morale che ci trova totalmente consenzienti: chi guarisce il prossimo guarisce se stesso.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • "Il guerriero dell'amore" è un breve trattato filosofico-spirituale. A sentirlo così, non viene in mente una lettura leggera, e invece Paolo Goglio ci stupisce nel manipolare con semplicità un filone narrativo di solito complesso nelle forme e nei contenuti.
    Il titolo del libro è una dicotomia assoluta, che tende da subito a esemplificare il filo sottile che unisce queste pagine. Il guerriero è un uomo che decide di affrontare tutto con il coraggio dell'amore. E' una persona che non  usa vie secondarie, che non ha paura di soffrire, che prende la vita di petto, ma con dolcezza infinita, unico antidoto per procedere fieri lungo le vette del mondo moderno.
    Le righe di Paolo Goglio solcano una vera e propria scelta di vita, in cui il "guerriero" non può far altro che vivere a stretto contatto con i suoi simili, per cercare di propagare la sua luce, il suo sorriso limpido fatto di un amore incondizionato verso il genere umano.

    A volte il suo pensiero può risultare estremo e contraddittorio, è vero, ma è lontana dalle sue parole l'idea di un dogma, c'è una semplice mente che ha creato un suo modo di affrontare la vita. E questo, è un aspetto che rende la lettura molto più piacevole e leggera.
    E' un libro che incuriosisce a ogni pagina, per la sua originalità di pensiero e perché non si vede l'ora di arrivare al termine, per intendere al meglio la filosofia completa del "guerriero dell'amore". La vera forza di questo trattato, sta nella sua totale apertura di queste righe a un confronto con il resto dell'umanità e di conseguenza con se stessi. Tutto ciò sta alla base della nostra scoperta: non smettere mai di porre domande al proprio io e non aver paura di mettere in crisi se stessi e le persone che abbiamo vicine.

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    recensione di Paolo Coiro

  • Già dal titolo, ”Così in terra, come in cielo”, si può avere un’idea di che tipo sia questo straordinario sacerdote genovese, ha rovesciato una frase della preghiera più amata, il Padre Nostro a suo uso e consumo per mettere subito in chiaro da che parte sta: dalla parte degli ultimi, sempre, che siano extracomunitari, drogati, prostitute, senzacasa, disabili mentali e psichici, lui è sempre con loro; scegliendo di rimanere all’interno della chiesa cattolica ha combattuto e continua a combattere, dall’interno, per loro con una meravigliosa testardaggine unita a un’ironia infinita che è il suo lasciapassare per arrivare a “colpire” lasciando il suo “marchio di fabbrica”.
    Grande don Andrea in questo suo secondo libro, dopo “Angelicamente anarchico” del 2005, scritto insieme a Simona Orlando e pubblicato dalla Mondadori, che splendida vitalità ha questo ottantenne strenuo difensore di chi non ha voce; questo suo libro si legge tutto d’un fiato intriso com’è di amore, ironia, sorriso, riflessioni che entrano dentro e germogliano come questa, per esempio:
    “... la follia è una condizione umana, è presente in noi come lo è la ragione. Chi è pazzo e chi non lo è? Il pazzo è un malato fisico o è afflitto nello spirito? Spesso il pensiero e la sensibilità hanno in cima la follia. Spesso il matto è un saggio e un sognatore, uno che vive i suoi assoluti. E’ un fuorilegge che agisce in contrasto con la classe sociale a cui appartiene, che soffre della discordanza fra la vita logica e la vita affettiva, fra l’interno e l’esterno. Ancora più spesso è una persona delusa e sola. Cos’è la ragione? Spesso è una pazzia condivisa come nel caso della guerra. La poetessa Alda Merini è l’emblema delle risorse che un pazzo può offrire se gliene viene data occasione. Disse: “io sono un dono di Franco Basaglia.”
    Grazie don Andrea, prete anarchico, discusso, amatissimo.

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    recensione di Daniela Domenici

  • "A Napoli tutti hanno un soprannome" è  il titolo emblematico dell’ultimo lavoro del bravo scrittore e saggista partenopeo, ma emiliano per adozione, Antimo Pappadia.

