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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • Il protagonista, già da come si evince dal titolo, è l’amore passato, appunto l’amore quando c’era. In questo libro ci troviamo di fronte a due persone che a distanza di molti anni, dopo essersi amati, e poi lasciati, si ritrovano grazie ad uno scambio di mail e si accorgono in realtà di amarsi più di prima. Nel libro emergono diversi interrogativi: Perché non poter tornare indietro? Perché è finità? Perché solo con le distanze ci si accorge dell’importanza reale di una persona?
    “L’amore quando c’era” narra della storia di Tommaso e Amanda, di un tema che dà il via a una serie di riflessioni: "Perché la vita ha un senso o perché non ce l'ha, secondo te?", insomma un libro che ci mette davanti una dura realtà - più che mai moderna -, cioè, quella dell’incomunicabilità; in un’era in cui crediamo di aver capito tutto della comunicazione.

    “Ti eri accorto che sì, certo: l’amore è meglio quando c’è. Ma che poi, quando c’è, quando si ostina a voler durare, tira fuori il peggio di noi.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Sono destinato ad essere grande. Sono destinato a calpestare le loro piccole menti coi miei stivali e a frantumare i loro teschi come gusci d’uovo."

    Ci troviamo a Roma, nella città eterna, la storia gira intorno a un'antica profezia che dice che al 112° Papa il mondo sarà destinato alla rovina.
    Dietro questa storia ci sono numerosi personaggi, su tutti spicca la suora Elisabetta, vittima più volte di agguati alla sua persona, e anche la sua famiglia, Micaela sua sorella medico, Zazo suo fratello guardia vaticana, il padre Carlo matematico, e sua madre ormai scomparsa per colpa di creature che nel romanzo verranno scoperte.
    Ma protagonisti del romanzo sono anche Aniceto, sicario di fiducia di Nerone, Balbillo astrologo imperiale, Poppea moglie di Nerone, Vibio braccio destro dell’imperatore e Nerone stesso, che epurerà i suoi mali dell’anima con la condanna incognita.
    Protagonista è anche il Benet College a Canterbury, Christopher Marlowe studente universitario nonché chiave di tutto il romanzo, John Dee astrologo della regina, Maria Stuart regina di Scozia. Protagonista è anche il teatro, le rappresentazioni, gli amori che fanno battere il cuore oltre che attivare menti moleste.

    Una storia che gira intorno alla profezia di Malachia, tra Roma, Gran Bretagnia, Slovenia e Francia. Tra biblioteche, fughe, rincorse, studi su ritrovamenti archeologici che poi saranno occultati, storia che porta in luce un pericolo di cui la Chiesa da anni conosce, quelle creature oscure, con una sensibilità poco spiccata, quasi senz’anima che aspirano al potere, ad espandere il loro verbo.
    Una trama che concilia mistero, antichi segreti e risvolti poco conosciuti.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questo ritratto delle eterogeneità e delle fragilità umane è incantevole e grazioso. "Viviamo tutti all'oscuro di qualcosa che ci riguarda", chiosa Chiara Gamberale nel suo romanzo del 2011 "Le luci nelle case degli altri". La protagonista, Mandorla, è un’adolescente che improvvisa poesie senza rime ogni volta che vorrebbe dissociarsi da determinati momenti che vive: è sballottata da una vita che è stata fin troppo generosa con lei, perché le ha dato tanti possibili padri in cambio della madre di cui l'ha privata a 6 anni. Mandorla vive così attraverso le vite degli altri e diventa un puzzle di contraddizioni, di difetti e di colori, alla ricerca della sua vera identità. Spera di realizzare il suo Amore Impossibile, finendo ingarbugliata in un Amore Grande E Possibile. Viene guidata da una saggezza confusa e tenera, la stessa che gli adolescenti usano per cercare di illuminare il mondo e dividerlo in categorie, e attraverso questi suoi occhi dipinge le vite dei suoi condomini di via Grotta Perfetta. Una trama congegnata bene, che quando arriva al tanto sospirato finale dimostra che forse non è poi così importante come una storia si conclude, ma piuttosto cosa ti insegna.
    “Com’è che un amore finisce? Finisce quando non ce n’è più, quando ce n’è troppo, quando in realtà non c’è mai stato. Un amore finisce perché qualcosa si consuma: allora non bisogna usarlo, forse, l’amore. Ma finisce pure quando non si consuma niente e anzi: tutto rimane come il primo giorno. Così perfetto che pare finto. E allora forse almeno un po’ bisognerebbe usarlo, l’amore. E se poi finisce perché mentre lo usi ti cade per terra e si rompe? Anche quello può capitare. Così come che lo lanci in aria, per giocare, e quello però non ti torna più indietro: può capitare.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • "Entra nella mia vita", un titolo originale che ha tutto l'aspetto di un gioioso invito, che ogni persona vorrebbe udire almeno una volta. Un romanzo multisfaccettato e poliedrico, uno specchio della realtà, della quale l'autrice si fa carico, esplorando con semplicità e osservazioni uniche, sia l’universo umano che le sue emozioni più profonde. La trama dell'ultimo capolavoro di Clara Sanchez, è lineare e semplice: Veronica, la protagonista è alla ricerca costante e perpetua della sorella, smarrita improvvisamente durante la loro infanzia. La bimba era stata coinvolta suo malgrado, nei traffici illegali di bambini rapiti e poi venduti. L’autrice, ripercorre fatti  di cronaca realmente accaduti in Spagna negli anni ‘80 e ‘90. Molti neonati venivano dichiarati morti alla nascita, per essere venduti a famiglie ricche e sterili.
    Un grande scandalo in cui vennero coinvolti preti, suore, infermieri e dottori. Una vicenda che provocò dolore e sgomento.
    Nelle pagine del libro che si intrecciamo con un passato reale, Veronica scopre per caso  una foto di una bambina di due anni più grande di lei. Ha così inizio un nuovo viaggio personale e familiare, in cui la protagonista, attraverso silenzi e cure per la malattia della madre, giunge a scoprire la verità: Laura, la bimba della foto, è sua sorella ed è stata rapita quando era appena nata. Venduta ad un donna che poi l’ha cresciuta insieme alla madre. La narrazione diviene incalzante e impostata sul doppio punto di vista: l’alternanza dei capitoli, permette di carpire il punto di vista di Veronica e a quello di Laura. Due sorelle che non si conoscono, conducono vite diverse, ma sono unite da un legame di sangue e il dolore che entrambe dovranno affrontare quando il loro incontro sarà indispensabile ed inveitabile. Due donne che sono state manipolate, ingannate e ferite da uno strano e beffardo destine che le ha divise.  
    "Entra nella mia vita" è una storia che parla di storia, paura delle perdite e relativi cambiamenti, ma anche dell'unicità dell'amore familiare. Solo se appoggiati dai nostri affetti, siamo in grado di sognare e volare cone la protagonista, Veronica. Una donna forte, decisa con un grande desiderio: la verità!
    L'autrice riesce a dar voce a tutte le donne che hanno sofferto per la sottrazione dei loro figli, che li hanno creduti morti nonostante le gravidanze serene ed il realtivo parto. Un complotto tra istituzioni e losche figure che ha creato uno scandolo e molta sofferenza. Le pagine del libro testimoniano un passato che merita di essere ricordato, confidando che non si ripeta nel futuro.

