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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
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elementi per pagina
  • Desperation. Una cittadina sita nel deserto del Nevada particolarmente nota e sovente attraversata da un andirivieni di persone, operai, ingegneri, mezzi pesanti e furgoni. Tutto ciò per merito dell'attività di estrazione del rame, oltre ad altri materiali, posta in essere nelle sue oramai storiche miniere. In questa cittadina avrà luogo l'ennesimo superbo scontro sceneggiato e diretto magistralmente dall'acclamato re del brivido. A Desperation si incontreranno e diventeranno saldamente ed inspiegabilmente legati l'uno all'altro, i destini dei personaggi principali della storia narrata. Il comune denominatore per tutti loro sarà il punto di origine degli incubi ai quali saranno costretti a partecipare: l'Highway 50, lunga strada che corre nel deserto ed il poliziotto che su di essa, integerrimo e puntuale, applica i propri regolamenti. La famiglia Carver si troverà ad incrociarlo dopo aver forato le gomme del camper sul quale viaggiavano. Peter e Mary, saranno accusati dallo stesso, per una banale distrazione capitata nel momento meno adatto. John Marinville, acclamato scrittore, nell'intento di percorrere in moto le lunghe vie di quell'angolo degli Stati Uniti, si ritroverà a scambiare battute di spirito sulla sua fama e sui suoi libri proprio con il poliziotto in questione. Ma subito, tutti i protagonisti sopra citati, si renderanno conto che, nei modi di fare, parlare ed agire di Collie Entragian, questo il nome dell'uomo in divisa, qualcosa proprio non va secondo logica e razionalità. Improvvisamente, Desperation e la locale centrale di polizia, si trasformano nella location delle più brutali e violente esperienze che i nostri malcapitati si ritroveranno loro malgrado a vivere. Ecco come ci viene presentato l'ennesimo duello tra bene e male che di capitolo in capitolo, si rivelerà ben più profondo, antico e per alcuni aspetti incomprensibile all'umano intelletto. Eppure saranno esseri umani ad essere letteralmenti "usati" dalle due contrapposte forze, al fine di avere la meglio l'una sull'altra. Come sfondo alla vicenda narrata, la miniera di Desperation, con la sua storia ed i suoi segreti divenuti oramai miti e leggende da raccontarsi. Ancora una volta e con la solita genialità, Stephen King ci pone al fianco di ogni singolo personaggio, riuscendo a far trasudare dalle pagine le paure, le emozioni e gli stati d'ansia dai quali gli stessi saranno attraversati. La scrittura viva, portentosa e mai scontata sa portarci odori sotto il naso, rumori e suoni alle orecchie. Il coinvolgimento è massimo, ancor di più quando l'autore sa destreggiarsi tra le più recondite paure dell'essere umano, tra i nostri legami più profondi con le circostanze, con il malvagio, con la natura, la coscienza e la spiritualità. Tutti elementi che fortemente verranno messi in discussione, lì dove il male sa essere possessore di ciò che in apparenza appare pacifico e pacato ed il bene, che nel dispiegarsi della sua strategia, rivela crudeltà e spietatezza. Una sorpresa per ogni pagina. Un capolavoro di King che sa farci toccare con mano l'orrore e l'amore. 

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • Questo libro è un capolavoro, un piccolo racconto che racchiude tutto, ritrovata speranza, ma anche successivo annullamento, luce che ti colpisce, ma anche buio che penetra.
    Nelle prime pagine ci viene descritta la San Pietroburgo che cambia e si evolve nel corso delle stagioni; il protagonista è un uomo senza nome, che ama passeggiare sulle sponde del fiume, tra i suoi pensieri, affanni, sogni irraggiungibili. Durante una di queste passeggiate arriva la svolta, il cambiamento, l’elemento di sutura tra l’immaginario e il reale. Lei è una donna affranta, che piange, che è sconsolata e triste, ma nonostante tutto accetta di parlare con l’uomo che le porge la mano in segno d’aiuto. Entrambi iniziano a raccontarsi, a conoscersi, a fondersi ognuno nel corpo dell’altro, a darsi speranza, a vomitare quei fantasmi interiori che da troppo tempo erano rinchiusi nella gabbia dell’animo. Quattro notti di conoscenza, cuori che palpitano, un passato che ritorna, l’amore che sfugge verso un passato che sembrava troppo lontano, una nonna pedulante, una nuova consapevolezza che è destinata a vivere nell’ombra, nel buio che oscura quell’aura che pareva esser donata solo dalla giovane Nasten’ka.

