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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Sul quarto di copertina de “Il problema di Ivana” si legge: “Il problema di Ivana è un romanzo magistrale, straordinario esordio di un autore dallo stile elegante e inconfondibile. Andrea Torreggiani, giovane dirigente milanese di un’azienda in crisi, è anche scrittore per passione. Approfitta di un breve soggiorno a Cetona, nelle valli senesi, per terminare il suo romanzo. Lì cercherà di dar riscontro a un’immagine che esiste solo nella sua mente e che potrebbe risolvere il problema di Ivana. Lì incontrerà un nuovo amore, vero quanto difficile”.
    Ho voluto riportare questa sintesi perché credo esprima in modo perfetto la storia narrata nel romanzo senza svelare troppo o troppo poco e dando il giusto valore ad un romanzo ben costruito e ricco di colpi d scena. Con questa storia l’autore attua un’indagine accurata sui profili antropologici e sociali del vivere moderno, scandagliando le tormentate anime dei personaggi e costruendo figure nelle quali molti lettori potranno rivedersi. Il punto di forza del romanzo di Torregiani sta nella lingua diretta, immediata ma comunque musicale e ricercata che denota un’attenta ricerca di metafore e sinuosità linguistica. Per rendersene conto è sufficiente leggere il passo che segue:

    “Abbandonò il suo corpo per un po’, lo lasciò flaccido e informe, che pure era così bello e fiero, sul divano rosso e vagò senza timori nel parco che dal metrò la portava a casa, ogni sera di ogni giorno di lavoro. Scrosciavano applausi di riunioni dominate, di platee domate, occhi famelici e perversi la scrutavano mansueti, le leccavano il corpo, i bellissimi seni le scendevano sin nell’incavo del ventre, le carezzavano le pieghe più intime tra le cosce. Le sue natiche tonde, piccole armoniose, bersaglio di desideri impellenti, sognate ogni notte da uomini veraci, carezzate all’infinito da tutti gli sguardi catturati alle sue spalle. Ivana nel parco, tornando a casa, non pensava più alle sue rivincite, al lavoro che cavalcava come un’amazzone indomita… () Le capitava di nuovo di compiacersi sotto lo scroscio della doccia, lavandosi aveva ripreso a carezzarsi il seno giovane, turgido, perfetto, e a rabbrividire di sottile piacere nel passarsi la schiuma tra le natiche e le cosce, e qualche volta indugiava, fremendo. Ivana era molto bella, lo sapeva, era vogliosa, ma solo quando le andava. Ivana stava guarendo, almeno così le era sembrato fino a ieri. Ma poi tutto era svanito, e ora il suo pensiero vagava di nuovo tra le pieghe dei suoi stati d’animo, rimbalzava da un sintomo all’altro.”

    Da tali versi emerge una grande sensualità nelle descrizioni, nel dipingere ogni anfratto del corpo e della mente tanto che la sensualità stessa sembra essere tangibile, abbandonare le pagine e investire in pieno il lettore rendendolo partecipe di una forte sensazione di coinvolgimento. Il ritmo verbale è fitto e serrato, le immagini ben costruite così come la psiche dei personaggi. “Il problema di Ivana” è stato definito come “un thriller romantico dove non esistono morti e sangue  ma il mistero e il desiderio di dipanarlo rendendo difficile sospendere la lettura, staccarsi dalle pagine.” L’eleganza narrativa è un elemento costante e denota una grande padronanza della parola e di tutte le sue sfumature, parola che in un buon romanzo deve sapersi fare materia, segno, figura, pietra che batte sulle cose. Una storia, insomma, da leggere e da cui lasciarsi catturare.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • "Ogni angelo è tremendo" è il romanzo di Susanna Tamaro che si legge con la forte sensazione di avere di fronte la stessa autrice. E' come se si seguisse il percorso di un'anima che traccia tra le pagine la crescita fisica, ma soprattutto intellettuale di una bambina che diventa una donna con alle spalle un passato che le ha trasmesso il dolore, la consapevolezza e la ricchezza dell'essere umano attraverso l'evoluzione di una scrittura che fa eco alla poesia, alla ragione e alla sofferenza che diventa lievito di una profonda ricerca interiore che "un'antenna con i fili scoperti", come la stessa Tamaro si definisce, è in grado di trasmettere piacevolmente ai suoi lettori. Un viaggio coinvolgente che inizia nella fredda bora triestina e che si dirama tra le pagine più intime e coraggiose della vita dell'autrice. In attesa, da grande stimatore, di leggere al più presto l'inedito Illmitz vi consiglio vivamente la lettura di quest'ultima opera.

    [... continua]
    recensione di Filippo Gigante

  • Questo libro è tutt’altro che banale, è un libro autobiografico quello di Missiroli. Protagonista del libro è Pietro, un ex prete, che decide inspiegabilmente, ma solo apparentemente, di accettare un posto di lavoro come portinaio lasciando Rimini, la sua città, per andare a vivere nella caotica Milano. Titolo poetico ha il libro, che dietro nasconde molto di più, come l’elefante che vive nella società matriarcale, ha sviluppato senso di protezione verso tutti i figli del branco, anche nel libro si parla di legami non legittimati dal fatto che si è una famiglia, che si è un fidanzato, una moglie o un marito. "Questo - spiega l'autore - è l'amore minimo che non si riesce a difendere, quello che si accende sul momento e quando non da più soddisfazione si molla, alla base della società affettiva attuale". Fondamentali invece sono legami di protezione invisibili al di là del legame genetico o solido affettivo, come quelli di un prete che non può avere figli e si prende cura dei figli degli altri, o come un dottore, quel dottore che avrà un rapporto strano con Pietro, e Luca che a mo’ di codice universale si prende cura dei suoi pazienti. Lo stare a contatto con Viola, Sara, Poppy legati tutti da una circoscrizione familiare, è l’amore massimo che vuole nulla in cambio. Ma diciamocelo chiaramente poi cos’è quest’amore massimo, minimo, medio? L’amore è universo, perdizione, senso di smarrimento, felice oasi, e triste inganno, sorpasso e contrappasso di una legge generale terrena che si scinde da ogni futile e bieco legame familiare.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Un viaggio intenso e sofferente, anzi una vera e propria immersione profonda e sincera nella parte più vera dell'animo umano, negli angoli dove spesso nascondiamo il dolore, la paura, il rifiuto di noi stessi o del mondo che ci circonda, e che per questo diventano spesso fantasmi non risolti della nostra coscienza. Questa la sensazione che emerge dalla lettura di Maschere respiratorie di Elena Tomaini, un'esperienza letteraria originale e stimolante, perché in uno stile rotto, ansimante e volutamente frammentato, riesce a raccontare spudoratamente - e condensando un universo in poche ma intense pagine che per questo sembrano quasi togliere il respiro - un affascinante e ampio spettro di pensieri dolorosi, di esperienze reali ma allo stesso tempo oniriche e allucinate.
    Questo universo sono i personaggi scissi e irrisolti, i luoghi sporchi o talmente veri da diventare surreali, gli sguardi e i pensieri slegati e liberi che i racconti  descrivono, costruendo come in tanti episodi di un film, una serie di maschere dietro le quali si nasconde - o forse sarebbe meglio dire si difende - l'inquietudine presente nell'essenza di ciascun essere umano.
    In una sorta di scissione pirandelliana tra forma e vita, questo essere emerge dalle pagine in tutta la sua complessità, nella precarietà del suo faticoso equilibrio, in una serie di espressioni in cui "l'orrore è solo un modo di insegnare ad essere migliori", oppure "la prima regola per perdere tutti i sentimenti è circondarsi di gente che ne ha troppi".
    Queste declinazioni esistenziali vivono e respirano dietro le maschere di vite diverse, sovrastrutture che non hanno la forza o la grandezza di frenare quel flusso libero e potente dell'identità che ogni uomo, vivendo, costruisce e proietta nella realtà che lo circonda. 

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Afferro con gli occhi
    lo sguardo eterno
    dell'infinito,
    del terso cielo
    di primo autunno,
    delle caduche foglie che respiran del vento,
    un flebile alito
    smarrito.

    Questa è a mio avviso una delle liriche più significative che Giorgia Catalano ha raccolto nel suo libro "Un passaggio verso le emozioni".
    Sono sufficienti poche righe  per comprendere che il tema più sentito dalla scrittrice concerne la vulnerabilità umana e il suo tramutare attraverso il tempo. Il concetto viene espresso con struggente passione e anche con discreta tecnica della parola scritta.
    Giorgia Catalano, classe 1971, ha scritto queste liriche tra il 2010 e il 2012 e, pur essendo la sua prima raccolta individuale, ha già pubblicato come coautrice in diverse antologie.
    Il volumetto non è un semplice libro di poesie, ma è una vera e propria rappresentazione emozionale della vita; una sorta di romanzo fatto di conquiste, fallimenti, gioie, dolori da condividere col lettore.
    L'autrice inoltre osserva, scruta, indaga, sente il mistero che avvolge la vita, ne coglie i segreti, le angosce, i dolori e li racconta, li trasmette all’animo umano attraverso la scrittura di questo libricino.
    Anche il tema dell’amore è molto sentito dall’autrice che lo definisce: “Come un leone di spirito audace, non come una lepre fugace"

    Dopo aver letto più volte questa breve raccolta di liriche, mi è venuta in mente una frase di Dante Alighieri con la quale concludo il mio breve commento su di un libro che consiglio vivamente: "Niente dà più dolore che il ricordare i momenti felici nell'infelicità".

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • La raccolta delle 6 lezioni di Calvino, scritte per le Lectures alla Harvard University e pubblicate postume con il sottotitolo “Sei proposte per il prossimo millennio”, sono una sorta di testamento intellettuale, un inno alla letteratura, all’essere coscienti e non vivere passivamente la stessa. Le cinque lezioni si intitolano Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità e Molteplicità; la sesta lezione avrebbe trattato la Coerenza. Ricco di citazioni che variano con un piglio e una velocità mirabile, si passa da Lucrezio a Dante, da Leopardi a Queneau, da Gadda a Zola, da Voltaire a Pico della Mirandola, da Kafka a Galileo Galilei, da Ignazio de Loyola a Gogol, da Galland a Musil, da Levi a Swift, da Pitagora a Tolstoj e così potrei continuare ancora per molto. Le citazioni per le opere straniere vengono riportate prima in lingua originale, poi in lingua italiana, Calvino inoltre è un po’ un precursore, un uomo che è riuscito a vedere oltre, imperava già ai tempi ad un avvento massiccio delle tecnologie, come il Computer, ma soprattutto Internet che veste un cambiamento radicale nell’approccio e lascito letterario.
    Sono per così dire, queste Lezioni un lascito, un monito, un preziosismo a cui dobbiamo dare valore, da riprendere ad ogni occasione, una esamina sulla letteratura che non si fa faziosa e di parte, ma che è reale, viva, pulsa spessore, diventa reale, cattura l’animo gentile del lettore per erudirlo, aspettandosi poi mestamente un minimo e insulso e solo: grazie!
    “La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Mosaico
    • 13 marzo 2013 alle ore 8:22

    Ritroviamo in questo libro il “guerriero” che avevamo intravisto nei precedenti, l’instancabile camminatore del mondo, l’uomo che ha occhi non solo per vedere, che ha parole non solo per ferire.
    Questo libro si presenta come una raccolta di pensieri, di considerazioni, racconti brevi inframmezzati dalle bellissime fotografie dell’autore che vogliono rendere visibili le parole: e noi partecipiamo delle sue luminose intuizioni, seguendolo nei miraggi dei suoi sogni.
    Nel capitolo intitolato "Spazio musicale", emergono immagini folgoranti, domande accorate (Come possono le vipere serpeggiare dubbi) e l’appello ad una chiarità illuminante (dove sei sorgente di neve), dove l’ultima realtà è la considerazione che “così accadono le magie”.
    L’autore torna spesso ad un’età incantata, quell’età felice dell’infanzia che ripercorre comunque con occhi soffusi di magia, come nel capitolo "La lanterna magica", in cui delinea la sua protagonista con tocchi delicatissimi (cuor di zucchero, occhi di bimba) e nella dolce “Figlia di una fiaba”, la cui protagonista, Serenella, è davvero un segnale d’amore che incarna la speranza, la bellezza, la serenità, la dolcezza di un sogno.
    L’immaginazione rutilante dell’autore lo porta nel capitolo Meteora a proiettarsi nell’universo e così “veleggiare volteggiare rotolare danzare”, mentre invita ad unirsi a lui, “stelle tra le stelle, velieri dello spazio”.
    Carapax è la metafora della morte e della rinascita, perché il “brivido d’amore è una voce più forte del tempo” e dalla tomba scavata nel profondo, si può tornare ad essere “al sicuro, al caldo, protetta dagli scudi dell’amore”.
    L’autore ha poi aggiunto alcune poesie che si leggono velocemente e sulle quali bisognerebbe ritornare con delicatezza: da non perdere la sua splendida notazione: “Il silenzio del vento scrive arazzi nel cielo”, ma folgorante davvero sono i tre versi che accompagnano la fotografia di un cespuglio di sterlizia:

    “Si, sterliziami/ Desidero fiorire/ nelle tue labbra”
     
    Crediamo che Paolo Goglio sia un autore i cui libri dovrebbero tenersi sul comodino: aprire uno dei suoi testi, a caso, e leggervi poche parole, e poi magari riprenderlo dopo alcuni giorni e leggere qualche verso, e poi lasciarlo riposare, ma non dimenticarlo, perché, come dice giustamente, “non siamo soli a dipingere note nel cielo”, e questa che viviamo è comunque una “maledetta sfida contro il dolore, la paura e l’ignoto”.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Tante sono le cose già dette, altrettanti i modi usati per dirle; e se molti di questi sono 'passati', altri invece rimangono per ispirare i giovani coloni dell’infinita terra dello scritto, iniziarli ai molteplici percorsi obbligati in cui si articola l’atto del confronto.
    Sta al Tempo e alle sue innumerevoli memorie decidere se alla voce di Daniele Campanari potrà essere assegnata un’eco. Quel che è certa è la natura del suo inizio, personale interpretazione di una combinazione - già adottata - che fonde la prosa alla poesia. Nel suo “Giocatore di whisky, bevitore di poker”, prima orma tracciata da ‘I Destrieri’ di Aphorism per la casa editrice Lettere Animate, il discorso è un de-scrivere che spezza spezzandosi in battute, in versi diretti, volutamente caustici, con cui l’autore-personaggio scrolla dalle spalle i suoi granelli di rabbia e se ne prende gioco. Da Twitter (“Twittami, baby”) al sesso occasionale (la coppia di componimenti della “Donna in albergo”), passando per visioni scanzonate di squallori spazio-temporali emersi dalla vita urbana, questo linguaggio del reale reca l’ombra di Bukowski, ma mostra di più - e suggerisce di meno - rispetto alla sua illustre ed incombente sagoma. C’è più nella parte che nel tutto: nei frammenti, nei distici la cui diversità nasce per caso, Campanari afferra la poesia per la coda offrendocene l’ultimo guizzo; come quel «Sopravvivo alla fine della visiera» nell’ “Illustratore di realtà”, o il «Dove giace la verità? / Tra i cavilli del supplizio, forse» di “Verità atto II”. E nelle sue invettive, che per certi aspetti  richiamano le canzoni da osteria di Mannarino, esplode la carica provocatoria e paradossale di un cinismo che condanna i cinici, «amabili corrotti di una letale e finta vitalità».
    Quella di Campanari è un’autoanalisi che si nutre del mondo: consapevole di non poter eliminare le brutture da ambedue le parti, prova a riderne. Non sempre ci riesce. Del resto, come scritto da Davide Rondoni in prefazione, «questo poeta sa una cosa fondamentale […]: l’uomo è ibrido». Più che saperla, forse, la mette in pratica. Mescolando tutte quelle cose dette e tutti quei modi già usati che poi, se ci si pensa bene, fanno la differenza nella maniera in cui si incastrano. Ciò che conta è che abbiano una forma riconoscibile. Che la “gioia poetica” di cui parla Pavese, citato in introduzione al libro - prima o poi possa essere realmente condivisa.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • Questo è un libro che al lettore può sortire due effetti contrapposti, o la totale immedesimazione ed interesse con la piena consapevolezza della magia della narrazione che è elogio dell’osservazione, o l’assoluta indifferenza, l’aridità dell’osservazione, il rifiuto verso le microstorie del creato. Tutto più o meno si svolge in un quartiere, la narrazione e i punti di vista cambiano a seconda della abitazione e del numero civico, si passa da una famiglia con dei figli, a dei nonni che si godono l’ormai vecchiaia, a dei ragazzi che dividono uno spazio comune, ad altri ancora divertenti e particolari personalità. Non mi lascia indifferente questo libro, anzi mi spinge a pensare quando troppe volte ci lasciamo trasportare tra la troppa frenesia che la vita impone, non godendoci ciò che di bello è nelle piccole cose, nei piccoli avvenimenti, nei gesti semplici, puri e vergini; quando sarebbe bello sapersi dedicare all’osservazione di questo mondo, che non è quello che percepiamo noi fatto di continui fuggi-fuggi, di corse contro il tempo, di appuntamenti dell’ultima ora, di corse a volte senza senso, ma quel mondo a noi sconosciuto che nasconde dietro banali e a noi insensate situazioni tutta la magia, lo splendore di una vita che forse mai conosceremo nella sua totalità, perché soggiogati dal continuo divenire, non fermarsi, non perdere quel minuto. Esatto, sempre fin da bambini ci siamo sentiti dire di non perdere neanche un minuto della nostra vita, a volte non perdendo però quel minuto ci precludiamo tante piccole perle, gocce di storie che noi dividiamo per poi non riuscire più a ricomporre, un lago di gocce divise, tante storie che mai più si incontreranno nel loro senso originario. 

    “Stavamo facendo l’amore davvero, assolutamente, ineluttabilmente. Non avevo mai provato quel profondo bisogno di muovermi, piano ma con inesorabile dedizione. Mi sentivo come una selvaggia, affondata nel fango della terra e proiettata fra la luce delle stelle, un esile filo disteso sopra le generazioni. Mi sentivo imbevuta, piena di desiderio, il bisogno che m’assaliva a ondate, e stringevo le mani come un neonato, aggrappata al lenzuolo, ai capelli di lui, all’aria, le nocche bianche per lo sforzo, cercando un abbraccio sempre più completo, intimo, profondo. Quando finimmo, il lenzuolo era strappato e il materasso era scivolato sul pavimento.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La poesia non morirà mai. Ed è vero! Perchè Dante, Petrarca, Leopardi, D'Annunzio e molti altri scrivevano anche in versi?  Perché stavano male.
    Il loro disagio, come il nostro, è inconsciamente l'arrivo e il punto di partenza della più bella letteratura italiana che si conosca.
    Solo un uomo in pace con se stesso, non sentirebbe il bisogno di gridare in versi e rime il proprio malessere o la propria temporanea e apparente serenità.
    L’uomo non potrebbe più essere definito tale senza la poesia.
    E quella di Annunziata, di ungarettiana memoria, è testimone di questa sofferenza.
    Le liriche "Auschwitz", "Il soldato sul fiume", "Alberi d'inverno", "Spot", sono punti cardinali per mostrare l'orrore che ogni giorno la tv e la storia costantemente ci ricordano. La vita, a volte,  è percepita come tragedia, ma nelle cose intorno a noi c'è sempre un mistero da decifrare che va ricercato solo nella misura e nell'ordine delle cose stesse.
    E la risposta a tutto ciò la danno le strofe di "Rose" e di "Piove", così come "Primo pomeriggio" e "Aprile". Il tempo, si sa, passa e la nostra fragilità avanza ma lo sforzo di cogliere il mistero di bellezza nel mondo, per fortuna, resta.
    Ecco perchè la poesia non morirà mai.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • “Ho sognato la cioccolata per anni” di Trudi Birger è un’autobiografia commovente e toccante, delicata, ma allo stesso tempo forte per il tema trattato, ovvero narra degli orrori subiti nei campi di concentramento. Sedici anni nel periodo della deportazione della seconda guerra mondiale, sopravissuta prima nel ghetto di Kovno, poi nel campo di Stutthof. L’unica sua fonte di combattimento e voglia di andare avanti è l’amore smisurato per la madre, un legame che supera ogni confine: "Il funerale di mamma fu uno dei momenti più penosi della mia vita dopo la liberazione. Persi la capacità di sorridere per un anno o più. Tutti i terribili ricordi dell'Olocausto rifluirono in me, insieme con la sofferenza e la paura che avevo condiviso con lei. Adesso non avevo più nessuno con cui condividere quei ricordi. Era stata la mia migliore amica mentre ero bambina nel ghetto perché tutte le mie compagne di scuola erano state uccise, e lei era l'unica che potesse capire completamente l'orrore di quello che avevamo vissuto, come la fucilazione di zio Benno davanti agli occhi di sua madre. Mamma conosceva lo strazio di tornare a casa da un lavoro degradante all'ospedale militare per scoprire che il mio caro padre era stato portato via e giustiziato. Come me, era stata tormentata ogni giorno dalla stessa paura, quella che potessimo essere separate dalla morte. Adesso che la morte ci aveva divise, provavo un dolore insopportabile".
    Con un linguaggio semplice ed amico, l’autrice riesce a pieno a farti entrare nella storia, a farti vivere quegli stessi stati d’animo, e a far brillare e rivalere quella speranza che è stato il moto per l’andare avanti, il proseguire, il non fermarsi davanti a queste atroci barbarie. Infine voglio riportare un passo del libro che spiega perfettamente il particolare titolo del libro:
    “Prima dello scoppio della guerra, quando abitavamo a Memel, una città portuale sulla costa baltica a nord di Stutthof, mia zia Tita mi conduceva spesso ai tè danzanti, vestita con abiti di organza e scarpette di vernice. Ordinava cioccolata calda per me, e io mi esibivo in valzer e tanghi con ragazzini dodicenni. Mi ricordavo con gioia quella cioccolata calda, e la sognavo notte dopo notte. La prima cosa che mi sarei concessa dopo la fine della guerra sarebbe stata una bella tazza di cioccolata calda.”

    “Nessuno deve dimenticare le crudeltà dei campi. Non erano solo fabbriche impersonali di morte. Erano luoghi dove sadici, brutali criminali potevano mettere in atto le loro fantasie più perverse su delle vittime innocenti.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Limit
    • 26 febbraio 2013 alle ore 8:14

    Julian Orley, importante, ricchissimo ed oltremodo potente esponente della società moderna, ha finalmente realizzato il sogno di una vita. La meta ultima di studi, aspirazioni, esperimenti ed incredibili investimenti finanziari è rappresentata dalla creazione degli “ascensori spaziali”. In un'epoca non diversa da quella dei giorni nostri, dove il petrolio è oramai giunto, ed è propriamente detto, agli sgoccioli, il recupero, la produzione e la distribuzione della nuova e principale fonte energetica alternativa, l’elio-3, è diventata gradualmente di assoluta priorità. Soltanto l’invenzione di Orley ed i suoi successivi ampliamenti tecnologici, riusciranno a rendere economicamente sostenibile l’estrazione  dello stupefacente carburante ecologico, esclusivamente presente sul suolo lunare. Ma il visionario Orley è andato oltre, sino a concepire e poi realizzare un vero e proprio villaggio vacanze direttamente sulla luna. Tutto ciò resta comunque l’incipit al ben più ampio calderone di eventi che si andranno via via alternando nel corso del romanzo, ovviamente tutti ben correlati ed uniti tra di loro da un comune denominatore che scopriremo solamente nel procedere del romanzo. Cosi, dalle scoperte tecnologiche, dagli ascensori spaziali e dagli alberghi lunari, passeremo invece nei quartieri cinesi, dove il signor Tu Tian, magnate industriale, assolderà Owen Jericho, detective privato, esperto di pirateria informatica e del controspionaggio elettronico. Jerico, con il peso della sua storia privata sulle spalle, stanco e deluso dall’umanità intera, a lui rivelatasi nei terribili crimini di pedofilia, violenze sessuali e abusi sui minori che il suo lavoro gli ha regolarmente presentato, si ritroverà suo malgrado coinvolto nella ricerca della giovane Yoyo, figlia appunto del magnate sopra citato. Ancora una volta, Shatzing riversa la sua cultura e il suo sapere in ambito ecologico, ambientale, tecnologico e futuristico nel romanzo in questione riuscendo ancora una volta a conciliare la straordinaria mole di concetti e spiegazioni tecniche con l’adrenalina, l’avventura e gli ingredienti classici di un perfetto film da inseguimenti e sparatorie. La vicenda è oltremodo visionaria e di forte impatto per la costruzione futuristica che fa da colonna portante. Una visione di un futuro mai troppo eccessiva o irrealizzabile, bensi costantemente sostenuta e supportata da elementi che possono facilmente essere ritrovati nella più avanzata tecnologia dei nostri giorni, certo  al di là delle  recenti possibilità di sviluppo, ma l’immaginazione e la fantasia che occorre per immaginare le rivoluzioni tecnologiche di Orley è davvero la minima indispensabile. Il libro cattura sin da subito l’interesse del lettore e seppur con tratti più lenti ed esplicativi, lo conduce abilmente fino alla conclusione dell’ennesimo puzzle narrativo ideato e diretto magistralmente da Schatzing.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • Non è facile recensire questo “romanzo” e l’impresa diventa ancora più ardua se, nel “pensarla”, ti sovvengono alla mente le decine di libri, le migliaia di parole che, il “dott. Kuan-suo” (altro pseudonimo di Cyril Henry Hoskin) ha scritto su esperienze dirette e circostanziate ma mai vissute, almeno in questa vita.
    Infatti, il Terzo occhio, il racconto affascinante, saggio e misterioso dell’infanzia e dell’iniziazione di un giovane Lama, non è un fenomeno a se stante (e sarebbe ben bastato, visto l’enorme, continuo successo editoriale, a livello mondiale) ma solo l’inizio di una lunga sequenza di titoli eccellenti.
    Lobsang Rampa ci trasporta nel lontano Tibet e ci svela incredibili segreti sulle sue tradizioni, sulle sua spiritualità plurimillenaria. Queste informazioni, tra l’altro, non arrivano oggi, nell’era del web, ma negli anni ’60, quando di queste impervie regioni, si sapeva ben poco e, meno ancora, dei segreti arcaici della sua civiltà.
    Con una semplicità disarmante l’autore ci porta con se in un viaggio vivido, verosimile, delizioso. Come se fosse del tutto naturale, parteciperemo alla discesa nel cuore delle montagne tibetane, sotto templi inviolabili e segreti, dove incontreremo divinità arcaiche e, probabilmente, anche le vestigia di antichissime popolazioni aliene.
    Parteciperemo a riti dimenticati, sconcertanti, fino ad arrivare alla “riapertura” del Terzo occhio... la finestra dell’anima sul mondo del paranormale.
    Leggendo queste pagine è meglio non chiedersi se è vero ciò che raccontano, forse è meglio godersi l’avventura con occhi innocenti, pronti a gustarsi le meraviglie di un mondo fantastico e, quasi certamente, perduto.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Stori

  • Jean Valjaen, il protagonista, è un poveraccio che, rimasto disoccupato, non sa come sfamare i sette nipotini orfani del padre. Ridotto alla disperazione, una sera ruba un pane in una vetrina di fornaio. Viene preso e condannato a cinque anni di galera. Dopo qualche tempo Jean tenta la fuga, ma viene ripreso e la condanna inasprita. Seguono altre evasioni ed altre condanne. Quel disgraziato, per aver rubato un pane, deve rimanere in carcere per ben diciannove anni, dal 1796 al 1815. Finalmente viene dimesso, ma porta con sè quel marchio di vergogna ed è difficile che possa inserirsi di nuvo nella società. Quando attraversa un paese deve presentarsi in Municipio e far timbrare il foglio giallo di ex forzato. Per sopravvivere è costretto a fare dei furtarelli, consapevole che se sarà scoperto pagherà con il carcere a vita, come recidivo. Una sera egli capita a Digne, e cerca ospitalità negli alberghi del luogo, ma inutilmente. Bussa infine, alla casa del vescovo e viene accolto con gentilezza, ma durante la notte egli ruba le posate di argento e fugge. Quando viene riacciuffato dagli sbirri, il vescovo depone a suo favore dichiarando che lui steso gli ha regalato quell'argento e anche due candele perchè possa rifarsi una vita. Questa genersità colpisce lo sciagurato uomo ed è davvero l'inizio della sua redenzione. Infatti, dopo aver cambiato nome, lavorando accanitamente mette insieme una piccola fortuna e si prodiga sempre per aiutare i più poveri e derelitti, come la piccola Cosetta, la cui madre è morta di stenti. Nel 1832 Jean Valjean partecipa ai moti rivoluzionari rischiando la sua vita e salvando quella di Marius (un giovane che sposerà Cosetta) e quella di Javert (lo sbirro che tanto si è accanito contro di lui). Quando Jean muore è assistito da coloro a cui ha fatto del bene e ai suoi piedi i ceri ardono nei candelieri del vescovo.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Circolo chiuso” è il terzo libro della trilogia che vede come precedenti: “La banda dei brocchi” (dedicato agli anni Settanta) e “La famiglia Winshaw” (dedicato agli anni Ottanta). In questo libro troviamo gli stessi personaggi presenti in quella Birmingham degli anni ’70, con un salto temporale di trenta anni, con la crescita, l’evolversi dei loro percorsi e delle loro vite, non so se sono pienamente soddisfatto e se il libro è veramente come me lo aspettavo, so solo che Coe riesce con la sua scrittura a catturarti e a inserire qua e là genialità, come ad esempio la descrizione di sublimi paesaggi: «Erano quasi le sei di sera, ma restavano ancora molte ore di luce, e il cielo era di uno straordinario, diafano grigio-azzurro. Era questa luce, questa luce delicata eppure prepotente, la cosa che ricordava di più, più delle dune e delle case dai tetti spioventi dipinte di marrone fulvo e giallo limone. Sapeva che era una luce creata, in parte, dal riflesso del sole sulle acque dei due mari che s'incontravano impetuosi sulla punta della penisola. Lo riempiva di un'indicibile eccitazione mista a serenità. Gli faceva capire che a Londra non c'era luce in confronto. Bisognava venire qui per scoprire di cosa fosse fatta, veramente, la luce. Si tenne stretta questa conoscenza, sentendosi il depositario di un nobile segreto». O ancora inserendo serie televisive moderne di discutibile spessore: “Prese il telecomando e cambiò canale. Per qualche minuto lui e Munir guardarono un telefilm americano. Paralava di quattro ricche americane single che vivevano a Manhattan, e s'incontravano regolarmente a pranzo per discutere i dettagli più intimi della loro vita sessuale. A Benjamin piaceva quel programma. Non aveva mai conosciuto donne così in vita sua, e sospettava che fossero poco più della fantasia di uno sceneggiatore, tuttavia ambiva allo stile di vita di cui godevano quelle donne, ed era grato di poter sbirciare dalla serratura quel loro ambiente permissivo e privilegiato. Inoltre, gli piacevano due delle attrici.”
    Insomma ho apprezzato un pelino di più i precedenti anche se resta sempre un alto livello di scrittura quello di Coe. Sicuramente leggerò dell’altro, mi manca ancora il suo più famoso.

    “Ogni singola cosa che un essere umano fa a un altro è il risultato di una decisione umana presa a un certo punto del passato, da quella persona o da qualcun altro, venti o trenta o duecento o duemila anni prima, o forse mercoledì scorso.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Danal
    • 15 febbraio 2013 alle ore 9:14

    “Lasciatemi carta e penna, toglietemi tutto, ma lasciatemi mille libri che io possa scrivere dell’amore, che io possa leggere della vita.”
    Una storia d’amore e non solo, ambientata nel medioevo. “La leggenda è storia” come diceva Benedetto Croce e Bartolomeo Errera, in questo caso, è riuscito sagacemente a descrivere ogni minimo particolare, tanto da prendere forma d’immagine, la stessa lettura, teletrasportandosi dentro.
    Il tutto parte da una data ed un luogo preciso: 1219 Porto di Ancona. Florenzo è il protagonista, conte di Nerola, appartenente alla famosa e potente famiglia dei Crescenzi. “Restava incantato come se stesse vivendo una favola; la vista e l’udito si appagavano di ogni cosa e di ogni rumore”.
    Il testo è fluente, avvincente e curato nel minimo dettaglio: “sulle passerelle di legno, uomini a torso nudo e con la pelle lucida ed imperlata di sudore; scendevano sulla riva trasportando sulle spalle casse ingombranti e pesanti, come se fossero fascine di legna... come formiche corrono impazzite, fuggendo dal formicaio distrutto dal piede di un monello, urtandosi e annusandosi, così la marea di uomini e donne, correva, si urtava e si incontrava nello spiazzo antistante al porto. Florenzo era attratto come una falena dalla fiamma e non si accorgeva di altro. Un miscuglio di odori, spesso forti, aleggiava dappertutto: il lezzo del letame fumante lasciato da cavalli e asini, si mescolavano all’odore acuto del pesce trasportato, a quello intenso della carne, talvolta esposta per troppo tempo, al profumo del pane appena cotto, a quello aspro della frutta macerata nelle casse  e ancora a quello acre dei corpi sudati e sporchi di uomini e donne e dellle deiezioni umane nei fossati e negli angoli delle botteghe e lungo i muraglioni dei palazzi, che aspettavano la provvidenziale pioggia per essere lavate.”
    I personaggi  descrivono l’uomo medioevale in tutte le sue forme: HOMO VIATOR in cammino verso la salvezza e in lotta (vedi le crociate) per ristabilire la pace e un equilibrio (con sé stessi e con Dio).
    “Un viaggio voluto dallo zio in nome della Chiesa per sottrarre a Satana il calice della vita con la scusa di recuperare dalle mani degli infedeli l’immagine sacra di Cristo”.
    Una spedizione in cui partecipano personaggi storici esistiti come: Enrico Urslinger (duca di Spoleto), Alessandro Gaetani (comandante della truppa pontificia), Giacomo da Urbino ( capitano degli uomini inviati dal conte Crescenzi di Nerola), Jean de Paganì (condottiero templare inviato dall’imperatore Federico II), un ancora non santo Francesco di Assisi, accompagnato dal fedele Pietro, frà Silvestro (monaco bibliotecario dell’Abbazia di Farfa), seguito dal nipote Florenzo e dall’emblematica figura trascendentale, e allo stesso tempo femminile, di Danal.
    Alla ricerca di uno scrigno e di una coppa in terra di Gerusalemme. Uomini corrotti, penitenti, condizionati dal peso del peccato e dalla concezione di riscattare i vizi umani, (considerati le figlie del Diavolo): simonia, lussuria, ipocrisia, rapina, simulazione, usura, pompa mondana, sacrilegio;  attraverso la penitenza o la salvezza in nome di un amore più grande.
    Laicità e cristianità viaggiano su binari paralleli ed opposti: potens/pauper (= ricco/povero), disciplina/tentazione , dove Tutti sono coinvolti e sono i Bellatores (Cavalieri). La stessa figura del monaco, diventa il “milites Christi”, combattente della “pugna spiritualis” ( lotta contro il Diavolo). "Solitudine o apostolato, lavoro manuale e lavoro intellettuale, servizio di Dio nella preghiera e nelle funzioni liturgiche o servizio della Cristianità negli ordini militari dei monaci soldati" (Le Goff ).
    L’arte di ORATORES e la devozione nella preghiera, diventano eminente conforto e forma di quel potere spirituale sulla terra, raffigurato in Danal, mezzo concreto di contatto con il mondo divino (Vergine Maria o Dio stesso).
    Visibile/invisibile, morte/vita, simbologie fatte di immagini, di numeri, di sogni e realtà, comprovati attraverso testamenti, manoscritti, bolle papali  e rendono la narrazione storica avvincente. 
    Umberto Eco dice: “l’uomo medioevale viveva effettivamente in un mondo popolato di significato, rimandi, sovrasensi, manifestazioni di Dio nelle cose, in una natura che parlava continuamente un linguaggio araldico, in cui un leone non era solo un leone, una noce non era solo una noce, un ippogrifo era reale come un leone perché era segno, esistenzialmente trascurabile, di una verità superiore, e il mondo intero appariva come un libro scritto dal dito di Dio” e Bartolomeo Errera lo fa alla perfezione.
    La narrazione vede coinvolto anche Papa Onorio III, mentito sullo scopo dell’ardua missione in Terra Santa. Si impreziosisce di poesia, dei materni sonetti che scorrono come “novella forza a lo core” , e raggiunge il culmine, nell’incastonata vicenda romanzesca, (nonostante le dure prove da affrontare), nella delicata e forte storia d’amore di Florenzo e Danal.
    Coppia originale, che vede in Florenzo la passione  e l’incertezza umana: “oggi il mio core è pieno di spine e il vederti mi reca una grande sofferenza. L’amore che vive per te è attaccato alla mia pelle come le squame di un pesce”. Dall’altro in Danal; creatura di autocontrollo mirabile, anche quando si lascia andare all’amplesso con il giovane amato.

    [... continua]

  • Le osserviamo da un’eternità. Silenziose, luminose, bellissime. Le abbiamo caricate di simboli e storie mitologiche, ci hanno guidato dall’alba dei tempi, ci hanno intimorito con oscuri presagi, per poi poterci dedicare i nostri desideri segreti e confidare i nostri amori.
    Hanno e ispirano tutt’ora pittori, poeti e scrittori per incredibili viaggi nell’ignoto.
    Nonostante ciò, la nostra società le ha rese freddi eventi cosmici, privandole di quella magia in cui credevano gli antichi, nascondendole con luci artificiali sempre più potenti o peggio ancora inquinando l’ambiente.
    Eppure sono da sempre là, con il loro balletto spaziale, rimaniamo affascinati dallo spettacolo, quando si mostrano al meglio. Sono le stelle. Esse sono per me la parte della natura che mi affascina, incuriosisce e amo di più.
    Per Paolo Goglio sono un mezzo per una ricerca interiore di conforto, durante un periodo difficile della sua vita, segnando un diario con i loro dialoghi, chiedendo alle stelle delle risposte sul nostro modo di vivere.
    Le stelle dal canto loro, una idea, precisa e approfondita, se la saranno pur fatta durante queste ere di muta osservazione. Ma non sono boriose divette del firmamento, anzi vogliono rassicurare che niente è piccolo e insignificante nell’universo e tutti siamo parte della stessa energia, tutti indispensabili per gli equilibri e per la ricerca del benessere collettivo, dall’inizio alla fine.
    Secondo loro, non dobbiamo per forza seguire i dogmi dettati da pochi potenti che detengono il controllo dei nostri istinti, dei nostri bisogni e ci inculcano la necessità isterica ad accaparrarci gli ultimissimi ritrovati tecnologici, gettando via quelli vecchi da nemmeno un giorno.
    Non dobbiamo svenarci a imitare uno status symbol, creare un’immagine commerciale di noi stessi, solo per poter entrare nelle ristrette cerchie di persone, che hanno perso il senso della vita, dell’amore, dedicandosi solo alla ricerca della loro icona perfetta e griffata.
    Dobbiamo invece cercare di ridistribuire le risorse per far vivere tutti nel modo migliore possibile.
    Abbiamo col tempo per avidità oltre che per semplice curiosità scientifica etichettato, catalogato e privatizzato quello che all’inizio dei tempi era tutto per tutti. Non esiste nessun guru o religione che abbia l’assoluta verità, perché tutti abbiamo la capacità di trovarla dentro di noi.
    Vogliamo creare modelli e punti di riferimento solo per poterci dividere e scontrare, siamo vittime di trappole economiche perché non sapremo mai rinunciare al nostro singolo benessere e questo ci fa sprecare energie, utili per una collettiva evoluzione a piani più alti.
    Così come in un dialogo con un miliardo di vecchi amici, le stelle parlano a Paolo, rispondono a domande, danno risposte e consigli. Quindi anche se chiediamo a loro del perché siamo imperfetti e contrastanti,  ci rassicureranno che tutto in noi è in equilibrio, sta solo a noi scegliere quali valori far emergere.
    Non si può finire di leggere questo libro e non lasciarsi ipnotizzare dalla loro lucente bellezza e chiedere di persona le risposte alle proprie domande. Loro sono e saranno sempre a disposizione di chi vorrà aprire il proprio cuore. Adesso è notte, il cielo è limpido ed esco a fare due chiacchere anch’io con l’infinito, vi lascio il libro e vi invito a leggererlo, ne sarete conquistati!

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • Quello che si può dire su questo libro e che è ben scritto, che approfondisce aspetti della vita di Dante che io non conoscevo. Il titolo è esplicativo proprio del fatto che in ognuna delle venti finestre venga toccato un aspetto differente che il sommo poeta ha dovuto affrontare. Si parte con un’introduzione generale sulla vita, per passare alla sua Firenze, per parlare degli aspetti ambivalenti legati allo sviluppo fiorentino, si arriva a parlare delle malattie, della reputazione familiare, degli amori intrigati e obbligati, di pena ed esilio, di fuga e non rinnegazione, di lingua. Insomma un percorso evolutivo e lente d’ingrandimento sul padre della Letteratura Italiana, infine ho apprezzato molto i rimandi ipertestuali che spingevano al continuo approfondimento. 

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    recensione di Gino Centofante

  • Sottosopra di Milena Agus è un libro particolare, non convenzionale, dove tutto è dissociato, un'osmosi inversa, un ricalco di personaggi e voglie che si alternano, stati d’animo indifferenti e che soggiogano l’animo in corpi ormai sbagliati. Ci troviamo in compagnia di Alice, ragazza trasferitesi a Cagliari per studiare, passata e cresciuta dentro un dolore e una perdita che trova sfogo in un atteggiamento di protezione e legamento; ci troviamo in compagnia di Anna e Natascia, rispettivamente donna delle pulizie che spera in un amore nella vita di sua figlia, e una violinista dalla fama di altri tempi che si concia spesso con abiti consunti; ci troviamo in compagnia con Mr. Johnson e la sua famiglia. Tutto è mescolato, l’ordinario diventa evasione, i ruoli sono capovolti, le coscienze sono perturbate da quel nostalgicismo che quanto meno te l’aspetti, bussa alla porta di casa e te la sfonda anche.

    “Prendi in giro e invece le favole insegnano a risolvere tante situazioni difficili” le dice la madre. “Guarda Hansel e Gretel e quell'idea di dare alla strega cieca, che voleva farli ingrassare prima di mangiarseli, un ossicino da toccare. O la Bella addormentata, che va dove non deve e si punge con l'arcolaio. O Biancaneve, che ha mangiato scioccamente la mela. O Pollicino, che ha ritrovato la strada con le molliche di pane”.
    “Quindi dovremmo uscire sempre con un ossicino, o una mela in tasca e mangiare quella se ce ne offrono una avvelenata, o con le molliche di pane per ritrovare le strade, o stare lontano dagli arcolai!”

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    recensione di Gino Centofante

    • L'amante
    • 07 febbraio 2013 alle ore 8:36

    Per alcuni libri dovrebbe essere necessario spogliarsi. Approcciarsi in modo del tutto primigenio ad ogni singola parola e pagina. Bisognerebbe esser nudi, avulsi da percorsi e farsi ricamare addosso la materia.
    Quella de ‘’L’amante‘’ è una storia persa. Una ‘’distesa desertica‘’ dalla quale urlare.
    Siamo nell’Indocina degli anni trenta, sulle rive del Mekong s’affaccia un viso bambino contraddittorio nella fragilità degli anni. Volto che presto sarà invecchiato dall’esperienza, dall’afa, dall’incontro con l’uomo cinese ricco.
    La Duras è struggente nella prosa scarna, terribile, ma al contempo dolce nel rivivere la sua non storia autobiografica.
    La memoria è strumento evocativo nostalgico e violento, su uno sfondo familiare di anime intrappolate in una condizione da cui fuggir via.
    La scrittura intensa sembra voler risucchiare da ogni evento una verità non detta. Tanto da rendere il romanzo un’espressione ermetica di pura poesia.
    Un romanzo del corpo, quasi fosse espiazione di altri dolori lontani, inafferrati.
    Così come s’espande il senso d’un amore viscerale ed evanescente. Mai aperto, né rivendicato.
    Riconosciuto soltanto in traversata, sulle note d’una musica e nelle pieghe d’un viso ormai devastato.

    [... continua]

    • Nemesi
    • 06 febbraio 2013 alle ore 8:37

    «Quello che vince la guerra non è necessariamente il vincitore. Molti hanno conquistato la corona ma hanno perso talmente tanti uomini da riuscire a dare l’impressione di governare sul nemico vinto soltanto in apparenza. Quando si tratta di potere, le donne non sono vanitose come gli uomini. La donna non ha bisogno di un potere visibile, vuole solo un potere che possa farle ottenere ciò che vuole. Sicurezza. Cibo. Piacere. Rvincita. Libertà. La donna è una persona dal potere razionale, pianificato, che pensa oltre la battaglia, oltre la festa della vittoria. E siccome ha la capacità innata di vedere le debolezze delle vittime, sa istintivamente quando e dove colpire. E quando deve lasciar perdere. E questo un uomo non può impararlo». Questo è l’incipit di “Nemesi” secondo libro della saga di Harry Hole conseguente a Il pettirosso. In questo libro una vecchia fiamma del commissario si ripresenta nella sua vita, Anna, poi rinvenuta morta suicida nel proprio letto, con un colpo di pistola. Un vuoto di memoria, una mail non ufficiale per svolgere indagini e fare luce sull’accaduto, una rapina nella banca di Oslo con la morte di una donna, questi sono un po’ gli eventi cardini del libro, che come sempre si preannuncia burrascoso e complicato. Ho fatto molta fatica a seguire, ma mi è piaciuto molto il soffermarsi sulle origini zingare di Anna, e il messaggio sotteso del titolo. Nemesi (Nέμεσις, Nèmesis) è una figura della mitologia greca, secondo alcuni figlia di Zeus, secondo altri figlia di Oceano e Notte e poi posseduta dallo stesso Zeus nel tempio di Ramnunte, dal quale nacque l'uovo di Elena (o trovato e allevato dalla dea Leda).
    Il nome deriva dal greco νέμεσις (nèmesis), νέμω (nèmo, "distribuire"), dalla radice indoeuropea nem-; in Mitologia greca, e fu il nome della dea "distribuzione della giustizia" (la giustizia intesa come codice giuridico era invece attribuita alla dea Diche).
    Nemesi provvedeva soprattutto a metter giustizia ai delitti irrisolti o impuniti, distribuendo e irrorando gioia o dolore a seconda di quanto era giusto, perseguitando soprattutto i malvagi e gli ingrati alla sorte. Nemesi significa distribuzione del fato, intesa come giustizia compensatrice o riparatrice, o interpretata anche come giustizia divina.

    “Se vogliamo vedere le cose come realmente sono, dobbiamo farlo con uno specchio. In quel caso scopriamo persone totalmente diverse”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Mentre l'Inghilterra dorme" è un libro controverso, a causa della denuncia di plagio da parte di Stephen Spender all'autore perché gran parte del racconto ricorderebbe Il tempio, e di conseguenza lo stesso libro è stato pubblicato, poi levato dalle librerie americane e successivamente rivenduto, dopo (pare) una rivisitazione dell'autore.

    La Guerra Civile spagnola e le sue ripercussioni in Inghilterra, fanno da cornice alla storia amorosa tra Brian  ed Edward. Due caste sociali a confronto che si ritrovano ad amarsi e a vivere il loro legame tra i contrasti e le incoerenze dell'epoca. Una storia che non funziona, per via di Brian, che prima tradisce Edward, lo abbandona, poi lo riprende e lo tradisce di nuovo, fino anche non si accorge dei suoi reali sentimenti per lui solo quando Edward lo lascerà per rincorrere i suoi ideali di pace partecipando come volontario alla guerra. A quel punto partirà anche Brian, alla ricerca del suo amore, ma anche di se stesso.
    L'epilogo sarà triste, inutile negarlo.

    Leavitt supera se stesso nel raccontare la storia, facendola apprezzare al lettore. In questo libro vive il potenziale dei suoi romanzi che appaiono gradevoli e disarmanti (Basti pensare a La lingua perduta delle gru, Il Voltapagine ed Eguali amori), ma in questo soprattutto si ritrova anche una ricostruzione coerente dell'epoca storica in cui è ambientato. La narrazione si sviluppa in prima persona, una sorta di diario accorato che però consente al lettore di entrare dentro la storia senza alcuna difficoltà.
    A prescindere dalle polemiche sul plagio o meno, David Leavitt ha regalato alla letteratura una piccola perla lucente, da gustare, e rigustare nei momenti di contatto con se stessi, soprattutto per il modo peculiare di adattare tematiche drammaticamente attuali con i dilemmi di un secolo controverso.

    [... continua]
    recensione di Francesco Mastinu

  • In un'atmosfera di continuo complotto, il lettore si trova ad attraversare uno dei periodi più controversi della storia moderna.
    Gli anni sessanta visti da varie angolazioni e, tutte, a proprio modo, rivoluzionarie. Da quella dello studente, poi maestro, protagonista, allo sguardo allucinato della bella di turno che, nella sua inconsapevolezza, si ritrova messaggera di saggezza e posseduta dagli spiriti naturali, diventando più dea che donna, o forse, dea proprio in quanto donna.
    Tutto il romanzo si svolge tra scenari impalpabili e sfuggenti, nessuna verità tra mille verità, nessun risultato tra mille certezze e il lettore, a mio avviso, ha la sensazione di assistere a un continuo spettacolo di illusionismo magistrale.
    Il mago ammicca continuamente, fingendo di metterti al corrente di ogni suo segreto, mentre, sgomento hai costantemente la sensazione che ti stia prendendo in giro.
    Un capolavoro.

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    recensione di Giovanna Stori

  • Questa è la vita di una bambina ebrea, delle continue pressioni, dei cambiamenti che è costretta a subire insieme alla sua famiglia, un padre e una madre ebrea, forse sventura? Ah, quanta cieca crudeltà…
    La bambina diventa consapevole degli accadimenti attraverso i racconti degli adulti; vedersi cambiare, cambiare per poi rifugiarsi in un convento di suore, per aspettare cosa? Un cambiamento? Una sovversione? Un liberatore? Tutto ciò non è giusto, è inaccettabile e motivo di indignazione verso un’occupazione, una pressione, un annullamento. La guerra, le leggi razziali, la fanciullezza, le continue fughe, bombardamenti e infine l’agognata liberazione che tende a quel principio di universalità che nel libro emerge molto: l’indifferenziazione umana al di là dell’appartenenza.

    “... La guardo irosa e offesa. Anche mamma mi guarda, ma con una specie di ilare indulgenza: 'non sei una bambina ebrea, hai capito? Hai capito? Sei una bambina. Una bambina e basta'.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Eclissi
    • 04 febbraio 2013 alle ore 8:24

    Quando avviene un’eclissi di sole tutto si oscura, la vita si mette in standby in attesa che torni la luce a dare vita e colore al mondo: è quanto accade al protagonista di questa stupenda storia d’amore, Riccardo, quando viene a mancargli il grande amore della sua vita (e non vi diciamo come per non farvi perdere neanche una goccia del pathos e della commozione), Alessandro.
    Sì, perché “Eclissi” è una struggente e bellissima storia d’amore omosessuale scritta da un giovane autore sardo, Francesco Mastinu, e pubblicata da Lettere Animate editore in cui viene trattato, in modo delicato ma con fermezza, anche il tema dei diritti delle coppie di fatto quando uno/una delle due parti della coppia si ammala e deve essere ricoverato/a in ospedale.
    Come avrete capito dagli aggettivi che ho usato, il libro di Francesco mi ha “rapito” e avvinto sin dalla prime pagine e ho “dovuto” finire di leggerlo in ogni momento libero che ho avuto lasciandomi dentro un’emozione indicibile di fronte a questo amore così perfettamente descritto sia nei momenti belli, dall’innamoramento alla convivenza, che in quelli dolorosi del dopo”, come viene detto in quarta di copertina “un ritratto accorato che ci insegna cosa significhi per due persone, ancora oggi, amarsi senza avere tutela del loro legame”.
    Perfetta l’idea che ha avuto Francesco, per mantenere alta l’attenzione e la suspense su questa storia d’amore, di alternare i capitoli del “prima” e del “dopo” e infatti si capirà solo alla fine cosa sia davvero accaduto a Riccardo e Alessandro e al loro rapporto “…rimase lì, cingendolo, baciando l’aria che lo circondava, respirando piano il profumo del suo compagno. L’eclissi si rischiarava. Riccardo ebbe la certezza che qualcosa ancora fosse rimasto di loro…”

    [... continua]
    recensione di Daniela Domenici