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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Dobbiamo molto a questo autore appassionato ed elegante, che dal profondo della sua personale esperienza, ha saputo distillare quello che ha definito come un "codice", prezioso strumento da lui offerto in gratuito aiuto a chi si trova a vivere un'esistenza di disagio e di sofferenza, a chi si chiede se esista un modo per cambiare radicalmente la propria prospettiva di vita.
    In piccoli brevi 16 punti, ben delineati, l'autore ripercorre la sua personale odissea, il suo peculiare sprofondare nella miseria dell'ansia e del disamore di sè stesso, e ci invita a seguirlo nei suoi faticosi passi, che dalle macerie di un'anima scorticata da errori e disagi, lo porteranno lentamente a riconciliarsi con la parte dolente, lo porteranno a prendere in mano tutti gli errori e le esperienze che lo hanno ferito, lo porteranno a saper finalmente aprire, queste mani chiuse a pugno, per lasciar scorrere - davvero come scorie - tutte le negatività, e in ultimo rinascere ad una nuova coscienza.
    Immediato, di sicuro impatto emotivo, sa risvegliare nel lettore una rispondenza come un'eco di momenti vissuti, che riconosciamo perfettamente, e soprattutto, sa indicarci un cammino possibile di risalita dal baratro di un'esistenza che a volte sembra essere priva di guida e di senso: parlandoci della sua riuscita, ci sprona a credere che esiste un altro modo di vivere.
    Paolo Goglio sintetizza in un modo potente questa rinascita: la definisce "scintilla di vita", e così la spiega:
    "Se chiudo gli occhi e mi ascolto, la posso vedere chiaramente focalizzata nel centro esatto del mio corpo, sotto al cuore..."
    Ed è al cuore grande di questo scrittore che sinceramete porgiamo il nostro grazie.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Nessuno conosce il proprio futuro e quello che il presente ci aspetta è un misterioso quotidiano percorso che muove le nostre vite ed intreccia quelle di chi ci affianca.
    Giada,  la protagonista, ne è il chiaro esempio, insieme con Clara, Jacopo, la Sig.ra Lulli, Simone. Storie parallele che con scaltrezza e sagacia le mani di Lorenzo e Sandra descrivono con grande maestria, alternando con suspense dal  noir al fine erotismo.
    La naturalezza dei dettagliati fili donano fluidità al romanzo. Anche i luoghi (Firenze-Roma), assumono la loro importanza, e come un quadro, fanno da cornice agli eventi.
    Un thriller dal lieto fine, che colloca tutti i pezzi del puzzle al loro posto, accompagnando il lettore alla scoperta del grande finale: "L’amore è fatto da tante sfumature, aspetti e componenti, siamo ancora in tempo a recuperare il nostro rapporto, se vogliamo".
    Il ritorno,  affronta temi attuali come il divorzio con la protagonista Rebecca,  le incertezze e la ricostruzione di una nuova vita ed identità. Crucci giornalieri e la fatica di rimettersi in gioco, senza sentirsi in competizione con le mode e con un'altra età. Rinunciando anche alla gioia della maternità, ed abbandonata poi dal marito Fabio per una donna più giovane.
    Luoghi che profumano di sapori caldi, di mare,di Ancona, Ischia, Napoli, Roma,  di quella di velluto a Senigallia e quelle decisamente più pittoresche e romantiche di Sirolo, ai piedi del Monte Conero.
    Tra ricordi e tradizione, progetti e  voglia di continuare a  guardare la vita  a testa alta, oltre le difficoltà. Tra uno scorcio alle colline di Fiesole, ed uno costruendo una nuova pagina del presente. Sorridendo al domani scoprendosi sempre Nuovi d’Emozioni come Alberto ed Eva, di fronte all’Amore che bussa. Sempre  più forti quando la malattia coglie inspiegabilmente, nonostante tutto.

    [... continua]

  • Nessuno conosce il proprio futuro e quello che il presente ci aspetta è un misterioso quotidiano percorso che muove le nostre vite ed intreccia quelle di chi ci affianca.
    Giada,  la protagonista, ne è il chiaro esempio, insieme con Clara, Jacopo, la Sig.ra Lulli, Simone. Storie parallele che con scaltrezza e sagacia le mani di Lorenzo e Sandra descrivono con grande maestria, alternando con suspense dal  noir al fine erotismo.
    La naturalezza dei dettagliati fili donano fluidità al romanzo. Anche i luoghi (Firenze-Roma), assumono la loro importanza, e come un quadro, fanno da cornice agli eventi.
    Un thriller dal lieto fine, che colloca tutti i pezzi del puzzle al loro posto, accompagnando il lettore alla scoperta del grande finale: "L’amore è fatto da tante sfumature, aspetti e componenti, siamo ancora in tempo a recuperare il nostro rapporto, se vogliamo".
    Il ritorno,  affronta temi attuali come il divorzio con la protagonista Rebecca,  le incertezze e la ricostruzione di una nuova vita ed identità. Crucci giornalieri e la fatica di rimettersi in gioco, senza sentirsi in competizione con le mode e con un'altra età. Rinunciando anche alla gioia della maternità, ed abbandonata poi dal marito Fabio per una donna più giovane.
    Luoghi che profumano di sapori caldi, di mare,di Ancona, Ischia, Napoli, Roma,  di quella di velluto a Senigallia e quelle decisamente più pittoresche e romantiche di Sirolo, ai piedi del Monte Conero.
    Tra ricordi e tradizione, progetti e  voglia di continuare a  guardare la vita  a testa alta, oltre le difficoltà. Tra uno scorcio alle colline di Fiesole, ed uno costruendo una nuova pagina del presente. Sorridendo al domani scoprendosi sempre Nuovi d’Emozioni come Alberto ed Eva, di fronte all’Amore che bussa. Sempre  più forti quando la malattia coglie inspiegabilmente, nonostante tutto.

    [... continua]

  • Phoetica (= poesia ed arte visiva) è la collana a cui appartiene questa silloge:  “Gli attimi, il puzzle di vita” di Antonella Ronzulli, connubio che dona, in tutta la sua dirompente forza, il  coraggio d’essere testimone concreta dell’arte.
    La bellezza della condivisione di valori che armonizza e lega mani e lingue diverse, rendendo universale la voce della scrittura, costruendo mattoni di speranza e rocce che su cui appoggiarsi e trovare nutrimento per l’Anima.
    Umiltà,  fragilità, intervalli di momenti magici che fanno dei sogni, la fotografia di momenti realizzabili e pienamente vissuti, lasciando al lettore, l’immaginazione di poterli fare propri, immedesimandosi, o farli echeggiare nel silenzio.
    “Corde sfiorate”, che non pretendono, ma si fanno spazio e danno forma, respirando tra le pagine. Gocciolano Emozioni; ” tra scrosci d’applausi”, per poi volare ad ali spiegate, in un cielo di stelle fatto di imperfezioni e di voglia di lottare contro le maschere quotidiane dell’ipocrisia. Un ritorno alle origini all’essere;  essenza che si fa bambino in carezze che “svelano il mondo a piccoli occhi curiosi” e lasciano e lanciano quel messaggio di “ Dialogo”, che non chimerizza il Tutto. Senso in  questa umana e spesso troppo “consumata” esistenza, per potersi meravigliare e colorare le “aritmie dei cuori”, scandagliando anche in quelli più provati e “malati” di bisogno di verità e di Amore. Pensieri melodiosi, che Antonella proietta in canto, e disegna un Orizzonte con femminile sagacia. Positività che trascende,  e si fa breccia nel buio della paura, accendendo la luce in un domani di sole, comprendendo il “ viaggio” misterioso, in cui ognuno di noi è chiamato ad essere protagonista sensibile. Poesia  che non giace sopita, ma che fa destare e diventa monito di realtà, condannando le subdole smanie di arrivismo, di rivalsa, di smarrimento, di lacrime versate per “deplorevoli impulsi di ira e vendetta”. “Uragano”, che usa la penna di poeta, facendosi segno ed orma “ribelle”, ma in continuo movimento, seguendo l’impulso e solcando “i flutti d’imponente oceano/un’ancora in quell’isola anelata”. Artista che non spegne il sorriso, che abbraccia il dolore per rinascere con esso, più ricca e più “ semplicemente” donna.
    “Non riconosco confini, sono cittadina del mondo”; ed è in questo infinito che la poetessa Antonella Ronzulli, complice con la scrittura, con la lettura, regala attimi che non si disperdono nella notte o al chiarore della luna, ma cantano, per ogni nuvola del cielo, poesia indelebile.

    [... continua]

    • Leielui
    • 26 giugno 2012 alle ore 8:47

    La forza vibrante di Daniel Deserti rimane nell’aria quando si finisce a leggere/divorare questo libro. Non spaventino le dimensioni: superate le prime decine di pagine, forse un po’ lente il resto è un bel film estivo in cui sognare, vivere un’altra vita e magari innamorarsi un po’ di lui, un po’ di lei, e con entrambi confrontarsi, arrabbiarsi, intenerirsi, ritrovarsi.
    La situazione è uguale a centomila altre: una serie di scelte che conducono ad una versione di se stessi lontana da quella originaria; la confusione, il non sapere cosa si vuole; il cuore che combatte con la ragione; la differenza tra il cercare e il trovare; un’interferenza che arriva a scuotere il presente, il futuro, il passato. La resa dei conti con tutto questo, l’elettricità nell’aria, il conflitto tra i sensi di colpa, un sottile velo di ironia che ci sta sempre bene, l’attrazione che lascia senza fiato.
    La situazione è uguale a centomila altre ma il modo di trattarla no. In un alternarsi ben costruito di voci (quella di lui, lo scrittore Daniel Deserti, e quella di lei, Clare Moletto), che a volte raccontano la stessa storia e a volte raccontano la propria, Andrea De Carlo porta avanti una rocambolesca storia d’amore conquistando il lettore e dando realtà e forza ai suoi personaggi, profondamente diversi tra loro ma anche profondamente uguali. Alla fine si diventa totalmente vittime e insieme sacrificatori di questo libro, che si rivela compagno intelligente ed emozionante d’ombrellone o di radura montana.
    Diverse volte ho temuto con forza di trovarmi di fronte ad un finale alla Daniel Deserti ma per fortuna si viene ricompensati.
    Unica nota dolente: chi si è occupato dell’editing dovrebbe fare pace con la consecutio  temporum (e se mi è piaciuto nonostante questo….)

    "(...) si premono e si strusciano faccia contro faccia e pancia contro pancia, con una bramosia disperata di ridurre ancora la distanza che li separa anche se non c'è più nessuna distanza e se ne rendono conto ma ancora non gli basta" (Andrea De Carlo)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Respirando Vita con Vita, cogliendo lungo il cammino frammenti che a regola d'arte e con grande maestria Silvana Stremiz, riesce a dare senso e valore.

    Carezze, sorrisi, emozioni, che si mescolano come un cocktail di passione, amore, anima e con le lacrime ed i dolori che fanno crescere ed insegnano a mitigare anche la rabbia e la delusione. Alunna e maestra, bambina e donna, figlia e madre, tutto della stessa figura che dona e raccoglie e gusta, che mastica e sputa anche le difficoltà dell'essere nata. La musicalità che scorre tra le parole di Silvana, delinea, il suo volere assaporare e sentire scorrere dentro anno dopo anno, luci ed ombre che battono dentro il cuore e senza paura, oltre tutto gridare al mondo l'umanità che ci rende parti ed artefici del nostro destino.

    La ricerca della felicità, che è l'insieme degli attimi che animano le attese e delle troppe risposte che solo nel tempo e col tempo, trovano la giusta collocazione.

    Un percorso, che ci rende protagonisti, di ogni singolo respiro e che arriva bene al suo obiettivo, al fine e non alla fine del più grande Miracolo divino: La Vita.

    [... continua]

  • Parla all’invisibile, Clemence, avvocato reo confesso che ha lasciato Parigi e la carriera per celarsi tra i fumi delle bettole olandesi. Parla a un misterioso quanto curioso interlocutore, da cui ritorna sempre a raccontarsi, a (di)mostrare i suoi errori fingendo di pentirsene. Questa è la materia di cui è fatto “La caduta” (La chute) di Albert Camus, racconto a una voce dipanato in settanta pagine pregne di sincerità, irresistibile preludio al premio Nobel del ’57, nonché disarmante requiem pre-morte - lo scrittore scompare quattro anni dopo la sua pubblicazione, nel 1960. In questo monologo fluviale - o forse dialogo a metà, a seconda dei modi d’intendere - e, a tratti, opaco, la parola incisiva di Camus si rende foriera di rivelazioni sul lato in ombra della natura umana, come un “Dottor Jekyll” spogliato di qualsiasi patina allegorica e fantastica. Partendo dal presupposto che tutti gli uomini credono con fermezza nella propria innocenza, quasi rispondendo ad un innato principio naturale, Camus mette a nudo l’origine del Male, il nucleo da cui traggono linfa vitale i malanni incurabili della società - odierna come di qualsiasi tempo: la cattiveria e il giudizio. “La caduta” ne descrive i devastanti effetti, materializzati in un eterno rimbalzo fra contesto e individuo, lotta impari da cui il singolo è destinato a venir fuori sconfitto, pur se vincente all’apparenza. La morte dell’ipocrita - e dell’ipocrisia - è come quella dei sovrani moderni: non appena la si annuncia, il rimpiazzo è già in attesa. Così Clemence, anti-eroe di sottovalutata grandezza, ammette il suo egoismo, i suoi difetti, le sue colpe, dichiarandosi “falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne”, poiché ciò a cui s’è assuefatto l’ha talmente inaridito da impedirgli di avvertire la sete. Un viaggiatore, dunque, che pur camminando non si sposta, testimone di un cambiamento fasullo che la scrittura straordinaria di Camus inietta, come siero della verità, nel cervello di chi legge, affinché le cose possano avere un altro seguito.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • Herik Mutarelli, attraverso ognuna delle sue brevi storie, sonda l'animo umano nel livello più profondo. Non si accontenta di dare un nome ai sentimenti dei protagonisti, ma li sviscera e li descrive con la più umana delle sensibilità. Una vena malinconica attraversa le pagine e, come un velo, copre e scopre le paure, le speranze, gli amori, le rinunce, i dubbi, che accompagnano ognuno dei personaggi.  Parla di vita questo libro. La vita di una società che ci cataloga, la vita di bimbi che cresceranno comunque, a patto che essa glielo conceda, quella di adulti ancora alla ricerca di se stessi. Parla anche di morte. Una morte a due facce: quella fisica che segna il limite delle nostre esistenze, ma anche la più atroce di tutte, quella che ci accarezza quando ancora siamo in vita. Il tempo è alleato sia della vita che della morte. Esso può avere le sembianze di un falso amico e lasciarci proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di lui; oppure arriva come un salvatore, quando meno lo si attende per darci ancora qualche istante di speranza. L'autore crea un dipinto con le parole e mostra le diverse sfaccettature dei personaggi, nei quali prima o poi ogni lettore si identifica. Tocca nervi scoperti, questa lettura, portando a galla sensazioni che si credeva fossero annegate nel buio dell'inconscio, tanto tempo fa.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • “Quello che scrive Giulia ha un po’ la forma del ricordo, un po’ del racconto ma è anche autobiografia, è anche favola. Ricordi che sembrano favole, favole che raccontano di storie vere. Giulia in giro per il mondo oppure nella sua casa ad accogliere e nutrire il mondo. Nella sua stanza dove la vita risuona…”: queste parole tratte dalla bella prefazione di Teresa Domenici, che ha arricchito questa raccolta anche di un postfazione davvero avvincente che trae origine dall’affettuosa amicizia che la lega da tempo all’autrice, ci danno un’idea di cosa siano questi 39 racconti che Giulia Daneo Lorimer ha scritto nel corso della sua vita così intensa e particolare.
    Alcuni dati biografici tanto per darvi un’idea: un nonno francese, una nonna del Costarica, una madre americana, un padre piemontese, Giulia nasce in Svizzera, passa l’infanzia in Bulgaria, trova poi marito negli Stati Uniti e, tornata in Italia, “colleziona” undici figli. Per anni la sua casa in Toscana, vicino a Firenze, è il punto d’incontro di musicisti, poeti e artisti provenienti da ogni parte del mondo ed è in questo clima che nascono i “Whisky Trail”, il gruppo di musica irlandese con cui Giulia canta e suona e con i quali ha pubblicato undici dischi.
    Da tutta questa “vita” nascono questi bellissimi racconti che affascinano come fiabe che fanno sorridere e riflettere come quando scrive: “questa mattina la matassa di pensieri si scioglie e una lunga treccia morbida si allarga sul mio grembo. Li pettino i pensieri: chiamandoli via via con un nome mi aiutano a passare il tempo…” oppure “ci sono 680 scalini. Sapere il numero di scalini aiuta, la conoscenza aiuta sempre. E’ il non sapere che spaventa… ho sempre amato le grotte. La natura intera, completa: uomo-donna. Ermafrodito creato da secoli di gocce che si offrono alla madre terra-caverna…”o ancora “… credo che la vita sia un immenso gioco dell’oca. Tiri i dadi e vai avanti al casello che ti tocca. C’è un bel disegno e te lo godi, a volte ti fermi per alcuni turni oppure tiri i dadi e devi tornare indietro, ricominci da un punto diverso e le cose le vedi da un’angolatura diversa. A volte il casello di arrivo è brutto, contiene istruzioni minacciose, dolorose, ma non sono mai definitive e questa è la cosa consolante del gioco dell’oca. Dolore, gioia, indifferenza, c’è di tutto ma basta sopravvivere e il gioco continua fino alla fine…”

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

    • Sin
    • 13 giugno 2012 alle ore 8:43

    Un titolo brevissimo, una sola parola di tre lettere, per un libro di 654 pagine, una scelta quasi ossimorica, un contrasto tra l’estrema brevità di “Sin” la cui pronuncia inglese colpisce come un proiettile e la corposità del volume che può intimorire, a un primo impatto anche per i colori scelti per la copertina, il rosso del titolo sul grigio scuro dell’immagine, ma che invece si rivela una lettura affascinante e attraente a tal punto che ti dimentichi quante sono le pagine e t’immergi in questa storia, che l’autore Alessandro Vizzino ha immaginato, per riemergerne solo alla fine.
    “Sin” è un’opera, come dice la quarta di copertina, “corale…in cui ciascuno è protagonista e nessuno è comparsa… che non disdegna molteplici punti d’analogia con importanti lavori della letteratura thriller noir o del cinema…”: a questo aggiungerei anche della televisione perché la prima analogia, la più evidente secondo me, è quella con la trasmissione “Il grande fratello”; la differenza fondamentale tra il libro e la trasmissione è che mentre in quest’ultima le persone scelgono volontariamente di entrare in quell’appartamento, in “Sin” i protagonisti ci si trovano senza che lo desiderino e se ne rendano conto, costretti da una volontà superiore, e questo fa già la prima differenza. L’analogia invece è che, in entrambi, il pubblico determina il vincitore ma non posso dirvi altro su questo, perché è qui il nocciolo vero di “Sin”, il suo fascino segreto.
    Un’altra analogia che mi è venuta in mente leggendolo è quella con un capolavoro della letteratura inglese, 1984 di Orwell, che lo scrisse una quarantina di anni prima della data del titolo, nel 1948; anche Vizzino ha immaginato che questa sua storia si collochi in un futuro abbastanza prossimo, nel 2052, tra quarant’anni e lo ha “colorato” di tutte le novità informatiche che la sua preparazione specifica nel campo riesce a immaginare.
    Da appassionata numerologa quale sono, mi ha colpito positivamente la scelta dell’autore di usare il 10 come numero dei protagonisti di questo suo thriller noir, cinque uomini e cinque donne, 10 come i comandamenti dati a Mosè sul monte Sinai (notare l’assonanza con “sin”) che saranno la chiave di volta per dipanare la matassa, per tentare di capire la successione degli eventi, per dar loro una ragione plausibile da parte degli abitanti della casa che man mano impari a conoscere e amare, quasi, come se fossero persone conosciute e questo è un altro valore aggiunto da parte di Vizzino, che ha saputo delinearli così bene sia fisicamente che psicologicamente sia, soprattutto, grazie ai dialoghi che ce li rendono vivi, quasi tangibili, e ognuno di noi è portato per mano, senza rendersene conto, a fare una selezione tra di loro, a scegliere con chi si sente più in sintonia.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Non avevo mai sentito parlare di Yoko Agawa, lo ammetto, e ho scoperto, leggendo la quarta di copertina, che ha scritto e pubblicato una ventina di libri ed è considerata una tra le più importanti scrittrici giapponesi contemporanee, tradotta e pubblicata un po’ dovunque: sono felice di aver fatto la sua conoscenza con questo libro a cui, credo, ne seguiranno altri.
    Amo la matematica, profondamente, visceralmente, da sempre, come potevo non essere chiamata, come dal canto di una sirena, da “La formula del professore”.
    E’ la storia di un’amicizia straordinaria, nata imprevedibilmente, tra un professore di matematica che, per colpa di un incidente stradale, ha perso buona parte della sua memoria, della sua governante e di suo figlio. La passione per i numeri del professore è infinita, incontenibile e riesce a trasmetterla, a comunicarla, con inconsapevole naturalezza, nonostante questa disabilità (la sua memoria dura esattamente ottanta minuti) a queste due persone entrate nella sua vita per accudirlo.
    In pochi mesi la passione comune per lo sport del baseball, l’affetto imprevedibile e dolcissimo che nasce verso il bambino che lui ribattezza Ruto, che in giapponese vuol dire “radice quadrata” (il perché di questo nome lo scoprirete leggendo il libro…), la curiosità brillante di quest’ultimo e la semplicità dei gesti quotidiani di sua madre creano un legame, tra di loro, che dà un nuovo colore alle loro vite, un’intensità inaspettata.
    “…così come nessuno sa spiegare perché le stelle siano belle, è altrettanto difficile esprimere in che cosa consista la bellezza della matematica…”

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Un viaggio davvero intenso, un’emozione che tiene sospesi: così è possibile definire la lettura di quest’opera di Felix Adado che, nell’impulso irrefrenabile di regalarci la sua storia e la sua anima, dà  forma e liricità ad un “traffico di pensieri senza coda,/ valanga di desideri senza luna/…piccole anime scalze sui sentieri della lotta”. Questo è proprio il tema della raccolta: una lotta senza trincee e senza armi ma ugualmente dolorosa e sofferta, la lotta per l’integrazione e l’autoaffermazione,  per l’annullamento di  angoscia  e nostalgia e la costruzione difficile ma meravigliosa della speranza e della solidarietà. Con una versificazione che ricorda Ungaretti in alcuni tratti dello stile e della poetica di una dolorosa allegria, le liriche di Adado  si susseguono come un grido musicale e sensibile che prova a rompere il buio della notte e del dolore, come un appiglio ad una vita “senza progetti,/ con un mondo di desideri ,/ senza sguardo”, in un vuoto che è freddo e solitudine: “sotto questo cielo/ stellato senza luna,/ in quest’universo smarrito/ con me fuori”.
    Ma la risposta a tutto questo non è fermarsi e restare fuori, ma riunire le forze e “vivere/ in balia della speranza/ con il respiro quasi terra terra”, per cercare un nuovo sole, colmo di fortuna, che indichi la strada. E se si resta ancorati al proprio cuore e alla propria capacità di amare, se si continua ad aspettare l’alba senza cedere, se si tiene sempre in mente Itaca come avrebbe detto Kavafis, è possibile davvero entrare a far parte di questo universo, attraversare “i monti mortuari” e il baratro e arrivare come “un guerriero vincitore, con lo sguardo cavaliere” alla luce accecante delle speranze esaudite e dei sogni avverati.  E allora la gioia di una famiglia, di una donna, di labbra dove dimora la gioia e da cui si liberano farfalle che “addobbano” l’esistenza,  sono il senso di queste sofferenze senza luce: sono il Natale dell’anima, sono il futuro da scartare, sono il coraggio di naufraghi che hanno vinto l’Oceano.
    Una volta superata la notte certo il viaggio non finisce, i dolori ovviamente non scompaiono, la nostalgia per una terra e una famiglia lasciate lontano non abbandona un cuore dove bruciano ricordi e ingiustizie: ma è possibile cominciare un nuovo giorno, una vita felice. E’ possibile credere che l’alba arriva per tutti..

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • “L’eredità dei copri” di Marco Porru (finalista Premio Calvino) è un romanzo che ti entra dentro come un chiodo picchiato da un martello. Il chiodo si conficca nell’anima, il martello inizia a battere e lui entra sempre più dentro costringendoti a pensare, a riflettere, a solidarizzare con Gabriele, Raniero, Rosaria e persino con l’abominevole Cesare. Perché nel leggere questo romanzo ci si addentra pagina dopo pagina in una storia di dolore e di sofferenza non ostentata ma sottile, acuta, complessa, una storia di difficoltà e di continua scoperta, di sconfitte e di rinascite, di amicizia e di paura. Raniero e Gabriele sono due ragazzi adolescenti della contemporaneità rappresentati con tutte le insicurezze e le problematiche dell’età, impacciati davanti alla grandezza della vita eppure sempre così desiderosi di godere appieno della bellezza del mondo. Accanto a loro, come tanti personaggi alla ricerca di se stessi, la zia Rosaria, i genitori fragili di Gabriele, Gilla, la madre problematica di Raniero, anime dolenti che si aggirano nella propria esistenza come burattini rimasti ingarbugliati nei loro stessi fili, uomini e donne che si trovano a dover fare i conti con l’eredità del proprio corpo, del proprio passato, dei propri errori. Tutta la storia sembra correre verso un punto d’arrivo che finirà poi per rivelarsi un nuovo punto d’inizio e che assume la forma di una nuova consapevolezza del proprio valore di esseri unici e irripetibili. “L’eredità dei corpi” è sicuramente un romanzo di formazione che, con una prosa incisiva e magnetica, descrive il processo di crescita di due ragazzi comuni che riescono a percepire l’importanza più che dell’accettazione di sé soprattutto della comprensione della propria identità perché non può esservi accettazione del proprio essere, inevitabilmente imperfetto, se non vi è prima una profonda comprensione di quello che realmente si è. L’imperfezione, sembrano dire le parole di questo romanzo, lungi dall’essere qualcosa di negativo, è ciò che riesce a dare un senso al modo complesso nel quale si dispongono gli eventi della vita divenendo un valore profondo che porta alla riscoperta della propria umanità. In una Sardegna magnificamente descritta si snoda dunque una storia d’amicizia complessa e universale fatta di desideri, pulsioni, incomprensioni, senso di appartenenza, senso di rifiuto e di protezione reciproca. Un’amicizia che passerà attraverso una dolorosa scoperta della propria sessualità, quella sessualità che passa proprio attraverso i corpi cui allude il titolo e che, riguardando la sfera più intima e profonda di ognuno di noi, chiama in causa ogni essere umano.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Una new entry nell’olimpo delle women-thrillers, delle gialliste internazionali, questa autrice turca, Esmahan Aykol, col suo “Hotel Bosforo” nella traduzione di Emanuela Cervini.
    Ma non è una giallista come le più celebri Elizabeth George, P.D.George, Minette Walters o la russa Marinina: la Aykol si è divertita a creare il personaggio di Kati Hirschel, una donna turco-tedesca che gestisce una libreria che vende solo thrillers a Istanbul, la città in cui ha scelto di vivere, che conosce e ama visceralmente; Kati si diverte a essere una novella Miss Marple ma lo fa con un’ironia, una goffaggine e una simpatia davvero travolgente e quando all’hotel Bosforo avviene un omicidio con modalità alquanto particolari e di cui non si riesce a trovare l’autore, Kati inizia le sue personalissime indagini travolgendo, con le sue domande dirette e impertinenti, un commissario di polizia, un boss e un avvocato e tanti altri personaggi che incrociano la sua strada.
    Forse i puristi del giallo doc non ameranno molto questo libro, ma alla sottoscritta che, molto umilmente, può vantare una discreta “thriller culture” è invece piaciuto per la sfacciataggine sorridente della protagonista che, immagino, somigli molto all’autrice la quale, come si evince dalla biografia, ha lavorato come giornalista per radio e giornali turchi durante i suoi studi di giurisprudenza; che conosca bene l’ambiente dei mezzi di comunicazione, e in particolare quello della carta stampata, è evidente dalla corrosiva e divertente descrizione di alcuni giornalisti che Kati incontra durante le sue indagini sui generis.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • Una storia davvero avvincente quella contenuta in questo romanzo, che si intreccia con altrettanto affascinanti e alte conoscenze di filosofia, scienza, storia, navigazione e astronomia, a costruire un mondo in cui immergersi è per il lettore facilissimo. Snocciolate, infatti, con grande disinvoltura all’interno del racconto, rivivono nelle avventure del protagonista alcune delle esperienze più importanti del percorso storico ed esistenziale del genere umano, come la Spagna del ‘600, l’Inquisizione, la filosofia di Giordano Bruno, la più antica cultura del popolo latino-americano, ma che non appesantiscono in alcun modo questo viaggio di un’anima alla ricerca del proprio orizzonte, anzi le offrono gli strumenti con cui chiarire e ritrovare la propria meta.
    “Mi sentii osservato dall’Eterno, come se il Giorno del Giudizio fosse arrivato allora, e il tempo avesse rallentato per fermarsi e il prima e il dopo non contassero più nulla”: con queste parole l’autore descrive lo smarrimento del protagonista, che non riconosce quanto forzata fosse la propria scelta di servire Dio fino a quando la prorompente bellezza di una donna non appare come il più grande e dolce mare in cui volersi perdere. E alla stessa maniera incomprensibile comincia ad essere quel divieto di leggere alcune delle più alte pagine della nostra cultura, come il Simposio di Platone o, soprattutto, la filosofia del monaco Bruno, colui che ha provato ad insegnare all’umanità “a spaziare col pensiero, a cogliere il segno dei numeri e il numero dei segni, non solo nel futuro ma anche nel passato”, quella stessa umanità che gridava in un’estasi di follia mentre le fiamme ne cancellavano per sempre lo sguardo.
    Intorno a questi pensieri l’autore costruisce una storia realissima, un difficile e avventuroso viaggio per mare, mare che è anche uno dei grandi protagonisti del romanzo, mare che unisce e divora, che bisogna saper domare con la più approfondita conoscenza dei suoi segreti, delle imbarcazioni, delle stelle che guidano il cammino dei naviganti, ma anche di coloro che cercano una soluzione, una risposta. Gli astri possono, infatti, condurre al di là dell’Oceano, in luoghi dalla lingua incomprensibile ma dalla saggezza millenaria, ma possono anche essere muti protagonisti di magiche rivelazioni, di misteri da decifrare. Chi ne accoglie la sfida può imbattersi in credenze irrazionali, in inutili sacrifici o uccisioni, mostrando quanto, in fondo, siano tutte uguali le superstizioni se non è l’amore per la conoscenza e il rispetto per ogni essere umano a guidare le azioni degli uomini
    Proprio per questo non bisogna mai “credere di aver compreso una volta sola tutte le cose, lasciando alla vita sempre un altro spazio, un’altra possibilità”, per arrivare a vedere chiaro oltre lo zenith, e non per questo fermarsi, ma andare avanti e cercare ancora.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Alan compirà cent'anni oggi e la casa di riposo, presso cui è ormai ospite da tanto tempo, ha deciso di organizzare una gran bella festa. Per l’occasione è stato invitato il sindaco e anche qualche giornalista locale. Alan, però, non ha proprio voglia di festeggiare e allora decide di scappare! Salta dalla finestra e “scompare”. Ora rimane solo da decidere dove andare e pertanto l’arzillo vecchietto si reca alla stazione degli autobus in pantofole e con un po’ di soldini in tasca. Decisa la meta a caso, si ritrova davanti un giovane, che gli chiede di tenere d’occhio la sua valigia mentre lui deve fare un bisognino. Arrivato l’autobus, Alan non vede tornare il giovane dal bagno e decide per la cosa più ovvia da fare: sale sull’automezzo portandosi dietro anche la valigia, che purtroppo è piena zeppa di soldi sporchi. Quella che è iniziata come una semplice fuga, si trasforma così in una serie di eventi inaspettati e ci scappa anche qualche morto. Con l'aiuto di amici raccolti casualmente, Julius un truffatore di mezza età, Benny un ex proprietario di un chiosco, che ha passato la sua vita a studiare in facoltà diverse tanto da avere qualifica di quasi medico, architetto, chimico ecc., Bella una donna che ha come animale domestico un elefante, Allan in qualche modo riuscirà ad uscirne illeso. La polizia, però, è sulle loro tracce e non ci vorrà tanto per scoprire dove si sono nascosti. Come andrà a finire? Una storia comica e tenera, che intervalla all’avventura anche flash-back sul passato del nostro simpatico vecchietto, sotto forma di racconti surreali con protagonisti celebri della storia mondiale. Il nostro Allan, sotto alcuni aspetti, è un po’ il Forrest Gump della Svezia.

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    recensione di Katia Guido

    • SolEros
    • 31 maggio 2012 alle ore 8:54

    Già non è facile scrivere un libro di poesie erotiche, se poi l’autore è addirittura una donna la sfida diventa ancora più difficile ma, allo stesso tempo, più intrigante.  Lady P riesce, e questa è la sua cifra distintiva, a non essere mai né volgare né banale.
    L’autrice di queste splendide liriche è esattamente come le sue poesie, raffinatamente erotica, femminilmente sensuale, mentalmente intrigante.
    E in questa elegante e raffinata silloge tutto è intrigante, sensuale ed erotico, iniziando dalla copertina che, giocando sul contrasto tra grigio e rosso, colore per antonomasia della passione, ritrae un corpo nudo di donna appena velata per attrarre il nostro sguardo, per ammaliarci,  prima di immergerci nelle onde calde e inebrianti, nei velluti morbidi e avvolgenti, nei colori accesi e brillanti, nei cinque sensi scatenati e intrecciati delle sue poesie.
    Gli splendidi disegni di due artisti contemporanei che arricchiscono ogni lirica sono il valore aggiunto di questa silloge che la rendono, se ciò fosse possibile, ancora più raffinata.
    Anche lo pseudonimo sotto cui si nasconde l’autrice, Lady P, che è uno dei nomi con cui il suo compagno ama chiamarla, lascia immaginare, percepire, rispetto, venerazione, amore verso la propria donna e amante.
    E per finire il titolo dato alla raccolta, “SolEros”, una parola abilmente composta con quella E maiuscola per sottolineare che si parlerà di Eros, Solo di quello.
    Accogliamo, quindi, con immenso piacere, Lady P nel ristretto olimpo delle poetesse erotiche.

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    recensione di Daniela Domenici

  • E' sorprendente come questo autore riesca a proporre libri molto diversi tra di loro. Le affinità sono così poco invadenti che l'impressione è comunque di avere sempre a che fare con prodotti totalmente differenti. Anche in "Kafka sulla spiaggia" troviamo la profonda sensibilità, il senso dell'ineluttabile e dei personaggi molto giovani, ma abbiamo anche un alto livello di visionarietà: il reale e il surreale sembrano spingersi, in alcuni tratti, ai confini con la patologia psicologica. Tutto ruota intorno ad un quindicenne che scappa di casa e trova accoglienza in una biblioteca molto lontana dalla sua città. Il fascino irresistibile del Destino, così com'è concepito dalla cultura orientale, è una calamita più forte di qualsiasi scelta. Qui, infatti, Tamura si ricongiunge ad una storia che scopre appartenergli ma che va ben oltre lo spazio ed il tempo. Parallelamente alla vicenda del giovane Tamura Kafka (cognome che lui inventa quasi per scappare ad una maledizione) come un fiume che arrendevole va verso il mare scorre l'avventura di Nakata, un vecchio che sa parlare con i gatti e che si muove docile ai comandi di quello che "va fatto" perché "si deve fare" e "quando è il momento". A lui si affianca il fedele Hoshino, come in Tolkien Sam affianca Frodo, e lo aiuta a portare a termine la sua missione.
    Il libro sembra rallentare troppo in alcuni punti ma nel complesso è di lettura molto agile, anche se alla fin fine non verifica ipotesi formulate, non raccoglie pietre scagliate, non dà risposte ad alcune domande. Bisogna accettare il sentimento dell'incompiuto, se si sceglie di affrontare la lettura, e lasciarsi guidare in passaggi che si alternano tra il visionario e lo splatter, immaginandole anche basi discrete per un buon film di suspence.

    "Da quando ti ho incontrato la prima volta, mi sono fatto l'idea di uno che cerca qualche cosa con tutte le sue forze, e con la stessa determinazione tenta di evitarla. E' in un certo modo l'impressione che dai" (Murakami Haruki)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Coinvolgente, emozionante, commovente, vero: questi aggettivi e tanti altri ancora caratterizzano quest’opera prima di Franco Di Mare, volto noto della televisione, giornalista con un palmares di tutto rispetto soprattutto dalle zone di guerra più calde del pianeta; raccogliendone i ricordi ha costruito uno spettacolo teatrale che è poi diventato un libro dal titolo “Il cecchino e la bambina”. “Non chiedere perché” è il suo primo romanzo e se il buongiorno si vede dal mattino, Franco Di Mare ci regalerà ancora altri “gioielli” come questo.
    …“serve un pizzico di follia per inseguire, nella vita, quello che a tutti appare un sogno irragionevole”: questa storia, ispirata a vicende realmente accadute, ruota attorno a un bellissimo atto d’amore che, a dispetto delle bombe e della burocrazia, si è potuto compiere grazie all’aiuto provvidenziale di due donne e alla determinazione incrollabile di un uomo che torna a Sarajevo nel 2005 per salutare un amico che sta morendo e la trova completamente cambiata da com’era nel 1992 quando per tre settimane ci ha vissuto come inviato. E’ l’occasione per rivivere quegli anni in un lungo flash back.
    Un sorprendente talento narrativo quello di Franco Di Mare che avevamo potuto già apprezzare nel delizioso racconto breve “Casimiro Rolèx” ambientato nella “sua” Napoli e che qui ha potuto trovare lo spazio adeguato per parlare di una guerra, a due passi dall’Italia, di cui pochi di noi hanno percepito la gravità e la vastità, come dice l’autore “l’assedio più brutale e sanguinoso avvenuto in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale”.

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    recensione di Daniela Domenici

  • Sono tocchi in punta di piuma quelli che Simona Salvatore propone con le cinquanta poesie, raccolte per la prima volta in una pubblicazione. In questi tocchi di piuma c’è l’aria e c’è il fuoco: a tratti la piuma si capovolge e graffia la pelle con la punta. Le poesie, brevi e dalle lunghe pause, si sviluppano al ritmo dei “palpiti” che l’autrice cita spesso; i versi costellano di silenzi le attese, i desideri e le delusioni, e lasciano trasparire l’attitudine verso l’eleganza e lo stile aulico.
    Non si tratta, però, di una scrittura eterea. La poetica di Simona Salvatore non sfiora, bensì impugna; non blandisce, bensì dichiara; non ubbidisce ad una metrica, ma segue impulsi; e i silenzi non sono fatti per riascoltarsi, bensì per contenere le energie. La sua caratteristica principale è nella sensualità dei versi: sensualità che si esprime non tanto nel contenuto quanto invece nella scelta dei suoni. Per essere letti ad alta voce è necessario infatti un severo utilizzo delle labbra, per via della fitta presenza di parole molto diverse tra loro in accenti e in natura fonetica. Un esempio: “Inebriante realtà / remota / negli argini di una verità / avvizzita”. Consonanti affricate, fricative e vibranti (“fragranza”, “ardire”, “svaporate”), spesso doppie (“vezzeggi”, “amarezza”, “strozzo”, “vezzosa”, “delicatezza”) o accompagnate da labiali od occlusive (“rabbrividisco”, “gorgheggia”, “giogaie”) rendono il respiro poetico più simile ad un lambire di fiamma che ad un refolo di primavera. Suono e sostanza si uniscono nelle frequenti allusioni al fuoco: tornano le vibranti in “divampo”, “rovente”, “vampa”.

    “Cullarsi / nel silenzio asprigno di suoni / vociati / in un bisbiglio / che nessuno coglie nel rumore di sé”

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    recensione di Cristina Mosca

  • Quando ho iniziato a leggere “Io, Claudia e Pluk” mi sono detta: “Finalmente”. Finalmente un'autrice che al suo esordio letterario non cerca frasi ad effetto per dimostrare quanto sa scrivere bene, non scivola nella retorica, ma si preoccupa soprattutto di raccontare una storia e di trasmettere delle emozioni. Quando poi sono arrivata alle ultime pagine con un groppo di commozione in gola, ho pensato che la Crozzoli con questo libro ha compiuto un prodigio che a pochi riesce: ci ha resi partecipi del grande amore nutrito per Pelo, la boxerina che ha accompagnato per dieci anni la sua convivenza con Claudia.
    “Io, Claudia e Pluk” è una storia d’amore, d’amore a tanti livelli. Innanzi tutto c’è l’amore per Pelo (Pluk in dialetto piemontese) nel suo crescere e trasformarsi: dall’iniziale diffidenza, motivata da una vecchia esperienza negativa con un cane che l’aveva morsa, Maria Grazia si lascia andare ad un affetto sempre più grande verso la boxerina, che la porta a superare le paure e ad amare anche gli altri cani.
    C’è l’amore per Claudia, la compagna che ha portato Pelo nella vita di Maria Grazia: un legame la cui diversità non viene mai esibita, seppure fra le righe si possano intuire i dubbi, i timori, le incertezze iniziali.
    C’è l’amore nei confronti di tutti i cani: superate le prime diffidenze grazie a Pelo, Maria Grazia lascia libero corso al suo affetto verso animali trovati o ospitati per brevi periodi. Infine, non meno importante, il libro contiene una profonda riflessione sul “delicato equilibrio fra cani e umani”, su come sia necessario comprenderlo e rispettarlo per non creare problemi all’animale e per far sì che il suo atteggiamento nei confronti dei propri simili non diventi di ostilità.
    La scrittura della Crozzoli è levigata, calza perfettamente la narrazione e invoglia alla lettura tutta d’un fiato. Anche quando racconta momenti dolorosi lo fa con grande delicatezza e semplicità, trasmettendoci emozioni autentiche.
    "Io, Claudia e Pluk" è un libro che davvero merita di essere letto, sia da chi ama i cani sia da chi ancora non li conosce abbastanza.

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    recensione di Alessandra Gorlero

  • " Le corde di Eros", silloge poetica di Alessandro Moschini, è un'opera di straordinaria intensità che convince e cattura in ogni singola poesia, ogni singolo verso, parola, suono o concetto. Notevole è la sensibilità che emerge leggendo versi così altamente poetici e ricercati che sono al contempo perfettamente fruibili da un pubblico vasto e differenziato assumendo così quel carattere di universalità che rende grande un'opera. Totale è la propensione tematica dell'autore per l'amore, sentimento descritto in tutte le sue sfaccettature, dalla sua dimensione erotica e carnale a quella puramente platonica e intellettuale passando per quell'indissolubile sentimento che è l'amore materno. Ogni singola parola trasuda un forte senso di erotismo e di amore, un amore che potremmo definire universale, forte, infinito, imperituro, privo di condizioni o limiti. Un amore dunque che sembra assurgere a ruolo di archetipo del vivere umano, condanna e salvezza dell'essere umano. La felicità è racchiusa nell'amore reciproco sembra dire l'autore con quella che tra le espressioni dell'arte letteraria è forse la più pura e arcaica e per tale ragione connaturata nell'animo umano. Forte e suadente è la musicalità dell'opera, dei versi, dei suoni che staccandosi dalle parole inondano l'anima del lettore. La poesia nasce nella tradizione orale per essere ascoltata e Alessandro Moschini ne è pienamente consapevole, tanto che della musicalità fa il perno attorno al quale ruota la possibilità di universalità della sua opera. Costante è la presenza di metafore che si prestano a plurime interpretazioni, permettendo così ad ogni lettore di trovare una parte di se e del proprio vissuto in ogni singola lirica. Lungi dallo sfiorare minimamente la volgarità, l'autore descrive  ed elogia la figura femminile colta nella sua più profonda essenza e manifestazione. Quanto detto risulta evidente dalla lettura di una poesia in particolare, " Aria". " Respirami/ fino a quando il sole non avrà più aria/ ed esausto chiuderà i suoi occhi/ all'arrivo del crepuscolo. Amami/ togliendomi il respiro e facendolo tuo/ fino a quando soffiando l'aria all'unisono/ spazzeremo via le tenebre di questa notte. Sognami/ fino a a quando l'aurora sarà colma d'aria/ da respirare insieme/ all'arrivo del nuovo giorno". Con un linguaggio incisivo e figurativo dunque l'autore ci consegna un'opera destinata a scuotere e sedurre gli animi.

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    recensione di Claudio Volpe

  • “…Ricordati, Cal, il sesso è biologico, il genere è culturale…” Middlesex è il nome di una delle tante abitazioni in cui la lunga storia si svolge, ma è anche un nome simbolico scelto, secondo il mio parere, dall’autore per definire la situazione ambigua in cui viene a trovarsi Calliope, splendida protagonista di questo libro. Alla nascita è una bambina come le altre o almeno così credono tutti e viene allevata come tale fino all’adolescenza, quando si viene a scoprire “che nel suo DNA si nasconde un gene misterioso che attraversa come una colpa tre generazioni della sua famiglia e ora si manifesta in lei. Callie è colpita da un’eccentricità biologica che fa di lei un raro ermafrodito. E da qui ha inizio la sua odissea”. Calliope è anche la musa della poesia epica e significa “che ha una bella voce” e questo libro, con cui l’autore ha vinto il prestigioso premio Pulitzer nel 2003, è una storia davvero epica, un’odissea appunto, che abbraccia quasi un secolo di storia seguendo le vicende di una famiglia greca partendo dai nonni di Calliope, Desdemona e Lefty, che lasciano la Turchia del crollo dell’Impero Ottomano negli anni 20, per approdare sul suolo americano, a Detroit, in pieno proibizionismo e continuando attraverso il loro figlio Milton e la moglie Tessie (nomi greci americanizzati) e ai loro figli, Chapter Eleven e Calliope, appunto, la protagonista, femmina prima e maschio poi col nome di Cal, di questo bellissima e appassionante opera narrativa. E’ un libro sulla diversità e sulla difficoltà a viverla con la “volontà di essere artefici di se stessi, di dar voce ai proprio desideri, alla propria sessualità, ai propri sentimenti”.
    "... Gli ermafroditi esistono da sempre, Cal. Da sempre. Secondo Platone l’essere umano originario è ermafrodito. Lo sapevi? In origine la persona era composta da due metà: una maschile e una femminile. Poi sono state separate. Per questo tutti sono sempre alla ricerca dell’altra metà. Tutti tranne noi che le abbiamo già tutt’e due. Certo, in alcune culture veniamo considerati mostri. Eppure in altre è vero il contrario. I navajo hanno una categoria di persone ch chiamano berdache. Fondamentalmente si tratta di una persona che cambia genere, che adotta un genere diverso da quello biologico. Ricordati, Cal, il sesso è biologico, il genere è culturale. I navajo lo capiscono. Se una persona vuole cambiare genere glielo permettono. E non la denigrano, anzi, la onorano. I berdache sono gli sciamani della tribù. Sono i guaritori, i grandi tessitori, gli artisti...”

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    recensione di Daniela Domenici

  • Un libro-gioiello sin dalla copertina, deliziosamente naif, che ci dà già un input per capire chi saranno i protagonisti di questa dolcissima storia che si volge tutta nel reparto di terapia intensiva di un ospedale: un medico chirurgo e un bambino. L’autrice Giovanna Zucca, conosce molto bene questo ambiente perché lavora come infermiera strumentista e aiuto-anestesista in una sala operatoria; di lei sappiamo ancora che è piemontese di nascita e veneta d’adozione e che tra un turno a l’altro si è laureata in filosofia.
    E’ un perfetto melange di ironia e commozione quest’opera prima della Zucca, che riesce magistralmente ad alternare le voci di tutti i protagonisti e i loro punti di vista, adottando un linguaggio ad hoc per ognuno di loro. Raggiunge il top quando a parlare è il piccolo grande Davide, il bambino attorno a cui ruota tutta la storia: lì la Zucca è semplicemente perfetta, ci fa sorridere e commuovere e dimostra di conoscere profondamente il mondo dei bambini. Ottima anche la descrizione psicologica e il modo di parlare di Patti, il personaggio femminile chiave della vicenda, e perfetta anche la descrizione del cambiamento radicale che fa il chirurgo, Pier Luigi, grazie proprio a Davide e a Patti.
    Sono 250 pagine che si leggono tutte d’un fiato innamorandosi di Davide, naturalmente, ma anche di tutti gli altri personaggi che si ritrovano uniti davanti alla sofferenza; uno splendido romanzo d’esordio con una morale che ci trova totalmente consenzienti: chi guarisce il prossimo guarisce se stesso.

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    recensione di Daniela Domenici

  • "Il guerriero dell'amore" è un breve trattato filosofico-spirituale. A sentirlo così, non viene in mente una lettura leggera, e invece Paolo Goglio ci stupisce nel manipolare con semplicità un filone narrativo di solito complesso nelle forme e nei contenuti.
    Il titolo del libro è una dicotomia assoluta, che tende da subito a esemplificare il filo sottile che unisce queste pagine. Il guerriero è un uomo che decide di affrontare tutto con il coraggio dell'amore. E' una persona che non  usa vie secondarie, che non ha paura di soffrire, che prende la vita di petto, ma con dolcezza infinita, unico antidoto per procedere fieri lungo le vette del mondo moderno.
    Le righe di Paolo Goglio solcano una vera e propria scelta di vita, in cui il "guerriero" non può far altro che vivere a stretto contatto con i suoi simili, per cercare di propagare la sua luce, il suo sorriso limpido fatto di un amore incondizionato verso il genere umano.

    A volte il suo pensiero può risultare estremo e contraddittorio, è vero, ma è lontana dalle sue parole l'idea di un dogma, c'è una semplice mente che ha creato un suo modo di affrontare la vita. E questo, è un aspetto che rende la lettura molto più piacevole e leggera.
    E' un libro che incuriosisce a ogni pagina, per la sua originalità di pensiero e perché non si vede l'ora di arrivare al termine, per intendere al meglio la filosofia completa del "guerriero dell'amore". La vera forza di questo trattato, sta nella sua totale apertura di queste righe a un confronto con il resto dell'umanità e di conseguenza con se stessi. Tutto ciò sta alla base della nostra scoperta: non smettere mai di porre domande al proprio io e non aver paura di mettere in crisi se stessi e le persone che abbiamo vicine.

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    recensione di Paolo Coiro