    “Quanto più siamo infelici, tanto più profondamente sentiamo l'infelicità degli altri; il sentimento non si frantuma, ma si concentra.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Nel 1976 a Hong Kong un indovino predisse a Terzani un rischio mortale nel caso avesse volato durante l'anno 1993. Da questa profezia si snoda il racconto autobiografico, che avvince per lo stile scorrevole, per i contenuti, per le riflessioni sempre profonde e per lo sguardo dall'interno. Terzani è stato infatti un grandissimo reporter, uno di quelli che hanno il coraggio di calarsi nelle situazioni per poterne parlare.
    Alla fine del 1992 Terzani si trova dunque a dover scegliere fra il tener conto di una profezia risalente a più di 15 anni prima e il continuare la sua vita come se nulla fosse, incluso ovviamente effettuare frequenti viaggi aerei. Per la mentalità razionalistica occidentale naturalmente la decisione più coerente avrebbe dovuto essere quella di continuare per la propria strada, ma il giornalista decide invece di raccogliere la predizione come una sfida e trovare per un intero anno modalità alternative al volare, pur continuando il suo lavoro di reporter per la rivista tedesca "Der Spiegel". La raccomandazione dell’indovino diventa così una opportunità per riscoprire un altro senso del tempo e delle distanze, per riscoprire un’umanità che viaggiando in aereo finisce troppo spesso con l’essere non vista e dimenticata.
    In treno fra Thailandia, Birmania, Cina, Vietnam, Cambogia, e poi ancora attraverso Vietnam, Cina, Mongolia, Siberia, Europa per raggiungere Firenze, ripartendo da La Spezia in nave per tornare a Singapore e da lì spingersi in Laos: i viaggi di Terzani per mare e per terra ci calano all’interno di realtà la cui distanza da noi si rispecchia nella lontananza fisica e nella difficoltà di percorrerle evitando la scelta facile dell'aereo. Attraverso gli occhi del giornalista vediamo le contraddizioni o meglio il coesistere della mentalità orientale – dove la preveggenza gioca un ruolo di primo piano – con una modernizzazione sociale che importa i suoi modelli direttamente dall'Occidente dove la sfera dell’occulto è stata messa ai margini da secoli. Tutto il libro è percorso dall’interrogarsi di Terzani su una occidentalizzazione che snatura le città dell’Oriente, che le porta a diventare delle copie asettiche di metropoli occidentali, soffocando la cultura popolare originaria. Contemporamente, il moderno consumismo e l’accelerazione modernizzatrice porta – anche in Occidente – all’emergere di un interesse per la spiritualità orientale, vissuta come una fuga dal materialismo dominante.
    L’anno senza aerei è anche l'occasione per visitare in ogni tappa di viaggio il più noto indovino locale, in un succedersi di incontri che portano Terzani a contatto con il cuore della mentalità orientale. "Un indovino mi disse" diventa così un reportage che intreccia tematiche sociali, economico-politiche, culturali e che ci mostra un lato del viaggiare spesso ignorato: quello in cui si vive il paese non da semplici turisti, nè da osservatori comunque esterni, bensì da testimoni immersi nel contesto in cui ci si trova.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • Scritti ormai da più di 100 anni, questi racconti resero e rendono famoso Edgar Allan Poe, precursore di uno stile e di una lettura di cui tanti successivi detective hanno preso spunto e forma. Partendo già dal passato dell’autore, ci si accorge che la stranezza è una costante fondamentale della sua vita, se pensiamo che sposò sua cugina che aveva soli 13 anni. Dieci racconti vengono presentati in questa raccolta edita da Netwon e Compton, si va da “Il gatto nero” poco realistico, in cui un uomo seguendo le tradizioni popolari diventa pazzo a causa del suo gatto, a “Il barile di Amontillado” ambientato in anno non precisato e in un luogo indefinito, si narra della vendetta che il narratore infligge all’amico. Ci si ritrova in “La mascherata della morte rossa” un racconto crudele, cruento e di inspiegabile razionalità, si arriva in “La caduta della Casa Usher” dove ci ritroviamo in una casa abitata da un fratello e una sorella, con la presenza di un ospite poco desiderato, ci si inoltra in “La verità sulla vicenda del signor Valdemar” che narra l’esperimento condotto sul cervello di una persona morta. In “La sepoltura prematura” ci si imbatte in alcuni esempi di persone che si trovano in uno stato di coma prolungato o catalessi che vengono sepolti vivi, ne “Il cuore rivelatore” ci si scontra con il senso di colpa che diventa pura ossessione, in “Una discesa nel Maelstrom” ci troviamo in mare, in una tempesta, in un immenso vortice chiamato appunto maelstrom che tutto risucchia, e se ti risparmia ti cambia inevitabilmente nel fisico e nell’animo. Ultimi due racconti sono: “Il manoscritto trovato in una bottiglia” si parla di un viaggio, di una scomparsa, di un ritrovamento, di una nave fantasma, e di un messaggio inaspettato che il mare sputa dai suoi oscuri antri, chiusa della raccolta è “Il pozzo e il pendolo” narra della storia di un prigioniero nel periodo dell’inquisizione, tenuto segregato in una buia prigione che si rivelerà una trappola mortale.
    Dei racconti ormai divenuti un must, che almeno una volta bisogna leggere, per riuscir a capire che anche l’estrema visionarietà è parte fondante della letteratura.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Scritto dopo la sua opera più famosa che sicuramente è L’interpretazione dei sogni, Freud un anno dopo dalla pubblicazione del succitato volume, tenta di pubblicare un libro a suo vedere più semplice, più fruibile per tutti, che semplifica tutti i concetti e le nozioni che lui vuole presentarci. Il libro in realtà è un saggio articolato in quattro articoli scientifici scritti in un lasso di tempo variabile tra il 1901 e il 1923, in cui Freud semplicisticamente tenta di spiegare le sue ricerche. Nel libro analizza il sogno sin dalle prime fasi di individuazione del “contenuto manifesto” e del “contenuto latente”, sino a spiegare i meccanismi più complessi del processo onirico quali “la condensazione”, “la drammatizzazione” e “lo spostamento”. Ciò che rende un po’ agevole la lettura, che comunque richiede molta attenzione sono gli esempi che aiutano a capire e il riproiettare alcuni casi clinici. Oggi siamo soliti non dare molta importanza ai sogni, soprassedendo ad essi, in realtà comprendere almeno un po’ i sogni aiuterebbe a comprendere e comprenderci, a disvelare i nostri strani meccanismi così poco razionali, a confrontarsi con noi stessi ed agevolare le nostre paure, tormenti, inutili problematicità. Un libricino che può essere utile a chi voglia iniziare a capire un po’ più del pensiero e del lavoro freudiano.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Scrivere di questo testo è forse ingiusto, poca cosa, rispetto a tutto ciò che “Odore di bimbo – Storia di Chiara” riesce a trasmetterti. Il titolo potrebbe sin dalle prime righe trarre in inganno, ma sia chiaro il libro non c'entra nulla con i bambini, le pappe o quant’altro, ciò che invece si trova in correlazione è il percorso di crescita, in questo caso sarebbe meglio dire di involuzione. Sì, perché Chiara è un avvocato, sembra che tutto la vita le ha regalato, ma solo attraverso la psicanalisi riuscirà davvero a trovare il suo vero sé.
    Il libro si articola come un viaggio interiore nella vita di Chiara, e del suo bimbo, del suo amato, di quella presenza che riesce a farla palpitare, a sognare, destinazione e creazione di confusione, progetto in definizione, assoluta bellezza incompresa. Il filo narrativo non è lineare, anzi sembra che ogni capitolo si affacci su un aspetto diverso della vita della protagonista, non c’è continuità, ci sono flashback continui, si entra attraverso delle istantanee nel passato di Chiara, combattendo con i suoi fantasmi, con le sue paure, con le sue ossessioni, con i deliri che invadono l’anima senza un reale perché. L’autrice attraverso l’evoluzione del personaggio crea dei parallelismi che trovano origine nei più disparati campi dello scibile umano, dalla filosofia, alla mitologia, fino ad arrivare alla squisito ingrandimento di personaggi della grande letteratura. Quante volte nella vita ci siamo trovati davanti degli archetipi della letteratura? Chi può dire di non aver mai incontrato un uomo Narciso, un Don Abbondio, un Achille etc…? L’autrice fonde e confonde aspetti squisitamente reali con avvenimenti che sono frutto dell’immaginazione. Il libro sembra voler assurgere anche ad una valenza sociale, si disquisisce su diversi aspetti della vita, uno su tutti la concezione dell’uomo e della donna, quanto ci sarebbe da dire su questo? Davvero tanto, troppo: “[…] una donna non scorda mai il suo primo amore; ha tutte le date scolpite nel cuore, le insegue, le trova, risente il sapore, il gusto del mare, le allegre risate, le strette mortali, le mani intrecciate. La sabbia che scorre dentro la stessa clessidra sale e scende dentro lo stomaco fin sopra i capelli e quando lo vede, lo sente: è il suo primo amore.”
    Il libro però parla anche d’amore, lo stesso che sa di borotalco, plasmon, e profuma di bimbo, quel sentimento che colora ogni cosa, che dà la forza per provare a dare un calcio a tutte quelle brutture che la vita costantemente ci presenza innanzi. Quando si ama, non si sceglie come agire, si agisce e basta, non si contano i baci dati, e l’intensità degli attimi, ci si rispecchia nell’altro, si beve nella fonte del piacere, ci si plasma confondendosi e mascherandosi dall’altro da sé. Il linguaggio che l’autrice usa non è sicuramente aperto a tutti i tipi di lettore, bisogna avere alla base quella consapevolezza letteraria che cerco di difendere già da un po’ di tempo, il libro esclude le cose semplici, ma non risulta spocchioso o di un’aulicità forzata, anzi penso che non potrebbe esser scritto in maniera diversa da com’è. Delle volte nella successione delle frasi sembra che i periodi successivi entrano in conflitto con i precedenti, così come la piacevole musicalità che a volte si riesce a creare tra le parole. Tutto ciò riporta ad un principio base di Chiara, ma che potrebbe essere quello di ognuno e cioè: il caos. Sì lo stesso che non ti mostra le cose con chiarezza, lo stesso che è arbitrarietà d’agire, lo stesso che è incertezza di vivere, che è decadenza dell’esatto, del prescritto, del vivere d’anticipo; la vita è altro che una cartina già disegnata, è somma di continui punti che noi unifichiamo creando quello che Chiara sta cercando di rendere più chiaro, di scoprire, di meritarsi, come noi tutti dovremmo fare ogni giorno.
    “[…] Legge del mattino: ridere! Ridere finché l’ansia notturna non si scioglie e l’onirico non si accartoccia come una palla nera da vomitare col primo bagno del mattino. Ridere è una difesa e ha la stessa etimologia del ringhio degli animali, che ringhiano quando si sentono minacciati. Ridere avvicina agli dei, perché gli dei ridono e piangono, come gli umani. Erano anni che Chiara non rideva intrappolata in problematiche a cruciverba e matematiche equazioni cui nulla valeva la prova del nove; anche quando la prova riusciva, lei si trovava schiacciata contro il vetro di un autogrill come una mosca, e credeva di essere morta col suo interrogativo, ma riprendeva pigolo entro un’altra domanda che si vestiva di lei e la accompagnava entro un piano infinito, che assolutamente le sfuggiva.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il libro parla di una storia d'amore strana, ai limiti del reale, anzi per niente reale e possibile, ma stupenda, straordinaria, da brivido seppur difficile, quanto meno all'inizio, da comprendere. Una storia al limite tra amore e ossessione. Una storia che, anche se capisci che è inventata e che stai leggendo un romanzo, ti trasmette delle certezze, la certezza che l'amore esiste che quel sentimento narrato è reale, esiste nella realtà, ti trasmette la speranza che c'è sempre speranza. Nei vari capitoli si narrano sprazzi di vita, episodi, che hanno come protagonisti la "nina mala" e il niño bueno, ovvero Ricardo. Le loro vite continuamente si intrecciano, si incontrano, si scontrano nell'arco di un'intera vita a cavallo tra due continenti.
    E' un libro che attraversa due vite, un libro che nonostante la struttura narrativa non lascia buchi o almeno non lascia vuoti essenziali che hai fame di colmare.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Protagonista è Maxwell Sim, un uomo cinquantaduenne, che risiede in Scozia, un uomo che si definisce lui stesso noioso, privo di un qualunque sprizzo di personalità, di gioia, di voglia d’agire. Un divorzio in corso, il non riuscir a comunicare con sua figlia Lucy, l’osservare il mondo, e in particolare un dialogo veemente tra una figlia e una madre dentro un ristorante sarà galeotto per un processo di ri-identità, di stravolgimento per quel lavoro più che mai precario: la vendita di spazzolini da denti ecologici.
    Finalmente si lascia tutto alla spalle per accettare la proposta di un amico, attraversare l’Inghilterra a bordo di un auto elettrica, l’unico suo vero compagno sarà il suo navigatore al quale arriverà a dargli anche un nome. La sorte diciamo non è che gli è di aiuto, non voglio svelare altro...
    Coe riesce come sempre a presentarci un romanzo con una chiave di lettura più che mai moderna: la necessità di inventarsi in questo secolo cui la crisi dilaga, e la paradossale incomunicabilità anche se a nostra disposizione ci sono svariati e svariati mezzi di comunicazione.

    "Le auto sono come persone. Ogni giorno andiamo in giro in mezzo alla ressa, corriamo di qua e di là, arriviamo quasi a toccarci ma in realtà c'è pochissimo contatto. Tutti quegli scontri mancati. Tutte quelle possibilità perse. È inquietante, a pensarci bene. Forse è meglio non pensarci affatto."

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Oggi ci chiediamo perché non abbiano ancora inventato la macchina del tempo e ci lamentiamo di quello che abbiamo o avremmo potuto fare. Beh, sicuramente non ci siamo resi conto che il dispositivo è già stato inventato da millenni. Da quando abbiamo la facoltà di scrivere i nostri pensieri immortalandoli. Fare parte di una storia, anche quella che fa male ed è più crudele, quella che fa cadere, rende furbi. Quella che dona e solca indelebilmente l’anima e porta dentro le emozioni. La costruzione o la distruzione di ogni cosa è in mano a chi esorcizza o coraggiosamente si fa portavoce di parole, testimoniando quello che i sensi portano; gustano, ascoltano, osservano. Si condivide anche il sapore amaro che può lasciare tra le lacrime e i sorrisi, che possono attraversare i meandri della coscienza, raccontando anche dell’incoscienza passata. I poeti sono questo: frecce che attaccano i sogni al presente, “raccattando i cocci“ dell’esistenza, anche dove le ferite sono la dura vita che scorre quotidiana.
    La rabbia diventa un ricordo che il tempo accarezza, l’amore una salvezza che accompagna la speranza, dopo aver perso tutto. La memoria resta scritta tra le dita che attraversano il bianco, con il nero incontenibile che traccia e cambia, facendo maturare, tremare, consapevolmente respirare.
    Alessandra diventa il vivente segno che palpita in un dramma come quello del Terremoto che ha colpito l’Aquila del 2009. “Affoghiamo la pauranelle onde di cobalto, ci aggrappiamo con dolore alla mutevole sabbia. [...] Ci riconciliamocon il nostro destino in una città fantasma gremita di spettri”.
    La sopravvivenza diventa necessaria e la forza di parlare e di non celare gli stati che affollano ”il risveglio mortifero”. Diventa presa di posizione, nei confronti della misteriosa Signora Morte. Un gioco impari che spegne le luci d’improvviso e non guarda in faccia nemmeno al “giovane melograno” che “si aggrappava faticosamente al proprio orcio di salvezza, spiando dall’esterno”.
    Il ricordo diventa la radice per immergersi nel “deja vu” e capire quanto le azioni del quotidiano siano così importanti da essere appieno vissute. I gesti non sono mai vani poiché solo dopo ci si può accorgere di quanto “troppo presto vanno via le carezze”. I desideri diventano cavalcabili, se ci rendiamo conto di poterli realizzare ogni singolo giorno; senza rimandare, senza essere schiavi dei “domani poi farò” o dei “filtri o amplificazioni”.

    [... continua]

  • Di solito di Salinger si ricorda solo il suo capolavoro “Il giovane Holden”, e l’opera tutta di Jerome si vede classificata per una letteratura per bambini che ad essa non si discosta, non sono d’accordo affatto anche se l’autore resta attaccato e fedele al mondo giovanile. Ho letto “I nove racconti” grazie ad un consiglio di un’amica aNobiana; la raccolta si apre con “Un giorno ideale per i pesci banana” in cui ritrovo solutidine, alienazione, dei genitori che pensavo che la figlia abbia sposato un folle, segue “Lo zio Wiggily nel Connecticut”  che attraverso il dialogo con delle amiche fa emergere la frustrazione latente dovuta all’assenza del dialogo con il compagno, e al rimpianto dell’amico scomparso; anche “Alla vigilia della guerra contro gli esquimesi” ritorna l’incomunicabilità che è matrice di un gruppo di giovani; “L’uomo ghignante” descrive una squadra di baseball, fatta di armonia, spogliatoi, allenamenti, ricordi vivaci, peccato che tutto viene inclinato dall’arrivo di una donna che fatalmente entrerà in squadra. “Giù al dinghy” ricalca quella leva che tutti condannano all’autore, la levità dell’animo gentile dei bambini. “Per Esmè: con amore e squallore” narra le vicende di guerra poco prima dello sbarco in Normandia, una distanza, un incontro, una lettera inaspettata; in “Bella bocca e occhi miei verdi” attraverso una telefonata telefonica si presenta un’assenza, un fuga, un’inspiegabile senso di vuoto che pervade; “Il periodo blu di Daumier-Smith” eleva l’animo a tutto ciò che può crede di essere, è un sorta di deliberazione dell’anima che immagina e costruisce, arrivando alla felicità. “Teddy” è l’ultimo racconto della raccolta, parla di un bambino prodigio, che viaggia su una nave da crociera con i suoi genitori. Un precursore di uno stile narrativo unico, con abilità e padronanza da restar a bocca aperta!

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La nostra esistenza è protesa alla realizzazione dei nostri desideri, e a cercare di mettere insieme i tasselli del puzzle della vita. Eppure, nel caos del tran tran quotidiano, capita che qualcosa si perde nel tempo e lascia il senso di incompiuto alle azioni.
    Arriva il momento in cui le emozioni scoppiano dentro, anche se celate dagli impegni e dalla finalità dettata dalle resposabilità assunte.
    Ed è questo il caso di Benton Swatch; uomo affermato e intelligente, diventato abile negli affari e nel tenere di conto alle “maturity del credito” ma con un passato ben diverso dall’attuale posizione di manager.
    Nel 1960 a Roma non indossava né giacca né cravatta, ma gareggiava insieme con l’amico Bull alle Olimpiadi come atleta. Ed è lì che Lijuba, prende forma. Giovane atleta ceca del lancio del giavellotto. Bionda, dallo sguardo penetrante, da un neo marcato, dalla pelle bianca e dal corpo ondulato.
    Un amore rimasto da sempre nel cuore, condiviso solo con l’amico caro Bull, che ha avuto la meglio. Ma il cammino procede: tra matrimonio, separazione, affari, fino a scoprire troppo tardi che anche Lijuba era innamorata di Benton.
    Una rincorsa indietro per proiettarsi avanti, e ritrovarsi ad affrontare la morte dell’amico/nemico di sempre Bull e quella verità; lasciata scritta in un quaderno rosso, e consegnato da un misterioso uomo Karl Hlinka, a Madrid.
    Sarà l’inizio di grandi cambiamenti che porteranno  Benton ad attraversare l’Europa, combattendo contro i fantasmi  e le voglie; smascherando la sete di dare risposte a quelle domande, rimaste dentro, e  tenute a freno per troppi anni.

    [... continua]

  • "I più grandi capolavori nella storia dell’arte hanno protagonista il Figlio, mentre il Padre si affaccia dall’alto benedicente, quando si manifesta (…) Ed è il Figlio cui il Padre ha delegato il destino dell’uomo. Nel nome del Figlio si cambia il mondo” .
    Questo lo spirito che anima il nuovo lavoro di Vittorio Sgarbi, un vero capolavoro che fonde con maestria e grande delicatezza l’arte figurativa e il mistero più grande che ha accompagnato l’umanità: la vita di Gesù. Dai primi passi della pittura in Italia con Giotto e Cavallini, fino ad arrivare al primo Ottocento, l'autore descrive le più importanti forme di rappresentazione pittorica della figura del Figlio di Dio, nel suo essere principalmente 'azione', atto salvifico, momento attivo della fede e del pensiero religioso. "E' certamente indicativo che la più grande rivoluzione compiuta nella storia dell'uomo sia legata al nome di un Figlio. (...) le rivoluzioni non le fanno i padri. Le fanno i figli. Dio ha creato il mondo ma suo Figlio lo ha salvato. Nel nome del Padre noi riconosciamo l'autorità, ma nel nome del Figlio affrontiamo la realtà''. Queste parole rivelano la linea lungo cui è disegnato questo viaggio nella storia della pittura: il Padre eterno è difficile da rappresentare, è essenza e immanenza, mentre il Figlio domina, possiede il potere insito nella propria vicenda: al Figlio è affidato il destino di tutta l'umanità. 
    E nelle invenzioni dei ferraresi Cosmè Tura, Francesco del Cossa e Antonio da Crevalcore e della scuola veneziana da Antonello da Messina a Giovanni Bellini, di Piero della Francesca, di Mantegna, di Michelangelo e Raffaello, dei pittori della Maniera, di Caravaggio e dei caravaggeschi, l'autore sviscera le pieghe più intime della nascita, della vita, della morte e della resurrezione del Figlio. In questo modo, grazie a tale sapienza narrativa e descrittiva, la vita di Gesù, di Maria e di Giuseppe divengono soggetto di un'arte davvero contemporanea, anzi eterna e senza tempo, insieme alla infinita gamma di sentimenti che essa ispira.

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Una formidabile avventura è quella attraverso la quale Ken Follet ci conduce per mano, facendoci scoprire e leggere di avvenimenti, catastrofi e atti quasi miracolosi che si succederanno nel corso di circa mezzo secolo. Siamo nell’Inghilterra medievale, nel periodo che va dal 1130 al 1180. Un periodo dove regna in maniera sempre più evidente il contrasto tra il potere del monarca e quello della chiesa. Ma, al tempo stesso, il romanzo sottolinea ed evidenzia anche i numerosi contrasti, i tradimenti ed i sotterfugi insiti all’interno dei due opposti “schieramenti”. Epoca di cavalieri e di conti, di rivoluzioni nel campo dell'agricoltura, del commercio, dell'edilizia e della spiritualità umana. Nel racconto di Follet, sono narrate le vicende dei numerosi personaggi che dall’inizio alla fine, intersecheranno i loro cammini, dandoci cosi la possibilità di conoscere e leggere dei protagonisti più pacati, quelli più dinamici, i violenti, i traditori e gli immancabili doppiogiochisti. Tom, modesto ma abile costruttore alle prese con il periodod più buio della sua vita. Philip, uomo di chiesa forte, istruito, colto e con n passato mai dimenticato. Aliena, bellissima figlia di un conte, decisa e pronta a sopportare torti e tradimenti. William Hamleigh, cavaliere forte ma dall'animo crudele e nero. Al centro di tutto il priorato di Kingsbridge, oramai prossimo alla rovina ma ancora una volta pronto a rialzarsi, guidato da una mano forte e saggia. L’arrivo di un abile costruttore e della sua famiglia sono solo il preludio all’avvio di un progetto di ampio respiro. Non mancheranno le violenze di cavalieri ambiziosi e dei loro scudieri; monarchi poco abili al comando e capaci solo a scatenare un'infinita serie di guerre civili; vescovi pregni di sete di potere e dimentichi della loro missione spirituale. All’autore va riconosciuto l’immenso scenario che pone in essere, preciso nei dettagli, nelle ambientazioni e nei costumi. Facile è immedesimarsi nelle vie di un mercato medievale o ai margini di una furiosa battaglia tra nobili cavalieri ed eserciti affamati e violenti. Provare a sintetizzare ulteriormente la trama sarebbe del tutto inutile e ad ogni modo inefficace. Molteplici sono gli avvenimenti, gli stravolgimenti ed i cambiamenti di rotta a cui il nostro autore, sottoporrà la sua storia narrata. Il risultato è in definitiva un viaggio lunghissimo ma mai tedioso; una storia che va dal padre al suo nipote. L’esperienza di un epoca umana dove sibillina ma costante ci accompagnerà l’ambizione più alta di un semplice costruttore inglese.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • Le due Torri è il secondo volume della trilogia de Il Signore degli Anelli, romanzo di John Ronald Reuel Tolkien. Già partendo dal titolo iniziano le prime discussioni, in quanto Il Signore degli Anelli non nasce come una trilogia, ma come romanzo unico. Solo per esigenze editoriali dovette mettere insieme i due libri centrali, Tolkien disse:

    «"Le due Torri" è il tentativo più riuscito di trovare un titolo che comprenda i libri tre e quattro che sono così diversi; e può essere lasciato ambiguo — potrebbe riferirsi a Isengard e Barad-dûr, o a Minas Tirith e Barad-dûr; oppure a Isengard e Cirith Ungol».

    In questo libro la compagnia si scioglie, e le strade si dividono. Boromir cerca di impossessarsi dell’Anello, riuscendo a salvare la vita anche a Merry e Pipino, intanto Argorn, Gimli e Legolas sono impegnati nell’inseguimento degli Orchetti. I valorosi eroi dovranno affrontare situazione difficili, inaspettate, ambigue, riuscendo a incontrare con sorpresa anche Gandalf che gli amici ormai credevano morto, che si presenta più forte di prima. Merry e Pipino sono riusciti a fuggire trovando l’aiuto in esseri metà umani metà vegetali, gli Ent. Frodo e Sam si imbattono in Sméagol, il quale da iniziale nemico, diventa complice e li aiuta nell’attraversamento delle Paludi Morte. In sintesi nove compagni che si spingono a sconfiggere in Male, rappresentato nell’Anello del Potere e dal suo creatore Sauron.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Raccontare i piccoli orrori della quotidianità, il loro rifiuto, la loro finale accettazione. Un libro psico-politico in cui un ragazzo cerca di fare a se stesso quello che Berlusconi ha fatto al paese. Un libro di sinistra, ma così di sinistra che può piacere soprattutto a quelli di destra. Succede che Silvio lo perseguita, e un precario qualunque passa dalla laurea con lode alla disoccupazione. Che fare? Si tratta della domanda cui i poveracci di tutto il mondo cercano da secoli una risposta. Questo è ciò che riporta la presentazione del libro che in qualche svela e non svela propriamente il senso. Il protagonista è "goloso di antiberlusconismo catartico, in attesa della liberazione" per dirla con parole di Simone Montella; sembra che il più grande male di vivere del ragazzo sia Berlusconi, anzi il Berlusconismo. Tutto ruota intorno a lui, al capitalismo, allo sfrenato senso del consumismo sociale, al restare attaccati a dei beceri tradizionalismi, schemi su schemi, imposizioni su imposizioni, regole prescritte al primo offerente che crede forse di rendergli giustizia.
    Lui, il protagonista, è un ragazzo al di sotto dei trent’anni di origini napoletane, che fa della sua vita una tela da dipingere, sembra ritrovarsi rinchiuso nella gabbia sociale, senza né colori né speranze, senza una fottuta verità o amplesso di costruzione del reale, senza colori vividi e fervidi, scintille cromatiche armoniose di un animo privo di ogni serenità. E’ un libro attuale, anzi attualissimo, viviamo in un secolo dove la politica non è politica, ma solo farnetichismo di parole assoldate e messe in fila a tavolino per imbambolare gli spettatori che estasiati di contrappunto si lasciano ingannare. Il risveglio è sempre tardo, ciò che ci fa compagnia sotto il nostro cuscino è l'incertezza, sì, viviamo in bilico tra la speranza di poter essere certi di far parte di un consumismo violento, e la tristezza di sapere, e poche volte essere coscienti, che tutto è effimero, tutto non è stabile, tutto è precario, niente è affidato a noi per sempre, tutto torna alla terra che è primordio ancestrale della vita.
    Dietro al libro di Simone si nascondono tanti stati d’animo che effluviano, scompongono, ti scuotono; si sente più volte nel corso del libro il senso di oppressione profondo, spazi angusti per pensieri astratti, telefonate al call center di rara sregolatezza, ma avanti e proseguendo c’è anche una rinascita, una presa di coscienza, un riprendersi in mano le briglie dell’esistenza, la speranza di poter operare nel mercato finanziario, di non essere negletto al fallimentarismo, alla nullità, al chiedersi che cazzo ci faccio io su questa terra, tanto nessuno mai mi si inculerà. Ops, scusate il termine un po’ schietto, ma dietro questo sfogo c’è Simone Montella che alterna stili linguistici differenti, la prima e la seconda persona singolare, quasi per voler entrare direttamente in se stessi, di voler dialogare con quell’io, con quel fanciullo che non si lascia prescrivere nozioni imposte.
    Questo libro potrebbe essere inteso un po’ come un manuale di autodifesa, dove la precarietà, l’immobilismo, i piccoli soldati assoggettati di paese, sono prima ostacolo e poi redenzione, coscienza di far parte di un tutto indicibile, reale, che è trama ed essenza di un noi che disegna quella tela che prima era oscura e poco illuminata e dopo trova luce, soluzione, forza d’animo. Il ritrovarsi e rappacificarsi come quel viaggio in autobus e quella spesa consolatoria che sembra poca cosa.

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    recensione di Gino Centofante

  • L’angelo che portava  la morte, un thriller mozzafiato scritto abilmente da Eugenio Nascimbeni che lascia fino alla fine enigmatica la figura omicida.
    E' tra leggenda e usanze rituali della Sardegna rurale, che ruota la descrizione di questo libro, tanto da poter essere la sceneggiatura realizzabile di un futuro film.
    Scorrevole, ironico, estremamente scrupoloso nel “mascherare” il nome dell’"ombra", che agisce di notte, provocando la "dolce morte".
    Un tema  attualmente scottante, come quello dell’eutanasia, che si mescola ai riti passati, atti a voler fermare i patimenti di anziani, presenti nella casa di cura di Villa Azzurra; immersa nella ridente Alghero.
    Un caso da risolvere che coinvolge la curiosità del protagonista: lo scrittore affermato Giorgio Ferrandi, che parte dalla rumorosa e caotica città di Treviglio, per raggiungere le diverse abitudini dell’isolana terra.
    Un rincorrere di profumi e sapori, di colori marini che riscaldano la scena e tetralizzano la figura sacra-profana dell’"accabadora”.
    Il mistero della vita spezzata a creature agonizzanti, legato a una catenina d’oro scomparsa, da cui pende un medaglietta impressa l’immagine della Beata Vergine.
    Interrogativi della coscienza, gli scrupoli, i segreti che scritti nella storia della memoria o legati a entità fantastiche, documentano le tracce di un tempo.
    Boccate di sospiri e abbozzi di rivelazioni, per arrivare a ciò che nessuno avrebbe mai potuto immaginare.

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  • Nella terra d’Esperia aspra e umbratile, impregnata di promesse tradite, a ridosso del mare che si infrange sugli scogli, nei sussurri dei venti del Sud che battono le case imbiancate di calce, Andrea Tripodi dipinge il toccante affresco corale di una civiltà apparentemente remota, oscillante tra la fissità rassicurante delle tradizioni e l’insidiosa sfida del presente. In questa antologia eccezionalmente visionaria ed evocativa prendono vita figure di uomini e donne le cui esistenze sono impietosamente sconvolte, ora dalla violenza cieca dell’ennesima guerra, ora dalla sorte beffarda, alla quale l’essere umano cerca di sopravvivere. Su tutti i drammi umani e naturali troneggiano come presenze inquietanti gli idoli ricordati nel titolo, portatori di una subdola piaga purulenta che incupisce le placide atmosfere d’interni. A questi spavaldi, fieri, ingombranti dispensatori di soprusi, Tripodi contrappone l’orgoglio di umili eroi sconosciuti, animati da un viscerale desiderio di giustizia e di riscatto dalla brutalità di un’esistenza ferina asservita alla legge del più forte, basata troppo spesso su un atavico senso maschilista e patriarcale del potere. E dalle ceneri del dolore e della devastazione umana e morale nasce un’unica grande storia, narrata con quello spirito teatrale dionisiaco che, come un ancestrale coro sgorgante dal mai sopito afflato del sostrato ellenico, consente di raccontare e comprendere la crudeltà e l’assurdità della vita, nella sublime catarsi dall’umana bestialità, che solo la trasformazione letteraria del vissuto può garantire appieno.

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  • Il volume "A testa in giù", raccoglie 53 liriche, scelte tra le migliori poesie che la poetessa Paola D’Angelo ha redatto negli ultimi tre anni.
    Le emozioni contenute all’interno dell’opera sono di un’intensità straordinaria e rappresentano una combinazione di sensazioni tanto armoniosa e sottile da rendere questo lavoro veramente unico nel suo genere. Le sensazioni vissute dall’autrice vengono magicamente trasmesse al lettore attraverso una sorta di empatizzazione poetica, una rara capacità espressivo-cognitiva che di fatto è una peculiarità dei poeti autorevoli.
    Paola D’Angelo utilizza nelle sue liriche una tecnica compositiva classica sfidando così l’impopolarità, anche se i critici, a tale proposito, sostengono che la scelta dei temi cosiddetti universali, rendono la sua opera sempre alla moda in ogni forma di società di ogni tempo e di qualsiasi luogo geografico.
    Si dice che la persona che non smette mai di sentire è quella che ha animo poetico, ma l’animo poetico non basta a trasformare un uomo in un bravo poeta. Paola D’Angelo infatti oltre ad ascoltare le emozioni, ricerca ed esperisce su di sé quel mondo emozionale che non tutti hanno la forza di vivere e solo in pochi possiedono le tecniche per rappresentarlo nella poesia in modo adeguato.
    L’autrice, che si definisce poetessa per legittima difesa, ritiene appunto che la poesia non è mai esternazione emozionale che si materializza attraverso frasi compiute, ma una forma di ricerca e di crescita personale. La poesia, dice Paola D’Angelo durante un’intervista, è metafisica. La parola in generale e in particolar modo quella scritta è la cosa più divina che l’uomo ha a sua disposizione, perché essa unisce la materialità alla spiritualità del pensiero.
    Ecco il motivo per cui, le sue liriche le definiamo un po’ divine.

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    recensione di Enza Iozzia

  • Un paese sperduto in montagna, un professore poeta che si è ritirato dalla vita di città. Con il suo fedele cane Ombra, passa le giornate a parlare con i saggi animali del bosco, gli stravaganti abitanti del vicino paesino, aspettando la telefonata sbrigativa di un figlio lontano. Queste le sue uniche attività. Martin sembra ormai abbandonato alla sua solitudine, non necessariamente cattiva, ma insipida. Il passato sembra solo un ricordo lontano, lasciato tra le pagine dei libri, nascosto tra le poesie del Catena, l'illustre quanto discusso poeta, che abitava nel vicino paesino, di cui il professore è il massimo esperto. L'arrivo di una coppia di città, rumorosi vicini carichi di tecnologia e stress, scompiglia la routine di Martin. Viene invaso il suo eremo dalle richieste dei due, sull'orlo di una crisi sentimentale, e lavorativa.
    Cerca, da vecchio saggio com'è, di riappacificare e consigliare, ma il professore fa l'unica cosa sbagliata: si innamora.
    Lei che ricorda un suo vecchio amore, risveglia le fiamme del suo cuore, mentre lui gli rinfaccia la sua gioventù di egoistico amante.
    Il mistero del Catena, della ragazza del lago, i segreti custoditi dai cittadini. Le poesie e le continue incursioni animalesche fanno da sfondo alla vicenda.
    Stefano Benni unisce poesia e racconto, i personaggi sempre nel suo stile, sono a metà tra il fantastico e lo stereotipo delle persone comuni, leggero si lascia leggere senza fatica, sempre condito dall'umorismo che lo contraddistingue.
    Belle le poesie, mi danno qualche spunto per scriverne di mie, perché anche se attraverso il personaggio di Martin, Benni insegna al lettore... cosa? La risposta a questo, il messaggio finale mi dispiace, dovrete trovarvelo da voi, leggendo il libro.

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    recensione di Stefano Bergamasco

  • Il mondo rurale abruzzese riconquista la sua dignità e il suo valore aulico nel libro del teramano Fabio Petrella “Dove non arrivano i sentieri” (Palumbi editore). L’Abruzzo, terra che accomuna la sottoscritta e l’autore (senza averci, tuttavia, mai fatti incontrare), traspira odore di formaggio e di erbe di montagna perché la maggior parte dei nostri avi ha cominciato da lì la lotta alla sopravvivenza: è ben giustificato l’immaginario collettivo che ci vede legati al mondo ovino (alle pecore), perché è la pastorizia che ci ha permesso di insediarci in questa terra che ancora in parte è incontaminata.
    Oggi l’Abruzzo in realtà è un po’ stanco di questa associazione mentale: nondimeno Fabio Petrella è stato in grado di dare una contemporaneità bucolica, grazie anche ai suoi occhi contemporanei (è del 1987), a quello che in regione respiriamo da sempre, ossia lo stretto contatto con la natura e con le sue forze, con un’eco magica, quasi dannunziana.
    Le leggende di montagna si intrecciano alla Storia, alle guerre partigiane, alle avventure in America, all’11 settembre, accompagnate da una scrittura gentile, solenne a tratti, comunque mai banale. Tutto inizia con la nascita di Vincenzo in una notte innevata, e prosegue ruotandogli intorno, raccontando storie sulla sua famiglia, guardando il mondo attraverso i suoi occhi, soffermandosi su alcuni personaggi che incontra. Sembra di non andare mai via da quella prima notte di neve, e di restare davanti ad un camino acceso ad ascoltare, seduti in cerchio, il racconto di un nonno.
    Le storie, spiega Fabio Petrella nella prefazione, hanno personaggi fittizi (a volte descritti solo dal soprannome, autentico retaggio del luogo) ma traggono verità dalle ricerche del professore Berardo Pio, docente all’Università di Bologna, dai racconti di Bruno e Daniela Zilli e dalla memoria collettiva degli abitanti dell’alta valle del Vomano. Il libro è stato pubblicato grazie alla Pro Loco di Poggio Umbricchio, un paese in provincia di Teramo dove è ambientato gran parte del libro di Fabio Petrella, con la collaborazione della Città diTeramo, del Comune di Crognaleto e della Unpli di Teramo.

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    recensione di Cristina Mosca

  • Sul quarto di copertina de “Il problema di Ivana” si legge: “Il problema di Ivana è un romanzo magistrale, straordinario esordio di un autore dallo stile elegante e inconfondibile. Andrea Torreggiani, giovane dirigente milanese di un’azienda in crisi, è anche scrittore per passione. Approfitta di un breve soggiorno a Cetona, nelle valli senesi, per terminare il suo romanzo. Lì cercherà di dar riscontro a un’immagine che esiste solo nella sua mente e che potrebbe risolvere il problema di Ivana. Lì incontrerà un nuovo amore, vero quanto difficile”.
    Ho voluto riportare questa sintesi perché credo esprima in modo perfetto la storia narrata nel romanzo senza svelare troppo o troppo poco e dando il giusto valore ad un romanzo ben costruito e ricco di colpi d scena. Con questa storia l’autore attua un’indagine accurata sui profili antropologici e sociali del vivere moderno, scandagliando le tormentate anime dei personaggi e costruendo figure nelle quali molti lettori potranno rivedersi. Il punto di forza del romanzo di Torregiani sta nella lingua diretta, immediata ma comunque musicale e ricercata che denota un’attenta ricerca di metafore e sinuosità linguistica. Per rendersene conto è sufficiente leggere il passo che segue:

    “Abbandonò il suo corpo per un po’, lo lasciò flaccido e informe, che pure era così bello e fiero, sul divano rosso e vagò senza timori nel parco che dal metrò la portava a casa, ogni sera di ogni giorno di lavoro. Scrosciavano applausi di riunioni dominate, di platee domate, occhi famelici e perversi la scrutavano mansueti, le leccavano il corpo, i bellissimi seni le scendevano sin nell’incavo del ventre, le carezzavano le pieghe più intime tra le cosce. Le sue natiche tonde, piccole armoniose, bersaglio di desideri impellenti, sognate ogni notte da uomini veraci, carezzate all’infinito da tutti gli sguardi catturati alle sue spalle. Ivana nel parco, tornando a casa, non pensava più alle sue rivincite, al lavoro che cavalcava come un’amazzone indomita… () Le capitava di nuovo di compiacersi sotto lo scroscio della doccia, lavandosi aveva ripreso a carezzarsi il seno giovane, turgido, perfetto, e a rabbrividire di sottile piacere nel passarsi la schiuma tra le natiche e le cosce, e qualche volta indugiava, fremendo. Ivana era molto bella, lo sapeva, era vogliosa, ma solo quando le andava. Ivana stava guarendo, almeno così le era sembrato fino a ieri. Ma poi tutto era svanito, e ora il suo pensiero vagava di nuovo tra le pieghe dei suoi stati d’animo, rimbalzava da un sintomo all’altro.”

    Da tali versi emerge una grande sensualità nelle descrizioni, nel dipingere ogni anfratto del corpo e della mente tanto che la sensualità stessa sembra essere tangibile, abbandonare le pagine e investire in pieno il lettore rendendolo partecipe di una forte sensazione di coinvolgimento. Il ritmo verbale è fitto e serrato, le immagini ben costruite così come la psiche dei personaggi. “Il problema di Ivana” è stato definito come “un thriller romantico dove non esistono morti e sangue  ma il mistero e il desiderio di dipanarlo rendendo difficile sospendere la lettura, staccarsi dalle pagine.” L’eleganza narrativa è un elemento costante e denota una grande padronanza della parola e di tutte le sue sfumature, parola che in un buon romanzo deve sapersi fare materia, segno, figura, pietra che batte sulle cose. Una storia, insomma, da leggere e da cui lasciarsi catturare.

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    recensione di Claudio Volpe

  • "Ogni angelo è tremendo" è il romanzo di Susanna Tamaro che si legge con la forte sensazione di avere di fronte la stessa autrice. E' come se si seguisse il percorso di un'anima che traccia tra le pagine la crescita fisica, ma soprattutto intellettuale di una bambina che diventa una donna con alle spalle un passato che le ha trasmesso il dolore, la consapevolezza e la ricchezza dell'essere umano attraverso l'evoluzione di una scrittura che fa eco alla poesia, alla ragione e alla sofferenza che diventa lievito di una profonda ricerca interiore che "un'antenna con i fili scoperti", come la stessa Tamaro si definisce, è in grado di trasmettere piacevolmente ai suoi lettori. Un viaggio coinvolgente che inizia nella fredda bora triestina e che si dirama tra le pagine più intime e coraggiose della vita dell'autrice. In attesa, da grande stimatore, di leggere al più presto l'inedito Illmitz vi consiglio vivamente la lettura di quest'ultima opera.

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    recensione di Filippo Gigante

  • Questo libro è tutt’altro che banale, è un libro autobiografico quello di Missiroli. Protagonista del libro è Pietro, un ex prete, che decide inspiegabilmente, ma solo apparentemente, di accettare un posto di lavoro come portinaio lasciando Rimini, la sua città, per andare a vivere nella caotica Milano. Titolo poetico ha il libro, che dietro nasconde molto di più, come l’elefante che vive nella società matriarcale, ha sviluppato senso di protezione verso tutti i figli del branco, anche nel libro si parla di legami non legittimati dal fatto che si è una famiglia, che si è un fidanzato, una moglie o un marito. "Questo - spiega l'autore - è l'amore minimo che non si riesce a difendere, quello che si accende sul momento e quando non da più soddisfazione si molla, alla base della società affettiva attuale". Fondamentali invece sono legami di protezione invisibili al di là del legame genetico o solido affettivo, come quelli di un prete che non può avere figli e si prende cura dei figli degli altri, o come un dottore, quel dottore che avrà un rapporto strano con Pietro, e Luca che a mo’ di codice universale si prende cura dei suoi pazienti. Lo stare a contatto con Viola, Sara, Poppy legati tutti da una circoscrizione familiare, è l’amore massimo che vuole nulla in cambio. Ma diciamocelo chiaramente poi cos’è quest’amore massimo, minimo, medio? L’amore è universo, perdizione, senso di smarrimento, felice oasi, e triste inganno, sorpasso e contrappasso di una legge generale terrena che si scinde da ogni futile e bieco legame familiare.

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    recensione di Gino Centofante

  • Un viaggio intenso e sofferente, anzi una vera e propria immersione profonda e sincera nella parte più vera dell'animo umano, negli angoli dove spesso nascondiamo il dolore, la paura, il rifiuto di noi stessi o del mondo che ci circonda, e che per questo diventano spesso fantasmi non risolti della nostra coscienza. Questa la sensazione che emerge dalla lettura di Maschere respiratorie di Elena Tomaini, un'esperienza letteraria originale e stimolante, perché in uno stile rotto, ansimante e volutamente frammentato, riesce a raccontare spudoratamente - e condensando un universo in poche ma intense pagine che per questo sembrano quasi togliere il respiro - un affascinante e ampio spettro di pensieri dolorosi, di esperienze reali ma allo stesso tempo oniriche e allucinate.
    Questo universo sono i personaggi scissi e irrisolti, i luoghi sporchi o talmente veri da diventare surreali, gli sguardi e i pensieri slegati e liberi che i racconti  descrivono, costruendo come in tanti episodi di un film, una serie di maschere dietro le quali si nasconde - o forse sarebbe meglio dire si difende - l'inquietudine presente nell'essenza di ciascun essere umano.
    In una sorta di scissione pirandelliana tra forma e vita, questo essere emerge dalle pagine in tutta la sua complessità, nella precarietà del suo faticoso equilibrio, in una serie di espressioni in cui "l'orrore è solo un modo di insegnare ad essere migliori", oppure "la prima regola per perdere tutti i sentimenti è circondarsi di gente che ne ha troppi".
    Queste declinazioni esistenziali vivono e respirano dietro le maschere di vite diverse, sovrastrutture che non hanno la forza o la grandezza di frenare quel flusso libero e potente dell'identità che ogni uomo, vivendo, costruisce e proietta nella realtà che lo circonda. 

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    recensione di Sabina Mitrano

  • Afferro con gli occhi
    lo sguardo eterno
    dell'infinito,
    del terso cielo
    di primo autunno,
    delle caduche foglie che respiran del vento,
    un flebile alito
    smarrito.

    Questa è a mio avviso una delle liriche più significative che Giorgia Catalano ha raccolto nel suo libro "Un passaggio verso le emozioni".
    Sono sufficienti poche righe  per comprendere che il tema più sentito dalla scrittrice concerne la vulnerabilità umana e il suo tramutare attraverso il tempo. Il concetto viene espresso con struggente passione e anche con discreta tecnica della parola scritta.
    Giorgia Catalano, classe 1971, ha scritto queste liriche tra il 2010 e il 2012 e, pur essendo la sua prima raccolta individuale, ha già pubblicato come coautrice in diverse antologie.
    Il volumetto non è un semplice libro di poesie, ma è una vera e propria rappresentazione emozionale della vita; una sorta di romanzo fatto di conquiste, fallimenti, gioie, dolori da condividere col lettore.
    L'autrice inoltre osserva, scruta, indaga, sente il mistero che avvolge la vita, ne coglie i segreti, le angosce, i dolori e li racconta, li trasmette all’animo umano attraverso la scrittura di questo libricino.
    Anche il tema dell’amore è molto sentito dall’autrice che lo definisce: “Come un leone di spirito audace, non come una lepre fugace"

    Dopo aver letto più volte questa breve raccolta di liriche, mi è venuta in mente una frase di Dante Alighieri con la quale concludo il mio breve commento su di un libro che consiglio vivamente: "Niente dà più dolore che il ricordare i momenti felici nell'infelicità".

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia