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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • “Cronache di un cittadino qualunque” è l’opera prima di Fabio Petrella. Si tratta di un’acuta e interessante raccolta di racconti dove protagonista unico è un generico Cittadino qualunque, un uomo normale e comune nel quale chiunque, leggendo i racconti, non farà fatica ad identificarsi. Il cittadino qualunque viene dipinto come proteso a evitare gli ostacoli numerosi e complessi che la società odierna sembra introdurre nella vita quotidiana per disincentivare la piena realizzazione personale come uomini e lavoratori.  È una società reale e difficile quella descritta da Petrella, una società costellata di file alle Poste, centri commerciali straripanti di persone frenetiche, discoteche affollate dove confondersi tra la mischia per dimenticarsi di sé e dei propri problemi. Costante è il senso di insoddisfazione e di disadattamento che viene evidenziato nell’opera, insoddisfazione e disadattamento che sembrano oggi essere divenuti costanti della vita di ogni uomo. “Quando il lavoro non crea impedimenti, il buon lavoratore va sorridente a lezione. Ancora non può immaginare la pesantezza mortale di quattro ore filate di filosofia presocratica. Vestito come un figlio dei fiori pensa di integrarsi facilmente con i giovani che frequentano il corso. Presto diventa lo zimbello dell’intera facoltà”. Con queste poche parole l’autore rende perfettamente l’idea del bisogno, che a tratti sfocia nella frustrazione, di far parte di una collettività e di sentirsi accettato anche se, per fare ciò, si dovrà rinunciare alla propria individualità per abbracciare la più totale omologazione. E ancora: “Il Natale, festa delle feste, dovrebbe essere un periodo di amore, pace e serenità. Non è così per il Cittadino che si vede costretto dalla perfida moglie a numerosi viaggi interstellari per centri commerciali, barbose visite ai parenti e stressanti partite a carte che nemmeno il più cupido giocatore d’azzardo sognerebbe di organizzare”. Neanche il Natale si salva, e giustamente direi, dalla critica dell’autore il quale con prosa asciutta e incisiva evidenzia come anche la festa e il senso di religiosità e solidarietà umana si stiano trasformando in un momento di puro consumo e calcolo utilitaristico. I cibi che dovranno essere preparati, i regali da acquistare, gli addobbi luminosi sembrano aver preso il posto del dialogo e del confronto. “Il Cittadino è stato coinvolto in una cerimonia di beneficenza in discoteca. L’appuntamento per il secondo sabato del mese. La moglie, per non sfigurare con le compagne dei colleghi, si preoccupa di curare lo shopping nei minimi dettagli. A fine giornata la famiglia è sull’orlo di una crisi economica; in confronto il Giovedì Nero è solo un’impressione storiografica”. Anche da questo passo risalta fortemente il senso critico, a tratti corrosivo, di un autore che, con un linguaggio ironico e diretto, scandaglia la società moderna che moderna poi non sembra esserlo veramente. L’uomo moderno, in definitiva, ne esce al contempo vittima e carnefice: vittima della sua stessa alienazione e carnefice di quella dei suoi simili. “Cronache di un Cittadino qualunque” è dunque un’opera che invita, anzi costringe alla riflessione perché, nonostante tutti i subdoli meccanismi di costrizione psichica che ci obbligano all’assuefazione e all’accettazione passiva di un mondo che si costruisce da sé e sembra ignorarci; noi uomini possiamo ancora fare la differenza.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Sono tre i racconti racchiusi nelle pagine di questo libro. La regina di Picche, il primo, narra di Mattia, protagonista di un'avventura, che ricorda quella di Alice nel suo Paese delle Meraviglie. Un bambino coraggioso, il nostro Mattia: si troverà catapultato in un modo inodore dalle atmosfere colorate e abitato da personaggi tanto strani quanto ambigui. Per ritornare a casa dovrà portare a termine un compito agghiacciante. Al suo fianco ci sarà Dulci, un essere che diverrà il suo più grande e caro amico. Ma qual è il confine tra realtà e fantasia? E se fosse tutto un sogno?
    Ne La Porta Rossa, il protagonista è un agente immobiliare in viaggio per visitare un cliente. Finisce in un quartiere isolato e silenzioso, davanti a una porta rossa. Ad aprire l'uscio, il signor Claudillo. Colui, che dapprima sembra essere solo un sinistro figuro, si trasformerà in una sorta di carnefice. Le sorprese non finiscono qui però. Claudillo nasconde un segreto più grande. Un segreto, che lo lega alla sua vittima indirettamente. Il nostro protagonista si ritrova, quindi, prigioniero suo malgrado, insieme alla donna che un tempo amava. Riuscirà a mettersi in salvo, ma soprattutto riuscirà a salvare anche lei?
    La rosa nera è l'ultimo breve racconto. Delicato, vede come protagonista Angelina, una contessa a cui manca solo un figlio per coronare la sua felicità. Quando suo marito le porta in dono una serva, Katia, la contessa non vede la ragazzina di colore impaurita e insicura, ma besì una speranza: quella di poter donare il suo amore di madre a qualcuno che ne ha veramente bisogno. Tre storie che affrontano i temi basilari della nostra esistenza: amicizia, amore, famiglia. L'autrice ce li racconta attraverso atmosfere surreali, situazioni ambigue e terrificanti o semplicemente attraverso gli occhi di chi prova il sentimento più puro e incondizionato che si può provare per qualcuno.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • I giovani d’oggi (e non solo) che vanno in cerca di forti emozioni, identificano, il più delle volte, questa naturale tendenza allo scaricarsi delle energie istintive, con lo stato di sovreccitazione nervosa indotto dalla cultura di massa. I media, di vecchia e di nuova generazione, ed anche quelli che sembrano esser diventati un loro surrogato – i libri, per esempio – favoriscono, con una certa calcolata condiscendenza, il vezzo del voyeurismo, per cui le immagini, le cronache, i racconti e, ahimé, molte volte anche i romanzi, scadono nell’ostentazione di una rozza volgarità, per cui il gusto innato della trasgressione dei divieti morali socialmente stabiliti – ma ormai i loro confini sono alquanto labili – ha perso mordente e si attesta su un livello che definirei “commerciale” e alla portata di chiunque.
    Non così per i Sonetti dell’Aretino. Composti negli anni ’20 del 1500, questi versi massimamente licenziosi ed esuberanti, furono scritti in gesto di sfida contro Papa Clemente VII e «per scolpire alcuna volta per trastullo de l’ingegno cose lascive.»
    L’arguzia amorale dell’Aretino si fonda infatti tutta quanta sulla carica di veemente realismo di cui sono intrisi i suoi versi. Egli, senza alcun ritegno, mette in parole quelli che generalmente sono semplici atti  sessuali immediati, trasformando il convegno amoroso tra l’uomo e la donna in una sorta di dibattito sventato sulle voglie e i desideri reciproci. In ciò stanno tutto il suo gusto e tutto il suo genio.
    Non è infatti facile, né talvolta appropriato, il dialogare tra amanti prima o durante l’atto sessuale, comunicando all’altro con trasporto e come fuori di sé quelli che sono i propri appetiti; poiché sempre semplici considerazioni dettate dal pudore consigliano alla bocca di tacere, inibendo i pensieri più tipici della lussuria e spingendo gli amanti semplicemente ad agire, facendo “ciò che è naturale venga fatto”.
    Ma l’Aretino sa rendere le pulsioni sessuali perfettamente chiare ed espresse, trasformando gli ardori dell’uomo e della donna in dichiarazioni coerenti e mirate, e, benché non riesca sempre ad evitare di far assimilare quanto vien detto alla semplice pornografia, se ne differenzia per il legame sottile che egli intesse con la religione, la mitologia, la filosofia, la giurisprudenza, giocando con i doppi sensi.
    È come se fosse un simbolico “coito” – nel senso etimologico – di tutte le umane arti, che raggiunge il suo culmine nella più spontanea delle creazioni – la riproduzione.