    In una società in cui oggi tutto è enfatizzato, distorto e strumentalizzato, l’autore non ci descrive impavidi eroi, non ci racconta di strazianti stragi, non estrapola dalla storia nuovi elementi raccapriccianti, ma cita aneddoti che riguardano persone comuni che quotidianamente fanno i conti con una società che, nel bene e nel male, risulta unica al mondo. Antimo Pappadia ci descrive con la leggerezza di un abile narratore, ma con la scrupolosità di un navigato saggista quella Napoli di cui tutti ne parlano ma che solo pochi conoscono realmente. Ci troviamo di fronte ad una lettura sobria, con cui l’autore, penetra l’animo del popolo napoletano riuscendo a descriverlo  con una acutezza più unica che rara.

    Il libro è intriso di episodi tragicomici, di situazioni divertenti che rendono maggiormente gradevole questo libro. Nonostante ciò, l’autore non perde mai di vista la condizione psico-sociologica oggettiva e, anche senza nascondere il profondo amore che lo lega alla sua città natìa, riesce sempre ad avere la giusta distanza che un narratore deve sempre avere.

    Le storie raccontate, come asserisce lo stesso Antimo Pappadia, anche se sono state un po’ arricchite di particolari fantasiosi, sono sempre tratte da vicende veramente accadute. Stando a tale affermazione  mi viene in mente una famosa frase di  Ernest Hemingway che poi è la stessa citazione con cui l’autore comincia la sua opera: "I bei libri si distinguono perché sono più veri di quanto sarebbero se fossero storie vere".

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    recensione di Enza Iozzia

  • “Bianco e Nero” è l’estrema messa a nudo di un percorso individuale verso la luce. Filippo Gigante si offre al lettore con la spontaneità di un bambino, usando la cura maniacale dei dettagli (nomignoli, abitudini, piccole scene del quotidiano) propria di un adolescente. In Alex, protagonista del suo libro - un ragazzo alle prese con l’elaborazione del lutto paterno come di tante altre e più sottili mancanze -, si riscontra molto, forse troppo, della personalità che pulsa fra le righe, materializzata in una quasi spasmodica ricerca di condivisione e comprensione. Il racconto tesse la sua trama a partire dal mare, donando a chi legge un momento di riconoscimento universale - il ritrovarsi a contatto con la natura, in piena solitudine - destinato poi a dissolversi , come un sogno, nelle pagine seguenti. Il cammino di Alex, diviso non in capitoli ma in ‘respiri’, è ricco di domande, interrogazioni, dialoghi, aforismi - persino alcune perle tratte dall’infinito tesoro della saggezza popolare giapponese. Come una “petite mort”, l’ultimo soffio sta a significare la fine di una vita e l’inizio di un’altra, il sacrificio della vecchia persona in cambio di quella nuova, pulita, resa libera dai fantasmi delle paure. Al termine di questa strada l’autore fa seguire, in appendice, altre narrazioni dello stesso tipo - ‘brevi respiri’ appunto -, coerente coronamento di un viaggio che è soprattutto traguardo di chi lo ha vissuto e scritto. Difficile mettersi nei panni del viaggiatore, così particolari da risultare poco adatti ad esser vestiti da tutti, ma di “Bianco e Nero” può colpire l’innocenza, un senso diffuso di altruismo con cui Gigante regala ai lettori la sua personalissima visione dell’esistenza e le risposte che ne ha ottenuto e annotato, attraverso un labilissimo filtro.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Un viaggio per mare, come Ulisse, per ripercorrere a ritroso la propria vita, il proprio viaggio esistenziale: è quello che fa la protagonista del romanzo breve “La regina rossa” di Augusta Bianchi che, dopo aver esordito nel 2007 con una silloge poetica dal titolo Ombre nello specchio, si cimenta ora in questa nuova forma narrativa.
    Giulia, la protagonista, è l’alter ego della stessa autrice, che dopo una visita ai campi di sterminio decide all’improvviso di scrivere, nonostante la non verde età, perché la memoria è un dovere, va salvata, perché il ricordo di quelle atrocità deve servire alle generazioni future a non commettere gli stessi errori.
    E in questo suo cammino a ritroso Giulia-Augusta rievoca tutte le tappe della sua vita, il dopoguerra con il boom economico, il Sessantotto e la contestazione con i figli dei fiori, il femminismo, il ruolo della donna all’interno della famiglia rispetto a quello dei suoi nonni e qui troviamo la descrizione affettuosa e commossa dei nonni della protagonista, il nonno anarchico da lei ricordato con affetto e la nonna chiamata “la regina rossa”; e poi l’amatissima Viareggio con le sue spiagge, la sua pineta, le sue Apuane, il salmastro di questa città in cui trascorreva le sue vacanze in contrasto con le nebbie di Milano e il cielo terso di Monza dove ha passato l’infanzia.
    Augusta Bianchi, per dare una maggiore varietà alla sua narrazione, inserisce molto spesso alla fine dei capitoli alcune sue liriche e talvolta anche qualche pagina di diario che ci regalano l’immagine di una donna libera, fuori dagli schemi ma che si è dovuta assumere, comunque, le sue responsabilità di moglie, madre e impiegata in un lavoro che non le piace e che la fa sentire perennemente insoddisfatta.
    Un bell’esordio narrativo, l’attendiamo ora alla prova del romanzo più lungo e concludiamo con le sue amare parole tratte dalla quarta di copertina: “possibile che la memoria sia così labile e l’uomo non abbia ancora acquisito la capacità di analizzare la propria storia e i propri errori?”.

