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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • Calcutta, 1932. Sette ragazzi orfani hanno compiuto ormai sedici anni e dovranno lasciare l'orfanotrofio, che li ha uniti in una confraternita. Hanno giurato di stare insieme e proteggersi fino alla morte, ma è giunto il giorno in cui la confraternita si scioglierà e le loro strade si separeranno. Sedici anni prima, una donna da alla luce due gemelli, una femminuccia ed un maschietto, ma non avrà mai la possibilità di crescerli perchè sarà vittima di una sanguinosa vendetta. Un capitano inglese li salva da una fine certa, portandoli dalla nonna, che li dividerà per proteggerli. Un mistero legato a una storia ancora più vecchia, quella di un treno pieno di orfani in viaggio che prende fuoco misteriosamente. E uno dei sette, Ben, la sera stessa della cerimonia di scioglimento della confraternita conosce Sheree, una ragazza misteriosa in viaggio con un'anziana signora. Il legame che li lega li porterà a dover scoprire il mistero fino alla loro origine. Gli otto ragazzi dovranno affrontare le loro paure di fronte ad avvenimenti inspiegabili razionalmente e non verranno meno al loro patto di proteggersi l'un l'altro anche a costo di morire.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • E’ un commovente inno alla Sicilia.
    E' un toccante inno all’amore materno.
    E' un ininterrotto inno all’amore in tutte le sue forme senza barriere né di sesso né di censo.
    E' un convinto inno alla forza di volontà che ti fa emergere se hai le qualità a dispetto delle tue origini.
    E' uno splendido inno alla libertà di pensiero sempre e comunque.
    E' un magistrale resoconto di un periodo storico che abbraccia anche il ventennio fascista.
    E' tutto questo e molto altro “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, un libro di più di 500 pagine che ti affascina, ti commuove, ti prende e non ti lascia andare fino all’ultima riga. Per tutte le notizie bibliografiche inerenti il sofferto iter che questo capolavoro, così lo ritengo, di Goliarda Sapienza ha dovuto vivere per vedere la luce rimando alla documentata prefazione di Angelo Pellegrino; vi invito, poi a prestare una particolare attenzione, ma solo dopo che avrete finito di leggere tutto il libro, alla bellissima ed emozionante postfazione di Domenico Scarpa.
    E’ stato paragonato al capolavoro di Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo ma per la sottoscritta, che non teme di sentirsi tacciata di esagerazione, “L’arte della gioia” è molto “più capolavoro” del suddetto, è un libro da far leggere nelle scuole superiori sia per l’analisi del periodo storico che per far imparare ai giovani l’apertura al “diverso” sia come ceto sociale che come oggetto d’amore che, ancora, per insegnare il rispetto e l’amore verso i genitori e gli anziani in genere e per capire cosa possa essere la vita in carcere e l’antifascismo.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Un fantasy di Neil Gaiman è sempre una nuova esperienza. Ti dimentichi che è una storia fantasy dopo qualche pagina e ti ritrovi risucchiato in un nuovo mondo. Charles Nancy, Ciccio Charlie, è un uomo normale, che abita a Londra, a pochi giorni dal matrimonio con Rosie. Fin qui niente di strano, vero? Ci viene presentata la sua infanzia in Florida segnata da un padre che è fonte di continuo imbarazzo per il povero ragazzo. Suo padre è un uomo abbastanza affascinante. Nessuno infatti riesce a resistergli e il giorno in cui muore, Ciccio Charlie non solo deve volare verso quella che non è più la sua casa, ma deve anche confrontarsi con una strana e inaspettata eredità. Un fratello, Spider, che apparentemente ha ereditato tutto ciò che di magico aveva il padre. Ciccio Charlie scoprirà la vera natura di suo padre, quella di un dio: un dio ragno. Scoprirà, anche, come suo padre è riuscito, nel corso delle ere, a fare arrabbiare un bel po' di altri dei. Ma il problema maggiore sarà suo fratello, che pian piano gli ruberà la fidanzata, lo infilerà in guai seri con la giustizia e renderà la sua vita veramente impossibile. Con l'aiuto di tre anziane signore, streghe in realtà, Ciccio Charlie cercherà di liberarsi di Spider, ma, in qualche modo, caccerà entrambi in guai peggiori. Volete sapere se la stirpe dei figli di Anansi sopravviverà? Allora dovrete leggere questa fantastica storia.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Eravamo rimasti affascinati dal suo primo libro, “La bastarda di Istanbul”, siamo stati letteralmente stregati da questa sua seconda opera, “Le quaranta porte”, di una discreta mole come numero di pagine che sono però volate via senza che ce ne rendessimo conto. Le porte del titolo si rifanno alle quaranta regole del Corano e sono disseminate lungo tutto il libro con apparente noncuranza e casualità ma che, invece, trovano il loro “momento” giusto inserite perfettamente nella narrazione. L’autrice intreccia con sapiente abilità due storie, una che si svolge nel tredicesimo secolo in Asia Minore, soprattutto nella città turca di Konya, e un’altra, parallela, che si scoprirà avere poi un fil rouge, un legame con l’altra, ai nostri giorni negli Stati Uniti.  “Una vita senza amore è una vita senza importanza. Non chiederti di quale tipo di amore andare in cerca, spirituale o materiale, divino o mondano, orientale o occidentale... le divisioni portano solo ad altre divisioni. L’amore non ha etichette né definizioni. E’ quello che è, puro e semplice. L’amore è l’acqua della vita. E un amante è un animo di fuoco! L’universo gira in un altro modo quando il fuoco ama l’acqua”. E' la quarantesima regola del Corano, la quarantesima porta. L’amore, in tutte le sue forme, è il motivo dominante di questa opera che ci porta a conoscere da vicino il pensiero sufi e lo spirito che anima i dervisci, la poesia quando nasce dal cuore e dal dolore e la dottrina quando è solo arida teoria, dissertazione sofistica. L’autrice dà voce ai molti protagonisti sia nella storia antica che in quella contemporanea, sia femminili che maschili, e riesce a non farci mai perdere il filo della narrazione, a ognuno “presta” una voce diversa e riconoscibilissima; insomma uno stupendo romanzo corale che ruota intorno al legame di profonda amicizia, di empatia, di specularità reciproca tra il derviscio errante Shams-i-Tabriz e il predicatore Rumi che verrà poi definito “lo Shakespeare dell’Islam” quando il dolore per la morte del suo più grande amico lo porterà a comporre, in sua memoria, versi immortali. Ma è anche una splendida storia d’amore tra una tipica “housewife” americana, Ella, è un fotografo sufi molto particolare le cui vite verranno travolte e stravolte da questo amore. Ci hanno colpito in particolare le storie di due personaggi femminili nella vicenda del 1300: Rosa del deserto, la prostituta che lascerà il bordello e diventerà una fervente sufi dopo le parole di Shams e Kymia, la figlia adottiva di Rumi, dotata come Shams di poteri visionari, che si sacrificherà per amore: due figure che difficilmente si dimenticano per le sofferenze che permeano, in modi diversi, le loro vite.

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    recensione di Daniela Domenici

  • Un libro intriso di straziante desolazione, di infinita dolcezza, di visionarietà, di fiaba, di fratellanza e di tanto altro ancora: “Bambini nel bosco” di Beatrice Masini edito da Fanucci.
    Come spesso accade a chi scrive questa recensione il libro “l’ha chiamata”, si è fatto scegliere: non conoscevo minimamente l’autrice pur se dalla sua biografia leggo che ha vinto numerosi premi e i suoi libri sono tradotti in varie lingue, nessuno me l’aveva consigliato, si è semplicemente presentato alla sottoscritta che l’ha accolto dentro di sé lasciandosene innamorare.
    E’ una storia che si svolge in un futuro non molto lontano in cui la Masini immagina che ci sia una Base in cui vengono raccolti bambini, divisi tra Dischiusi e Avanzi (non vi spiego questa distinzione ma la capirete leggendo), che vivono tutti insieme ma da soli sotto la sorveglianza,  esclusivamente attraverso dei monitor, di alcuni adulti che fanno parte di un progetto allucinante. La cosa che accomuna questi bambini di tutte le età è che nessuno “ricorda” , sono come delle lavagne cancellate; a tre di loro, però, Tom, Hana e Lu, ogni tanto riaffiorano alla mente “cocci” della vita precedente e sarà grazie a loro che alcuni dei bambini del loro gruppo, chiamato “grumo”, lentamente tornerà a riassaporare il gusto delle parole e del loro significato, ad avere nuovamente una consapevolezza che porterà alla voglia di creare, di imparare. E questo percorso verso una nuova vita avverrà, geograficamente e psicologicamente, dentro il Bosco che è ai margini della Base, un luogo oscuro, pauroso, pieno di insidie che gli otto bambini, capitanati da Tom insieme a Hana, affronteranno e attraverseranno insieme.
    Il finale di questa straordinaria fiaba è imprevedibile e non ve lo vogliamo svelare, diciamo solo che è una “resa” degli adulti verso il mondo dei bambini con la sua spontaneità, creatività, tenerezza e coraggio. Un dieci a lode all’autrice sia per la perfetta e totale empatia con i “suoi” piccoli protagonisti che per la sapiente descrizione psicologica di ognuno di loro che per i neologismi “futuristici” da lei creati ad hoc per questa storia: come avrete capito “Bambini nel bosco” è un testo da adottare, secondo il nostro personalissimo giudizio, nelle scuole.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Un piccolo capolavoro, un gioiello di libro come da tempo non mi capitava di leggere: non sto esagerando, credetemi, appena avrete tra le mani “L’energia del padre” di Nicola Cavallini, sua seconda opera dopo La testa tra le mani del 2006, pubblicato da SBC edizioni, mi darete ragione, converrete con me che un simile concentrato di emozioni è raro trovarlo e, come valore aggiunto, scritto così bene (e qui entra in gioco la mia anima da correttrice di bozze ed editor…).
    Nicola Cavallini riesce con una delicatezza di toni sublime a narrarci una storia in cui s’intrecciano temi “forti” come l’adozione, l’autismo, la sindrome di Klinefelter, l’uso di farmaci e vaccini nell’infanzia e il fenomeno del blackout mentale, il tutto su un “tappeto” di storie d’amore, d’amicizia, di dedizione, di percezioni extrasensoriali, di studi legali, di ospedali, di rapporti senza dialogo, di parole non dette e con una leggera coloritura di thriller che calza a pennello per tirare le fila di tutte queste storie parallele e intersecate tra loro.
    Perfetta la descrizione psicologica sia di Enrico, il protagonista adulto del libro, che di sua moglie Giovanna ma a noi, più di tutti, ha fatto innamorare Cloe, l’infermiera che ha con Lorenzo, il bambino protagonista, cuore pulsante di tutta la storia, un rapporto speciale; ma tutti i personaggi della storia sono delineati con sapiente maestria da Nicola Cavallini, da Anna a De Laidi a Marco, tra gli adulti, e Angelo, il compagno d’asilo di Lorenzo, l’unico che sa comunicare con lui.
    Entrate e rimarrete “dentro” il libro di Nicola a lungo con le emozioni che vi saprà regalare, con i sorrisi e le lacrime del cuore che vi provocherà.

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    recensione di Daniela Domenici

    • Daccapo
    • 18 aprile 2012 alle ore 17:33

    Dai dati puramente biografici dell’autore, un avvocato figlio di un celebre uomo politico, saremmo tentati di aspettarci un’opera seria, dotta. E invece veniamo letteralmente travolti, ammaliati da un libro che è una specie di fiaba del ventunesimo secolo, ambientata in un luogo geografico circoscritto e ben noto all’autore, la zona tra Ferrara e Mantova, che la descrive con un amore e un arcobaleno di colori, suoni e odori che affascinano e pervadono gli occhi, la mente e il cuore di chi legge con la  voglia di stupirsi ancora una volta.
    E’ la storia di Iacopo, notaio e figlio di notaio, che all’approssimarsi della morte del padre, viene a sapere alcune cose che stravolgeranno la sua vita e quella di chi gli sta vicino facendogli scoprire un mondo, al di là di quello paludato e ingessato in cui è stato costretto a vivere fino a quel momento, che lo porterà a fare delle scelte impreviste con conseguenze inimmaginabili anche per lui.
    E’ un libro, l’avrete capito dalle mie parole, che si legge tutto d’un fiato e da cui non si vorrebbe riemergere mai per rimanere là con Mila, personaggio bellissimo in cui riecheggiano echi dell’erotismo sottile delle donne di Alberto Bevilacqua, e tutti i suoi amici di quel quartiere di Ferrara che ha molto della visionarietà dei film di Fellini: straordinario Franceschini, fantasmagorico scrittore con l’hobby della giurisprudenza.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • L’attesa di cura per una malattia, l’attesa di liberazione da una detenzione, l’attesa di un uomo che sparisce senza darti spiegazioni, quando vivi una di queste attese sei sempre in bilico tra angoscia e speranza, tra illusione e delusione e la tua vita è legata a queste attese come a catene invisibili ma tremendamente forti e inespugnabili.
    Di questo e tanto altro parla Rossana D’Ambrosio nella sua prima opera di narrativa per adulti “Oltre l’attesa”. L’autrice, che è un architetto e una giornalista, si è per anni dedicata alla scrittura per bambini dirigendo due bimestrali dal titolo “Vivacemente” e “VivacementeDue” e infatti i proventi di questo suo primo romanzo, come leggiamo nella quarta di copertina, saranno interamente devoluti per la diffusione di questi due bimestrali nelle scuole e per portare avanti le iniziative di sensibilizzazione sullo sviluppo sostenibile e la bioarchitettura.
    Oltre a questo elemento che, secondo noi, fa la differenza ed è un valore aggiunto del libro, la casa editrice ha fatto una scelta tipografica, per noi nuova ma che troviamo assolutamente interessante, di utilizzare una serie di “accorgimenti” tecnici per migliorare la lettura del testo che sono: un carattere di grandezza superiore alla media, il corpo 16, la punteggiatura evidenziata, un’ampia interlinea per separare chiaramente una riga dall’altra, la carta avoriata e di alto spessore che annulla il riflesso ed evita la trasparenza.
    Detto questo passiamo alla storia immaginata dall’autrice, Rossana D’Ambrosio, che mette al centro della vicenda una donna, Eleonora, una scultrice, che si trova a vivere le attese di cui ho parlato in apertura di recensione: prima quella per la guarigione del padre, poi quella di una storia di coppia che non decolla come lei vorrebbe e, infine, quella di veder riconosciuta la sua totale innocenza ed essere liberata dalla detenzione. Tutto questo sullo sfondo di una Torino descritta con infinito amore dalla D’Ambrosio nei suoi angoli più intimi e segreti. Ma l’autrice ci parla anche di affido, di manicomi, di ospedali, di tematiche molto forti che però vengono ben “inserite” nel corpo di questa storia in cui, come sottolinea la D’Ambrosio, i protagonisti, che lei sceglie di elencare come se fossero gli attori di un cast, sono frutto di fantasia ma sono reali i fatti di cronaca riferiti dai quotidiani: i nostri complimenti per questo debutto, Rossana.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Dall’Algeria ci arriva un libro affascinante, commovente, doloroso che mentre da un lato ci descrive una società, quella algerina contemporanea, che pochi di noi credo conoscano nei dettagli, dall’altra ci narra la storia di Randa, una donna imprigionata nel corpo di un uomo, in una società che non capisce perché uno dovrebbe rinunciare ai privilegi del maschio per essere qualcosa di ancora meno importante: una transessuale.
    Hazem Saghieh, editorialista di Al Hayat, quotidiano libanese in lingua araba edito a Londra, ci racconta in “Dillo alla luna”, ottimamente tradotto da Alessandro Buontempo, pubblicato in Italia dalla Piemme, in modo coinvolgente e crudo, la storia vera di Randa che è costretta a rinnegare se stessa per salvarsi la vita: dopo la pubblicazione in Libano questo libro ha scosso il mondo arabo alzando per la prima volta il velo su una galassia negata: quella delle persone trans.
    “…la sensazione di avere a che fare con un corpo che cambia è qualcosa di sorprendente… è un’esperienza che le persone normali non conoscono; loro non si osservano crescere e diventare grandi, subiscono il cambiamento invece di provocarlo intenzionalmente, e non ci pensano perché è un fenomeno che sta nell’ordine delle cose, succede e basta. Per gli altri il cambiamento è netto, come passare di colpo dalla pioggia dell’inverno al sereno dell’estate o dall’albeggiare al tramonto. E soprattutto non lo vedono compiersi sul proprio corpo, non ne seguono l’evolversi giorno per giorno”: straordinaria questa descrizione della trasformazione del corpo durante la somministrazione degli ormoni che somiglia a quella che molte amiche e amici trans mi hanno descritto della loro personale transizione.
    La protagonista di questo libro è anche un papà che è costretto a lasciare il suo amatissimo figlio e la sua terra natale per poter continuare in questo percorso con una serie infinita di sacrifici e talvolta le vengono dei dubbi atroci di aver fatto la scelta giusta: “… in un impeto di cieca rabbia verso me stessa mi chiesi come avessi potuto essere così egoista da abbandonare mio figlio solo perché volevo diventare donna. Forse era proprio per questo che i miei si vergognavano di me, per quell’incapacità di vedere oltre il mio naso, di preoccuparmi di qualcosa che non fosse il mio misero io. Non poteva dardi che avessero ragione loro, che io non fossi altro che un essere riprovevole e degno di disprezzo?” Parole pesanti come macigni, anche queste molto simili a quelle che mi hanno confidato molte persone che hanno fatto la transizione da genitore.
    Un libro che lascia il segno.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • "Sang-e sabur", pietra di pazienza, la pietra magica che si tiene davanti a sé per riversarvi le proprie infelicità, le sofferenze, i dolori, le miserie, confidandole tutto quello che non si osa dire a nessun'altro...
    “Pietra di pazienza” dello scrittore pakistano Atiq Rahimi, che ha vinto nel 2008 il massimo premio letterario francese, il Goncourt, è la storia di una donna che a causa dell'amore, del dovere, della famiglia e della religione, è condannata ad assistere e salvare il marito, un guerrigliero, immobilizzato da una pallottola rimasta nella sua testa. La donna deve pregare per 99 giorni ogni giorno, da mattino a sera, recitando uno dei 99 nomi di Allah seguendo il ritmo del respiro dell'uomo. Ma dopo due settimane questa preghiera si trasforma in una specie di confessione: per la prima volta la donna può parlare senza dover subire alcun rimprovero, è finalmente libera di parlare e lo fa. Parla della sua infanzia, delle sue sofferenze e frustrazioni, della sua solitudine, dei suoi desideri, dei suoi timori e così l'uomo, il suo compagno, sempre immobile diventa, suo malgrado, la sua “pietra di pazienza” che ascolta, assorbe ogni sua parola, ogni suo segreto finché un giorno…
    Libro breve ma straordinariamente affascinante, da leggere tutto d’un fiato grazie anche allo stile di scrittura che in alcuni momenti riecheggia lo “stream of cosciousness”, doloroso ma che talvolta fa anche sorridere, originale, un piccolo gioiello della letteratura che sembra scritto da una donna tanto Rahimi riesce a immedesimarsi nella protagonista.
    Ha dichiarato l’autore: “Ho scritto questo libro direttamente in francese. Quasi senza volerlo. All'inizio sono rimasto sorpreso: non usciva da me nessuna parola persiana. Sempre più incuriosito ho continuato a scrivere in francese sperando di capirne il motivo. La ragione più banale è che scrivere in francese è per me un modo di sfuggire all'autocensura. La lingua materna, come vuole il suo nome, è una lingua sacra, difficile da trasgredire, perché è attraverso di essa che si conosce il mondo, i suoi confini, i suoi tabù... Non si può che essere pudichi al suo cospetto…in fondo scrivere in una lingua diversa dalla propria, è come fare l'amore con un amante o una amante! Non si scrive usando la grammatica e le regole... Si usa la retorica!”

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Un calore che t'inonda.Un brivido freddo che ti attraversa. Con lei non s'invecchia. Sensazioni paradisiache. In realtà sei all'inferno.
    La prima volta non si scorda mai: una calma emozionata, un profondo rilassamento, una subdola euforia. La tensione del piacere sembra allungarsi all'infinito in un’assoluta soddisfazione senza ostacoli, senza pensieri, senza problemi.
    E' come fluttuare in una profondità liquida: un brivido assoluto, un apparente ed intimo equilibrio esistenziale. La vita funziona perfettamente. Ma è in quel preciso istante che è già cambiata. E per alcuni di loro per sempre.
    Bruno Panebarco in "Fedeli alla Roba" racconta tutto ciò.
    Bisogna assolutamente farsi, non per stare bene ma solo per non stare male.
    Tutta la giornata è regolata alla ricerca della roba, dei soldi, dello spacciatore, intervallata da feste, rave, scorribande su e giù per l'Italia e l'Europa...e poi l'avvento dei Prostitutes: Bruno, suo fratello Augusto e Giorgio, un'avventura musicale specchio dell'essere in quegli anni.
    Una storia dura, triste, in continuo movimento ma al tempo stesso, assolutamente immobile in cui il mezzo (l'ago) diventa il fine (la persecuzione). Il pensiero oscilla dalla paura angosciosa della carenza al sollievo del buco: non c'è nulla che conti di più.
    Si, qualcosa c'è: l'averne fatto parte, esserne sopravvissuti , raccontare tutto ciò e dare una risposta a se stessi sul perché della propria scelta.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

    • Petali
    • 16 aprile 2012 alle ore 12:07

    “In primavera, i fiori lasciano che i loro petali scendano in ordine sparso, abbandonandosi ai capricci della brezza... Similmente, la riflessione della mente sviluppa gli aforismi (i suoi “petali”) in ordine sparso (ma non disordinatamente), senza una meta precisa che non sia una migliore comprensione della realtà umana…”. Questo lo spirito e l’aspirazione della creatività di Mario Vassalle, che trova nella forma espressiva dell’aforisma – bilingue come l’autore - un vero e proprio strumento filosofico di indagine, espressione e comprensione della realtà umana, dell’animo dell’uomo e del suo rapporto con il mondo che lo circonda. Nelle sue mani, anzi nelle sue parole, l’aforisma diventa quasi unico interprete del pensiero più vero, più profondo, spesso anche oggetto della riflessione stessa: “l’aforisma apre nuove visioni alla dialettica della curiosità dell’intelletto”. Accanto alla cultura dell’aforisma, questa raccolta di petali rivela anche una grande e straordinaria fiducia nell’intelletto stesso, nell’umana capacità di ragionare, capire, interrogarsi.  E il fine di questo processo di comprensione è sempre  la verità, concepita come alta e assoluta ma anche come assolutamente individuale, che per ciascuno può essere composta di tratti diversi, in corrispondenza delle altrettanto varie caratteristiche che compongono il genere umano.  “Che strane creature! Siamo personaggi di un dramma (dramatis personae) il cui copione non abbiamo né scritto né letto”, scrive Vassalle; e questa imprevedibilità diventa anche fonte di errori e di ironia: “L’avventura di vivere è talvolta assai più di quello che siamo pronti ad affrontare. Ma non è questo un ingrediente indispensabile al dramma?”. Questo teatro della vita è ricco di grandi ideali come la libertà, definita insopprimibile come la bellezza, ma anche di grandi difetti, come l’arroganza, l’incapacità di imparare dagli errori, la vanità. E ancora, nella girandola dei petali di questo ricco giardino, l’autore dedica spunti di riflessione anche alla concezione di Dio, alla politica, a sensazioni che scaturiscono da momenti di vita, come una tempesta di neve o le passioni umane, che scuotono il nostro spirito “come una tempesta scuote selvaggiamente le fronde delle palme piegate nelle folate di vento”.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Un anno era passato da quando quattro amici avevano vissuto una stravagante avventura sulle Alpi Apuane. Stella, appassionata di scrittura, aveva addirittura pubblicato il suo libro e, adesso che stava per arrivare il Natale, lei e sua sorella Glenda avevano avuto una meravigliosa opportunità: il signor Antonio, padre di Frank e Rebecca, aveva regalato loro i biglietti aerei e le aveva invitate a passare le festività natalizie a Boston, nei favolosi States!
    Per i nostri eroi, inevitabilmente, anche questo viaggio si trasforma in una nuova avventura ricca di colpi di scena e accadimenti del tutto straordinari, a cominciare da un misterioso libro blu, che coinvolgeranno il lettore, aiutati in questo dallo stile narrativo lineare e fluido della nostra Autrice che ci prende per mano e ci porta a condividere con i quattro giovani protagonisti, e gli altri personaggi che via via si aggiungeranno, le varie vicissitudini che renderanno indimenticabile questo Natale americano.
    Tra realtà, fantasia e fantascienza, la vicenda si dipana con leggerezza e ci coinvolge, quasi obbligandoci a continuare la lettura fino all’ultima riga.
    Non raccontiamo, ovviamente, i dettagli lasciando al lettore il gusto di scoprire l’intreccio pagina dopo pagina; basti sapere che il racconto è adatto a tutti e che, alla fine, rimane il desiderio che i nostri quattro giovani amici ci portino con loro nelle prossime avventure.

    [... continua]
    recensione di Antonio Colosimo

  • Paolo Fiore parte "Prima delle parole", il titolo della poesia d'apertura di questa silloge poetica. Sempre più cosciente, che prima di arrivare al verbo c'è un cammino fatto di stagioni del cuore, di vita... di occhi.
    La parola è solo l'atto finale di una melodia costruita nel tempo. E' una poesia fatta di ricordi che abitano in un presente profondo, mosaico di "occhi che si riconoscono", di immagini e luoghi ripensati e rivissuti.
    E' una sensibile coscienza poetica che permette ad anime feconde di assaporare l'emozione sottoforma di luoghi abitati e non, di occhi in cui ci siamo riflessi, ma anche solamente sfiorati nel lampo di una notte.

    In questa silloge c'è anche tanto amore, sempre rivisitato "guardando attraverso". Perché il sogno di un amore vero è quello di poter guardare il mondo con gli occhi dell'altro. Il culmine massimo è poter donare i propri occhi all'altro, mentre si gode del passaggio del treno della felicità. "Affido i miei occhi ai tuoi occhi e/ spero che vedano/ quello che vorrei."
    Tra le righe si scorge anche un'ironica malinconia d'amore. Dove il poeta non si lascia andare a semplici amarezze, ma è più un "poteva essere, ma non è stato" che non lascia ombre a un rimpianto troppo marcato. Emerge la leggerezza come filtro magico per scremare la propria vita, perché Paolo Fiore, rimane comunque affascinato da "questo sfiziosissimo gioco" che è l'esistenza.

    E' una poesia di gioia, di arancio, di inverni che passano, di ricordi che vivono dentro di noi... per sempre.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Chi sono questi ultimi di cui si parla nel romanzo? Sono i bambini di nessuno, quelli che vengono prelevati con violenza nei paesi dell'Europa dell'Est e portati nelle nostre ricche città, costringendo i maschi ad una vita di prostituzione, segregando le femmine al buio in appartamenti guardati a vista per incontri sessuali forzati.
    E proprio di queste vite rubate Panebarco ci vuole raccontare,  presentandoci il caso emblematico di due fratelli, Adrian e Mrna, portati via alla loro famiglia con azione violenta e condotti a Torino: ed in una Torino allucinata e sporca ci trascina il protagonista, Sirio Merisi, giornalista d'inchiesta, in compagnia del fotografo Manlio Davico, alla ricerca della verità che si cela dietro questi ragazzini costretti a prostituirsi, ciascuno con alle spalle una storia di sfruttamento e di disperazione.
    Si tratta di un traffico sordido, in cui sono coinvolti servizi deviati e poliziotti corrotti, che non si tirano indietro davanti a niente, convinti che la vita sia scandita solamente dal frusciare dei soldi: perchè con i soldi si compra tutto, anche le persone; anche le anime.
    Il racconto si svolge veloce, i capitoli di pura inchiesta sono intervallati da quelli più squisitamente legati al privato del protagonista, che intreccia con la vicina di casa, sua dirimpettaia, un gioco erotico intrigante ed emozionante.
    Mentre le ricerche continuano, a mano a mano che si intravede una esile trama in questo tentativo di fare luce su questo massiccio sfruttamento di adolescenti e bambini, facciamo conoscenza con personaggi subdoli, alcuni sinceramente perfidi, tutti, comunque, conniventi.
    Non c'è pietà, in questo romanzo: sicuramente non c'è pietà per gli organizzatori della tratta, che rimangono comunque e sempre protetti, sempre nell'ombra del sommo potere che tutto pare manovrare.
    Ma non c'è pietà neppure per chi si adopera affinché questo scandalo esca allo scoperto, sia portato a conoscenza della gente comune, possa finalmente finire: Sirio Merisi pagherà con la vita la sua coraggiosa battaglia.
    L'unico spiraglio di ottimismo lo troviamo nelle ultime pagine, quando vediamo la compagna di Sirio che gioca con il suo bambino e con Mrna: due innocenti da proteggere per dare loro la possibilità di vivere un futuro migliore.
    Agile e veloce, il romanzo si legge d'un fiato: l'argomento scabroso è trattato con delicatezza ed infinita tenerezza e grande rispetto nei riguardi di un'infanzia violata da un potere che travalica ogni sentimento.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Ardito collage di ricordi personali intensificati da libere associazioni a frammenti illustri, “Nella foresta della memoria” di Matteo Cammisa è un piccolo e scuro diario intimo reso pubblico dal suo autocritico scrittore. Più di 40 componimenti poetici, a volte d’ungarettiana brevità (“Fine”, “Lacrima”, “Impression”), ma anche in forma di prosa spontaneamente fluita sul foglio (“Ricordo d’amore”) o di ballata neoavanguardistica (“Senza titolo”, quasi un salmo dissacratorio recante in sé la formula ripetuta «mangiate caccolette subdole e insensate»), gli scritti di Cammisa costituiscono le tappe di un doloroso percorso nella persistenza del proprio dolore - della memoria, appunto, parafrasando il celebre quadro di Salvador Dalì. Le stazioni di questa “via crucis” al sapore di vino, fra aloni di luci notturne e antichi odori, sono tre: L’Abbandono, sincera e disarmante presa di coscienza dell’umano soffrire; L’Eros, arduo confronto con l’indescrivibilità della passione; Alexandra Ginsberg, sequenza di impressioni sulla Femminilità attraverso il gioco di specchi fra diverse identità di donna. Cammisa scrive e riscrive, intorno, sopra, usando il suo libro come un muro di periferia: per farvi sedimentare la vita come, forse, l’ha sentita posarsi su di sé, nell’eterna e lacerante ricerca del poeta che fa suo il postulato: «chi già possiede vuole avere». La poesia stessa è eternità, ricorda l’autore citando Rimbaud in postfazione: perpetua, incancellabile, come i segni lasciati sull’intonaco consunto, mai stanco di ospitarne pur lasciando spazio a quelli vecchi. E allora Cammisa, neo-compositore maledetto, graffitaro dell’inconscio, si lascia esplorare con qualcosa di simile alla distrazione: senza pensarci, solo sentendo, agendo la parola poetica, incurante della curiosità, dell’odio o dell’amore che potrebbe scatenare.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

    • Sophia
    • 04 aprile 2012 alle ore 8:08

    Sicuramente - splendidamente e musicalmente - una poesia d'amore: tutte le 36 liriche sono ispirate e dedicate alla donna amata.
    Un piccolo romanzo fatto di poesie in rime per descrivere con tocchi delicati il primo momento del riconoscimento dell'insorgere d'amore, che l'autore definisce "Dolce Primavera la tua conoscenza....", e proseguire  con una corte serrata e attenta che si dipana in una sensazione di tensione quando dice: "un cruccio m'affatica/ da molti giorni ormai..." e poi lo svelarsi della bellezza squisitamente fisica della donna che lo porta a esprimere in parole esultanti il progredire della conoscenza reciproca.
    Si succedono  poesie in cui viene proclamato l'entusiasmo dell'uomo che ha finalmente raggiunto la meta tanto agognata, ha ottenuto che il suo amore sia ricambiato da quella donna che ha tanto desiderato; eppure, così infine raggiunta, ancora trova in lei motivi di incanto, quando ripete "sei tenera e incerta/ perciò ti fai amare così tanto".
    Descrive il poeta la sua donna in svariati momenti, pennellate delicate mentre il gioco dei due innamorati si fa altalenante: "diletto ti prendi al negarti/ quand'io seriamente ti ammiro....", impeto di passione e costante attenzione alla sua seducente bellezza.
    Pare quasi di salire con allegra baldanza su uno stretto sentiero di montagna, in una mattina di  sole di prossima estate, e guardandosi intorno cogliere l'infinita bellezza della natura, mentre ci prospettiamo la vetta ed il paesaggio che potremo finalmente di là ammirare: eppure la salita si interrompe bruscamente, c'è stato un passo falso, in questo amore ascendente, un blocco improvviso, una caduta.
    E per questa caduta si levano i dolenti accenti del poeta, che non si dà pace: "Non posso, non posso perdonare a me stesso/ che al tuo tenero sorriso/ pudico sul niveo viso/ io debba amaramente rinunciare/ perché altro che errori non seppi fare...", e proclama testardamente "Giammai in vita mia/ deporrò la volontà/ d'averla tutta....".
    Racconta il tentativo di riconciliazione, la sua incapacità di uomo "che non sai mai dimostrare a chi ami/ quanto potresti donare dei tuoi tesori"; e poi il ritorno, il riconoscimento, l'impegno: "guardo il presente/ dove in ogni attimo ci sei continuamente tu".
    Eppure deve amaramente concludere che "E' buffa la storia di me e te, che per anni/ siamo insiem stati, d'una decade/ come folli innamorati, per lite/ indiretta separati/ conclusa con stizza/ l'acerba lizza/ che non dovrebbe scinder gl'innamorati...".
    Che dire di questa storia d'amore che vediamo trascorrere sotto i nostri occhi? La seguiamo con interesse, partecipiamo delle sue scoperte, restiamo muti davanti ai riti d'amore e poi silenziosi ci accostiamo in rispetto al dolore della sua fine.
    Tuttavia, non possiamo ignorare che il poeta ha volato alto, molto alto, quando ha proclamato alla sua amata "Da te esigo un amor imperituro...": a cadere da tali altezze, ci si fa molto male.
    Gradevole e veloce da leggere, l'autore ci fa il regalo delle sue emozioni e dei suoi sentimenti, e noi a lui in cambio regaliamo i minuti che occorrono alla lettura del suo libro e portiamo in cuore le chiare sillabe delle sue rime eleganti.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Già in fasce Jean-Baptiste Grenouille è un tipo strano. La sua voglia di sopravvivere è più forte di ogni altra cosa, ma ciò che lo rende veramente particolare é che non ha odore. Ciò lo rende un ragazzo schivo, senza amici e tutti ne hanno paura senza sapere il perché. Ma a lui non interessa. Vuole sopravvivere. Il suo essere inodore gli regala la capacità di riconoscere qualsiasi odore. Riconosce persone, cose, spazi, tutto dal loro odore e anche a distanze impressionanti. Tutto va bene fino al giorno in cui si imbatte in un profumo, una fragranza che lo fa impazzire dal desiderio. Segue questo odore fino a trovare una ragazzina in un giardino e la uccide. Il suo odore lo accompagnerà tutta la vita. Diventerà un ossessione. Tante ragazzine dal profumo inebriante moriranno fino a quando non deciderà di fare qualcosa. Come apprendista del Parfumeur Baldini, uno dei più famosi di Parigi, imparerà l'arte del creare, distillare i profumi. Nessuna ambizione professionale, ma solo un obiettivo: ricreare il profumo che lo ossessiona, distillando, come con i fiori, l'essenza da cui esso deriva.

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    recensione di Katia Guido

  • Un libro per bambini che parla anche agli adulti: "Andrea e il mondo dei Chapas" è un romanzo fantasy che ha la capacità di farci tornare giovani e guardare il mondo con gli occhi di un ragazzino.
    Andrea è un bambino all’apparenza un po’ distratto, che perde i suoi giochi salvo poi ritrovarli in posti diversi da quelli in cui ricorda di averli lasciati. Non ha mai dato molta importanza a queste sparizioni, fino a che una automobilina nuova fiammante scompare quasi davanti a lui.
    Evon è un piccolo Chapas, popolo che vive in un mondo parallelo comunicante con la Terra attraverso un passaggio dimenticato in epoche remote e da lui riscoperto: periodicamente esplora il mondo degli umani e in particolare la camera di Andrea, punto di arrivo del passaggio.
    Attratto dalla automobilina, Evon la prende per osservarla meglio, ma finisce con l’essere scoperto da Andrea mentre la sta riportando indietro: il piccolo Chapas fa in tempo a fuggire e ritornare nel suo mondo, ma è sufficiente quella breve apparizione per incuriosire Andrea e spingerlo a cercare informazioni sulla creatura intravista.
    I due bambini hanno tanti punti in comune: la curiosità e l’intraprendenza, che li porterà ad avvicinarsi e a conoscersi, e il coraggio che li guiderà contro Persifer, un essere maligno che minaccia il mondo dei Chapas.
    Seguendo passo passo le scoperte di Andrea e le esplorazioni di Evon, il romanzo ci prepara al loro incontro e alle avventure che ne seguiranno. Quando Andrea entra nel mondo dei Chapas  il lettore è ormai talmente avvinto dalla storia che il mondo parallelo assume consistenza reale e non è difficile immaginare il villaggio da cui Evon proviene.
    Il romanzo è di piacevole lettura anche per gli adulti, grazie ad una costruzione narrativa avvincente e all’assoluta coerenza del mondo fantastico ideato, che portano a sospendere il principio di realtà e a lasciarsi emozionare dalle avventure di Andrea e di Evon.
    I valori dell’amicizia e della lealtà trionfano in questo libro, ma non meno importante è il messaggio implicito che ne sta alla base: come mostra la storia del bambino e del piccolo Chapas, chi è diverso da noi in fondo non è poi così diverso.

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    recensione di Alessandra Gorlero

  • Sara ed Elena sono cresciute senza amore. A dirlo così sembra una frase come un'altra, ma spesso quando la sentiamo non ci immaginiamo nemmeno cosa voglia dire sul serio. Due bambine lasciate in un collegio di suore da una madre incapace di amarle e di amare se stessa. Un taglio alle trecce, la fine della libertà: gli anni in collegio sono un calvario e le sorelle, coloro che servono il Signore, della misericordia e amore religioso ne dimostrano meno di nulla. Sara, la maggiore, è la più forte e il suo giuramento di proteggere e stare vicino a sua sorella lo manterrà a tutti i costi. La proteggerà da una realtà dura, da un padre perverso, da una madre alcolizzata e manesca. Ben oltre il collegio, quando la loro madre le verrà a prendere, per portarle nella loro nuova casa, dal loro nuovo padre. Mentre Sara sogna la libertà, Elena aspetta l'amore. La rabbia e la cocciutaggine di Sara l'aiuteranno a salvarsi, mentre la sensibilità e l'introversione di Elena la porteranno all'autodistruzione. E' la storia di due ragazze, che non hanno mai conosciuto veramente l'amore. Ne hanno assaggiato qualche boccone qui e là, ma la vita gli ha strappato il piatto prima che potessero veramente conoscerne il gusto. Una storia amara e ingiusta. Incomprensibile come il fatto che gli adulti non riescano a proteggere e amare creature così fragili e non si rendano conto a quali conseguenze irreparabili le condannino con le loro azioni, dettate, per lo più, dal loro malsano egoismo. Una storia, che non ha una fine inaspettata, ma nemmeno banale. Una storia che lì fuori, nel mondo, si ripete di continuo, ogni giorno, troppo spesso.

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    recensione di Katia Guido

  • Una mattina, come ogni mattina, un uomo esce di casa e porta a passeggio il suo cane. Sceglie il percorso più breve per raggiungere il parco, perché il cielo minaccia pioggia. Attraversa la strada e cammina svelto sotto una grondaia, proprio mentre una grossa tegola pericolante sta per cadere. La tegola precipita e colpisce direttamente la testa dell’uomo che s’accascia a terra privo di vita, abbandonando per sempre ogni suo sogno insieme al povero cane afflitto.
    Che cos’è successo? Potremmo semplicemente dire che si è trattato di una morte accidentale. Tuttavia, in questi casi, la serie di coincidenze sfortunate ripercorsa a posteriori ci porta a pensare che s’è trattato di un destino crudele, di un fato amaro, di chissà quale inafferrabile volontà. Se solo l’uomo non fosse uscito quella mattina, se solo avesse percorso un’altra strada, se ci fosse stato il sole, se il cane l’avesse attirato verso un prato, si fosse messo a inseguire un gatto e così via … Quante altre sorti differenti sarebbero potute capitare al pover’uomo. Invece no: quello era il suo destino, evidentemente!
    Quello di trovare a tutti i costi un senso, un segno, una direzione nei fatti è uno schema di ragionamento tipicamente umano, perché non è sopportabile per un essere intelligente come noi dover ammettere di trovarsi di fronte ad eventi inspiegabili, oltretutto se concatenati tra loro verso un epilogo così drastico. Da qui, arrivare a pensare che dietro tutti gli avvenimenti apparentemente effimeri ci sia una regia, un piano misterioso, un disegno inafferrabile e inevitabile, il percorso è breve. Breve e pericoloso.
    Il libro di Telmo Pievani, La vita inaspettata, edito da Raffaello Cortina Editore, spiega come  i fatti, così come tutta la storia, non abbiano una direzione, e la casualità sia in realtà contingenza, ovvero concatenazione di possibilità, non di necessità. In altre parole, l’interferenza non necessaria tra due dinamiche di fatti, indipendenti tra loro e con una logica intrinseca, rende alla fine possibile un esito, che non è tuttavia frutto di un progetto ma di un fortuito intreccio di dettagli, i quali avrebbero potuto portare altrove.
    Il problema è che, quando due catene di fatti indipendenti s’incrociano, possono provocare l’improbabile, l’inatteso, a volte talmente straniante e beffardo da indurci a pensare ad una mano invisibile che dirige il gioco. Come fosse il copione di un film con un finale già assegnato in cui noi, esseri viventi, siamo solo inconsapevoli comparse.
    Per arrivare a dimostrare che così non è, Pievani parte da molto lontano. Esattamente dalla Preistoria. Ripercorre alcune tappe dell’affascinante cammino dell’evoluzione umana a partire dai più semplici batteri unicellulari fino ad arrivare all’uomo tecnologico di oggi, immaginando quello che sarà domani. In sottofondo, la voce di Charles Darwin sussurra tra le pagine, dando la sensazione di sfogliare un libro dentro il libro: le sue lettere, i suoi appunti, le sue riflessioni sempre precise e oneste, trapelano in un costante dialogo tra stupore e logica, tra emozione e razionalità, mescolandosi alle parole altrettanto appassionate di Pievani. Dalla lettura dei taccuini di Darwin, emerge un uomo di scienza e di passione, un rivoluzionario culturale e filosofico, oltre che scientifico, nient’affatto ambizioso di fama e gloria ma semplicemente di chiarezza. Egli, infatti, tenne le sue annotazioni segrete per vent’anni, proprio perché sapeva avrebbero fatto vacillare le presunzioni umane insieme alla vanagloriosa illusione d’essere sovrani sulla Natura e frutto indiscusso dell’eccezionale vittoria del più forte e intelligente sul più debole e incapace. Niente di più ridicolo: un verme policheto come la Pikaia avrebbe potuto avere la meglio sull’Homo Sapiens in altre circostanze e, oggi, la Terra potrebbe essere popolata da rettili piumati e pesci con le dita, anziché da esseri tecnologici e computerizzati. I risvolti culturali innescati dal darwinismo sono vertiginosamente vivi e pulsano come un vulcano sornione sempre pronto ad eruttare. Per questo, ancora oggi, Darwin è un boccone duro da digerire al di fuori dell’ambiente scientifico e mantiene accesa, dopo tanti anni, un’accattivante sfida culturale che ha inevitabilmente scomodato anche teologia ed etica, sfida di cui Pievani si fa portavoce, provocando qua e là, benevolmente ma con puntiglio, La Vita autentica del suo collega e contraltare Vito Mancuso.
    In poco più di duecento pagine, Pievani manda in frantumi l’allucinazione di eccezionalità indiscussa dell’Essere Umano, facendo cadere come un castello di carte l’idea di ‘anello mancante’, di unicità della specie, di ineluttabilità della storia e dell’evoluzione. In verità, comparando tutti gli studi e i reperti finora a disposizione, pare non ci sia stato alcunché di ineluttabile e lineare nel corso dell’evoluzione. La Storia non è una palla da biliardo diretta in buca e la Vita è stata sempre una corsa con una infinità di atleti, nemmeno tutti rintracciabili ma di certo spesso sovrapposti e mescolati tra loro, così diversi e così uguali. Una corsa non regolare e progressiva ma a zigzag e sempre imprevedibile fino alla svolta successiva, le cui regole sono state dettate dalle contingenze ambientali di un ecosistema in costante trasformazione, dalle oscillazioni climatiche e dalle circostanze ecologiche che, più volte nel corso dell’evoluzione, hanno infilato gli esseri viventi in quello che gli esperti chiamano il ‘collo di bottiglia’ evoluzionistico. Gli Esseri Umani attuali discenderebbero, perciò, da quelle poche creature sopravvissute agli eventi fluttuanti e ramificati di un Grande Passato che avrebbe potuto svolgersi in maniere completamente differenti.
    In altre parole, per tornare alla metafora dell’uomo con il cane, nel corso dell’evoluzione di tegole pericolanti ce ne sono state a bizzeffe e ne son piovute infinite volte, decretando la condanna di alcuni e la grande occasione di altri. Tuttavia, non sempre le tegole hanno colpito i più deboli a vantaggio dei più forti, e non sempre la sopravvivenza è stata frutto di competizione e lotta ma anche di collaborazione e contingenza, appunto.
    Gli scenari possibili della storia dell’evoluzione sono infiniti, dunque, un po’ come nel film Sliding Doors, in cui le scelte della protagonista danno vita a svolgimenti diversi: ogni narrazione ha una consequenzialità, il cui senso sarà afferrabile solo a posteriori, consequenzialità che si ramifica in mille rivoli e meandri a partire da una minuscola, insignificante biforcazione, il cui esito dipende a sua volta da un ventaglio di dettagli imponderabili.
    In conclusione - senza tuttavia giungere a una vera conclusione perché si sta parlando di un fiume che scorre nuotandoci dentro - il castello di carte di un’evoluzione lineare e progettuale crolla sotto un alito di vento. L’assenza di un fine e la non unicità della specie sono gli ingredienti non ancora metabolizzati della rivoluzione darwiniana che spingono talora a preferire teorie rivisitate e più comode del darwinismo, se non rifiutarlo del tutto. In ogni caso, nella sfida tra cruda necessità e finalità intenzionale, tra scienza e fede, tra realtà e trascendenza, l’onere della prova spetta a chi pone le ipotesi, lasciando ognuno libero in cuor suo di credere, illudersi, sperare ma soprattutto cercare di capire, senza innamorarsi di falsi profeti. E poiché, come diceva Primo Levi, è difficile distinguere i profeti veri dai falsi, è bene averli in sospetto tutti, rinunciando alle verità rivelate anche se esaltanti, e preferendo invece piccole verità, modeste ma conquistate faticosamente e senza scorciatoie, tramite il ragionamento e la discussione. Solo così, forse, potremo capire che essere sganciati da un disegno invisibile ci rende liberi e responsabili in questo frammento di spazio e tempo che ci è concesso di vivere. E visto che siamo protagonisti inattesi e temporanei in un universo tra tanti, cogliamo la straordinaria occasione di meritarci questo piccolo spazio cosmico, rendendo davvero autentica la nostra vita! Ricordiamo a noi stessi che siamo a volte portati a far guerre e combatterci l’un l’altro, è vero, ma che siamo anche in grado di curare e salvare vite, comporre sinfonie e opere d’arte, scrivere leggi e poemi, esplorare lo Spazio, il cervello e l’inconscio ...  Allora, se saremo abbastanza saggi, cresceremo forti come la ginestra di Leopardi che spunta, nonostante tutto, nel deserto dell’amoralità e spande sulle ceneri laviche il suo profumo delizioso di contagiosa vitalità.
    Il dialogo tra tutte le discipline culturali è probabilmente la vera chiave di lettura del presente di un uomo che s’è svegliato da illusioni millenarie e che prende finalmente atto d’essere uno zingaro ai margini dell’Universo in cui deve vivere. In questo immenso panorama umano, la contingenza, come conclude Pievani, non esclude l’etica, anzi la implica perché rende responsabile ognuno di noi di ogni piccola, grande azione, in ogni istante. Parimenti, la contingenza non impedisce di vivere per qualcosa di più grande di sé, perché qualcosa di immensamente grande c’è ed è il Futuro.
    Se entrassimo in una immaginaria sala di proiezione e facessimo scorrere di nuovo la pellicola della Storia, probabilmente non assisteremmo allo stesso film con lo stesso finale, anche se non è possibile verificare ciò. Ma quel che è certo è che il film del Futuro è ancora tutto da girare, tutto da inventare e, per quanto ci è umanamente concesso, è completamente nelle nostre mani, visto che nessuna ‘necessità’ ce lo potrà mai rubare.
    Arrivare all’ultima riga del libro di Telmo Pievani equivale a rincasare dopo aver fatto un giro sulle montagne russe della Vita: la nostra casa non ci pare più la stessa. Il panorama dipinto tra le pagine mozza il fiato e l’ondeggiare tra paleontologia e biologia, antropologia ed etica, psicologia e neuroscienze, tra scienza e teologia … tra Pikaia, Uomo e Dio, dà una sensazione d’immensità e di precarietà mescolate insieme.
    Rincasiamo, dunque, con una gran voglia di cercare risposte e di non smettere mai d’essere curiosi, pieni di voglia di vivere e di uscire di casa ogni mattina col sorriso anche se piove, con il nostro cane al guinzaglio (e guarda caso non viceversa!), felici di passeggiare per questo spettacolare e imprevedibile Mondo che, con i suoi tanti silenzi, ci lascia benevolmente liberi.
    Liberi e responsabili di passare il testimone della Conoscenza ai nostri figli, perché possano crescere consapevoli d’essere davvero artefici del proprio Futuro.

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    recensione di Paola Cerana

  • Immaginate un tempo in cui non si parlava dell’evoluzione della specie. Un tempo in cui, anzi, ipotizzare che il mondo non sia rimasto uguale a come Dio lo ha creato equivale quasi a dire un’eresia: l’Onnipotente avrebbe quindi commesso un errore e cancellato qualche sua creatura? In questa immaginazione procede spedita e suadente Tracy Chevalier, la bravissima autrice de “La ragazza dall’orecchino di perla” che spopolò all’inizio del Duemila e che dopo qualche altra prova narrativa è uscita pochi anni fa con “Strane creature”. La storia attraverso la quale ci conduce racconta di Mary Anning, una umilissima ragazza di Lyme Regis che nei primi dell’Ottocento da semplice cercatrice di fossili diventa una vera e propria paleontologa: la affianca una preziosa amica, Elizabeth Philpot, avvantaggiata da una migliore condizione sociale, che contribuisce a renderle giustizia come legittima scopritrice del primo plesiosauro e del primo ittiosauro. L’immaginazione di Tracy Chevalier fa affezionare il lettore alla storia di queste due donne, e la stessa Chevalier se ne sente così legata che conclude il libro spiegando in quali passaggi finisce la Storia e dove inizia la sua fantasia. Un libro da leggere e a cui voler bene. Nel 2010 la Royal Society ha incluso Mary Anning tra le dieci donne britanniche che hanno avuto più influenza nella storia della scienza.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Il 14 gennaio è scomparso uno dei filosofi più significativi del panorama culturale italiano. Paolo Rossi, professore dell’Università di Firenze, membro dell’Accademia dei Lincei e, soprattutto, uomo profondo e sensibile, ha dedicato l’intera vita alla riflessione e all’insegnamento, praticato fino all’ultimo con grande entusiasmo. Amava definirsi "storico delle idee" e, oggi, lui stesso è diventato Storia lasciando in eredità le sue idee.
    Il suo ultimo libro risale allo scorso anno e s’intitola “Mangiare”, edito da Il Mulino. Non lasciatevi ingannare dal titolo bucolico che riempie la bocca e non indugiate, dunque, tra gli scaffali del reparto "cucina". Il libro di Paolo Rossi appartiene a tutta un’altra specie letteraria e si colloca in prima fila tra i saggi di antropologia, perché il mangiare è sia Natura, sia Cultura e i modi di nutrirsi sono in grado di dire qualcosa di importante non solo sui modi di vita ma anche sulla struttura di una società e sulle regole che consentono ad essa di persistere e di sfidare il tempo.
    “Mangiare” è uno di quei libri in cui pare di sentire la voce del narratore che fa da sottofondo al suo atto creativo. Convincente e appassionato nelle sue argomentazioni, Paolo Rossi ha dedicato questo scritto alla memoria di un suo caro amico e a sua figlia Laura, una brava psichiatra che si occupa di disturbi del comportamento alimentare, in special modo di anoressia. Le pagine del libro sono un approfondimento di alcune cartelle che il filosofo aveva scritto in passato per questa giovane donna, mosso dai forti sentimenti provati visitando di persona il reparto psichiatrico in cui lei lavorava. Perché un conto è leggere libri e un altro è avvicinare le persone. Questo spiega il taglio particolare del saggio, che pur titolandosi “Mangiare” tocca aspetti spesso solo paradossalmente legati al bello del mangiare. Mangiare, infatti, non è solo piacere. E’ anche fame. E fame significa bisogno, desiderio, ossessione, come dice il sottotitolo del libro. Significa digiuno, carestia, povertà, frustrazione, rinuncia, schiavitù, malattia, morte. Significa persino cannibalismo e vampirismo, ancora oggi praticati, nel nostro tempo e nella nostra società!
    Paolo Rossi, da buon filosofo, vola alto e leggero attraverso scenari storici e culturali lontani tra loro, nel tempo e nello spazio, evocando qua e là passi intensi di scrittori e pensatori quali Calvino, Pasolini e Herta Mueller, per poi planare deciso laddove il volo è cominciato, sul terreno vischioso dell’anoressia. E lì colpisce il bersaglio, la musa Ana, come viene familiarmente chiamata l’anoressia sul web dai suoi giovanissimi fedeli: il tirannismo alimentare, l’amoroso anelare ad un vuoto che sazia più del pieno, in un inesorabile, lento, cieco suicidio. Ne parla con estrema delicatezza, com’è giusto trattare questo male subdolo dove tutto è difficile e ancora più doloroso perché coinvolge soprattutto chi si affaccia all’alba della propria esistenza, creature simili a passerotti chiusi in un’invisibile gabbia d’oro.
    Non è, però, necessario arrivare alle ultime pagine del libro per sentire il sapore che emana. Anzi, per essere precisa, non si tratta di un sapore ma di un retrogusto, amarognolo e pungente, più forte e persistente della pienezza stessa del gusto. Affrontare l’argomento del mangiare da questo punto di vista è decisamente originale e provocatorio. E’ un po’ come se un sarto descrivesse l’eleganza di un abito partendo dalla fodera. E la provocazione a riflettere in maniera così disincantata sui paradossi alimentari del nostro tempo non può lasciare indifferenti. Viviamo in una società in cui due terzi fa la fame e un terzo la dieta! Allora si capisce come tra le due teste di un simile mostruoso ossimoro, tutto sia possibile: dall’opulento dio McDonald, dove i bambini non diventano mai adulti e gli adulti restano eterni bambini, fino al regno della musa Ana, dove bambini fragili e disorientati rischiano d’essere intrappolati in una gabbia d’oro che tutto offre fuorché la vita, bambini incapaci di diventare adulti liberi e di spiccare felici il volo con la sola forza delle proprie ali.

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    recensione di Paola Cerana

  • Sosteniamo Dominique Lapierre!   
    Un libro straordinario, per i personaggi descritti e le vicende narrate. A  volte può apparire così lineare e descrittivo da sembrare addirittura semplice.  Ma per farsi comprendere, per arrivare a tutti, essere pomposi non serve a niente, e questo libro è scritto proprio per raggiungere tutti, per colpire le coscienze e stimolarle.
    Sono stato a Calcutta circa 20 anni dopo i fatti  descritti, sicuramente è stato fatto tanto ma negli slum resta ancora molto da fare.
    Un paio di mesi dopo il rientro in Italia ho avuto la fortuna di  ascoltare dal vivo Dominique Lapierre, durante un incontro letterario: emana un'aura,  un'energia, una serenità d'animo che si individuano solo nelle grandi  personalità. E' una di quelle persone, con sua moglie, che non vanno lasciate sole.
    Credo che la miglior recensione per questo libro sia diffondere le  coordinate per sostenere le loro iniziative: "Associazione per i bambini dei  lebbrosi di Calcutta per la fondazione Dominique Lapierre ONLUS", Conto Corrente  Postale 10043503 - Conto Corrente Bancario: 010000003389/5 ABI: 3032 CAB: 2801

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    recensione di Luigi De Luca

  • I versi di Fabia Muscariello, presentati da Sandra Cervone, risuonano al lettore come lontani richiami di martin pescatore, delicati e fragili echi di pensieri sullo sfondo della risacca.  "Tra quelle conchiglie rotte e salate ho mosso i miei primi respiri/ la vita mi accoglieva appena e io già volevo tornare indietro": inizia così "Ventilato", a mio avviso una delle più belle liriche di questa piccola raccolta. Solo chi è nato accanto al mare può comprendere appieno cosa significhi quel senso di pienezza e al tempo stesso soffocamento che si prova, quando si ha davanti l'orizzonte liquido e dietro un fazzoletto di terra che accoglie, protegge, nasconde, a seconda dei tempi ("Sarò figlia di gamberi/ o disegno di gabbiani").
    Il poeta fugge a se stesso ma non può fare a meno di comporre: questo il suo destino, questo il destino di Fabia che si coglie a fotografare gli istanti incerti del suo cammino nella piena consapevolezza di avere "un viandante sconosciuto" dentro sé. Il vero poeta scrive per sé, ma trascina chi si imbatte sul suo cammino, perché insegna al viandante a  guardare il mondo intorno e comunicarlo attraverso parole eterne, intime e corali al tempo stesso. La poesia dona saggezza ma non ripara dal desiderio di certezze e di quotidianità a cui l'essere umano si aggrappa per sfuggire all'infinito cercare.  L'autrice anela alla stabilità (“Voglio vivere/ sul castello di cui mi fido”), ma al tempo stesso avverte indomita: "si vola con le ali/ io ho solo scarpe/ tante e troppe/ e amo la terra ma guardo sempre il cielo". Ma lei riesce a volare anche con le scarpe, e in “Ogni cosa che non vivo” ci svela il suo segreto: a volte per non soffrire è meglio tacere (“Solo nel silenzio mi accorgo/ che il mare è bello anche se non è davanti a me/ perché quando non posso vederlo/ trovo i remi giusti per raggiungerlo”).
    La poesia non è consolatoria e non garantisce ascesi: chi scrive volando vive anche nel mondo, con la testa fra le nuvole ma con i piedi per terra. Ci si accorge così dell’estrema necessità di difendersi, di non lasciarsi travolgere: ne scaturisce un vero e proprio breviario laico di sopravvivenza al passo incerto della vita, “Riflessioni di un’accanita pensatrice”. Il male incombe ma ogni risveglio è un’occasione per ricominciare e Fabia, la poetessa generosa che riconosce a noi di Aphorism di lavorare con amore (“e si sa che l’amore è cosa sconfinata”), proprio a una  dichiarazione d’amore per  Gaeta affida il suo finale, la sua città dove “… al mare fan brillare gli occhi le barche/ e a me bruciano a immaginare”.

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