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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Con questo libro faccio la mia prima scoperta personale di Daniel Pennac e la faccio in un'estate che si è lasciata desiderare. L'ho cominciato sotto l'ombrellone, quindi in pubblico, e ho sghignazzato senza pudore di fronte all'inaspettata penna cyranesca, astuta e rapida, che narra le avventure del Capro Espiatorio del Grande Magazzino Benjamin Malaussène.
    In questo episodio, l'eroe è coinvolto in una serie inspiegabile di esplosioni nel Grande Magazzino, talmente inspiegabile che lui ne diventa il principale sospettato. Intorno alla vicenda ruotano, anche con un tocco di misticismo, i fratellini di Benjamin, dall'adorata Clara alla veggente Thérèse al furbo "Piccolo" Jeremy, alla molto incinta Louna, con piccoli omaggi testuali a Carlo Emilio Gadda ed Edgard Allan Poe.
    La trama non è facile da sviluppare con leggerezza, perchè gli orchi del titolo sono una sorta di setta satanica che usa bambini per i suoi riti sacrificali: Pennac riesce a fare del suo protagonist auna voce gentile e "Santa", spettatrice di un mondo leggermente grottesco, che cerca di farsi strada verso la giustizia.

    "Il bebè obeso posa su di me uno sguardo allegro come non mai. Ecco, tre giorni fa il mio reparto avrebbe venduto alla signora qui presente un frigorifero (...) che si è trasformato in inceneritore. E' un miracolo se questa mattina la signora non è stata bruciata viva aprendo la porta. (...) Il bebè mi guarda come se fossi la fonte di tutto. (...) Balbetto che, appunto, non capisco, i testi di controllo erano stati effettuati (...) Nello sguardo del moccioso, leggo con chiarezza che lo sterminatore dei piccoli di foca sono proprio io". (Daniel Pennac)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Davvero bastano 33 pagine per dire tutto sulla scrittura? Il “tentativo di scoraggiamento” lo ha fatto Erri De Luca con questo libriccino introvabile. E ho detto introvabile, sì. Perché arrivare a questo minimanoscritto non è per niente semplice. Io ci sono arrivato grazie a un altro libro e al suo autore che raccontava proprio il percorso per giungere a queste pagine. Il mio percorso è stato diverso. Ma questa è sicuramente un’altra storia…
     
    “Tentativi di scoraggiamento” è una minuscola raccolta di consigli per chi vuole intraprendere l’oscura professione dello scrittore.
     
    “Comunque vada la tua scrittura, che sia gradita o ignota, difendine il diritto per chiunque. E se ti costerà, pagane allegro il prezzo, sei scrittore e hai responsabilità civile della libertà di pubblica parola… Contrasta ovunque la censura, fai il bravo calzolaio e difendi il diritto di libero cammino. Sia questo il sacro per te: la libera parola scritta, detta, cantata, recitata, in ogni luogo pubblico”.
     
    Così Erri De Luca introduce ciò che sarà scritto all’interno. Non è chiaro se De Luca risponde ad un reale aspirante scrittore o se tutto gioca sulla cornice dell’immaginazione. E’ chiaro, invece, l’accento poetico che lo scrittore impartisce già dalle prime righe.
    “Non spedire opere tue a scrittori. Non si mandano scarpe fatte da sé ai calzolai perché provino a calzarle. Non si spedisce al pasticcere un dolce fatto in casa perché lo assaggi. Diventare scrittori non passa dal contatto e dalla sponda di un altro scrittore”.
     
    De Luca, poi, suggerisce di leggere “un camion di libri” proprio come fa l’amico scultore Mauro Corona, autodidatta della narrativa. E ancora: “Non fare corsi di scrittura”. Cristallino come il mare al mattino. Insomma, non so se bastino realmente 33 pagine per (s)consigliare a uno scrittore. Di certo è che l’esperienza plurinarrativa di De Luca è ben nota. Quindi, aspiranti quali siamo, mettiamoci al suggerito servizio di chi sa.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Un libro che è riuscito a scavare dentro il dolore, ineludibile dell'umana esistenza. Un dolore guardato in faccia con ardimento, accettazione, sfida. Dura è parlare del dolore, in un secolo "superbo e sciocco" come il nostro, nel quale più che mai si evita l'argomento, emarginando le persone, molte, che sono coinvolte in questo destino tutto umano.
    Il dolore c'è, esiste, l'ontologia del dolore è l'esistenza stessa, la peggiore delle malattie, perché sicuramente mortale; il dolore ci attraversa dalla nascita alla morte; eppure la difesa dell'uomo medio è quello di costruire una barriera tra sé e il suo dolore e soprattutto tra sé e il dolore degli altri, e, così, come si desume dal testo di Francesco, tutti fingono di essere felici, glissando il problema che più ci riguarda: il dolore del vivere, condizione cui nessuno può sottrarsi, perché tutti mortali.
    Francesco si ribella a questo atteggiamento comune e parla "apertis verbis" dell'argomento più scomodo, sottolineando come sia nocivo non riconoscere il dolore: il che porta alla follia, all'annientamento dell'intelligenza emotiva, alla morte interiore,ad una sorta di anestesia emozionale. Il dolore va vissuto, introiettato, capito, elaborato, integrato; tante sono le operazioni di fronte ad esso; tutte queste operazioni sono valide e possono sortire risultati, soprattutto nella condivisione umana. Un solo atteggiamento porta dritti alla sconfitta dell'uomo: il rifuggire e il nasconderlo. Solo la condivisione, la rielaborazione partecipata, la riappropriazione di un ruolo, di un senso può aiutare a riprendere in mano la propria vita. Le terapie, le parole, i farmaci non sono sufficienti a colmare il disagio esistenziale; c'è bisogno di altro: di umanità che si faccia carico dell'umanità dolente.
    Tutti i capitoli, in uno stile piano, scorrevole, degnamente umano, affrontano l'argomento con presentazione di situazioni e di personaggi profondamente toccanti, trattati con una maestria commuovente, trattati come solo Francesco sa fare, abituato per lavoro a maneggiare il dolore altrui e ad amministrare privatamente il proprio.
    I personaggi sono presentati con acribia analitica e profonda compartecipazione: tutti i casi presi in analisi sono spaccati della dolente umanità, abbracciata col cuore oltre che con una penna felicissima. Sofia, Angelo, Andrea, Giovanni si impongono al nostro sguardo partecipe e si imprimono nel cuore con la loro verità: la verità più vera, il dolore umano.
    La capacità analitico-descrittiva di Francesco è notevole, come dimostrano anche i bellissimi capitoli in cui si avventura nel carcere di Mantova o nei Castelli valdostani, dove tutto assume la forma del mistero in uno stile denso e appassionato.
    Come non essere d'accordo su tutto quanto viene espresso a proposito dei funerali anonimi che non rendono merito alla vita del defunto e al dolore reale dei parenti? L'indagine si fa serrata e la denuncia assolutamente da condividere; anche il funerale non è un momento in cui il dolore viene rispettato come si dovrebbe, ma diventa convenzionale rito nelle mani di chi magari il defunto non l'ha mai conosciuto. Anche io vorrei un funerale come quello che Francesco prefigura per sé e preferirei che la mia bara fosse portata dai miei amici piuttosto che da anonimi professionisti del rito, col rischio certo di cadere, ma tra mani amiche.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • Il testo di Francesco Casali punta dritto al cuore del problema umano: il dolore, anche insensato, che è il compagno di strada dell'uomo sensibile.
    Francesco ci insegna come convivere col dolore, come guardarlo in faccia, come allearsi con lui, fino a renderlo un compagno gradito da non rigettare ma da accogliere, perché senza dolore non esisterebbe l'antidoto ad esso: l'amore. Egli infatti si chiede se in questa realtà mascherata nella quale viviamo, ci sia ancora spazio per quel sentimento vitale che ci tiene lontani dalla morte.
     Il primo capitolo  è la continuazione del capitolo di Sofia del libro precedente e affronta il tema della perdita dei figli. Francesco scava dentro il dolore di una madre che perde i suoi due figli e del protagonista Francesco che assiste alla morte della figlia Sofia. Il dolore è assoluto, totale, ineludibile, travolgente e lo scrittore lo rappresenta nella piena drammatica della sua forza distruttiva.
    Si riconosce nell'autore un alto quoziente di umanità, di pathos, di narratore e di osservatore acutissimo della realtà altrui; come si evince dal secondo capitolo, nel quale si analizza il dolore del corpo come manifestazione del dolore dell'anima e nel quale  si presenta una carrellata umana di giovani e meno giovani che si tatuano il corpo per segnarsi un dolore o il suo superamento o per considerare chiusa una fase della loro vita o per rafforzare la propria identità dolente e dispersa.
    Fino ad arrivare al caso di Davide che si suicida per anestesia emotiva. Il caso di Davide, tratteggiato con toni altamente drammatici, commuove non poco e, al momento del suicidio, si raggiunge l'apice del pathos narrativo con tutto il dolore di Francesco che si fa interprete del dolore di Anna, la moglie di Davide, e questo dolore passa a noi lettori che non possiamo rimanere insensibili di fronte a tale disfacimento emotivo.
    Nel terzo capitolo Francesco analizza un caso di "possessione demoniaca" prendendo in analisi tutte le diverse possibili interpretazioni, ricorrendo alla psichiatria, alla medicina, alle tesi della Chiesa, alla filosofia, arrivando alla conclusione che non è importante l'interpretazione in sé del caso, ma quel che conta è il dolore che prova il soggetto coinvolto nella malattia mentale o "possessione demoniaca" che sia. Mentre si gareggia nel mostrarsi abili interpreti dei casi psichiatrici, ma non v'è quella capacità umana di comprendere il dolore di chi si sente sovrastato da forze a lui superiori.
    Il quarto capitolo, che porta il titolo del libro, esprime il bisogno tutto umano di Francesco di parlare in piena franchezza, ancora una volta "senza niente da nascondere". Dopo un'ampia e puntuale disamina dei motivi per cui i Social Network, in primis Facebook, hanno tanta diffusione nei tempi attuali, come strumenti che paiono avvicinare gli uomini, quando in realtà esprimono spesso un vuoto emotivo da colmare, come la chance di darsi una identità che manca nel reale, di circondarsi di amici virtuali, mai guardarti in faccia, di gonfiare il nostro vuoto narcisismo che nasconde l'isolamento nel quale viviamo, resta il vuoto e la nostalgia per quello che abbiamo perso o per quello che abbiamo desiderato di avere senza mai raggiungerlo.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

    • CHRYSE
    • 29 luglio 2013 alle ore 8:26

    Un thriller o un’intensa storia d’amore? Sicuramente un’avvincente vicenda, descritta dalla penna minuziosa e attenta di Antonella Giordano. Ogni dettaglio non è mai fuori luogo, tutto segue un preciso filo, partendo da una situazione normale.

    Un viaggio, un treno, una direzione. La storia prende così forma, scorrendo sui binari della quotidianità, tra impegni di lavoro e pensieri che si accavallano, facendo dubitare dell’esistenza dei veri sentimenti e della profondità dell’amore che quando arriva, coglie impreparati, come un fulmine a ciel sereno.
    Manuela e Lorenzo; lei donna cresciuta in fretta per la perdita del padre in giovane età, laureata in giurisprudenza, amante dell’arte e dedita anche in un lavoro non soddisfacente per le sue capacità. Lui, professore universitario, esperto nel settore e legato al suo mestiere. Entrambi si trovano sullo stesso treno, diretti a Roma e la complicità tra i due è subito un campanello propizio.
    Si ritroveranno fianco a fianco, sulle tracce della martire cristiana di Chryse, una giovane ragazza precocemente scomparsa. Ricomponendo i pezzi di un passato, tra le "ombre" che circondano il loro presente. Tra scavi nella storia, si ritroveranno davanti a qualcosa più grande di loro.
    Un mistero, che li porta analogicamente ad un’altra giovane vita spezzata: Elisa.
    Ecco che gli equilibri si compromettono: chi si sentiva al sicuro inizia a temere, chi aveva già riposto le speranze di conoscere e di avere  giustizia, in un cassetto chiuso a chiave; poichè prova solo rabbia, per non avere fatto o detto cose prima. Chi non capisce cosa stia accadendo, resta attonito e chi agisce, appare "diverso".

    Ma il bisogno della verità è troppo forte, e spesso trova la forza di uscire fuori, portando tutto il peso dei pro e contro, e senza evitare il rischio, va avanti, intrecciando inevitabilmente altre vite nel tempo.
     

    [... continua]

  • “Mille primavere hanno gittata sulle colline la ricchezza inesausta, rinascente, dalla loro vegetazione – e dalla montagna sino al mare si spande il lusso irragionevole, immenso, sfolgorante di una natura meravigliosa. Nascono i fiori, olezzano, muoiono perché altri più belli sfoglino i loro petali sul suolo; milioni e milioni di piccole vite fioriscono anche esse per amare, per morire, per rinascere ancora”

    Così narrava la giornalista e scrittrice Matilde Serao nella sua opera dedicata alla leggendaria figura di Partenope, colei che secondo la narrativa fantastica ha dato luce a Napoli.
    Ebbene, ce ne sono di figure mitiche create dalla fervida immaginazione napoletana, potrei parlare delle più conosciute come “il munaciello”, “la bella 'mbriana”, ma ne citerò altre che i più non conoscono: Niccolò pesce, la Strega di Port'Alba, la mitica figura del centauro tramutato nel Vesuvio e potrei andare avanti per molto. Cos' hanno in comune questi personaggi, oltre al possesso di straordinari poteri?
    L'essere raccolti insieme ad altre figure nell'opera di Matilde Serao “Leggende napoletane”. Lo stile giornalistico è evidente anche in questo lavoro, scrittura leggermente ingarbugliata che richiede una certa attenzione, ma che porta direttamente all'immagine che l'autrice vuole darci. Gioca con le parole per ricreare anche nella lettura quel misticismo che aleggia intorno alle storie lasciando sempre incerti sull'eventualità di un reale evento con un effettivo riscontro nella realtà.

    [... continua]
    recensione di Annalisa Caravante

  • “Questo libro è un vademecum!”. Quanti di voi avranno udito questa frase nata dalle corde vocali di maestri, genitori, nonni, amici. Quanti di voi, che siate maestri, genitori, nonni o amici, hanno preso una botta alcolica almeno una volta nella vita? Ecco, per spogliare questo libretto dalla sua scrittura basta concentrarci sulla seconda questione. Come detto all’inizio, “Guida poco che devi bere” è un vademecum, una guida per i giovani che si affacciano (o che si sono affacciati) sul pianeta alcolico. Attraverso alcune esperienze di vita Mauro Corona, lo scrittore – scultore – alpinista di sessant’anni e passa con numerosissime esperienze di vita alcolica, impartisce suggerimenti per bere bene senza mettere in pericolo la propria vita e quella degli altri. Tutto, però, non viene raccontato sotto la lente degli aneddoti o storie (seppur proposte brevemente in alcune pagine), ma segue l’indirizzo del suggerimento concreto raccolto pure in venti personalissimi comandamenti posti a fine libro. Di seguito ne riporto alcuni:

    - Bere un solo tipo di alcolico, per quanto vi è possibile vino, ancora meglio se rosso.
    - Non mettersi alla guida di alcun mezzo e, men che meno, far guidare sconosciuti.
    - Mai passare dai gradi alti a quelli bassi, bensì il contrario.
    - Dopo la sbronza doccia fredda, digiuno e tazze d’acqua bollente con zucchero.
    - Bere solo ogni tanto, solo nel fine settimana, il resto regime assoluto ad acqua.

    Insomma, “Guida poco che devi bere” è uno di quei libretti che maestri, genitori, nonni, amici dovrebbero tenere nella borsa da viaggio e consultare prima di iniziare a festeggiare al giorno che verrà.
     

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • “La collezione Lancourt” è una storia avvincente e graziosa, in cui la realtà e la fantasia ballano un valzer con brama e azione. La trama è ricca di colpi di scena e impreziosita da buone intuizioni linguistiche; vola attraverso i secoli e solo ogni tanto lascia intravvedere qualche anticipazione, ben disciplinata dall’io narrante.
    Manuela Giacchetta, autrice marchigiana, fa confluire la sua ricca immaginazione in una bella favola che tutti vorrebbero ascoltare, perché parla di ricongiungimento, soluzione dell’irrisolto, ritrovo dopo l’abbandono. Il romanzo è in formato più che tascabile (ideale da leggere al mare) e culla la lettura raccontando al cuore di un’attesa prudente che si fa desiderio strappacuore.
    I grandi protagonisti sono l’assenza che si fa presenza e poi di nuovo assenza, e il senso dell’irraggiungibile. Ognuno di noi ama qualcuno che è troppo lontano, o che non può essere toccato.
    La vicenda è innescata da una ricerca, quella dei quadri della collezione Lancourt per conto del legittimo proprietario, e prosegue con una dinamica perversa e asfissiante di vigilanza e controllo in cui finisce anche Bianca, la narratrice. Subentrano delle scelte, si arriva a dei bivi, a delle decisioni da prendere: delle rinunce. Aggiudicarsi l’amore di qualcuno, o lasciare che vada via per sempre.
    Quante volte dobbiamo fare i conti con gli stessi errori? Quante volte siamo destinati a scontrarci con i nostri limiti? Ed è sufficiente una vita sola, per riparare alle nostre indecisioni? Il finale a sorpresa dà una concretezza risolutrice a questa fiaba per innamorati.  
     
    “Ci guardammo, prigionieri di un’impossibilità nuova”. (M. Giacchetta)

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Si conosce la Woolf all’età sbagliata, la si riscopre a quella giusta. Leggere per la prima volta da trentenne “Gita al faro”, uno dei capolavori di questa autrice inglese, vuol dire apprezzarne le peculiarità quasi cinematografiche, la grazia e la leggerezza della narrazione, leggerne la malinconia e impregnarsi della sua nostalgia. Con questo libro, Virginia ha esorcizzato il lutto della perdita di sua madre, avvenuto a 13 anni, e ne immortala la figura vestita di bianco, stagliata contro la finestra della loro casa estiva. La narrazione inizia quasi in maniera beckettiana, con il desiderio dell’ultimogenito della numerosa famiglia Ramsay di andare a visitare il Faro. Continua a chiedere se “domani” ci andranno, e se da una parte il padre cerca di smontare le aspettative per via del brutto tempo, dall’altra la madre cerca di temporeggiare. Al faro alla fine non ci vanno, o meglio, ci andranno quando sarà perso ogni interesse, ogni vibrazione, e anzi la loro vita sarà molto cambiata.
    La narrazione si svolge leggera come una piuma trasportata dal vento, dagli occhi al cuore delle persone, tra la famiglia Ramsay e i loro ospiti nella casa, con antesignane tecniche cinematografiche (il romanzo è stato scritto tra il 1925 e il 1927) che ad esempio rendono alla perfezione il passare del tempo dal punto di vista della casa vuota.
    “Gita al faro” è per tutti quelli che patiscono un’assenza, e si consolano nel ricordo.
     
    “Piangeva dunque per la signora Ramsay, senza sentirsi infelice? si rivolse di nuovo al vecchio Carmichael. Di che cosa si trattava? Che cosa significava? Le cose avevano mani in grado di alzarsi di scatto ed afferrare qualcuno? la lama poteva tagliare? il pugno stringere? non c’era nulla di sicuro? o nessun modo d’imparare a memoria come funziona il mondo? nessuna guida, nessun riparo? era tutto un miracolo, un salto nel vuoto dalla cima d’una torre? (…) Per un momento ebbe l’impressione che se entrambi si fossero alzati, lì, in quel momento, a esigere una spiegazione – perché la vita fosse così corta, perché fosse così inspiegabile – e se l’avessero detto con impeto (…) quel vuoto si sarebbe riempito, la bellezza avrebbe preso forma, gli svolazzi avrebbero acquistato ordine; se avessero gridato abbastanza forte, la signora Ramsay sarebbe tornata”. (V. Woolf)
     

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Ierousalem, è la seconda pubblicazione dell’autrice Alessandra Prospero, dopo “P.S. Post sisma”, il titolo per essere precisi sulla copertina è “Ἰερουσαλήμ”, proprio forse per rimarcare e mantenere lo stretto rapporto con Gerusalemme che si dice è la città di Dio fondata da Cristo. Proprio a Gerusalemme in origine c’era una fonte poderosa, una risorgiva che alla scaturigine creava un laghetto che in seguito fu scavato e ampliato per creare il serbatoio idrico per l’intera città. Ovvio pensare che in origine la gente andasse alla risorgiva non solo per attingere acqua ma anche per immergersi e curare certe malattie.
    La silloge dell’autrice potrebbe essere metaforicamente accostata a delle acque placide, ristorative: “[…] In cerca d’oblio e d’assoluzione/ Conto i superstiti e le alternative/ Nella prima cosciente missione/ Tra le rovine e le anime vive.”
    La raccolta è eterogenea, si toccano varie tematiche come la decadenza delle speranze: “[...] Nel cuore ospitiamo detriti di vite/ E camminiamo assorti nella nube/ Del più incerto vivere […]”. L’identità ritrovata, misconosciuta, estranea: “[…] Sotto la carne/ Fino alle ossa/ Trovo un derma/ Che non riconosco/ Di guerriera d’argento/ Dall’amara armatura/ Abbagliata da fuochi fatui […]”.
    La delusione, che si dipinge d’emozioni, gesti, rimorsi: “[…] Tra i tuoi occhi/ Ed occhi che non sono i miei/ Come lastra di ghiaccio tra noi/ Che ci allontana sempre di più/ Abbandonandoci orfani alla deriva/ In grovigli amari di solitudini […]”.
    I sogni dell’esistenza, come moto di ogni nostra azione: “[…] Per avere ancora un sogno da inseguire,/ Per avere ancora un credo a cui combattere. // Non voglio più stare in trincea. // Sono esausta come dopo una carestia,/ Ho i miei ori da proteggere […]”.
    In qualche poesia c’è anche la ricercatezza della rima: “Luna piena/ Languida in vena/ Pallida come un’attesa/ Gotica guglia di chiesa […]”.
    Uno degli ultimi versi dell’opera recita “Nell’aria che mi manca ti respiro” e aggiungerei proprio come quella fonte che sgorga dalle antiche rovine di Gerusalemme ognuno accostandosi e leggendo questa opera potrà ritrovare la sua acqua, la sua sete, la sua linfa, il suo ristoro, che come un vento caldo e un’acqua gelida ti ricorda la più intima essenza della vita.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • «Allora, se volete una storia ve la racconto. Ma una sola. Non chiedetemene poi un’altra, né tu né lui. E’ tardi e poi, Pari, noi due abbiamo avanti una lunga giornata di viaggio. Bisogna che tu faccia un buon sonno. E anche tu, Abdullah. Conto su di te, figliolo, mentre tua sorella e io siamo via. Anche tua madre fa affidamento su di te. Una storia sola, dunque. Ascoltate, voi due, ascoltate bene e non interrompete».
    Se nel primo romanzo di Hosseini è la paternità al centro della storia, nel secondo è Miriam la figura protagonista della storia, in quest’ultimo, a distanza di sette anni, il romanzo è incentrato sulla famiglia, sui suoi legami, sulla sua forza.
    I due protagonisti sono i due fratelli Abdullah di dieci anni, e Pari, di soli tre. Loro sono orfani di madre, e vengono accuditi da un padre poverissimo e da una matrigna sempre triste, il legame tra i due sarà tanto forte, quasi a risultare agl’occhi del lettore più di un semplice rapporto fratello/sorella.
    Pari viene affidata a Parwana, una giovane poetessa, con l’animo privo di paura, che fuma in pubblico ed ha idee progressiste, ma tutta questa libertà presto sarà spazzata via e le due donne dovranno trasferirsi in Europa.
    Dagli anni Cinquanta ad oggi, Khaled dipinge e aggiunge alla storia Afgana nuovi particolari, storie, piccoli dettagli che divengono preziosi, la storia è costruita su diversi salti temporali che non sempre rendono agevole la lettura.
    Storia di padri, madri, fratelli, cognate, ma storie anche di ritorno in patria come Idris e Timur che ora vivono in California, e a distanza di vent’anni decidono di ritornare a Kabul per rivedere la loro terra, le loro origini, il cambiamento, quel segno del tempo che muta il paesaggio, con la speranza di rivedere quegli aquiloni ad alta quota in cielo.
    Idris è diventato medico, Timur un immobiliarista; vedono la vita in maniera diversa, sono lì per cercare cose diverse, ma questo non è segno di disgregazione e distacco, la famiglia è un nodo, un nodo inestricabile, le differenze possono solo rafforzare il bene comune che dovrebbe caratterizzarla.
    In quest’ultimo libro Hosseini utilizza la famiglia per spiegare come funziona la vita, i rapporti, le coincidenze, la distanza e la vicinanza che non devono essere segni di resa. Volersi bene è un atto di coraggio, peccato che troppo spesso in giro ci troviamo accanto persone prive di personalità, di sussulto alla vita, di quell’eco che dovrebbe risuonare in ogni parte del mondo: il legame è amore puro.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Scusi, vado bene per la Senese?”: una semplice domanda si insinua all’improvviso nelle sommesse meditazioni solipsistiche di Cristiano, urologo senese alla soglia dei quarant’anni, in fuga da una vita incasellata tra doveri, sensi di colpa e aspettative altrui.
    A chiamarlo a gran voce, dai margini della vita e di una sera toscana, è la più improbabile delle donne che il giovane avrebbe potuto incontrare sulla sua strada, già messa a dura prova da figure femminili ben poco stimolanti.
    Emma è una persona dall’aspetto bizzarro e dai discorsi talvolta confusi, tali da innescare una prima reazione di malcelato fastidio. Ma una volta lontano, al sicuro dal confronto, Cristiano ripenserà a quella strana congerie di spontaneità, affetto disinteressato e gesti avventati, e si renderà conto quanto, in realtà, le parole della donna lasciassero trasparire intelligenza, umanità e sensibilità non comuni, di gran lunga superiori rispetto a tante altre persone definite “normali”.
    Cristiano conosce Emma all’inizio di un’estate difficile, costellata di riti, incontri, abbandoni che solo l'amata filosofia gli consente di affrontare con un sano distacco; l’evento si rivelerà un elemento determinante per consentirgli di dare una svolta alla propria esistenza e diventare, finalmente, un adulto consapevole e appagato dalla vita.
    Nel bel romanzo di Stefano Colli, dove trovano spazio riflessioni profonde sulla società, la natura degli uomini, la capacità dell’uomo di agire sul proprio destino, i personaggi ruotano come nuvole rapide intorno al protagonista, deciso a conquistarsi una vera indipendenza a costo della placida quiete riservata a chi si accontenta di camminare sulla strada segnata.
    Sullo sfondo della vicenda si stagliano meravigliosi scorci di paesaggi toscani che l’autore dipinge con stile sapiente: Siena, con le suggestive atmosfere contradaiole, Grosseto, antica città a misura d’uomo, e Castiglione della Pescaia, il buen retiro sul mare, luoghi cari, ben noti a Cristiano, che però, dopo l’estate di Emma, assumeranno tutto un altro sapore.

    [... continua]

  • L’ombra del bastone è un romanzo genuino. Ho pensato molto alla definizione da consegnare a questo libro. E alla fine del pensiero ho creduto che fosse giusto definirlo proprio così. La forma di scrittura è genuina. I personaggi che animano le vicende sono genuini.

    Il protagonista di questa particolare storia è Severino Corona detto “Zino”. Zino è un uomo sulla quarantina che lavora ai campi, alla mungitura delle vacche e alla creazione dei prodotti tipici che vengono fuori dall’operazione. La vicenda si svolge interamente tra le montagne di Erto, paese d’origine della famiglia dello scrittore Mauro Corona. Come detto, il romanzo è genuino. Ma la genuinità che riflette sull’intera opera ci viene consegnata dalla personalità dei protagonisti descritti. Zino è un paesano, uno di quegli individui che avrebbero tante storie da raccontare dettate dalla dinamicità della vita del primo ‘900. Il protagonista “gemello” di Zino è Benvenuto Martinelli detto “Raggio”. I due vivranno intensi momenti di amicizia derivata dal lavoro comune che svolgono. Eppure, la loro amicizia verrà presto messa in discussione da una donna. Già, una donna… Sarà proprio il lato sessuale opposto ai due a diffondere un vasto odio che presto si convertirà in morte. La donna che contribuirà al dissesto psicologico di Zino è la moglie di Raggio. Una donna amante, traditrice perché desiderosa di sesso. Ed è il sesso, infatti, uno degli elementi che compare con maggiore causa tra le pagine del libro. Un sesso che mai si allontanerà dalla mente pratica di Zino e che sarà uno dei motivi della disfatta sociale.

    Consumati una lunga serie di rapporti tenuti segreti all’ormai ex amico Raggio, la donna decide di liberarsi dell’ingombrante figura del marito per offrire liberamente a Zino il suo corpo. L’uomo inizialmente rifiuta la malsana idea della donna e riesce ad evitare i tentativi di omicidio. Ma spinto dalla convinzione sessuale che ormai l’aveva plagiato, decide di somministrare all’amico Raggio una potente pozione che avrebbe cambiato il suo sguardo verso il mondo. È a questo punto che cambierà la vita di tutti i protagonisti destinati ormai a sopravvivere.

    Mauro Corona ha pubblicato questo romanzo nel 2005 dopo aver ricevuto in dono da uno sconosciuto un vecchio quaderno contenente il manoscritto. Esclusi rari casi in cui l’autore interviene per tradurre in lingua italiana alcune parole dialettiche e incomprensibili, il libro riporta fedelmente la tragica vita di Severino Corona.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Una confessione, lunga, che è anche uno sfogo. Parole che non dovrebbero esser dette, sarebbe da rispettare il silenzio, ma uno come Mauro Corona non puo' star zitto. Allora svuota il sacco, spesso utilizzando frasi e aforismi di altri famosi filosofi, mette in chiaro quello che dal suo punto di vista dovrebbe cominciare a fare l'essere umano per salvarsi o per lo meno vivere meglio. Accettare la fragilità, coltivarla non disprezzarla o deriderla, non tenersi dentro inutili rancori, riparare rapporti con gli amici anche se si hanno avuto delle discussioni e delusioni. Evitare di vivere per seguire gli oggetti di lusso, inutili e che rimbambiscono, anzi come fa uno scultore, lui stesso, bisogna togliere il superfluo, solo così si vive senza paura di perderle le cose. Tornare ad utilizzare le mani e creare, per conoscere la terra, il proprio territorio e le proprie capacità. Lui invita a farlo, cominciando dalle scuole, far innamorare i più giovani della natura e non degli eccessi. Si sfoga anche sul Vajont, che è abbandonato dalle istituzioni, dimenticato e lasciato morire. Vorrebbe che i luoghi colpiti dalla catastrofe tornassero riabitati, magari creando un'area universitaria. Invece vede che c'è disinteresse, solo perché nessuno avrebbe facili tornaconti, costerebbe fatica. Inoltre si libera e confida anche propri sentimenti verso i suoi genitori, della sua infanzia non facile, delle sue delusioni e del rapporto con i suoi figli. Non risparmia nemmeno coloro che per altri decidono quello che è giusto o sbagliato, buono o cattivo, solo perchè pagati per farlo.
    Ci sono aneddoti e molto ancora scritti da Corona in queste sue confessioni e ve le lascio scoprire da soli. Infine è incluso un dvd con Corona che ci accompagna ad Erto "paese di crolli e di dolore" giusto cinquant'anni dopo la tragedia del Vajont.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

    • Specchi
    • 08 luglio 2013 alle ore 18:30

    Lo specchio come testimone della nostra interiorità
    Il viaggio introspettivo condotto da Elèna Italiano è un pregevole lavoro editoriale.
    Trattasi di una raccolta di racconti in cui si carpisce una prosa onesta e curata; le sue storie, pur essendo completamente diverse tra loro, evidenziano un comune denominatore: lo specchio. Esso metaforicamente parlando, rappresenta il bisogno di raccontarsi che ogni donna avverte in una società “liquida” in cui nessuno più trova il tempo per “riflettere” sulle proprie azioni. Il linguaggio semplice e immediato dell’autrice , inoltre, rende i personaggi ancora più tangibili disegnandoli nella nostra mente in un modo così accurato da darci quasi l’impressione che essi appartengano alla nostra vita reale.
    Lo specchio, pronto a riflettere la verità spietata di chi gli si pone di fronte è testimone di vicende cariche di emozioni, come uno sbarco di clandestini, una vita intrisa di insuperabili rimorsi e di tante altre vicende che il lettore non potrà far a meno di trovare familiarità con proprio sé.
    Lo specchio però è anche qualcosa di astratto, di impersonale. Noi che spesso ci lasciamo guidare da altri, abbiamo forse bisogno di “un’entità” esterna per riconoscere chi siamo e cosa vogliamo? Chissà, forse dopo aver letto questo libro la risposta potrebbe anche giungerci spontanea.

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    recensione di Enza Iozzia

  • “Ultime notizie dalla famiglia” è un romanzo del ciclo di Malaussène, esilarante protagonista nato dalla penna di Daniel Pennac, che raccoglie due produzioni letterarie dello scrittore francese, pubblicate rispettivamente nel 1995 e nel 1996. In questo libriccino di 132 pagine si stendono ironicamente le storie della famiglia di Malaussène divise in due atti. Nel primo Pennac affronta la sorte attraverso un monologo teatrale sulla paternità intitolato “Signor Malaussène a teatro”. Nei cinque capitoli (Annunciazione – Presentazione – Desolazione – Risurrezione – Apparizione) Malaussène si rivolge al proprio figlio raccontandogli le strane circostanze della sua nascita avvenuta in seguito a un aborto. Già, lo strano episodio si rispecchia nella condizione, altrettanto strana, della venuta al mondo in seguito alla scomparsa del feto. Eppure il bambino vedrà la luce grazie a Gervaise che si prenderà cura di lui già a partire dal momento in cui si avvia la formazione nella pancia della donna. I momenti che ne fanno il monologo vengono descritti rapidamente attraverso dialoghi incisivi e una precisa descrizione degli spostamenti, proprio come si farebbe nella preparazione di una sceneggiatura teatrale.

    Nella seconda parte del libro, intitolata “Cristianos y moros” (Cristiani e mori) e relativa al racconto breve, il protagonista della vicenda è Il Piccolo, ossia un bambino nato in circostanze casuali che fin dalle prime battute dattiloscritte inizia uno sciopero della fame perché ha voglia di conoscere il padre. Il problema che viene messo da Pennac sotto la lente di ingrandimento descrittiva è il totale ignorare, da parte della famiglia adottiva de Il Piccolo, chi sia il padre. Comincia così un lungo pellegrinaggio confusionario alla ricerca del padre naturale che, si scoprirà alla fine del libro, sarà un personaggio inaspettato e ben noto allo scrittore stesso. Un pellegrinaggio fatto di incontri confusi, dialoghi ripetuti e lingue sconosciute. Un pellegrinaggio che lascia il lettore incollato alle pagine del libro fino a raggiungere l’inaspettata conclusione. Quella raccontata in questa parte del libriccino può essere paragonata ad una delle storie del nostro tempo, dove bambini nascono in seguito a concepimenti casuali per essere poi adottati da chissà chi. E la reazione de Il Piccolo (non a caso poi apostrofato ‘piccolino’) è il simbolo di un sentimento comune che appartiene alla voglia dell’essere piuttosto che apparire.

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    recensione di Daniele Campanari

    • Joyland
    • 08 luglio 2013 alle ore 8:24

    Non è un'estate completa, se non si legge almeno un libro di Stephen King. Oltre a questo non è completamente estate senza almeno una visita a un luna park. Se poi come i protagonisti del romanzo ci dovete lavorare per tutta l'afosa estate, il cerchio si chiude. Devin Jones è uno studente universitario, col cuore a pezzi. Cerca di sbarcare il lunario, con i suoi due amici nel parco divertimenti di Heaven's Bay. Deve sottostare al suo burbero capo, imparare la "parlata" ovvero il gergo segreto dei giostrai, apprendere a manovrare le giostre e ad imbonire il pubblico. Dove si puo' trovare maggior divertimento, tra un tiro a segno, una ruota panoramica, e un buon hot dog, si nasconde un terribile segreto. Il fantasma di una ragazza uccisa anni prima, infesterebbe una giostra del parco. Inoltre una finta zingara predice al ragazzo un futuro oscuro e pericoloso. Dev o Jonesy, come lo chiamano i "figli del carrozzone", deve lasciarsi alle spalle la ex fidanzata, maturare come uomo e risolvere il caso dell'omicidio, reso ancora più difficile per il rapporto che si crea con Mike, un ragazzo affetto da distrofia muscolare e la distaccata madre, vicini di casa del suo luogo di lavoro. Nel romanzo, King cita spesso titoli di canzoni, avvenimenti storici di contorno, lo stile inconfondibile, vi farà girare una pagina dopo l'altra. Consigliato per quelle giornate estive da quaranta gradi all'ombra solo per farvi capire cosa può provare Dev con la "pelliccia" addosso.

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • Henry Chinaski, Hank o semplicemente Charles Bukowski lo scrittore. Il “Vecchio sporcaccione” nato nel 1920 ad Andernach in Germania ed emigrato negli Stati Uniti per tutta una vita, in “L’amore è un cane che viene dall’inferno” racconta ancora una volta gli abitanti dell’America attenta con toni poetici – narrativi, simboli lineari dello scrittore. Il titolo è già ironico di per sé, come tutta l’enciclopedia letteraria di Bukowski. Ubriaconi, falliti, giocatori d’azzardo e perdenti di ogni livello sono i protagonisti. E non manca, pure, il solito Chinaski che predica consigli agli scrittori per puntare a fare sempre meglio:

    ti devi fottere un gran numero di donne / belle donne / e scrivere qualche decente poesia d’amore / e non preoccuparti per gli anni / e/o per i nuovi talenti / bevi solo più birra

    Cinico, categorico, diretto senza mezze misure, questo è Charles Bukowski. Uno che pare andare di moda tra i giovani del ventunesimo secolo più per il personaggio che è stato che per quello che ha scritto. Bukowski l’ironico, Bukowski il vagabondo, Bukowski l’emarginato che narra poeticamente la sua vita. E lo fa lasciando i versi incollati alle pagine senza che questi possano avere facoltà di allontanamento. Le parole restano lì, immobili. Eppure fanno male, colpiscono con forza come farebbe un pugile per mettere l’avversario al tappeto. Gli avversari, in questo caso, siamo noi lettori che ci interroghiamo spesso – troppo spesso – sul senso linguistico della parola poetica. E il confine, in questo senso, è quello della narrazione “punita” con degli accapo. Ma non è tutto, perché Bukowski riesce ad immedesimarsi perfettamente in quel clandestino che è senza regalare sentimenti al primo passante sotto l’arco. Poesie lunghe tre, quattro o cinque pagine che potrebbero essere la base per un racconto, come nella poesia “Me” incollata a pagina 29:

    le donne non sanno come amare / mi disse / tu sai come amare / ma le donne vogliono solo / attaccarsi come sanguisughe / lo so perché sono / una donna

    “L’amore è un cane che viene dall’inferno” è, ancora una volta, una raccolta di poesie che restituisce al lettore la genialità di Bukowski. Una genialità che va compresa, studiata, tradotta. Una genialità che è pura osservazione umana, materia dell’individuo di ogni tempo.

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    recensione di Daniele Campanari

  • “Due Punti” è l’ultima raccolta di versi del poeta con nome di donna Wislawa Szymborska. Apparsa in Polonia il 30 novembre 2005, in pochissimo tempo ha venduto nei luoghi natali oltre 40.000 copie. Un risultato eccezionale per un’arte, quella poetica, fatta di amanti del genere. Chiedersi il motivo di tale numero di vendite è lecito. Ed è altrettanto lecito pensare che la notorietà della Szymborska, arrivata grazie al Premio Nobel per la Letteratura del 1996, possa aver contribuito al successo. Eppure non è questa, in definitiva, la soluzione all’interrogativo. Piuttosto, la meraviglia dei versi di questa poetessa compare leggendo le sue poesie. “Due punti” ne è l’esempio grazie alla singolarità del poetare che sta nell’invenzione linguistica, nella leggerezza e nell’ironia, tutto raccolto da immagini riflessive che pare vogliano parlare direttamente al lettore.

    Immagina un po’ cosa ho sognato / All’apparenza tutto è proprio come da noi / La terra sotto i piedi, acqua, fuoco, aria, / verticale, orizzontale, triangolo, cerchio, / lato sinistro e destro […] Ammetti che nulla di peggio / può capitare al poeta / E poi nulla di meglio / che svegliarsi in fretta.

    La Szymborska sogna, sogna di essere su un altro pianeta che non è la Terra. Sa che non si tratta del nostro pianeta perché “quel linguaggio non è di questa Terra”. Il poeta fa un orribile sogno e nulla può capitare di peggio. Il sogno è l’elemento poetico di questi versi contenuti alle pagine 36 e 37, esattamente un attimo primo di “Labirinto”, una delle poesie più belle di questa raccolta.

    e ora qualche passo / da parete a parete, / su per questi gradini / o giù per quelli […] e il labirinto / altro non è / se non la tua, finché è possibile, / la tua, finché è tua, / fuga, fuga –

    “Due punti” è l’undicesima raccolta pubblicata della poetessa polacca che in oltre cinquant’anni ha pubblicato poco più di trecento poesie. “Due punti” accoglie e racconta diciassette momenti diversi ma vivi; è la risposta a quei punti interrogativi che vengono messi, “per una ragione importante o futile”, nero su bianco.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Veglia
    Cima Quattro il 23 dicembre 1915

    Un’intera nottata /buttata vicino /a un compagno /massacrato /con la sua bocca /digrignata /volta al plenilunio /con la congestione /delle sue mani /penetrata /nel mio silenzio /ho scritto /lettere piene d’amore /Non sono mai stato /tanto /attaccato alla vita

    Poeta della guerra, della scena vissuta in trincea ad aspettare la notte che passi per poi affrontare il nemico ad armi cariche. Poeta dai versi toccanti, incisivi, d’amore. È questo Giuseppe Ungaretti, uno che non ha fatto a meno di interpretare la parola compiendo uno sforzo tramutato in poesia. In “L’allegria” il poeta-soldato nato ad Alessandria d’Egitto nel 1888 e morto a Milano nel 1970 raccoglie immagini nate dalle esperienze di guerra. Immagini forti e che raccontano la battaglia vista da dentro, come in “Veglia” dove Ungaretti si trova a descrivere una delle tante notti passate in trincea al fianco dei compagni caduti. Nonostante la drammaticità del momento, il poeta trova nella morte e nel silenzio la parola giusta per scrivere “lettere piene d’amore”. E poi, è chiaro l’abbandono della vita che porta la morte. Ed è proprio per questo che Ungaretti trova in quel sottile filo immaginario venuto dal plenilunio la voglia di restare attaccato alla vita.

    La raccolta "L'allegria" raccoglie in un crogiuolo di sentimenti ed emozioni anche le famose poesie “Soldati” e “San Martino del Carso”, autentici capolavori ungarettiani:

    Soldati
    Bosco di Courton luglio 1918

    Si sta  come /d’autunno sugli alberi /le foglie
    La poetica di Ungaretti è entusiasmante anche per la sua brevità. I versi sono spesso conditi da un accapo a ritmo continuo tanto che la parola, a volte, viene lasciata sola a vivere di vita propria come se volesse raccontarci altro, più di quanto già dice la poesia stessa. Conoscere Ungaretti per chi fa poesia è come imparare ad attaccare la bocca al seno materno. Ed è per questo che la poesia ungarettiana ha il bisogno di essere scoperta, condivisa e pure riscritta in qualsiasi spazio disponibile, proprio come faceva il poeta con i pacchetti di sigarette vuoti e i pezzetti di carta che davano copertura ai proiettili per le armi.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Il rapporto di Robert Lombardi, dopo la morte di sua moglie Helen, con suo figlio Pete si sta allentando.
    Il primo è assorbito dal suo lavoro all'università, mentre il secondo per gioco sfida i sistemi di sicurezza informatici. L'unica cosa che possa tentare di riaccendere i contatti è un viaggio insieme a Parigi durante le vacanze estive.
    I preparativi sono ultimati e Pete sta cercando di entrare nell'ennesimo sito per vincere una scommessa prima di partire; riesce con facilità a scaricare parte del contenuto del server attaccato e a copiarlo nei due computer di casa, come prova della sua riuscita.
    Nonostante abbia seguito ogni procedura per far perdere le sue tracce, ha inconsapevolmente scaricato un worm, che si attiva per pochi minuti a sua insaputa e lo fa scoprire. Non è un programma nocivo qualunque, ha un suo specifico obiettivo ed è stato creato appositamente da un gruppo neonazista, Feuer Jugend, facciata di un gruppo terroristico ben più pericoloso e dislocato in più parti del mondo, in insospettabili piani di potere. La macchina terroristica si avvia per cercare di recuperare i dati e interrogare i "ladri", sono sul punto di sequestrare i Lombardi in un ristorante parigino, quando all'ultimo, da anni di oblio, si riattiva l'addestramento di Sara Kohn, ex membro dell'intelligence del Mossad, che riesce a salvarli.
    Ma averli salvati una volta non fa altro che ingigantire i pericoli che dovranno superare e che l'ex agente credeva di essersi lasciata alle spalle.
    Questo è solo l'inizio del thriller che vedrà minacciare le sorti di Israele in un sussueguirsi di colpi di scena.
    Riuscirà Sara Kohn a sventare il piano criminale e soprattutto di chi potrà fidarsi per riuscirci?
    Stefano Lanciotti riesce a tenerti in allerta, sudare freddo, ti fa entrare nei pensieri del personaggio nei loro dubbi e incertezze, tutto può succedere nel giro di poche pagine. Un thriller ben costruito, consigliato.

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • Sotto il nome di “Piccoli Idilli” passa una serie di splendide liriche leopardiane pubblicate tra il dicembre 1825 e il gennaio 1826 nel “Nuovo raccoglitore” e sono: L’Infinito, La sera del dì di festa, Alla Luna, Il sogno, La vita solitaria. Opere in endecasillabi sciolti che lo stesso poeta definisce ”idilli”, come rappresentazione sublime della sua anima. Leopardi, poeta dello sperimentalismo ottocentesco, rivisita idillio tradizionale alla Teocrito, delle” Talisie”, ad esempio, in cui la poesia è una rappresentazione agreste e bucolica in cui i pastori ingaggiano gare poetiche nella contemplazione della Natura, e il suo idillio diventa rappresentazione interiore del suo animo che romanticamente si rispecchia nella Natura.
    La sua poesia diventa quindi intimistica e venata di nostalgica sautade in una contrapposizione netta tra la poesia degli antichi, d’immaginazione, e la poesia dei moderni, di sentimento, in cui sentimento va inteso come derivato di “sentio” latino svelando l’impostazione sensistica del Poeta di Recanati.
    Questo sentire è profondamente contaminato dalla ragione, con cui il Poeta instaura un rapporto conflittuale, perché, mentre essa ci libera illuministicamente delle false credenze  e della religio, ci sottrae anche la capacità di immaginare infinitamente, come tipico degli antichi, specie Omero e Pindaro.
    Nell’”Infinito”, in cui siamo ancora a livello di “pessimismo storico” davanti una Natura- Madre il Poeta tenta di recuperare il gusto dell’immaginazione spingendosi nell’infinito spazio-temporale, ma il vento lo richiama alla realtà e lo riconfina nel finito, in cui l’uomo è costretto per motivazioni strutturali dell’esistenza. Pur tuttavia è bello “naufragar in questo mar” dell’infinita immaginazione. Finito-infinito rappresentano un binomio oppositivo del suo pensiero e sono la causa principe del suo pessimismo che diverrà gradualmente cosmico, come espresso dalla teoria sul piacere. Secondo questa l’uomo è destinato al dolore perché infinito è il desiderio del bello, ma finito è il corpo, per cui l’uomo vive in perenne frustrazione tra un pensiero che vorrebbe illimitatamente espandersi e un corpo fisico che lo circoscrive.
    Così come avviene anche attraverso il rimembrare nell’Idillio ”Alla Luna”, in cui dolce è il rimembrare durante la contemplazione della luna, perché il ricordo lenisce i dolori e il ricordo di qualcosa che è passato porta ristoro all’anima che va in espansione anche se illusoriamente; il Poeta, foscolianamente, sa di illudersi, consapevole della finitezza umana e ciononostante si illude, dilatando, anche se temporaneamente, i suoi orizzonti, dimostrando così tutto il suo vitalismo e la voglia di Esserci, nonostante la malinconia e la noia, tratti salienti della sua indole. La noia è quella sensazione che egli ben descrisse al Giordani con le celebri parole: “… e me vedrai seduto con le mani sulle ginocchia senza né ridere né piangere” e quello stato d’animo nel quale si cade dopo l’illusione, all’”apparir del vero”.
    Così, mentre “La sera del dì di festa” i preparativi fervono e l’animo si riempie di aspettative, a festa finita cala il sipario della malinconia perché tutto è passato e dell“uom traccia non resta in una visione rovinistica” che lascia dietro di sé il Nulla, perché il “reo tempo” foscoliano tutto distrugge.
    L’analisi leopardiana è lucida e serrata e non vi è Dio che tenga, perché non c’è consolazione religiosa per un ateo sensista.

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    recensione di Giovanna Albi

  • Il gabbiano Jonathan LIvingston, un testo dell’americano Richard Bach,best-seller negli anni ’70, è un romanzo breve, semplice e complesso al tempo stesso, perché ha un alto valore simbolico e metaforico in uno stile agile e facilmente fruibile. Tradotto in tutte le lingue è  consigliato per qualunque età, ma molto diffuso nelle scuole per il messaggio educativo e di formazione che porta in sé.
    Il gabbiano Jonathan infatti non è un gabbiano come tutti gli altri, non vola per procurarsi cibo, cosa di cui non si cura, fino a divenire magro scheletrico; lo interessa il volo in sé, un volo che assurge a valore magico di perfezione interiore, un volo non dissimile da quello dell’aquila dei nativi di America, che diventa strumento di iniziazione alla vita. Un volo che consenta una veduta aerea della propria vita e del mondo che ci circonda. Jonathan è particolarmente esigente e vuole portare a perfezione il suo volo , allenandosi con pervicacia, come pervicace è la ricerca di chi vuole conoscere se stesso e l’infinito Essere dell’uomo.
    Come un Socrate tafano d’Atene, alla ricerca del dàimon che lo abita, viene condannato dallo stormo all’isolamento perché non organico ai comportamenti del gruppo; questo  diventa la metafora ovvia di una società convenzionale che espelle chi si discosta dalla leggi condivise e dalle consuetudini che si ergono a giudice dei comportamenti. Rigettato e vilipeso dal gruppo, perché non  un umile gregario, ma  figura di eccezione, come una sorta di Siddharta alla ricerca del Sé superiore, non demorde dal suo progetto e continua ad allenarsi fino ad incontrare, dopo la sua morte, altri gabbiani più perfetti di lui che lo guidano lungo un processo di rinascita nel “Paradiso dei gabbiani”; qui un gabbiano guru, come un Botthisava d’Oriente, gli insegna che il volo perfetto  in sé non è sufficiente per portare a realizzazione la sua più profonda natura connessa con la conoscenza, ma bisogna integrare l’elemento Amore per superare il qui e ora e le barriere del tempo tiranno. Allora Jonathan si libra perfetto in volo, in splendente e candido piumaggio, e supera le barriere del tempo e dello spazio e non avverte più la zavorra del corpo, diventando pura anima. Alla morte del guru viene nominato successore, Maestro dei gabbiani del “Paradiso” e insegna agli altri il volo perfetto; esprime però il desiderio di tornare nel suo stormo originario e la sua richiesta viene soddisfatta; qui cerca di elevare i suoi simili, ancora impelagati nei bassi istinti dei bisogni, e trova gabbiani disponibili ad apprendere, finché uno in particolare non diventa un suo discepolo. Dopo la morte, anche questo viene assunto nel “Paradiso dei gabbiani” e decide di tornare nello stormo a fare da “Botthisava”, come simbolicamente si potrebbe interpretare. Jonathan ne è contento e scompare in volo.
    Il testo si presta a più piani di lettura e molti movimenti ne hanno reclamato l’appartenenza: Cristianesimo mistico, Buddhismo, New Age...
    Si sono sentiti rispecchiati nel volo del gabbiano, simbolo del raggiungimento della perfezione interiore, condotta con abnegazione e liberazione dai bassi istinti.

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    recensione di Giovanna Albi

  • Ho sempre pensato che la poesia sia musica e viceversa. Alessandro Moschini dimostra a pieno titolo la teoria messa in pratica.
    Il dono della scrittura è proprio di chi sa sensibilmente creare melodia parlando con l’intima parte di noi stessi; creando dialogo tra suono e parole. Alessandro “bassista-poeta”, riesce in questa impresa, legando nota dopo nota, fino a mettere su carta tracce, fatte di desideri, emozioni intime, senza mai cadere nel volgare anche dove la sensualità, diventa protagonista di giorni e complici rumorosi baci, di fuori misura, respiri, mani, origami d’amore, corde tese su ferro battuto, sulla schiena in estasi d’erotiche cuspidi.
    La ricchezza del Poeta Moschini, trova spazio nel pentagramma scelto in chiave di basso, diventando lingua universale e componendo versi anche in lingua inglese (altra coraggiosa avventura).

    “Siamo tempo/ ibernati nel fuoco/ labbra che si sfiorano/ a cercarsi e nascondersi/ come misteriose conchiglie”.

    Mare, passione viva, canto, dolore, “intonazioni mute”, schiuse in boccioli diventando rose rampicanti sul petto e colori, sulle pareti della vita.
    La sensibilità e consapevole coscienza è il peso/forza di questo Maestro d’Arte, che “travolto dall’ingordo cielo notturno e dall’urlo pungente del cielo”, trasporta e condivide il suo carico d’amore.
    La musica diventa cura e rende i silenzi più sopportabili, e Alessandro Moschini è protagonista attento di “bisbigli nei sorrisi che non vedi ma ci sono mentre t’ascolto”.
    Paziente disegna movimenti e cambiamenti con l’inchiostro della sua penna, raccontando brividi, sospiri, bagliori d’estasi e d’intesa. “Insonnie e follie”, dietro a vetri frantumanti e remote esplosioni. Organigrammi privi di maschere, stampati nella mente e nel cuore, fatti di sguardi e nudità. Di voci attaccate alle pareti o passanti attraverso l’anima bucata.

    La poesia è Amore che soffia sul fango, ripulendo, con la purezza di un bacio sulla fronte e liberando gli occhi dal nero e dalle catene, spazzando via le foglie morte.
    Amore che si lega al sesso, diventando gioco: “giro le dita/ intorno alle tue perle/ mentalmente conto/ i peccati che farò/ tra le pieghe del tuo corpo”, “bevi con me la notte versata dalle stelle dei tuoi seni/ portata alla tua bocca dalla mia. Siamo complici in questo colpo,/ ladri d’attimi”.

    Storie vissute e descritte audacemente in pentagrammi sempre nuovi e unici. In simbiosi composte di palpiti di sole e docili effusioni con la bocca a ricamare sul foglio scampoli d’amore.
    Spazi e righi, musicalità che alterna levigando, narcotizzando i dubbi, “fade in …fade out”, dove si sensi sono padroni nel buio, e in segreto l’anima pulsa. La stessa vertigine è vergine, essendo come la prima volta, ogni esperienza vissuta al pieno.

    Alessandro è concreto e come un cuoco (manipolatore di cibi), dirige la parola:
    “Tu che sei Archermes/ venuta a intridere il pandispagna dei miei occhi/ e maliziosa sorridi e ricambi/ il mio golosastro pensiero”.
    La poesia di Moschini diventa valigia carica di emozioni trasportate e fa delle donne descritte, la Musa regina di ogni  pensiero: “sai di piovra e conchiglia, squalo e sirena/anaconda e delfino/ mentre un raggio di sole/ attraverso la serranda/ trafigge il tuo seno/ lasciandoti cadere/ abbandonata e madida di passione/ sopra di me”.

    [... continua]

  • Quanti misteri in questo libro. Alcuni bizzarri ed altri irrisolti. Comune denominatore di tutti Jed, un ispettore un po' strano e a tratti anche molto misterioso, forse perché sotto sotto non è un ispettore, ma un semplice pubblicitario in cerca di sua sorella scomparsa. Con l'aiuto di una bussola, Jed viaggia nel tempo e si imbatte in tanti personaggi bizzarri quanto i casi che si trova a dover risolvere: una vecchietta minacciata di morte, una vedova triste, il proprietario di un hotel infestato da mostri, un pittore pazzo; insomma una combriccola strana veramente. Jed, però, oltre alla bussola ha dalla sua una gran furbizia. Quando vede che le cose si mettono male non prova a fare l'eroe, ma se la da a gambe. Forse qualche caso potrà anche rimanere irrisolto, ma alla fine la sua missione è quella di riportare la sua sorellina a casa. Non ci resta che accompagnarlo nelle sue avventure per vedere se alla fine riuscirà a scoprire la verità. Preparate la pipa, la lente e... buona lettura!

    [... continua]
    recensione di Katia Guido