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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • "Il guerriero dell'amore" è un breve trattato filosofico-spirituale. A sentirlo così, non viene in mente una lettura leggera, e invece Paolo Goglio ci stupisce nel manipolare con semplicità un filone narrativo di solito complesso nelle forme e nei contenuti.
    Il titolo del libro è una dicotomia assoluta, che tende da subito a esemplificare il filo sottile che unisce queste pagine. Il guerriero è un uomo che decide di affrontare tutto con il coraggio dell'amore. E' una persona che non  usa vie secondarie, che non ha paura di soffrire, che prende la vita di petto, ma con dolcezza infinita, unico antidoto per procedere fieri lungo le vette del mondo moderno.
    Le righe di Paolo Goglio solcano una vera e propria scelta di vita, in cui il "guerriero" non può far altro che vivere a stretto contatto con i suoi simili, per cercare di propagare la sua luce, il suo sorriso limpido fatto di un amore incondizionato verso il genere umano.

    A volte il suo pensiero può risultare estremo e contraddittorio, è vero, ma è lontana dalle sue parole l'idea di un dogma, c'è una semplice mente che ha creato un suo modo di affrontare la vita. E questo, è un aspetto che rende la lettura molto più piacevole e leggera.
    E' un libro che incuriosisce a ogni pagina, per la sua originalità di pensiero e perché non si vede l'ora di arrivare al termine, per intendere al meglio la filosofia completa del "guerriero dell'amore". La vera forza di questo trattato, sta nella sua totale apertura di queste righe a un confronto con il resto dell'umanità e di conseguenza con se stessi. Tutto ciò sta alla base della nostra scoperta: non smettere mai di porre domande al proprio io e non aver paura di mettere in crisi se stessi e le persone che abbiamo vicine.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Già dal titolo, ”Così in terra, come in cielo”, si può avere un’idea di che tipo sia questo straordinario sacerdote genovese, ha rovesciato una frase della preghiera più amata, il Padre Nostro a suo uso e consumo per mettere subito in chiaro da che parte sta: dalla parte degli ultimi, sempre, che siano extracomunitari, drogati, prostitute, senzacasa, disabili mentali e psichici, lui è sempre con loro; scegliendo di rimanere all’interno della chiesa cattolica ha combattuto e continua a combattere, dall’interno, per loro con una meravigliosa testardaggine unita a un’ironia infinita che è il suo lasciapassare per arrivare a “colpire” lasciando il suo “marchio di fabbrica”.
    Grande don Andrea in questo suo secondo libro, dopo “Angelicamente anarchico” del 2005, scritto insieme a Simona Orlando e pubblicato dalla Mondadori, che splendida vitalità ha questo ottantenne strenuo difensore di chi non ha voce; questo suo libro si legge tutto d’un fiato intriso com’è di amore, ironia, sorriso, riflessioni che entrano dentro e germogliano come questa, per esempio:
    “... la follia è una condizione umana, è presente in noi come lo è la ragione. Chi è pazzo e chi non lo è? Il pazzo è un malato fisico o è afflitto nello spirito? Spesso il pensiero e la sensibilità hanno in cima la follia. Spesso il matto è un saggio e un sognatore, uno che vive i suoi assoluti. E’ un fuorilegge che agisce in contrasto con la classe sociale a cui appartiene, che soffre della discordanza fra la vita logica e la vita affettiva, fra l’interno e l’esterno. Ancora più spesso è una persona delusa e sola. Cos’è la ragione? Spesso è una pazzia condivisa come nel caso della guerra. La poetessa Alda Merini è l’emblema delle risorse che un pazzo può offrire se gliene viene data occasione. Disse: “io sono un dono di Franco Basaglia.”
    Grazie don Andrea, prete anarchico, discusso, amatissimo.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • "A Napoli tutti hanno un soprannome" è  il titolo emblematico dell’ultimo lavoro del bravo scrittore e saggista partenopeo, ma emiliano per adozione, Antimo Pappadia.

    In una società in cui oggi tutto è enfatizzato, distorto e strumentalizzato, l’autore non ci descrive impavidi eroi, non ci racconta di strazianti stragi, non estrapola dalla storia nuovi elementi raccapriccianti, ma cita aneddoti che riguardano persone comuni che quotidianamente fanno i conti con una società che, nel bene e nel male, risulta unica al mondo. Antimo Pappadia ci descrive con la leggerezza di un abile narratore, ma con la scrupolosità di un navigato saggista quella Napoli di cui tutti ne parlano ma che solo pochi conoscono realmente. Ci troviamo di fronte ad una lettura sobria, con cui l’autore, penetra l’animo del popolo napoletano riuscendo a descriverlo  con una acutezza più unica che rara.

    Il libro è intriso di episodi tragicomici, di situazioni divertenti che rendono maggiormente gradevole questo libro. Nonostante ciò, l’autore non perde mai di vista la condizione psico-sociologica oggettiva e, anche senza nascondere il profondo amore che lo lega alla sua città natìa, riesce sempre ad avere la giusta distanza che un narratore deve sempre avere.

    Le storie raccontate, come asserisce lo stesso Antimo Pappadia, anche se sono state un po’ arricchite di particolari fantasiosi, sono sempre tratte da vicende veramente accadute. Stando a tale affermazione  mi viene in mente una famosa frase di  Ernest Hemingway che poi è la stessa citazione con cui l’autore comincia la sua opera: "I bei libri si distinguono perché sono più veri di quanto sarebbero se fossero storie vere".