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    recensione di Daniela Domenici

  • Sarà per lo stile dinoccolato di certi suoi protagonisti, o forse per le ambientazioni da “porta accanto”, o ancora per i racconti quasi sempre in prima persona animati dai dialoghi diretti, ma questa piccola raccolta di Edoardo Monti merita davvero di far parte della vostra libreria, anzi, di stare nella vostra tasca o borsa, pronta a saltar fuori al minimo cenno di noia. Grande osservatore delle umane sorti, l’autore è riuscito saggiamente in poche pagine a creare una piccola Antologia di Spoon River di personaggi viventi che, in maniera più o meno pacata, rendono partecipe il lettore delle miserie delle proprie esistenze, strappandogli decisamente più sorrisi che lacrime. Ho adorato “l’addetto agli incarichi quadrimestrali”, giovane fortunato a tal punto da vergognarsi di non avere bisogno di lavorare, o il tipo soprannominato dagli amici “Rettorino”, perfetto prototipo dell’uomo che dice di saperla lunga su come va il mondo, ma in realtà ha bisogno, come tutti, di conferme. Tutte le storie sono uniche e divertenti, direi quasi esemplari: ognuno può rivedere in un dettaglio, un’atmosfera, un’emozione una parte della propria vita. Ma il libro è anche altro: è l’autore che si espone in prima persona, sia pur con elucubrazioni paradossali al limite della fantascienza, ma connotate da una tale ironia che non si può non affezionarvisi. E bene fa a chiudere con una vera e propria “captatio benevolentiae”, un appello accorato in cui chiede ai suoi lettori di contribuire alla crescita della sua fama: io, nel mio piccolo, mi associo a lui, che volete farci, ho un debole per le persone simpatiche. Promosso :)

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  • Ancora una volta ho fatto il percorso al contrario, da un libro più recente a uno precedente dello stesso autore, da La formula del professore a L’anulare, nella traduzione di Cristiana Ceci, dell’autrice giapponese Agawa Yoko, definita una delle “ragazze terribili” della nuova letteratura nipponica il cui universo “ossessivo, feticista e straniato... si impone con soave autorevolezza e l’ingannevole trasparenza della sua scrittura ci inchioda a queste pagine da cui nessuno potrà uscire indenne”. Agawa ha attratto e affascinato ancora una volta la sottoscritta.
    E’ un breve racconto di poco più di 100 pagine i cui protagonisti, il signor Deshimaru, che gestisce un segreto, misterioso, enigmatico laboratorio e la sua giovane impiegata, di cui non viene mai detto il nome, vivono una vita, “fuori” dalla vita, in cui avvengono cose che l’autrice descrive come banali ma che sono invece “straniate” e lasciano nel lettore un lieve senso di disagio, la scrittura trae in inganno descrivendo situazioni assolutamente patologiche con un linguaggio da cronaca di fatti quotidiani “normali”.
    Ancora una volta traspare la passione che l’autrice dimostra di avere (e che condivide con chi scrive) per i numeri visti, però, in questa storia, come simboli di ripetizioni ossessive: anche le due uniche abitanti delle stanze sopra il laboratorio vengono definite solo con il numero della loro camera.
    Straordinaria la descrizione del terzo personaggio di questa storia, lo definirei il lustrascarpe-filosofo, anch’egli non ha un nome come nessun altro in questa storia a parte il proprietario del laboratorio; nei due momenti in cui s’incontra con la giovane impiegata, una prima volta al laboratorio quando lui porta un oggetto per farne un “esemplare” e una seconda quando lei lo va a trovare nel luogo, anch’esso simbolico, in cui fa il suo mestiere avviene uno scambio di frasi tra di loro che sembra talmente vero e reale che il lettore ne rimane avvinto e ci crede.

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    recensione di Daniela Domenici

  • Il romanzo si presenta come una sorta di diario scritto da una donna insoddisfatta del proprio matrimonio; una persona che, dopo aver preso consapevolezza della propria infelicità, mette a nudo tutte le fragilità ed i timori tipicamente femminili. Il componimento narrativo, attraverso le esperienze della protagonista, rivela al lettore quel senso di disagio che un gran numero di coppie vive in questo peculiare momento storico, caratterizzato soprattutto dalla perdita dei valori. Pertanto non si può fare a meno di apprezzare il coraggio della protagonista e lo sforzo che lei compie nel rimettersi in gioco, una decisione maturata soltanto dopo aver compiuto un percorso di crescita personale e dolorosa introspezione. Sia Elena, sia le persone che la circondano, soffrono comunque di un male comune e apparentemente inguaribile: la mancanza di comunicazione.
    Tale concetto viene ben rappresentato attraverso la figura dell’amante, il quale seppur inizialmente risveglia il piacere erotico della protagonista (da tempo assopito) non riesce a far “decollare” il rapporto lasciandolo così invischiato in un terreno emozionale sterile e privo di empatia.  Elena si ritrova così a dover gestire due relazioni vuote e senza prospettive. Un problema oggi piuttosto diffuso tra molte persone. Una condizione che spinge molte donne a ricercare un nuovo amore solo nella speranza di trovare un supporto psicologico, una sorta farmaco utile a sedare le preoccupazioni e le ansie che la vita quotidiana apporta inevitabilmente.
    L’autore avrebbe potuto prestare più attenzione alla crescita personale della protagonista, invece di lasciarla in balia delle situazioni. Elena, a volte, sembra un personaggio di un romanzo ambientato in tempi passati, quando la donna, obbligata da una società maschilista e sciovinista a vivere passivamente le situazioni di vita comune, era costretta ad accettare (suo malgrado) la vita che le si presentava, oppure - condizione ancora peggiore - a sottostare a ciò che le veniva imposto. Probabilmente, se Fabio Volo avesse avuto quell’animo sensibile (tipicamente femminile) di cui la critica gli fa omaggio, avrebbe raccontato la storia in un modo diverso.

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    recensione di Enza Iozzia