    E così, tra le turpi enunciazioni di un turgido lui e gli inviti incalzanti di una palpitante lei, l’Aretino ci incoraggia a riscoprire la nostra conoscenza dimenticata, quel che da bambini già sapevamo: ossia che va messo il massimo della serietà in ciò che ci piace – nel gioco…

    [... continua]
    recensione di Marco Gabrielli

    • Sintesi
    • 27 febbraio 2012 alle ore 12:04

    “Sintesi” è un volume di quasi quattrocento pagine che sin dal primo impatto ci riporta al vero senso del termine (ossia il risultato di tesi + antitesi e non, come siamo abituati ad usarlo, “qualcosa di breve”): è una visione di insieme che l’autore, di nascita viareggina e laurea pisana, oggi Professore Emerito di Fisiologia e Farmacologia alla State University of New York, ci propone. Visione d’insieme di cosa? Dell’uomo, signori miei. L’ambizioso fine è analizzare la realtà umana come se fosse un cuore pulsante, ricco di arterie, movimenti meccanici e fenomeni elettrici, così come l’autore lo studia nel Downstate Medical Center.
    “Sintesi” è un saggio che porta avanti un lungo e composito ragionamento secondo la sempre valida tecnica aristotelica dell’induzione, ossia dagli “oggetti singoli” (per Aristotele erano i sillogisimi, per Vassalle sono i suoi aforismi) risale lungo la china dell’“universale”.
    L’uomo di scienza parte dall’ipotesi che “vi sia un’organizzazione strategica che inquadri e dia un significato ai vari aspetti della vita” e, data per assodata la perfezione del corpo umano, che già conosce, indaga con metodo scientifico quelle che abitualmente consideriamo “imperfezioni” irrazionali della mente, come sentimenti e affettività, passando per senso del tempo e dello spazio, memoria, meccanismi della logica e perfino il caso…
    La scrittura è piacevole e piuttosto agile, affascinante perché indaga la mente come se fosse regolata da leggi precise e osservabili, ma porta a risultati tutt’altro che aridi. Quali sono, ad esempio, le relazioni tra le molecole e le percezioni della mente? La mente influenza quello che si percepisce o quello che si è percepito influenza la mente? E come si colloca Dio in tutto questo?

    “Il genere umano è il gioiello della creazione divina. Questo gli dà grandi privilegi e allo tesso tempo un’altrettanto grande responsabilità. Quello che ci fa speciali (…) è la mente con la sua capacità di pensare, di sentire, di immaginare e di interagire tra le varie menti (…). Sono i nostri lati positivi e negativi che ci fanno essere umani. Ma si diventa meno umani se prevale un termine dell’equazione”. (Mario Vassalle)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Ritorna con le sue metafore tratte dal mondo animale Erri De Luca, autodidatta di vita e di sfuggenti ma palpitanti assiomi, che di quell’esistenza così concretamente colta nel suo divenire restituisce la spontaneità nel movimento dello scrivere. "I pesci non chiudono gli occhi", ultima sua opera, è ancora una volta frammento di frammenti, collana di momenti di cui ogni perla conserva il suo peso e al contempo sfugge, e si vorrebbe non sfuggisse. Ma dalle mani abili dello scrittore partenopeo non sguscia via il tempo altro, quello tagliato, sbocconcellato via da un’infanzia lontana – 1960, nei granulosi paesaggi isolani del Sud – però mai finita, ancora in corso finché è in 'corsa' la memoria. Un’età che presa ad esempio diventa il gancio perché l’autobiografia traini a sé l’universalità di un passaggio: i 10 anni, soglia dell’ibridazione, del lento travaso, del primo dolore realmente concepito. Nella particolarità di una vita a caso si affaccia lo specchio per il riconoscimento di chiunque: De Luca ne tempesta la superficie di stimoli sensoriali, strappi di abitudini fotografate nel loro non-appartenerci ma alle nostre rese comuni dall’odore, dal rumore, dal crepitio familiare della parola con la quale vengono portate alla luce. Quella parola partorita dall’istinto, naturale, profonda, atavica, giusto e quasi indistinguibile equilibrio di dialetto e retorica che privato di una sola delle sue parti non farebbe poesia, come invece fa.
    "I pesci non chiudono gli occhi" è, ancora e forse più delle altre volte, una storia di coraggio: coraggiosa e lucida visione del saggio che sa tornare indietro ogni momento a guardare in faccia le metamorfosi vissute, subite, imparate dall’amore senza nome assaggiato in riva al mare, quel sentimento anonimo - ma non per questo meno importante, anzi, verrebbe da dire – che conosce i segreti degli animali. Il movimento è tutto, sembra recitare De Luca fra le righe, sulle onde del Tirreno e attraverso di loro: da un padre a una madre, da un continente a un’isola, da un bambino a una ragazzina, da una mano all'altra, per "tenersi". Fino al sapere com’era non saperne il significato, dopo mezzo secolo.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • «Uno studio in rosso, no? Perché non dovremmo usare il linguaggio artistico? Nella matassa incolore della vita corre il filo rosso del delitto, e il nostro compito consiste nel dipanarlo, nell’isolarlo, nell’esporne ogni pollice.» Con due domande e una breve asserzione Sherlock Holmes sintetizza, ad un Watson ancora inesperto, la sua concezione del lavoro investigativo.
    Siamo nel 1887 ed uno sconosciuto Conan Doyle esordisce sulla scena della letteratura europea col primo di una serie di romanzi polizieschi, destinati ad ottenere larga fama.
    La vicenda si svolge a Londra e vede fronteggiarsi i buoni – Sherlock Holmes, investigatore privato, esperto di droghe e di veleni, il dottor Watson e la polizia – e i cattivi, cioè un enigmatico assassino e le sue vittime.
    Dunque, in una piovosa serata autunnale, viene rinvenuto, all’interno di una casa disabitata, il corpo senza vita di un uomo. Chi è costui? È stato vittima di un omicidio? Holmes per primo, annusando le labbra della vittima, capisce che l’uomo è stato avvelenato. Ma perché? E da chi? Così viene scoperta, su una parete nascosta della casa, un’incisione, fatta col sangue, della parola tedesca RACHE, che significa “vendetta”. Inoltre, fuori e dentro la casa, Holmes riscontra vari elementi che lo portano più o meno precisamente a ricostruire la dinamica dell’assassinio. Ma, a distanza di pochi giorni, un altro omicidio, stavolta cruento, si somma al primo, e sempre la stessa scritta ricorre sulle pareti dell’edificio dov’è accaduto. Che cosa vuole ottenere l’assassino? È per caso un serial killer?
    Tra questa miriade d’indizi contrastanti, dove gli investigatori della polizia stanno già perdendo la testa, il detective Sherlock Holmes si muove con sicurezza, sostenuto dalla precisione del suo originale metodo d’indagine: «Le ho già spiegato, Watson, che le circostanze fuori del comune, di solito, rappresentano una guida anziché un ostacolo. Nel risolvere un problema di questo genere, l’essenziale è saper ragionare a ritroso.» E, proseguendo nel discorso, Holmes espone la sua teoria della deduzione, per cui, partendo da determinati indizi, è obiettivamente impossibile non ricostruire la verità. Ci sarebbe certo un bel discutere sulla validità di una simile affermazione, dal momento che, in filosofia, la deduzione è un procedimento analitico puramente astratto, che giunge a determinare con certezza la sola struttura dei concetti… Almeno col celebre investigatore tuttavia, sarà lecito soprassedere su una simile questione.
    Così, nella seconda parte del romanzo, viene chiarito il retroscena di tutta la vicenda, in cui, al racconto prettamente poliziesco, va a sommarsi la triste storia di due giovani innamorati. Un romantico vendicatore verrà quindi processato, ma il merito della cattura sarà attribuito a Scotland Yard.
    Una trama ricca e coinvolgente, come è facile vedere, grazie a cui Sherlock Holmes è diventato, a buon diritto, l’investigatore privato più famoso di tutti i tempi.

    [... continua]
    recensione di Marco Gabrielli

  • Questo è uno di quei libri che uno tiene per anni nella propria biblioteca senza sapere esattamente cosa aspettarsi, e che al momento giusto sono loro a chiamarti. "I quattro cavalieri dell'Apocalisse", prima di essere un famoso film riproposto in più versioni nel corso degli anni, è soprattuto un romanzo scritto all'inizio del primo conflitto mondiale, ai tempi della battaglia del Marna, che contrappone la visione parigina alla visione tedesca. Come scrive l'autore nella prefazione, non è vero che "la Germania non volle la guerra e che i Tedeschi non avevano desiderato entrarvi quanto prima": Lui stesso ha assistito a un brindisi auspicante questo intervento, e scrivere questo romanzo, che di primo acchitto sembra interventista, contiene la segreta speranza che anche la sua Spagna entri in guerra come alleata dei francesi, perchè per lui difendere i francesi significa difendere gli ideali del 1789.
    Questo è un romanzo storico scritto mentre la Storia accade: trincee, abbruttimenti ed ideologie politiche sono descritte a sangue caldo, con l'emozione di chi le ha appena viste e le sta ancora metabolizzando. La bufera del Primo Conflitto travolge e trasforma abitudini, serenità, legami famigliari e amori, e anche se accompagnata da un miope senso di invincibilità dimostra spesso l'assurdità di una guerra di cui si aspetta la fine "per capire chi sono i colpevoli", e di cui rimarrà solo una scia indelebile di dolore che accomunerà tutti, di entrambi i Paesi. Se si superano alcuni momenti di stanca (è pur sempre un romanzo scritto all'inizio del Novecento, anche se la lettura è abbastanza fluida), da questo libro si esce imparando più di una lezione.

    "Il fuoco si era esteso a tutta la linea. I soldati sparavano tranquilli, come se compissero un'azione ordinaria. Era una battaglia che scoppiava tutti i giorni, senza sapere esattamente chi l'aveva iniziata, come una conseguenza dell'attrazione di due masse armate a breve distanza, fronte a fronte" (Blasco Ibáñez)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Umiliati e offesi” è un titolo emblematico, che indica la condizione in cui si ritrovano, presto o tardi, i personaggi del romanzo, ambientato nei bassifondi della San Pietroburgo zarista. Le molte anime di cui esso è costituito seguono, con rassegnato fatalismo, il proprio inesorabile destino, trovandovi, grazie alla vicinanza dei propri familiari, lo stesso una personale felicità.
    Il nome del protagonista è Vanja, che è anche la voce narrante e l’alter ego di Dostoevskji. Egli funge da “ponte” nelle relazioni e nelle controversie tra i vari personaggi, ponendosi comunque come parte in causa della storia.

    Vanja ama Natasa fin da bambino e, crescendo insieme a lei, la crede destinata ad essere sua moglie; è verso di lei che rivolge i sentimenti più intensi, avendone costantemente a cuore il benessere, anche se ciò dovesse andare a discapito delle proprie aspettative. Egli è intimo dei genitori di lei e ne conosce la storia passata, i problemi del presente, così come i pregi e i difetti. Ma la storia d’amore perfetta non ha mai buon esito nei romanzi dostoevskjiani. E l'incantesimo tra Vanja e Natasa è destinato ad infrangersi.
    Il principe Valkovskij, infatti, è una “macchina infernale” ed anche il “peccato originale” e irredento di tutti quanti i personaggi. Valkovskij, in passato, ha fatto la fortuna del padre di Natasa, ma ora lo maledice e lo getta sul lastrico, dal momento che ha turbato, involontariamente, i suoi progetti. Il giovane e ingenuo figlio del principe, il cui nome è Alëša, si è innamorato di Natasa, venendo ricambiato. Perciò Valkovskij decide di distruggere l’amore dei due ragazzi, ponendo fra loro la bella e nobile Katja, la quale, piena di ingenua virtù, suscita uno spontaneo sentimento d’amore in Alëša. Dunque Alëša ha spezzato, casualmente, l'amore tra Vanja e Natasa; ora il principe annienta premeditatamente quello tra il figlio e Natasa stessa.
    È alle donne dunque che Dostoevskji riserva il ruolo di esseri virtuosi, giacché, nella loro incoercibile infedeltà rispetto alle relazioni avviate, sopportano con stoica fermezza i mutamenti di fortuna che ne conseguono, concedendo agli avversari ed alla sorte ciò che va oltre le loro forze.

    Ma, nel susseguirsi rocambolesco degli eventi, nemmeno la figura dannata del principe verrà risparmiata alla serie degli "umiliati e offesi": sarà Vanja infatti che, pieno di un controllato disprezzo, gli rinfaccerà malvagità e spregiudicatezza, insieme al cinico calcolo dell’utile, posto in essere col manipolare le altrui esistenze; e ricevendone, in ricambio, un sorriso sarcastico e la fredda promessa di una vendetta spietata.

    Insomma, tra i ghirigori della psicologia umana e le montagne russe dei più imprevedibili accadimenti, Dostoevskji attinge a piene mani a quel repertorio inesaurito dell’umana commedia, in cui si danno convegno la feccia della società e l’aristocrazia dello spirito, mettendo in risalto come, dietro ogni relazione amorosa, si nasconda l’incessante conflitto dei desideri e delle aspirazioni individuali.

    [... continua]
    recensione di Marco Gabrielli

  • Mi ha molto appassionato leggere i pensieri, le osservazioni, le filippiche di Malaparte sui fatti giornalieri, sui rapporti tra i suoi amici e i suoi nemici e sui rapporti tra la gente di strada e quella dei Palazzi. Tutto improntato alla ricerca della verità, della giustizia, della pace sociale. Entrano nell’anima le osservazioni sulla vita comune, sulle debolezze e brutture umane, ma anche sulla gioia dell’osservazione delle piccole cose belle.
    Osservo che l’Italia che racconta in quegli anni sembra quella di oggi, con la casta, il malcostume, la lotta per il potere, la povertà, la superbia ma anche con la speranza di tempi migliori: ciò forse perché i sentimenti buoni che animano le persone sono immutabili nel tempo e quindi ci permettono di vedere il mondo con gli occhi di sempre. Se poi notiamo nei suoi racconti, nei suoi spunti di vita quotidiana il senso dell’etica, della giustizia, dei valori della Patria, che sono valori universali, non possiamo vedere l’Italia in una prospettiva diversa.
    La differenza che vedo oggi con quegli anni è la mancanza del cosiddetto “comunismo” di allora che, non tanto come espressione di forma politica, era o almeno tentava di essere argine contro lo strapotere della prepotenza, dell’ingiustizia, del malcostume, del mallaffare.

    [... continua]
    recensione di Mario Amenta

    • Immagini
    • 07 febbraio 2012 alle ore 12:20

    Baroukh (Benny) Assael è sicuramente una persona molto interessante: medico pediatra, ricercatore, autore di pubblicazioni scientifiche e di libri di storia della medicina, poeta e musicista: come non restarne affascinati e incuriositi?
    Poeta, abbiamo detto, e scrivere poesia non è certamente come scrivere romanzi: ci vuole una penna intinta in sentimenti e uno sguardo che sappia allungarsi oltre il visibile ed è quanto troviamo nei suoi versi.
    Questo smilzo libretto dal titolo "Immagini",  così accattivante nella sua veste grafica, con quel girotondo di parole scritte a mano, che ci incuriosiscono e si fanno leggere e si fanno emozioni, entra di soppiatto nel nostro animo e richiama echi, sollecita risposte, solleva domande.
    Versi che suonano immediati alle nostre orecchie, vicini alle nostre esperienze, capaci di valicare i muri dei nostri giardini: poesia d'amore, sempre, e la musica l'accompagna, questo ritmo che si avverte in sottofondo, culla le sillabe, le sostiene.
    E se è vero che "a volte gli amori vanno dismessi come abiti lisi", così come dice Assael in "L'amore dismesso", è anche vero che "il mondo vuole amori fragili, amori pronti da indossare un giorno, un'ora o solo un minuto", così come indica nella sua poesia "Pret-à-porter".
    E tuttavia, il bisogno d'amore poggia sulla sua realtà più profonda, sulla necessità di certezze, sul desiderio di appartenenza, perché "l'amore, l'amore ritorna, come tutte le cose, voleva persistere", e mentre l'autore ci porge la chiave interpretativa del suo mondo nella sua poesia "Biografia", in cui incontriamo il sospiro desolato del suo animo quando dice "Non voleva correggere la realtà, ma mostrarne la contraddizione", ci fa partecipi anche della sua storia personale, sconvolto e sopraffatto dal disperato imperativo del ricordo: nella prima poesia, intitolata "A Nyranne", ripeterà per ben diciotto volte l'invocazione "se dimentico" e "se dimentichi".
    Certamente uno stile elegante, immagini nitide, un delicato diario poetico, un libro di poesia che si legge e si rilegge.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Provocatorio, originale, felicemente “fastidioso” nel pungolare interrogativi comuni ad ogni uomo ma che spesso vengono opportunisticamente celati per non sconvolgere il nostro “senso comune”. Sotto le mentite spoglie di un romanzo ironico, divertente, costruito intorno ad intriganti personaggi boccacceschi che fondono uomini e donne dell’alta borghesia contemporanea con temi e motivi letterari di antico sapore, è nascosta una questione ben più grande, universale si potrebbe dire, che gira elegantemente sul significato più giusto, vero o metaforico, simbolico o realistico, del mito fondante la razza e la storia degli uomini, tutto il loro essere ed essere stati: Adamo ed Eva.
    E se proprio loro potessero raccontare la loro versione dei fatti?  Quella loro vita così discussa, così misteriosa, “un soffio di vita, un sogno durato un attimo” ma che invece è tutta la nostra esistenza dall’inizio dei tempi fino al momento in cui questo nostro mondo finirà. Infondo Adamo ed Eva sono stati i “colpevoli” della nostra mortalità, caducità, fallibilità, ma hanno anche dato vita “a quell’impasto di passioni, dubbi, gelosie, trasgressioni, senza cui l’Amore non sarebbe  che una goccia d’acqua rispetto allo tsunami che invece è”. Il primo uomo e la sua intrigante compagna hanno, infatti, “inventato” il dubbio, la trasgressione e tutte le conseguenze che da essi scaturiscono, ma hanno anche dato forma e respiro al più straordinario dei sentimenti, quello che lega oltre la ragione e il senno, quello che faceva tenere ancora per mano Paolo e Francesca sotto i colpi della tremenda tempesta infernale. Così facendo, essi hanno generato questa umanità, bizzarra, capace di grandiose gesta e di atti ignobili, “un’umanità che porta dentro di sé le aspirazioni più elevate del Disegno Divino ma anche gli istinti più diabolici degli angeli ribelli”.
    Attraverso questo testo, i suoi autori, la sua originalità, Adamo ed Eva si rivolgono ora a tutti noi, con l’intento di “rivelare alcune righe di quella prima pagina, rammaricandosi di non avere alcuna idea di quelle scritte nell’ultima”… Bisogna solo chiedersi se ciascuno sia pronto a leggere dentro questi segreti e forse dentro di sé.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Provocatorio, originale, felicemente “fastidioso” nel pungolare interrogativi comuni ad ogni uomo ma che spesso vengono opportunisticamente celati per non sconvolgere il nostro “senso comune”. Sotto le mentite spoglie di un romanzo ironico, divertente, costruito intorno ad intriganti personaggi boccacceschi che fondono uomini e donne dell’alta borghesia contemporanea con temi e motivi letterari di antico sapore, è nascosta una questione ben più grande, universale si potrebbe dire, che gira elegantemente sul significato più giusto, vero o metaforico, simbolico o realistico, del mito fondante la razza e la storia degli uomini, tutto il loro essere ed essere stati: Adamo ed Eva.
    E se proprio loro potessero raccontare la loro versione dei fatti?  Quella loro vita così discussa, così misteriosa, “un soffio di vita, un sogno durato un attimo” ma che invece è tutta la nostra esistenza dall’inizio dei tempi fino al momento in cui questo nostro mondo finirà. Infondo Adamo ed Eva sono stati i “colpevoli” della nostra mortalità, caducità, fallibilità, ma hanno anche dato vita “a quell’impasto di passioni, dubbi, gelosie, trasgressioni, senza cui l’Amore non sarebbe  che una goccia d’acqua rispetto allo tsunami che invece è”. Il primo uomo e la sua intrigante compagna hanno, infatti, “inventato” il dubbio, la trasgressione e tutte le conseguenze che da essi scaturiscono, ma hanno anche dato forma e respiro al più straordinario dei sentimenti, quello che lega oltre la ragione e il senno, quello che faceva tenere ancora per mano Paolo e Francesca sotto i colpi della tremenda tempesta infernale. Così facendo, essi hanno generato questa umanità, bizzarra, capace di grandiose gesta e di atti ignobili, “un’umanità che porta dentro di sé le aspirazioni più elevate del Disegno Divino ma anche gli istinti più diabolici degli angeli ribelli”.
    Attraverso questo testo, i suoi autori, la sua originalità, Adamo ed Eva si rivolgono ora a tutti noi, con l’intento di “rivelare alcune righe di quella prima pagina, rammaricandosi di non avere alcuna idea di quelle scritte nell’ultima”… Bisogna solo chiedersi se ciascuno sia pronto a leggere dentro questi segreti e forse dentro di sé.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Per chi è appassionato di vino, dopo aver letto questo libro, ti vien voglia di metterlo in valigia e intraprendere lo stesso viaggio di Slawka G. Scarso: girare la nostra bella Italia, da nord a sud, dal Müller Thurgau del Trentino, al Nero d'Avola della Sicilia. "Il vino in Italia" è un'operazione editoriale perfetta, perché dentro c'è di tutto: c'è l'esperienza di un'affermata giornalista di vino, c'è la storia di tanti viticoltori che svolgono con passione un mestiere fatto di duro lavoro ma anche di tanta poesia. Ci sono consigli utili su dove andare a pranzare, di locande e trattorie dove puoi assaggiare la genuinità e la bontà dell'inestimabile patrimonio italiano: la cucina. C'è una moltitudine di vini per tutti i gusti e per tutte le tasche.
    E' un viaggio dai mille odori, dalle mille emozioni, dalle mille storie. Ci sono regioni storiche del vino, come il Piemonte o la Puglia, ma ci sono anche tante gradevolissime sorprese, di posti dove, pur di far vino, si trovano compromessi con la natura. Tra i tratti più affascinanti di questa guida romanzata, c'è l'incontro diretto con i produttori. Slawka si fa raccontare come si gestisce un'azienda vinicola, se si tratta di una tradizione di famiglia o di un'illuminazione, di una scelta di vita. Quali sono i sogni o le difficoltà di un mercato, dove spesso, il marketing su scala internazionale scalcia via la qualità di tanti piccoli produttori.
    Ma ciò che l'autrice sottolinea è l'orgoglio che mettono questi viticoltori nel portare avanti le loro sfide, e tanti piccoli sogni. Il successo è determinato dal duro lavoro, dall'esperienza e dall'innovazione introdotta dalle nuove generazioni. Agganciato ai cardini della tradizione e del progresso, il livello qualitativo del vino italiano conserverà sempre una posizione di primo piano sul panorama enologico mondiale.
    "Il vino in Italia" sono ben 368 pagine che racchiudono un invito a viaggiare per vino, "perché chi viaggia per vino, sa bene che il vino è solo parte di un territorio fatto anche di cibo, natura e arte".

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Si tratta di un libro di racconti pubblicato nel 1934, quando ormai l'autrice, che proveniva da una antica e facoltosa famiglia di New York, si era già fatta conoscere al grande pubblico.
    Straordinario il racconto d'apertura, Febbre romana, in cui due donne ormai mature accompagnano in vacanza a Roma le rispettive figlie. Mentre il pomeriggio trascolora nella sera, i sentimenti di rabbia, invidia, rancore vengono a poco a poco a galla, tornano i ricordi e si svelano segreti che con un capovolgimento finale, come uno scorpione, pungeranno laddove ci si sentiva praticamente invulnerabili.
    Perfido il secondo racconto, con la descrizione di queste signore dell'alta borghesia che si riuniscono in un loro piccolo circolo culturale, credendosi altamente intellettuali e al di sopra dei comuni mortali.
    Si racconta poi della facilità con cui una signora riesce a sopravvivere e navigare nell'incerto mare della munificenza consentitale da vari matrimoni, senza mai completamente abbandonare i vari mariti, mentre l'ultimo racconto, dolente e accorato, ci presenta una signora ripudiata dal mondo chiuso del suo gruppo sociale a causa del suo divorziio dal marito e del suo successivo matrimonio, che vede la figlia ripercorrere i suoi stessi passi. Disperata all'idea che la figlia debba anche lei essere rifiutata dal suo mondo ed essere destinata al suo stesso doloroso calvario, si troverà davanti ai cambiamenti di questo stesso ambiente, che accetta nei giovani quanto non perdona nei più vecchi.
    I protagonisti dei romanzi e dei racconti di Edith Wharton, una vera esponente di quella società aristocratica e dei ceti privilegiati nordamericani da lei tanto fustigati, vivono in genere sempre combattuti, vittime delle convenzioni, desiderosi di esperienze intellettuali ed emotive, specialmente le sue donne, che tuttavia verranno o emarginate dal gruppo, oppure chiuse e bloccate in questo sistema che le distruggerà.
    Si tratta del tema costante dei suoi romanzi, nei quali l'autrice affianca ad un linguaggio sempre educato,  una corrosiva ironia nell'osservazione delle leggi e dei costumi che regolano una società perbenista e ipocrita.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Quando si vuole citare un romanzo ponderoso e complesso, tutti fanno riferimento a “Guerra e pace”, anche coloro che non lo hanno mai letto, dimostrando come l’opera di Tolsoj sia entrata, a buon diritto, nell’immaginario collettivo.
    Il libro racconta la storia di alcune famiglie dell’aristocrazia russa durante la campagna napoleonica in Russia e i complicati intrecci che le fanno interagire, mentre, più procedono gli eventi, e più Tolstoj nega ai protagonisti ogni facoltà di scelta: le gioie e le sventure di ognuno sono rigidamente determinate da una sorta di fato o necessità imprescindibile.
    Denso di riferimenti filosofici, scientifici e storici, il racconto coniuga la forza della storicità, la precisione drammaturgica (indimenticabile è il “ritratto” di Napoleone) e la descrizione puntuale degli eventi, da quelli colossali come la battaglia di Borodino a quelli più intimi dei singoli personaggi. Notevole è, infatti, la descrizione del tentativo di Napoleone di conquistare la capitale Mosca con la conseguente disfatta e la precipitosa ritirata dei francesi davanti all’impetuosa carica dei cosacchi.
    "Guerra e pace", quindi, è considerato da molti critici un romanzo storico tra i più importanti di tutte le letterature, in quanto offre un ampio affresco della nobiltà russa nel periodo napoleonico mescolando personaggi realmente esistiti a personaggi di fantasia; fra loro, s'imprimono soprattutto nella memoria le figure di Natalija Rostova ("Nataša") e Pierre Bezuchov il quale, ricevuta un'eredità inattesa, è improvvisamente costretto ad assumersi le responsabilità di un nobile e tenta, invano, di coniugarle con la propria idea di giustizia sociale.
    In conclusione, ancora oggi, a distanza di molti decenni, il libro conserva intatte la verità e la forza che ci fanno amare tutti i suoi personaggi, nei quali troviamo tanta parte di noi stessi e delle nostre più profonde aspirazioni.