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • “Bianco e Nero” è l’estrema messa a nudo di un percorso individuale verso la luce. Filippo Gigante si offre al lettore con la spontaneità di un bambino, usando la cura maniacale dei dettagli (nomignoli, abitudini, piccole scene del quotidiano) propria di un adolescente. In Alex, protagonista del suo libro - un ragazzo alle prese con l’elaborazione del lutto paterno come di tante altre e più sottili mancanze -, si riscontra molto, forse troppo, della personalità che pulsa fra le righe, materializzata in una quasi spasmodica ricerca di condivisione e comprensione. Il racconto tesse la sua trama a partire dal mare, donando a chi legge un momento di riconoscimento universale - il ritrovarsi a contatto con la natura, in piena solitudine - destinato poi a dissolversi , come un sogno, nelle pagine seguenti. Il cammino di Alex, diviso non in capitoli ma in ‘respiri’, è ricco di domande, interrogazioni, dialoghi, aforismi - persino alcune perle tratte dall’infinito tesoro della saggezza popolare giapponese. Come una “petite mort”, l’ultimo soffio sta a significare la fine di una vita e l’inizio di un’altra, il sacrificio della vecchia persona in cambio di quella nuova, pulita, resa libera dai fantasmi delle paure. Al termine di questa strada l’autore fa seguire, in appendice, altre narrazioni dello stesso tipo - ‘brevi respiri’ appunto -, coerente coronamento di un viaggio che è soprattutto traguardo di chi lo ha vissuto e scritto. Difficile mettersi nei panni del viaggiatore, così particolari da risultare poco adatti ad esser vestiti da tutti, ma di “Bianco e Nero” può colpire l’innocenza, un senso diffuso di altruismo con cui Gigante regala ai lettori la sua personalissima visione dell’esistenza e le risposte che ne ha ottenuto e annotato, attraverso un labilissimo filtro.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • Un viaggio per mare, come Ulisse, per ripercorrere a ritroso la propria vita, il proprio viaggio esistenziale: è quello che fa la protagonista del romanzo breve “La regina rossa” di Augusta Bianchi che, dopo aver esordito nel 2007 con una silloge poetica dal titolo Ombre nello specchio, si cimenta ora in questa nuova forma narrativa.
    Giulia, la protagonista, è l’alter ego della stessa autrice, che dopo una visita ai campi di sterminio decide all’improvviso di scrivere, nonostante la non verde età, perché la memoria è un dovere, va salvata, perché il ricordo di quelle atrocità deve servire alle generazioni future a non commettere gli stessi errori.
    E in questo suo cammino a ritroso Giulia-Augusta rievoca tutte le tappe della sua vita, il dopoguerra con il boom economico, il Sessantotto e la contestazione con i figli dei fiori, il femminismo, il ruolo della donna all’interno della famiglia rispetto a quello dei suoi nonni e qui troviamo la descrizione affettuosa e commossa dei nonni della protagonista, il nonno anarchico da lei ricordato con affetto e la nonna chiamata “la regina rossa”; e poi l’amatissima Viareggio con le sue spiagge, la sua pineta, le sue Apuane, il salmastro di questa città in cui trascorreva le sue vacanze in contrasto con le nebbie di Milano e il cielo terso di Monza dove ha passato l’infanzia.
    Augusta Bianchi, per dare una maggiore varietà alla sua narrazione, inserisce molto spesso alla fine dei capitoli alcune sue liriche e talvolta anche qualche pagina di diario che ci regalano l’immagine di una donna libera, fuori dagli schemi ma che si è dovuta assumere, comunque, le sue responsabilità di moglie, madre e impiegata in un lavoro che non le piace e che la fa sentire perennemente insoddisfatta.
    Un bell’esordio narrativo, l’attendiamo ora alla prova del romanzo più lungo e concludiamo con le sue amare parole tratte dalla quarta di copertina: “possibile che la memoria sia così labile e l’uomo non abbia ancora acquisito la capacità di analizzare la propria storia e i propri errori?”.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Sarà per lo stile dinoccolato di certi suoi protagonisti, o forse per le ambientazioni da “porta accanto”, o ancora per i racconti quasi sempre in prima persona animati dai dialoghi diretti, ma questa piccola raccolta di Edoardo Monti merita davvero di far parte della vostra libreria, anzi, di stare nella vostra tasca o borsa, pronta a saltar fuori al minimo cenno di noia. Grande osservatore delle umane sorti, l’autore è riuscito saggiamente in poche pagine a creare una piccola Antologia di Spoon River di personaggi viventi che, in maniera più o meno pacata, rendono partecipe il lettore delle miserie delle proprie esistenze, strappandogli decisamente più sorrisi che lacrime. Ho adorato “l’addetto agli incarichi quadrimestrali”, giovane fortunato a tal punto da vergognarsi di non avere bisogno di lavorare, o il tipo soprannominato dagli amici “Rettorino”, perfetto prototipo dell’uomo che dice di saperla lunga su come va il mondo, ma in realtà ha bisogno, come tutti, di conferme. Tutte le storie sono uniche e divertenti, direi quasi esemplari: ognuno può rivedere in un dettaglio, un’atmosfera, un’emozione una parte della propria vita. Ma il libro è anche altro: è l’autore che si espone in prima persona, sia pur con elucubrazioni paradossali al limite della fantascienza, ma connotate da una tale ironia che non si può non affezionarvisi. E bene fa a chiudere con una vera e propria “captatio benevolentiae”, un appello accorato in cui chiede ai suoi lettori di contribuire alla crescita della sua fama: io, nel mio piccolo, mi associo a lui, che volete farci, ho un debole per le persone simpatiche. Promosso :)

    [... continua]

  • Ancora una volta ho fatto il percorso al contrario, da un libro più recente a uno precedente dello stesso autore, da La formula del professore a L’anulare, nella traduzione di Cristiana Ceci, dell’autrice giapponese Agawa Yoko, definita una delle “ragazze terribili” della nuova letteratura nipponica il cui universo “ossessivo, feticista e straniato... si impone con soave autorevolezza e l’ingannevole trasparenza della sua scrittura ci inchioda a queste pagine da cui nessuno potrà uscire indenne”. Agawa ha attratto e affascinato ancora una volta la sottoscritta.
    E’ un breve racconto di poco più di 100 pagine i cui protagonisti, il signor Deshimaru, che gestisce un segreto, misterioso, enigmatico laboratorio e la sua giovane impiegata, di cui non viene mai detto il nome, vivono una vita, “fuori” dalla vita, in cui avvengono cose che l’autrice descrive come banali ma che sono invece “straniate” e lasciano nel lettore un lieve senso di disagio, la scrittura trae in inganno descrivendo situazioni assolutamente patologiche con un linguaggio da cronaca di fatti quotidiani “normali”.
    Ancora una volta traspare la passione che l’autrice dimostra di avere (e che condivide con chi scrive) per i numeri visti, però, in questa storia, come simboli di ripetizioni ossessive: anche le due uniche abitanti delle stanze sopra il laboratorio vengono definite solo con il numero della loro camera.
    Straordinaria la descrizione del terzo personaggio di questa storia, lo definirei il lustrascarpe-filosofo, anch’egli non ha un nome come nessun altro in questa storia a parte il proprietario del laboratorio; nei due momenti in cui s’incontra con la giovane impiegata, una prima volta al laboratorio quando lui porta un oggetto per farne un “esemplare” e una seconda quando lei lo va a trovare nel luogo, anch’esso simbolico, in cui fa il suo mestiere avviene uno scambio di frasi tra di loro che sembra talmente vero e reale che il lettore ne rimane avvinto e ci crede.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Il romanzo si presenta come una sorta di diario scritto da una donna insoddisfatta del proprio matrimonio; una persona che, dopo aver preso consapevolezza della propria infelicità, mette a nudo tutte le fragilità ed i timori tipicamente femminili. Il componimento narrativo, attraverso le esperienze della protagonista, rivela al lettore quel senso di disagio che un gran numero di coppie vive in questo peculiare momento storico, caratterizzato soprattutto dalla perdita dei valori. Pertanto non si può fare a meno di apprezzare il coraggio della protagonista e lo sforzo che lei compie nel rimettersi in gioco, una decisione maturata soltanto dopo aver compiuto un percorso di crescita personale e dolorosa introspezione. Sia Elena, sia le persone che la circondano, soffrono comunque di un male comune e apparentemente inguaribile: la mancanza di comunicazione.
    Tale concetto viene ben rappresentato attraverso la figura dell’amante, il quale seppur inizialmente risveglia il piacere erotico della protagonista (da tempo assopito) non riesce a far “decollare” il rapporto lasciandolo così invischiato in un terreno emozionale sterile e privo di empatia.  Elena si ritrova così a dover gestire due relazioni vuote e senza prospettive. Un problema oggi piuttosto diffuso tra molte persone. Una condizione che spinge molte donne a ricercare un nuovo amore solo nella speranza di trovare un supporto psicologico, una sorta farmaco utile a sedare le preoccupazioni e le ansie che la vita quotidiana apporta inevitabilmente.
    L’autore avrebbe potuto prestare più attenzione alla crescita personale della protagonista, invece di lasciarla in balia delle situazioni. Elena, a volte, sembra un personaggio di un romanzo ambientato in tempi passati, quando la donna, obbligata da una società maschilista e sciovinista a vivere passivamente le situazioni di vita comune, era costretta ad accettare (suo malgrado) la vita che le si presentava, oppure - condizione ancora peggiore - a sottostare a ciò che le veniva imposto. Probabilmente, se Fabio Volo avesse avuto quell’animo sensibile (tipicamente femminile) di cui la critica gli fa omaggio, avrebbe raccontato la storia in un modo diverso.

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    recensione di Enza Iozzia

  • Sarà anche "Padrone il vento", ma la poesia di Fiorella Cappelli è sicuramente incisa nel più puro diamante: immagini perfette, lancinanti come punte aguzze di frecce a raggiungere l'anima, quando parla di "una tonda luna/ che incarta d'argento/ su piccole onde/ cullati e sospesi pensieri"; quando tratteggia magistralmente una Torino assonnata e inquieta e riporta che "nell'umido parco fiorito/ riaffiorano medievali percorsi" e continua poi nell'ultimo verso con un guizzo straordinario di empatia, dicendo: "sotterranei i pensieri si perdono"; quando sintetizza veloce e splendida una Parigi piena di speranza, dichiarando: "giovani sogni in cammino/ al suono di tromba/ vestono, sulla strada/ la loro bandiera".
    Molti poeti sanno farci partecipi dei loro sentimenti, ma l'autrice ha il raro dono di comunicare immediatamente le immagini di quello che ci vuole trasmettere; tra le tante, imperante è l'immagine del mare, questo mare lungamente accarezzato: "Perle d'acqua/ si raccolgono/ nello scrigno dei sogni"; mare osservato e ammirato con occhi e cuore: "alba d'argento, distesa sul mare/ dissolvenza di nuvole rare"; un mare amato anche se un po' temuto: "Faccio scorte/ di ataviche paure/ ma sogno il mare"; un mare che è il mondo intero, quando chiede: "voglio essere/ tra l'onda e la spiaggia/ la spuma/ del mare che resta/ ancora da navigare".
    Ma altre immagini si affacciano aggressive e nititamente delineate, gli affetti e gli amori: "E tu appartieni/ ai desideri/e li mantieni/accesi e veri /nei lunghi giorni/ notti stringate/ poi tu ritorni/ tra le mie fate"; la tenerezza che riserva al sentimento d'amore: "a chi, da innamorato, ha scritto versi/ e vi ha incartato il cuore, per l'amata/ chi ne ha fatto aquiloni di giornata"; l'orgoglio che traspare nelle liriche dedicate alle donne: le sue splendide donne indomabili: "per te che non t'arrendi, e ti sollevi/ e gridi a tutto il mondo che sei donna"; oppure quando canta le donne d'altri tempi, quelle che "custodiscono/ la chiave dei ricordi", quelle che "sanno come tenere unite mura /che nessun terremoto /farà mai crollare"; quelle donne sempre integre, perché anche "mutilata nel petto e nel cuore/ ..../ una Donna, mai vissuta a metà".
    E soprattutto,  rispecchia l'ampio spazio del cielo, quando ci fa vedere in piena luce, le sue Mongolfiere: "spazi liberi nel sole/ mongolfiere, per volare/ i colori son parole".
    E nel cielo, il vento: "solitario, in mezzo al mare/ grande amico solo il vento"; e ancora: "avrà per compagno di gioco il vento/ che lo condurrà lontano"; e la splendida immagine della lirica dal titolo "Dentro il silenzio", che così recita: "volami dentro/ poi resta/ padrone del vento".
    Ma è nel suo "Sonetto di sabbia", che l'autrice si riposa e si rivela, quando dice: "spinto dal mare, un granello di sabbia/ è frammento di conchiglia leggero/ ci racconta le storie del mistero/ e dell'uomo la sua gioia/ la sua rabbia": perché questo è davvero quello che fa Fiorella Cappelli, che sa raccontarci del suo mondo dilatandolo fino a diventare anche il nostro mondo, orgogliosa poetessa appassionata, che ancora e sempre dichiara: "Non ti voglio poeta/ ti voglio soldato/ semina tu, la poesia/ io la raccolgo...".

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Il mondo di noi “bipedi” visto con gli occhi di un cane: già questo potrebbe stimolare la voglia di immergersi in questo originalissimo libro di Frauke Scheunemann tradotto magistralmente dal tedesco da Helen Verardo e Maria Pia Smiths-Jacob e pubblicato da Sperling & Kupfer col titolo, che riecheggia una nota canzone di Conte, “Con quello sguardo un po’ così”.
    Se il cane protagonista è pure un bassotto e se poi, ancora, non è di razza purissima ma, comunque, porta un nome blasonato e altisonante come Carl-Leopold von Eschersbach, allora capirete che la storia ha davvero una marcia in più, l’ironia è assicurata e non riuscirete a riemergere dal libro se non all’ultima delle 272 pagine, rimanendo col sorriso stampato sulle labbra  e nel cuore per il lieto fine che il bassotto Carl-Leopold, che però viene chiamato Ercole dalla sua padroncina Carolin che l’ha scelto in un canile e che, quindi, ignora la sua storia araldica, ha contribuito a far sì che accadesse.
    Sì perché il fido Ercole-Carl Leopold vorrebbe che la dolce Carolin, che di mestiere fa la liutaia insieme al suo amico Daniel, avesse un po’ di serenità in amore dopo la fine del burrascoso rapporto con Thomas e fa di tutto per trovarle il vero principe azzurro, aiutato in questo dal formidabile gatto-psicologo Signor Beck che, dopo qualche iniziale malinteso, diventerà il suo amico del cuore e suo consigliere in quanto conosce noi “bipedi” meglio dell’inesperto bassotto. Dopo varie peripezie in cui Ercole si esibisce come un consumato attore di teatro per aiutare Carolin la sua costanza viene premiata con, appunto, il lieto fine tra Carolin e... non vi dico chi, per non togliervi il piacere di divorare questo divertentissimo libro, in cui l’autrice dimostra di conoscere profondamente la psiche canina e di amare questi animali tanto quanto la sottoscritta: oggettivamente, però, in conclusione, non facciamo una bella figura agli occhi di questi nostri amici a quattro zampe, vero Carl-Leopold e Signor Beck?

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Il saggio di Marco Gabrielli rappresenta un viaggio profondo e "cinico" - cioè spregiudicato e imparziale - nel pensiero nietzschiano, in particolare in uno dei suoi elementi cardine, la volontà di potenza, che il filosofo aveva rifiutato di schematizzare per non commettere "una frode metafisica". Il nostro autore, invece, intende accordare questo concetto con le altre parti della filosofia di Nietzsche, in modo da comporre di essa un buon ritratto, secondo una metodologia già suggerita da Pascal nei suoi Pensieri, tra qualità concordanti e contrarietà, per comporre un quadro sensato e completo. Sviluppando un percorso che gradualmente avvicina il lettore alla comprensione, l'autore inizia definendo la volontà di potenza come energia vitale, anzi come carattere della vita, cioè inclinazione a espandersi, a divenire di più, a essere forza motrice e generatrice, dall'interno rispetto al mondo esterno. Dopo aver posto brevemente a confronto su questo punto Nietzsche e Schopenhauer, Gabrielli affronta il tema del nichilismo, definito come come "modo di pensare divino" poiche' negazione di un mondo vero, cioè concepito come scevro da falsità e menzogne, a cui si oppone invece la "Realitat" del corpo che è principio di identità ed autoaffermazione, ''unione delle parti in lotta per stabilire l'equilibrio''. Allo stesso modo la volontà di potenza ottiene senso come "volontà di vittoria contro ciò che si oppone", quindi come forza verso la crescita, verso uno scopo superiore, spinta che porta alla divinizzazione stessa della volontà,e quindi all'eliminazione di Dio e alla concezione del superuomo. Così è definito l'uomo che sa essere ponte e non scopo ultimo, sa essere passaggio - e non tramonto - verso "l'oltre", verso l'aldilà. Strumento del superuomo è la memoria che riesce a divinizzare l'esperienza, cioè a perfezionare gli scambi tra volontà e realtà, in un flusso temporale in cui la vita del singolo è continua affermazione, è eterno ritorno. E per vincere nell'aspro duello tra verità e apparenza, tra coscienza e menzogna, la volontà ha un'arma di invincibile bellezza, che è l'arte, una "menzogna idealizzante, creatrice di vita", poichè più lontani si è dal vero, migliore è la nostra esistenza. Così alla fine di questo breve ma intensissimo e complesso saggio, un invito ci è affidato come dovere: non nascondersi nella menzogna ma perseguire la verità, ritrovare al di là di ogni parvenza la coscienza, la fede nella volontà, la fede nell'uomo.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

    • Ichnusa
    • 07 maggio 2012 alle ore 8:31

    Un libro che ho molto a cuore perché l’autore mi ha onorato della sua amicizia dopo averlo conosciuto alla presentazione della sua opera prima “La libellula”, bellissimo libro ambientato nel periodo del ventennio fascista in Italia. Tratta con delicatezza, ma anche con molta verità, due forme d’amore e di sessualità che raramente trovano spazio nei romanzi: quello tra due persone omosessuali e quello tra un disabile e una normodotata.
    A condire tutto questo il fatto che Bert D’Arragon abbia immaginato e creato una sorta di “thriller archeologico” in una terra magica che lui conosce e ama profondamente, la Sardegna, il cui nome antico in lingua fenicia, uno dei tanti popoli che hanno abitato quest’isola, è appunto Ichnusa, il titolo di questa sua seconda opera.
    Protagonisti principali di “Ichnusa” un sacerdote alquanto atipico e una giovane archeologa, Federica, direttrice dei lavori per il restauro di un’antica cappella, attorno ai quali ruotano tutta una serie di personaggi abilmente descritti dall’autore che ce li rende sapientemente vivi sia grazie alla perfetta introspezione psicologica che all’ottimo uso dei dialoghi, che alle descrizioni geografiche così dettagliate e piene di amore per questa terra magica in cui Bert D’Arragon, che è laureato in Storia dell’Antichità, ha trascorso vari anni per lavoro.
    Ichnusa vi affascinerà e vi ammalierà, fidatevi.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Un romanzo storico ma anche una grande storia d’amore, anzi tante storie d’amore, di vita, di dolore, di lotta intrecciate: uno splendido romanzo corale come da tempo non ci capitava di leggere, una polifonia in cui ogni personaggio, ogni situazione, ogni evento trova la sua giusta collocazione e contribuisce così alla perfetta musicalità dell’insieme, come un’orchestra in cui ogni elemento è importante per la magica riuscita di un concerto.
    L’autore, un signore tedesco di origini spagnole ma da anni residente in Italia, laureato in Scienze dell’Antichità, dimostra una tale conoscenza dei più minimi elementi del periodo storico da lui preso in esame, il ventennio fascista dal 1924 al 1944, da poterli padroneggiare con sapiente perizia riuscendo a intrecciare, in modo da non far mai annoiare il lettore (cosa che succede spesso con un libro storico), documenti dell’epoca con fogli di diario, lettere private e narrazione di questa storia d’amore che è solo lo spunto per parlare di un momento storico così cruciale per la nostra nazione e non solo.
    Bert d’Arragon segue, con discrezione ma anche con affetto partecipe, la fuga di due ragazzi, Pietro e Giovanni, dalla natìa Montepulciano verso Roma e poi nuovamente in Toscana narrando, parallelamente, tante altre storie di personaggi che vengono in contatto, per i motivi più vari, con questi due giovani che hanno un elemento fondamentale che li lega: si amano, sono omosessuali e lo sono nel ventennio fascista; alla fine prenderanno strade diverse sia in campo affettivo che di scelte politiche e lavorative continuando a combattere, ognuno a proprio modo e con i suoi mezzi, quella “bestia famelica” che è stato il fascismo. Per questo, come giustamente sottolinea Roberto Barontini, presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea che ha pubblicato il libro, nella sua introduzione “rendere il giusto tributo alla sofferenza e alle esperienze del passato rappresenta un ineludibile dovere civile e una grande opportunità per il presente”.
    Concludiamo con un’affermazione che sappiamo già ci attrarrà gli strali di buona parte dei critici letterari, ma di cui mi assumo la piena responsabilità: questa “opera prima” di Bert d’Arragon può essere paragonata, per tutti i motivi sopra descritti, a un capolavoro come La storia dell’indimenticata Elsa Morante.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Ho avuto modo di apprezzare Andrea Bajani qualche anno fa quando è venuto a Zafferana, alle pendici dell’Etna, per ritirare il premio Brancati per il suo libro Se consideri le colpe; lo ritrovo oggi con “Ogni promessa”.
    E’ un’opera che definirei, musicalmente, ad “andamento lento” con un’attenzione ai particolari assolutamente inusuale e un uso dello “stream of consciousness”, il flusso di coscienza stupendo segnalato graficamente con l’iniziale maiuscola della prima parola del pensiero: un escamotage perfetto.
    Dalla seconda di copertina che mi trova pienamente concorde: “Sono i ricordi degli altri che dentro di noi non trovano appiglio come promesse tradite dal tempo. Con una scrittura tesa e tersa fino alla poesia Andrea Bajani ci racconta la responsabilità e la difficoltà di ricordare…”. Il protagonista di questo libro, Pietro, si fa carico di dare un volto e una voce ai ricordi di Mario e Olmo che hanno vissuto come soldati  la tragedia della seconda guerra mondiale in Russia, facendo un viaggio là dove il loro dolore è iniziato cambiando la loro vita; ma è anche un percorso interiore di Pietro per capire meglio i silenzi di Sara, sua moglie, e rivivere la sua infanzia e adolescenza con flashback che si alternano alla realtà vissuta al presente.
    Pietro prende la decisione di andare a Rossos sul Don dopo che all’inizio dell’estate proprio l’ultimo giorno di scuola (lui è un insegnante) la sua vita è colpita da due addii imprevisti: Sara lo lascia e suo nonno Mario muore. E’ un viaggio a ritroso per ricordare e riempire i vuoti  della memoria, riallacciare i fili e trovare un senso che, forse, si annida tra le mancanze e le omissioni, il non detto: forse finalmente nasceranno risposte impreviste a domande mai poste.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Sono davvero felice di aver fatto la sua “conoscenza” letteraria leggendo il suo ultimo “Occhi negli occhi”, una storia di quasi 300 pagine in cui l’autore mescola, con molta perizia, alcuni elementi di un thriller con varie storie d’amore e con straordinarie descrizioni dell’Australia che lasciano trapelare una sua profonda conoscenza ma, intuisco, soprattutto, un grande amore per questa terra.
    Ciò che colpisce di più, però, sono le descrizioni psicologiche dei vari personaggi, in questo Perrone merita un dieci e lode, ognuno di loro viene caratterizzato con pochi tratti salienti che ce lo fanno perfettamente visualizzare; soprattutto il protagonista Sebastiano, giornalista come l’autore, che da Milano viene mandato, appunto, in Australia per seguire le tracce del suo più caro amico, Michele, e durante questo viaggio, che non è solo geografico ma interiore, Sebastiano ripercorre tutte le tappe della sua vita e le persone che ne hanno fatto parte: colleghi, donne e amici, dall’infanzia in cui, in un modo alquanto rocambolesco, ha incontrato per la prima volta Michele fino al momento catartico, perdonatemi il termine, la conclusione della storia, che non è assolutamente scontata e che, per questo, non vi dirò ma, credetemi, è un libro da leggere tutto d’un fiato intriso com’è dei grandi “amori” di Perrone: gastronomia, calcio e viaggi.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • È il 1988, Emma e Dexter passano la notte insieme dopo la festa di laurea. Entrambi sanno che sarà una notte e basta. Niente di più, niente di meno. All’improvviso li rincontriamo, anno dopo anno, quello stesso giorno, per venti anni. Li incontriamo ogni anno e siamo testimoni della loro crescita, separati, ma in qualche modo sempre insieme. Combattiamo contro l’impulso di schiaffeggiare Dexter per essere così egoista e narcisista ed Emma per essere così rassegnata alla sua vita squallida e anonima. Crescono, ma mentre Dexter sembra aver centrato l’obbiettivo con la sua vita di successo e fama, Emma è ancora ferma nella sua vita insipida senza sapere quanta bellezza e potenzialità si nasconde in lei. Il declino di Dexter inizia proprio durante il risveglio di Emma: l’amore sembra averla trovata; Dexter, d’altro canto, cambia lenzuola velocemente come cambia le sue (inesistenti) mutande. La storia continua, non voglio anticiparvela né rovinarvela, e noi, i lettori, ci sentiamo inquieti, quasi a sperare che il timing sia giusto, anno dopo anno. Ci arrabbiamo, ci sentiamo frustrati, dispiaciuti, felici e poi tristi di nuovo; è come guardare due persone, che vogliono disperatamente vedersi, ma scendono sempre da due treni diversi, sullo stesso binario, a distanza di qualche minuto, abbastanza tempo per non incontrarsi mai. L’autore descrive la vita com’è veramente: imprevedibile; l’amore com’è veramente: irrazionale e insicuro; la paura com’è veramente: ti tiene lontano dall’unica cosa che potrebbe veramente farti felice. E poi, come in quella canzone delle Shakespeare’s Sister, ci accorgiamo che: “Life is a strange thing. Just when you think you learned how to use it, it's gone” – “La vita è una cosa strana. Proprio quando pensi di aver imparato ad usarla, è andata”. Un libro splendido, veramente.

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    recensione di Katia Guido

  • Se quando sentite la parola “poesia” vi vengono in mente eteree e svenevoli fanciulle… beh, dovete subito cambiare opinione.
    Nel libro del nostro Autore, un sequel del Polaroids # 1, troverete la cruda realtà portata all’esasperazione dall’occhio del poeta che ci lascia quasi esterrefatti dinanzi alla crudezza delle immagini e delle situazioni.
    In questa nuova silloge poetica, nulla viene tralasciato o ignorato e con il suo stile, asciutto e senza mezze misure, Lorenzo Bonadè richiama alla memoria i poeti maledetti dell’Ottocento: il suo è una sorta di moderno decadentismo in cui bene e male, vita e morte, amore e sesso si respingono e si attraggono in un continuo, dannato carosello.
    Già dall’impaginazione e dal formato grafico, questo album di “foto verbali ” lascia perplessi e sconcertati; l’ermetismo e la brevità dei versi non agevola l’immediata comprensione, ma proprio questo fa in modo che il lettore si debba soffermare per comprendere il vero senso delle parole dell’Autore di modo che, quando, infine sarà arrivato a coglierne l’essenza ne uscirà sicuramente arricchito di una nuova esperienza.
    Non è un libro facile, né adatto a tutti. Occorre una certa maturità e uno spirito critico che superi le barriere del perbenismo e del facile giudizio, ma si renda disponibile ad apprezzare anche ciò che non è immediatamente percepibile da chiunque.

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    recensione di Antonio Colosimo

  • In un piccolo paese del Sud Italia, a venti chilometri dal capoluogo della Sicilia sud orientale, popolato da qualche migliaio di anime, nel ritrovarsi, quattro ragazze, quattro amiche adolescenti, intrecciano i loro pensieri, i loro amori, il difficile rapporto con i genitori, l’amicizia, i segreti…
    Tutto è accompagnato dalla determinata intenzione di voler “raccogliere” ricordi, desideri e sogni in un cofanetto, gelosamente custodito, intanto che la vita “accade” ed ha il sapore dell’estate.
    L’amicizia nella complicità è la traiettoria nel volo libero delle quattro iridescenti farfalle.
    Sogni. Sogni ambiti, sogni racchiusi, sogni spezzati, sogni realizzati e comunque sogni sempre vivi, il tema che la giovane autrice di ”Un buco nell'eternità” Rosalia Raineri, indossa attraverso le quattro ragazze del romanzo, facendole sfilare sulla passerella della vita con i colori più belli che si possano indossare: quelli della gioventù.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • Emozioni, sensazioni, immaginazione, pensieri caratterizzano questo romanzo, ambientato negli anni ’40. Un sottile e costante “filo di storia” unisce Roma, (Cento Italia) a Morciano di Romagna (Italia Nord Orientale): è la Storia di Romolo, gemello di Remo e della sua famiglia.
    In una tela di ricordi, tessuti da Romolo, nel mentre che “la storia si compie” e travolge  nelle sue  vicissitudini tutto ciò che l’attraversa, Romolo descrive con l’anima ciò che gli “trasmette” la vicinanza del suo gemello, fino all’alternanza dei pensieri dei due fratelli che, sembrano raccontare l’uno all’altro il pezzo di storia mancante.
    Si dice che i gemelli, abbiano una conoscenza l’uno dell’altro, non sperimentabile dalle altre persone…
    Racconto avvincente, dove di tanto in tanto l’autore paragona il passato al presente, mettendo in evidenza le difficoltà e gli orrori affrontati nel periodo della guerra, ma anche la semplicità, l’altruismo e l’onestà dei sentimenti della gente del paese di Morciano, dove trovano sicuro rifugio i ricordi dei momenti felici vissuti da Romolo bambino insieme al fratello gemello. La significativa figura del pastore, presente come “una visione agli occhi di Romolo, è rassicurante, non solo per lui ma lo diviene anche per il lettore, quasi ne voglia guidare il cammino” a procedere alla lettura.
    La costante del romanzo è “la testa di Romolo” : i suoi pensieri, la sua capacità di immedesimazione, le tante domande che si pone,le paure, le riflessioni (14 motivi per andare avanti) e la figura importante di sua madre Zoraide, donna decisa, forte, che riesce a trasferire in lui, nel suo gemello e negli altri due figli, Vincenzo e Nerina e alla fine anche in suo marito Adamo,(che riconosce in lei il punto fermo della famiglia),  quei valori forti ed indissolubili che li uniscono gli uni agli altri , come solo le “donne d’altri tempi” riuscivano a fare.
    Ogni capitolo del romanzo è preceduto da un aforisma  o da una citazione, la cui riflessione predispone il lettore alla lettura di ciò che segue, con maggiore curiosità.

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    recensione di Fiorella Cappelli

  • La prima parte della saga di Oltremondo ci catapulta in una Milano che ha del miracoloso. L'Italia come la conosciamo non c'è più e Milano, la città grigia e trafficata di una volta, ora è un'isola verde senza povertà ne malvivenza. Siobhan e Rowan, due amiche che oltre all'estrazione sociale e alla data di nascita, hanno molto più in comune di quello che credono, conducono una vita da favola. Una serie di eventi all'alba del loro ventesimo compleanno farà scoprire alle due ragazze di avere dei poteri inimmaginabili. Quando anche Ian, l'innamorato di Rowan, Kenneth il maggiordomo di Siobhan e Basil il loro istruttore di tiro con l'arco riveleranno le loro vere identità, la storia intorno alle loro vite si scoprirà avere dell'incredibile. Adrian, il ragazzo che Siobhan aveva sempre letteralmente sognato, sarà l'unico degno del suo amore. Quando anche la verità su quest'ultimo verrà svelata, i ragazzi saranno finalmente pronti per tornare a casa. In un mondo che è stato loro in passato e che custodirà per sempre le loro radici. Dovranno affrontare un'avventura fantastica e un nemico potente. La guerra alle porte li riporterà insieme e li ricongiungerà a persone che credevano esistere solo nei loro sogni o nel loro inconscio. Come tutte le battaglie, però, anche questa mieterà le sue vittime.

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    recensione di Katia Guido

  • “Le cose spaiate si devono appaiare. Le cose rotte si devono aggiustare. E quelle che fanno soffrire si devono curare. Si fa così. Io questo lo so”. Queste frasi riportate sulla quarta di copertina e tratte dal capitolo finale del libro sono una sintesi perfetta delle tematiche di questa storia che, come prima caratterizzazione, definirei “corale”. L’autrice riesce a seguire le vicende di due nuclei familiari che vengono travolti da un evento traumatico mortale, dando voce a tutti i protagonisti senza mai far perdere il filo, riuscendo a utilizzare lo “stream of consciousness” di Joyciana memoria con un’abilità magica e perfetta: ogni personaggio si esprime in un suo modo caratteristico, è subito riconoscibile, specialmente le tre bambine, Matilde, Caterina e Beatrice, e Irene, la mamma di Francesco (i capitoli più belli secondo il mio modesto parere); a questi flussi di coscienza l’autrice alterna momenti di dialoghi che fanno da “link”, da collegamento, alle varie storie.
    L’altra caratterizzazione sono le stupende e minuziose descrizioni geografiche dei luoghi in cui si svolgono le vicende, la città di Torino e alcuni ambienti montani della Val di Susa, che la Cibrario, di origine fiorentina ma da anni residente a Torino, mostra di conoscere perfettamente ma, soprattutto, di amare visceralmente. Permettetemi un accostamento che forse vi sembrerà azzardato, quello con la Barcellona di cui Zafon ci fa percepire ogni angolo, ogni profumo, ogni suono.
    Terza e ultima caratterizzazione di questa seconda opera della Cibrario l’accurata analisi psicologica di ogni personaggio coinvolto nella storia che dimostra una preparazione dell’autrice in questo campo e che emerge chiaramente dalle parole con cui si esprimono i vari protagonisti, bambini e adulti.

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    recensione di Daniela Domenici

  • Un nuovo romanzo denso di sentimenti e colpi di scena della collana Anagramma della Newton Compton Editori.
    Una raccolta pensata per giovani che non vogliono smettere di sognare e confidare nel grande amore.

    L’opera di Jessica Jiji narra con grazia e eleganza le vicissitudini sentimentali e lavorative di una donna americana di origini marocchine.

    La vita segue un flusso costante di alti e bassi sino al giorno in cui la protagonista decide di render chiare le sue aspettative matrimoniali.
    Da quel momento nulla sarà più come prima.

    Tutto ciò che sembrava sicuro in realtà si dimostrerà momentaneo, ma fortunatamente ci saranno gli amici a confortarla e sorreggerla.
    Michelle si troverà a fare i conti con un quotidiano svuotato dalle abitudini e dai sentimenti che sino ad allora aveva considerato basilari.

    Come il serpente cambia la pelle, la protagonista si troverà a fronteggiare situazioni che la porteranno a considerare e valutare vari punti di vista per scoprire se stessa.
    Un viaggio interno di una donna che si dibatte tra la curiosità verso le tradizioni del paese di origine dei suoi genitori e la voglia di amare in modo totale e forse anche un po’ banale.

    La protagonista imparerà a sua spese che non è un diamante al dito che può fare la differenza in un rapporto ma al contrario a volte sono più solide le unioni non convenzionali dove la purezza dei sentimenti è più brillante di un diamante.
    Nulla è come appare e Michelle lo imparerà percorrendo la strada verso la felicità.
    Un percorso a volte tortuoso e pieno di dubbi e insicurezze a ogni angolo.
    Ma la protagonista ne uscirà vincente e in coppia. Come in tutte le favole che si rispettino.
    Un happy end forse un po’ scontato ma necessario per non dimenticare mai che non è amore se non brilla!

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    recensione di Fabiana Traversi

  • “Anna Martin alterna ad arte storie di cani e di uomini e le fa confluire l’una nell’altra in un finale che ci lascia commossi e appagati” scrive Kirkus Reviews e aggiunge Publishers Weekly “Gli amici degli animali di tutte le età ameranno questo romanzo”. Faccio parte di questa categoria e sono rimasta commossa, divertita e intrigata da questo libro in cui tre vite, quella di un padre, di un figlio e di un cane s’intrecciano in una storia che parla di incontri e separazioni, di abbandono e di rinascita, della morte e dell’irrinunciabile ricerca della felicità che accompagna la vita perché, come sostiene una frase della quarta di copertina che mi trova totalmente consenziente, “i cani e coloro che li amano hanno un modo speciale di trovarsi”.
    Anna Martin è autrice di libri per ragazzi che hanno venduto milioni di copie nel mondo e prima di questo “Tutto per un cane”, titolo originario “Everything for a dog” tradotto da Valentina Zaffagnini; la casa editrice Salani aveva pubblicato il suo “Memorie di un cane randagio”.
    Il cane al centro della storia della Martin cambia nomi nel corso della sua vita come ci racconta perché alla nascita la madre lo ha chiamato Bone, Osso, e la sua sorellina, da cui poi sarà separato, Squirell, Scoiattolo. La prima coppia di persone che lo trovano e lo adottano lo chiamerà Simon e dopo un lungo e doloroso peregrinare incrocerà il suo percorso con quello di un bambino, Henry, che gli darà il nome di Buddy e, soprattutto, tanto amore e voglia di ricominciare a credere negli esseri umani.
    Splendida e perfetta anche la foto di copertina che ritrae un cagnolino dallo sguardo dolce e fiducioso: Bone-Simon-Buddy parla al cuore di chi ama tutti gli animali, e i cani in particolare, senza bisogno di altre parole.

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    recensione di Daniela Domenici

  • Pier Vittorio Tondelli, con “Altri libertini” rompe tutti gli schemi, le pastoie che imbrigliano gran parte della letteratura Italiana degli anni ’80. Amori omosessuali, eroina, prostituzione, bestemmie, fino a meritarsi l’appellativo di “opera luridamente blasfema” da parte del Tribunale de L’Aquila e puntualmente scatta il sequestro. Tondelli dà voce a tutti coloro che fino a quel momento non ne hanno mai avuta. Altri, anche in altre epoche, avevano raccontato senza peli sulla lingua di trasgressioni, amori diversi e vita di strada, Apollinaire, Genet, Bukowski, per citarne alcuni, ma nessuno come Pier Vittorio Tondelli, l’aveva fatto nell’italietta bigotta della Democrazia Cristiana e del Papa. E a dirla tutta, anche ai giorni nostri, Tondelli rimane una mosca bianca nel panorama letterario italiano.

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    recensione di Bruno Panebarco

  • La storia, nel mondo, è anche la “nostra storia”, perché noi, in qualche parte della Terra, anche se non coinvolti personalmente, la stavamo attraversando ed anche perché può avvenire che qualcuno, che all’epoca dei fatti doveva ancora nascere, forse un giorno non lontano vorrà testimoniarla in un libro... Roberto Turrinunti lo ha fatto, con “Estanislao Kowal”.
    Tenendoci per mano ci ha guidato, con intensa emozione, nella storia di un desaparecido, una delle 30.000 vittime della dittatura militare in Argentina negli anni tra il 1976 ed il 1983.
    Roberto Turrinunti, romagnolo, ha oggi l’età che aveva Estanislao Kowal, anche lui romagnolo, al momento della sua scomparsa.
    Grazie al doloroso coraggio di protesta delle madri di Plaza de Mayo ed alle loro foto, che hanno fatto il giro del mondo, siamo venuti a conoscenza delle atrocità dilagate in Argentina in quegli anni. Alcune volte può anche accadere di avere “sotto casa” una piazza o una strada intitolata ad un “nome sconosciuto” e che la curiosità e la sensibilità di un giovane possano restituirle la meritata luce agli occhi ciechi del mondo, anche attraverso un libro, per non dimenticare.

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    recensione di Fiorella Cappelli