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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
    • Petali
    • 16 aprile 2012 alle ore 12:07

    “In primavera, i fiori lasciano che i loro petali scendano in ordine sparso, abbandonandosi ai capricci della brezza... Similmente, la riflessione della mente sviluppa gli aforismi (i suoi “petali”) in ordine sparso (ma non disordinatamente), senza una meta precisa che non sia una migliore comprensione della realtà umana…”. Questo lo spirito e l’aspirazione della creatività di Mario Vassalle, che trova nella forma espressiva dell’aforisma – bilingue come l’autore - un vero e proprio strumento filosofico di indagine, espressione e comprensione della realtà umana, dell’animo dell’uomo e del suo rapporto con il mondo che lo circonda. Nelle sue mani, anzi nelle sue parole, l’aforisma diventa quasi unico interprete del pensiero più vero, più profondo, spesso anche oggetto della riflessione stessa: “l’aforisma apre nuove visioni alla dialettica della curiosità dell’intelletto”. Accanto alla cultura dell’aforisma, questa raccolta di petali rivela anche una grande e straordinaria fiducia nell’intelletto stesso, nell’umana capacità di ragionare, capire, interrogarsi.  E il fine di questo processo di comprensione è sempre  la verità, concepita come alta e assoluta ma anche come assolutamente individuale, che per ciascuno può essere composta di tratti diversi, in corrispondenza delle altrettanto varie caratteristiche che compongono il genere umano.  “Che strane creature! Siamo personaggi di un dramma (dramatis personae) il cui copione non abbiamo né scritto né letto”, scrive Vassalle; e questa imprevedibilità diventa anche fonte di errori e di ironia: “L’avventura di vivere è talvolta assai più di quello che siamo pronti ad affrontare. Ma non è questo un ingrediente indispensabile al dramma?”. Questo teatro della vita è ricco di grandi ideali come la libertà, definita insopprimibile come la bellezza, ma anche di grandi difetti, come l’arroganza, l’incapacità di imparare dagli errori, la vanità. E ancora, nella girandola dei petali di questo ricco giardino, l’autore dedica spunti di riflessione anche alla concezione di Dio, alla politica, a sensazioni che scaturiscono da momenti di vita, come una tempesta di neve o le passioni umane, che scuotono il nostro spirito “come una tempesta scuote selvaggiamente le fronde delle palme piegate nelle folate di vento”.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Un anno era passato da quando quattro amici avevano vissuto una stravagante avventura sulle Alpi Apuane. Stella, appassionata di scrittura, aveva addirittura pubblicato il suo libro e, adesso che stava per arrivare il Natale, lei e sua sorella Glenda avevano avuto una meravigliosa opportunità: il signor Antonio, padre di Frank e Rebecca, aveva regalato loro i biglietti aerei e le aveva invitate a passare le festività natalizie a Boston, nei favolosi States!
    Per i nostri eroi, inevitabilmente, anche questo viaggio si trasforma in una nuova avventura ricca di colpi di scena e accadimenti del tutto straordinari, a cominciare da un misterioso libro blu, che coinvolgeranno il lettore, aiutati in questo dallo stile narrativo lineare e fluido della nostra Autrice che ci prende per mano e ci porta a condividere con i quattro giovani protagonisti, e gli altri personaggi che via via si aggiungeranno, le varie vicissitudini che renderanno indimenticabile questo Natale americano.
    Tra realtà, fantasia e fantascienza, la vicenda si dipana con leggerezza e ci coinvolge, quasi obbligandoci a continuare la lettura fino all’ultima riga.
    Non raccontiamo, ovviamente, i dettagli lasciando al lettore il gusto di scoprire l’intreccio pagina dopo pagina; basti sapere che il racconto è adatto a tutti e che, alla fine, rimane il desiderio che i nostri quattro giovani amici ci portino con loro nelle prossime avventure.

    [... continua]
    recensione di Antonio Colosimo

  • Paolo Fiore parte "Prima delle parole", il titolo della poesia d'apertura di questa silloge poetica. Sempre più cosciente, che prima di arrivare al verbo c'è un cammino fatto di stagioni del cuore, di vita... di occhi.
    La parola è solo l'atto finale di una melodia costruita nel tempo. E' una poesia fatta di ricordi che abitano in un presente profondo, mosaico di "occhi che si riconoscono", di immagini e luoghi ripensati e rivissuti.
    E' una sensibile coscienza poetica che permette ad anime feconde di assaporare l'emozione sottoforma di luoghi abitati e non, di occhi in cui ci siamo riflessi, ma anche solamente sfiorati nel lampo di una notte.

    In questa silloge c'è anche tanto amore, sempre rivisitato "guardando attraverso". Perché il sogno di un amore vero è quello di poter guardare il mondo con gli occhi dell'altro. Il culmine massimo è poter donare i propri occhi all'altro, mentre si gode del passaggio del treno della felicità. "Affido i miei occhi ai tuoi occhi e/ spero che vedano/ quello che vorrei."
    Tra le righe si scorge anche un'ironica malinconia d'amore. Dove il poeta non si lascia andare a semplici amarezze, ma è più un "poteva essere, ma non è stato" che non lascia ombre a un rimpianto troppo marcato. Emerge la leggerezza come filtro magico per scremare la propria vita, perché Paolo Fiore, rimane comunque affascinato da "questo sfiziosissimo gioco" che è l'esistenza.

    E' una poesia di gioia, di arancio, di inverni che passano, di ricordi che vivono dentro di noi... per sempre.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Chi sono questi ultimi di cui si parla nel romanzo? Sono i bambini di nessuno, quelli che vengono prelevati con violenza nei paesi dell'Europa dell'Est e portati nelle nostre ricche città, costringendo i maschi ad una vita di prostituzione, segregando le femmine al buio in appartamenti guardati a vista per incontri sessuali forzati.
    E proprio di queste vite rubate Panebarco ci vuole raccontare,  presentandoci il caso emblematico di due fratelli, Adrian e Mrna, portati via alla loro famiglia con azione violenta e condotti a Torino: ed in una Torino allucinata e sporca ci trascina il protagonista, Sirio Merisi, giornalista d'inchiesta, in compagnia del fotografo Manlio Davico, alla ricerca della verità che si cela dietro questi ragazzini costretti a prostituirsi, ciascuno con alle spalle una storia di sfruttamento e di disperazione.
    Si tratta di un traffico sordido, in cui sono coinvolti servizi deviati e poliziotti corrotti, che non si tirano indietro davanti a niente, convinti che la vita sia scandita solamente dal frusciare dei soldi: perchè con i soldi si compra tutto, anche le persone; anche le anime.
    Il racconto si svolge veloce, i capitoli di pura inchiesta sono intervallati da quelli più squisitamente legati al privato del protagonista, che intreccia con la vicina di casa, sua dirimpettaia, un gioco erotico intrigante ed emozionante.
    Mentre le ricerche continuano, a mano a mano che si intravede una esile trama in questo tentativo di fare luce su questo massiccio sfruttamento di adolescenti e bambini, facciamo conoscenza con personaggi subdoli, alcuni sinceramente perfidi, tutti, comunque, conniventi.
    Non c'è pietà, in questo romanzo: sicuramente non c'è pietà per gli organizzatori della tratta, che rimangono comunque e sempre protetti, sempre nell'ombra del sommo potere che tutto pare manovrare.
    Ma non c'è pietà neppure per chi si adopera affinché questo scandalo esca allo scoperto, sia portato a conoscenza della gente comune, possa finalmente finire: Sirio Merisi pagherà con la vita la sua coraggiosa battaglia.
    L'unico spiraglio di ottimismo lo troviamo nelle ultime pagine, quando vediamo la compagna di Sirio che gioca con il suo bambino e con Mrna: due innocenti da proteggere per dare loro la possibilità di vivere un futuro migliore.
    Agile e veloce, il romanzo si legge d'un fiato: l'argomento scabroso è trattato con delicatezza ed infinita tenerezza e grande rispetto nei riguardi di un'infanzia violata da un potere che travalica ogni sentimento.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Ardito collage di ricordi personali intensificati da libere associazioni a frammenti illustri, “Nella foresta della memoria” di Matteo Cammisa è un piccolo e scuro diario intimo reso pubblico dal suo autocritico scrittore. Più di 40 componimenti poetici, a volte d’ungarettiana brevità (“Fine”, “Lacrima”, “Impression”), ma anche in forma di prosa spontaneamente fluita sul foglio (“Ricordo d’amore”) o di ballata neoavanguardistica (“Senza titolo”, quasi un salmo dissacratorio recante in sé la formula ripetuta «mangiate caccolette subdole e insensate»), gli scritti di Cammisa costituiscono le tappe di un doloroso percorso nella persistenza del proprio dolore - della memoria, appunto, parafrasando il celebre quadro di Salvador Dalì. Le stazioni di questa “via crucis” al sapore di vino, fra aloni di luci notturne e antichi odori, sono tre: L’Abbandono, sincera e disarmante presa di coscienza dell’umano soffrire; L’Eros, arduo confronto con l’indescrivibilità della passione; Alexandra Ginsberg, sequenza di impressioni sulla Femminilità attraverso il gioco di specchi fra diverse identità di donna. Cammisa scrive e riscrive, intorno, sopra, usando il suo libro come un muro di periferia: per farvi sedimentare la vita come, forse, l’ha sentita posarsi su di sé, nell’eterna e lacerante ricerca del poeta che fa suo il postulato: «chi già possiede vuole avere». La poesia stessa è eternità, ricorda l’autore citando Rimbaud in postfazione: perpetua, incancellabile, come i segni lasciati sull’intonaco consunto, mai stanco di ospitarne pur lasciando spazio a quelli vecchi. E allora Cammisa, neo-compositore maledetto, graffitaro dell’inconscio, si lascia esplorare con qualcosa di simile alla distrazione: senza pensarci, solo sentendo, agendo la parola poetica, incurante della curiosità, dell’odio o dell’amore che potrebbe scatenare.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

    • Sophia
    • 04 aprile 2012 alle ore 8:08

    Sicuramente - splendidamente e musicalmente - una poesia d'amore: tutte le 36 liriche sono ispirate e dedicate alla donna amata.
    Un piccolo romanzo fatto di poesie in rime per descrivere con tocchi delicati il primo momento del riconoscimento dell'insorgere d'amore, che l'autore definisce "Dolce Primavera la tua conoscenza....", e proseguire  con una corte serrata e attenta che si dipana in una sensazione di tensione quando dice: "un cruccio m'affatica/ da molti giorni ormai..." e poi lo svelarsi della bellezza squisitamente fisica della donna che lo porta a esprimere in parole esultanti il progredire della conoscenza reciproca.
    Si succedono  poesie in cui viene proclamato l'entusiasmo dell'uomo che ha finalmente raggiunto la meta tanto agognata, ha ottenuto che il suo amore sia ricambiato da quella donna che ha tanto desiderato; eppure, così infine raggiunta, ancora trova in lei motivi di incanto, quando ripete "sei tenera e incerta/ perciò ti fai amare così tanto".
    Descrive il poeta la sua donna in svariati momenti, pennellate delicate mentre il gioco dei due innamorati si fa altalenante: "diletto ti prendi al negarti/ quand'io seriamente ti ammiro....", impeto di passione e costante attenzione alla sua seducente bellezza.
    Pare quasi di salire con allegra baldanza su uno stretto sentiero di montagna, in una mattina di  sole di prossima estate, e guardandosi intorno cogliere l'infinita bellezza della natura, mentre ci prospettiamo la vetta ed il paesaggio che potremo finalmente di là ammirare: eppure la salita si interrompe bruscamente, c'è stato un passo falso, in questo amore ascendente, un blocco improvviso, una caduta.
    E per questa caduta si levano i dolenti accenti del poeta, che non si dà pace: "Non posso, non posso perdonare a me stesso/ che al tuo tenero sorriso/ pudico sul niveo viso/ io debba amaramente rinunciare/ perché altro che errori non seppi fare...", e proclama testardamente "Giammai in vita mia/ deporrò la volontà/ d'averla tutta....".
    Racconta il tentativo di riconciliazione, la sua incapacità di uomo "che non sai mai dimostrare a chi ami/ quanto potresti donare dei tuoi tesori"; e poi il ritorno, il riconoscimento, l'impegno: "guardo il presente/ dove in ogni attimo ci sei continuamente tu".
    Eppure deve amaramente concludere che "E' buffa la storia di me e te, che per anni/ siamo insiem stati, d'una decade/ come folli innamorati, per lite/ indiretta separati/ conclusa con stizza/ l'acerba lizza/ che non dovrebbe scinder gl'innamorati...".
    Che dire di questa storia d'amore che vediamo trascorrere sotto i nostri occhi? La seguiamo con interesse, partecipiamo delle sue scoperte, restiamo muti davanti ai riti d'amore e poi silenziosi ci accostiamo in rispetto al dolore della sua fine.
    Tuttavia, non possiamo ignorare che il poeta ha volato alto, molto alto, quando ha proclamato alla sua amata "Da te esigo un amor imperituro...": a cadere da tali altezze, ci si fa molto male.
    Gradevole e veloce da leggere, l'autore ci fa il regalo delle sue emozioni e dei suoi sentimenti, e noi a lui in cambio regaliamo i minuti che occorrono alla lettura del suo libro e portiamo in cuore le chiare sillabe delle sue rime eleganti.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Già in fasce Jean-Baptiste Grenouille è un tipo strano. La sua voglia di sopravvivere è più forte di ogni altra cosa, ma ciò che lo rende veramente particolare é che non ha odore. Ciò lo rende un ragazzo schivo, senza amici e tutti ne hanno paura senza sapere il perché. Ma a lui non interessa. Vuole sopravvivere. Il suo essere inodore gli regala la capacità di riconoscere qualsiasi odore. Riconosce persone, cose, spazi, tutto dal loro odore e anche a distanze impressionanti. Tutto va bene fino al giorno in cui si imbatte in un profumo, una fragranza che lo fa impazzire dal desiderio. Segue questo odore fino a trovare una ragazzina in un giardino e la uccide. Il suo odore lo accompagnerà tutta la vita. Diventerà un ossessione. Tante ragazzine dal profumo inebriante moriranno fino a quando non deciderà di fare qualcosa. Come apprendista del Parfumeur Baldini, uno dei più famosi di Parigi, imparerà l'arte del creare, distillare i profumi. Nessuna ambizione professionale, ma solo un obiettivo: ricreare il profumo che lo ossessiona, distillando, come con i fiori, l'essenza da cui esso deriva.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Un libro per bambini che parla anche agli adulti: "Andrea e il mondo dei Chapas" è un romanzo fantasy che ha la capacità di farci tornare giovani e guardare il mondo con gli occhi di un ragazzino.
    Andrea è un bambino all’apparenza un po’ distratto, che perde i suoi giochi salvo poi ritrovarli in posti diversi da quelli in cui ricorda di averli lasciati. Non ha mai dato molta importanza a queste sparizioni, fino a che una automobilina nuova fiammante scompare quasi davanti a lui.
    Evon è un piccolo Chapas, popolo che vive in un mondo parallelo comunicante con la Terra attraverso un passaggio dimenticato in epoche remote e da lui riscoperto: periodicamente esplora il mondo degli umani e in particolare la camera di Andrea, punto di arrivo del passaggio.
    Attratto dalla automobilina, Evon la prende per osservarla meglio, ma finisce con l’essere scoperto da Andrea mentre la sta riportando indietro: il piccolo Chapas fa in tempo a fuggire e ritornare nel suo mondo, ma è sufficiente quella breve apparizione per incuriosire Andrea e spingerlo a cercare informazioni sulla creatura intravista.
    I due bambini hanno tanti punti in comune: la curiosità e l’intraprendenza, che li porterà ad avvicinarsi e a conoscersi, e il coraggio che li guiderà contro Persifer, un essere maligno che minaccia il mondo dei Chapas.
    Seguendo passo passo le scoperte di Andrea e le esplorazioni di Evon, il romanzo ci prepara al loro incontro e alle avventure che ne seguiranno. Quando Andrea entra nel mondo dei Chapas  il lettore è ormai talmente avvinto dalla storia che il mondo parallelo assume consistenza reale e non è difficile immaginare il villaggio da cui Evon proviene.
    Il romanzo è di piacevole lettura anche per gli adulti, grazie ad una costruzione narrativa avvincente e all’assoluta coerenza del mondo fantastico ideato, che portano a sospendere il principio di realtà e a lasciarsi emozionare dalle avventure di Andrea e di Evon.
    I valori dell’amicizia e della lealtà trionfano in questo libro, ma non meno importante è il messaggio implicito che ne sta alla base: come mostra la storia del bambino e del piccolo Chapas, chi è diverso da noi in fondo non è poi così diverso.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • Sara ed Elena sono cresciute senza amore. A dirlo così sembra una frase come un'altra, ma spesso quando la sentiamo non ci immaginiamo nemmeno cosa voglia dire sul serio. Due bambine lasciate in un collegio di suore da una madre incapace di amarle e di amare se stessa. Un taglio alle trecce, la fine della libertà: gli anni in collegio sono un calvario e le sorelle, coloro che servono il Signore, della misericordia e amore religioso ne dimostrano meno di nulla. Sara, la maggiore, è la più forte e il suo giuramento di proteggere e stare vicino a sua sorella lo manterrà a tutti i costi. La proteggerà da una realtà dura, da un padre perverso, da una madre alcolizzata e manesca. Ben oltre il collegio, quando la loro madre le verrà a prendere, per portarle nella loro nuova casa, dal loro nuovo padre. Mentre Sara sogna la libertà, Elena aspetta l'amore. La rabbia e la cocciutaggine di Sara l'aiuteranno a salvarsi, mentre la sensibilità e l'introversione di Elena la porteranno all'autodistruzione. E' la storia di due ragazze, che non hanno mai conosciuto veramente l'amore. Ne hanno assaggiato qualche boccone qui e là, ma la vita gli ha strappato il piatto prima che potessero veramente conoscerne il gusto. Una storia amara e ingiusta. Incomprensibile come il fatto che gli adulti non riescano a proteggere e amare creature così fragili e non si rendano conto a quali conseguenze irreparabili le condannino con le loro azioni, dettate, per lo più, dal loro malsano egoismo. Una storia, che non ha una fine inaspettata, ma nemmeno banale. Una storia che lì fuori, nel mondo, si ripete di continuo, ogni giorno, troppo spesso.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Una mattina, come ogni mattina, un uomo esce di casa e porta a passeggio il suo cane. Sceglie il percorso più breve per raggiungere il parco, perché il cielo minaccia pioggia. Attraversa la strada e cammina svelto sotto una grondaia, proprio mentre una grossa tegola pericolante sta per cadere. La tegola precipita e colpisce direttamente la testa dell’uomo che s’accascia a terra privo di vita, abbandonando per sempre ogni suo sogno insieme al povero cane afflitto.
    Che cos’è successo? Potremmo semplicemente dire che si è trattato di una morte accidentale. Tuttavia, in questi casi, la serie di coincidenze sfortunate ripercorsa a posteriori ci porta a pensare che s’è trattato di un destino crudele, di un fato amaro, di chissà quale inafferrabile volontà. Se solo l’uomo non fosse uscito quella mattina, se solo avesse percorso un’altra strada, se ci fosse stato il sole, se il cane l’avesse attirato verso un prato, si fosse messo a inseguire un gatto e così via … Quante altre sorti differenti sarebbero potute capitare al pover’uomo. Invece no: quello era il suo destino, evidentemente!
    Quello di trovare a tutti i costi un senso, un segno, una direzione nei fatti è uno schema di ragionamento tipicamente umano, perché non è sopportabile per un essere intelligente come noi dover ammettere di trovarsi di fronte ad eventi inspiegabili, oltretutto se concatenati tra loro verso un epilogo così drastico. Da qui, arrivare a pensare che dietro tutti gli avvenimenti apparentemente effimeri ci sia una regia, un piano misterioso, un disegno inafferrabile e inevitabile, il percorso è breve. Breve e pericoloso.
    Il libro di Telmo Pievani, La vita inaspettata, edito da Raffaello Cortina Editore, spiega come  i fatti, così come tutta la storia, non abbiano una direzione, e la casualità sia in realtà contingenza, ovvero concatenazione di possibilità, non di necessità. In altre parole, l’interferenza non necessaria tra due dinamiche di fatti, indipendenti tra loro e con una logica intrinseca, rende alla fine possibile un esito, che non è tuttavia frutto di un progetto ma di un fortuito intreccio di dettagli, i quali avrebbero potuto portare altrove.
    Il problema è che, quando due catene di fatti indipendenti s’incrociano, possono provocare l’improbabile, l’inatteso, a volte talmente straniante e beffardo da indurci a pensare ad una mano invisibile che dirige il gioco. Come fosse il copione di un film con un finale già assegnato in cui noi, esseri viventi, siamo solo inconsapevoli comparse.
    Per arrivare a dimostrare che così non è, Pievani parte da molto lontano. Esattamente dalla Preistoria. Ripercorre alcune tappe dell’affascinante cammino dell’evoluzione umana a partire dai più semplici batteri unicellulari fino ad arrivare all’uomo tecnologico di oggi, immaginando quello che sarà domani. In sottofondo, la voce di Charles Darwin sussurra tra le pagine, dando la sensazione di sfogliare un libro dentro il libro: le sue lettere, i suoi appunti, le sue riflessioni sempre precise e oneste, trapelano in un costante dialogo tra stupore e logica, tra emozione e razionalità, mescolandosi alle parole altrettanto appassionate di Pievani. Dalla lettura dei taccuini di Darwin, emerge un uomo di scienza e di passione, un rivoluzionario culturale e filosofico, oltre che scientifico, nient’affatto ambizioso di fama e gloria ma semplicemente di chiarezza. Egli, infatti, tenne le sue annotazioni segrete per vent’anni, proprio perché sapeva avrebbero fatto vacillare le presunzioni umane insieme alla vanagloriosa illusione d’essere sovrani sulla Natura e frutto indiscusso dell’eccezionale vittoria del più forte e intelligente sul più debole e incapace. Niente di più ridicolo: un verme policheto come la Pikaia avrebbe potuto avere la meglio sull’Homo Sapiens in altre circostanze e, oggi, la Terra potrebbe essere popolata da rettili piumati e pesci con le dita, anziché da esseri tecnologici e computerizzati. I risvolti culturali innescati dal darwinismo sono vertiginosamente vivi e pulsano come un vulcano sornione sempre pronto ad eruttare. Per questo, ancora oggi, Darwin è un boccone duro da digerire al di fuori dell’ambiente scientifico e mantiene accesa, dopo tanti anni, un’accattivante sfida culturale che ha inevitabilmente scomodato anche teologia ed etica, sfida di cui Pievani si fa portavoce, provocando qua e là, benevolmente ma con puntiglio, La Vita autentica del suo collega e contraltare Vito Mancuso.
    In poco più di duecento pagine, Pievani manda in frantumi l’allucinazione di eccezionalità indiscussa dell’Essere Umano, facendo cadere come un castello di carte l’idea di ‘anello mancante’, di unicità della specie, di ineluttabilità della storia e dell’evoluzione. In verità, comparando tutti gli studi e i reperti finora a disposizione, pare non ci sia stato alcunché di ineluttabile e lineare nel corso dell’evoluzione. La Storia non è una palla da biliardo diretta in buca e la Vita è stata sempre una corsa con una infinità di atleti, nemmeno tutti rintracciabili ma di certo spesso sovrapposti e mescolati tra loro, così diversi e così uguali. Una corsa non regolare e progressiva ma a zigzag e sempre imprevedibile fino alla svolta successiva, le cui regole sono state dettate dalle contingenze ambientali di un ecosistema in costante trasformazione, dalle oscillazioni climatiche e dalle circostanze ecologiche che, più volte nel corso dell’evoluzione, hanno infilato gli esseri viventi in quello che gli esperti chiamano il ‘collo di bottiglia’ evoluzionistico. Gli Esseri Umani attuali discenderebbero, perciò, da quelle poche creature sopravvissute agli eventi fluttuanti e ramificati di un Grande Passato che avrebbe potuto svolgersi in maniere completamente differenti.
    In altre parole, per tornare alla metafora dell’uomo con il cane, nel corso dell’evoluzione di tegole pericolanti ce ne sono state a bizzeffe e ne son piovute infinite volte, decretando la condanna di alcuni e la grande occasione di altri. Tuttavia, non sempre le tegole hanno colpito i più deboli a vantaggio dei più forti, e non sempre la sopravvivenza è stata frutto di competizione e lotta ma anche di collaborazione e contingenza, appunto.
    Gli scenari possibili della storia dell’evoluzione sono infiniti, dunque, un po’ come nel film Sliding Doors, in cui le scelte della protagonista danno vita a svolgimenti diversi: ogni narrazione ha una consequenzialità, il cui senso sarà afferrabile solo a posteriori, consequenzialità che si ramifica in mille rivoli e meandri a partire da una minuscola, insignificante biforcazione, il cui esito dipende a sua volta da un ventaglio di dettagli imponderabili.
    In conclusione - senza tuttavia giungere a una vera conclusione perché si sta parlando di un fiume che scorre nuotandoci dentro - il castello di carte di un’evoluzione lineare e progettuale crolla sotto un alito di vento. L’assenza di un fine e la non unicità della specie sono gli ingredienti non ancora metabolizzati della rivoluzione darwiniana che spingono talora a preferire teorie rivisitate e più comode del darwinismo, se non rifiutarlo del tutto. In ogni caso, nella sfida tra cruda necessità e finalità intenzionale, tra scienza e fede, tra realtà e trascendenza, l’onere della prova spetta a chi pone le ipotesi, lasciando ognuno libero in cuor suo di credere, illudersi, sperare ma soprattutto cercare di capire, senza innamorarsi di falsi profeti. E poiché, come diceva Primo Levi, è difficile distinguere i profeti veri dai falsi, è bene averli in sospetto tutti, rinunciando alle verità rivelate anche se esaltanti, e preferendo invece piccole verità, modeste ma conquistate faticosamente e senza scorciatoie, tramite il ragionamento e la discussione. Solo così, forse, potremo capire che essere sganciati da un disegno invisibile ci rende liberi e responsabili in questo frammento di spazio e tempo che ci è concesso di vivere. E visto che siamo protagonisti inattesi e temporanei in un universo tra tanti, cogliamo la straordinaria occasione di meritarci questo piccolo spazio cosmico, rendendo davvero autentica la nostra vita! Ricordiamo a noi stessi che siamo a volte portati a far guerre e combatterci l’un l’altro, è vero, ma che siamo anche in grado di curare e salvare vite, comporre sinfonie e opere d’arte, scrivere leggi e poemi, esplorare lo Spazio, il cervello e l’inconscio ...  Allora, se saremo abbastanza saggi, cresceremo forti come la ginestra di Leopardi che spunta, nonostante tutto, nel deserto dell’amoralità e spande sulle ceneri laviche il suo profumo delizioso di contagiosa vitalità.
    Il dialogo tra tutte le discipline culturali è probabilmente la vera chiave di lettura del presente di un uomo che s’è svegliato da illusioni millenarie e che prende finalmente atto d’essere uno zingaro ai margini dell’Universo in cui deve vivere. In questo immenso panorama umano, la contingenza, come conclude Pievani, non esclude l’etica, anzi la implica perché rende responsabile ognuno di noi di ogni piccola, grande azione, in ogni istante. Parimenti, la contingenza non impedisce di vivere per qualcosa di più grande di sé, perché qualcosa di immensamente grande c’è ed è il Futuro.
    Se entrassimo in una immaginaria sala di proiezione e facessimo scorrere di nuovo la pellicola della Storia, probabilmente non assisteremmo allo stesso film con lo stesso finale, anche se non è possibile verificare ciò. Ma quel che è certo è che il film del Futuro è ancora tutto da girare, tutto da inventare e, per quanto ci è umanamente concesso, è completamente nelle nostre mani, visto che nessuna ‘necessità’ ce lo potrà mai rubare.
    Arrivare all’ultima riga del libro di Telmo Pievani equivale a rincasare dopo aver fatto un giro sulle montagne russe della Vita: la nostra casa non ci pare più la stessa. Il panorama dipinto tra le pagine mozza il fiato e l’ondeggiare tra paleontologia e biologia, antropologia ed etica, psicologia e neuroscienze, tra scienza e teologia … tra Pikaia, Uomo e Dio, dà una sensazione d’immensità e di precarietà mescolate insieme.
    Rincasiamo, dunque, con una gran voglia di cercare risposte e di non smettere mai d’essere curiosi, pieni di voglia di vivere e di uscire di casa ogni mattina col sorriso anche se piove, con il nostro cane al guinzaglio (e guarda caso non viceversa!), felici di passeggiare per questo spettacolare e imprevedibile Mondo che, con i suoi tanti silenzi, ci lascia benevolmente liberi.
    Liberi e responsabili di passare il testimone della Conoscenza ai nostri figli, perché possano crescere consapevoli d’essere davvero artefici del proprio Futuro.

