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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • “Ultime notizie dalla famiglia” è un romanzo del ciclo di Malaussène, esilarante protagonista nato dalla penna di Daniel Pennac, che raccoglie due produzioni letterarie dello scrittore francese, pubblicate rispettivamente nel 1995 e nel 1996. In questo libriccino di 132 pagine si stendono ironicamente le storie della famiglia di Malaussène divise in due atti. Nel primo Pennac affronta la sorte attraverso un monologo teatrale sulla paternità intitolato “Signor Malaussène a teatro”. Nei cinque capitoli (Annunciazione – Presentazione – Desolazione – Risurrezione – Apparizione) Malaussène si rivolge al proprio figlio raccontandogli le strane circostanze della sua nascita avvenuta in seguito a un aborto. Già, lo strano episodio si rispecchia nella condizione, altrettanto strana, della venuta al mondo in seguito alla scomparsa del feto. Eppure il bambino vedrà la luce grazie a Gervaise che si prenderà cura di lui già a partire dal momento in cui si avvia la formazione nella pancia della donna. I momenti che ne fanno il monologo vengono descritti rapidamente attraverso dialoghi incisivi e una precisa descrizione degli spostamenti, proprio come si farebbe nella preparazione di una sceneggiatura teatrale.

    Nella seconda parte del libro, intitolata “Cristianos y moros” (Cristiani e mori) e relativa al racconto breve, il protagonista della vicenda è Il Piccolo, ossia un bambino nato in circostanze casuali che fin dalle prime battute dattiloscritte inizia uno sciopero della fame perché ha voglia di conoscere il padre. Il problema che viene messo da Pennac sotto la lente di ingrandimento descrittiva è il totale ignorare, da parte della famiglia adottiva de Il Piccolo, chi sia il padre. Comincia così un lungo pellegrinaggio confusionario alla ricerca del padre naturale che, si scoprirà alla fine del libro, sarà un personaggio inaspettato e ben noto allo scrittore stesso. Un pellegrinaggio fatto di incontri confusi, dialoghi ripetuti e lingue sconosciute. Un pellegrinaggio che lascia il lettore incollato alle pagine del libro fino a raggiungere l’inaspettata conclusione. Quella raccontata in questa parte del libriccino può essere paragonata ad una delle storie del nostro tempo, dove bambini nascono in seguito a concepimenti casuali per essere poi adottati da chissà chi. E la reazione de Il Piccolo (non a caso poi apostrofato ‘piccolino’) è il simbolo di un sentimento comune che appartiene alla voglia dell’essere piuttosto che apparire.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

    • Joyland
    • 08 luglio 2013 alle ore 8:24

    Non è un'estate completa, se non si legge almeno un libro di Stephen King. Oltre a questo non è completamente estate senza almeno una visita a un luna park. Se poi come i protagonisti del romanzo ci dovete lavorare per tutta l'afosa estate, il cerchio si chiude. Devin Jones è uno studente universitario, col cuore a pezzi. Cerca di sbarcare il lunario, con i suoi due amici nel parco divertimenti di Heaven's Bay. Deve sottostare al suo burbero capo, imparare la "parlata" ovvero il gergo segreto dei giostrai, apprendere a manovrare le giostre e ad imbonire il pubblico. Dove si puo' trovare maggior divertimento, tra un tiro a segno, una ruota panoramica, e un buon hot dog, si nasconde un terribile segreto. Il fantasma di una ragazza uccisa anni prima, infesterebbe una giostra del parco. Inoltre una finta zingara predice al ragazzo un futuro oscuro e pericoloso. Dev o Jonesy, come lo chiamano i "figli del carrozzone", deve lasciarsi alle spalle la ex fidanzata, maturare come uomo e risolvere il caso dell'omicidio, reso ancora più difficile per il rapporto che si crea con Mike, un ragazzo affetto da distrofia muscolare e la distaccata madre, vicini di casa del suo luogo di lavoro. Nel romanzo, King cita spesso titoli di canzoni, avvenimenti storici di contorno, lo stile inconfondibile, vi farà girare una pagina dopo l'altra. Consigliato per quelle giornate estive da quaranta gradi all'ombra solo per farvi capire cosa può provare Dev con la "pelliccia" addosso.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Henry Chinaski, Hank o semplicemente Charles Bukowski lo scrittore. Il “Vecchio sporcaccione” nato nel 1920 ad Andernach in Germania ed emigrato negli Stati Uniti per tutta una vita, in “L’amore è un cane che viene dall’inferno” racconta ancora una volta gli abitanti dell’America attenta con toni poetici – narrativi, simboli lineari dello scrittore. Il titolo è già ironico di per sé, come tutta l’enciclopedia letteraria di Bukowski. Ubriaconi, falliti, giocatori d’azzardo e perdenti di ogni livello sono i protagonisti. E non manca, pure, il solito Chinaski che predica consigli agli scrittori per puntare a fare sempre meglio:

    ti devi fottere un gran numero di donne / belle donne / e scrivere qualche decente poesia d’amore / e non preoccuparti per gli anni / e/o per i nuovi talenti / bevi solo più birra

    Cinico, categorico, diretto senza mezze misure, questo è Charles Bukowski. Uno che pare andare di moda tra i giovani del ventunesimo secolo più per il personaggio che è stato che per quello che ha scritto. Bukowski l’ironico, Bukowski il vagabondo, Bukowski l’emarginato che narra poeticamente la sua vita. E lo fa lasciando i versi incollati alle pagine senza che questi possano avere facoltà di allontanamento. Le parole restano lì, immobili. Eppure fanno male, colpiscono con forza come farebbe un pugile per mettere l’avversario al tappeto. Gli avversari, in questo caso, siamo noi lettori che ci interroghiamo spesso – troppo spesso – sul senso linguistico della parola poetica. E il confine, in questo senso, è quello della narrazione “punita” con degli accapo. Ma non è tutto, perché Bukowski riesce ad immedesimarsi perfettamente in quel clandestino che è senza regalare sentimenti al primo passante sotto l’arco. Poesie lunghe tre, quattro o cinque pagine che potrebbero essere la base per un racconto, come nella poesia “Me” incollata a pagina 29:

    le donne non sanno come amare / mi disse / tu sai come amare / ma le donne vogliono solo / attaccarsi come sanguisughe / lo so perché sono / una donna

    “L’amore è un cane che viene dall’inferno” è, ancora una volta, una raccolta di poesie che restituisce al lettore la genialità di Bukowski. Una genialità che va compresa, studiata, tradotta. Una genialità che è pura osservazione umana, materia dell’individuo di ogni tempo.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • “Due Punti” è l’ultima raccolta di versi del poeta con nome di donna Wislawa Szymborska. Apparsa in Polonia il 30 novembre 2005, in pochissimo tempo ha venduto nei luoghi natali oltre 40.000 copie. Un risultato eccezionale per un’arte, quella poetica, fatta di amanti del genere. Chiedersi il motivo di tale numero di vendite è lecito. Ed è altrettanto lecito pensare che la notorietà della Szymborska, arrivata grazie al Premio Nobel per la Letteratura del 1996, possa aver contribuito al successo. Eppure non è questa, in definitiva, la soluzione all’interrogativo. Piuttosto, la meraviglia dei versi di questa poetessa compare leggendo le sue poesie. “Due punti” ne è l’esempio grazie alla singolarità del poetare che sta nell’invenzione linguistica, nella leggerezza e nell’ironia, tutto raccolto da immagini riflessive che pare vogliano parlare direttamente al lettore.

    Immagina un po’ cosa ho sognato / All’apparenza tutto è proprio come da noi / La terra sotto i piedi, acqua, fuoco, aria, / verticale, orizzontale, triangolo, cerchio, / lato sinistro e destro […] Ammetti che nulla di peggio / può capitare al poeta / E poi nulla di meglio / che svegliarsi in fretta.

    La Szymborska sogna, sogna di essere su un altro pianeta che non è la Terra. Sa che non si tratta del nostro pianeta perché “quel linguaggio non è di questa Terra”. Il poeta fa un orribile sogno e nulla può capitare di peggio. Il sogno è l’elemento poetico di questi versi contenuti alle pagine 36 e 37, esattamente un attimo primo di “Labirinto”, una delle poesie più belle di questa raccolta.

    e ora qualche passo / da parete a parete, / su per questi gradini / o giù per quelli […] e il labirinto / altro non è / se non la tua, finché è possibile, / la tua, finché è tua, / fuga, fuga –

    “Due punti” è l’undicesima raccolta pubblicata della poetessa polacca che in oltre cinquant’anni ha pubblicato poco più di trecento poesie. “Due punti” accoglie e racconta diciassette momenti diversi ma vivi; è la risposta a quei punti interrogativi che vengono messi, “per una ragione importante o futile”, nero su bianco.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Veglia
    Cima Quattro il 23 dicembre 1915

    Un’intera nottata /buttata vicino /a un compagno /massacrato /con la sua bocca /digrignata /volta al plenilunio /con la congestione /delle sue mani /penetrata /nel mio silenzio /ho scritto /lettere piene d’amore /Non sono mai stato /tanto /attaccato alla vita

    Poeta della guerra, della scena vissuta in trincea ad aspettare la notte che passi per poi affrontare il nemico ad armi cariche. Poeta dai versi toccanti, incisivi, d’amore. È questo Giuseppe Ungaretti, uno che non ha fatto a meno di interpretare la parola compiendo uno sforzo tramutato in poesia. In “L’allegria” il poeta-soldato nato ad Alessandria d’Egitto nel 1888 e morto a Milano nel 1970 raccoglie immagini nate dalle esperienze di guerra. Immagini forti e che raccontano la battaglia vista da dentro, come in “Veglia” dove Ungaretti si trova a descrivere una delle tante notti passate in trincea al fianco dei compagni caduti. Nonostante la drammaticità del momento, il poeta trova nella morte e nel silenzio la parola giusta per scrivere “lettere piene d’amore”. E poi, è chiaro l’abbandono della vita che porta la morte. Ed è proprio per questo che Ungaretti trova in quel sottile filo immaginario venuto dal plenilunio la voglia di restare attaccato alla vita.

    La raccolta "L'allegria" raccoglie in un crogiuolo di sentimenti ed emozioni anche le famose poesie “Soldati” e “San Martino del Carso”, autentici capolavori ungarettiani:

    Soldati
    Bosco di Courton luglio 1918

    Si sta  come /d’autunno sugli alberi /le foglie
    La poetica di Ungaretti è entusiasmante anche per la sua brevità. I versi sono spesso conditi da un accapo a ritmo continuo tanto che la parola, a volte, viene lasciata sola a vivere di vita propria come se volesse raccontarci altro, più di quanto già dice la poesia stessa. Conoscere Ungaretti per chi fa poesia è come imparare ad attaccare la bocca al seno materno. Ed è per questo che la poesia ungarettiana ha il bisogno di essere scoperta, condivisa e pure riscritta in qualsiasi spazio disponibile, proprio come faceva il poeta con i pacchetti di sigarette vuoti e i pezzetti di carta che davano copertura ai proiettili per le armi.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Il rapporto di Robert Lombardi, dopo la morte di sua moglie Helen, con suo figlio Pete si sta allentando.
    Il primo è assorbito dal suo lavoro all'università, mentre il secondo per gioco sfida i sistemi di sicurezza informatici. L'unica cosa che possa tentare di riaccendere i contatti è un viaggio insieme a Parigi durante le vacanze estive.
    I preparativi sono ultimati e Pete sta cercando di entrare nell'ennesimo sito per vincere una scommessa prima di partire; riesce con facilità a scaricare parte del contenuto del server attaccato e a copiarlo nei due computer di casa, come prova della sua riuscita.
    Nonostante abbia seguito ogni procedura per far perdere le sue tracce, ha inconsapevolmente scaricato un worm, che si attiva per pochi minuti a sua insaputa e lo fa scoprire. Non è un programma nocivo qualunque, ha un suo specifico obiettivo ed è stato creato appositamente da un gruppo neonazista, Feuer Jugend, facciata di un gruppo terroristico ben più pericoloso e dislocato in più parti del mondo, in insospettabili piani di potere. La macchina terroristica si avvia per cercare di recuperare i dati e interrogare i "ladri", sono sul punto di sequestrare i Lombardi in un ristorante parigino, quando all'ultimo, da anni di oblio, si riattiva l'addestramento di Sara Kohn, ex membro dell'intelligence del Mossad, che riesce a salvarli.
    Ma averli salvati una volta non fa altro che ingigantire i pericoli che dovranno superare e che l'ex agente credeva di essersi lasciata alle spalle.
    Questo è solo l'inizio del thriller che vedrà minacciare le sorti di Israele in un sussueguirsi di colpi di scena.
    Riuscirà Sara Kohn a sventare il piano criminale e soprattutto di chi potrà fidarsi per riuscirci?
    Stefano Lanciotti riesce a tenerti in allerta, sudare freddo, ti fa entrare nei pensieri del personaggio nei loro dubbi e incertezze, tutto può succedere nel giro di poche pagine. Un thriller ben costruito, consigliato.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Sotto il nome di “Piccoli Idilli” passa una serie di splendide liriche leopardiane pubblicate tra il dicembre 1825 e il gennaio 1826 nel “Nuovo raccoglitore” e sono: L’Infinito, La sera del dì di festa, Alla Luna, Il sogno, La vita solitaria. Opere in endecasillabi sciolti che lo stesso poeta definisce ”idilli”, come rappresentazione sublime della sua anima. Leopardi, poeta dello sperimentalismo ottocentesco, rivisita idillio tradizionale alla Teocrito, delle” Talisie”, ad esempio, in cui la poesia è una rappresentazione agreste e bucolica in cui i pastori ingaggiano gare poetiche nella contemplazione della Natura, e il suo idillio diventa rappresentazione interiore del suo animo che romanticamente si rispecchia nella Natura.
    La sua poesia diventa quindi intimistica e venata di nostalgica sautade in una contrapposizione netta tra la poesia degli antichi, d’immaginazione, e la poesia dei moderni, di sentimento, in cui sentimento va inteso come derivato di “sentio” latino svelando l’impostazione sensistica del Poeta di Recanati.
    Questo sentire è profondamente contaminato dalla ragione, con cui il Poeta instaura un rapporto conflittuale, perché, mentre essa ci libera illuministicamente delle false credenze  e della religio, ci sottrae anche la capacità di immaginare infinitamente, come tipico degli antichi, specie Omero e Pindaro.
    Nell’”Infinito”, in cui siamo ancora a livello di “pessimismo storico” davanti una Natura- Madre il Poeta tenta di recuperare il gusto dell’immaginazione spingendosi nell’infinito spazio-temporale, ma il vento lo richiama alla realtà e lo riconfina nel finito, in cui l’uomo è costretto per motivazioni strutturali dell’esistenza. Pur tuttavia è bello “naufragar in questo mar” dell’infinita immaginazione. Finito-infinito rappresentano un binomio oppositivo del suo pensiero e sono la causa principe del suo pessimismo che diverrà gradualmente cosmico, come espresso dalla teoria sul piacere. Secondo questa l’uomo è destinato al dolore perché infinito è il desiderio del bello, ma finito è il corpo, per cui l’uomo vive in perenne frustrazione tra un pensiero che vorrebbe illimitatamente espandersi e un corpo fisico che lo circoscrive.
    Così come avviene anche attraverso il rimembrare nell’Idillio ”Alla Luna”, in cui dolce è il rimembrare durante la contemplazione della luna, perché il ricordo lenisce i dolori e il ricordo di qualcosa che è passato porta ristoro all’anima che va in espansione anche se illusoriamente; il Poeta, foscolianamente, sa di illudersi, consapevole della finitezza umana e ciononostante si illude, dilatando, anche se temporaneamente, i suoi orizzonti, dimostrando così tutto il suo vitalismo e la voglia di Esserci, nonostante la malinconia e la noia, tratti salienti della sua indole. La noia è quella sensazione che egli ben descrisse al Giordani con le celebri parole: “… e me vedrai seduto con le mani sulle ginocchia senza né ridere né piangere” e quello stato d’animo nel quale si cade dopo l’illusione, all’”apparir del vero”.
    Così, mentre “La sera del dì di festa” i preparativi fervono e l’animo si riempie di aspettative, a festa finita cala il sipario della malinconia perché tutto è passato e dell“uom traccia non resta in una visione rovinistica” che lascia dietro di sé il Nulla, perché il “reo tempo” foscoliano tutto distrugge.
    L’analisi leopardiana è lucida e serrata e non vi è Dio che tenga, perché non c’è consolazione religiosa per un ateo sensista.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • Il gabbiano Jonathan LIvingston, un testo dell’americano Richard Bach,best-seller negli anni ’70, è un romanzo breve, semplice e complesso al tempo stesso, perché ha un alto valore simbolico e metaforico in uno stile agile e facilmente fruibile. Tradotto in tutte le lingue è  consigliato per qualunque età, ma molto diffuso nelle scuole per il messaggio educativo e di formazione che porta in sé.
    Il gabbiano Jonathan infatti non è un gabbiano come tutti gli altri, non vola per procurarsi cibo, cosa di cui non si cura, fino a divenire magro scheletrico; lo interessa il volo in sé, un volo che assurge a valore magico di perfezione interiore, un volo non dissimile da quello dell’aquila dei nativi di America, che diventa strumento di iniziazione alla vita. Un volo che consenta una veduta aerea della propria vita e del mondo che ci circonda. Jonathan è particolarmente esigente e vuole portare a perfezione il suo volo , allenandosi con pervicacia, come pervicace è la ricerca di chi vuole conoscere se stesso e l’infinito Essere dell’uomo.
    Come un Socrate tafano d’Atene, alla ricerca del dàimon che lo abita, viene condannato dallo stormo all’isolamento perché non organico ai comportamenti del gruppo; questo  diventa la metafora ovvia di una società convenzionale che espelle chi si discosta dalla leggi condivise e dalle consuetudini che si ergono a giudice dei comportamenti. Rigettato e vilipeso dal gruppo, perché non  un umile gregario, ma  figura di eccezione, come una sorta di Siddharta alla ricerca del Sé superiore, non demorde dal suo progetto e continua ad allenarsi fino ad incontrare, dopo la sua morte, altri gabbiani più perfetti di lui che lo guidano lungo un processo di rinascita nel “Paradiso dei gabbiani”; qui un gabbiano guru, come un Botthisava d’Oriente, gli insegna che il volo perfetto  in sé non è sufficiente per portare a realizzazione la sua più profonda natura connessa con la conoscenza, ma bisogna integrare l’elemento Amore per superare il qui e ora e le barriere del tempo tiranno. Allora Jonathan si libra perfetto in volo, in splendente e candido piumaggio, e supera le barriere del tempo e dello spazio e non avverte più la zavorra del corpo, diventando pura anima. Alla morte del guru viene nominato successore, Maestro dei gabbiani del “Paradiso” e insegna agli altri il volo perfetto; esprime però il desiderio di tornare nel suo stormo originario e la sua richiesta viene soddisfatta; qui cerca di elevare i suoi simili, ancora impelagati nei bassi istinti dei bisogni, e trova gabbiani disponibili ad apprendere, finché uno in particolare non diventa un suo discepolo. Dopo la morte, anche questo viene assunto nel “Paradiso dei gabbiani” e decide di tornare nello stormo a fare da “Botthisava”, come simbolicamente si potrebbe interpretare. Jonathan ne è contento e scompare in volo.
    Il testo si presta a più piani di lettura e molti movimenti ne hanno reclamato l’appartenenza: Cristianesimo mistico, Buddhismo, New Age...
    Si sono sentiti rispecchiati nel volo del gabbiano, simbolo del raggiungimento della perfezione interiore, condotta con abnegazione e liberazione dai bassi istinti.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • Ho sempre pensato che la poesia sia musica e viceversa. Alessandro Moschini dimostra a pieno titolo la teoria messa in pratica.
    Il dono della scrittura è proprio di chi sa sensibilmente creare melodia parlando con l’intima parte di noi stessi; creando dialogo tra suono e parole. Alessandro “bassista-poeta”, riesce in questa impresa, legando nota dopo nota, fino a mettere su carta tracce, fatte di desideri, emozioni intime, senza mai cadere nel volgare anche dove la sensualità, diventa protagonista di giorni e complici rumorosi baci, di fuori misura, respiri, mani, origami d’amore, corde tese su ferro battuto, sulla schiena in estasi d’erotiche cuspidi.
    La ricchezza del Poeta Moschini, trova spazio nel pentagramma scelto in chiave di basso, diventando lingua universale e componendo versi anche in lingua inglese (altra coraggiosa avventura).

    “Siamo tempo/ ibernati nel fuoco/ labbra che si sfiorano/ a cercarsi e nascondersi/ come misteriose conchiglie”.

    Mare, passione viva, canto, dolore, “intonazioni mute”, schiuse in boccioli diventando rose rampicanti sul petto e colori, sulle pareti della vita.
    La sensibilità e consapevole coscienza è il peso/forza di questo Maestro d’Arte, che “travolto dall’ingordo cielo notturno e dall’urlo pungente del cielo”, trasporta e condivide il suo carico d’amore.
    La musica diventa cura e rende i silenzi più sopportabili, e Alessandro Moschini è protagonista attento di “bisbigli nei sorrisi che non vedi ma ci sono mentre t’ascolto”.
    Paziente disegna movimenti e cambiamenti con l’inchiostro della sua penna, raccontando brividi, sospiri, bagliori d’estasi e d’intesa. “Insonnie e follie”, dietro a vetri frantumanti e remote esplosioni. Organigrammi privi di maschere, stampati nella mente e nel cuore, fatti di sguardi e nudità. Di voci attaccate alle pareti o passanti attraverso l’anima bucata.

    La poesia è Amore che soffia sul fango, ripulendo, con la purezza di un bacio sulla fronte e liberando gli occhi dal nero e dalle catene, spazzando via le foglie morte.
    Amore che si lega al sesso, diventando gioco: “giro le dita/ intorno alle tue perle/ mentalmente conto/ i peccati che farò/ tra le pieghe del tuo corpo”, “bevi con me la notte versata dalle stelle dei tuoi seni/ portata alla tua bocca dalla mia. Siamo complici in questo colpo,/ ladri d’attimi”.

    Storie vissute e descritte audacemente in pentagrammi sempre nuovi e unici. In simbiosi composte di palpiti di sole e docili effusioni con la bocca a ricamare sul foglio scampoli d’amore.
    Spazi e righi, musicalità che alterna levigando, narcotizzando i dubbi, “fade in …fade out”, dove si sensi sono padroni nel buio, e in segreto l’anima pulsa. La stessa vertigine è vergine, essendo come la prima volta, ogni esperienza vissuta al pieno.

    Alessandro è concreto e come un cuoco (manipolatore di cibi), dirige la parola:
    “Tu che sei Archermes/ venuta a intridere il pandispagna dei miei occhi/ e maliziosa sorridi e ricambi/ il mio golosastro pensiero”.
    La poesia di Moschini diventa valigia carica di emozioni trasportate e fa delle donne descritte, la Musa regina di ogni  pensiero: “sai di piovra e conchiglia, squalo e sirena/anaconda e delfino/ mentre un raggio di sole/ attraverso la serranda/ trafigge il tuo seno/ lasciandoti cadere/ abbandonata e madida di passione/ sopra di me”.

    [... continua]

  • Quanti misteri in questo libro. Alcuni bizzarri ed altri irrisolti. Comune denominatore di tutti Jed, un ispettore un po' strano e a tratti anche molto misterioso, forse perché sotto sotto non è un ispettore, ma un semplice pubblicitario in cerca di sua sorella scomparsa. Con l'aiuto di una bussola, Jed viaggia nel tempo e si imbatte in tanti personaggi bizzarri quanto i casi che si trova a dover risolvere: una vecchietta minacciata di morte, una vedova triste, il proprietario di un hotel infestato da mostri, un pittore pazzo; insomma una combriccola strana veramente. Jed, però, oltre alla bussola ha dalla sua una gran furbizia. Quando vede che le cose si mettono male non prova a fare l'eroe, ma se la da a gambe. Forse qualche caso potrà anche rimanere irrisolto, ma alla fine la sua missione è quella di riportare la sua sorellina a casa. Non ci resta che accompagnarlo nelle sue avventure per vedere se alla fine riuscirà a scoprire la verità. Preparate la pipa, la lente e... buona lettura!

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Ultima opera della trilogia, che contiene Una vita e Senilità, "La coscienza di Zeno", pubblicata nel 1923 viene considerata l’opera più importante di Italo Svevo. È infatti uno scrittore di avanguardia, che risente profondamente degli influssi di una Trieste iperattiva economicamente e fervida culturalmente. Profondamente influenzato dalle tematiche freudiane, i suoi personaggi scavano nel loro passato, incontrando impotenza e inettitudine, disagio psichico e socio ambientale. Così Zeno Cosini, il cui diario viene fatto pubblicare per vendetta dal suo psicoanalista, il dottor S. perché Zeno ha abbandonato la cura, resosi conto dell’inefficacia della psicoanalisi che rinvia sempre la soluzione in una dimensione infinita. Infatti le ossessioni di Zeno, il fumo e il complesso paterno non passano con l’analisi, ma anzi incancreniscono, come i suoi problemi relazionali con la sfera femminile, confermando la tesi di Heidegger per cui “la psicoanalisi è quella malattia che vuole curare”, secondo un giudizio che sembra condividere lo stesso Svevo. Il dottor S, che infidamente pubblica potrebbe, come credo, rimandare allo stesso Sigmund e allora anche un giudizio morale negativo cadrebbe su di lui.
    Svevo esprime infatti la condanna del Positivismo in cui si era formato Freud, e insieme la crisi delle certezze della prima metà del Novecento, per  cui non si ritiene che l’uomo sia conoscibile secondo i meccanismi positivistici, ma che la terapia può indagare, ma mai curare. Ecco perché i personaggi sveviani, chiusi nei ricordi e nella rimuginazione ossessiva, si rivelano di fatto incapaci di risolvere le proprie problematiche, cadendo nella circolarità coattiva, potenziata dalla psicoanalisi stessa.
    Tra tutti i personaggi Zeno è quello che più si fa portavoce del pensiero sveviano, trovando una sua personale soluzione nella destrutturazione dell’IO, ponendo così termine alle sue coazioni e spezzando i meccanismi. Rovescia quindi il rapporto tra sano e malato, dichiarando che il vero malato è il cosidetto “sano” che, chiuso nella sua ripetitiva consuetudine, non muta dall’interno il suo punto di vista e non trova una via di uscita dalla “maschera pirandellina”, mentre Zeno, costretto dalla sua inquietudine a cambiare, trova una maglia nella rete che lo stringe e riesce a pervenire ad una, seppur vaga, idea di libertà interiore. Per realizzare questo procedimento vi è la frantumazione dell’Io, come in Uno, nessuno, centomila infatti, Zeno di fatto scompare e al suo posto parla il flusso di coscienza in cui il tempo è un flusso onirico alla Bergson.
    Il libro anticipando di molto le tematiche successive decadenti, attraverso la frantumazione della prosa, quasi senza segni di interpunzione, alla Berto de Il male oscuro non incontrò il favore del pubblico, come avvenne allo stesso Proust, ma lo avvicinò a scrittori e pensatori, come Kafka, Musil, Joyce, che lo fece scoprire recensendolo positivamente.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • E' davvero difficile trovare le parole per recensire questo testo di Lorenzo Bonadè: un flusso di coscienza a tratti quasi oscuro, un "delirio febbrile" che srotola senza pudori e condizionamenti i pensieri di un'anima inquieta ma certa della propria visione del mondo. Una visione che rappresenta un assoluto rovesciamento di ciò che comunemente definiamo "normalità", del sistema di valori condiviso dalla società, e  che soprattutto trova la verità nei meandri delle più abiette forme dell'esistenza umana, tra gli ultimi, i Solitari e i Diversi, i poveri e le prostitute, tutti i viandanti della Strada dello Smarrimento.
    Si definisce Alieno lo spirito protagonista di questo viaggio tra i Gironi in cui è strutturata la vita, un viaggio dantesco vero e proprio ma anch'esso rovesciato, che parte dal Cielo delle Spezie, delle Prigioni e dell'Odio, passa attraverso il Purgatorio del Sesso e arriva al Giorne della Bellezza, della Rivoluzione e dell'Amore. In questa nuova scansione temporale e morale una prosa libera e cruda si alterna a vere e proprie Ballate che sintetizzano gli assiomi proposti in questo mondo senza Dio, in cui divinità e' l'uomo, ma soltanto quell'uomo che riesce a riconoscere la confusione primigenia tra Dio e Odio.
    "Nella dissacrazione c'è una pura forma d'arte, di poesia".... nella deformità, nella controcultura c'è l'essenza, nel nulla le vere emozioni, il "veleno" di cui tutti siamo inconsapevolmente dipendenti. Forse l'unica risposta a tutto ciò è secondo l'autore cambiare noi stessi, realizzare l'"Utopia suprema: legalizzare ogni tabù e non abusarne mai". 

    [... continua]
    recensione di Sabina Mitrano

  • Romanzo storico per eccellenza, il primo della letteratura italiana, la più famosa opera di Alessandro Manzoni,si impone nel panorama europeo e diventa subito un capolavoro.
    La vicenda si snoda in 38 capitoli ed è ambientata a Licate, paesino in provincia di Lecco. Qui abitano Renzo e Lucia, i promessi sposi, al cui matrimonio si oppone don Rodrigo, per un capriccio e una scommessa fatta col cugino don Attilio. L’azione si apre il 7 novembre del 1628 e abbraccia circa due anni della storia italiana sotto la dominazione spagnola, mentre impazzano carestia e peste. Aiutante degli sposi è padre Cristoforo, del convento di Pescarenico. Personaggi di spicco sono: Geltrude, la Monaca di Monza, che ospiterà nel suo monastero Lucia; l’Innominato, che farà rapire Lucia e si convertirà al cospetto del Cardinale Federico Borromeo; il conte Attilio, cugino di don Rodrigo, ribelle e provocatore; l’avvocato Azzecarbugli, presso cui si recherà  Renzo in cerca di giustizia, trovando invece un uomo colluso con potere dei signorotti; Agnese, madre di Lucia, donna buona ma poco avveduta, cattiva consigliera; don Abbondio, che, spinto dai bravi, si rifiuta celebrare le nozze; Perpetua (nomen omen) che vive con don Abbondio, donna pettegola e paesana; donna Prassede, conformista e piena di pregiudizi, che ospiterà Lucia, dopo la conversione dell’Innominato, don Ferrante, noto per la sua biblioteca e alcuni altri di minor spicco, anch’essi però finemente caratterizzati.
    La storia, dopo un intreccio molto articolato, vede il matrimonio dei due, mentre la maggioranza dei personaggi muore di peste, tra cui anche padre Cristoforo (il Bene) e don Rodrigo ( il Male).
    Il romanzo è una sorta di manifesto letterario della cultura romantica europea, perché in esso ritroviamo tutte le peculiarità di questo movimento letterario.
    Celebri sono le sue descrizioni geografiche: del lago di Como, che fa da incipit al romanzo, del percorso a piedi  di padre Cristoforo  da Pescarenico a Licate, con una natura autunnale che riflette lo stato pensoso del frate. In queste descrizioni si esprime tutto il sentimento romantico dell’autore, che pone l’elemento Natura al centro della sua riflessione, una Natura buona, ma deturpata dalla cattiveria degli uomini, una Natura romanticamente specchio del sentire dei personaggi, mentre  don Abbondio, uomo vile e insensibile, non entra in sintonia con essa, dimostrando così la sua grettezza d’animo.
    Ben caratterizzati i protagonisti: Lucia, donna devota con poche idee ma chiare, Renzo, baldanzoso ventenne giovinotto, pieno di entusiasmi giovanili, ma un po’ ingenuo, subirà una profonda trasformazione interiore a contatto con eventi più grandi di lui, come il tumulto di Milano nel quale si troverà coinvolto. Padre Cristoforo, che porta tutti i segni del suo travaglio interiore, l’Innominato con la sua conversione nella celebre notte. Geltrude, un caso di monacazione forzata, con tutta la sofferenza connessa.
    Fortissimo è l’amor di patria e la denuncia sociale in un opera di alto impegno civile e d etico di un autore che, pur  permeato dal pessimismo storico, si rifugia in una Fede profondissima.
    Il Male domina la Storia, ad esso si può contrapporre quel po’ di Bene che possiamo, se riponiamo fiducia in Dio e nella Provvidenza, che guida dall’alto la vicenda umana garantendo un lieto fine al romanzo.

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    recensione di Giovanna Albi

  • Una storia genuina, sull’amore, sul ricorso, sul senso del troppo dovere che ti porta a scordarti delle cose veramente necessarie. Potrebbe essere definita una favola moderna, una risoluzione delle passioni, un ritrovarsi e un ritrovare le cose belle della vita. Protagonista è un sessantenne industriale della seta di Prato, ossessionato dal mondo del lavoro, e dalla continua concorrenza del mondo dei cinesi. La sua vita si snoda tra Bologna e Firenze, ma ogni tanto l’uomo si concede anche un ritorno e un rincontro con le amicizie passate, quelle all’Abetone, così vere, così genuine, così reali, infondo sempre le stesse di un tempo. Qui potrà ammirare una particolare baita dal tetto fatiscente, e dal comignolo che è sempre attivo, sia d’estate che d’inverno. Un giorno preso dalla smodata curiosità decide di avvicinarsi alla casa, e vedere chi veramente abita in quel luogo, così sperduto e solitario. Conoscerà due vecchietti che gli diranno che per sapere di più di loro, ma soprattutto della casa, dovrà percorrere un viaggio: attraverso i sette ponti, e solo poi potrà accedere a tutte le informazioni che desidera. Un viaggio che è un riappacificarsi con il proprio sé, una bobina della sua vita, un lento regredire e riscoprire quel passato da cui è fuggito, che diventerà di nuovo presente, incontro, congiunzione, e non separazione di quelle distanze che per troppo tempo avevano fatto dell’incomprensione il loro sporco gioco.

    “[…] Rimase piuttosto deluso. Erano due vecchietti sull’ottantina, un uomo e una donna, esili, vulnerabili, probabilmente marito e moglie. Scomparivano dentro pesanti maglioni, rammendati qua e là, e portavano berretti di lana in testa e muffole di panno ai piedi. Sui volti  asciugati fino all’osso fioriva il sorriso di una dolcezza mai sopita. La dolcezza dei buoni, dei vinti, degli inermi. La dolcezza della malasorte accettata senza reclami.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il testo, sintesi del pensiero pirandelliano, portato ai suoi estremi risultati, esce nel 1926, ma ha una lunga gestazione iniziata nel 1909. Un libro sul quale ha molto riflettuto, l’ultimo della sua vasta produzione, perché ad esso consegna il significato ultimo della sua intensa disamina sull’uomo. In una continuazione ideale con Il fu Mattia Pascal, Vitangelo Moscarda, partendo dalla banale osservazione che il suo naso è agli occhi della moglie diverso dalla percezione che ne ha lui, si avvia  alla ricerca interiore della sua vera essenza. Lo scavo, che lo conduce ad una forma di pazzia, di cui è ampiamente soddisfatto, lo convince del relativismo della nostra immagine che cambia con la  percezione che abbiamo di noi e che gli altri hanno; il relativismo sbriciola l’Io in tanti frammenti, sicché diventiamo molti, ma, a  ben vedere nessuno, perché l’uomo è soltanto un fantasma della percezione.
    Considerato che, per via della maschera che indossiamo siamo costretti a ricoprire  un ruolo che ci sta stretto, il fu  Mattia si crea un’altra identità, Vitangelo le rifugge tutte e cade nel nulla, ma in questo nulla scopre la sua essenza umana e si sottrae alla condanna della percezione. Ecco perché è contento della sua “pazzia”, perché essa lo libera delle false credenze delle sovrastrutture sociali; la destrutturazione dell’Io coincide paradossalmente con la sua catarsi.
    Il messaggio, oggi molto abusato, coincidente con un procedimento di svuotamento dell’Io narciso, trova in Pirandello un precursore notevolissimo, visti gli agganci che egli struttura con la contemporanea psicoanalisi di Freud. Si parte dalla consapevolezza che lo stesso nome proprio, in quanto affermazione identitaria, è narcisistico ed è un retaggio delle convenzioni sociali; cominciando col destrutturare il nome proprio si procede nello smantellamento dell’Io stesso che si sublima della sua onnipotenza, toccando così i vertici del Misticismo, corrente religiosa a cui Pirandello si accosta fin dalla giovane età.
    Il diventare Nessuno è un modo per ripartire con una nuova consapevolezza dell’essenza umana da godersi nell’arte e nel rapporto con la Natura, una Natura Madre in cui si riflette lo sguardo estasiato del protagonista. Il romanzo psicologico ben si colloca nella temperie della prima metà del Novecento con la crisi delle certezze positivistiche che riponevano una totale fiducia nelle possibilità umane; già Leopardi tuonava contro il suo “secolo superbo e sciocco” ed è da lui che parte la crisi dell’uomo che arrivata al Novecento salta per aria, mettendo in seria discussione l’Io, che come ben aveva individuato Freud ”non è padrone nemmeno a casa sua”, perché abitato dall’inconscio che parla per lui. Visto che l’inconscio è il risultato dei condizionamenti ambientali, l’uomo è pirandellianamente costretto ad indossare una maschera sociale che contenga l’irruenza dell’inconscio.
    Quindi, Vitangelo, liberando l’inconscio che in lui si libera catarticamente della  maschera in un trionfo di libertà.

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    recensione di Giovanna Albi

  • Come l’autrice stessa ama definirlo, questo racconto breve è "solo una proiezione pallida e crudele della luna". Ma ogni proiezione lunare è affascinante.
    La prima cosa che ti appare nitida appena cominci a leggere è la visuale. Infatti la storia è narrata da un soggetto esterno che pare osservare, scrutare e interpretare come chiunque osservi un quadro. Non formula mai concetti e pensieri definiti, lascia sempre spazio al dubbio, all’interpretazione, direttamente correlati all’angolo di osservazione. Ovvio che l’approccio narrativo è influenzato dall’origine artistica di Anna Cibotti, cioè la pittura.
    A prima vista lo si definirebbe... lo si sarebbe detto... così spesso narra l'A. Insomma una serie di ipotesi, poi confermate nella storia, che ti fanno avvertire l’avvicinarsi dello sguardo... come un grandangolo che via via ingigantisce i dettagli.
    Uno stile asciutto, quasi scarno ed essenziale, utile però a far distinguere toni e forme in quella nebbia grigia e pesante che avvolge la scena e finisce col riempire l’animo di chi legge.
    Un incrocio dove tutto si blocca, dove alcune persone sono costrette dalle auto in panne a fermarsi, a pernottare in un luogo di fortuna, raggiunto solo per merito di un contadino, semplice e un po’ grezzo.
    La semplicità, ecco, l’ordine basico della natura che smonta le sovrastrutture della mente, che apre gli animi e spinge l’individuo a riflettere e a rivivere le sue scelte, la sua vita.
    Fatti inspiegabili, o forse no? O forse solo rievocazioni inconsce di eventi che non si è voluto approfondire, di ragioni che non si è potuto prendere in carico, che si è preferito rimuovere o semplicemente far sprofondare negli anfratti più nascosti dell’anima.
    Un incrocio dove in una catarsi piena e sincera ognuno può ritrovare le ragioni più intime della sua esistenza e riconciliarsi con lei o dove continuare a brancolare nella nebbia se non si ha l’umiltà di riflettere e di comprendere.

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    recensione di Ciro Pinto

  • Hermann Hesse pubblica nel 1930 una delle opere più celebri e più profonde della letteratura mondiale: "Narciso e Boccadoro".
    La vicenda si apre nel monastero di Mariabronn in Germania, dove il giovane Narciso è monaco dalle incredibili doti spirituali, capace di leggere nell’animo delle persone. Qui si reca il giovinetto Boccadoro, accompagnato dal padre, perché il figlio diventi monaco e si liberi  della sua natura sensuale peccaminosa ereditata dalla madre; una madre appena accennata, figura evanescente, come un’ombra sulla quale occorre fare chiarezza. Il monaco Narciso, futuro abate Giovanni, coglie in lui una predisposizione alla vita dei sensi e una notevole inclinazione artistica, in una fuga da sé che non si placherà finché non incontrerà col ricordo la vera Madre, la donna che effettivamente cerca. Quindi lo aiuta a recuperare i ricordi in un processo psicoanalitico. Guidato dalle parole del monaco: ”La mia meta è questa: mettermi sempre là dove io possa servir meglio, dove la mia indole, le mie doti e le mie qualità trovino il terreno migliore, il più largo campo di azione”. Il giovinetto si mette in marcia in una sorta di pellegrinaggio che lo porta sul finire del 1300, mentre impazza in Europa la peste, in giro tra le braccia di molte donne, nella condivisione di molte amicizie maschili e femminili. Segno che ciò che più gli appartiene è la vita mondana. Approda alla bottega di un artista famoso e scolpisce l’apostolo Giovanni, premonizione del futuro abate Giovanni.
    Rifiuta di  diventare Maestro d’arte e di sposare la figlia del famoso artista, Elisabetta, e riprende il suo pellegrinaggio dell’anima; alla fine, stanco e vecchio, incontra, in seguito ad una caduta da cavallo, la Madre Eterna, lo scopo della sua vita, ma si rifiuta di scolpirla, perché tale è stato l’impatto emotivo che l’ha profondamente introiettata. Rientra nel monastero, dove trova l’amico abate in crisi spirituale, perché mancante di una parte, quella sensitiva, mentre lui, che ha conosciuto orrori e bellezze del mondo, ha fin troppo sviluppato l’aspetto mondano.
    In un romanzo dallo stile sublime e nobile l’autore affronta, anche con l’aiuto degli altri personaggi, che non sono corollario della storia, ma parti integranti della stessa, una problematica difficile, sviscerata con una profondità e accuratezza sconcertanti: l’integrazione tra Natura e Cultura, Ragione e Spirito, Istinto e Logos,Religiosità e Mondanità; certo che solo chi conosce l’abisso della carne e della perdizione può assurgere all’altezza dello Spirito, come avviene a Boccadoro che, attraverso l’incontro con la madre Eterna, eleva sullo scadere della sua vita, la parte spirituale e muore profondamente integrato.
    Il compito del’uomo è quello dell’integrazione, perché la “poesia è l’unica prova concreta dell’esistenza divina". La debolezza dell’abate, votato interamente alla Cultura e al Misticismo, è la prova vivente della sua carenza e, avvertendo questa mancanza con i sensi, tocca anch’egli i vertici dell’integrazione attraverso una consapevolezza sensistica.
    Hesse raggiunge  l’apice  della sua prosa altamente poetica e scava in un andamento da vertigine la dimensione umana, intrisa di tutti quegli elementi che attraversano la  sua vita: Misticismo, Religione, Spiritualità, Cristianesimo, Buddhismo, Induismo, elevando un canto all’amicizia, posto, epicureicamente, in cima alle priorità umane.

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    recensione di Giovanna Albi

  • Da leggere tutto d’un fiato il romanzo del giovanissimo Claudio Volpe, così da avere la sensazione di custodire il mondo in un unico grande abbraccio e di lenirne le ferite profonde. Il mondo dove albergano dolori e mancanze come quelli di Delia – donna sterile e moglie tradita –, di Annuska – bambina abusata, madre privata, amante abbandonata -, di Alice – ragazza sola, figlia invisibile -, di Raimondo – uomo, marito, padre a metà. Il mondo dove persistono guerre atroci, violenze sempre declinate al femminile, pedofilia, strapotere del denaro, discriminazioni, povertà. 
    È la storia di una famiglia incapace di dialogare, di condividere e che sceglie di colmare il vuoto come meglio crede, come meglio può: una madre che si vota alla professione di medico fino a compiere una missione umanitaria in Afghanistan; un marito che si aggrappa alla fede in Dio e alla sua amante; una figlia adottiva che si ammala di anoressia. E sarà proprio quest’ultima – una giovane ventenne di soli 35 chili, un “mucchietto di ossicini tremolanti, inutili, insulsi” (p. 8) a indicare la strada da seguire, quella che conduce alla felicità, e all’umana comprensione. Perché, come dice Alice, “la verità, padre mio, è che esiste un modo solo per pregare e rendere grazie a tutti gli dei dell’universo e a tutti gli uomini che calpestano questo mondo ed è amare. Amare anche quando sembra inutile, anche quando appare stupido, peccato del demonio o atto deleterio. Amare anche quando fa male, quando prosciuga e sfinisce, quando ammazza o punisce, anche se l’amore stesso non esistesse e un paradiso non esistesse e gli esseri umani fossero solo animali poco più evoluti delle scimmie” (p. 316). 
    Un romanzo che ci invita a riflettere su numerose tematiche di grande attualità e sulla complessità dell’essere umano. Un romanzo pieno di speranza, di vita, di luce, di sole, proprio come evoca quel pranzo sulla spiaggia di Palermo dove – sedute intorno a un tavolo – si ritrovano cinque persone profondamente diverse che “anche senza saperlo hanno dovuto imparare a credere a un amore così intenso che non può neanche essere nominato perché per farlo bisognerebbe scomodare qualche Dio e farsi prestare le parole da  lui” (p. 319).

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    recensione di Federica Di Sarcina

  • L’intreccio ambientato tra il Cile e Antigua, posto immacolato del Guatemala, è l’occasione per delineare il senso di profonda amicizia e appartenenza tutta femminile di due donne, amiche di infanzia: Josefa, famosa cantante e Violeta, architetto.
    In una storia semplice e complessa, come l’animo femminile, si ripercorre, secondo la tipologia della letteratura sudamericana, la saga di due famiglie attraverso l’analisi delle figure femminili, che sono centrali nella riflessione della Serrano. Donne in crisi, in un Cile che si evolve e che si occidentalizza, una terra nella quale non trovano più la dimensione autentica della loro essenza; donne apparentemente felici e realizzate che si trovano accanto uomini violenti e brutali. Così è il marito di Violeta che lei ucciderà per legittima difesa. La scomparsa di Violeta è l’occasione per andare a spulciare in un suo vecchio diario e a farlo sarà proprio Josefa; il libro si fa così memoria e specchio di un’anima sofferente, in cui si rispecchia ben presto l’amica. Strette da un rapporto indissolubile,che risale all’infanzia, in una  storia in cui hanno pianto e riso insieme, sofferto e gioito, tra gli alti e i bassi di un esistenza apparentemente ordinaria, ma in realtà traboccante di dolore, troveranno la possibilità di fuga e di realizzazione del Sé femminile nella terra di Antigua, che sa di antico, di aromi, profumi, colori, albe e tramonti, che sa di Natura Madre illibata. Qui si trasferisce prima Violeta che si rifarà una vita con Bob, poi arriva Joseba, abbandonata dal marito.
    In uno stile caldo e avvolgente, si dipana la storia dell’animo femminile che si esalta a contatto con la sua essenza più profonda in una mai paga ricerca di una realizzazione , fonte di vita. L’autrice scava nei bisogni e nei desideri delle donne, donne forti e fragili al tempo stesso, donne che condannano consumismo e disvalori di un Cile in via di modernizzazione, donne che credono che solo il contatto con la loro parte più profonda si possa fare mediatrice di una rinascita spirituale. Donne, sempre donne, figlie di una catena, che va tenuta stretta attraverso il filo della memoria.
    La Serrano sa che le donne non dimenticano, ma le donne accolgono la memoria nel loro grembo e sono portatrici di vita eterna, mentre a fare una pessima figura sono proprio gli uomini, uomini apparentemente innamorati, ma in realtà ipocriti e feroci.
    Forse il limite dell’opera è in questa diminutio dell’elemento maschio, che viene relegato in una zona oscura di non comprensione dell’anima femminile, in un romanzo che sa di femminismo e di celebrazione ad oltranza della figura della donna. L’intreccio è però ben costruito e il Guatemala è veramente descritto in modo lirico e sensuale, come sensuale è tutto lo stile dell’opera.

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    recensione di Giovanna Albi

    • Myricae
    • 18 giugno 2013 alle ore 18:29

    Giovanni Pascoli, pur vissuto in pieno Positivismo, anticipa le tematiche e lo stile proprio dei poeti decadenti, con una sensibilità molto particolare, che è tutta sua, risultato delle sue ricerche e delle circostanze della sua vita.
    Poeta del fonosimbolismo per eccellenza nella raccolta Myricae, una delle più note, attraversa temi quotidiani, di piccole cose a contatto con la Natura Madre, l’interlocutrice privilegiata del suo pensiero.
    La silloge comprende 156 componimenti e ha più pubblicazioni con relative revisioni dal 1894 al 1911. Nella prefazione alla terza edizione ci illumina sulla raccolta con la sua celebre dichiarazione poetica:
    "Ma l’uomo che da quel nero ha oscurata la vita, ti chiama a benedire la vita, che è bella, tutta bella; cioè sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e agli altri. Bella sarebbe; anche nel pianto che fosse però rugiada di sereno, non scroscio di tempesta; anche nel momento ultimo, quando gli occhi stanchi di contemplare si chiudono come a raccogliere e riporre nell’anima la visione, per sempre. Ma gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene. E del male volontario danno a torto, a torto, biasimo alla natura, madre dolcissima, che anche nello spengerci sembra che ci culli e addormenti. Oh! Lasciamo fare a lei,
    che sa quello che fa , e ci vuol bene". Livorno, marzo 1894.
    Questo è un canto elevato alla Natura, il cui rapporto viene recuperato attraverso la raccolta in cui il poeta decadentisticamente si piega come un “fanciullino” ad ascoltare, ingrandendo e rimpicciolendo con la lente del cuore, per stupirsi ed ammirare. L’attenzione alle piccole cose si desume dalla celebre citazione dalla quarta egloga virgiliana “arbusta humilesquae myricae”, in cui le myricae sono le tamerici, piccoli arbusti, metafora della vita che va spesa nel quotidiano aver a cuore i grandi sentimenti riposti nell’attenzione alle piccole cose. Purtroppo, a deturpare il bello della Natura vergine c’è l’uomo con il suo animo malvagio e con il suo orgoglio tutto positivistico, che pensa di poter piegare la Natura con la sua ragione. Pascoli continua l’attacco polemico leopardiano al “secolo superbo e sciocco” e fa leva sullo spiritualismo per trovare la chiave di lettura della Natura, mentre fanciullescamente e in volutamente rifugge il contatto con la società, trionfo del Male.
    L’ontologia del Male è l’ossessione pascoliana, dalla morte del padre per tutta la vita e chiude gli occhi sul mondo come un bambino in perenne fuga, trovando pace solo nel “nido” familiare, il suo sogno di bimbo incontaminato.
    Per questa capacità di leggere l’essenza dell’Essere umano vediamo in lui un poeta Vate, ma non nel senso dannunziano roboante e narcisistico, da uomo-tribuno, ma poeta Vate contemplativo che legge oltre l’apparenza del reale cercando nel Simbolismo la chiave di volta della sua poesia.
    La silloge raccoglie tutto il suo pensiero e il suo sperimentalismo sospeso tra antico e moderno, traghettando la poesia da Carducci al Decadentismo, anche sotto il profilo metrico, in cui si dimostra l’abilità di mescolare forme classiche a quelle decadenti; particolarmente presente è il cromatismo e il ricorso alle figure retoriche del fonosimbolismo alla Baudelaire, con cui condivide la visione della Natura come un Tempio che parla un linguaggio che solo l’anima del Poeta sa decifrare.

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    recensione di Giovanna Albi

  • "Memorie di Adriano" è a ragione considerato il capolavoro della Yourcenar e uno dei libri più belli e più intensi della letteratura mondiale. Apparso per la prima volta nel 1951, è un romanzo a più livelli: storico, psicologico, morale, di archeologia interiore. La scrittrice compie dall'interno ciò che gli archeologi fanno dall'esterno. In una lettera-diario, indirizzata a Marco Aurelio, nipote adottivo e futuro "princeps", Adriano ripercorre la sua esistenza come "princeps" e come uomo, ricostruendo il periodo storico greco-romano nel quale vive (76/138 d.C.), il suo potenziamento del'Impero romano, ereditato da Traiano, nel momento della massima espansione, il progetto di pacificazione realizzato, nonostante le campagne belliche che dovette condurre. Un Adriano comandante dunque, analizzato dall'interno; mettendo in luce dubbi, tormenti, incertezze, glorie e disfatte. Un lavoro di scavo che ci illumina e ci guida alla scoperta di un grande uomo grecofilo, che amministrò con amore la provincia greca, riportando Atene all'antico splendore. Nonostante gli incredibili risultati conseguiti, emerge sul finire della sua vita, la consapevolezza tutta greca della precarietà di qualsiasi umana costruzione e la certezza che anche l'impero romano finirà; al contempo il senso di responsabilità stoica che lo induce a portare fino in fondo la propria missione.
    La filosofia stoica entra a Roma proprio nel I/II sec. dopo Cristo e il testimone da Adriano passa a Marco Aurelio, che nelle sue celebri meditazioni "a se stesso", scritte il lingua greca, riflette sui principi stoici, sui doveri morali dell'uomo sempre venati dall'amara consapevolezza dell'effimero mortale. Adriano emerge allora in tutta la sua forza e fragilità, in questa costante tensione emotiva tra responsabilità e consapevolezza. Ora vecchio e stanco non può che ricordare con sautade i suoi veri amori: la Grecia e Antinoo. Nel ritratto di Antinoo la scrittrice dà il meglio di sé, tratteggiando con delicatezza un amore di totale, assoluta, gratuita dedizione del giovinetto quindicenne della Bitinia nei riguardi del "princeps" quarantacinquenne, in un rapporto ricambiato con tale passione da ricordare il legame eroico tra Achille e Patroclo. L'amore per la grecità è tale che Adriano dirà di aver amministrato romanamente il suo impero e che la sua lapide sarà scritta in latino, ma ha pensato e amato in greco. Effettivamente autenticamente greco è questo senso del tempo tiranno che tutto macera; ammoniva già Erodoto nel V sec: "... le città grandi un giorno diventeranno piccole e piccole le grandi", e tale consapevolezza guida l'impianto filosofico dell'opera intera della scrittrice la quale dirà: "La vita? Un gran caos tra due silenzi". In uno stile ricercatissimo, adatto ai cultori delle Humanae Litterae, anche difficile e volutamente criptico, metaforico e antitetico, la scrittrice ci fornisce uno spaccato della Roma antica tra glorie e disfatte, tripudi e abbattimenti, punti di forza e di debolezza viste da un uomo sul finire della sua vita.
    La lettera-diario è un libro che non si può non leggere perché ,oltre ad essere un autentico capolavoro, contiene un messaggio etico altissimo, di cui dovrebbero tener conto tutti i cittadini, specie se politici.

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    recensione di Giovanna Albi

  • Le streghe di cui ci racconta l'autore attraverso l'indagine del commissario Caterina Ruggeri, non sono perfide e malefiche dispensatrici di sortilegi ispirati dal demonio.
    Quelle sono un retaggio culturale dei tempi della "Santa inquisizione".
    La superstizione figlia dell'ignoranza in cui si manteneva la gente, si faceva credere che la pratica della cura con erbe officinali e spesso la loro efficacia, fosse una  manovra subdola del maligno contro la Chiesa.
    Le streghe di Stefano hanno una storia alle spalle che le porta, loro malgrado, a subire quello che alle loro ave fu in qualche modo risparmiato.
    Ma senza addentrarmi nella trama che lascio al lettore, desidero parlare di loro come parlerei di qualunque donna dei nostri tempi, amante del sapere con una sensibilità spiccata volta ai sentimenti dell'amicizia e dell'amore.
    Se ci guardassimo dentro e ci ascoltassimo di più, scopriremmo che la nostra mente ha poteri a volte così indefinibili e misteriosi da farci sentire e vedere cose che la ragione comune negherebbe.
    L'autore, scrivendo il romanzo ispirandosi alla leggenda dei luoghi che descrive, racconta invece la realtà di ieri collegata a quella di oggi.
    Come allora i famigerati "sabba" che le streghe facevano assumendo droghe nei loro esoterici riti, anche oggi il bisogno di raggiungere stati d'inconscio delirio sniffando o impasticcandosi se non è consueto è almeno frequente.
    Ma nessun inquisitore prepara la pira per farne un rogo.
    Quale donna è immune dal desiderio di rimanere giovane nonostante gli anni?
    Una strega, tra i personaggi della storia, ci riesce perché è "strega" o perché brilla di luce interiore?
    E' un romanzo in cui l'autore unisce leggenda e mistero, riuscendo a tenere la sua protagonista principale, l'indomito commissario Caterina Ruggeri, al centro della storia lasciandola in un certo senso fuori dal contesto come una spettatrice partecipante ai destini delle vittime del male, dalle cui avventure nefaste trarrà motivo di profonda introspezione.

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    recensione di Anna Cibotti

  • Hermann Hesse, scrittore tedesco, naturalizzato svizzero, premio Nobel 1946, nel suo testo meno famoso dei notissimi Siddharta, Narciso e Boccadoro, Il lupo della steppa, ci lascia una testamento morale di altissima spiritualità, accostandoci alle tematiche che hanno attraversato la sua esistenza, in un  processo di progressivo perfezionamento artistico e umano.
    Esistenzialismo, Misticismo, Cristianesimo, Induismo, Buddhismo. Ritroviamo nel testo, in cui si afferma che la biografia di un uomo nulla è di fronte alla potenza della Storia e della Natura. Il che induce a un ridimensionamento dell’Io narciso e a una presa di coscienza della responsabilità e consapevolezza dell’uomo. Non basta combattere consumismo, capitalismo, potere, arroganza, guerra, ma bisogna ristrutturare i valori alla ricerca di un Credo.
    Questo è il Credo di Novalis: ”Fare dell’uomo un’opera d’arte”, perché è propria dell’uomo questo possibilità di divenire Altro rispetto ai bassi istinti, che vanno destrutturati attraverso quel processo di Kenosis, di vuotamento dell’Io per pervenire al divino che è nell’uomo.
    Hesse infatti crede, secondo il messaggio siddhartiano, che il dio è immanente l’uomo e non  trascendente, e il perfezionamento consapevole è nell’accoglimento responsabile del dio che ci permea, secondo i principi di un Cristianesimo mistico.
    Un messaggio oggi fin troppo abusato che trova però in Hesse un antesignano di altissimo spessore artistico ed etico; ai suoi tempi questa ricerca del Sé superiore non era per nulla diffuso: è stato lui ad avvicinare l’Occidente, dilaniato dal paradosso Essere/Divenire, al Misticismo orientale, dove tale paradosso non esiste, perché il Divenire è apparente mentre l’Essere è l’Uno, cioè il Tutto, che poi è il Dio che ci abita.
    Solo ritornando all’Uno, come nei testi deI Vedanda orientali, l’uomo può illimitatamente espandersi nel Tutto, sottraendosi al Samsara delle umane incarnazioni e diventando un Buddha o un Botthisava, se intende accompagnare altri umani nello stesso percorso di ristrutturazione dei valori. Il che aiuta, come avviene nell’arte, ad integrare parti maschili e parti femminili che si rispecchiano equilibrate come due facce della stessa medaglia nella danza di Shiva.
    Al testo va riconosciuta la capacità dello scrittore, di entrare in problematiche complesse con uno stile lineare, limpido e altamente artistico, perché sublimato dell’Io, lasciando a tutti gli umani una chance di Redenzione.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • “La scelta di Reuven” non è necessariamente il continuo di “Danny l’eletto”. Troviamo Reuven e Denny, quest’ultimo tratteggiato in modo più sfumato e meno preciso. Reuven Malter durante la formazione alla Hirsch University, conosce Rachel Gordon, nipote del famoso Abraham Gordon. Grazie a lui conoscerà Micheal, cugino di Rachel con problemi mentali. Intanto vediamo che grazie ai racconti di Reuven, Michael viene affidato nelle mani di Danny. Reuven continua a lottare per ottenere la carica di rabbino, ma trova l’ostacolo del fanatismo religioso di Rav Kalman, il suo docente di Talmud, il quale ha alle spalle un passato non invidiabile.
    In questo libro il focus narrativo è spostato, come si evince anche dal titolo, su Reuven, e vede contrapporsi due mondi: quello di Danny e il suo, largamente presentato nel corso del libro che sfociano in odio, intolleranza, rabbia.
    C’è spazio anche per l’Amore, per le persone, per gli affetti, per il mondo, per ciò in cui si crede e si persegue. Uno sguardo ravvicinato sulla letteratura yddish, sicuramente da approfondire.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questo libro è una piccola sfida. Uno di quei libri che ti viene da pensare "Oh no, devo finire di leggere quel libro...", per poi rimanerci invischiati dentro almeno fino alla fine del capitolo.
    Un libro a velocità lenta, da passeggio, eppure riesce a portarti lontano. In auto per strade nella notte, nei locali notturni aperti solo per pochi intimi, attraverso luoghi devastati dalla guerra, porti e stazioni degli autobus con i loro viaggiatori di nazionalità mista e di chi nemmeno ha quella. Si viaggia nei gironi dell'animo dei personaggi, nelle disgrazie delle automobili d'occasione e dei furbi della meccanica di soccorso.
    Quanto è lungo un viaggio? E la destinazione è fisica o è il raggiungimento di una conquista personale?
    Quanti compagni di viaggio dobbiamo incrociare e cosa possiamo imparare da loro che ci servirà nella vita.
    Nessun capitolo è indispensabile al fine del racconto, se ne possono saltare, ritornare indietro, abbandonare per strada. Un fiume di parole degno del compositore musicale che è Vinicio Capossela, parole per immagini.
    Leggetelo quanto ve ne serve, fate come dice lui, prendete i capitoli a etto, sfusi quanti ne volete e ne sarete comunque sazi.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco