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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Arturo Bandini e l’oceano: in ciò potrebbe riassumersi il senso del capolavoro di John Fante “Chiedi alla polvere”. Bandini, uno scrittore che è Lo Scrittore ma anche tutti gli scrittori, in un’epoca trasversale a tutti i tempi. Fante, autore italo-americano dalla parola prensile e caustica, mette ancora una volta il suo alter-ego a tu per tu con l’assaggio di un sogno: il successo.
    In “Chiedi alla polvere” il desiderio è un’apparenza dai molteplici volti che diventa racconto non realizzandosi. È l’artista non seguito e non capito fino in fondo, è l’amante non ricambiato - dalla sensuale e inafferrabile figura della messicana Camilla Lopez -, è la miseria lasciata a se stessa. È l’idea della ricerca, infinita, estenuante, disperata, condotta tanto attraverso i sensi - contatto con la natura, con il mare e vicino a lui, fra i corpi umani - quanto mediante una lucida e sconfortante analisi dell’inespugnabilità delle gerarchie sociali.
    « […] l'ho intitolato “Chiedi alla polvere” perché in quelle strade c'è la polvere dell'Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c'è una ragazza ingannata dall'idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro », scrive Fante nel prologo al libro, sdoppiando dichiaratamente il suo secondo io e facendo sì che ogni sua faccia si trovi a confronto con un oceano di miti irraggiungibili, promesse infrante (a volte mai fatte), sogni divisi in due. Bandini e la sua metà divelta Camilla sono viandanti sul mare di nebbia - e di terra - del Novecento, pronipoti degli anti-eroi di Verga, fratelli dei “contestatori rassegnati” protagonisti in Camus. Sono maledetti perché sono così, perché sanno di esserlo e di non poter cambiare. Ma si sforzano, quasi per istinto animale, dibattendosi fra le onde invisibili di una California desolata e infiammata dal sole, naufraghi capaci di suscitare l’amore o, almeno, di suggerirlo con le parole.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • “Ma che state facendo?” di Gabriele Aprea, è una raccolta di racconti umoristici e graffianti: episodi apparentemente ordinari che diventano ironici psicodrammi. Con la sua autoironia, l’autore è in grado di mostrarci la realtà da un punto di vista originale. Quando il dramma è in agguato, Aprea risponde sfoderando il tipico talento partenopeo, la leggerezza e il buonumore.
    Tra gli episodi più grotteschi e irriverenti, quello dedicato allo scolapasta offre un particolare richiamo alla lettura: il protagonista si domanda dove sia finito lo scolapasta, mentre la pentola bollente è già tra le sue mani, e la ragazza dei suoi sogni lo attende trasognata nell’altra stanza. Dove sia finito strumento, lo scoprirete solo andando avanti nella lettura, con un finale particolarmente… spumeggiante!

    [... continua]
    recensione di Annalisa Stamegna

  • Turlough O'Carolan, l'ultimo bardo d'Irlanda, il leggendario cantastorie, con la sua arpa e il suo fedele amico e aiutante, Phelan, viaggia per tutta l'isola verde, la sua amata patria Irlanda, fermandosi per paesi, castelli e città a rallegrare i cuori di chi è oppresso e le corti dei nobili. Carolan, cieco fin dalla gioventù, si appoggia a Phelan, che, a sua volta, impara e cresce con gli insegnamenti del suo maestro. E' raccontata come una fiaba la storia di questo personaggio, diventato un mito nel suo paese e nel mondo. Attraverso uno scorcio sulla sua vita, l'autore ci racconta brevemente la storia di una terra, di un popolo oppresso, povero, ma pur sempre testardo, fiero e forte. Ci racconta dei Celti, di San Patrizio, di leggende e fatti storici allo stesso tempo. Quello irlandese, è un popolo combattente e positivo, la cui fede cattolica si sposa con le sue origini pagane. Gente semplice, ma magica, che ha contribuito a fare dell'Irlanda, quello che è oggi: una tra le più belle isole del mondo. Consigliato a chi ama l'Irlanda, ma anche a chi non c'è mai stato.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • La mia inesauribile e infinita curiosità mi ha portato a leggere il mio primo libro di fantasy alla “verde” età anagrafica di 54 anni, questo genere mancava all’appello degli innumerrevoli che hanno arricchito e colorato, e continuano a farlo, la mia “carriera” di lettrice da più di otto lustri.
    Ed è stata una piacevolissima sorpresa scoprire che il mio animo bambino, che coltivo con cura, si diverte e apprezza questo genere di narrativa che è un mix di magia e fiaba a cui devi credere da subito se vuoi pienamente immergerti e lasciarti incantare dalle storie intrecciate di “Oltremondo l’orizzonte delle dimensioni”, secondo libro della saga immaginata da Marta Leandra Mandelli, autrice che vive e lavora a Milano.
    E’ un libro di oltre 600 pagine con un andamento che definirei inizialmente lento e che poi, man mano che le vicende si evolvono e si chiariscono, prende un ritmo vorticoso e travolgente che ammalia il lettore o la lettrice (dall’animo bambino) che vuole sapere quale magia inventerà Siobhan, la Prescelta, Rowan, la Strega, Ian, il Guaritore, Selwyn, il gemello di Siobhan e, soprattutto, rimane affascinato da come possano convivere, come solo nelle fiabe accade, umani, divini e animali, ognuno con un proprio compito e con il proprio speciale potere magico. Bellissima la descrizione, tra tutte, dell’incontro nel deserto tra Rowan e i serpenti che diventeranno suoi amici o quello tra Siobhan e le schiere di angeli e demoni che, dopo essersi combattute a lungo, grazie a lei faranno pace e diventeranno suoi ottimi collaboratori e protettori. Commovente e vera la descrizione della storia d’amore tra Siobhan e Adrian e quella tra Ian e Rowan ma anche ottimamente descritta la metamorfosi di Tyler da cantante rock a veggente ma non voglio darvi altri particolari perché non renderei il giusto merito all’autrice e al libro che, come avrete capito, merita davvero di essere letto senza farvi intimorire dalla mole.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

    • Sex
    • 05 luglio 2012 alle ore 8:46

    Il titolo lascia un attimo interdetti: sarà un libro porno, sicuramente, che altro? Se leggete il titolo originario, “The bone” (l’osso), lo sconcerto aumenta… di cosa parlerà quest’opera di Bedri Baykam, eclettico artista turco che oltre ad essere un celebre e precocissimo pittore ha studiato arte drammatica  e ha scritto 19 libri tra narrativa, saggistica d’arte e politica?
    “Sex” non è un libro “facile”, non si legge tutto d’un fiato, ha bisogno di un pubblico adulto sia per le molte scene di sesso, descritte nei più minimi particolari che, soprattutto, per le innumerevoli descrizioni scientifiche che abbondano: “Sex” è un melange di splendida fantascienza alla Orwell o alla Huxley e di sesso, il tutto in salsa turca nel senso che il libro è un ininterrotto inno alla propria terra da parte di Baykam.
    Il protagonista di quest’opera, che è assurta agli onori della cronaca perché l’autore ha immaginato l’attacco dell’11 settembre con dieci mesi d’anticipo e con una straordinaria somiglianza di particolari e che ha anche subito la censura per le troppe scene di sesso, è un fotografo, Selim Targan, di cui viene descritta la vita intensa e piena di incontri, amicizie e amori fino alla morte, imprevista e violenta.
    Dal miliardario Zozi alla scienziata Narciye, dalla fidanzata Funda alla cugina Pelin, queste e tante altre persone entrano nell’esistenza di Selim per arricchirla e lasciare una traccia nel bene e nel male; in Selim probabilmente Bedrì ha voluto descrivere un po’ se stesso, certo è che il suo libro non lascia indifferenti ma, d’altra parte, da un artista così eclettico com’è lui non potevamo attenderci niente di meno.

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici

  • “Storia d’amore” libro di Paolo Goglio è un racconto avvincente e accattivante che suscita interesse e curiosità per l’innovazione stilistica e la tematica erotica trattata. Così l’autore definisce la sua stessa opera: “Un personale esperimento di narrativa romantico-erotica. Il mio obiettivo? Andare oltre la narrazione, oltre il racconto, oltre le emozioni… giungere realmente al cuore, all’orgasmo…”. E in effetti dalla lettura ciò che emerge è il tentativo di Goglio di sedurre, conquistare, ammaliare con parole sinuose, sensuali, ricche di allitterazioni che scivolano lente e pacate come una mano che accarezza un corpo conosciuto per ricoprirla di brividi. Anche la disposizione del testo concorre a costruire una dimensione di magia e di sensualità. Le parole sono disposte in modo tale da dar vita ad un linguaggio figurativo che è in grado di condurre il lettore lungo lo stesso ritmo di lettura e di respiro dell’autore. Parola dopo parola, il testo si compone, verso dopo verso il disegno erotico prende vita, goccia dopo goccia la tela viene dipinta. E il colore unico che domina è un rosso acceso che cerca di spingersi sempre un po’ oltre fino a giungere a punti di vero e proprio erotismo, acceso e vibrante. Il linguaggio appare scorrevole e il ritmo cadenzato, le parole mirate, pensate sono loro e non altre. L’intero testo sembra un dialogo diretto col lettore, un contatto di corpi che si uniscono, si combattono, si toccano, si sfregano l’uno contro l’altro per cercare un piacere che prima ancora che fisico e intellettivo. “Amata, adorata, una notte di baci ti attende… annegata di dolcezza, amore, dolcezza e amore… la luna è sottilissima… nulla è per caso e quando cerchi la luce è inutile aprire un cassetto e cercare la candela o i fiammiferi, la cosa più semplice è dirigersi verso il sole o verso la luna… dipende se hai bisogno di calore o di amore…” (pag 91). Il testo è cosparso di brevi pennellate di parole che creano un collegamento diretto con la sfera istintuale di ognuno di noi: “ti tocco, ti respiro, ti bevo…”. Una storia dunque a tratti molto dettagliata, che indugia nei particolari, una narrazione che crea respiri diversi, prima ampi e distesi, poi frenati e interrotti, affannati come se si stesse correndo la lunga corsa dell’amore. Un testo interessante rivolto, come dice la copertina, alle sole donne maggiorenni e che sembra aver raggiunto il suo obiettivo: trasformare la parola in un corpo pulsante e sensuale che palpita e vive di energia propria, energia fatta di carne, sangue e respiri.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

    • In Taxi
    • 04 luglio 2012 alle ore 8:08

    Questo gustosissimo e originale lavoro ottenuto “seguendo il filo del percorso”, come dice il sottotitolo, è una storia fatta di tante storie raccontate da uno di quei taxisti che tutti vorrebbero incontrare. Attento ai particolari, aperto all’ascolto e curioso, Enzo Tarsia si è inventato nel 2004 un piccolo benvenuto per i suoi clienti a Milano: invitarli a lasciare un commento o un disegno ad una frase inventata ora da lui, ora dal cardinale Carlo Maria Martini, ora da Dostoevskij, sulla precarietà della vita, sulla sua preziosità, sulla libertà, sul rapporto tra gli uomini. Un percorso metaforico che dal cemento della strada si trasferisce ai pilastri della vita, nella sua totalità e nel suo mistero.
    A queste storie, alla fine, ci si affeziona, perché i personaggi sono tanti ma reali, entrano ed escono dal taxi, parlano al telefono o tra di loro, sono divertiti, affaccendati, hanno risposte diverse; sono talmente tanti e presentano spaccati di realtà talmente differenti che alla fine ci si accorge di starla osservando come attraverso uno scolapasta, e si ha l’impressione di coglierne la luce totale.
    A lasciare le loro firme sono giornalisti, studenti, dodicenni, liberi professionisti, sarti, libere viaggiatrici, ex insegnanti e perfino Gherardo Colombo, ex procuratore di Milano. Il lettore conquista con la curiosità l’autorizzazione di sbirciare nella personalità di ognuno di loro, non solo tramite quello che lasciano scritto ma tramite la loro prossemica, le loro reazioni, le cose non dette, tutto accuratamente ricordato da Enzo Tarsia, narratore gentile a cui si vuole subito bene per la delicatezza e per l’ironia che impiega nel mantenere il filo del… percorso.
    L’uso frequente delle figure, come le copie dei bigliettini lasciati dai clienti o composizioni dell’autore, confermano l’idea di un libro “vivo” e dinamico, fatto per riflettere insieme con leggiadria, quasi come una conversazione in un taxi, e per ricordare che anche questo è un mestiere che si fa con passione e vocazione. Toccante il ricordo a Luca Massari, che nel 2010 è stato picchiato a morte per aver involontariamente investito un cane. Il 2010 è proprio l’anno su cui si conclude la raccolta “In taxi”.
    L’autore ha inteso devolvere il 50% dei diritti d’autore all’associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Una grande confusione emotiva fa da sfondo alla "storia perfetta": Remo e Clara alla fine del loro lungo rapporto.
    Una storia d'amore che ha portato a investire nell'altro il proprio tempo e tanti sentimenti, emozioni, sogni. Una storia d'amore caratterizzata proprio dall'abbandonarsi all'altro, amarlo, nel senso più puro e disinteressato del termine o, più semplicemente, in modo completo.
    L'altro è il punto di riferimento: ma cosa succede quando viene a mancarci? Semplicemente ci manca! Ecco allora, sopraggiungere il senso di solitudine che nasce e cresce ogni giorno con prepotenza e si accompagna alla volontà di fare qualche passo indietro. Ci si chiede se è stata davvero la cosa giusta, se davvero l'altra persona, o noi stessi, non potevamo più dare niente all'altro.
    Ci facciamo del male ripensando a tutto quello che abbiamo passato perchè quando una storia d'amore finisce, spesso sono i bei ricordi a tornare alla mente (prima di quelli brutti) e, i bei ricordi si nutrono di nostalgia e di bisogno dell'altro.
    I ricordi sono preziosi, ma si dev'essere capaci di apprezzarli piuttosto che metterli da parte e, semmai, bisogna imparare dagli errori passati per essere capaci di aprirsi una nuova strada.
    Perchè allora parlare di "storia perfetta"?
    Perché la composizione della trama è perfetta, come quella di una fotografia al tramonto in cui il soggetto (Remo) è posto al bordo estremo della scena e, sulla verticale che regola profondità dello scatto, dà un ampio respiro all'intera immagine.
    La luce ed i caldi passaggi tonali allora diventano splendidi e carichi di significato e rispecchiano un sentimento profondo che parte dal cuore, caldo come l'ultimo abbraccio, dolce come il viso di un bambino, misterioso e infinito come la vita stessa.
    La poesia del momento è leggera come un tramonto d'estate e spontanea come l'amore. E tutto questo è riassunto dall'idea che quell'attimo è veramente perfetto, proprio perchè anche se breve, è eterno.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Questo libro è arrivato in Redazione senza anticipazioni: un bel giorno abbiamo ritirato la consueta posta e insieme ad altri libri c'era anche "Luce e Polvere" di Antonio Colosimo.
    Superata la sorpresa iniziale, abbiamo riconosciuto lo stile del nostro Antonio, cioè quello di una persona pragmatica: pochi proclami, tanti fatti. Definisco Antonio "nostro" perché non è un soltanto un autore, è anche uno dei collaboratori storici di Aphorism.
    In un primo momento ho pensato di non essere la persona adatta per questa recensione, perché conosco Antonio da anni: abbiamo scambiato centinaia di messaggi, discusso di tantissimi argomenti, affrontato situazioni diverse, abbiamo riso e scherzato, abbiamo anche litigato. Insomma, sento di conoscere Antonio non solo come autore e redattore del sito, ma come persona. E quindi il rischio di un - diciamo così - "conflitto di interesse" era piuttosto alto.
    Poi ho iniziato a leggere il libro e l'ho trovato coerente con la persona che conosco. Dovevo aspettarmelo: l'Antonio-autore non cerca di accattivarsi le simpatie del lettore, pertanto ho riconosciuto subito una scrittura sincera, vera. Ed è proprio la continuità che ho trovato tra autore e persona che mi ha convinto a scrivere questa recensione.
    Nel libro ho sentito il cuore di un figlio, ho visto il cuore di un padre, ho provato il cuore di un cane.
    E questo cuore l'ho trovato negli aforismi, nelle poesie e nei racconti. Antonio accarezza le parole, le sgrossa, le lima, le lascia esprimere, ci gioca, le sceglie con sapienza, le abbina nel modo giusto per ottenere il miglior risultato.
    Nei vari passaggi tra i diversi generi letterari si riconosce il tratto di un uomo preciso, meticoloso, sensibile e pieno di entusiasmo. Un uomo attento, puntuale, che ha cura di sé e delle persone che lo circondano, un autore che rispetta il suo lettore. Anche nella forma il libro ha un editing ben curato, le pagine sono accoglienti, ben composte, senza refusi.
    Sapevo degli aforismi, ma sono rimasto sorpreso dalle liriche, che rivelano sensibilità d'animo e capacità di trasferire le emozioni sulla carta, in modo molto naturale, spontaneo, senza orpelli né artifici: le poesie di Antonio vengono fuori dal cuore per rivolgersi ad altri cuori, per comunicare con loro.
    E poi i racconti, di cui già conoscevo lo stile avendone letti alcuni sul sito, mi hanno dato una conferma: sono proprio da godere, dei piccoli gioielli letterari.
    Sono tutti diversi tra loro nella trama e nei personaggi ma hanno alcune caratteristiche principali in comune: sono molto brevi, spesso divertenti, cinici, a volte surreali e altre iperreali. Ci narrano storie che lasciano stupiti ma che appartengono alla realtà, alla cronaca, anche quella nera s'intende. E Antonio si muove a suo agio tra questi elementi, dosa l'humour al posto giusto nel momento giusto, e lavora in maniera raffinata donando a queste piccole storie un tratto distintivo ben preciso, che piacerà a molti lettori: ogni racconto ha un gran finale a sorpresa, peraltro credibile ogni volta. Finali ricercati, che spesso ci ricordano quanto sia beffardo il destino, e che trasfigurano l'intera storia in un mero ma articolato espediente tecnico per arrivare alla rivelazione finale, cioè il vero cuore del racconto.
    E torniamo sempre lì, a questo benedetto cuore, perché ormai è chiaro: Antonio Colosimo ha scritto Luce e Polvere col cuore.

    [... continua]
    recensione di Luigi De Luca

  • Dobbiamo molto a questo autore appassionato ed elegante, che dal profondo della sua personale esperienza, ha saputo distillare quello che ha definito come un "codice", prezioso strumento da lui offerto in gratuito aiuto a chi si trova a vivere un'esistenza di disagio e di sofferenza, a chi si chiede se esista un modo per cambiare radicalmente la propria prospettiva di vita.
    In piccoli brevi 16 punti, ben delineati, l'autore ripercorre la sua personale odissea, il suo peculiare sprofondare nella miseria dell'ansia e del disamore di sè stesso, e ci invita a seguirlo nei suoi faticosi passi, che dalle macerie di un'anima scorticata da errori e disagi, lo porteranno lentamente a riconciliarsi con la parte dolente, lo porteranno a prendere in mano tutti gli errori e le esperienze che lo hanno ferito, lo porteranno a saper finalmente aprire, queste mani chiuse a pugno, per lasciar scorrere - davvero come scorie - tutte le negatività, e in ultimo rinascere ad una nuova coscienza.
    Immediato, di sicuro impatto emotivo, sa risvegliare nel lettore una rispondenza come un'eco di momenti vissuti, che riconosciamo perfettamente, e soprattutto, sa indicarci un cammino possibile di risalita dal baratro di un'esistenza che a volte sembra essere priva di guida e di senso: parlandoci della sua riuscita, ci sprona a credere che esiste un altro modo di vivere.
    Paolo Goglio sintetizza in un modo potente questa rinascita: la definisce "scintilla di vita", e così la spiega:
    "Se chiudo gli occhi e mi ascolto, la posso vedere chiaramente focalizzata nel centro esatto del mio corpo, sotto al cuore..."
    Ed è al cuore grande di questo scrittore che sinceramete porgiamo il nostro grazie.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Nessuno conosce il proprio futuro e quello che il presente ci aspetta è un misterioso quotidiano percorso che muove le nostre vite ed intreccia quelle di chi ci affianca.
    Giada,  la protagonista, ne è il chiaro esempio, insieme con Clara, Jacopo, la Sig.ra Lulli, Simone. Storie parallele che con scaltrezza e sagacia le mani di Lorenzo e Sandra descrivono con grande maestria, alternando con suspense dal  noir al fine erotismo.
    La naturalezza dei dettagliati fili donano fluidità al romanzo. Anche i luoghi (Firenze-Roma), assumono la loro importanza, e come un quadro, fanno da cornice agli eventi.
    Un thriller dal lieto fine, che colloca tutti i pezzi del puzzle al loro posto, accompagnando il lettore alla scoperta del grande finale: "L’amore è fatto da tante sfumature, aspetti e componenti, siamo ancora in tempo a recuperare il nostro rapporto, se vogliamo".
    Il ritorno,  affronta temi attuali come il divorzio con la protagonista Rebecca,  le incertezze e la ricostruzione di una nuova vita ed identità. Crucci giornalieri e la fatica di rimettersi in gioco, senza sentirsi in competizione con le mode e con un'altra età. Rinunciando anche alla gioia della maternità, ed abbandonata poi dal marito Fabio per una donna più giovane.
    Luoghi che profumano di sapori caldi, di mare,di Ancona, Ischia, Napoli, Roma,  di quella di velluto a Senigallia e quelle decisamente più pittoresche e romantiche di Sirolo, ai piedi del Monte Conero.
    Tra ricordi e tradizione, progetti e  voglia di continuare a  guardare la vita  a testa alta, oltre le difficoltà. Tra uno scorcio alle colline di Fiesole, ed uno costruendo una nuova pagina del presente. Sorridendo al domani scoprendosi sempre Nuovi d’Emozioni come Alberto ed Eva, di fronte all’Amore che bussa. Sempre  più forti quando la malattia coglie inspiegabilmente, nonostante tutto.

    [... continua]

  • Nessuno conosce il proprio futuro e quello che il presente ci aspetta è un misterioso quotidiano percorso che muove le nostre vite ed intreccia quelle di chi ci affianca.
    Giada,  la protagonista, ne è il chiaro esempio, insieme con Clara, Jacopo, la Sig.ra Lulli, Simone. Storie parallele che con scaltrezza e sagacia le mani di Lorenzo e Sandra descrivono con grande maestria, alternando con suspense dal  noir al fine erotismo.
    La naturalezza dei dettagliati fili donano fluidità al romanzo. Anche i luoghi (Firenze-Roma), assumono la loro importanza, e come un quadro, fanno da cornice agli eventi.
    Un thriller dal lieto fine, che colloca tutti i pezzi del puzzle al loro posto, accompagnando il lettore alla scoperta del grande finale: "L’amore è fatto da tante sfumature, aspetti e componenti, siamo ancora in tempo a recuperare il nostro rapporto, se vogliamo".
    Il ritorno,  affronta temi attuali come il divorzio con la protagonista Rebecca,  le incertezze e la ricostruzione di una nuova vita ed identità. Crucci giornalieri e la fatica di rimettersi in gioco, senza sentirsi in competizione con le mode e con un'altra età. Rinunciando anche alla gioia della maternità, ed abbandonata poi dal marito Fabio per una donna più giovane.
    Luoghi che profumano di sapori caldi, di mare,di Ancona, Ischia, Napoli, Roma,  di quella di velluto a Senigallia e quelle decisamente più pittoresche e romantiche di Sirolo, ai piedi del Monte Conero.
    Tra ricordi e tradizione, progetti e  voglia di continuare a  guardare la vita  a testa alta, oltre le difficoltà. Tra uno scorcio alle colline di Fiesole, ed uno costruendo una nuova pagina del presente. Sorridendo al domani scoprendosi sempre Nuovi d’Emozioni come Alberto ed Eva, di fronte all’Amore che bussa. Sempre  più forti quando la malattia coglie inspiegabilmente, nonostante tutto.

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  • Phoetica (= poesia ed arte visiva) è la collana a cui appartiene questa silloge:  “Gli attimi, il puzzle di vita” di Antonella Ronzulli, connubio che dona, in tutta la sua dirompente forza, il  coraggio d’essere testimone concreta dell’arte.
    La bellezza della condivisione di valori che armonizza e lega mani e lingue diverse, rendendo universale la voce della scrittura, costruendo mattoni di speranza e rocce che su cui appoggiarsi e trovare nutrimento per l’Anima.
    Umiltà,  fragilità, intervalli di momenti magici che fanno dei sogni, la fotografia di momenti realizzabili e pienamente vissuti, lasciando al lettore, l’immaginazione di poterli fare propri, immedesimandosi, o farli echeggiare nel silenzio.
    “Corde sfiorate”, che non pretendono, ma si fanno spazio e danno forma, respirando tra le pagine. Gocciolano Emozioni; ” tra scrosci d’applausi”, per poi volare ad ali spiegate, in un cielo di stelle fatto di imperfezioni e di voglia di lottare contro le maschere quotidiane dell’ipocrisia. Un ritorno alle origini all’essere;  essenza che si fa bambino in carezze che “svelano il mondo a piccoli occhi curiosi” e lasciano e lanciano quel messaggio di “ Dialogo”, che non chimerizza il Tutto. Senso in  questa umana e spesso troppo “consumata” esistenza, per potersi meravigliare e colorare le “aritmie dei cuori”, scandagliando anche in quelli più provati e “malati” di bisogno di verità e di Amore. Pensieri melodiosi, che Antonella proietta in canto, e disegna un Orizzonte con femminile sagacia. Positività che trascende,  e si fa breccia nel buio della paura, accendendo la luce in un domani di sole, comprendendo il “ viaggio” misterioso, in cui ognuno di noi è chiamato ad essere protagonista sensibile. Poesia  che non giace sopita, ma che fa destare e diventa monito di realtà, condannando le subdole smanie di arrivismo, di rivalsa, di smarrimento, di lacrime versate per “deplorevoli impulsi di ira e vendetta”. “Uragano”, che usa la penna di poeta, facendosi segno ed orma “ribelle”, ma in continuo movimento, seguendo l’impulso e solcando “i flutti d’imponente oceano/un’ancora in quell’isola anelata”. Artista che non spegne il sorriso, che abbraccia il dolore per rinascere con esso, più ricca e più “ semplicemente” donna.
    “Non riconosco confini, sono cittadina del mondo”; ed è in questo infinito che la poetessa Antonella Ronzulli, complice con la scrittura, con la lettura, regala attimi che non si disperdono nella notte o al chiarore della luna, ma cantano, per ogni nuvola del cielo, poesia indelebile.

    [... continua]

    • Leielui
    • 26 giugno 2012 alle ore 8:47

    La forza vibrante di Daniel Deserti rimane nell’aria quando si finisce a leggere/divorare questo libro. Non spaventino le dimensioni: superate le prime decine di pagine, forse un po’ lente il resto è un bel film estivo in cui sognare, vivere un’altra vita e magari innamorarsi un po’ di lui, un po’ di lei, e con entrambi confrontarsi, arrabbiarsi, intenerirsi, ritrovarsi.
    La situazione è uguale a centomila altre: una serie di scelte che conducono ad una versione di se stessi lontana da quella originaria; la confusione, il non sapere cosa si vuole; il cuore che combatte con la ragione; la differenza tra il cercare e il trovare; un’interferenza che arriva a scuotere il presente, il futuro, il passato. La resa dei conti con tutto questo, l’elettricità nell’aria, il conflitto tra i sensi di colpa, un sottile velo di ironia che ci sta sempre bene, l’attrazione che lascia senza fiato.
    La situazione è uguale a centomila altre ma il modo di trattarla no. In un alternarsi ben costruito di voci (quella di lui, lo scrittore Daniel Deserti, e quella di lei, Clare Moletto), che a volte raccontano la stessa storia e a volte raccontano la propria, Andrea De Carlo porta avanti una rocambolesca storia d’amore conquistando il lettore e dando realtà e forza ai suoi personaggi, profondamente diversi tra loro ma anche profondamente uguali. Alla fine si diventa totalmente vittime e insieme sacrificatori di questo libro, che si rivela compagno intelligente ed emozionante d’ombrellone o di radura montana.
    Diverse volte ho temuto con forza di trovarmi di fronte ad un finale alla Daniel Deserti ma per fortuna si viene ricompensati.
    Unica nota dolente: chi si è occupato dell’editing dovrebbe fare pace con la consecutio  temporum (e se mi è piaciuto nonostante questo….)

    "(...) si premono e si strusciano faccia contro faccia e pancia contro pancia, con una bramosia disperata di ridurre ancora la distanza che li separa anche se non c'è più nessuna distanza e se ne rendono conto ma ancora non gli basta" (Andrea De Carlo)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Respirando Vita con Vita, cogliendo lungo il cammino frammenti che a regola d'arte e con grande maestria Silvana Stremiz, riesce a dare senso e valore.

    Carezze, sorrisi, emozioni, che si mescolano come un cocktail di passione, amore, anima e con le lacrime ed i dolori che fanno crescere ed insegnano a mitigare anche la rabbia e la delusione. Alunna e maestra, bambina e donna, figlia e madre, tutto della stessa figura che dona e raccoglie e gusta, che mastica e sputa anche le difficoltà dell'essere nata. La musicalità che scorre tra le parole di Silvana, delinea, il suo volere assaporare e sentire scorrere dentro anno dopo anno, luci ed ombre che battono dentro il cuore e senza paura, oltre tutto gridare al mondo l'umanità che ci rende parti ed artefici del nostro destino.

    La ricerca della felicità, che è l'insieme degli attimi che animano le attese e delle troppe risposte che solo nel tempo e col tempo, trovano la giusta collocazione.

    Un percorso, che ci rende protagonisti, di ogni singolo respiro e che arriva bene al suo obiettivo, al fine e non alla fine del più grande Miracolo divino: La Vita.

    [... continua]

  • Parla all’invisibile, Clemence, avvocato reo confesso che ha lasciato Parigi e la carriera per celarsi tra i fumi delle bettole olandesi. Parla a un misterioso quanto curioso interlocutore, da cui ritorna sempre a raccontarsi, a (di)mostrare i suoi errori fingendo di pentirsene. Questa è la materia di cui è fatto “La caduta” (La chute) di Albert Camus, racconto a una voce dipanato in settanta pagine pregne di sincerità, irresistibile preludio al premio Nobel del ’57, nonché disarmante requiem pre-morte - lo scrittore scompare quattro anni dopo la sua pubblicazione, nel 1960. In questo monologo fluviale - o forse dialogo a metà, a seconda dei modi d’intendere - e, a tratti, opaco, la parola incisiva di Camus si rende foriera di rivelazioni sul lato in ombra della natura umana, come un “Dottor Jekyll” spogliato di qualsiasi patina allegorica e fantastica. Partendo dal presupposto che tutti gli uomini credono con fermezza nella propria innocenza, quasi rispondendo ad un innato principio naturale, Camus mette a nudo l’origine del Male, il nucleo da cui traggono linfa vitale i malanni incurabili della società - odierna come di qualsiasi tempo: la cattiveria e il giudizio. “La caduta” ne descrive i devastanti effetti, materializzati in un eterno rimbalzo fra contesto e individuo, lotta impari da cui il singolo è destinato a venir fuori sconfitto, pur se vincente all’apparenza. La morte dell’ipocrita - e dell’ipocrisia - è come quella dei sovrani moderni: non appena la si annuncia, il rimpiazzo è già in attesa. Così Clemence, anti-eroe di sottovalutata grandezza, ammette il suo egoismo, i suoi difetti, le sue colpe, dichiarandosi “falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne”, poiché ciò a cui s’è assuefatto l’ha talmente inaridito da impedirgli di avvertire la sete. Un viaggiatore, dunque, che pur camminando non si sposta, testimone di un cambiamento fasullo che la scrittura straordinaria di Camus inietta, come siero della verità, nel cervello di chi legge, affinché le cose possano avere un altro seguito.

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    recensione di Francesca Fichera

  • Herik Mutarelli, attraverso ognuna delle sue brevi storie, sonda l'animo umano nel livello più profondo. Non si accontenta di dare un nome ai sentimenti dei protagonisti, ma li sviscera e li descrive con la più umana delle sensibilità. Una vena malinconica attraversa le pagine e, come un velo, copre e scopre le paure, le speranze, gli amori, le rinunce, i dubbi, che accompagnano ognuno dei personaggi.  Parla di vita questo libro. La vita di una società che ci cataloga, la vita di bimbi che cresceranno comunque, a patto che essa glielo conceda, quella di adulti ancora alla ricerca di se stessi. Parla anche di morte. Una morte a due facce: quella fisica che segna il limite delle nostre esistenze, ma anche la più atroce di tutte, quella che ci accarezza quando ancora siamo in vita. Il tempo è alleato sia della vita che della morte. Esso può avere le sembianze di un falso amico e lasciarci proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di lui; oppure arriva come un salvatore, quando meno lo si attende per darci ancora qualche istante di speranza. L'autore crea un dipinto con le parole e mostra le diverse sfaccettature dei personaggi, nei quali prima o poi ogni lettore si identifica. Tocca nervi scoperti, questa lettura, portando a galla sensazioni che si credeva fossero annegate nel buio dell'inconscio, tanto tempo fa.

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    recensione di Katia Guido

  • “Quello che scrive Giulia ha un po’ la forma del ricordo, un po’ del racconto ma è anche autobiografia, è anche favola. Ricordi che sembrano favole, favole che raccontano di storie vere. Giulia in giro per il mondo oppure nella sua casa ad accogliere e nutrire il mondo. Nella sua stanza dove la vita risuona…”: queste parole tratte dalla bella prefazione di Teresa Domenici, che ha arricchito questa raccolta anche di un postfazione davvero avvincente che trae origine dall’affettuosa amicizia che la lega da tempo all’autrice, ci danno un’idea di cosa siano questi 39 racconti che Giulia Daneo Lorimer ha scritto nel corso della sua vita così intensa e particolare.
    Alcuni dati biografici tanto per darvi un’idea: un nonno francese, una nonna del Costarica, una madre americana, un padre piemontese, Giulia nasce in Svizzera, passa l’infanzia in Bulgaria, trova poi marito negli Stati Uniti e, tornata in Italia, “colleziona” undici figli. Per anni la sua casa in Toscana, vicino a Firenze, è il punto d’incontro di musicisti, poeti e artisti provenienti da ogni parte del mondo ed è in questo clima che nascono i “Whisky Trail”, il gruppo di musica irlandese con cui Giulia canta e suona e con i quali ha pubblicato undici dischi.
    Da tutta questa “vita” nascono questi bellissimi racconti che affascinano come fiabe che fanno sorridere e riflettere come quando scrive: “questa mattina la matassa di pensieri si scioglie e una lunga treccia morbida si allarga sul mio grembo. Li pettino i pensieri: chiamandoli via via con un nome mi aiutano a passare il tempo…” oppure “ci sono 680 scalini. Sapere il numero di scalini aiuta, la conoscenza aiuta sempre. E’ il non sapere che spaventa… ho sempre amato le grotte. La natura intera, completa: uomo-donna. Ermafrodito creato da secoli di gocce che si offrono alla madre terra-caverna…”o ancora “… credo che la vita sia un immenso gioco dell’oca. Tiri i dadi e vai avanti al casello che ti tocca. C’è un bel disegno e te lo godi, a volte ti fermi per alcuni turni oppure tiri i dadi e devi tornare indietro, ricominci da un punto diverso e le cose le vedi da un’angolatura diversa. A volte il casello di arrivo è brutto, contiene istruzioni minacciose, dolorose, ma non sono mai definitive e questa è la cosa consolante del gioco dell’oca. Dolore, gioia, indifferenza, c’è di tutto ma basta sopravvivere e il gioco continua fino alla fine…”

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    recensione di Daniela Domenici

    • Sin
    • 13 giugno 2012 alle ore 8:43

    Un titolo brevissimo, una sola parola di tre lettere, per un libro di 654 pagine, una scelta quasi ossimorica, un contrasto tra l’estrema brevità di “Sin” la cui pronuncia inglese colpisce come un proiettile e la corposità del volume che può intimorire, a un primo impatto anche per i colori scelti per la copertina, il rosso del titolo sul grigio scuro dell’immagine, ma che invece si rivela una lettura affascinante e attraente a tal punto che ti dimentichi quante sono le pagine e t’immergi in questa storia, che l’autore Alessandro Vizzino ha immaginato, per riemergerne solo alla fine.
    “Sin” è un’opera, come dice la quarta di copertina, “corale…in cui ciascuno è protagonista e nessuno è comparsa… che non disdegna molteplici punti d’analogia con importanti lavori della letteratura thriller noir o del cinema…”: a questo aggiungerei anche della televisione perché la prima analogia, la più evidente secondo me, è quella con la trasmissione “Il grande fratello”; la differenza fondamentale tra il libro e la trasmissione è che mentre in quest’ultima le persone scelgono volontariamente di entrare in quell’appartamento, in “Sin” i protagonisti ci si trovano senza che lo desiderino e se ne rendano conto, costretti da una volontà superiore, e questo fa già la prima differenza. L’analogia invece è che, in entrambi, il pubblico determina il vincitore ma non posso dirvi altro su questo, perché è qui il nocciolo vero di “Sin”, il suo fascino segreto.
    Un’altra analogia che mi è venuta in mente leggendolo è quella con un capolavoro della letteratura inglese, 1984 di Orwell, che lo scrisse una quarantina di anni prima della data del titolo, nel 1948; anche Vizzino ha immaginato che questa sua storia si collochi in un futuro abbastanza prossimo, nel 2052, tra quarant’anni e lo ha “colorato” di tutte le novità informatiche che la sua preparazione specifica nel campo riesce a immaginare.
    Da appassionata numerologa quale sono, mi ha colpito positivamente la scelta dell’autore di usare il 10 come numero dei protagonisti di questo suo thriller noir, cinque uomini e cinque donne, 10 come i comandamenti dati a Mosè sul monte Sinai (notare l’assonanza con “sin”) che saranno la chiave di volta per dipanare la matassa, per tentare di capire la successione degli eventi, per dar loro una ragione plausibile da parte degli abitanti della casa che man mano impari a conoscere e amare, quasi, come se fossero persone conosciute e questo è un altro valore aggiunto da parte di Vizzino, che ha saputo delinearli così bene sia fisicamente che psicologicamente sia, soprattutto, grazie ai dialoghi che ce li rendono vivi, quasi tangibili, e ognuno di noi è portato per mano, senza rendersene conto, a fare una selezione tra di loro, a scegliere con chi si sente più in sintonia.

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    recensione di Daniela Domenici

  • Non avevo mai sentito parlare di Yoko Agawa, lo ammetto, e ho scoperto, leggendo la quarta di copertina, che ha scritto e pubblicato una ventina di libri ed è considerata una tra le più importanti scrittrici giapponesi contemporanee, tradotta e pubblicata un po’ dovunque: sono felice di aver fatto la sua conoscenza con questo libro a cui, credo, ne seguiranno altri.
    Amo la matematica, profondamente, visceralmente, da sempre, come potevo non essere chiamata, come dal canto di una sirena, da “La formula del professore”.
    E’ la storia di un’amicizia straordinaria, nata imprevedibilmente, tra un professore di matematica che, per colpa di un incidente stradale, ha perso buona parte della sua memoria, della sua governante e di suo figlio. La passione per i numeri del professore è infinita, incontenibile e riesce a trasmetterla, a comunicarla, con inconsapevole naturalezza, nonostante questa disabilità (la sua memoria dura esattamente ottanta minuti) a queste due persone entrate nella sua vita per accudirlo.
    In pochi mesi la passione comune per lo sport del baseball, l’affetto imprevedibile e dolcissimo che nasce verso il bambino che lui ribattezza Ruto, che in giapponese vuol dire “radice quadrata” (il perché di questo nome lo scoprirete leggendo il libro…), la curiosità brillante di quest’ultimo e la semplicità dei gesti quotidiani di sua madre creano un legame, tra di loro, che dà un nuovo colore alle loro vite, un’intensità inaspettata.
    “…così come nessuno sa spiegare perché le stelle siano belle, è altrettanto difficile esprimere in che cosa consista la bellezza della matematica…”

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    recensione di Daniela Domenici

  • Un viaggio davvero intenso, un’emozione che tiene sospesi: così è possibile definire la lettura di quest’opera di Felix Adado che, nell’impulso irrefrenabile di regalarci la sua storia e la sua anima, dà  forma e liricità ad un “traffico di pensieri senza coda,/ valanga di desideri senza luna/…piccole anime scalze sui sentieri della lotta”. Questo è proprio il tema della raccolta: una lotta senza trincee e senza armi ma ugualmente dolorosa e sofferta, la lotta per l’integrazione e l’autoaffermazione,  per l’annullamento di  angoscia  e nostalgia e la costruzione difficile ma meravigliosa della speranza e della solidarietà. Con una versificazione che ricorda Ungaretti in alcuni tratti dello stile e della poetica di una dolorosa allegria, le liriche di Adado  si susseguono come un grido musicale e sensibile che prova a rompere il buio della notte e del dolore, come un appiglio ad una vita “senza progetti,/ con un mondo di desideri ,/ senza sguardo”, in un vuoto che è freddo e solitudine: “sotto questo cielo/ stellato senza luna,/ in quest’universo smarrito/ con me fuori”.
    Ma la risposta a tutto questo non è fermarsi e restare fuori, ma riunire le forze e “vivere/ in balia della speranza/ con il respiro quasi terra terra”, per cercare un nuovo sole, colmo di fortuna, che indichi la strada. E se si resta ancorati al proprio cuore e alla propria capacità di amare, se si continua ad aspettare l’alba senza cedere, se si tiene sempre in mente Itaca come avrebbe detto Kavafis, è possibile davvero entrare a far parte di questo universo, attraversare “i monti mortuari” e il baratro e arrivare come “un guerriero vincitore, con lo sguardo cavaliere” alla luce accecante delle speranze esaudite e dei sogni avverati.  E allora la gioia di una famiglia, di una donna, di labbra dove dimora la gioia e da cui si liberano farfalle che “addobbano” l’esistenza,  sono il senso di queste sofferenze senza luce: sono il Natale dell’anima, sono il futuro da scartare, sono il coraggio di naufraghi che hanno vinto l’Oceano.
    Una volta superata la notte certo il viaggio non finisce, i dolori ovviamente non scompaiono, la nostalgia per una terra e una famiglia lasciate lontano non abbandona un cuore dove bruciano ricordi e ingiustizie: ma è possibile cominciare un nuovo giorno, una vita felice. E’ possibile credere che l’alba arriva per tutti..

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    recensione di Sabina Mitrano

  • “L’eredità dei copri” di Marco Porru (finalista Premio Calvino) è un romanzo che ti entra dentro come un chiodo picchiato da un martello. Il chiodo si conficca nell’anima, il martello inizia a battere e lui entra sempre più dentro costringendoti a pensare, a riflettere, a solidarizzare con Gabriele, Raniero, Rosaria e persino con l’abominevole Cesare. Perché nel leggere questo romanzo ci si addentra pagina dopo pagina in una storia di dolore e di sofferenza non ostentata ma sottile, acuta, complessa, una storia di difficoltà e di continua scoperta, di sconfitte e di rinascite, di amicizia e di paura. Raniero e Gabriele sono due ragazzi adolescenti della contemporaneità rappresentati con tutte le insicurezze e le problematiche dell’età, impacciati davanti alla grandezza della vita eppure sempre così desiderosi di godere appieno della bellezza del mondo. Accanto a loro, come tanti personaggi alla ricerca di se stessi, la zia Rosaria, i genitori fragili di Gabriele, Gilla, la madre problematica di Raniero, anime dolenti che si aggirano nella propria esistenza come burattini rimasti ingarbugliati nei loro stessi fili, uomini e donne che si trovano a dover fare i conti con l’eredità del proprio corpo, del proprio passato, dei propri errori. Tutta la storia sembra correre verso un punto d’arrivo che finirà poi per rivelarsi un nuovo punto d’inizio e che assume la forma di una nuova consapevolezza del proprio valore di esseri unici e irripetibili. “L’eredità dei corpi” è sicuramente un romanzo di formazione che, con una prosa incisiva e magnetica, descrive il processo di crescita di due ragazzi comuni che riescono a percepire l’importanza più che dell’accettazione di sé soprattutto della comprensione della propria identità perché non può esservi accettazione del proprio essere, inevitabilmente imperfetto, se non vi è prima una profonda comprensione di quello che realmente si è. L’imperfezione, sembrano dire le parole di questo romanzo, lungi dall’essere qualcosa di negativo, è ciò che riesce a dare un senso al modo complesso nel quale si dispongono gli eventi della vita divenendo un valore profondo che porta alla riscoperta della propria umanità. In una Sardegna magnificamente descritta si snoda dunque una storia d’amicizia complessa e universale fatta di desideri, pulsioni, incomprensioni, senso di appartenenza, senso di rifiuto e di protezione reciproca. Un’amicizia che passerà attraverso una dolorosa scoperta della propria sessualità, quella sessualità che passa proprio attraverso i corpi cui allude il titolo e che, riguardando la sfera più intima e profonda di ognuno di noi, chiama in causa ogni essere umano.

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    recensione di Claudio Volpe

  • Una new entry nell’olimpo delle women-thrillers, delle gialliste internazionali, questa autrice turca, Esmahan Aykol, col suo “Hotel Bosforo” nella traduzione di Emanuela Cervini.
    Ma non è una giallista come le più celebri Elizabeth George, P.D.George, Minette Walters o la russa Marinina: la Aykol si è divertita a creare il personaggio di Kati Hirschel, una donna turco-tedesca che gestisce una libreria che vende solo thrillers a Istanbul, la città in cui ha scelto di vivere, che conosce e ama visceralmente; Kati si diverte a essere una novella Miss Marple ma lo fa con un’ironia, una goffaggine e una simpatia davvero travolgente e quando all’hotel Bosforo avviene un omicidio con modalità alquanto particolari e di cui non si riesce a trovare l’autore, Kati inizia le sue personalissime indagini travolgendo, con le sue domande dirette e impertinenti, un commissario di polizia, un boss e un avvocato e tanti altri personaggi che incrociano la sua strada.
    Forse i puristi del giallo doc non ameranno molto questo libro, ma alla sottoscritta che, molto umilmente, può vantare una discreta “thriller culture” è invece piaciuto per la sfacciataggine sorridente della protagonista che, immagino, somigli molto all’autrice la quale, come si evince dalla biografia, ha lavorato come giornalista per radio e giornali turchi durante i suoi studi di giurisprudenza; che conosca bene l’ambiente dei mezzi di comunicazione, e in particolare quello della carta stampata, è evidente dalla corrosiva e divertente descrizione di alcuni giornalisti che Kati incontra durante le sue indagini sui generis.

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    recensione di Daniela Domenici

  • Una storia davvero avvincente quella contenuta in questo romanzo, che si intreccia con altrettanto affascinanti e alte conoscenze di filosofia, scienza, storia, navigazione e astronomia, a costruire un mondo in cui immergersi è per il lettore facilissimo. Snocciolate, infatti, con grande disinvoltura all’interno del racconto, rivivono nelle avventure del protagonista alcune delle esperienze più importanti del percorso storico ed esistenziale del genere umano, come la Spagna del ‘600, l’Inquisizione, la filosofia di Giordano Bruno, la più antica cultura del popolo latino-americano, ma che non appesantiscono in alcun modo questo viaggio di un’anima alla ricerca del proprio orizzonte, anzi le offrono gli strumenti con cui chiarire e ritrovare la propria meta.
    “Mi sentii osservato dall’Eterno, come se il Giorno del Giudizio fosse arrivato allora, e il tempo avesse rallentato per fermarsi e il prima e il dopo non contassero più nulla”: con queste parole l’autore descrive lo smarrimento del protagonista, che non riconosce quanto forzata fosse la propria scelta di servire Dio fino a quando la prorompente bellezza di una donna non appare come il più grande e dolce mare in cui volersi perdere. E alla stessa maniera incomprensibile comincia ad essere quel divieto di leggere alcune delle più alte pagine della nostra cultura, come il Simposio di Platone o, soprattutto, la filosofia del monaco Bruno, colui che ha provato ad insegnare all’umanità “a spaziare col pensiero, a cogliere il segno dei numeri e il numero dei segni, non solo nel futuro ma anche nel passato”, quella stessa umanità che gridava in un’estasi di follia mentre le fiamme ne cancellavano per sempre lo sguardo.
    Intorno a questi pensieri l’autore costruisce una storia realissima, un difficile e avventuroso viaggio per mare, mare che è anche uno dei grandi protagonisti del romanzo, mare che unisce e divora, che bisogna saper domare con la più approfondita conoscenza dei suoi segreti, delle imbarcazioni, delle stelle che guidano il cammino dei naviganti, ma anche di coloro che cercano una soluzione, una risposta. Gli astri possono, infatti, condurre al di là dell’Oceano, in luoghi dalla lingua incomprensibile ma dalla saggezza millenaria, ma possono anche essere muti protagonisti di magiche rivelazioni, di misteri da decifrare. Chi ne accoglie la sfida può imbattersi in credenze irrazionali, in inutili sacrifici o uccisioni, mostrando quanto, in fondo, siano tutte uguali le superstizioni se non è l’amore per la conoscenza e il rispetto per ogni essere umano a guidare le azioni degli uomini
    Proprio per questo non bisogna mai “credere di aver compreso una volta sola tutte le cose, lasciando alla vita sempre un altro spazio, un’altra possibilità”, per arrivare a vedere chiaro oltre lo zenith, e non per questo fermarsi, ma andare avanti e cercare ancora.

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    recensione di Sabina Mitrano

  • Alan compirà cent'anni oggi e la casa di riposo, presso cui è ormai ospite da tanto tempo, ha deciso di organizzare una gran bella festa. Per l’occasione è stato invitato il sindaco e anche qualche giornalista locale. Alan, però, non ha proprio voglia di festeggiare e allora decide di scappare! Salta dalla finestra e “scompare”. Ora rimane solo da decidere dove andare e pertanto l’arzillo vecchietto si reca alla stazione degli autobus in pantofole e con un po’ di soldini in tasca. Decisa la meta a caso, si ritrova davanti un giovane, che gli chiede di tenere d’occhio la sua valigia mentre lui deve fare un bisognino. Arrivato l’autobus, Alan non vede tornare il giovane dal bagno e decide per la cosa più ovvia da fare: sale sull’automezzo portandosi dietro anche la valigia, che purtroppo è piena zeppa di soldi sporchi. Quella che è iniziata come una semplice fuga, si trasforma così in una serie di eventi inaspettati e ci scappa anche qualche morto. Con l'aiuto di amici raccolti casualmente, Julius un truffatore di mezza età, Benny un ex proprietario di un chiosco, che ha passato la sua vita a studiare in facoltà diverse tanto da avere qualifica di quasi medico, architetto, chimico ecc., Bella una donna che ha come animale domestico un elefante, Allan in qualche modo riuscirà ad uscirne illeso. La polizia, però, è sulle loro tracce e non ci vorrà tanto per scoprire dove si sono nascosti. Come andrà a finire? Una storia comica e tenera, che intervalla all’avventura anche flash-back sul passato del nostro simpatico vecchietto, sotto forma di racconti surreali con protagonisti celebri della storia mondiale. Il nostro Allan, sotto alcuni aspetti, è un po’ il Forrest Gump della Svezia.

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    recensione di Katia Guido