    [... continua]
    recensione di Paola Cerana

  • Immaginate un tempo in cui non si parlava dell’evoluzione della specie. Un tempo in cui, anzi, ipotizzare che il mondo non sia rimasto uguale a come Dio lo ha creato equivale quasi a dire un’eresia: l’Onnipotente avrebbe quindi commesso un errore e cancellato qualche sua creatura? In questa immaginazione procede spedita e suadente Tracy Chevalier, la bravissima autrice de “La ragazza dall’orecchino di perla” che spopolò all’inizio del Duemila e che dopo qualche altra prova narrativa è uscita pochi anni fa con “Strane creature”. La storia attraverso la quale ci conduce racconta di Mary Anning, una umilissima ragazza di Lyme Regis che nei primi dell’Ottocento da semplice cercatrice di fossili diventa una vera e propria paleontologa: la affianca una preziosa amica, Elizabeth Philpot, avvantaggiata da una migliore condizione sociale, che contribuisce a renderle giustizia come legittima scopritrice del primo plesiosauro e del primo ittiosauro. L’immaginazione di Tracy Chevalier fa affezionare il lettore alla storia di queste due donne, e la stessa Chevalier se ne sente così legata che conclude il libro spiegando in quali passaggi finisce la Storia e dove inizia la sua fantasia. Un libro da leggere e a cui voler bene. Nel 2010 la Royal Society ha incluso Mary Anning tra le dieci donne britanniche che hanno avuto più influenza nella storia della scienza.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Il 14 gennaio è scomparso uno dei filosofi più significativi del panorama culturale italiano. Paolo Rossi, professore dell’Università di Firenze, membro dell’Accademia dei Lincei e, soprattutto, uomo profondo e sensibile, ha dedicato l’intera vita alla riflessione e all’insegnamento, praticato fino all’ultimo con grande entusiasmo. Amava definirsi "storico delle idee" e, oggi, lui stesso è diventato Storia lasciando in eredità le sue idee.
    Il suo ultimo libro risale allo scorso anno e s’intitola “Mangiare”, edito da Il Mulino. Non lasciatevi ingannare dal titolo bucolico che riempie la bocca e non indugiate, dunque, tra gli scaffali del reparto "cucina". Il libro di Paolo Rossi appartiene a tutta un’altra specie letteraria e si colloca in prima fila tra i saggi di antropologia, perché il mangiare è sia Natura, sia Cultura e i modi di nutrirsi sono in grado di dire qualcosa di importante non solo sui modi di vita ma anche sulla struttura di una società e sulle regole che consentono ad essa di persistere e di sfidare il tempo.
    “Mangiare” è uno di quei libri in cui pare di sentire la voce del narratore che fa da sottofondo al suo atto creativo. Convincente e appassionato nelle sue argomentazioni, Paolo Rossi ha dedicato questo scritto alla memoria di un suo caro amico e a sua figlia Laura, una brava psichiatra che si occupa di disturbi del comportamento alimentare, in special modo di anoressia. Le pagine del libro sono un approfondimento di alcune cartelle che il filosofo aveva scritto in passato per questa giovane donna, mosso dai forti sentimenti provati visitando di persona il reparto psichiatrico in cui lei lavorava. Perché un conto è leggere libri e un altro è avvicinare le persone. Questo spiega il taglio particolare del saggio, che pur titolandosi “Mangiare” tocca aspetti spesso solo paradossalmente legati al bello del mangiare. Mangiare, infatti, non è solo piacere. E’ anche fame. E fame significa bisogno, desiderio, ossessione, come dice il sottotitolo del libro. Significa digiuno, carestia, povertà, frustrazione, rinuncia, schiavitù, malattia, morte. Significa persino cannibalismo e vampirismo, ancora oggi praticati, nel nostro tempo e nella nostra società!
    Paolo Rossi, da buon filosofo, vola alto e leggero attraverso scenari storici e culturali lontani tra loro, nel tempo e nello spazio, evocando qua e là passi intensi di scrittori e pensatori quali Calvino, Pasolini e Herta Mueller, per poi planare deciso laddove il volo è cominciato, sul terreno vischioso dell’anoressia. E lì colpisce il bersaglio, la musa Ana, come viene familiarmente chiamata l’anoressia sul web dai suoi giovanissimi fedeli: il tirannismo alimentare, l’amoroso anelare ad un vuoto che sazia più del pieno, in un inesorabile, lento, cieco suicidio. Ne parla con estrema delicatezza, com’è giusto trattare questo male subdolo dove tutto è difficile e ancora più doloroso perché coinvolge soprattutto chi si affaccia all’alba della propria esistenza, creature simili a passerotti chiusi in un’invisibile gabbia d’oro.
    Non è, però, necessario arrivare alle ultime pagine del libro per sentire il sapore che emana. Anzi, per essere precisa, non si tratta di un sapore ma di un retrogusto, amarognolo e pungente, più forte e persistente della pienezza stessa del gusto. Affrontare l’argomento del mangiare da questo punto di vista è decisamente originale e provocatorio. E’ un po’ come se un sarto descrivesse l’eleganza di un abito partendo dalla fodera. E la provocazione a riflettere in maniera così disincantata sui paradossi alimentari del nostro tempo non può lasciare indifferenti. Viviamo in una società in cui due terzi fa la fame e un terzo la dieta! Allora si capisce come tra le due teste di un simile mostruoso ossimoro, tutto sia possibile: dall’opulento dio McDonald, dove i bambini non diventano mai adulti e gli adulti restano eterni bambini, fino al regno della musa Ana, dove bambini fragili e disorientati rischiano d’essere intrappolati in una gabbia d’oro che tutto offre fuorché la vita, bambini incapaci di diventare adulti liberi e di spiccare felici il volo con la sola forza delle proprie ali.

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    recensione di Paola Cerana

  • Sosteniamo Dominique Lapierre!   
    Un libro straordinario, per i personaggi descritti e le vicende narrate. A  volte può apparire così lineare e descrittivo da sembrare addirittura semplice.  Ma per farsi comprendere, per arrivare a tutti, essere pomposi non serve a niente, e questo libro è scritto proprio per raggiungere tutti, per colpire le coscienze e stimolarle.
    Sono stato a Calcutta circa 20 anni dopo i fatti  descritti, sicuramente è stato fatto tanto ma negli slum resta ancora molto da fare.
    Un paio di mesi dopo il rientro in Italia ho avuto la fortuna di  ascoltare dal vivo Dominique Lapierre, durante un incontro letterario: emana un'aura,  un'energia, una serenità d'animo che si individuano solo nelle grandi  personalità. E' una di quelle persone, con sua moglie, che non vanno lasciate sole.
    Credo che la miglior recensione per questo libro sia diffondere le  coordinate per sostenere le loro iniziative: "Associazione per i bambini dei  lebbrosi di Calcutta per la fondazione Dominique Lapierre ONLUS", Conto Corrente  Postale 10043503 - Conto Corrente Bancario: 010000003389/5 ABI: 3032 CAB: 2801

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    recensione di Luigi De Luca

  • I versi di Fabia Muscariello, presentati da Sandra Cervone, risuonano al lettore come lontani richiami di martin pescatore, delicati e fragili echi di pensieri sullo sfondo della risacca.  "Tra quelle conchiglie rotte e salate ho mosso i miei primi respiri/ la vita mi accoglieva appena e io già volevo tornare indietro": inizia così "Ventilato", a mio avviso una delle più belle liriche di questa piccola raccolta. Solo chi è nato accanto al mare può comprendere appieno cosa significhi quel senso di pienezza e al tempo stesso soffocamento che si prova, quando si ha davanti l'orizzonte liquido e dietro un fazzoletto di terra che accoglie, protegge, nasconde, a seconda dei tempi ("Sarò figlia di gamberi/ o disegno di gabbiani").
    Il poeta fugge a se stesso ma non può fare a meno di comporre: questo il suo destino, questo il destino di Fabia che si coglie a fotografare gli istanti incerti del suo cammino nella piena consapevolezza di avere "un viandante sconosciuto" dentro sé. Il vero poeta scrive per sé, ma trascina chi si imbatte sul suo cammino, perché insegna al viandante a  guardare il mondo intorno e comunicarlo attraverso parole eterne, intime e corali al tempo stesso. La poesia dona saggezza ma non ripara dal desiderio di certezze e di quotidianità a cui l'essere umano si aggrappa per sfuggire all'infinito cercare.  L'autrice anela alla stabilità (“Voglio vivere/ sul castello di cui mi fido”), ma al tempo stesso avverte indomita: "si vola con le ali/ io ho solo scarpe/ tante e troppe/ e amo la terra ma guardo sempre il cielo". Ma lei riesce a volare anche con le scarpe, e in “Ogni cosa che non vivo” ci svela il suo segreto: a volte per non soffrire è meglio tacere (“Solo nel silenzio mi accorgo/ che il mare è bello anche se non è davanti a me/ perché quando non posso vederlo/ trovo i remi giusti per raggiungerlo”).
    La poesia non è consolatoria e non garantisce ascesi: chi scrive volando vive anche nel mondo, con la testa fra le nuvole ma con i piedi per terra. Ci si accorge così dell’estrema necessità di difendersi, di non lasciarsi travolgere: ne scaturisce un vero e proprio breviario laico di sopravvivenza al passo incerto della vita, “Riflessioni di un’accanita pensatrice”. Il male incombe ma ogni risveglio è un’occasione per ricominciare e Fabia, la poetessa generosa che riconosce a noi di Aphorism di lavorare con amore (“e si sa che l’amore è cosa sconfinata”), proprio a una  dichiarazione d’amore per  Gaeta affida il suo finale, la sua città dove “… al mare fan brillare gli occhi le barche/ e a me bruciano a immaginare”.

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  • È un’anima pulita e desiderosa di vita, quella che parla tra i versi di Mirka Naldi. Nel piccolo e naive volume di poesie “Tra le righe” si intuisce una grande sensibilità verso le gioie umane e il fluire del tempo, con buone intuizioni nell’uso di metafore e nell’apparato poetico, spesso di natura aforistica.
    “L’autunno è la panchina del parco/ dove si siede chi ha il coraggio/ di lasciarsi alle spalle/ il calore certo dell’estate”
    Appaiono di frequente l’immagine del treno, simbolo delle occasioni da cogliere al volo, e la voglia di certezze e di calore. Quella di Mirka Naldi è un’anima intima, raccolta, che si trova più a suo agio nel raccontarsi “di nascosto”, nelle poesie, in un immaginario multicolore dal quale spiccano solo ogni tanto i toni accesi del rosso passione.
    Tra le righe di Mirka Naldi sono nascosti i sentimenti che durano, quelli che si nutrono di presenza e non di assenza, quelli da coltivare in un angolo protetto del cuore per poi sbocciare piano al calore della realtà. I versi che scaturiscono dal cuore di Mirka rivelano dei sentimenti sinceri, che preferiscono abbracci o un semplice bacio da ricordare per sempre, a incontri fugaci che svaniscono nella fretta di viverli.
    “Questa notte ho chiesto/ alla luna di farti tornare./ Mi ha risposto che/ non si può far tornare/ qualcuno che non è mai partito”
    Pacata e morbida, l’autrice offre al lettore scorci di sé, perpetrando il messaggio del “carpe diem” per lasciare al lettore il monito di assaporare e immortalare ogni attimo che lo fa sentire vivo, con la certezza che “le cose belle arrivano,/ prima o poi/ è che non sai/ mai quando”… e forse anche un po’ per se stessa, ripetendoselo come fa il piccolo principe, “per ricordarselo”.
    “La stazione non è/ un punto di partenza,/ ma il punto di ritrovo.”

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    recensione di Cristina Mosca

  • Il romanzo è stato presentato al Premio Strega 2012 da Dacia Maraini e Paolo Ruffilli.
    “Il vuoto intorno” è una spina che ti entra nell’anima e vi semina speranza e amore per l’essere umano in tutte le sue sfaccettature, è la ricerca di una felicità che non sia solo assenza di dolore ma gioia che circonda e avvolge. Il romanzo del giovanissimo autore, poco più che ventenne, narra in modo viscerale e con incredibile capacità narrativa una storia universale di dolore e di sofferenza, una storia di lotta interiore per cercare il proprio posto nel mondo e costruire con le proprie mani una meritata felicità. Achille, personaggio principale, è un giovane ragazzo padre che racconta la sua vita disastrata al piccolo Ettore, suo figlio. Il racconto illustra i vari momenti nei quali l’anima di Achille rischia di spezzarsi definitivamente. Per l’esattezza sono tre le vicende che segnano in modo indelebile la vita del giovane padre: la prima quando muore sua madre, una donna alcolizzata e brutalmente distrutta per i continui tradimenti di un marito cinico e assente, la seconda quando scopre di avere un figlio affetto dalla sindrome di Down, la terza quando muore la donna che ama, una zingara che vive in quartiere difficile e abbandonato nel paese campano di Agropoli e madre di suo figlio. Achille è terrorizzato dal vuoto. Il vuoto lo atterrisce, lo paralizza, lo gambizza. Ecco dunque che il suo racconto diventa una lunga fuga dalle cose, dalle paure umane, dalle persone, forse anche dalla felicità che è così vicina da sembrare irreale. “Il vuoto intorno è la storia di un uomo che cerca di annientare se stesso e la propria dignità mediante la più sfrenata prostituzione del proprio corpo. Ma “Il vuoto intorno” è anche la storia di una speranza che prova ad affacciarsi timida alla vita, la storia di una lotta dovuta e di una vittoria meritata. È la storia di come si possa nonostante tutto essere felici e imparare ad amare. Il tenore letterario del testo è alto e poetico.
    Il romanzo convince, anzi cattura lasciando nello stomaco il desiderio di conoscere il vero significato della parola “umanità”.

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    recensione di Paolo Coiro

  • La piccola e dolce Maddy osserva coi suoi occhi innocenti e privi di malizia il mondo che la circonda, incurante delle critiche e delle cattiverie che le persone cosiddette normali tendono a esternare. Eh sì, perché la piccola Maddy non appartiene, a giudicare dai parametri piuttosto cinici che la quotidianità ci impone, al gruppo delle persone normodotate. Lei è difettosa, svantaggiata, per usare un termine delle tre nostre Autrici, e cerca disperatamente di camminare in parallelo con i suoi compagni appartenenti alla sponda dei normali.
    Alcune volte, il suo cammino sfocia in situazioni d’involontario umorismo, altre in contingenti difficoltà ma, a suo modo la nostra piccola protagonista può considerarsi fortunata, perché ha un corollario di parenti, amici e compagni di scuola che le vogliono bene e la supportano e a volte la... sopportano.
    Nel leggere il racconto, resta impresso lo sguardo trasparente e privo di sovrastrutture con cui la dolce Maddy, la difettosa, guarda le persone; con amore e infinita dolcezza.
    La gente cosiddetta normale avrà solo da imparare dalle persone come Maddy e ognuno di noi può e deve cercare di regalare uno spicchio di sole che possa filtrare tra l'ombra che copre, purtroppo, spesso il ventunesimo cromosoma.

    [... continua]
    recensione di Antonio Colosimo

  • Il romanzo “La mongolfiera, il monte Tambura e il tappeto volante” di Fernanda Raineri si legge come una favola che scorre veloce, liscia come un racconto fantasioso ed interessante che affascina, interessa e cattura. La storia, complice la semplicità e pacatezza del linguaggio, conduce in un’altra dimensione, in un mondo immaginato ma abilmente reso coerente dall’autrice e dal suo racconto. Quattro sono i personaggi principali della storia raccontata dalla Raineri: Stella, Glenda, Rebecca  e Frank, quattro giovanissimi eroi alle prese con un viaggio stravagante, incredibile e mozzafiato. Lo sfondo della vicenda è dato dalle Alpi Apuane nonché dal particolarissimo monte Tambura e da un bosco fatato dove essi si ritroveranno fortuitamente. Da qui, in un crescendo di colpi di scena, stravolgimenti, paure, sorprese e avventure i quattro ragazzi daranno vita ad una storia sorprendente, a tratti divertente e assolutamente emozionante dove la vena poetica dell’autrice emerge con forza. Stella è una ragazza con una forte passione per la scrittura. Una gita su una mongolfiera che coinvolgerà lei, sua sorella e i due loro amici, sarà proprio l’occasione che darà vita, a causa di un imprevisto incidente, a tutta la meravigliosa avventura narrata. Lo stile della Raineri è caratterizzato da una scrittura fluida, vivace e ritmata, le parole utilizzate sono perfettamente in grado di condurre avanti una storia avventurosa e movimentata ma con una grande moderatezza in modo tale che tale romanzo risulti essere perfettamente adatto sia a un pubblico di adulti che che di piccoli sognatori. “La mongolfiera, il monte Tambura e il tappeto volante” ha la non comune capacità di accomunare e unire nella lettura un pubblico estremamente vasto, persone diverse per sentire e per età le quali abbiano come denominatore comune un forte desiderio di perdersi nella trama complessa di un’avventura esaltante. Giunti alla conclusione della lettura non ci si può che augurare che questo romanzo possa fornire l’occasione per una lettura condivisa tra genitori e figli: ognuno di loro ne uscirà arricchito soprattutto umanamente. Nella costruzione della storia, l’autrice non rinuncia assolutamente ad utilizzare le parole come veicolo di diffusione di valori e messaggi profondi e il tutto con una semplicità tale da rendere comprensibile il concetto anche, se non soprattutto, ai giovani ragazzi cui, presumibilmente, l’opera si rivolge direttamente. Si prenda come esempio quanto segue: “Per quanto riguarda il tesoro erano contenti che fosse rimasto sepolto, chissà quanta gente aveva sofferto a causa di quell’oro e sicuramente molte persone erano state uccise. Meglio dunque che nessuno mai potesse entrarne in possesso”(pag 142). Una lettura dunque, sicuramente formativa e divertente, consigliata per alleggerire lo spirito e farlo volare appunto come una "mongolfiera".

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    recensione di Claudio Volpe

  • La piccola e dolce Maddy osserva coi suoi occhi innocenti e privi di malizia il mondo che la circonda, incurante delle critiche e delle cattiverie che le persone cosiddette normali tendono a esternare. Eh sì, perché la piccola Maddy non appartiene, a giudicare dai parametri piuttosto cinici che la quotidianità ci impone, al gruppo delle persone normodotate. Lei è difettosa, svantaggiata, per usare un termine delle tre nostre Autrici, e cerca disperatamente di camminare in parallelo con i suoi compagni appartenenti alla sponda dei normali.
    Alcune volte, il suo cammino sfocia in situazioni d’involontario umorismo, altre in contingenti difficoltà ma, a suo modo la nostra piccola protagonista può considerarsi fortunata, perché ha un corollario di parenti, amici e compagni di scuola che le vogliono bene e la supportano e a volte la... sopportano.
    Nel leggere il racconto, resta impresso lo sguardo trasparente e privo di sovrastrutture con cui la dolce Maddy, la difettosa, guarda le persone; con amore e infinita dolcezza.
    La gente cosiddetta normale avrà solo da imparare dalle persone come Maddy e ognuno di noi può e deve cercare di regalare uno spicchio di sole che possa filtrare tra l'ombra che copre, purtroppo, spesso il ventunesimo cromosoma.

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    recensione di Antonio Colosimo

  • Marcello e Jessica, l’uno nato ad Alessandria ma trapiantato a Napoli fin da bambino, l’altra lametina, ma studentessa nella città di Ferrara, sono due giovani scrittori che si sono conosciuti su internet e, uniti da un irrefrenabile amore per la scrittura, hanno deciso di dar vita ad una creatura che avesse le sembianze di entrambi. A spingerli la voglia di “far sapere al mondo che ci sono, che anch’io ho una voce”. E la loro voce sono riusciti a farla sentire il 22 luglio 2011, data in cui è stato pubblicato il loro romanzo e, cosa non meno significativa, data in cui i due autori blogger, per la prima volta, hanno avuto il piacere di guardarsi negli occhi.

    Cristian e Valentina sono due coetanei che attraversano quella delicata e insieme incantevole estate dopo la maturità. Un’estate in cui ci si trova dinanzi a delle scelte che condizioneranno la propria vita futura e che pesano non poco sulle spalle già cariche dei due protagonisti.
    Cristian si chiude spesso, troppo spesso, in un mondo ideale, costruito dalla sua mente per sfuggire ad una realtà fatta di problemi ed ostacoli troppo più grandi di lui.
    Valentia è una sognatrice che tocca terra solo con la punta dei piedi.
    Le loro storie si sfiorano in continuazione ma i due  si scoprono solo virtualmente, spiando l’uno il blog dell’altro. Arriverà Valentina a posare tutta la pianta dei piedi a terra ed a tenere la testa ad altezza naturale, scoprendo che se si sta più in basso si soffre meno di vertigini? E riuscirà Cristian a rompere le catene dell’illusione, capendo finalmente che la realtà, che è ad un passo da lui, può anche essere migliore del suo castello di sabbia?

    Un libro emozionante, ricco di colpi di scena e di sorprese, che pagina dopo pagina incatena il lettore ad ogni singola parola e impedisce di fermare la lettura. Un piccolo capolavoro, realizzato a quattro mani ma soprattutto con due cuori che mirabilmente sono riusciti a sincronizzarsi e a far sì che i battiti di chi legge riescano inconsciamente a suonare allo stesso ritmo la medesima melodia. Una piccola magia, insomma, che conduce alla conoscenza di Cristian e Valentina ma soprattutto di noi stessi.

    [... continua]
    recensione di Antonella Pirro

  • Marcello e Jessica, l’uno nato ad Alessandria ma trapiantato a Napoli fin da bambino, l’altra lametina, ma studentessa nella città di Ferrara, sono due giovani scrittori che si sono conosciuti su internet e, uniti da un irrefrenabile amore per la scrittura, hanno deciso di dar vita ad una creatura che avesse le sembianze di entrambi. A spingerli la voglia di “far sapere al mondo che ci sono, che anch’io ho una voce”. E la loro voce sono riusciti a farla sentire il 22 luglio 2011, data in cui è stato pubblicato il loro romanzo e, cosa non meno significativa, data in cui i due autori blogger, per la prima volta, hanno avuto il piacere di guardarsi negli occhi.

    Cristian e Valentina sono due coetanei che attraversano quella delicata e insieme incantevole estate dopo la maturità. Un’estate in cui ci si trova dinanzi a delle scelte che condizioneranno la propria vita futura e che pesano non poco sulle spalle già cariche dei due protagonisti.
    Cristian si chiude spesso, troppo spesso, in un mondo ideale, costruito dalla sua mente per sfuggire ad una realtà fatta di problemi ed ostacoli troppo più grandi di lui.
    Valentia è una sognatrice che tocca terra solo con la punta dei piedi.
    Le loro storie si sfiorano in continuazione ma i due  si scoprono solo virtualmente, spiando l’uno il blog dell’altro. Arriverà Valentina a posare tutta la pianta dei piedi a terra ed a tenere la testa ad altezza naturale, scoprendo che se si sta più in basso si soffre meno di vertigini? E riuscirà Cristian a rompere le catene dell’illusione, capendo finalmente che la realtà, che è ad un passo da lui, può anche essere migliore del suo castello di sabbia?

    Un libro emozionante, ricco di colpi di scena e di sorprese, che pagina dopo pagina incatena il lettore ad ogni singola parola e impedisce di fermare la lettura. Un piccolo capolavoro, realizzato a quattro mani ma soprattutto con due cuori che mirabilmente sono riusciti a sincronizzarsi e a far sì che i battiti di chi legge riescano inconsciamente a suonare allo stesso ritmo la medesima melodia. Una piccola magia, insomma, che conduce alla conoscenza di Cristian e Valentina ma soprattutto di noi stessi.

    [... continua]
    recensione di Antonella Pirro

    • Leunam
    • 20 marzo 2012 alle ore 9:33

    Manuel Paolino è un visionario di poche parole. Le sue sono poesie con una dolce cadenza ritmica, dove l'eco dell'immagine poetica, risuona leggera nel resto della pagina bianca.
    Un poeta dalle tinte pastello, che non ha bisogno di punteggiatura per scandire le sue espressioni poetiche mai banali e sempre eleganti e pregne.
    Nelle poesie di Paolino, c'è tanta umanità, ma soprattutto un rapporto empatico con la natura, fedele amica di sogni e pensieri, sciorinati in vorticanti metofore. Come nell'ultima strofa della poesia "A legnoverde":
    "Mi appoggio/ sulla pietra amica/ e insieme al sole sogno/ piccola erba dorata". L'uomo e la sua anima poetica, diviene un unicum spirituale con la natura, che è maestra chiarificatrice.
    Un raggio di sole, vale come mille parole e tanti discorsi. Sono sensazioni date dal ciclo naturale, che il poeta fa sue e rende magma d'inchiostro, pronto a ergersi ad atavica soluzione del nostro tempo e del nostro rincorrerci nel tempo.
    In un contesto di visione d'insieme, i terrestri di Paolino, sono come "anime sospese" e "ci sono uomini/ e donne/ separati da montagne/ altissime/ come le promesse/ gridate al cielo".
    Una silloge profonda e penetrante, da leggere in assoluto silenzio, per riuscire a immergersi nelle candide atmosfere naturali del poeta triestino.
    Calda, rossa, sfumata, cristallina, accogliente, leggera... è la poesia di Manuel Paolino.

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    recensione di Paolo Coiro

  • Il titolo è significativo: i colori, soprattutto i colori, in queste poesie immediate, di cuore e sensazioni, ricordi affastellati insieme a meravigliosi improvvisi squarci di futuro, quando si proietta nella delicata poesia intitolata "Figli", oppure nell'altra, struggente e tenera, in memoria del fratello Giuseppe.
    E sempre ricorre il motivo portante della sua ispirazione, questi colori della sua terra così amata, quando accenna ai "colori dell'arcobaleno" nella sua poesia dal titolo "Anche il mare", quando ricorda il nespolo, quando "la notte cavalca la pineta", quando ritrova odori e profumi, ma in particolare, quando ritrova il mare, perché "il profumo intenso di quel mare amico mi confondeva l'animo".
    Al mare ritorna con accenti sempre più innamorati: parla del suo colore, parla del suo profumo, racconta le onde ed afferma che "a questa terra appartiene/l'ultimo respiro del mare", lo racconta in tutte le sue variazioni, quel "mare sconfinato/che ti riempie la vista"  e ci confessa che "in un mare pieno di ricordi/annego".
    Questo suo delicato parlare che sottintende sensibilità e tenerezza ed una profonda adesione alle meraviglie della natura, Maccioni lo fa trasparire solamente con pochi tocchi, piccole tavolozze lucenti, alcune violente, alcune grondanti di stelle di notte: ma tutte sono intensamente colore.
    Colore come testamento: "lascio a te, amore/il mio grande cuore/per tutto ciò che amo"; colore come impegno: "Viver la vita/ per uscirne vincitore con l'amore/ sconfiggendo odio e paura/ e sperare ancora nell'uomo"; colore come rimpianto: "sapevo che il tempo /gli anni più belli cancella".
    Ma particolarmente accorato l'invito risuona: "...bisognava andare avanti/ e viverla intensamente/ questa vita/ con passione e ardore/ perché essendo l'ultima/ e unica non c'è possiblità/ per riviverla nuovamente".
    Perfetto il titolo, perché tutti questi colori brillano da un'anima appassionata e ricca di sentimenti degni d'un vero uomo: partecipazione, solidarietà, capacità di avere occhi e di saper vedere, e tanta autentica gioia di vivere.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Una carrellata di personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento danno vita ad una versione unica e originale della vita di Gesù.
    Le loro singole voci, le opinioni smontano e rimontano la storia che tutto il popolo cristiano conosce: è così che i profeti, gli aspostoli, Maria e Giuseppe vincono il tempo.
    In apparenza, i monologhi di ognuno di essi, si presentano come tanti medaglioni separati, ma, andando avanti, prendono forma e si collocano all’interno di un organico percorso di lettura e di vita. Riscrivere un'opera religiosa (o meglio parte di essa), base storica, forte e predominante di un culto dotato di una specifica dottrina, dei dogmi, una morale e filosofia, non è mai un’operazione “neutra”: Inevitabilmente, seleziona sotto la pressione del messaggio quale hic et nunc sembra più opportuna da comunicare: gli aspetti del testo, per esempio, possono risultare, ad un’analisi storico-filologica-letterale-religiosa, forzati o parziali. Ma lo scrittore, riesce bene nel suo intento e, con grande rispetto per la figura carismatica di Gesù, ci racconta una storia che è anche una leggenda, che appartiene alla tradizione orale e scritta, e che mescola in maniera semplice e leggera il reale al meraviglioso.

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    recensione di Francesca Arangio

  • Che cosa si può dire ancora che non sia già stato detto di Jane Austen? Elegante, acuta, aderente ai suoi modelli, chiara nel sostenere i suoi valori e... perfida.
    Avete letto bene, sì, dal mio punto di vista questa meravigliosa scrittrice sa essere di una perfidia sarcastica, infliggendo stilettate di acuta critica all'establishment e alla rigida società patriarcale con i suoi miti e le sue leggi.
    La protagonista del libro è Fanny Price, adottata da piccola dagli zii che appartengono all'aristocrazia terriera: accolta ed allevata nella loro lussuosa dimora di Mansfield Park, sarà trattata, tuttavia, da parente povera, sottoposta al capriccio di tutti, anche delle sue splendide e viziatissime cugine, ma troverà l'unico difensore nel suo secondo cugino, che non le negherà mai il suo appoggio e la sua considerazione.
    L'intera vicenda ruota attorno a due opposti e lontanissimi modelli di vita: quello tradizionale di Fanny, fondato sul senso del dovere, sull'abnegazione, sulla virtù e quello assolutamente spregiudicato e vitale di due giovani visitatori, fratello e sorella,  che arrivano in campagna muniti di grande fascino e di atteggiamenti disinvolti . La ragazza, Mary Crawford, sarà il tipico esempio di questo mondo nuovo e disordinato, che non nasconde le sue mire e sa far sfoggio di tutte le sue attrattive per arrivare a raggiungere le mete che si prefigge, assolutamente impermeabile ai buoni sentimenti su cui si regge la morale del periodo.
    Dopo alterne vicende, coppie che si formano e poi si sciolgono, amori e seduzioni facili, illusioni e tradimenti e molte ambiguità morali, nella migliore tradizione di Jane Austen, la nostra protagonista coronerà il suo sogno d'amore, sposerà il cugino e con lui si stabilità a Mansfield Park.
    Al di là della narrazione sempre piacevole della grande autrice, desidero attirare la vostra attenzione sull'implicita e corrosiva critica della cultura dominante del primo ottocento:  la protagonista, Fanny, riuscirà a realizzare la sua ascesa sociale ma rinuncerà  alla propria libertà e spontaneità, poichè solo aderendo ai modelli comportamentali allora imperanti sarà per lei possibile raggiungere tale meta.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi