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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • "Ballata di ogni artista" è il nuovo romanzo di Bruno Panebarco, nel quale l'autore, come recita la quarta di copertina, ci conduce per le strade di Porta Palazzo e del "Quadrilatero romano" a Torino, oltre che attraverso le gallerie d'arte che popolano questa città.
    Una dimensione spaziale ben delineata dunque, che lascia immaginare scenari e atmosfere precise. Il romanzo è percorso da nervature proprie del genere giallo che costituiscono lo sfondo della storia la quale ruota attorno alla figura dell'artista e della sua esistenza. In un'ottica universale dove l'artista diventa paradigma della ricerca di un proprio posto nel mondo. Il bisogno di essere visti, riconosciuti, apprezzati in modo tale da poter avere una sicurezza emotiva ed economica tale da potersi dedicare con tutto se stessi alla propria attività artistica: è questo il grido dell'intera storia. Il personaggio principale, Ruben, è un giovane uomo dal cuore puro che crede nelle idee e che si scaglia contro la mercificazione del mondo dell'arte, un mondo fatto di affaristi e di persone che mercanteggiano materia e oggetti invece di celebrare il valore dell'arte. Metafora dunque dei nostri tempi dove dell'arte e della cultura si è fatta una merce cui dare un prezzo e con cui lucrare. Ruben è un girovago anticonformista e contestatore che cova nel suo passato un dramma profondo. Non è disposto a lasciarsi sottomettere dai giudizi di critici d'arte poco propensi all'onestà intellettuale. Questo coacervo di rabbia, sfiducia, rancore e furore lo condurranno a seguire strade complesse e turbolente all'insegna della propria affermazione e realizzazioni artistiche. Abbandonando progressivamente ogni relazione umana si ritroverà in una dimensione di solitudine. Una solitudine in cui coltivare il mito del genio folle e incompreso (l'autore in un'intervista parla di "delirio di onnipotenza"). Un romanzo dunque diretto, immediato e intrigante dove suspance e narrazione i troppe trova si fondono in un crescendo di incisività.

    Il testo presenta attente descrizioni.

    "Piazza della Repubblica, meglio conosciuta come Porta Palazzo, era più affollata di un centro commerciale all'ora di punta. La gente si aggirava vociante tra i banchi del mercato all'aperto, dai quali si levavano le caratteristiche urla di venditori ambulanti. I corridoi delle due strutture coperte che ospitavano le rivendite di abbigliamento, calzature e articoli sportivi da una parte e il mercato del pesce dall'altra, erano, se possibile, ancora più intasati e caotici. Per decenni, da prima che la grande distribuzione con i suoi mega centri colonizzasse la periferia cittadina, Porta Palazzo, aveva attratto migliaia di avventori, per la grande varietà del prodotto offerto e per la possibilità, piuttosto rara in una città così lontana dal mare come il capoluogo piemontese, di acquistati pesce fresco. Arrivava gente perso dalla Francia."

    Le descrizioni lasciano poi posto a immediati dialoghi:

    "Ballarini era solo un pervertito, un porco libidinoso che meritava di essere schiacciato come uno scarafaggio!"
    "Eppure, se sei riuscito a fare qualcosa, ad arrivare dove sei arrivato, lo devi a lui. Perché lo odiavi tanto?"
    "Ma che cazzo ne sai tu, di come stavano le cose? Delle umiliazioni che mi infliggeva, del disprezzo che aveva nei miei confronti. Mi trattava come una pezza da piedi, peggio! Come uno schiavetto che doveva accorrere e sottometterai ad ogni suoi capriccio, soddisfare tutte le sue perversioni, le sue deviazioni, le sue schifose voglie sessuali!"
    "È per questo che lo hai ammazzato?"
    "Sì. Doveva crepare quel bastardo! Doveva pagare per il male che mi ha procurato e che mi hanno fatto quelli come lui. Non avevo dieci anni quando cominciavano a mettermi le mani addosso, quelle bestie schifose. Eliminarlo dalla faccia della terra era un mio sacrosanto diritto!"

    Un romanzo, insomma, da scoprire pagina per pagina.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Un'infanzia spensierata e piena di avventure può aiutarti, quando sei grande, a prendere la decisione giusta per scegliere la strada della felicità? 
    Forse no, ma sicuramente un po' aiuta.
    Questa è la storia di un bambino come lo erano tanti di noi, con due genitori che lo amavano tanto da non voler fargli pesare l'asprezza di una vita piena di tribolazioni e sacrifici.
    Ma si sa, i bambini capiscono anche quando le cose non si dicono. 
    Sarà un'estate a cambiare tutto. Uno scorcio su una stagione di felicità. Una vacanza da una zia molto temuta, si rivelerà un'avventura piena di emozioni e risate. Ci saranno tanti piccoli amichetti, con i quali giocare liberi in campagna e combinare marachelle, e poi uno zio in gamba pronto a infiammare ancora di più la loro fantasia di piccole persone, che vedono il mondo con altri occhi.
    E i genitori, che pur di garantirgli la felicità e anche un futuro, sono pronti ad andare incontro all'umiliazione.
    Ecco, una storia che tanto spensierata poi non lo è, ma che ci ricorda le famiglie come le nostre, quasi di un'altra generazione: quella dove i bambini si proteggono e i problemi si tengono nascosti, volendosi bene anche nella cattiva sorte, mascherando la preoccupazione con sorrisi, storie fantastiche o sorprese inaspettate, per poi affrontarli tra grandi quando i bimbi sono a letto.
    Genitori uniti nel bene e nel male, figli liberi di vivere l'infanzia scorrazzando nel mondo parallelo della fantasia.
    Un giorno, poi, si cresce e si devono prendere decisioni da grandi, quelle che non si sa se sono giuste. In quei momenti si guarda al passato, si ripensa agli adulti che ci hanno insegnato tanto, ai giorni di una spensieratezza disarmante e, magari non si riesce a fugare ogni dubbio o ad aver la certezza di scegliere bene, ma a una domanda si che si riesce a rispondere: "Sono felice?".
    Inutile dire che se si sa la risposta, si può trovare anche la strada e andare incontro alla felicità.
    "Profitto non vuol dire progresso", la dedica dell'autore. Ho capito cosa voleva dire solo alla fine di questa breve storia, che mi ha sorpreso positivamente.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • "Ho letto che è stata la carta a tenere acceso l’incendio nelle torri. Tutti quei quaderni, le risme di fogli per fotocopie, le stampate delle e-mail, le foto dei figli, i libri, i dollari nel portafogli, e i documenti negli archivi… Erano combustibile. Forse se vivessimo in una società senza carta… papà sarebbe ancora vivo.”
    Oskar Shell ha 9 anni ed una missione: cercare qualcosa che si apre con una chiave trovata in una busta dentro un vaso che ha acquistato suo padre (morto nell'attentato dell'11 settembre alle Torri Gemelle). Sulla busta una sola parola: Black. Cosa aprirà mai quella chiave? Avrà a che fare con il sesto distretto di New York che è sparito perchè ha lasciato posto al Central Park? Sta di fatto che con il giovane Oskar in giro per le strade alla ricerca del suo tesoro, noi conosciamo la vera New York (quella dell'11 settembre con le stesse immagini che imperversavano a tormentone a tutti gli angoli delle strade, e quella che è stata e che è, dopo "il giorno più brutto").
    Assieme a quella di Oskar, un'altra figura afondamentale è quella del nonno: ha una storia unica, emotiva, muta (non parla ma scrive per comunicare sia con se stesso che con gli altri). Cosicchè la sua vita, da Dresda a New York, è un alternarsi di frasi e parole, a partire dal "Si" e dal "No" tatuati sui palmi delle mani: un monologo fatto di spazi bianchi e neri in cui si cerca la strada del coraggio di vivere, di ricordare, di dimenticare, di conoscere il nuovo e lasciare indietro il passato in un angolo di mondo. 
    Descrittive ed epistolari, le pagine di questo romanzo a tratti tolgono il fiato per la loro veridicità e a tratti sono semplici e genuine come la vita quotidiana di coloro che restano a guardare ciò che accade dentro e fuori dal cerchio dell'esistenza.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Ha solo venti anni e già ha esordito con un romanzo di un certo spessore. Melanie Tedeschi classe 1992 ha appena riempito gli scaffali delle librerie col suo volume d’esordio dall’emblematico titolo “I prescelti e il potere degli elementi”.
    Questo fantasy rappresenta un insolito connubio fatto di elementi fantastici (come il magico regno di Classolt) e problemi reali con cui le nuove generazioni quotidianamente si devono misurare. La pubblicazione di questo libro, indipendentemente dal numero di copie che venderà, è già un successo. Infatti, la sua stessa stesura dimostra che nelle nuove generazioni ci sono tanti sani principi che resistono nonostante erediteranno un paese che è allo sbando.
    Il libro, nonostante sia sostanzialmente rivolto a un pubblico giovane, credo che la sua lettura possa risultare piacevole a tutte le persone di ogni età e di qualsiasi livello culturale.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Erri De Luca racconta il mare. Non inteso per chi ci abita su iscrizione divina: ma per chi lo coglie in affitto. E non parlo di barche e pescatori, moli e uccelli affamati di piccole pinne. Ma di un essere umano come delfino. Strano? Strano. Già, perché Irene è una donna che vive con questi meravigliosi cetacei grigi. Un po' surreale, certo. Come ci è arrivata non ha un’importanza fondamentale ai fini del racconto. Ciò che è importante e che dà furore alla narrazione è la storia di Irene. Irene, come detto, vive con i delfini. Per essere precisi, “Irene si unisce ogni notte alla famiglia dei delfini, undici con lei, guidati da una femmina adulta”. Irene non parla con nessuno degli abitanti dell’isola che affaccia sulla distesa azzurra. Non parla con nessuno tranne che col coprotagonista della vicenda: Erri De Luca. Non si firma, l’autore. Non si autodefinisce parte della storia. Ma è chiaro dalle prime pagine che l’assistente scelto è lui. Tutti credono che la giovane donna sia sordomuta. Non è così. Perché Irene parla e lo fa con l’accento dialettico giusto. Irene racconta. Racconta e elogia gli animali di mare che l'hanno accolta come una figlia. De Luca ascolta. E scrive.

    “Irene che mi mette soggezione quando mi guarda in faccia, mi sta facendo venire umido agli occhi. E mi sto fermo, senza spalancare le braccia magre per un’accoglienza. Così mi cadono dagli occhi un paio di gocce. Lei le raccoglie al volo e se le mette in bocca. Sono buone, dice. Sono uscite le barche per la pesca notturna ai calamari, fanno uno spargimento di lampare. Pare che’e stelle so’ cadute a mare, dice la strofa di una canzone del paese mio”.

    La poetica, la musicalità delle parole scritte da De Luca è entusiasmante. I tratti caratteristici della dialettica d’origine, quella partenopea, avvicinano il lettore all’infanzia dello scrittore. Un’infanzia che viene condivisa con alcune frasi che accompagnano la storia di Irene. Come quando i ricordi percorrono i tragitti che il bambino Erri faceva per ascoltare la nonna. Tragitti di parola. Ma la storia di Irene non è l’unica a essere raccontata nel libro eponimo. Infatti lo scrittore dedica, due dei tre capitoli, l’uno al padre Aldo, l’altro a una vicenda, “Una cosa molta stupida” accaduta per Napoli. Due storielle dirette, che sanno di vero. Due storielle che De Luca vuole raccontare ricordando i dispiaceri della guerra, prima, dei vicoli, dopo. Ma sempre con gusto, senza dimenticare il sapore del mare che tocca le mani e estende i pensieri.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • “Aveva un debole per i ragazzi Burgess. Credo che fosse perché tutti e tre avevano sofferto pubblicamente, e anche perché tanti anni prima era stata la loro insegnante al quarto anno di catechismo. Erano i suoi prediletti. Jim, perché sentiva che perfino allora era già arrabbiato e si sforzava di controllare la sua rabbia, e Bob, perché aveva il cuore grande. Non era molto interessata a Susan. 'Non era simpatica a nessuno, per quanto ne so', mi disse un giorno”.

    E’ il primo libro che leggo della Strout, già molto apprezzata dai lettori, e vincitrice del premio Pulitzer nel 2009 per la raccolta di racconti dal titolo “Olive Kitteridge”.
    La vicenda si svolge nel Maine, dove sono nati Jim, Bob, e Susan, chiamati da tutti “I ragazzi Burgess” che dà titolo al libro. I due fratelli hanno lasciato la loro terra per il Brooklyn, l’unica a restare nella terra d’origine è Susan, che lasciata dal marito, si è ritrovata completamente sola, con un figlio a carico, Zachary.
    Susan è una donna silenziosa, ma anche molto strana agli occhi degli altri, un po’ scontrosa, e quasi in lotta con il mondo.
    Jim è diventato, grazie alla risoluzione di un caso mediatico, un avvocato di successo, al contrario del fratello Bob che dentro di sé combatte ancora con vecchi conflitti, e ferite mai rimarginate. Bob ha visto davanti a sé accadere una serie di catastrofi che gli hanno cambiato totalmente la vita: prima il padre, poi la scoperta della sterilità, poi la moglie.
    In una sera silenziosa il telefono squilla nella casa di Jim, è la sorella in lacrime che è preoccupata, e disperata perché suo figlio sta per essere arrestato. Zachary ha compiuto un gesto inspiegabile: ha lanciato una testa di maiale surgelata nella moschea, durante il periodo del Ramadan, sconvolgendo tutti.
    Come mai questo gesto? Così Jim dovrà rinunciare ad una vacanza con la moglie, per ritornare nel luogo da dove è scappato, dove sono seppelliti vecchi fantasmi, nella terra delle apparenze.
    La scrittrice riesce bene a smuovere i sentimenti dei personaggi e ad incastrare le loro vite, mostrandoci la loro fragilità, il passato che non passa mai, le loro intime debolezze. Inoltre ci presenta una realtà americana dove il rapporto multiculturale non ha ancora preso piede, e le paure ancestrali dell’uomo, sbagliando prendono il sopravvento.
    Da leggere per scoprire la storia di questa famiglia, la loro fragilità, e la complessità dei rapporti umani che sempre ci portiamo dietro.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Accettazione; questo il messaggio con il quale Guido Mattioni scolpisce un'opera d'arte a inchiostro. Definire "Ascoltavo le maree" un romanzo non rende giustizia all'autore, più appropriato definirlo un saggio, un percorso netto, come si usa dire in gergo ippico da concorso a ostacoli e l'ostacolo più arduo da superare, per il protagonista di questa favola, consiste nell'accettare il destino e cavalcarlo per come esso si è delineato, senza rimanere a crogiolarsi, in un pozzo senza fondo di nebbia inquinata, nel ricordo. Ciò che più colpisce è l'attenzione portata per le sfumature, fin dalle prime righe si riesce a percepire di trovarsi davanti a una fonte di ricchezza per lo spirito difficilmente rintracciabile ormai tra gli scaffali e le mensole di questo misero paese.
    Il trascorrere del tempo scandito dagli odori, la contemplazione del silenzio attraverso la compagnia di un gatto, una statua propensa, e portata, all'ascolto più dell'uomo, la devozione per l' acqua, divisa tra fiume e oceano, dolce e salata come queste duecentotredici pagine capaci di stupire quanto una marea. La consapevolezza di essere riuscito a comprendere che l'unica via di fuga dal dolore è quella di andarlo a scovare dove se ne sta rintanato e affrontarlo.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • “Le colpe dei padri” di Alessandro Perissinotto, candidato al Premio Strega 2013, ci pone due realtà a confronto, due Torino, una degli anni ’70 e una dei tempi ‘2000, e quindi contemporanei. Il protagonista è Guido Marchisio, un uomo di potere, separato, che vive con una donna molto più giovane di lui, abita in una casa molto grande, ed è benestante. E’ dirigente di un’azienda multinazionale, che sta attraversando un momento di ridimensionamento, deve decidere quali persone mandare in cassa integrazione e quale licenziare.
    Guido vive una vita molto agiata, e felice, sembra che nulla possa intaccare questa armonia. Un giorno, entrando in un bar un uomo lo scambia per un certo Ernesto Bolle, rivelandogli che quest’uomo è come lui, ha il colore degli occhi diversi, ha il neo sotto uno di essi. Guido rimarrà sorpreso, e infastidito da quanto appreso, e numerosi demoni interiori cominceranno a farsi spazio nel suo animo. Chi è questo Bolle? Tutti abbiamo un gemello al mondo. Tramite questa rivelazione la storia tornerà indietro, presentandoci quegli anni ’70: di rivolta, di scontri nella piazza, di criminalità con l’avvento delle Brigate Rosse, di vittime innocenti. E riproiettandoci verso il ‘2000: fatto di lotte sindacali infinite, di rare manifestazioni in cui la voglia sottesa non è quella dell’esercizio dei diritti, ma la mania di protagonismo, la cassa integrazione, i numerosi suicidi.
    Un romanzo d’indagine, che risulta molto attuale, che scava nel passato per far fuoriuscire la condizione del presente: "La morte non conosce gerarchie - scrive parlando di quelle vittime - ma è pur vero che, degli anni di piombo, alcune vittime riposano in un pantheon privilegiato, visitato periodicamente dai media, dagli storici, dai documentaristi e altre giacciono in cimiteri alla periferia della memoria, in cui solo i parenti più stretti portano fiori".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Stephen King ha detto: «Il talento da solo vale poco. Ciò che separa il talentuoso dalla persona di successo è il duro lavoro». Un principio quanto mai esatto, nonché incoraggiante, che “Writers and Readers”, progetto di Davide Giansoldati e Ivan Ottaviani, conferma in toto. E il libro “Scrivilo!” non ne è altro che la messa in forma scritta, il manifesto. Configurato come vero e proprio manuale in cui sono condensate regole, iniziative, esercitazioni e sfide ideate dai fondatori del workshop, “Scrivilo!” è uno scorrevolissimo excursus fra i trucchi del mestiere dello scrivere e del leggere. Perché, per citare ancora King (a sua volta citato nel volume), «Se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere molto e scrivere molto». Ed è, questa, un’altra delle idee alla base di “Writers and Readers” - come, del resto, suggerisce il suo stesso nome. Dove, con rara umiltà, non si perde tempo nel parlare di bravura, qualità e altri ‘doni’ che fin troppi promettono senza effettivamente, e per naturalissime ragioni, poterli offrire.
    In “Scrivilo!”, come nel progetto di cui esso è promotore e insieme sintesi e sistematizzazione, è reso semplicemente il concetto - in aggiunta alle tecniche necessarie a realizzarlo - dell’imparare a comunicare sfruttando al meglio le proprie innate attitudini, in virtù di quelle piccole, grandi parole che accompagnano il titolo “Writers and Readers”: ‘more’ and ‘better’. Un messaggio che viaggia nel fluido fertile della praticità e della concretezza, del gioco prima e dell’entusiasmo poi. Quello che si limita a fare, a costruire, nella più totale e benefica mancanza di pretese.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • A prescindere dal nome con il quale la si definisce, è devastante, inesorabilmente devastante.
    I suoi “esecutori” possono arrecare danni irreversibili. Si insidiano con sapiente maestria nei luoghi più cari, all’apparenza più sicuri e lì ricavano la loro tana dove, pazientemente, coltivano le loro prede che, ignare, vanno loro incontro con l’ingenuità e l’innocenza della fanciullezza. Un tema difficile e delicato, quello della pedofilia, grande malattia psichica, ma c’è chi come Laura Scanu, per parlarne… entra nelle favole, metafore della vita, raccontate dai nonni.
    Vi entra in punta di piedi, per conoscere e far conoscere “il drago”, un drago che andrebbe sconfitto “Prima che cali il silenzio”.
    Nel leggere questo tomo, si possono ascoltare tutte le voci mute di chi ha subìto, ma c’è altro, c’è l’insolita visione dei fatti da parte, questa volta, non della preda, della vittima, ma del carnefice. E’ lui che racconta, è sempre lui che, arrotolandosi, guizza fuori da se stesso in modo a volte morboso e consapevole, altre rassegnato al suo destino ma irremovibile negli intenti.
    “Prima che cali il silenzio”, con i suoi diciotto capitoli disegna una spirale nella mente del lettore che, si trova a percorrerla tra infinti interrogativi in raccolti ed inquietanti stati d’animo.
    Un libro che, nell’immagine di San Giorgio e il Drago, svela il significato dei suoi simbolismi: la spada rappresenta la denuncia, San Giorgio la vittima e il Drago la pedofilia così introdotto dalla sapiente prefazione della dottoressa Anna Maria Pilozzi e “arginato” dalla documentata postfazione di Annabella Stella Buonocore. "Prima che cali il silenzio” di Laura Scanu apre alla visione di un torrente impetuoso ed inquietante che, dopo aver violato con la sua irruenza ogni cosa, anche la più inerme e delicata, termina nel mare la sua corsa.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • “Come si fa a sapere chi sono gli altri? Forse non lo sapremo mai, forse è impossibile afferrare le persone: ci scivolano tra le mani come l’acqua, che non è mai la stessa”.

    Così Cameron scrive nelle prima pagine riportando una citazione della scrittrice Rose Macaulay.
    La storia è abbastanza semplice: narra le avventure di un weekend che Lyle va a passare dai suoi migliori amici John e Marian.
    Fin qui sembra una cosa normalissima. Ma oltre questo c’è dell’altro. Questo weekend non è come tutti gli altri, non è una data a caso, questo viaggio coincide con primo anniversario di morte di Tony, che è il fratello di John e che è stato l’amante per dieci anni di Lyle.
    In questo quadro familiare ci sono anche Roland, il bambino della coppia di amici, e Robert la nuova fiamma di Lyle.
    Tutta la storia si svolge in una villa di campagna, tutt’altro che modesta. Che succede in questo weekend? Apparentemente nulla, la narrazione rimane statica e non ci sono notevoli colpi di scena, ciò che mutano veramente sono gli stati d’animo dei personaggi, con i loro umori, sentimenti, atmosfere.
    I due nuovi innamorati si domanderanno se il loro rapporto è solo semplice attrazione, se è amore, se la loro storia è destinata ad andare avanti. Forse Lyle ha sbagliato a portare Robert nel luogo proprio dove c’era il suo precedente compagno. Un anno alla fine è forse troppo poco affinché gli animi, i ricordi, le emozioni associate a Tony possano essere svanite.
    E’ normale che i due amici seppur trattano benevolmente la nuova figura che accompagna Lyle, ne facciamo sempre e comunque dei paragoni.
    La tensione è sempre più forte, accentuata anche da quella strana figura, già inviata precedentemente, non calcolando l’arrivo anche di Robert. La scintilla scocca durante una cena con un episodio di galateo che dietro racchiude molteplici significati.
    Pubblicato per la prima volta nel lontano 1994, dimostra ancora una volta quanto Cameron sia bravo a descrivere la geografia dei sentimenti, non tralasciando però nulla al caso, quasi come se ogni piccolo dettaglio dovesse essere quello e basta, e non un possibile altro. Un’accuratezza che giova all’animo del lettore, che si sente portato per mano in ogni pagina, anche nelle cose più piccole, quelle che a molti possono sembrare insignificanti, ma che racchiudono la materia dei sogni. Quei sogni che dovremmo alimentare sempre.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Victoria è una bambina problematica. Dopo essere stata data in affidamento a una serie innumerevole di famiglie e respinta da tutte, la ragazzina deciderà di non accettare mai nessun tipo di contatto sia fisico, che amorevole.
    Quando un giorno è affidata alle cure di Elizabeth, una donna sola ma piena di amore, Victoria pensa già a cosa fare per farsi rispedire indietro. Per Elizabeth non sarà facile, ma non si darà per vinta e, attraverso il linguaggio dei fiori, si avvicinerà al cuore della bambina per sempre. Questo idillio, però, sarà breve. L’adozione definitiva è minacciata dal legame complesso tra Elizabeth e sua sorella, Catherine. Le due sorelle non si parlano da molti anni e, davanti agli innumerevoli tentativi di Elizabeth di riallacciare i rapporti, Catherine rimane fredda e impassibile. Victoria decide di agire per rovinare Catherine, la donna che sta distruggendo la sua felicità. Il suo gesto, però, avrà delle conseguenze inimmaginabili non solo per lei e le due donne, ma anche per Grant, il figlio di Catherine. Il ragazzo, traumatizzato dagli eventi, riapparirà inaspettato nel futuro di Victoria e lo cambierà per sempre.
    La storia salta di capitolo in capitolo tra il passato e il presente di Victoria, scoprendo lentamente la verità, facendocela conoscere e amare.
    I fiori sono essenziali per Victoria; sa il loro significato e li usa come una strega userebbe le sue pozioni. Essi le salveranno la vita e le daranno nuova speranza per il futuro.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Marcello Simoni mi aveva già piacevolmente colpito con Il mercante dei libri maledetti, con questo piccolo racconto sempre edito da Compton uscito nella collana "Live", l’autore non si smentisce. Questo racconto può essere inquadrato a pieno titolo nel genere del giallo storico, siamo nel 1789, data molto importante per la storiografia, designa il passaggio dalla storia moderna a quella contemporanea, penso proprio che anche se non è stata fatta menzione su quest’aspetto nel volume, la data non sia casuale. Ci troviamo in Italia, e precisamente a Urbino, il protagonista è Vitale Federici da Montefeltri, un giovane brillante universitario che sarà uno dei principali sospettati della morte del suo maestro di cui lui si trova a divenire il suo più serio successore. Lui è Padre Lamberti, docente di Filosofia, che verrà ucciso. Vitale dal suo canto sospetta che la morte sia stata gioco di un omicidio e comincia a investigare aiutato dai suoi amici Gaspare e Bonaventura. L’investigatore che all’occhio del lettore sembrerà incarnare lo stereotipo dello Sherlock Holmes della situazione, supporrà varie congetture, fino ad arrivare ad esplorare i sotterranei della cattedrale, luogo oscuro, tetro, dove si aggirano e annidano vecchie storie di templi pagani nascosti dal tempo.
    Riuscirà Vitale a venire a capo di questa inspiegabile morte? La scritta CAL VESIDIE BASSO riuscirà a trovare un senso? Che legame avrà con l’uccisione la leggenda delle ninfe legate al territorio Urbinate con Lamberti? Poco più di 120 pagine per lasciare il lettore in balia della curiosità e per provare a essere per un giorno illustri investigatori.

    “Da due secoli, gli eruditi andavano cercando un tempio dedicato alle ninfe che si diceva eretto all’epoca dell’Imperatore Augusto e nascosto nel sottosuolo della cittadella”. Forse il professore stava cercando proprio quell’antico tempio dedicato alle Ninfe la cui esistenza deve restare segreta, perché “la fede può resistere a tutto. Alla morte, alle guerre, alle ingiustizie. Ma non alla bellezza”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La vita degli esseri umani può essere sia avventurosa che tranquilla e ne sono stati scritti di libri su questo.
    Cosa capiterebbe invece se si raccontasse la storia di un piccolo numero di conigli? Sarebbe lo stesso emozionante e ricca di suspance?
    La risposta è sì, se state leggendo le avventure di Moscardo, Quintilio, Parruccone e dei loro amici.
    Nella tranquilla vita di una conigliera di campagna Quintilio, coniglio con delle doti di premonizione, avverte un pericolo incombente avvicinarsi alla loro tana e insieme al suo amico Moscardo decidono di avvertire il Capo coniglio. Quest'ultimo non crede alle parole del piccolo coniglio, credendolo pazzo e lo rimanda alla sua tana. Le sue parole convincono però Parruccone, segretario del Capo coniglio e con lui organizzano una rocambolesca fuga dalla conigliera con altri amici fidati.
    Sarà solo l'inizio di un lungo faticoso viaggio alla ricerca di un posto dove fondare una nuova colonia, intriso di pericoli da ogni tipo di animale e dall'uomo compreso.
    A tratti crudele, molte volte divertente, nei loro discorsi in "lapino", lingua dei conigli, prontamente tradotta dall'autore, verremo a conoscenza delle avventure del mitico coniglio El-ahrairà furbo re e protettore della loro razza, in storie che sembrano favole ma con aspetti duri e ricche di  stratagemmi ingegnosi per tirarsi fuori dai guai. 
    Il libro non perde ritmo, gli avvenimenti e i colpi di scena si sussuegono velocemente fino alla fine e ad ogni inizio capitolo sono presenti citazioni da opere e autori famosi inerenti al capitolo che va a cominciare.
    Proprio per una citazione di questa opera in un altro libro, avevo deciso di leggerlo e ne sono rimasto pienamente soddisfatto. 
    Lo consiglio a tutti; uomini e conigli.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Ci troviamo a Parigi in compagnia della famiglia Kampf con un passato burrascoso, che tenta ad ogni costo di affermare il loro status di ricchi. La protagonista indiscussa è Antoniette Kampf, una ragazzina forse cresciuta troppo in fretta, ribelle che mostra uno spiccato senso dell’egoismo e della libertà – se si considerano le condizioni di quel tempo -. Antagonista della storia è sua madre Rosine, spietata, in competizione con la figlia, invidiosa che per riacquistare il vecchio status di benestante decide di organizzare un ballo, una sorta di debutto nella società che ad Antoniette viene precluso, già se si osserva che lei viene tolta la sua stanza per adibirla a guardaroba. La ragazzina però non resta immobile, pensa di agire, e al momento giusto riuscirà a far valere la sua tragicomica vendetta.
    Un piccolo romanzo, in cui si riassume perfettamente la classe francese attaccata solo alle frivolezze, alla competizione, al primeggiare dell’apparenza che è intrisa di assenza di valori.

    «Se mi avesse toccato, l'avrei graffiata, morsa, e poi... Si può sempre fuggire... e per sempre... La finestra - pensò con agitazione febbrile [...] - Sporchi egoisti! Sono io che voglio vivere, io, io... Sono giovane, io... Mi derubano, si prendono la mia parte di felicità sulla terra...».

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Il mare è mio fratello" è un racconto giovanile di Jack Kerouac, padre della Beat Generation, a tratti autobiografico creduto da tempo perduto.
    Kerouac in questo scritto racconta le avventure del giovane William Everhart, professore di un liceo, che decide di partire con il marinaio Wesley, conosciuto al pub, affascinato dal suo carattere ribelle e infelice a terra, ma che riprende serenità solo sul ponte di una nave in viaggio.
    Ambientato nel periodo tra le due guerre mondiali, partono da una tranquilla e noiosa New York, in autostop fino a Boston per potersi imbarcare su una nave mercantile.
    Durante il tragitto, Everhart ripensa alla sua scelta e si misura con altri personaggi, con scambi di ideologie politiche, birre e whisky. Sarà anche il senso di smarrimento dato dalla scomparsa di Wesley a mettere a dura prova la sua tenacia e di scegliere se abbandonare l'impresa e dare retta alla sorella o continuare nonostante tutto.
    Il libro contiene anche altre opere semi incompiute di Kerouac, opere giovanili, che raccontano l'America, lo spirito libero, il cambiamento generazionale che vive in quel periodo, sono tutti facente parte della formazione letteraria dello scrittore, da solo e con gli Young Prometheans.
    Nel libro, gli appunti e note a fondo pagina spiegano particolari dei personaggi che si rifanno a sensazioni persone e avvenimenti incontrati da Kerouac nei suoi viaggi attraverso l'America.
    Sono comprese anche delle foto di Kerouac e delle lettere tra lui e l'amico poeta Sebastian Sampas.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • E’ la storia di Jack Twist e di Ennis del Mar, di un’amicizia condivisa, di un reciproco aiuto, di un viaggio di lavoro su una montagna, quella di Brokeback Mountain. Ma non è solo questo, è molto di più, è lo scoprire le passioni dei corpi, naturali, vivide, spontanee, è il prestarsi il reciproco aiuto, è il sentirsi strano per qualcosa di nuovo e forse proibito, è l’avvampare e l’ardere come un solitario focolare dell’amore: «Ti congelerai le chiappe quando il fuoco si spegne. Meglio che vieni sotto la tenda.» «Credo che manco me ne accorgerei». Ma passò barcollando nella tenda, si tolse gli stivali, per un po' russò sul pavimento, svegliò Jack col battito dei denti. «Cristo, finiscila di smartellare e vieni qui sotto. Il sacco a pelo è grande abbastanza», disse Jack con voce irritata, impastata di sonno. Era grande abbastanza, caldo abbastanza, e di lì a poco approfondirono notevolmente la loro amicizia. Ennis andava a tutto gas su tutte le strade, che si trattasse di sudarsela o di spassarsela, e non volle saperne quando Jack gli prese la mano sinistra portandosela sull'uccello eretto. Ennis strappò via la mano come se avesse toccato il fuoco, si sollevò sulle ginocchia, slacciò la cintura, si abbassò i calzoni, mise Jack a quattro zampe e, con l'aiuto dei fluidi suoi e di un po' di saliva, gli andò dentro, cosa mai fatta prima ma non occorreva un manuale di istruzioni».
    E’ la storia di una stagione che finisce, di un allontanarsi oltre le volontà con il protendersi delle esigenze, è la storia di due destini lontani, ma sempre uniti, di due situazioni future familiari diverse, di un riavvicinamento, ma anche di incomprensioni, di modi diversi di intendere e vivere l’amore baracca di solidità interiore: «[…] Fai il conto di quanti pochi minuti siamo stati insieme, in vent'anni. Calcola quanto poco spazio di manovra mi lasci, poi prova ancora a venirmi a chiedere del Messico e a dirmi che mi fai la pelle perché ne ho bisogno e praticamente non ce l'ho mai. Io non sono te. A me non bastano un paio di scopate ad alta quota un paio di volte l'anno. Tu sei troppo importante per me, Ennis, figlio di una puttana troia. Vorrei riuscire a mollarti.»
    E’ la storia di un amore gettato, di corpi che ancora si cercano, tra ceneri sparse, tra baci mancati, tra cuori poco invadenti di un realtà che invade.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Immergersi nel mondo della poesia è un cammino intimo, fatto di ripidi tratti, scoscesi, bui, inimmaginati, scavati nella memoria. Oppure luci che donano il coraggio di testimoniare in versi, quello che può essere ancòra di salvataggio, legando ragione-cuore. Partire dall’Anima non è sempre semplice, eppure la Poetessa Arlotta, trova l’inizio per direzionare questo cammino.
    “C’era una  guerra”, sempre attuale, dove la poesia diventa bellezza, sogno, graffiante forza, sorriso che s’accende, in chi ha sete di amare. Un percorso di pensieri e semi, che riescono “ancora insieme”, a baciare gli errori, spogliandosi delle maschere che “certe notti” indossiamo. Vuoi per paure,o per nascondere le incertezze che il peso di un passato, ha segnato. Un’autodifesa che brucia nel peregrinare, sconnette e mescola i sentimenti.
    Pennellate d’arcobaleno, che contribuiscono con tutte le sfumature a dare quel “dolceamaro”, arricchendo con esperienza il presente. Una riscoperta dell’ "essere", donne, uomini, bambini, profumanti di vita e magia. Ognuno portatore di emozioni che l’instancabile vento porta nel tempo.
    I sensi, riempiono i vuoti e riaccendono “sinuose note”, che solo chi, va oltre la moda dell’ "apparenza" e della "illusione", può comprendere.
    Emanuela, diventa con la poesia "l’Incontro" di anime in divenire, destinate ad accogliere con "occhi d’amore" chi, può ritrovarsi nelle sue parole e "rinascere dalle ceneri", ricomponendo le ore e scacciando la solitudine e l’ipocrisia.
    Tra "strade distorte/ di asfaltate esistenze/ incollate al volante" di un "Roma romantica" o di una qualsiasi altra città, seguirla in questo viaggio poetico, sarà una piacevole compagnia, e anche "sotto la pioggia", troveremo il modo per riflettersi positivamente nelle differenze che ci circondano, con idee e battiti nuovi. Accarezzando ferite e rughe, anelando respiri con "passione" e sotto un tappeto di stelle, sentirsi liberi di amare ancora.

    [... continua]

  • Il romanzo dello scrittore giapponese Yukio Mishima, dato alle stampe nel 1954 racconta una semplice, seppur contrastata e spigolosa storia d’amore tra due giovani ragazzi. Le vicende narrate hanno luogo nell’isola giapponese di Uta-Jima,l’Isola del Canto. Il giovane pescatore Shinji, capace ed instancabile pescatore, incontrerà gli occhi della giovane Hatsue, figlia di una ricca famiglia dell’isola, da poco ritornata nei suoi luoghi natali dopo un periodo di adozione. Il loro amore, fin da subito sincero, puro e passionale, si troverà tuttavia ostacolato da diversi motivi di contrasto e problemi che sorgeranno nel corso della narrazione, tuttavia sempre incapaci d'intaccare la realtà e la purezza del sentimento esploso tra i due amanti. Yasuo, coetaneo di Shinji, prepotente e benestante, farà di tutto pur di attirare le attenzioni della bella Hatsue verso di lui. I genitori di quest’ultima, sovente rappresentati dalla rigida ed autoritaria figura del padre di Hatsue, rappresenteranno per chiunque volesse avvicinare la giovane figlia, un insormontabile ed ostile barriera. Il comune denominatore alla serie di vicende che si alterneranno nel corso della storia sarà il mare. Lo scrittore nipponico riesce a far costantemente emergere la presenza del mare tra le pagine del suo romanzo, alternando e porgendo al lettore la voce cristallina delle onde, i ruggiti del mare in tempesta, il lavoro e le fatiche dei giovani pescatori, la passione e l’attaccamento di un’intera comunità al mare ed ai suoi doni quotidiani.
    Con una scrittura semplice e scorrevole, lineare e mai disarmonica, Yukio Mishima si dimostra abile nel descrivere paesaggi e panorami, senza mai essere tedioso e cavilloso nonché dotato di una sottile vena poetica che rende ancor più dolce l’amore tra due giovani anime che si vuole portare a conoscenza del lettore.
    “Il ragazzo sentì che esisteva un perfetto accordo fra lui e quell’opulenza della natura circostante. Trasse un profondo respiro e fu come se una parte di quell’invisibile che costituisce la natura avesse permeato l’intimità del suo essere”.
    Si rimane immediatamente rapiti dalla purezza della scrittura, perfetta similitudine della purezza dei sentimenti che si evidenziano nel racconto, nonché del chiaro intento di dare voce ad un mare ed alle sue onde, quasi certamente sibillino ma reale protagonista del romanzo in questione.

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    recensione di Raffaele di Ianni

  • Ho pensato ogni istante alla penna leggera e disincantata di Daniel Pennac leggendo il romanzo  “Giallo di zucca” di Gaia Conventi, già vincitrice del Mystfest – Gran Giallo Città di Cattolica 2009 con “La morte scivola sotto la pelle” (Giallo Mondadori). In “Giallo di zucca” l’autrice onora con l’ambientazione, quella Ferrara che ha conosciuto vivendoci diversi anni, parlando del palio (“quello vero, s’intende”), delle strade, dell’atmosfera. È una Ferrara presentata come teneramente e irresistibilmente provincialotta, senza tuttavia scalfire la voglia di andare a visitare quei luoghi così eleganti, pigri e leziosi.
    Protagonista del libro è Luchino, un fotografo che lavora con la polizia (un “fotografo di morti”), fedele amico di un cane che, come fa notare nella prefazione la presidente della provincia di Ferrara Marcella Zappaterra, sembra quasi disneyano nelle reazioni e nei guai che combina, regalando al lettore scene gradevoli di stacco. Ho pensato a Pennac anche per la presenza di personaggi somiglianti a macchiette umoristiche, a partire dal Pierfi, il cugino che si laurea e che fa tornare Luchino a Ferrara, per passare alla sua famiglia e ai diversi commissari; questi personaggi sono dipinti in sferzanti tratti caricaturali, ma, straordinariamente, non per questo sono inverosimili. La narrazione è portata avanti in prima persona e costringe a guardare, da un punto di vista limitato, una vicenda che si infittisce sempre più, e quindi a raccogliere insieme al protagonista voci di quartiere, intuizioni e piste.
    La curiosità di venirne a capo, così, aumenta, e alcuni divertissement narrativi ad un certo punto sembrano quasi d’intralcio nella lettura, perché si vorrebbe trovare presto il bandolo della matassa. Ironia, attenzione per il dettaglio e abilità narrativa rendono la compagnia di questo libro piacevole e costante. Cosa lega le morti che stanno sconcertando la pacifica Ferrara? Chi è l’assassino delle favole? E soprattutto, Luchino alla fine si sposa oppure no?
     
    “Non scordiamoci che Ferrara è un paesone e si traveste da città solo quando arriva Abbado al Comunale, nel restante fluire di lunario, invece, ci tiene ad avere la sua aria paciosa e un tantino provinciale, ma guai a farglielo notare. Ferrara è come una bella donna, ne vanno citati solo i pregi… tutte le belle donne sono un tantino permalose!” (Gaia Conventi)

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    recensione di Cristina Mosca

  • Angelo Cacciato scrive una verità. La verità è quella di Pierantonio Casano, ragazzino siciliano tormentato dal paranormale e medium inconsapevole dalla nascita. La storia è di quelle raccapriccianti che andrebbero lette di giorno per evitare di sbattere l’immaginazione contro una libreria mobile o una porta che si apre da sola. Pierantonio è un ragazzo apparentemente normale, proprio come tutti i giovani adolescenti. Va a scuola, mangia, gioca, si diverte. Dorme. Ed è proprio il sonno che, una notte, lo avvolge di un misterioso male ombrato: una strana figura dalle sembianze umane avverte il ragazzo: “Non ti darò pace, non ti darò pace!”

    “Era l’anno 1988. Pierantonio frequentava la II media; durante una notte autunnale, ebbe uno strano incubo: sognò che si trovava nel soggiorno in compagnia del padre; era seduto di fronte la credenza a guardare un film in televisione, quando davanti ai suoi occhi apparve un’anziana donna vestita di nero; occhi di colore verde chiaro, sguardo agghiacciante e pietrificante.”

    Il prologo sembrerebbe nato dalla penna di uno scrittore di racconti gialli. In effetti, la storia di Pierantonio non ha nulla da invidiare al colore del mistero. Appunto, “Misteri e Verità nella vita di un medium” è il titolo del libro. Cacciato entra nella vita di Pierantonio col permesso della co-autrice Maria Angela Casano, sorella dell’adolescente che aiuta lo scrittore/sociologo a risalire ai fatti della storia, e della famiglia dei due. Le pagine del dattiloscritto sono fondate secondo una direzione precisa: quella del paranormale. Lo stato inconscio di Pierantonio viene raccontato nei minimi particolari. Gli spazi, i luoghi, le figure che poggiano sulla schiena, nella cantina della finestra di fronte, assalgono il lettore attento che coadiuvato dai rumori del vuoto intorno può sistemare la pellicola della mente, avvolgerla, capovolgerla e farne il sentimento suo. Il male è l’oggetto del mistero. Il male che percorre la linea del corpo di Pierantonio, il male che è diavolo venuto sulla Terra per restarci e fare dell’uomo il suo burattino. È questo che, secondo un non studioso del genere come me, rappresenta la traduzione del fenomeno paranormale. Cacciato narra, storicizza, scrive. Credere o non credere ai fatti è la scelta che ogni essere pensante può fare, soggetto di discrezione.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Angelo Cacciato scrive una verità. La verità è quella di Pierantonio Casano, ragazzino siciliano tormentato dal paranormale e medium inconsapevole dalla nascita. La storia è di quelle raccapriccianti che andrebbero lette di giorno per evitare di sbattere l’immaginazione contro una libreria mobile o una porta che si apre da sola. Pierantonio è un ragazzo apparentemente normale, proprio come tutti i giovani adolescenti. Va a scuola, mangia, gioca, si diverte. Dorme. Ed è proprio il sonno che, una notte, lo avvolge di un misterioso male ombrato: una strana figura dalle sembianze umane avverte il ragazzo: “Non ti darò pace, non ti darò pace!”

    “Era l’anno 1988. Pierantonio frequentava la II media; durante una notte autunnale, ebbe uno strano incubo: sognò che si trovava nel soggiorno in compagnia del padre; era seduto di fronte la credenza a guardare un film in televisione, quando davanti ai suoi occhi apparve un’anziana donna vestita di nero; occhi di colore verde chiaro, sguardo agghiacciante e pietrificante.”

    Il prologo sembrerebbe nato dalla penna di uno scrittore di racconti gialli. In effetti, la storia di Pierantonio non ha nulla da invidiare al colore del mistero. Appunto, “Misteri e Verità nella vita di un medium” è il titolo del libro. Cacciato entra nella vita di Pierantonio col permesso della co-autrice Maria Angela Casano, sorella dell’adolescente che aiuta lo scrittore/sociologo a risalire ai fatti della storia, e della famiglia dei due. Le pagine del dattiloscritto sono fondate secondo una direzione precisa: quella del paranormale. Lo stato inconscio di Pierantonio viene raccontato nei minimi particolari. Gli spazi, i luoghi, le figure che poggiano sulla schiena, nella cantina della finestra di fronte, assalgono il lettore attento che coadiuvato dai rumori del vuoto intorno può sistemare la pellicola della mente, avvolgerla, capovolgerla e farne il sentimento suo. Il male è l’oggetto del mistero. Il male che percorre la linea del corpo di Pierantonio, il male che è diavolo venuto sulla Terra per restarci e fare dell’uomo il suo burattino. È questo che, secondo un non studioso del genere come me, rappresenta la traduzione del fenomeno paranormale. Cacciato narra, storicizza, scrive. Credere o non credere ai fatti è la scelta che ogni essere pensante può fare, soggetto di discrezione.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Esther Hillesum, detta Etty, è stata una scrittrice olandese di origine ebraica, vittima della Shoah. Il Diario fu scritto ad Amsterdam tra il 1941 e il 1943, probabilmente su indicazione dello psico-chirologo ebreo-tedesco Julius Spier, di cui Etty fu inizialmente paziente e con il quale ebbe un forte legame; il libro è un dettagliato resoconto degli ultimi due anni della sua vita.
    Diversamente dal Diario di Anna Frank, quello di Etty Hillesum venne pubblicato solo nel 1981.

    Nelle prime pagine ho fatto un po' fatica ad entrare nel mondo di Etty, ma penso che si per il fatto che la scrittura mi ha sorpreso e destabilizzato, una scrittura così intima, quest'anima torbida, che lucidamente si interroga, evolve, si rattrista, stimola ogni sua parte sensoriale. Ci sono dei pezzi da sottolineare completamente: "Non siamo nient'altro che botti vuote in cui si sciacqua la storia del mondo [...]". Certo non siamo nient'altro che osservatori distanti dell'abominio terreno, siamo spettatori, cronisti, o semplicemente degli stupidi inetti. Etty ha il coraggio di scegliere, di interrogarsi, di guardare dentro di sé, e di rivedere ogni suo parametro d'intimità, solo così raggiungendo la libertà. La stessa che molti non sono riusciti a trovare, perché per essere veramente liberi bisogna stare in sintonia con il proprio oceano interiore, ed Etty ormai pian piano aveva imparato ad usare i suoi remi.
    Etty Hillesium è riuscita a trovare il suo universo interiore che non è quello del disordine, ma è quello di un mare che ti trasporta, ti fa navigare, ti fa sguazzare nell'assoluta Pace. La stessa Pace con cui brutalmente ha combattuto e ha vinto, a dispetto dei disordini esteriori, che sono vacillamenti. Ma niente può quando c'è un animo in equilibrio, e quell'apparente rassegnazione, anche forse un po' opaca per il suo carattere è solo il segno di una consapevolezza del mondo, di quel mondo che lei è stata costretta ad osservare, tristemente, quasi fosse una tortura, l’ultima.

    "Non siamo nient'altro che botti vuote in cui si sciacqua la storia del mondo. O tutto è causale, o niente lo è. Se io credessi nella prima affermazione non potrei vivere, ma non sono ancora convinta della seconda."

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Capita raramente di leggere poesie sorridendo: ma non ci si può impedire di farlo, leggendo la raccolta di Giuseppe Terracciano.
    Brevi, folgoranti intuizioni, anche dolorose, amare riflessioni; tra queste, ci soffermiamo su "Stanno passando": è sufficiente il titolo di questa poesia sobria e raccolta, con a fianco la foto di una solitaria strada imbiancata di neve, a darci la sensazione immediata di una desolazione senza ritorno.
    Delusione e sì, sorridente, ecco quanto ci offre la tenera lirica intitolata "Che 'tte devo dì": in pochi versi viene tratteggiato elegantemente un amore finito, ma con una straordinaria capacità di mettersi in causa in prima persona.
    Bellissimo, veramente da leggere e rileggere, il testo di "Fratello dormi tranquillo", versi stretti e acuti e quella chiusa formidabile "Non lascerò che morda i tuoi sogni", accompagnato dal disegno così evidente e così parlante.
    Da non mancare poi, in "Profondità", l'immagine dei due mari che si incontrano, simbolo chiaro dell'incontro fra due persone: e quanto di sommerso e quanto di non detto, con la chiusa illuminante che ci riporta con tanta umana umiltà alla nostra incapacità di rispettare gli altri.
    Si legge con piacere il "Quaderno delle citazioni"; da apprezzare  in particolare l'Epitaffio: brevissimo, folgorante, un lampo di genio divertito.
    Un testo agile, che si presta a parecchi livelli di lettura, e che lascia supporre una capacità introspettiva unita ad una eleganza di stile davvero notevole.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Durante la stesura di “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, nel 2006, David Grossman ha perso suo figlio nella guerra del Libano. Aveva l’illusione, scriveva, che il libro lo proteggesse. Non è stato così. In “Caduto fuori dal tempo”, scritto sei anni dopo il lutto (2009-2011, pubblicato in Italia nel 2012), Grossman rompe il silenzio con il mondo – a cominciare dal suo interiore – e affronta con immane fatica la profonda nostalgia, il senso dell’irreparabile che lo legano a questa tragica esperienza.
    Tutto quello che riesce ad elaborare è una narrativa frammentata, spezzata da continui a capo, enjambement, lamenti: un’operazione che immagino funzionare in lingua originale come una litania. Una preghiera.
    L’unica prosa lineare è quella del narratore, per l’esattezza un cronista, che si muove tra persone e voci diverse, tutte accomunate dalla perdita di un figlio. Ecco la madre che non si dà pace, ecco il padre che vuole andare “laggiù”, ecco un altro padre che invece non ne vuole parlare. Attraverso la tematica del viaggio vengono confrontate le rabbie, le disperazioni, i dolori che queste persone condividono, per guarirle, superarle… capirle? Certo ci sono cose che non hanno soluzione, e noi, dal di qua, non possiamo fare altro che accettarle, anche perché, per ogni persona che muore, dobbiamo prendere coscienza che la sua morte non muore mai.
    Libro da maneggiare con cura e con rispetto, perché è molto intenso.
     
    “Io
    immancabilmente penso: come posso
    passare a settembre
    mentre lui rimane
    in agosto?”
     
    “Vorrei imparare a separare
    i ricordi
    dal dolore. O per lo meno una parte di essi,
    per quanto è possibile, perché non tutto il passato
    sia così intriso di dolore.
    In questo modo potrei ricordarti ancora di più,
    capisci? Non avrò paura ogni volta
    del bruciore dei ricordi.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca