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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • L'opera al nero è un romanzo storico di Marguerite Yourcenar del 1968, le cui vicende ruotano attorno alla figura di Zenone, un filosofo, scienziato e alchimista che l'autrice immagina essere nato in Belgio nel XVI secolo. Dal libro è stato tratto nel 1988 il film "L'opera al nero", con Gian Maria Volonté nel ruolo di Zenone.
    L’autrice ci narra della vita del medico e alchimista, dal Medioevo al Rinascimento. Un uomo troppo avanti per il tempo in cui ha vissuto. Ha condotto una vita al “nero” come dal titolo, una vita, cioè ai margini, nascosto, segnata dalla clandestinità e dalla paura incessante. Per costruire questo complesso personaggio l’autrice si è ispirata alla storia reali di persone vissute in quei secoli come il chimico Paracelso, Michele Serveto, Leonardo dei Quaderni, Erasmo da Rotterdam e il filosofo Tommaso Campanella. Come tutti queste grandi personalità anche Zenone ha dovuto patire il fatto di anticipare il pensiero del tempo. La sua figura di martire si spiega durante il suo processo quando si accorge, discutendo con i teologi, «che non esiste accomodamento durevole tra coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di essere capaci di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto».
    L’autrice sapientemente non si sofferma a ricrearci semplicemente un quadro storico, ma anzi, crea una sorta di dialogo interiore fra l’essere e l’anima, fra le idee, e l’azione, fra la verità, e la finzione. Zenone è un animo libero, e perciò diverso, contro ogni materia dello scibile umano: dalla vita quotidiana, alla religione, dalla sessualità, alla cultura. Un animo coraggioso che decide di schierarsi anche contro la più feroce e spietata arma di censura: L’Inquisizione, che inserirà un suo libro filosofico tra la lista dei Libri Proibiti. Straniero in ogni terra, malfattore in ogni luogo, solo dopo aver scoperto e combattute le sue verità, si spoglierà di ogni suo avere per tornare a Bruges, sua terra natale, sotto il nome di Sebastiano Theus. Siamo nel momento della Controriforma, e la libertà di Zenone sarà un duro prezzo da pagare, basti ricordare altri uomini di grande lungimiranza che hanno come lui percorso la via della verità come Galilei, o Giordano Bruno. Nulla è lasciato al caso, e l’autrice correda il tutto con uno storicismo davvero puntuale, quasi maniacale. Zenone se prima verrà aiutato da un priore che lo lascerà lavorare come medico in un monastero, dopo dallo stesso e dai suoi confratelli verrà accusato, e così la decadenza e l’uscire fuori allo scoperto,  l’essere riconosciuto, e quindi marchiato. Un’anima che vola, che si inabissa nelle tragicità del vero, che non si lascia intimorire, e stempera la sua vita, prima che la condanna riesca a portargli il suo conto.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Il giorno che saluta frantumato”, saltellando nel quotidiano tran tran, ed è qui che si posa la penna di Pietro Pancamo, sbattendosi contro una realtà non sempre semplice da capire o da vivere. L’allusione al coraggio di fronte all’interrogativo: “Amore o desolazione?” di proseguire mano nella mano, cercando una concreta stabilità, in questo precario equilibrio di sensi.
    Ironizzare diventa la disinvolta capacità di mascherare le paure, metabolizzando la “melanconia”, nella poesia. Assemblando i pensieri o cercando la soluzione in chi può comprendere “il fagotto di stelle e di buio”.
     
    Le somiglianze, si celano stringendo “in un solo mondo/ città, mari e tempeste.” La condivisione diventa il rifugio ideale, e un punto d’arrivo o di partenza (dipende dalla prospettiva) o dalle vie che si progettano per liberarsi dal disordine e dalla voglia di ripetere l’emozione, in abbraccio o in un ricordo. “Gioachino/… Posa le mani, come due tele di ragno, sul davanzale e sta vicino alla finestra, tanto vicino quasi annusasse il vetro.”
     
    Spesso il contatto diretto con la “morte” è difficile da affrontare e fa stridere i denti, portando a: “Delusione/ Depressione/ Confusione senza pari/”. Anche le parole, corrono il rischio di diventare “formule” complicate di sogni irrealizzati e sorrisi persi. Eppure è in questi momenti di umana fragilità, descritti dal poeta, che il cuore torna battere e festeggia: “festeggio: sì, come Athos – uno dei quattro bravi un tempo a danzare, a lume di lama – m’infilzo preciso/ una bottiglia alla bocca/ deciso a brindare.”
     
    Oltre la malattia e “vetri appannati”, la lotta diventa serena e consapevole. Una maturata evoluzione, che firma e lascia “una scia di passi”. Consapevole di un passato che ha dato gioie e dolori, Pancamo si immerge nella descrizione di  chi “canta” in torme di rifiuti. Un leopardiano immedesimarsi, in una situazione inconcepibile, ma ahimè, all’ordine del giorno.
    “Così il rosso del mio sangue, che ogni mattina si sveglia,/non vuol dire più/ rigenerazione/ ma soltanto/ riciclaggio.”
    Frammenti che accompagnano il giorno a sera, diventando “coriandolo questa città in mano al vento!”.  Pancamo dirige abilmente l’orchestra d’umane emozioni, ispirato dal contesto cosmico. Attraversa infatti,  il bosco dell’inquietudine e del caos, “No, non per dimenticarti:/per rimpiangerti meglio/ (come direbbe il lupo/ a Cappuccetto Rosso)…/ e più gioisco più sono solo.”
     
    “Un un manto di vita”, si eleva anche a mezzanotte e tra racconti impregnati di mura, dentro e fuori, tra “i detriti del mio semplice destino”, emerge uno spiraglio di speranza, che dona la forza di andare avanti e riemergere all’alba nuovi. Annusando così, la vera essenza di essere parte integrante di un misterioso, ma allo stesso tempo, immenso disegno.
     
     

    [... continua]

  • "Fai bei sogni" è un romanzo autobiografico e introspettivo, redatto dall’acuto giornalista e scrittore Massimo Gramellini. E’ il racconto della sua vita. E’ la storia di un bambino che perde la mamma in circostanze che subito non riesce a comprendere e che poi però, divenuto adulto, non ha il coraggio di guardare in faccia. L’elaborazione del lutto dura quarant’anni, ma l’autore alla fine, grazie anche all’amore di Elisa, riuscirà a superare il terribile trauma infantile e a comprendere l’importanza del perdono. Grazie a questo tortuoso e doloroso viaggio interiore, Gramellini riuscirà ad ottenere quella felicità che ogni uomo avrebbe il diritto di vivere. Per dirla alla Dante, per arrivare in Paradiso bisogna prima passare per l’Inferno e il Purgatorio; ecco il motivo per cui l’autore per superare la sofferenza deve innanzitutto immergersi in essa e affrontare un percorso intriso di quella angoscia che poi lo porterà alla serenità esistenziale.
    Il libro è davvero bello e consiglio di leggerlo, ma una breve nota critica mi sento di esprimerla ugualmente, essa concerne la parte iniziale. Personalmente credo che in alcuni passaggi il suo proverbiale umorismo, visto il drammatico tema, si riveli un po’ forzato e pertanto non l’ho particolarmente gradito.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Finito di leggere la seconda opera di Filippo Gigante dal titolo suggestivo “La piscina della mamme”. Un titolo che si lascia scoprire pagina dopo pagina, che acquista un senso solo con l’evolversi della storia.
    Questo libro parla di due donne, Olga e Berta, e della loro storia, del loro viaggio, della loro fuga dalla terra natia. Due donne originarie di Praga, una terra affascinante, deliziosa, ma anche spietata, brutale, nonché belligerante.
    La fuga dalla loro terra d’origine non è una capriccio, o una superfluità, è invece difesa alla vita, alla loro storia, alla memoria che come un labirinto intrecciato ogni tanto lascia schiudere e intravedere oggetti segreti.
    La Cecoslovacchia è sotto assedio dell’Unione Sovietica, si respira nell’aria un clima di forte tensione, di guerra, di lotte intestine, che solo col sangue e col ferro vedranno la loro risoluzione. Tutto ciò porterà una forte concentrazione migratoria verso l’Italia, una terra tutta da scoprire, straniera per stranieri, dai modi diversi, dalle abitudini differenti, dal temperamento di difficile ripetizione.

    Il libro si compone di vari tuffi, che scandiscono l’evoluzione della storia; nella mente del lettore ci si configura quasi un tuffatore che è li sul trampolino, conosce la sua storia, il suo passato, i modi di vivere, conosce però anche l’evoluzioni, che sottoforma di slanci arriveranno a diventare maturità, e a staccarsi da un cordone imprescindibile.
    La stessa maturità che Olga e Berta nel corso della storia acquisteranno. Nella prima parte viene pian piano introdotta la loro storia, con rimandi a particolari di guerra, subito dopo si conosceranno meglio le due protagoniste, due donne legate da una profonda amicizia, dai modi affabili, l’una appassionata di letteratura, e grande cultrice di Shakespeare, l’altra specializzata nella cucina.
    Attorno alla vita di queste due donne girano anche altri personaggi, come il signor Spaccaprimo, un omaccione dai modi strani, burbero, e alquanto meticoloso. Poi c’è la famiglia Scarafoni, dal carattere tutto esuberante, composta dalla moglie Marilda con la passione per il canto, dal marito Ubaldo che è proprietario di un maneggio in cui si pratica ippoterapia, ovvero l’equitazione usata a scopo terapeutico, qui viene aiutato dal figlio Raffaele e dalla fidanzata Lucia, una giovane dottoressa veterinaria.
    Dentro questo quadro familiare le due donne impareranno ad acquistare fiducia, a conoscersi e a conoscere gli altri, ad apprezzare la loro terra di adozione e a non rimpiangere nulla che ormai è diventato passato.
    Del resto del libro non sto qui a raccontarvelo, altrimenti non c’è gusto, dovete assaggiare voi stessi con i vostri occhi la storia delle due donne e di questo piccolo circolo familiare, arrivando a scoprire e a comporre tutto il puzzle fino alla fine.
    Un pregio dell’autore è la forza delle descrizioni, è il rendere particolare anche ciò che all’apparenza di primo impatto può sembrare una pura banalità. Sublimi le descrizioni di Praga, tra le tante apprezzate c’è sicuramente la descrizione dell’Orologio Astronomico del Municipio sito nella Città Vecchia.

    Leggete il libro per immergervi anche voi nella vostra piscina personale, a scegliere da che punto partire sarete solo voi, che sia: preparazione al via, sbilanciamento, spinta, fase del volo, ingresso in acqua, fase subacquea, uscita, poco importa, l’importante è tuffarvi, tuffarvi sempre nelle bellezze del creato.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • I sommersi e i salvati è un saggio di Primo Levi. Scritto nel 1986, ultimo lavoro dell'autore, è un'analisi dell'universo concentrazionario che l'autore compie partendo dalla personale esperienza di prigioniero del campo di sterminio nazista di Auschwitz, allargando il confronto ad esperienze analoghe della storia recente, tra i cui i gulag sovietici.
    Questo libro viene alla luce dopo tanta consapevolezza che l’autore acquista, dopo aver passato e osservato gli uomini attorno a sé, dopo aver dispensato memorie, pensieri, sensazioni, storie, vita che si dimentica del suo stesso corso, ma che deve essere riportata alla luce.
    Già il titolo fa capire chi sono i Sommersi, e chi sono i Salvati, che sentono il peso dello scorrere dell’esistenza, quasi vissuta come una colpevolezza: “Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i «mussulmani», i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione”.
    Un filo conduttore di tutto il saggio di Levi che dopo questa opera si suiciderà, è il tema della verità/menzogna.
    Quanto di quel mondo è morto e non ritornerà più e quanto invece può tornare? E che cosa ciascuno può fare perché non vi sia questa possibilità?
    Quanto è giusto che la memoria continui a ricordare? Le dicotomie giusto/sbaglio – vero/falso – lealtà/slealtà possono essere mai sufficienti a spiegare quanto accaduto?
    Levi ci presenta il mondo dei lager in modo che variegato è dir poco, inserendoci anche i cosiddetti uomini della “zona grigia” che essendo delle vittime diventano carnefici a loro volta. Nel saggio si pone attenzione anche all’aspetto della comunicazione, che è deviata, quasi inesistente, ubbidire ad ordini che non si comprendono, è mai possibile? La negazione della parola, l’incomprensione, il malinteso, la lotta vana non hanno fatto altro che amplificare il male che ancora oggi non ha trovato un suo senso, e mai può trovarlo.
    Quanto gli uomini sono instupiditi, ignoranti, impotenti, davanti al potere che finge di educare? Educazione al male, all’annullamento, allo sputarsi addosso essi stessi, al controllo, tutto per seguire una stupidità umana.
    Un testo di fondamentale importanza, che andrebbe fatto leggere per tenere vivi i ricordi di ciò che è stato, e di ciò che sempre sarà; ricordare vuol dire portare rispetto, ricordiamocelo di tanto in tanto.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questo è uno di quei libri che vorresti aver letto da secoli, ma che poi per un motivo o per un altro ne rimandi la lettura, stupidamente.
    “Alexis o il trattato della lotta vana” è l’opera prima di una giovanissima Yourcenar, pubblicato per la prima volta nel ’29, è un romanzo epistolare scritto in prima persona che tratta il tema della sessualità, o meglio della propria identità.
    Alexis, è un giovane che è stremato dalla continua lotta contro la sua sessualità, ritenuta  come una malattia, come qualcosa da nascondere, qualcosa da cui star alla larga, qualcosa che non andava detto, qualcosa di inconfessabile.
    Il libro, è una sorta di confessione nei confronti della moglie Monique, che dopo lunghi periodi di colpevolezza decide di abbandonare.
    E’ un racconto davvero intimo, che ci fa entrate nei pensieri di Alexis, nei suoi stati d’animo, nelle colpe, nelle paure, nella voglia d’evadere, cosa che riuscirà a fare in parte attraverso la musica, le note, gli spartiti. Quasi a mettere ordine in mezzo a tutto quel caos interiore.
    Si legge anche di Monique, del suo animo accondiscendente, delle sue pene, del suo soffrire, che non è meno, e forse è più amplificato di quello dello stesso Alexis. La felicità non ha tante spiegazioni, deve bastare a noi stessi. Una lotta quindi che diventa difficile sia per chi l’ha dentro, che per chi la subisce. La lotta più difficile sicuramente è quella contro i propri istinti, le proprie passioni, il proprio essere al mondo; negandosi non si fa altro che far del male a noi, ma anche agli altri. Per fortuna che Alexis capisce che la propria felicità è più importante, del dispiacere degli altri.
    Così dentro così fuori: anima e corpo si congiungono.
     
    “Conoscete gli stagni […] da bambino, ne avevo paura. Capivo già che ogni cosa ha il suo segreto e gli stagni come tutto il resto; che la pace, come il silenzio, è sempre solo una superficie, e che la peggior menzogna è la menzogna della calma”.
     
    “Ho notato qualcosa, Monique: si dice che le vecchie case racchiudano sempre dei fantasmi; non ne ho mai visti, eppure ero un bambino pieno di paure. Può darsi che mi fossi già reso conto che i fantasmi sono invisibili, perché ce li portiamo dentro”.
     
    “Ma i libri non contengono la vita; ne contengono solo la cenere; è quella, suppongo, che vien chiamata l’esperienza umana”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Hai intenzione di visitare gli Stati Uniti d'America per un giorno, tre giorni, una settimana o un mese? Hai intenzione di passare per Portland? Bene, se atterrerai almeno per qualche ora nella cittadina dell'Oregon non dimenticare di portare con te una mappa che indichi i migliori luoghi da visitare e le più belle cose da fare. Ecco, il consiglio sembrerebbe in saldo per come suggerito. Ma quando parlo di "mappa" non mi riferisco alla classica serie di fogli disegnati e plastificati. Ma intendo una vera e propria mappa del tesoro portlandiano. Chuck Palahniuk te ne consegna una.

    Lo scrittore statunitense (all'anagrafe Charles Michael Palahniuk) ha pubblicato nel 2004 "Portland Souvenir", un libro-guida turistica che nell'ironico modus scribendi dell'autore raccoglie tutto ciò che c'è da visitare nella cittadina. Si passa dai ristoranti con tanto di specialità della casa fedelmente riportata nero su bianco ai musei e luoghi incontaminati da oscure presenze, fino ad arrivare allo zoo e ai luoghi dove amarsi per una notte. Ogni suggerimento di visita è allegato a indirizzo e numero telefonico. Certo, siamo nel duemilatredici sfiorando il quattordici. Ma la guida turistica di Palahniuk è certamente utile per raggiungere i luoghi indicati anche se questi possono aver cambiato posizione o recapito numerico. Ma non è tutto: Portland Souvenir riporta a mo' di cartolina anche una fedelissima biografia dell'autore che negli anni '80 si è divertito a vivere con dedizione all'umorismo. Insomma, se hai intenzione di andare negli Stati Uniti d'America con scalo per almeno qualche ora a Portland non dimenticare di portare questo libretto di Palahniuk... magari insieme a un bestseller dell'umoristico scrittore americano.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Di mamma ce n'è una sola. La mamma è sempre la mamma. Cuore di mamma. Dietro i detti popolari c'è davvero la verità o piuttosto una serie di stereotipi che inchiodano il materno alla sfera del sacro e la donna al ruolo di madre-schiava confinata tra le mura domestiche? Nel suo ultimo libro "Di mamma ce n'è più d'una" (Feltrinelli, 2013, 314 pagine, 15 euro) - il terzo dedicato alla questione femminile, dopo "Ancora dalla parte delle bambine" e "Non è un Paese per vecchie" - la scrittrice, blogger e giornalista Loredana Lipperini si addentra nel terreno scivoloso della maternità smontando la credenza più dura a morire: che l'essere madre sia il destino della donna e che, in quanto tale, renda le donne "sacerdotesse della natura e mammifere portatrici di salvezza".  Quel totem, ovunque ma ancora di più in Italia, in nome del quale si combattono le battaglie più aspre. Perché sulle madri, sul loro corpo e sulle loro scelte ci si azzuffa e ci si scanna. Tra donne, prima di tutto, in un gioco al massacro che le sfinisce. 
    Il "divide" fa imperare chi o che cosa? Lo status, la Madre, il modello cui pare obbligatorio conformarsi a discapito dei milioni di madri reali che popolano le nostre famiglie. È così che la maternità si fa gabbia, innescando quel corto circuito ben sintetizzato dalla citazione di Simone de Beauvoir che è l'ispirazione e insieme il filo conduttore del saggio: "Poiché in quanto madre fu ridotta a serva, in quanto madre sarà amata e venerata".
    Vediamole, le battaglie che si scatenano sul corpo delle madri. "Fautrici del parto in casa e dei pannolini lavabili contro le "madri al mojito" che non disdegnano una vita sociale e lavorativa accanto agli impegni genitoriali", scrive Lipperini. "Madri totalizzanti contro madri acrobate dai mille impegni. Natura contro cultura (apparentemente). Femminismi contro femminismo, anche: perché sul principio dell'autodeterminazione si gioca tutto, e molte, moltissime giovani donne rivendicano una maternità esclusiva contro le madri "che erano anche altro". Contro le loro madri, in effetti". 
    Mentre le donne litigano e rivaleggiano, mentre "la complessità delle donne reali si riduce al solito scontro tra emancipate e mamme, tra pornofile e moraliste, tra escort e femministe" le madri, quelle vere, sono sempre più sole. Schiacciate tra il culto della Natura, che le vorrebbe "ad alto contatto" e che le spinge ad allattare al seno fino a tre anni di vita del figlio, diffidando di tutto ciò che è "artificiale", e un contesto reale, politico ed economico, che non solo non le sostiene ma addirittura le respinge (si pensi al mercato del lavoro e all'odioso fenomeno delle dimissioni in bianco). Sole, dunque, e possibilmente a casa. Ma santificate. Anche dal marketing, di cui Lipperini denuncia trucchi e ricorso ai più triti stereotipi. Perché le mamme, e i loro consumi, fanno gola. 
    "Madri, liberate le vostre figlie" è il titolo di un libro della psicanalista francese Marie Lion-Julin. Lipperini va più in là, risale la corrente: liberate prima voi stesse, dice. Scendete dall'altare dove vi pongono e dove spesso vi ponete anche voi. E allora sì che insieme a voi stesse salverete i vostri figli, che non si sentiranno più in dovere di essere speciali. Capiranno di dover essere nel mondo, semplicemente. E dunque di poter essere se stessi. 

    [... continua]
    recensione di Manuela Perrone

  • Lola Suàrez, giovane donna che beve rum e fuma il sigaro, che percorre la vita attraverso ricordi, sfide e gallerie d’arte, che s’incanta e si lega ad un quadro che racchiude la sua origine, continuità, speranza… 
    Donna, femmina tanghera, artista, incarta la poesia con la musica e dipinge il passato nel presente. Simona Bertocchi, Lola Suàrez… che dire? Un romanzo di vita, un trascorso in  pagine di storia, un giallo che non smorza mai le sue tinte ma le rinnova ad ogni pagina, in ogni meticolosa, accurata descrizione di personaggi ed eventi, spolverando e risollevando polvere sulla Storia che vede un’Argentina martoriata dalla dittatura che ha inferto profonde, insanabili ferite e al grido di "Nunca Mas": "Mai più", si rinnova la forza, per non dimenticare…
    L’autrice, Simona Bertocchi, fa danzare il romanzo attraverso una scrittura elegante, scorrevole ed armoniosa che percorre le ramblas di Barcellona accompagnata da una fragranza d’ambra e  dal suono di un tango che nasconde una fisarmonica nel cuore e non disdegna di condurre il lettore ad immergersi tra dolorosi percorsi, carichi di “umanità cancellata” e racchiusa in un solo nome: desaparecidos.
    Lola Suàrez vive la sua contemporaneità a trecentosessanta gradi tra arte, amore, inganni e speranza, cavalcando i ricordi dell’infanzia aiutata da Diego, suo padre, senza mai arrendersi e naviga senza sosta rincorrendo la sua idea che si fa sempre più reale, quella che suo fratello Julio, desaparecido, possa essere vivo…
    Leggere un romanzo così intenso, con un finale colmo di intrecci, crea al lettore la sensazione di aver intrapreso un avventuroso viaggio alla scoperta di celate preziose realtà.
    “Che colore ha la poesia?”
    Il “lunfardo, il caminito”… cosa sono?
    Solo divorando le pagine che l’autrice ha impastato come creta per far uscire un’opera d’arte, incidendo con forza, armonia e dovizia di particolari ogni elemento, attraversando il mondo con gli occhi del suo intrigante personaggio, Lola Suàrez, il lettore avrà modo di scoprirlo…

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • Era una notte fonda degli anni Ottanta. Un padre operaio disoccupato, accanito dal presentimento, usciva di casa per andare in una sala giochi di periferia dove si trovava il figlio. Un uomo, un killer aveva la stessa idea nella stessa notte fonda degli anni Ottanta. Doveva regolare i conti con alcuni spacciatori di droga. Cominciava a sparare all’impazzata all’interno e all’esterno del luogo. Il padre non ci pensava un attimo e con il corpo faceva scudo al figlio. Moriva.

    Stefano Benni racconta in versi questo tragico fatto di cronaca. Otto personaggi e luoghi divisi da due atti: L’indovino cieco, Il Padre, La Madre, Il Figlio, Lisa, La Città (Salagiochi – Le stagioni), Il Killer, Teschio. Otto personaggi presenti nella mente di Benni. Personaggi reali e immaginari raccolti in questo libretto di 59 pagine. Lisa, nel primo atto, si presenta così:

    Io cammino a occhi chiusi / sognando la riva del mare / ciò che dicono le persone non sento / se del io corpo parlano  / o del destino futuro.

    “Blues in sedici” è una ballata vera e propria. All’origine viene scritta per essere letta in pubblico con accompagnamento musicale. Conosce diverse versioni teatrali. Canta il dolore, la rabbia, la disperazione e la speranza del reale. Vissuto.

    Ero felice, ma ne dubitavo / quelle pagine erano il mio libro. / Poiché io sono stato / più di quanto sono, e sarò.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Sono stata contenta di aver ripreso Umberto Eco. Non lo leggevo dal 1998, dai (miei) tempi de Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault, e a metà de "Il cimitero di Praga" mi sono anche ricordata perché. Il simpatico vecchietto è esigente come suo solito, vuole molta molta fiducia: come fu per la famosa descrizione del portale medievale ne "Il nome della rosa", stavolta chiede la sua prova d’amore per la bellezza di duecento pagine, in cui la parola Praga non viene neanche lontanamente sfiorata e il malaccorto lettore si chiede vieppiù volte dove sia il nocciolo della questione. Intanto, però, come da accordi letterari il lettore accetta di lasciarsi portare, e viene dondolato tra le perplessità di un tale Simone Simonini e un abate Dalla Piccola, che continuano a svegliarsi l’uno in assenza dell’altro e che comunicano solo tramite i loro diari, di cui il Narratore onnisciente cerca di districare le varie vicende alla manzoniana maniera.
    I diari sono ambientati alla fine dell’800, la Storia narrata è quella del Risorgimento italiano, lo stile narrativo è intonato a quei tempi.
    Umberto Eco posiziona il suo (doppio) protagonista fittizio al centro dei principali intrighi del periodo, dalla misteriosa morte di Nievo all’Affare Dreyfus, immaginandolo dietro le loro quinte. Come spiega nella sua Appendice (che in genere è la parte che preferisco: il sipario che si apre al termine della pièce), “Il solo personaggio inventato di questa storia è il protagonista, che (…) benché effetto di un collage, per cui gli stono state attribuite cose fatte in realtà da persone diverse, è in qualche modo esistito. Anzi, a dirla tutta, egli è ancora tra di noi”.
    Le vicende si spostano dall’Italia del 1861 alla Parigi della Comune, usando come leitmotiv un inveterato odio per gli ebrei: il cimitero di Praga citato nel titolo è il luogo dove Simonini ambienta una riunione di Gesuiti prima, ed ebrei poi, e in cui immagina una loro conversazione che gli viene commissionata per confermare tutti i pregiudizi esistenti da sempre, e rivelare la cospirazione che la razza sta tramando per impadronirsi del mondo.
    Questa conversazione falsificata è oggi nota come i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, è stata prodotta in Russia nel 1903 (nel libro si immagina che si sia ispirata a quanto scritto da Simonini) e nonostante sia stata smascherata già nel 1921 dal Times di Londra, ha realmente ispirato ad Hitler la legittimità dei campi di sterminio ed è tuttora usata per rinvigorire l’antisemitismo contemporaneo, specie nel mondo islamico.
    “La gente crede solo a quello che sa già” (U. Eco)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Ancora una volta il nostro autore Mirko Tondi, ci trascina nel suo mondo surreale che ci prende come un turbine di vento e, attraverso le storie dei suoi personaggi, ci obbliga a prendere coscienza di noi stessi. Le citazioni tratte da film famosi che hanno fatto la storia del cinema mondiale, rendono il suo romanzo ancora più ricco e affascinante, mentre il leitmotiv di tutto il libro è la musica di Jimi Hendrix, l’ineguagliato mito del rock che è stato il simbolo di un’intera generazione e, ancora oggi, è un obiettivo quasi impossibile da raggiungere per chi vuole cimentarsi nello studio della chitarra. Quel magico strumento, infatti, tra le mani di Jimi prendeva vita e toccava nel profondo chiunque lo ascoltasse.
    Brando, uno dei personaggi del libro, pensa di esserne la reincarnazione pur non avendo la benché minima somiglianza con lui, ma a volte basta crederci…
    Non si può, né si deve, raccontare la trama di un libro come rock opera; bisogna soltanto leggerlo con la mente aperta a cogliere sfumature e atmosfere originali, facendosi coinvolgere dalle storie dei suoi personaggi che s’intrecciano come i fili di un merletto che soltanto visti nel loro insieme danno vita a un’opera compiuta e di grande armonia.
    La scrittura di Mirko Tondi è, come ogni volta, piacevole e scorrevole con quel pizzico d’ironia, a volte leggera e a volte caustica, che rende ogni sua creazione un gradevole momento da dedicare a se stessi.

    [... continua]
    recensione di Antonio Colosimo

  • A fare da sfondo a queste vicende narrate da Manfredi sono le Guerre Persiane avvenute tra la Grecia e il regno del “Gran re” Dario di Persia. Al centro della storia c’è la famosa famiglia dei Kleomenidi, a cui le dure leggi di Sparta impongono di abbandonare il secondogenito poiché nato con un piede deforme. Ma il destino, a volte più generoso delle leggi umane, fa trovare il bambino non dai lupi del Taigeto ma da un pastore Ilota di nome Kritolaos. Così mentre il fratello maggiore cresce e diviene un guerriero spartiate, Talos cresce fra i pastori senza sapere ancora niente della sua origine. Divisi, visto che uno faceva parte degli oppressori e l’altro degli oppressi, i due fratelli sono destinati ad incontrarsi e a vivere insieme molte avventure. Sarà proprio il pastore zoppo ad aiutare lo spartiate e a dimostrare il suo valore, scoprendo la sua nobile origine. La storia di Talos diventa sempre più appassionante man mano che passano le pagine. L’autore non solo riesce ad appassionare il lettore con l’infittirsi del mistero legato alla famiglia di Talos, ma riesce a esporre, senza stufare come farebbe un libro di storia, i caratteri della società spartana, l’organizzazione sociale, militare e religiosa.
    Un romanzo avvincente, nel quale l’intelligente narrativa si unisce alla fermezza della documentazione storica. Valerio Massimo Manfredi i suoi due mestieri li sa fare benissimo. Lo storico e il narratore si fondono insieme dandoci così un racconto che si legge d’un fiato, una storia che ci trasporta in un’epoca profondamente diversa, un’epoca lontana che ci sembra vicina solo grazie alla fluidità della ricostruzione storica.

    "La brace cova a lungo sotto la cenere e gli stolti credono che sia spenta ma quando il vento riprende a soffiare la fiamma si risveglia”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Sofia si veste sempre di nero” è un romanzo composto da racconti, che narra della vita di Sofia all’apparenza donna strana, solitaria, enigmatica, un pesce fuor d’acqua dalla vita. Nel leggere i dieci racconti conosciamo le persone care a Sofia, dai genitori: lui ingegnere all’Alfa Romeo solo preso dal suo lavoro, lei ex pittrice ora casalinga depressa che passa le giornate al buio. Conosciamo la zia Marta, sorella del padre che sarà la vera amica e salvezza di Sofia, disoscurando quel nero ormai pervasivo. Un titolo che non si svela e che si lascia scoprire, titolo di uno dei racconti; il vestirsi di nero è una forma di protesta, un'ossessione vivente, un malattia dell’anima, un pertubanza del corpo, riassume un’unica, sola e vera paura quella della morte. Morte però non intesa come morte esplicitamente fisica, ma morte delle situazioni, delle relazioni, del rimanere soli, del vedere che tutto svanisce effimeramente. Il suo unico talento è quello di capire la fine, il capolinea di ogni cosa, essere oltre all’avvenire.

    "La ragazza aveva gli occhi strabici. E questo modo di guardarti la bocca mentre parlavi, come se intorno ci fosse un rumore d'inferno e lei dovesse leggerti le labbra per distinguere le parole. Aveva l'aria di una persona in pericolo. Guardava allo stesso tempo te e dietro di te. Ecco cosa colpiva al cuore gli uomini, la prima volta che la incontravano. Tu le parlavi e lei ti fissava le labbra come se da un momento all'altro potesse saltarti al collo e morderle, e quel morso salvarle la vita".

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    recensione di Gino Centofante

    • Amok
    • 08 agosto 2013 alle ore 8:47

    “Amok” è una novella scritta negli anni ’20 che si concentra sulla psiche umana e su quanto questa possa influire sugli aspetti comportamentali della persona. E’ la storia di un viaggio lungo l’Oceano Indiano, su una nave che ha come destinazione Napoli. Protagonista della vicenda è un medico tedesco che, dopo aver fallito la sua carriera in Germania, si trasferisce in India, e vive tra alcol, vecchi ricordi, nostalgia per quell’Europa ormai solo passato. Ma poi, improvvisamente arriva un incontro, una persona inaspettata, una donna che cambierà tutte le carte in tavola, lei è un’affascinante aristocratica, algida e forte, rimasta incinta da un rapporto extraconiugale, che gli chiede di abortire. Il medico, gli pone un ricatto: la farà abortire solo se si concederà a lui. E proprio ora, che il rapporto tra i due cambia, diventa feroce, instabile, contro ogni tipo di razionalità, l’uomo è posseduto dalll'"amok”, parola maltese che indica una sorta di raptus e porta alla rovina chi ne è affetto: "una follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana... un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun’altra intossicazione alcolica", un malessere che porta al decadimento di ogni pensiero prima di ogni ragione: “Dunque, l'amok... sì, l'amok è così: un malese, un uomo molto semplice, assolutamente bonario, si beve il suo intruglio... se ne sta lì seduto, apatico, indifferente, spento... come me ne stavo io nella mia stanza... e all'improvviso balza in piedi, afferra il pugnale è corre in strada... corre sparato come una freccia, sempre diritto, senza deflettere... senza sapere dove... Chi gli si para davanti, essere umano o animale, viene trafitto dal suo kris, e l'orgia di sangue non fa che eccitarlo maggiormente... Mentre corre, ha la schiuma alle labbra e urla come un forsennato... ma continua a correre e correre, senza guardare né a destra né a sinistra, corre e basta, con il suo urlo acutissimo, con il suo kris insanguinato, in quella rettilineità mostruosa...”
    Il racconto è pieno di tensione, morboso, ossessivo, che spinge ad una fine che troverà ragione solo dopo aver letto e riflettuto su ogni singola pagina.

    “Le situazioni psicologiche misteriose esercitano su di me un fascino addirittura sconvolgente, mi intriga fino al midollo scoprire connessioni, e le persone singolari riescono con la loro sola presenza ad accendere in me un desiderio di conoscerle che non è di molto inferiore a quello del possesso nel caso di una donna”.

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    recensione di Gino Centofante

  • “Niente ti prepara per il momento in cui incontrerai la persona capace di cambiarti la vita. Non parlo di incontrare qualcuno, innamorarsi e decidere di mettere su famiglia con tutto quello che ne deriva. Parlo dell'incontro con una persona in grado di alterare, profondamente, il modo in cui vedi la vita e di indirizzarti su un percorso del tutto inaspettato”.
    Pochi aspetti della vita di Ed, protagonista del romanzo in questione, sono rimasti saldi, certi e rassicuranti. Angie, la sua ragazza, ha deciso di interrompere la loro relazione. Inoltre Ed lavora per una società editrice che opera sul web ed è oramai prossima al fallimento. Un lavoro per nulla reso più accettabile dal pessimo rapporto professionale intrattenuto con il suo capo. Infine l’insoddisfazione profonda e da sempre presente, di non riuscire ad esaudire il suo sogno di sempre: diventare uno scrittore. In definitiva, la vita di Ed sembra letteralmente andare a rotoli e sfaldarsi giorno dopo giorno, tra obiettivi personali sempre meno pregni di chiarezza e convinzione ed accadimenti improvvisi, quasi fossero sinonimi di una predestinata sfortuna. L’incontro con Geoff, in un pub, davanti una birra, rivoluzionerà l’esistenza del nostro protagonista. Geoff, un curioso cinquantenne fumatore e amante della birra, riesce da subito ad attirare l’interesse e le attenzioni di Ed, inizialmente irritato ma con il passare del tempo sempre più affascinato dal diverso punto di vista di Geoff, dall’innovativo modo di analizzare i problemi e le circostanze della vita: "Ogni situazione di crisi, Ed, rappresenta anche una preziosa opportunità di cambiamento. Ciò che conta veramente è avere dentro di sé le risorse per affrontare i momenti difficili". Nel discutere con il suo nuovo amico, Ed scoprirà che Geoff è buddista eppure, nonostante il suo forte scetticismo verso qualsiasi forma di religione, verrà immediatamente affascinato dall’incredibilmente alto stato vitale del suo interlocutore. Ed avverte in Geoff la sua straordinaria capacità di imparare dagli errori, di trarre giovamento dalle problematiche della vita, di apprendere e rafforzare il suo essere, affrontando le più gravi circostanze che l’esistenza può rivelare ad un uomo, semplicemente cambiando l’approccio alle stesse. Il protagonista imparerà nel corso della storia a conoscere sempre più approfonditamente il mondo del quale Geoff si fa fiero portavoce arrivando, in estrema conclusione, a percepire che nei concetti, con estrema chiarezza esposti dal suo amico, si celano parte delle risposte più utili alla comprensione del vero significato della vita. In questo romanzo, leggero e scorrevole sin dalle prime pagine, viene perfettamente calato il buddismo nella quotidiana realtà di tutti i giorni. L’autore riesce a farlo con l’abile capacità di non entrare mai in un discorso meramente teologico e filosofico, ma incastrando perfettamente alcuni dei principali concetti buddisti nelle situazioni, nelle difficoltà e nelle problematiche che ciascuno di noi potrebbe trovarsi ad affrontare. Lo stesso protagonista del romanzo, lascerà spesso intendere come si possa diventare “vincenti” nella vita e nelle difficoltà, senza per forza di cose essere religiosi. Non mancheranno nel racconto, colpi di scena utili solo a rafforzare lo scopo primo dell’autore: presentare un idea di buddismo cosi vicino alla gente e cosi capace di rivelare una strada migliore e più efficace per affrontare la vita di adesso.

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    recensione di Raffaele di Ianni

  • Snello eppure articolato, il primo libro di Daniela Farnese (alias dottoressa Dania) “Via Chanel n° 5” si legge tranquillamente in una giornata di mare, rapiti dalle disavventure di Rebecca, per gli amici Coco, e avviluppati da sei giri di perle.
    Tutto inizia con un trasferimento da Venezia a Milano, carico di aspettative prontamente frantumate dall’ex uomo ideale Niccolò, e la sensazione perenne, per la fragile e dura Coco, di essere la numero due. Con un taglio deciso ai capelli e un taglio un po’ più sofferto alla vecchia vita, la cinica più romantica del pianeta intraprende una strada (cadendo ogni tanto dai tacchi) verso la sua indipendenza psicologica, dove dovrà imparare a volersi più bene, ad accettarsi, a godere degli amici e a difendere la sua autostima, insieme a dei valori di fedeltà e di dedizione che sembrano essere divorati dalla fretta quotidiana.
    Qual è la soluzione per buttare via il vecchio e sostituirlo con il nuovo? Lasciarsi andare? Depurarsi del rancore, svelenirsi graffiando una portiera? O reagire concentrandosi sul lavoro, sul giusto incontro tra i propri sogni e quelli degli altri, nonostante, per ironia del destino, ci si ritrovi a pianificare i matrimoni altrui?
    Un romanzo contemporaneo di formazione, tanto agile quanto costruttivo e utile per chi non si è ancora accorto di aver messo da parte le proprie verità in nome di un qualcosa che forse non lo merita. Il tutto, sotto l’illuminazione degli aforismi e sotto la guida spirituale di Coco Chanel, eterna Mademoiselle, immolata al suo lavoro in memoria di quell’uomo che amò e che le diede l’indipendenza.
    “Un uomo può indossare ciò che vuole. Rimarrà sempre un accessorio della donna” (Coco Chanel)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Con questo libro faccio la mia prima scoperta personale di Daniel Pennac e la faccio in un'estate che si è lasciata desiderare. L'ho cominciato sotto l'ombrellone, quindi in pubblico, e ho sghignazzato senza pudore di fronte all'inaspettata penna cyranesca, astuta e rapida, che narra le avventure del Capro Espiatorio del Grande Magazzino Benjamin Malaussène.
    In questo episodio, l'eroe è coinvolto in una serie inspiegabile di esplosioni nel Grande Magazzino, talmente inspiegabile che lui ne diventa il principale sospettato. Intorno alla vicenda ruotano, anche con un tocco di misticismo, i fratellini di Benjamin, dall'adorata Clara alla veggente Thérèse al furbo "Piccolo" Jeremy, alla molto incinta Louna, con piccoli omaggi testuali a Carlo Emilio Gadda ed Edgard Allan Poe.
    La trama non è facile da sviluppare con leggerezza, perchè gli orchi del titolo sono una sorta di setta satanica che usa bambini per i suoi riti sacrificali: Pennac riesce a fare del suo protagonist auna voce gentile e "Santa", spettatrice di un mondo leggermente grottesco, che cerca di farsi strada verso la giustizia.

    "Il bebè obeso posa su di me uno sguardo allegro come non mai. Ecco, tre giorni fa il mio reparto avrebbe venduto alla signora qui presente un frigorifero (...) che si è trasformato in inceneritore. E' un miracolo se questa mattina la signora non è stata bruciata viva aprendo la porta. (...) Il bebè mi guarda come se fossi la fonte di tutto. (...) Balbetto che, appunto, non capisco, i testi di controllo erano stati effettuati (...) Nello sguardo del moccioso, leggo con chiarezza che lo sterminatore dei piccoli di foca sono proprio io". (Daniel Pennac)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Davvero bastano 33 pagine per dire tutto sulla scrittura? Il “tentativo di scoraggiamento” lo ha fatto Erri De Luca con questo libriccino introvabile. E ho detto introvabile, sì. Perché arrivare a questo minimanoscritto non è per niente semplice. Io ci sono arrivato grazie a un altro libro e al suo autore che raccontava proprio il percorso per giungere a queste pagine. Il mio percorso è stato diverso. Ma questa è sicuramente un’altra storia…
     
    “Tentativi di scoraggiamento” è una minuscola raccolta di consigli per chi vuole intraprendere l’oscura professione dello scrittore.
     
    “Comunque vada la tua scrittura, che sia gradita o ignota, difendine il diritto per chiunque. E se ti costerà, pagane allegro il prezzo, sei scrittore e hai responsabilità civile della libertà di pubblica parola… Contrasta ovunque la censura, fai il bravo calzolaio e difendi il diritto di libero cammino. Sia questo il sacro per te: la libera parola scritta, detta, cantata, recitata, in ogni luogo pubblico”.
     
    Così Erri De Luca introduce ciò che sarà scritto all’interno. Non è chiaro se De Luca risponde ad un reale aspirante scrittore o se tutto gioca sulla cornice dell’immaginazione. E’ chiaro, invece, l’accento poetico che lo scrittore impartisce già dalle prime righe.
    “Non spedire opere tue a scrittori. Non si mandano scarpe fatte da sé ai calzolai perché provino a calzarle. Non si spedisce al pasticcere un dolce fatto in casa perché lo assaggi. Diventare scrittori non passa dal contatto e dalla sponda di un altro scrittore”.
     
    De Luca, poi, suggerisce di leggere “un camion di libri” proprio come fa l’amico scultore Mauro Corona, autodidatta della narrativa. E ancora: “Non fare corsi di scrittura”. Cristallino come il mare al mattino. Insomma, non so se bastino realmente 33 pagine per (s)consigliare a uno scrittore. Di certo è che l’esperienza plurinarrativa di De Luca è ben nota. Quindi, aspiranti quali siamo, mettiamoci al suggerito servizio di chi sa.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Un libro che è riuscito a scavare dentro il dolore, ineludibile dell'umana esistenza. Un dolore guardato in faccia con ardimento, accettazione, sfida. Dura è parlare del dolore, in un secolo "superbo e sciocco" come il nostro, nel quale più che mai si evita l'argomento, emarginando le persone, molte, che sono coinvolte in questo destino tutto umano.
    Il dolore c'è, esiste, l'ontologia del dolore è l'esistenza stessa, la peggiore delle malattie, perché sicuramente mortale; il dolore ci attraversa dalla nascita alla morte; eppure la difesa dell'uomo medio è quello di costruire una barriera tra sé e il suo dolore e soprattutto tra sé e il dolore degli altri, e, così, come si desume dal testo di Francesco, tutti fingono di essere felici, glissando il problema che più ci riguarda: il dolore del vivere, condizione cui nessuno può sottrarsi, perché tutti mortali.
    Francesco si ribella a questo atteggiamento comune e parla "apertis verbis" dell'argomento più scomodo, sottolineando come sia nocivo non riconoscere il dolore: il che porta alla follia, all'annientamento dell'intelligenza emotiva, alla morte interiore,ad una sorta di anestesia emozionale. Il dolore va vissuto, introiettato, capito, elaborato, integrato; tante sono le operazioni di fronte ad esso; tutte queste operazioni sono valide e possono sortire risultati, soprattutto nella condivisione umana. Un solo atteggiamento porta dritti alla sconfitta dell'uomo: il rifuggire e il nasconderlo. Solo la condivisione, la rielaborazione partecipata, la riappropriazione di un ruolo, di un senso può aiutare a riprendere in mano la propria vita. Le terapie, le parole, i farmaci non sono sufficienti a colmare il disagio esistenziale; c'è bisogno di altro: di umanità che si faccia carico dell'umanità dolente.
    Tutti i capitoli, in uno stile piano, scorrevole, degnamente umano, affrontano l'argomento con presentazione di situazioni e di personaggi profondamente toccanti, trattati con una maestria commuovente, trattati come solo Francesco sa fare, abituato per lavoro a maneggiare il dolore altrui e ad amministrare privatamente il proprio.
    I personaggi sono presentati con acribia analitica e profonda compartecipazione: tutti i casi presi in analisi sono spaccati della dolente umanità, abbracciata col cuore oltre che con una penna felicissima. Sofia, Angelo, Andrea, Giovanni si impongono al nostro sguardo partecipe e si imprimono nel cuore con la loro verità: la verità più vera, il dolore umano.
    La capacità analitico-descrittiva di Francesco è notevole, come dimostrano anche i bellissimi capitoli in cui si avventura nel carcere di Mantova o nei Castelli valdostani, dove tutto assume la forma del mistero in uno stile denso e appassionato.
    Come non essere d'accordo su tutto quanto viene espresso a proposito dei funerali anonimi che non rendono merito alla vita del defunto e al dolore reale dei parenti? L'indagine si fa serrata e la denuncia assolutamente da condividere; anche il funerale non è un momento in cui il dolore viene rispettato come si dovrebbe, ma diventa convenzionale rito nelle mani di chi magari il defunto non l'ha mai conosciuto. Anche io vorrei un funerale come quello che Francesco prefigura per sé e preferirei che la mia bara fosse portata dai miei amici piuttosto che da anonimi professionisti del rito, col rischio certo di cadere, ma tra mani amiche.

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    recensione di Giovanna Albi

  • Il testo di Francesco Casali punta dritto al cuore del problema umano: il dolore, anche insensato, che è il compagno di strada dell'uomo sensibile.
    Francesco ci insegna come convivere col dolore, come guardarlo in faccia, come allearsi con lui, fino a renderlo un compagno gradito da non rigettare ma da accogliere, perché senza dolore non esisterebbe l'antidoto ad esso: l'amore. Egli infatti si chiede se in questa realtà mascherata nella quale viviamo, ci sia ancora spazio per quel sentimento vitale che ci tiene lontani dalla morte.
     Il primo capitolo  è la continuazione del capitolo di Sofia del libro precedente e affronta il tema della perdita dei figli. Francesco scava dentro il dolore di una madre che perde i suoi due figli e del protagonista Francesco che assiste alla morte della figlia Sofia. Il dolore è assoluto, totale, ineludibile, travolgente e lo scrittore lo rappresenta nella piena drammatica della sua forza distruttiva.
    Si riconosce nell'autore un alto quoziente di umanità, di pathos, di narratore e di osservatore acutissimo della realtà altrui; come si evince dal secondo capitolo, nel quale si analizza il dolore del corpo come manifestazione del dolore dell'anima e nel quale  si presenta una carrellata umana di giovani e meno giovani che si tatuano il corpo per segnarsi un dolore o il suo superamento o per considerare chiusa una fase della loro vita o per rafforzare la propria identità dolente e dispersa.
    Fino ad arrivare al caso di Davide che si suicida per anestesia emotiva. Il caso di Davide, tratteggiato con toni altamente drammatici, commuove non poco e, al momento del suicidio, si raggiunge l'apice del pathos narrativo con tutto il dolore di Francesco che si fa interprete del dolore di Anna, la moglie di Davide, e questo dolore passa a noi lettori che non possiamo rimanere insensibili di fronte a tale disfacimento emotivo.
    Nel terzo capitolo Francesco analizza un caso di "possessione demoniaca" prendendo in analisi tutte le diverse possibili interpretazioni, ricorrendo alla psichiatria, alla medicina, alle tesi della Chiesa, alla filosofia, arrivando alla conclusione che non è importante l'interpretazione in sé del caso, ma quel che conta è il dolore che prova il soggetto coinvolto nella malattia mentale o "possessione demoniaca" che sia. Mentre si gareggia nel mostrarsi abili interpreti dei casi psichiatrici, ma non v'è quella capacità umana di comprendere il dolore di chi si sente sovrastato da forze a lui superiori.
    Il quarto capitolo, che porta il titolo del libro, esprime il bisogno tutto umano di Francesco di parlare in piena franchezza, ancora una volta "senza niente da nascondere". Dopo un'ampia e puntuale disamina dei motivi per cui i Social Network, in primis Facebook, hanno tanta diffusione nei tempi attuali, come strumenti che paiono avvicinare gli uomini, quando in realtà esprimono spesso un vuoto emotivo da colmare, come la chance di darsi una identità che manca nel reale, di circondarsi di amici virtuali, mai guardarti in faccia, di gonfiare il nostro vuoto narcisismo che nasconde l'isolamento nel quale viviamo, resta il vuoto e la nostalgia per quello che abbiamo perso o per quello che abbiamo desiderato di avere senza mai raggiungerlo.

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    recensione di Giovanna Albi

    • CHRYSE
    • 29 luglio 2013 alle ore 8:26

    Un thriller o un’intensa storia d’amore? Sicuramente un’avvincente vicenda, descritta dalla penna minuziosa e attenta di Antonella Giordano. Ogni dettaglio non è mai fuori luogo, tutto segue un preciso filo, partendo da una situazione normale.

    Un viaggio, un treno, una direzione. La storia prende così forma, scorrendo sui binari della quotidianità, tra impegni di lavoro e pensieri che si accavallano, facendo dubitare dell’esistenza dei veri sentimenti e della profondità dell’amore che quando arriva, coglie impreparati, come un fulmine a ciel sereno.
    Manuela e Lorenzo; lei donna cresciuta in fretta per la perdita del padre in giovane età, laureata in giurisprudenza, amante dell’arte e dedita anche in un lavoro non soddisfacente per le sue capacità. Lui, professore universitario, esperto nel settore e legato al suo mestiere. Entrambi si trovano sullo stesso treno, diretti a Roma e la complicità tra i due è subito un campanello propizio.
    Si ritroveranno fianco a fianco, sulle tracce della martire cristiana di Chryse, una giovane ragazza precocemente scomparsa. Ricomponendo i pezzi di un passato, tra le "ombre" che circondano il loro presente. Tra scavi nella storia, si ritroveranno davanti a qualcosa più grande di loro.
    Un mistero, che li porta analogicamente ad un’altra giovane vita spezzata: Elisa.
    Ecco che gli equilibri si compromettono: chi si sentiva al sicuro inizia a temere, chi aveva già riposto le speranze di conoscere e di avere  giustizia, in un cassetto chiuso a chiave; poichè prova solo rabbia, per non avere fatto o detto cose prima. Chi non capisce cosa stia accadendo, resta attonito e chi agisce, appare "diverso".

    Ma il bisogno della verità è troppo forte, e spesso trova la forza di uscire fuori, portando tutto il peso dei pro e contro, e senza evitare il rischio, va avanti, intrecciando inevitabilmente altre vite nel tempo.
     

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  • “Mille primavere hanno gittata sulle colline la ricchezza inesausta, rinascente, dalla loro vegetazione – e dalla montagna sino al mare si spande il lusso irragionevole, immenso, sfolgorante di una natura meravigliosa. Nascono i fiori, olezzano, muoiono perché altri più belli sfoglino i loro petali sul suolo; milioni e milioni di piccole vite fioriscono anche esse per amare, per morire, per rinascere ancora”

    Così narrava la giornalista e scrittrice Matilde Serao nella sua opera dedicata alla leggendaria figura di Partenope, colei che secondo la narrativa fantastica ha dato luce a Napoli.
    Ebbene, ce ne sono di figure mitiche create dalla fervida immaginazione napoletana, potrei parlare delle più conosciute come “il munaciello”, “la bella 'mbriana”, ma ne citerò altre che i più non conoscono: Niccolò pesce, la Strega di Port'Alba, la mitica figura del centauro tramutato nel Vesuvio e potrei andare avanti per molto. Cos' hanno in comune questi personaggi, oltre al possesso di straordinari poteri?
    L'essere raccolti insieme ad altre figure nell'opera di Matilde Serao “Leggende napoletane”. Lo stile giornalistico è evidente anche in questo lavoro, scrittura leggermente ingarbugliata che richiede una certa attenzione, ma che porta direttamente all'immagine che l'autrice vuole darci. Gioca con le parole per ricreare anche nella lettura quel misticismo che aleggia intorno alle storie lasciando sempre incerti sull'eventualità di un reale evento con un effettivo riscontro nella realtà.

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    recensione di Annalisa Caravante

  • “Questo libro è un vademecum!”. Quanti di voi avranno udito questa frase nata dalle corde vocali di maestri, genitori, nonni, amici. Quanti di voi, che siate maestri, genitori, nonni o amici, hanno preso una botta alcolica almeno una volta nella vita? Ecco, per spogliare questo libretto dalla sua scrittura basta concentrarci sulla seconda questione. Come detto all’inizio, “Guida poco che devi bere” è un vademecum, una guida per i giovani che si affacciano (o che si sono affacciati) sul pianeta alcolico. Attraverso alcune esperienze di vita Mauro Corona, lo scrittore – scultore – alpinista di sessant’anni e passa con numerosissime esperienze di vita alcolica, impartisce suggerimenti per bere bene senza mettere in pericolo la propria vita e quella degli altri. Tutto, però, non viene raccontato sotto la lente degli aneddoti o storie (seppur proposte brevemente in alcune pagine), ma segue l’indirizzo del suggerimento concreto raccolto pure in venti personalissimi comandamenti posti a fine libro. Di seguito ne riporto alcuni:

    - Bere un solo tipo di alcolico, per quanto vi è possibile vino, ancora meglio se rosso.
    - Non mettersi alla guida di alcun mezzo e, men che meno, far guidare sconosciuti.
    - Mai passare dai gradi alti a quelli bassi, bensì il contrario.
    - Dopo la sbronza doccia fredda, digiuno e tazze d’acqua bollente con zucchero.
    - Bere solo ogni tanto, solo nel fine settimana, il resto regime assoluto ad acqua.

    Insomma, “Guida poco che devi bere” è uno di quei libretti che maestri, genitori, nonni, amici dovrebbero tenere nella borsa da viaggio e consultare prima di iniziare a festeggiare al giorno che verrà.
     

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    recensione di Daniele Campanari

  • “La collezione Lancourt” è una storia avvincente e graziosa, in cui la realtà e la fantasia ballano un valzer con brama e azione. La trama è ricca di colpi di scena e impreziosita da buone intuizioni linguistiche; vola attraverso i secoli e solo ogni tanto lascia intravvedere qualche anticipazione, ben disciplinata dall’io narrante.
    Manuela Giacchetta, autrice marchigiana, fa confluire la sua ricca immaginazione in una bella favola che tutti vorrebbero ascoltare, perché parla di ricongiungimento, soluzione dell’irrisolto, ritrovo dopo l’abbandono. Il romanzo è in formato più che tascabile (ideale da leggere al mare) e culla la lettura raccontando al cuore di un’attesa prudente che si fa desiderio strappacuore.
    I grandi protagonisti sono l’assenza che si fa presenza e poi di nuovo assenza, e il senso dell’irraggiungibile. Ognuno di noi ama qualcuno che è troppo lontano, o che non può essere toccato.
    La vicenda è innescata da una ricerca, quella dei quadri della collezione Lancourt per conto del legittimo proprietario, e prosegue con una dinamica perversa e asfissiante di vigilanza e controllo in cui finisce anche Bianca, la narratrice. Subentrano delle scelte, si arriva a dei bivi, a delle decisioni da prendere: delle rinunce. Aggiudicarsi l’amore di qualcuno, o lasciare che vada via per sempre.
    Quante volte dobbiamo fare i conti con gli stessi errori? Quante volte siamo destinati a scontrarci con i nostri limiti? Ed è sufficiente una vita sola, per riparare alle nostre indecisioni? Il finale a sorpresa dà una concretezza risolutrice a questa fiaba per innamorati.  
     
    “Ci guardammo, prigionieri di un’impossibilità nuova”. (M. Giacchetta)

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    recensione di Cristina Mosca