  • Sarà anche "Padrone il vento", ma la poesia di Fiorella Cappelli è sicuramente incisa nel più puro diamante: immagini perfette, lancinanti come punte aguzze di frecce a raggiungere l'anima, quando parla di "una tonda luna/ che incarta d'argento/ su piccole onde/ cullati e sospesi pensieri"; quando tratteggia magistralmente una Torino assonnata e inquieta e riporta che "nell'umido parco fiorito/ riaffiorano medievali percorsi" e continua poi nell'ultimo verso con un guizzo straordinario di empatia, dicendo: "sotterranei i pensieri si perdono"; quando sintetizza veloce e splendida una Parigi piena di speranza, dichiarando: "giovani sogni in cammino/ al suono di tromba/ vestono, sulla strada/ la loro bandiera".
    Molti poeti sanno farci partecipi dei loro sentimenti, ma l'autrice ha il raro dono di comunicare immediatamente le immagini di quello che ci vuole trasmettere; tra le tante, imperante è l'immagine del mare, questo mare lungamente accarezzato: "Perle d'acqua/ si raccolgono/ nello scrigno dei sogni"; mare osservato e ammirato con occhi e cuore: "alba d'argento, distesa sul mare/ dissolvenza di nuvole rare"; un mare amato anche se un po' temuto: "Faccio scorte/ di ataviche paure/ ma sogno il mare"; un mare che è il mondo intero, quando chiede: "voglio essere/ tra l'onda e la spiaggia/ la spuma/ del mare che resta/ ancora da navigare".
    Ma altre immagini si affacciano aggressive e nititamente delineate, gli affetti e gli amori: "E tu appartieni/ ai desideri/e li mantieni/accesi e veri /nei lunghi giorni/ notti stringate/ poi tu ritorni/ tra le mie fate"; la tenerezza che riserva al sentimento d'amore: "a chi, da innamorato, ha scritto versi/ e vi ha incartato il cuore, per l'amata/ chi ne ha fatto aquiloni di giornata"; l'orgoglio che traspare nelle liriche dedicate alle donne: le sue splendide donne indomabili: "per te che non t'arrendi, e ti sollevi/ e gridi a tutto il mondo che sei donna"; oppure quando canta le donne d'altri tempi, quelle che "custodiscono/ la chiave dei ricordi", quelle che "sanno come tenere unite mura /che nessun terremoto /farà mai crollare"; quelle donne sempre integre, perché anche "mutilata nel petto e nel cuore/ ..../ una Donna, mai vissuta a metà".
    E soprattutto,  rispecchia l'ampio spazio del cielo, quando ci fa vedere in piena luce, le sue Mongolfiere: "spazi liberi nel sole/ mongolfiere, per volare/ i colori son parole".
    E nel cielo, il vento: "solitario, in mezzo al mare/ grande amico solo il vento"; e ancora: "avrà per compagno di gioco il vento/ che lo condurrà lontano"; e la splendida immagine della lirica dal titolo "Dentro il silenzio", che così recita: "volami dentro/ poi resta/ padrone del vento".
    Ma è nel suo "Sonetto di sabbia", che l'autrice si riposa e si rivela, quando dice: "spinto dal mare, un granello di sabbia/ è frammento di conchiglia leggero/ ci racconta le storie del mistero/ e dell'uomo la sua gioia/ la sua rabbia": perché questo è davvero quello che fa Fiorella Cappelli, che sa raccontarci del suo mondo dilatandolo fino a diventare anche il nostro mondo, orgogliosa poetessa appassionata, che ancora e sempre dichiara: "Non ti voglio poeta/ ti voglio soldato/ semina tu, la poesia/ io la raccolgo...".

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Il mondo di noi “bipedi” visto con gli occhi di un cane: già questo potrebbe stimolare la voglia di immergersi in questo originalissimo libro di Frauke Scheunemann tradotto magistralmente dal tedesco da Helen Verardo e Maria Pia Smiths-Jacob e pubblicato da Sperling & Kupfer col titolo, che riecheggia una nota canzone di Conte, “Con quello sguardo un po’ così”.
    Se il cane protagonista è pure un bassotto e se poi, ancora, non è di razza purissima ma, comunque, porta un nome blasonato e altisonante come Carl-Leopold von Eschersbach, allora capirete che la storia ha davvero una marcia in più, l’ironia è assicurata e non riuscirete a riemergere dal libro se non all’ultima delle 272 pagine, rimanendo col sorriso stampato sulle labbra  e nel cuore per il lieto fine che il bassotto Carl-Leopold, che però viene chiamato Ercole dalla sua padroncina Carolin che l’ha scelto in un canile e che, quindi, ignora la sua storia araldica, ha contribuito a far sì che accadesse.
    Sì perché il fido Ercole-Carl Leopold vorrebbe che la dolce Carolin, che di mestiere fa la liutaia insieme al suo amico Daniel, avesse un po’ di serenità in amore dopo la fine del burrascoso rapporto con Thomas e fa di tutto per trovarle il vero principe azzurro, aiutato in questo dal formidabile gatto-psicologo Signor Beck che, dopo qualche iniziale malinteso, diventerà il suo amico del cuore e suo consigliere in quanto conosce noi “bipedi” meglio dell’inesperto bassotto. Dopo varie peripezie in cui Ercole si esibisce come un consumato attore di teatro per aiutare Carolin la sua costanza viene premiata con, appunto, il lieto fine tra Carolin e... non vi dico chi, per non togliervi il piacere di divorare questo divertentissimo libro, in cui l’autrice dimostra di conoscere profondamente la psiche canina e di amare questi animali tanto quanto la sottoscritta: oggettivamente, però, in conclusione, non facciamo una bella figura agli occhi di questi nostri amici a quattro zampe, vero Carl-Leopold e Signor Beck?

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    recensione di Daniela Domenici