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    recensione di Antonio Colosimo

  • Rocco e Riccardo sono due fratelli, ma sono anche molto di più. Sono due esistenze nelle quali Paolo Fiore si getta a peso morto, per scindere, attraverso una prosa fluida e poetica, i caratteri psicologici di un romanzo che sembra essersi scritto da sé. E' una storia che ti entra dentro e che non ti abbandona, trascinato via dalla profondità dei personaggi e dalla loro leggera complessità, più che dalla trama.
    Riccardo ha una grande passione per la letteratura, mentre Rocco vive in un universo tutto suo. Seduto da mattina a sera su una sedia, dondolandosi senza tregua avanti e indietro e fissando attento lo scorrere del tempo su un grande orologio.
    L'esistenza di Riccardo e Rocco, è sconvolta da fatti e persone: dalla misteriosa morte della madre e da un padre lontano da loro, per carattere e attitudini.
    I due fratelli possono essere anche un'unica persona, perché entrambi scappano da qualcosa, entrambi non si fermano. E' forse questo l'aspetto che più vuole evidenziare Paolo Fiore: una fuga dalla realtà, un rifugio che non sentono mai troppo vicino. L'unica soluzione per riprendere a guardarsi dentro senza lente, è fissare in faccia la realtà delle cose: sguazzare anche nella follia, ma renderla viva e presente, perché è in quella follia che è nascosto tutto.
    "Quando riuscirai a fermarti?" è una domanda che messamente Riccardo rivolge a Rocco, ma forse è soprattutto una domanda che rivolge a se stesso, riuscendo, nel finale, attraverso una racconto surreale, a buttar fuori i suoi fantasmi. La grandezza di questo romanzo è affiancare la letteratura alla psicanalisi, rafforzando una convinzione che vede i due emisferi quasi sovrapporsi, perché la vera letteratura nasce dal caos dell'uomo moderno.
    Riccardo riesce a salvare se stesso grazie alla sua passione per i libri, per le tante storie di inchiostro che non lo hanno mai abbandonato. Rocco, invece, ha deciso da subito di non affrontare questo mondo pieno di imprevisti o forse lo affronta a modo suo.
    "Quando riuscirai a fermarti?" non è solo un romanzo, ma una storia pregna di spunti da decriptare e su cui poter discutere a lungo. Merito a Paolo Fiore, un uomo che fa il medico e che di materia plastica per i suoi romanzi, ne ha davanti a sé tutti i giorni.

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    recensione di Paolo Coiro

  • Sentimentale, passionale, filosofico, sociale, politico, istruttivo, visivo, etico, emozionale, evocativo, concreto, esistenziale, intimo… un libro di pensieri ti permette di spaziare, di cambiare punto di vista, anche di contraddirti se necessario. Un libro di pensieri brevi, di aforismi, ti accompagna con leggerezza, ti lascia, poi ritorna. Puoi leggerlo tutto d'un fiato, puoi aprirlo a caso e trovare un'illuminazione, puoi rileggerlo e sorprenderti per una nuova scoperta o cercare, trovare un'immagine dietro una singola parola, forme che non avevi notato, pensieri che avevi scacciato. Puoi anche non essere d'accordo con questo o quell'aforisma, qualcuno potrebbe non piacerti, ma essere critici non farà altro che aprirti al confronto, con te stesso e con l'autore.
    "In sintesi" di Amanda Nebiolo assolve a questo compito con sincerità e naturalezza. Riesce a colorarti la giornata, a lasciarti un consiglio o a farti riflettere. Interagisce con te, con il tuo umore in quel momento, con i pensieri che ti passano per la testa, con le piccole azioni quotidiane. Dilata il tempo, quell'attimo di pausa in cui i pensieri cominciano a correre e non si fermano più e poi si uniscono l'uno all'altro diventando una lunga catena. È interattivo, come oggi è necessario, interattivo e breve! Forse perché “Le troppe parole/possono infrangere qualunque incanto”, sicuramente perché la sensibilità di Amanda Nebiolo è al passo coi tempi, in un momento storico in cui quasi tutti hanno gli strumenti culturali per “interagire” e quasi nessuno ha tempo di farlo. È un invito alla lettura come momento intimo, personale, che ti permette di trovare la chiave dentro di te per aprirti al mondo.
    Scrivere vuol dire esprimersi. Scrivere con sincerità e passione vuol dire esprimersi talmente a fondo da restare nudi, nei propri pensieri, davanti al lettore. Ogni aforisma di Amanda è un regalo, sta al lettore farne l'uso migliore.

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    recensione di Tommaso Valente

  • Ci sono diversi modi per raccontare la propria città: se ne possono descrivere in maniera sistematica i monumenti, gli scorci, le tradizioni, i fatti notevoli, oppure si può scegliere di affidarsi ai propri ricordi, per far rivivere luoghi, odori, persone che continuano a rappresentarne l’essenza dentro di noi. In questa raccolta Gordiano Lupi svela ai lettori l’anima della “sua” Piombino, esplicitando in un sol colpo, nella premessa, la chiave di lettura e lo stile a tratti tagliente con cui alterna racconti fantastici a veri e propri amarcord, come l’inno iniziale alle semplici bocche di leone, tipici dolcetti locali simili alle madeleines, meno nobili di queste ma amatissime dallo scrittore per la capacità evocativa di un tempo fatto di merende semplici e sapori di casa, o il ricordo del passaggio del giro d’Italia nella città, evento fugace e al tempo stesso intriso di aspettative. C’è il passato ma anche il presente in queste storie piombinesi, piccoli cammei che diventano spesso occasione per considerazioni di ampio respiro sulle sorti dei luoghi simbolo delle realtà locali. Tale è l’omaggio allo scomparso  Cinema Teatro Sempione, “… lo trovavi in corso Italia a Piombino, lato acciaierie, immerso nel sudore degli operai e nei quartieri popolari dove la gente faticava per arrivare a fine mese e per far crescere i figli”. Talvolta, sfogliando le pagine, ci si ritrova in ambientazioni oscure, torbide, da brivido lungo la schiena, indizio della predilezione di Lupi per il genere horror e i racconti del mistero, due delle tante passioni dello scrittore… Per fortuna, quasi come una sorta di contraltare, la seconda metà del libro riporta i lettori nel più rassicurante universo della tradizione culinaria piombinese, fatta di ingredienti semplici, spesso umili, alla base di ricette che l’autore chiosa con valutazioni personali, varianti e preziosi suggerimenti. Chiudendo il libro non si può far altro che cimentarsi in qualche manicaretto, facendo tanta, tanta attenzione nel maneggiare i coltelli…

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  • Secondo il mito orfico (tratto dalla leggenda di Orfeo che andò nel mondo dei morti per farsi ridare indietro la donna amata, Euridice e che l'avrebbe riavuta solo se non si fosse mai voltato a vederla durante il tragitto che conduceva dal mondo dei morti a quello dei vivi) si crede che l’anima sia di origine divina e che cada sulla terra imprigionata nel corpo a causa di una colpa originaria. Il suo fine ultimo è quello di ritornare alla patria celeste, suo luogo originario.
    PoesiAnima racconta la forma e la voce dell'anima. Nei versi dell'autore si ha l'impressione di vederla e di sentirla ogni giorno.
    L'anima ha la forma dell'albero davanti casa, del gatto della vicina, dei colli bolognesi, di una bambola Chancay, di un sasso, di una bambina, del mare.
    L'anima ha la forma di un quanto e dell'universo intero. La sua voce, quando inizia lunghi discorsi, parte dal canto degli uccelli e continua con il fruscio del vento per concludere con un assolo di musica rock.
    La forma e la voce dell'anima sono il mio e il tuo corpo, la mia e la tua voce, il mio e il tuo pensiero.
    Le poesie di Matteo Cotugno sono tutto ciò: un linguaggio sconosciuto e al tempo stesso familiare; una voce che sale da dentro, che inconsapevolmente affiora quando meno te lo aspetti e plasma la realtà al tuo sentire; un "do ut des" ebbro e sovraeccitato; una catarsi di fenomeni. Sono le nostre più intime sensazioni che diventano reinterpretabili, scomponibili e ricomponibili come in un puzzle, di cui conosciamo ogni sfumatura perché esse scavalcano i confini del non-detto.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Il romanzo racconta le disavventure di tre quarantenni, amici d’infanzia, divenuti però più cinici e distanti, di fronte ad una realtà sconvolgente come può essere soltanto la prospettiva dell’imminente fine del mondo, alla quale ognuno di loro reagisce a seconda della propria indole e cerca di dare una risposta.
    Edoardo è l’Io narrante, Michele uno scrittore, più preoccupato di aver perso la propria ispirazione che della prossima catastrofe e Giovanni un assessore che, da buon politico, è abituato a minimizzare e quasi ignorare la realtà della situazione, perso nei suoi futili impegni mondani.
    Il nostro Autore, perciò, con la sua narrazione ci obbliga a  volte a sorridere, altre a riflettere sulle miserie umane che appartengono a tutti noi, ma che cerchiamo di non lasciar trapelare, presi dal vortice dei mille impegni quotidiani e che solo di fronte ad un avvenimento straordinario emergono in tutta la loro drammaticità.
    Con la sua pungente ironia, già evidente dal titolo paradossale, infatti, Francesco Franceschini legge la nostra epoca in chiave grottesca, mettendone in evidenza tutte le contraddizioni e le paure; perciò la vera morale, forse, è comprendere che non bisogna farsi troppe domande, né pretendere risposte, ma soltanto vivere al meglio ogni giorno.

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    recensione di Antonio Colosimo

  • Sai cos'è Packingtown? E' il quartiere dei macelli di Chicago e dopo aver letto questo libro non potrai dimenticarlo mai più.
    All'inizio del '900 è qui che si ritrovano a elemosinare lavoro migliaia di emigranti. Partiti dalle terre d'origine con grandi speranze, si ritroveranno a essere minuscoli ingranaggi di una macchina enorme che influenza la vita di un'intera nazione: soldi, corruzione, vita politica, scambio di voti, violenze, abbrutimento, assenza di diritti, sfruttamento dei lavoratori, questi sono alcuni degli ingredienti del capitalismo delle origini. E Sinclair denuncia tutto in un romanzo che ha fatto epoca, e suscitato molti  dibattiti.
    Un romanzo che rappresenta una critica aspra della società di allora ma che non ha perso nel tempo la sua attualità, perché ci dimostra quanto è stato fatto e quanto ancora si può fare.
    La Giungla di Sinclair è un libro potente e impegnativo, che fa riflettere e che racconta senza fronzoli, anche con descrizioni crude, vicende che a Packingtown erano all'ordine del giorno (e chissà in quanti Paesi "emergenti" lo sono ancora!).
    Il confine tra il romanzo, il saggio e l'articolo giornalistico è sottile e spesso non si distingue perché miscelato con sapienza. Sinclair si conferma un narratore attento e puntuale, un intellettuale critico nei confronti del primitivo meccanismo industrializzazione-politica-soldi-diritti dei lavoratori che ha avuto il coraggio e la sensibilità necessari per mettere la propria penna a disposizione dei più deboli.
    Non è una lettura per tutti, anzi, è vivamente sconsigliata ai vegetariani e agli animalisti.

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    recensione di Luigi De Luca

  • "Pensieri/ che indugiano,/ assetati,/ tra le cose/ privati/ timorosi/ d’esistere/ vengono/ a gioire”: questa una sintesi della raccolta di poesie “Mezzogiorno dell’animo” di Enrico Pietrangeli, già apprezzato per le sue opere precedenti, ad esempio per la silloge “Di amore, di morte” con cui ha esordito nel 2000. I suoi versi sono, infatti, pensieri che si fermano sulle cose e sui sentimenti per raccoglierne il senso in un attimo di quiete che, in maniera effimera ma ugualmente esaustiva, rende possibile la riflessione e la comprensione del senso; per poi infine aprirsi alla coscienza e giungere alla sintesi del pensiero che ne elabora il significato. Una sorta di percorso dialettico dello spirito, un procedimento quasi “hegeliano” nella gradualità lineare dei suoi passaggi che attraverso il confronto dell’anima con i suoi moti giunge alla consapevolezza del dolore. Tutto questo si svolge alla luce degli occhi dell’anima: non è un processo nascosto, criptico o incosciente, ma semplice e diretto, come se avvenisse sotto la luce tersa e forte del chiaro cielo di mezzogiorno. E che trova alla fine del viaggio, dovunque, il dolore, che è fine e risultato “dell’affannoso vivere”, è “una malandata/ pentola lasciata sul fuoco,/ distrattamente, mentre ero/ fuori, a rifornirmi di sigarette”: “il dolore non è premessa/ alla rinuncia, ma oltrepassare/ la porta, quella del cuore”; esso è cioè anche il risultato del verso e della riflessione che in esso si svolge. In questo universo di significati si mescolano passioni e valori forti come l’amore e la Patria, il senso di morte e il sentimento religioso, quest’ultimo in particolare aggiungendo alla già forte e avvolgente riflessione con cui il poeta travolge l’animo del lettore un tono ancora più intimo, un interrogativo ancora più complesso. Questi alcuni versi dedicati a Cristo: “Nell’anima commisurabile/ d’innocente, travolgente corsa/ ove tutto, al fine, è donato/. Pende dalla croce,/ vergato e proscritto,/ della vita prosciolto/ e dal Padre raccolto”.
    Ma come questi tutti i versi della silloge costituiscono un tassello del “continuum narrativo” che è questa esplorazione dell’anima, un volo sospeso tra attese e indugi, sonni e risvegli, statici equilibri e lunghi viaggi verso la meta, verso Itaca, che “non è utopia del sogno/  bensì origine per un ritorno”.

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    recensione di Sabina Mitrano

  • Quando si inizia a leggere “ E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco”, romanzo della scrittrice Eva Clesis edito da Newton Compton, si ha l’impressione che le parole che si stanno leggendo abbiano una forza particolare e intensa in grado di catapultarti in una dimensione diversa, altra rispetto alla realtà quotidiana seppur fortemente ancorata al mondo che sei abituato a vedere. Si ha la sensazione, dapprima timidamente accennata e poi progressivamente sconvolgente, di vivere la vita dei due personaggi principali della storia attraverso un’immedesimazione così forte che finisci per confondere la tua vita con quella di Manuel e Valeria, di vivere attraverso le loro sofferenze e i loro dubbi, di percepire le loro inquietudini. Come equilibristi sospesi su un filo sottile che se ne sta appeso troppo in alto per non incutere paura, i due adolescenti sembrano pendolare nel buio delle loro esistenze imperfette alla ricerca di quella normalità che nell’età adolescenziale, è il più grande problema e al contempo il principale desiderio. Manuel, ragazzo stravagante ed eccentrico che più o meno consapevolmente si trova a dover fare i conti con quella dimensione misteriosa e problematica che è l’orientamento sessuale e Valeria, anima fragile imprigionata in un corpo obeso e tutt’altro che attraente: sono i due eroi del romanzo della Clesis. Eroi perché in un mondo come quello che ci circonda, dove l’uomo fa di tutto per riempire la propria vita di falsi miti e di falsi valori, l’essere semplicemente se stessi e la ricerca del proprio percorso di crescita in modo schietto e spontaneo rappresentano valori intrisi di eroismo, un eroismo tragico come quello delle migliori tragedie greche dove i personaggi sono perennemente di fronte ad un bivio fatto di percorsi che apparentemente conducono entrambi al fallimento. Ma la capacità della Clesis sta proprio nel riuscire ad esprimere questo profondo senso di tragicità e questo velato ma determinante male di vivere attraverso la lente dell’ironia, del sarcasmo. L’autrice riesce a piegare i suoi personaggi all’intento lodevole di incarnare i problemi e i dolori di un’intera umanità così che ogni lettore, leggendo questa storia, potrà rivendere un pezzo del proprio esistere e trovare conforto nel senso di coralità e solidarietà che ne rappresenta lo sfondo. Il lettore viene chiamato costantemente e attivamente in causa con la propria coscienza e le propria capacità di riflessione in modo tale da divenire quasi un vero e proprio personaggio del romanzo. Con una prosa fluida e incisiva, l’autrice dipinge nel più realistico dei modi un mondo scolastico fatto di ragazzi a volte fragili, a volte violenti, spesso incompresi, sempre bisognosi d’ascolto e di insegnanti che si trovano alle prese con una società dove l‘istruzione sembra essere rilegata agli ultimi posti e dove ci si è dimenticati che il compito dell’insegnate stesso è quello di educare (dal latino e - duco: condurre fuori) e cioè quello di valorizzare la ricchezza interiore del ragazzo. Di questo è ben consapevole Eva Clesis che con un’espressione profonda e lirica scrive nel suo romanzo: “Il mondo fuori aveva occhi così grandi che vedevano più in la di lui e lingue che su di lui la dicevano lunga. Il mondo fuori era una faccia liscia e senza rughe che non sapeva commuoversi” (pag 129). L’invito che l’autrice rivolge al lettore e che è in realtà estendibile all’essere umano nel suo complesso, all’intera umanità, è quindi quello di emozionarsi.

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    recensione di Claudio Volpe

  • “A volte un bacio”, romanzo d’esordio di Walter Lazzarin è uno di quei romanzi che ti proiettano in una dimensione onirica, complessa, ambigua, misteriosa, una dimensione fatta di personaggi simili a uomini reali ma dotati di quella carica di follia in più che ne fa soggetti destinati a restare impressi nella memoria. Lazzarin riesce perfettamente, mediante un sapiente utilizzo dei personaggi e un’attenta costruzione della storia, nel tentativo di dipingere gli atteggiamenti umani più particolari ed eccentrici, accentuandoli, deformandoli e rendendoli così universali e sempre attuali, come quelli rappresentati nelle migliori commedie, dove l’assurdo e il volutamente esasperato si fanno incisività e tecnica di comprensione dell’essere umano nelle sue più varie declinazioni. La storia è ambientata in un luogo di fantasia, Guado, capoluogo di un’isola singolare, popolata da individui spesso incomprensibili e retta da leggi inverosimili ma non troppo. Il romanzo è strutturato sottoforma di racconto epistolare. Troviamo infatti un Lui scappato di casa e approdato oltre oceano, che scrive a una Lei tanto amata. Una Lei che si chiama Giulia e che, per tutto il corso della storia, brilla intensamente come una stella sempre troppo lontana. In un’escalation di colpi di scena e di vicende che si intrecciano e che culmineranno in un finale inaspettato, l’autore dissemina fruttuosamente nel testo diversi spunti di riflessione che fanno dell’opera un testo intenso e profondo. “I personaggi dei libri sono molto più interessanti: nella vita hanno uno scopo, che inseguono insegnando a me chi sono io. Alcuni di loro sembrano capaci di leggermi dentro e ci dialogo in modo costruttivo” (pag 34): così l’autore esprime quel forte sentire che tutti gli scrittori esistiti ed esistenti hanno provato almeno una volta senza, forse, essere in grado di comunicarlo, quella sensazione magnifica per la quale si comprende di scrivere affidandosi ad un viaggio verso l’ignoto, dove sono parola, scrittura e personaggi a guidare l’autore e non viceversa. “ E continuai la passeggiata pensando a quante impalcature si costruisce la gente per arrivare al divino, ma il divino è già in noi: è Dio chi sta scrivendo una cosa che gli sembra geniale, è Dio lo scienziato che ha avuto un’intuizione, è Dio l’atleta che festeggia correndo per il campo ed è Dio chi si sente l’entusiasmo addosso, chi ha voglia di espandersi e conoscere, come chi sta viaggiando senza alcuno scopo tranne il viaggiare” (pag 86): quale migliore manifesto dell’immensa bellezza dell’essere umano se non proprio queste righe dove l’uomo viene innalzato a livello di Dio e dove Dio stesso parla attraverso la complessa meraviglia di quegli uomini che hanno come unico obiettivo del proprio esistere, un continuo peregrinare alla ricerca di un senso inafferrabile? “A volte un bacio”, insomma, è un romanzo che coniuga magistralmente una storia ritmata e interessante con una profondità di pensiero resa assolutamente fruibile da un linguaggio semplice e diretto. Lo stile di Lazzarin, almeno quello utilizzato in questa sua opera, è esilarante, a tratti ironico e corrosivo, che cattura l’attenzione. Un romanzo, come si può ben intuire, che parla di noi e della nostra umanità. Un romanzo che indaga nelle pieghe dell’essere.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Flavia De Luce ha undici anni, è la più giovane di tre sorelle, figlie del Colonnello De Luce e della moglie deceduta Harriet. Quello che la rende così diversa dagli altri adolescenti è la sua abilità geniale di chimico e la sua intuitiva mente di detective. Quando scopre un uomo morente nel suo giardino, suo padre viene accusato di omicidio e lei decide di agire per conto suo. In maniera sottile e astuta ci svelerà la storia di tre ragazzi adolescenti, uno di essi suo padre, in una scuola privata. Illusionisti e filatelisti grazie a uno dei professori più amati, saranno anche la causa della sua morte, o così sembrerebbe. Ma cosa avranno in comune due morti così diverse? Due francobolli preziosi, un uccello morto e un cadavere. Questi gli elementi che Flavia ha nelle sue mani e lentamente rimetterà insieme il puzzle scoprendo un vecchio mistero e due omicidi.

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    recensione di Katia Guido