    [... continua]
    recensione di Faby Fabiana

  • "Credi alla apparenze? Credi di essere al sicuro? Conosci veramente chi ti è vicino? La verità deve venire a galla"... può una gravidanza cambiare e stravolgere la vita di una donna, incerta sul matrimonio? Ha così inizio il nuovo libro di Clara Sanchez, che attraverso la protagonista, Sandra, dà voce a tutte le donne che vivono le sfide della vita, cercando la quiete necessaria per riflettere. La protagonosta, per sfuggire ai suoi conflitti interiori si reca in spiaggia, dove  viene colta da un leggero malore legato alla sua condizione. A soccorrerla saranno due anziani coniugi dall'accento straniero. La coppia si prenderà cura della sconosciuta, accudendola come se fossero i suoi veri nonni che lei non ha mai conosciuto. Ma la realtà non è sempre come appare. Rinchiusa nei suoi dilemmi, Sandra non si accorge di piccole sfumature che dovrebbero portarla a domandarsi chi sono veramente Karin e Fredrik, i due premurosi coniugi che diventano suoi amici. Inoltre la storia si complica ancor di più quando apare Julian, un anziano vedovo che afferma che la coppia di salvatori, in realtà sono spietati assassini nazisti.
    Il nuovo arrivato, naturalmente cerca di mettere in guardia la futura mamma dalle sue nuove amicizie. Sandra però stenta a credere alla parole di quell’uomo che nemmeno conosce, e che prova ad insinuarle il tarlo del dubbio su due persone così disponibili e carine verso di lei. Ma d'altra parte, se fosse vero? In fondo perchè Julian dovrebbe mentire? Mille domande accompagneranno i mesi del parto, due i punti di vista: Sandra e Julian. Personaggi divesri e forti: lei è una ragazza un pò ingenua, concentrata sul suo futuro;  lui è un anziano che ha vissuto i campi di sterminio nazisti, e che non vuole dimenticare.

    “Il profumo delle foglie di limone” è un romanzo fche affronta tematiche dolorose e attuali. L'autrice con il suo stile unico ed evocativo,  penetra nell’intimo del lettore, mostrando le debolezze della soggettività. Un libro che narra di storia contemporanea, dolore ma anche speranza verso il futuro. Una lettura coinvolgente e scorrevole che alterna eventi e personaggi realmente esistiti, con una finzione dolce e delicata che riflette frammenti di realtà.
    Il tutto è condito con ricordi, sentimento e suspance; una ricetta perfetta!

    [... continua]
    recensione di Faby Fabiana

  • Questo libro nasce durante un soggiorno trascorso in Francia dall’autore e la figlia  per manifestare contro il progetto di legge Debré sull’ingresso e sul soggiorno degli stranieri in Francia. Il libro è scritto in maniera molto chiara, si svolge con una sorta di dialogo/comunicazione, attraverso domande, curiosità, perplessità e spiegazioni: "La parola straniero ha la stessa radice di estraneo e di strano, che indica ciò che è “di fuori, esterno, diverso”. Designa colui che non è della famiglia, che non appartiene né al clan né alla tribù. E’qualcuno che viene da un altro paese, sia esso vicino o lontano, qualche volta da un’altra città o villaggio. Da ciò è nato il concetto di xenofobia, che significa ostilità verso gli stranieri, e ciò che viene dall’estero. Oggi però la parola strano designa qualcosa di straordinario, di molto diverso da quanto si ha l’abitudine di vedere, è sinonimo di strambo".
    Un libro consigliato ai bambini, ma che servirebbe anche a tanti adulti che devono educare e trasmettere sentimenti di accettazione del diverso perché, spesso, il razzismo trova origine nell'incapacità di comprendere e saper comunicare, quindi bisogna stare in guardia: “Stammi bene a sentire, figlia mia: le razze umane non esistono. Esiste un genere umano nel quale ci sono uomini e donne, persone di colore, di alta statura o di statura bassa, con attitudini differenti e variate. E poi ci sono molte razze animali. La parola razza non ha una base scientifica, è stata usata per mettere in evidenza gli effetti di diversità apparenti, cioè di fisionomia, che non devono creare divisioni tra gli uomini. Non si ha diritto di basarsi su tali differenze fisiche - il colore della pelle, la statura, i tratti del viso - per dividere l’umanità in modo gerarchico. In altre parole, non si ha il diritto di credere che per il fatto di essere di pelle bianca uno abbia delle qualità in più rispetto a una persona di colore. Ti propongo di non utilizzare più la parola “razza”, è stata a tal punto strumentalizzata da gente malintenzionata che è meglio sostituirla con l’espressione “genere umano”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questo libro narra la vita di Mohamed Ahmed, scritta in un diario segreto dove ogni notte riversa le sue ossessioni, la sua ipersensibilità e le angosce che nascono dall’artificio del ruolo sociale e familiare, al quale è stato segretamente destinato dal padre. E’ la storia di una metamorfosi forzata, di un essere disgraziatamente nato femmina e allevato dal padre come un maschio. E’ la storia di una scelta per riprendersi un onore che stava svanendo, di una società - quella islamica - che del corpo delle donne ne ha fatto sempre più oggetti da esibire, suppellettili da ornamento. Tra tradizione e memoria, l’autore di nascita marocchina, dà vita ad una storia che si articola non in modo semplice, alternandosi tra narrazione donna-uomo, da bibliotecario cieco, da maestro di mistificazioni, si sdoppia nelle parole del narratore e della sua visitatrice.
    Effetti di ridondanza unica caratterizzano la scrittura di Ben Jelloun, che riesce a sovrapporre un testo-canto, costituito spesso di monologhi epistolari, sull’organizzazione di un testo-gioco costruito in un racconto nel racconto. 

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

    • Nemesi
    • 29 maggio 2013 alle ore 12:51

    “Nemesi” di Roth è il quarto e ultimo capitolo della raccolta di cui fanno parte “Everyman”, “L’indignazione” e “Umiliazione”, raccolta che prende il nome proprio da questo romanzo ambientato nella città di Newark nel 1944, anno in cui fu colpita da un’epidemia di poliomielite in cui erano minacciati soprattutto i bambini.
    Protagonista è Bucky Cantor, un atleta ventitreenne che scartato dall’esercito decide di fare l’insegnante di educazione fisica nelle scuole. Il personaggio di Cantor tratteggiato dalla penna di Roth non è sicuramente adatto a far fronte alle problematiche, alla situazione, al sistema che sta invadendo la realtà in cui si trova. La malattia pian piano toglierà ogni singola certezza, mettendolo in bilico tra due strade, da una scelta inaspettata, da un ritorno che entra in conflitto con il presente, con l’affetto, con dei ragazzi che non posso esser trattati come oggetti. Già il titolo ci fa capire quanto l’autore in questo romanzo ha voluto mettere in evidenza la questione del caso, dell’indignazione, del fatuo destino che scrive il suo futuro, a volte benevolmente a volte malamente.

    "Voleva insegnare loro quel che suo nonno aveva insegnato a lui: la durezza e la determinazione, a essere fisicamente coraggiosi e fisicamente in forma, a non lasciarsi mettere i piedi in testa o svillaneggiare da chi diceva che gli ebrei, solo perché sapevano usare il cervello, erano delle checche e dei rammolliti."

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Devo dire che forse sono partito dal libro sbagliato per conoscere il caro Busi, “El specialista de Barcelona”, - sbagliato non perché è brutto, ma per la sua complessità -,  come dice lo stesso titolo ci troviamo a Barcellona, con un narratore seduto su una sedia di ferro lungo la Rambla, che si rivolge ad una foglia di platano, sul punto di cadere urtata da un elicottero giocattolo. L’interlocutore quindi diventa la foglia, portavoce di fragilità, il linguaggio si trasforma e mostra diversi espedienti linguistici, quasi arditi, che si allontanano dall’ordinarietà.
    Il protagonista è un professore di letteratura portoghese, scrittore poco fortunato, complessato per la sua bassa statura, gay con alle spalle un matrimonio con dei bambini, che sta per sposare il suo aiutante/compagno. Busi non si fa scrupolo, anzi nella narrazione inserisce anche personaggi conosciuti, disquisisce e critica e non si fa problemi ad essere perentorio: perché per essere completi bisogna per forza essere in due? Perché gli esseri umani devono essere completi solo se sono insieme?

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “La mattina che si uccise anche l’ultima figlia dei Lisbon (stavolta toccava a Mary: sonniferi, come Therese) i due infermieri del pronto soccorso entrarono in casa sapendo con esattezza dove si trovavano il cassetto dei coltelli, il forno a gas e la trave del seminterrato a cui si poteva annodare una corda. Scesero dall’ambulanza, con quella che come al solito ci sembrò una lentezza esasperante, e il più grasso disse sottovoce: “Mica siamo in tivù, gente: più presto di così non si può”. Stava spingendo a fatica le apparecchiature per la rianimazione accanto ai cespugli cresciuti a dismisura, sul prato incolto che tredici mesi prima, all’inizio di quella brutta storia, era perfettamente curato.”
    Questo è l’incipit folgorante de “Le vergini suicide” di Eugenides, il romanzo racconta la storia di cinque sorelle accomunate da una sorte comune: il suicidio. La prima a suicidarsi è la sorella più piccola Cecilia, dopo questo avvenimento la famiglia si estranea da tutto e da tutti, e in una notte le restanti quattro sorelle daranno vita ad un suicidio collettivo. La vicenda viene narrata da una pluralità di voci, un gruppo di maschi adolescenti, che a distanza di venticinque anni dall’accaduto cerca di ricostruire cosa è successo. A dispetto della società, che inevitabilmente e tristemente dopo un determinato tempo si scorda dell’accaduto, questi ragazzi che hanno vissuto realmente con le sorelle Lisbon cercheranno dal di dentro di dare una spiegazione al suicidio, al gesto insensato, anche se a ciò poco c’è da dare spiegazione. Attraverso le attrattive giovanili, la curiosità, i turbamenti si assiste ad un coro che si innalza quasi divenendo un requiem di morte, che accompagnerà le ragazze verso l’unica e sola vera libertà.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Attento sguardo quello di Leonardo, che s’incrocia con la bellezza della natura, che ci circonda, diventando magia di sensi e melodia, troppo spesso dimenticata di “una scala senza chiave”.
    Poesia, che bussa alla porta, e coglie impreparati, in un tutto dove oggi è dovuto, preso, scaraventato. Si affaccia questa giovane penna, riuscendo  a gustare ancora la cristallina essenza di “ frasi amiche” e “mani lente “che “abbracciano”, senza lasciare la macchia della solitudine.
    L’umanità è la “fortunata” ricerca di speranza, percepita in una società “malata”, di “suoni fastidiosi”, di “attese”. Un ritornare bambini, per apprezzare, cogliendo con i sensi il segreto: “volo tra le montagne, /nuoto negli abissi, /gioco in un campo, /spiragli di dolci sogni“.
    Leonardo riesce a discernere, “lungo vie d’asfalto, macchine sommerse”, raccogliendo  le “sfumature colorate”, della quotidianità ed arrivando all’essenza viva del “paradiso”; che è concretezza sulla terra.
    Ancorato ai valori, ai racconti, che lo hanno reso non solo partecipe, il Manetti, diventa poeta protagonista: pittore-descrittore di “un paesaggio nato dal sudore /si alterna a fitti boschi, /taciturne braccia di sacrifici/ offrono colori e detti.“  Pennellate di parole, di “lontani pensieri” e di consapevolezza di avere, “vicina la felicità”. 
    Freschezza spruzzata, e genuinità coraggiosa nel “fermarsi”, ascoltando  anche l’albero, che “racconta la sua storia”. Agire e/o reagire, quando “il cuore strabatte”, capendo che” ogni momento è unico,” per dire: “Ti Amo così tanto”.
    Perle preziose, sono in “sChianti” di umana vita intrisi di “Incidente & Amore”. Un monito per superare la fatica, la pigrizia, le ombre di un passato, il male subito da “mangiafuochi senza scrupoli” per ricordare di: “Non attendere domani, /raccogli oggi le rose della vita, /apri le ali e lasciati andare, /volare per spazi azzurri e infiniti.”

    Dulcinea Annamaria Pecoraro

    [... continua]

  • Un io poetico poderoso ed esigente scandisce lo svolgimento di "Poesia, ragazza mia" di Elio Ria. Il secondo prodotto della collana I Destrieri alterna le poesie, preziose nella loro ricercatezza, ai pensieri, estemporanei e profondi come appunti presi su una moleskine, spesso sotto il sole di Puglia. La prefazione sembra quasi una dichiarazione di guerra, perché afferma con poche parole secche e ferme i principi estetici di Oscar Wilde: "Il poeta non scrive perché ha qualcosa da dire, ma in primo luogo scrive per confrontarsi con il linguaggio".
    "Art for art's sake", una promessa che mantiene nei suoi versi, aspri come certi paesaggi del Sud, evocativi come camminate attraverso le stagioni; a volte gentili come stoffe primaverili, altre volte taglienti come vento di tramontana.
    Immerso in una intensa e imponderabile ricerca linguistica, Elio Ria é in grado di passare dall'aridità di Montale all'irriverenza dei futuristi, di essere malinconico come un crepuscolare e subito dopo barocco come Giambattista Marino.
    È un libro da centellinare, pena il disorientamento tra le volute linguistiche; ma il risultato finale resta un sorprendente affastellarsi di piegature, a segnare le pagine da ricordare.

    "Il tempo del Sud è figlio di un dio che del fluire del suo tempo ha rallentato vita al giorno e alla notte, incuneandosi nelle pieghe del sole, come a torcersi su se stesso per concedere tempo all'eternità, poiché di questo hanno bisogno le genti del Sud: un tempo che non sia solo tempo".

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Chi è convinto della propria vita? Chi ne è appagato, soddisfatto? Ci accontentiamo che i giorni scorrano da soli, uno uguale all'altro. Siamo noi che abbiamo fatto le scelte che ci hanno aperto il nostro percorso o ci siamo omologati al volere di qualcun altro?
    Sandra, Sam e Adamo, sono tre ragazzi totalmente differenti tra loro, ma che hanno in comune un punto: non sanno cosa fare della propria vita e la gente fa di tutto per fargliela cambiare a loro modo.
    Sandra non ha problemi economici, la sua famiglia è ricca e lei passa le giornate divertendosi e facendo shopping col bancomat del padre. Ha continui litigi con la madre che tenta di scegliere per lei il lavoro migliore, mentre Sandra non ne vuole sapere di organizzare la propria vita.
    Sam è omosessuale e per questo ha lasciato la famiglia a Catania per trasferirsi a Torino. Non studia, lavora nei peggiori fast-food della città e viene sistematicamente lasciato dai suoi amanti. Continua a struggersi per un amore finito, l'ex-ragazzo per lui era tutto e si sente uno sfigato cronico.
    Adamo invece sembra quello riuscito meglio. Abita da solo, ha svariate ragazze, ha un lavoro che lo appaga, che è addirittura in aria di promozione, la punta massima dei suoi sforzi. Eppure quello che vogliono i suoi genitori e il suo capo è che si sistemi con una ragazza fissa e abbandoni la sua vita sregolata.
    Gli eventi stanno per cambiare per tutti e tre.
    Sandra si ritrova il bancomat bloccato ed è costretta a trovarsi un lavoro e a tenerselo. Per conquistare il suo ragazzo decide di migliorarsi anche come donna, vuole crescere.
    Sam, stufo dei fast-food trova lavoro in uno studio legale ed è chiara la sua mancanza di studio che lo porta a scegliere di iscriversi ad una università serale e coltiverà il suo sogno per la creazione di un suo fumetto, vuole imparare a lottare per quello che desidera.
    Adamo invece per organizzare una festa di compleanno per la figlia del suo capo è costretto a trovarsi una fidanzata ed il rapporto comincerà a distruggere ogni sua convinzione pezzo per pezzo. Adamo vuole libertà e non vuole legarsi a nessuno.
    Così sostenendosi a vicenda devono ribaltare la loro esistenza, provare a migliorarsi e a non arrendersi nonostante la vita gli regali solo sgambetti. 
    Non sarà facile per nessuno dei tre eppure i loro sforzi restituiranno dei risultati che loro non avrebbero mai pensato di raggiungere.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Tutto accade in una notte di Maggio, in una Roma spettrale, imprevedibile, silenziosa. Degli spari, la polizia che irrompe nella palazzina, un flashback che racconta le 24 ore precedenti l’accaduto, unendo svariati personaggi diversi da loro, ma che si incontrano per un inesplicabile motivo. Nel libro scontro e incontro di tutto è l’avvicendarsi di due famiglie. Tutto inizia in via Carlo Alberto, dove conosciamo Emma Tempesta, separata dal poliziotto scelto Antonio Bonocore, e i due figli, Valentina ragazza adolescente e Kevin dall’età prematura. Per l’altra famiglia abbiamo: Elio Fioravanti cui Antonio fa da caposcorta, la seconda moglie Maja, il figlio avuto dal primo matrimonio Ari, definito anche Zero per la assenza di personalità, e Camilla. Le vite degli uni si incontrano con le vite degli altri, attraverso processi di conoscenza, di esclusione, di possessione, di vittimismo, di autocommiserazione; attraverso ritratti psicologici conosciamo più profondamente ogni singolo personaggio: Emma che incarna la donna delusa dalla vita, Maja donna delicata che prova un’inspiegabile attrazione per Ari – che rappresenta tutto ciò che il suo mondo non è -, Antonio che si mostra come un cane bastonato, ma in realtà è il carnefice e trama la sua vendetta, Fioravanti che è ormai al capolinea della sua carriera politica, sente sfumare ogni barlume di speranza e crescita sia individuale del proprio aspetto interiore, sia lavorativa.
    Tutto è corredato e presentato attraverso gli occhi di una Roma quotidiana, semplice – ma non troppo - , attraverso il disfacimento familiare, attraverso l’ignoranza e la svalutazione del concetto di appartenenza, tutto questo inevitabilmente ricadrà sulla vita dei figli che ne presentano disfunzioni, mancanze, assenze che gridano il desiderio alla vita, il supremo vivere in un giorno qualunque, possibilmente perfetto. Ma si sa il concetto di perfetto è questione solo di simmetrie...

    “Uno deve essere disposto a perdere tutto, solo così si vede quanto è profondo l’amore che c’hai per l’Idea. L’hai detto tu, eh? L’Idea viene prima di tutto… se ciò che possiedi possiede te, se hai perso tutto e sei disposto a tutto, sei un barbaro.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Ispirato da una storia realmente accaduta, il libro è dedicato a tutte quelle donne che( a causa di un’ideologia ancora intrisa di maschilismo sciovinista) loro malgrado, sono costrette a vivere violenze inaudite e maltrattamenti incomprensibili anche in società poco evolute. Un’attenta lettura del romanzo lascia intendere che  la drammatica storia di Hina Saleem (la ragazzina uccisa in Italia nel 2006 dai suoi parenti perché non si volle adeguare agli usi tradizionali della sua cultura d’origine) abbia notevolmente influenzato l’animo dell’autore, anche se di fatto riferimenti diretti non ce ne sono. La violenza che denuncia Pacioni non è retorica o speculativa, l’autore non si riferisce ad un particolare ceto sociale o ad un livello culturale basso, e nemmeno fa riferimento a una religione specifica. Egli racconta la naturale pulsione di violenza che è in ognuno di noi e che si può manifestare in ogni zona geografica per ogni grado di istruzione e a qualsiasi età.
    Fatima, protagonista del romanzo, vive una sorta di vita parallela: a scuola è Francesca e a casa è appunto Fatima. Ella pertanto, esperisce due forme di amore: uno autentico e l’altro dettato dalle convenzioni sociali di una cultura alla quale lei non si sente più di appartenere. Naturalmente, col passare del tempo le diventa impossibile sostenere una doppia linea esistenziale, e le cose cominciano a precipitare.
    L’autore con estrema lucidità riesce a far entrare il lettore in un mondo che inizialmente appare lontano, estraneo ma,  man mano che ci si addentra nel romanzo, ci si rende conto che Fatima può essere anche la nostra vicina di casa, la nostra collega di lavoro o perfino noi stesse.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Nessuna storia con la quale affascinare. Questa volta, Alessandro Baricco si siede vicino al lettore ed inizia ad elencare una serie di libri, stando ben attento a centrarne la bellezza, la particolarità. “Una certa idea di mondo” è un insieme di recensioni venite fuori direttamente dalla penna di Baricco e di conseguenza, riferibili ad alcuni libri che l’autore vuole portare a conoscenza del curioso lettore. Troveremo quindi, un elenco di ben 50 libri recensiti da Baricco ed ovviamente dallo stesso selezionati. Ma viene da subito rimarcato il fatto che in questa raccolta non troveremo i migliori 50 libri che lo scrittore torinese ha letto nel corso della sua vita; più semplicemente troviamo quelle opere che negli ultimi 10 anni hanno, per un motivo o per un altro, attirato l’interesse dello stesso. Come Baricco sottolinea: “E vorrei ricordare che non sono i cinquanta libri più belli della mia vita, quella sarebbe stata un’altra cosa... sono il frutto del caso, niente di più. Non ci sarà 'Viaggio al termine della notte', per capirsi né 'Anna Karenina' (me lo tengo per qualche lungodegenza, augurandomi di non leggerlo mai".
    “Una certa idea di mondo” nasce raccogliendo una serie di articoli (recensioni vere e proprie), che periodicamente Alessandro Baricco ha presentato sulle pagine del quotidiano “Repubblica”. Non si riscontra, ed è ovviamente un bene, alcun filo logico nei titoli scelti dall’autore, considerando che si passerà da libri famosi a libri meno conosciuti; da scrittori di fama mondiale ad altri difficilmente rintracciabili negli scaffali di una comune libreria. Ritroveremo quindi pezzi di storia, come “Il Gattopardo” e novità letterarie ben meno “classiche” come ad esempio “Open”, autobiografico di Andre Agassi. Passeremo per “Colazione da Tiffany” di Truman Capote a “La Paga del Sabato” di Fenoglio. Eppure, sarà estremamente facile, in fin dei conti, rendersi conto che Baricco sa catturare l’attenzione e la curiosità soprattutto su quei titoli così poco conosciuti. Sa farlo con la maestria, l’eleganza, il sarcasmo e l’intelligenza di chi sa racchiudere la bellezza e il significato di un intero libro in una frase, in un pensiero, in un passaggio che abilmente riporta nella sue recensioni.
    Si deve sottolineare che questa volta, a differenza della maggior parte dei suoi lavori, la scrittura di Alessandro Baricco appare più rilassata, più intima e frizzante. L’autore si pone davvero al fianco del lettore e lo porta per mano nella sua personalissima biblioteca, con l’acutezza di presentargli tomi, a volte anche ostici e spigolosi, con una battuta umoristica ed un costante filo di sarcasmo. Certo, non mancano le sporadiche digressioni, più o meno accentuate, alle quali lo scrittore si abbandona ma, a chi ha creato opere sublimi come “Oceano Mare” o “Novecento”, si potrà pur concedere qualche minuto in più di lettura per arrivare ad esplicitare meglio un concetto.
    La raccolta di recensioni offerta da Baricco, è in definitiva un libro a cui accostarsi con una viva curiosità che sicuramente verrà ripagata. I consigli sono vari, diversificati, interessanti e, per alcuni versi, inaspettati. Un libro al quale, inevitabilmente, seguiranno altri 15 o 20 libri che, scelti dall’elenco, correremo immediatamente a prelevare dalla più vicina libreria.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • La comunicazione con i figli è importante. Lo è per incoraggiare, spiegare, scherzare, rimproverare, correggere e per unire.
    Purtroppo quando un figlio è affetto da autismo questo meccanismo si inceppa.
    Non valgono le misure e i metodi convenzionali per poter entrare nel loro mondo. In più le piccole fissazioni che possono avere per un determinato colore o cibo, i dialoghi senza logica apparente, azioni ripetitive, l'ossessione a sistemare e risistemare gli oggetti non aiutano a sopportare la situazione.
    Il medico ha dato il suo verdetto. Franco però non si è tirato indietro e ha guidato Andrea per diciasette anni attraverso terapie tradizionali, sperimentali e spirituali. Ha trovato il suo modo per comunicare più in profondità con il figlio attraverso la scrittura al computer, ma nonostante questo è solo con la madre che ha più volontà ad esprimersi.
    Così progetta un viaggio in America per le vacanze estive, nonostante le perplessità di amici e di medici, l'incoraggiamento di pochi, lascia a casa moglie e il figlio più piccolo e parte all'avventura con Andrea. Nessun itinerario specifico, nessun limite di tempo, solo tanta voglia di libertà e tante preoccupazioni. Saranno accettati o saranno rispediti subito in Italia? Perderà Andrea per strada o gli capiterà di tutto? Le normali paure di un genitore saranno moltiplicate per dieci a volte cento, ma anche le soddisfazioni e soprattutto le emozioni.
    Il viaggio di un padre che vuole insegnare a un figlio a difendersi dal mondo, dove finisce invece per imparare da quest'ultimo ad abbandonarsi alla vita. L'America si rivelerà persino troppo piccola per loro due che finiranno persino in Guatemala. 
    Sembra un racconto inventato e impossibile da vivere, una sorta di "Rain Man" con Tom Cruise e Dustin Hoffman, invece è tratto da una storia vera, un on the road incredibile e toccante e vi farà capire cosa può fare l'amore dei genitori per i propri figli, anche se i problemi sembrano insuperabili.

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • E’ il secondo libro che leggo di De Carlo dopo forse il suo più famoso Due di due. La storia vede l’incrocio di due protagonisti all’estremo della diversità, uno è Leo Cernitori che dopo un matrimonio fallito evita ogni coinvolgimento emotivo. Lui è un fotografo e cerca attraverso il fermo immagine di bearsi della staticità dei momenti, lei è Emanuela, una musicista, suona l’arpa e con il suo suono riuscirà a far uscire Leo dalla neutralità affettiva. Mi è piaciuto molto il concetto dell’arco, ovvero ogni storia raggiunge il punto massimo dell’arcodamore, ma questo non può inevitabilmente durare per sempre. Leo e Emanuela vivono la loro vita in bilico tra estrema passionalità (apice dell’arco) incomprensioni (arco che si curva) e odio (arco che sta quasi per spezzarsi).

    "«Secondo te c'è un tempo fisso? C'è un termine entro cui qualunque storia si esaurisce ed è tutto finito?»
    «non so se è fisso,» ha detto lei. «ma c'è un tempo, credo. per me è sempre stato così, almeno.»
    «ma è una specie di legge fisica?» le ho chiesto, e il paesaggio di monti freddi e spogli fuori sembrava ancora più freddo e spoglio alla luce della luna. «una specie di legge naturale che non si può eludere in nessun modo? non importa quanto forte è lo slancio all'inizio?»
    «non credo che ci siano leggi nei sentimenti,» ha detto manuela. riuscivo a sentire la fatica che le costava tradurre i suoi pensieri in parole: e la perdita di colore che c'era in ogni traduzione. ha detto «ma è una specie di arco, no? può essere tondo o lungo o basso o stretto e alto come una porta, e magari prima ancora che tu incontri qualcuno hai già dentro di te l'inizio di una curva e lo senti e non capisci cosa sia. poi ci sei sopra e fino a un certo punto ti sembra di salire e salire soltanto, e ti fermi e sei in alto e ti sembra che possa durare così per sempre e non ti rendi conto che stai già cominciando a scendere verso terra di nuovo». «ma perché succede?» [...] «non lo so,» ha detto lei. «forse è solo che tutto finisce. E di quello che non finisce ci si stufa.» [...] «anch'io ho sempre pensato di trovare un arco d'amore che non finisce mai.» "

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    recensione di Gino Centofante

  • Questa è la storia di Arno e Sara, due giovani ragazzi che vivono un rapporto alquanto difficile, potremmo dire a più riprese, a spezzoni, un mordi e fuggi che lento segnerà il loro destino. Lui violoncellista alla scala di Milano, lei mamma a tempo pieno, la coppia ha tre bellissimi bambini: Maria, Elia e Carlo, e tanto lavoro c’è da fare con tre figli che crescono e che hanno esigenze diverse. Il loro rapporto sembra protetto da ogni tipo di attacco, ma Sara ogni giorno che passa sembra sempre più distaccata, non felice, non appagata dalla vita che le impone come comportarsi e agire. La loro storia ha avuto già dei precedenti, Sara è stata la prima ragazza di Arno, ai tempi delle giornate in spiaggia, della crescita individuale, del subbuglio che gli ormoni danno al corpo. Poi tutto finisce, le vite si separano e proprio quando tutto sembrava non avere più senso per Arno, Sara ritorna nella sua vita con estrema naturalezza, quasi che si fosse fermata un attimo in un bar, per poi essere ritornata; quasi come aver premuto il tasto "play", dopo aver messo in pausa la loro storia, con indifferenza, con sapienza, con disciplina Sara si è ripresa il suo amore. Ma forse non è proprio quello che in realtà voleva? Dietro alle carezze, ai baci, alla sazietà dello scontro dei corpi, ci sono tante verità celate che Sara tiene nascoste, di cui Arno è all’oscuro completamente, tante bugie, tante assenze, tutto un passato riscritto e riveduto che non combacia con ciò che è accaduto effettivamente nella realtà. Già mentendo sulla condizione di Mina, madre di Sara, sul buio degli anni passati con altri uomini, su quella parte del suo animo tenace, selvaggia, scalatrice di montagna che vedrà tutto sgretolarsi, affondare, morire in un ghiacciato mare che è il senso di colpa. In fondo Sara per questo scappa di casa improvvisamente poco prima del Natale, lasciando i figli, ma soprattutto Arno incredulo, che non riesce a spiegarsi il suo comportamento e ogni volta pensa che sia tutto frutto di uno brutto scherzo e che Sara stia per tornare: «[…] Sono sicuro che il tuo è uno scherzo, o forse un regalo: volevi farmi sperimentare un pomeriggio con i bambini, una giornata a casa… non è male, sai? Hai fatto bene a obbligarmi a provare. Magari d’ora in poi il lunedì, che non lavoro quasi mai, sto io con loro, e tu ti prendi una pausa, vai al cinema, a una mostra. Oppure pranziamo tutti insieme. Faccio per telefonarti e dirtelo, quel che ho deciso, voglio ringraziarti per avermelo fatto capire, ma preferisco non rischiare di non trovarti davanti a Carlo. Tanto sono sicurissimo che prima delle sei, quando terminerà la lezione di violino ed Elia rientrerà dalla piscina, sarai tornata anche tu. Bene gli scherzi e i regali, ma non faresti mai agitare i bambini, sono sempre stati il tuo primo pensiero, anche troppo». In fondo Sara è la versione ideale di Katrina, sua eroina di fumetti; troppo scossa dai traumi che la vita gli ha presentato. Arno attraverso le sue ricerche verrà a conoscenza del passato di Sara, e ne resterà stupito, anche sentendosi in colpa per certi suoi comportamenti, riuscirà l’amore a riaffiorare e infiammare di nuovo gli animi dei due?

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    recensione di Gino Centofante

  • "Se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino."
    L'espansione della rivoluzione industriale di fine Settecento, l'abbattimento di foreste e l'esplosione della crescita demografica crearono immediatamente negli spiriti più sensibili, un acuto desiderio all'allontanamento.
    Tra le voci, sovrastante fu quella di Thoreau, un profeta incendiario che, in questo saggio fa del cammino non solo l'atto meramente esperienziale dell'inoltrarsi a piedi in foreste e paludi, ma piuttosto un sincero ascolto, un'ascesi profonda nei meandri dell'anima. Una crociata che esclude l'ozioso vagabondare, il cammino scelto dal pellegrino al grido di ''ultreya'' fino ad arrivare alla sorgente iniziatica.
    Thoreau è nel corpo della sua esperienza, ma richiama il lettore con fervore, alla consapevolezza che solo il movimento non può essere cammino, necessaria la presenza costante dello spirito, come unità armonica fusa all'interno dei profumi muschiati della natura.
    Una natura selvaggia dalla quale dipende la salvezza del mondo e dalla quale l'uomo può attingere la propria essenza originaria, al di sopra delle leggi, in seno ad una conoscenza autenticamente selvatica.
    Consigliato ad uomini non addomesticati. A coloro che vogliono intraprendere un viaggio e a chi il viaggio lo ha già intrapreso. 

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  • L'autore presenta il suo libro come una "Raccolta di schegge di vita": ed è proprio così che si apre davanti ai nostri occhi questo testo, con una serie di abbaglianti sensazioni, riflessioni in forma di commento ai fatti legati al gruppo musicale che dà il titolo al libro, i Beatles, accompagnate da immagini che devono sicuramente essergli molto care.
    Primerano è un entusiasta: dall'infanzia e dall'adolescenza, con tutti i loro bagagli di scontri e speranze disattese e corteggiate, rinasce alla vita adulta proiettato nel futuro, senza nulla rinnegare degli errori, ma sicuramente con un'inesausta capacità di godere dell'esistenza.
    Amicizia, amore: la musica accompagna questi sentimenti lungo un percorso su di una terra natale appassionatamente incisa nell'anima come un gioiello che non si può mai dimenticare.
    Ci sono pagine affascinanti dedicate a Roma, altrettante ne troviamo a raccontarci l'infinito amore che Primerano sente per la natura e su tutte, costantemente, vibrano le parole con le quali l'autore insiste, nonostante tutto, a dichiarare il suo straordinario interesse per la gente e per la vita.
    Il futuro, per l'autore, non è un'incognita, ma è un territorio incontaminato da scoprire, perché leggendo i suoi aforismi, i suoi brevi testi, ci rendiamo conto che per lui la vita è davvero un'avventura infinita.
    Gli auguriamo sinceramente di continuare ad albergare nel suo cuore questo slancio, affinché anche noi si possa continuare a dire: Francesco, ti voglio bene.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • "Prima del crepuscolo" è la seconda raccolta del pluripremiato Manuel Paolino. Il titolo della silloge è preso da una poesia contenuta nell’opera, che ci introduce nell’animo e nelle parole a cui l’autore dà vita: “Scorgo/ la mia vita/ tra quelle montagne/ disegnate con le loro curve/ sul tiepido abbaglio/ […] e mi vince/ in un abbraccio di luce”, il sole sembra essere l’inizio e non la fine di un incontro che riscalda il corpo. La raccolta è composta da trenta poesie, tutte hanno un elemento peculiare quale la sofferenza, che è vista però sotto molteplici aspetti come in “Le mie domande”: “Non c’è spazio/ né condanna/ non ci son suoni/ né perdono/ i sospiri tacciono/ nel tempo/ scandito/ da queste foglie/ che si sbriciolano”, tutto è in un continuo avvenire, e un lento progressivo esaurirsi, tornare alla terra. Altri versi ancora ci introducono al concetto di fine, di esaurimento di speranze: “[…] In questo/ varco/ spalancato/ le profezie/ galleggiano/ su felicità/ interrotte”. Nel percorso poetico che l’autore ci presenta si trova elogio anche alla stessa forma di scrittura, che cresce, si evolve, è spontanea, sembra rifugiarsi sotto una coltre di foglie per proteggersi da ogni possibile discrezione: “[…] Lei si ascolta crescere/ sui verdi piccoli colori/ mentre io/ la contemplo/ e scrivo/ rugiada/ di poesia”. Attraverso due percorsi il poeta ci apre i sentieri del verseggiare, uno più intimistico, che è portavoce di sogni, speranze, desideri (forse mai diventati realtà), e l’altro più arioso, aperto, conviviale per ogni possibile intimo ritrovarsi. Intimità e sofferenza diventano un tutt’uno: “Esplodono/ alle spalle/ cadono/ incessanti/ […]/ in posa/ per il finale/ Fu solo pioggia”. C’è spazio anche per sprazzi di eterea speranza, di gioiosità in scadenza: “Si mischiano/ con le pietre del fiume/ i piedi degli angeli/ […]/ Siam figli/ superstiti/ feriti/ fra cortine/ di speranza”. Ma quel guizzo di labile felicità, trova conferma anche nel più alto, onesto, gentile, ma anche strano, indecifrabile, aguzzo sentimento che da tanti anni muove la mente, il corpo, la vita: l’amore. Conferma di ciò l’abbiamo in “Un uomo”, ma non solo: “[…] Ascolta il suo grido/ madre/ perché se c’è una cosa/ che nessun vociare/ né alcuna morte/ può cambiare/ è l’amore/ che sana/ le cadute/ su quei cammini rovinosi/ di cui ancor non vedi/ i petali sommessi/ - /Non c’è più notte/ dietro lo specchio/della quale tu possa/ aver timore”.
    Versi per sognare, per decidere, per lasciarsi naufragare in un mare in tempesta, che risuona al dolce frastuono dell’ingannevole semplicità.

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    recensione di Gino Centofante

  • Il pregio di “Tutto cambia” di Alessandro Prandini è che riesce a interessare anche chi non ama la letteratura di genere. In una scrittura agile, che dà la precedenza alla storia rispetto alle introspezioni e lancia input quel tanto che basta su personaggi e ambienti, questo romanzo giallo racconta la vicenda classica del suicidio che forse non è un suicidio bensì un omicidio. O almeno, è da qui che inizia. Una casa asettica e troppo pulita, un figlio troppo impassibile, una moglie troppo vivace fanno da scenario al fu Giulio Roversi, amico del commissario Scozia. La sua morte non convince la polizia, e infatti alcuni personaggi, incontri e immancabili colpi di genio la ridisegnano pian piano. O sembrano farlo.
    La storia si snocciola fluida e a ritmo sostenuto, come una fiction televisiva, con sagge piccole tecniche di suspense che portano a leggere in fretta alcuni capitoli mentre vengono esaminati, con tempi dosati bene, i possibili indiziati, i moventi e le storie dei personaggi coinvolti. I dialoghi sono diretti e rapidi, le considerazioni ben ponderate. Il finale inatteso, perché tutto cambia se guardato da altri punti di vista.
    L’indagine è ambientata in una Bologna lucida e composta, testimone immobile delle scelte degli uomini. Il libro ha ricevuto il premio speciale Romanzo Giallo dell’edizione 2013 del concorso di letteratura a carattere internazionale “Città di Pontremoli”.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Questa è la storia di Jan Dite semplice apprendista di un albergo, di bassa statura oltre che di stato sociale altrettanto poco elevato. Due ambizioni lo contraddistinguono nella vita, la ricerca sfrenata dei soldi e il sesso. Visto il suo mestiere poco redditizio, decide di arrotondare lo stipendio facendo il venditore di wurstel alla stazione, truffando in modo geniale tutti i suoi clienti, soprattutto quelli in carrozza che pagano il cibo e aspettano un ipotetico resto che non arriverà, perché Jan è furbo, aspetta la ripartenza della carrozza temporeggiando. L’altro vizio poco qualificante, come detto prima è l’ossessione per il sesso, che non si fa mancare recandosi con costante incidenza al bordello locale. Grazie ai soldi guadagnati, si fa trattare come un signore e gode di ogni sorta di beneficio; dopo varie peripezie finalmente viene promosso cameriere. “Ho servito il re d’Inghilterra” è un po’ una storia che è vissuta in una campana, in una protezione, in uno stato superiore in cui solo ad alcune cose viene data importanza, sullo sfondo di una Cecoslovacchia degli anni ’30, il fondamento dell’importanza delle origini calpestato per un amore, il non avere percezione degli avvenimenti brutali, l’essenza di essere sé stessi in quanto soggetti che si determinano dalle loro pulsioni.

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    recensione di Gino Centofante

  • E’ la storia di Giulia Cantini, investigatrice privata in quel di Bologna: “L'ex maresciallo dei carabinieri Fulvio Cantini si è pensionato in un bel rustico di campagna, a Bentivoglio, e ha lasciato a me le grane di questa piccola agenzia casalinga la cui attività sopravvive perlo più grazie a infedeltà, tutela della privacy, e che regge stoicamente al proliferare di agenzie investigative provviste di strumenti tecnologicamente evoluti". Oltre che di detective dal piglio "americano”, e della sua nuova collaboratrice Genzianella Serafini; il caso contingente è quello di Oliviero Sambri, detto Oliver, picchiato a sangue in una discarica di Bologna lontano da occhi indiscreti. Dietro la vita di Oliver, oltre l’aspirazione per il teatro, c’è la sua sessualità, che è diversa, non conforme alla ‘normalità’ che ancora oggi, tanto più si cerca di portare avanti come ‘giusta’ e non immorale. Grazie alla sorella Piera, il caso si riapre, e Giulia incomincia a indagare, tra locali, scatole di piacere fatta di incontri proibiti, dark room, luoghi in cui uomini si recano con la speranza di un trovare l’amore.
    “Tutte le persone che incontra, le dicono più o meno le stesse cose: Oliver che andava a letto con tanti uomini, ma forse era innamorato solo di Simone, l'attore di cinema che lo ha ospitato, che per la droga ha avuto qualche problema nella sua carriera. Oliver che faceva ridere tutti, ma non aveva il talento e la determinazione necessaria per sfondare. […] Chi era Oliver? Forse solo uno che si fidava di tutti, che si lanciava da altezze vertiginose come un Icaro perverso attratto dai selciati più che dai grattacieli, forse era nella sua natura, nel suo broncio avido e infantile, e forse non è un caso che abbia cercato in Simone il suo lato più oscuro”.
    La voglia di un amore che diviene ossessione, attraverso Giulia e le sue ricerche, attraverso lo scandagliare un mondo, quello dei gay, che non è così semplice da presentare, che è ancora oscurato da tanto perbenismo, un romanzo sul vivere, sul rifiuto del restare soli, dell’unirsi per formare un sol corpo che è statua d’amore che canta prendimi e non lasciarmi.

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    recensione di Gino Centofante