username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Filtri di ricerca
  • Recensione contiene
  • Nome autore

Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • “Tutto ciò che amo ha dentro il mare” comincia con una verità lapidaria, scritta sulla superficie di una spiaggia segreta: «non esiste cuore pensante». Ma pesante sì, viene da rispondere: di “oggetti feriali, scorci di viaggio, momenti intimi” - come nota e annota Davide Rondoni - o, semplicemente, di sincera capacità di immergersi nelle cose. E di restituire l’esperienza di quella stessa immersione a tratti, con gentili, melanconici e frammentari suggerimenti, come le porzioni di figure umane nei quadri di Hopper restituiscono la notte.
    Ma la parola di Eva Laudace non ha bisogno di paragoni per emergere: pur se ancora in crescita - e lo si vede dalla trappola concettuale della ripetizione di alcuni nomi, dove al protagonista mare s’affiancano, molte volte, la neve e l’inverno - la sua poesia reca con sé, oltre al segno inconfutabile di un dolore adulto, una cifra stilistica di rara limpidezza; chiara, precisa come un orizzonte, dov’è assolutamente assente la banalità del desiderio d’esibirsi assomigliando ai propri maestri (veri o presunti). Perché questa “Sfuggenza” che le viene attribuita sta forse in questo: nel suo del tutto autonomo saper prendere per mano e poi lasciare, nel condividere una scia di vita privata e nel lasciare al pubblico l’onere di completarla in senso universale, senza alcun tipo d’obbligo o di vincolo. Leggere “Tutto ciò che amo ha dentro il mare” significa iniziare a nuotare in compagnia e arrivare dall’altro lato della riva in completa solitudine. Che è poi quella presenza vera - e mai sfuggente - che annega nell’acqua di cui è fatta tutta l’opera: la comprensione di uno stato umano primordiale al pari degli elementi naturali, e la sottile ma costante lotta - intestina, quotidiana - perché quel medesimo stato cambi. Altrimenti «non so più dormire / c’è come un grido nell’aria».
    Forse c’è speranza, dunque, che il poeta torni ad esser vate: a mostrarsi sotto il velo, insieme con il resto del mondo, senza vanto, ma per consapevole e paradossale istinto. Per quella «fede mia riposta / che mi tiene schiava / mentre scrivo poesie / per tutto il resto della vita», come dichiara Eva prima di prendere il largo verso l’ultima (e la prima) pagina bianca.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • “Figli dello stesso padre” di Romana Petri è stato canditato al Premio Strega. Narra la storia di due fratelli, o meglio fratellastri, Germano ed Emilio, nati dallo stesso padre, ma con madri diverse. Loro sono diametralmente opposti, l’unica cosa che sembra accomunarli è l’amore, e la devozione, e anche la rabbia mista a delusione per quel padre Giovanni, affermato designer dall’animo appariscente. Germano è il primogenito, e non ha mai veramente accettato il divorzio del padre con sua madre, è il figlio preferito di Giovanni, e vede Emilio come la disgrazia e la mina che ha alterato quello stato di serenità che era solito vivere. Emilio invece ha vissuto un altro tipo di delusione, trauma, quello dell’essere il figlio non cercato, non voluto, venuto quasi per sbaglio, che cerca affetto nel padre e in Germano. Dopo un lungo silenzio tra i due fratelli, i due si rincontrano in occasione della mostra di Germano a Roma. I due hanno delle vite completamente opposte, l’uno artista sregolato, che ha un rapporto morboso con la madre, e che non riesce ad avere relazioni stabili per paura di legarsi, l’altro seppure ha una famiglia felice ha tutti i suoi demoni passati che costantemente lo vengono a trovare e che gli ricordano tutte le cose spiacevoli che ha dovuto subire, affrontare.
    Nel libro i diversi punti di vista si alternano ognuno con la propria visione, anche la figura del padre è presente nella narrazione, ed è tutt’altro che figura marginale. Un libro che narra di un incontro, del passato, di un presente che è destinato ad essere riscritto.

    “I loro sguardi ogni tanto si incrociavano e sembravano dirsi solo una cosa: riappacifichiamoci o dichiariamoci guerra per sempre, ma facciamolo per bene, e prima di morire.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Un uso qualunque di te” è un libro a più velocità. Il titolo è accattivante, malinconico, rassegnato. Salta all’occhio perché ricorda quella trasandatezza a cui tutti aspiriamo, in un momento della nostra vita: il potersi lasciare andare, il potersi trascurare, fare un uso qualunque di noi.
    Quando la lettura inizia, si è in media res: è successo qualcosa, qualcosa di grave, la protagonista Viola non è raggiungibile, non viene a sapere subito cosa è successo a sua figlia, e racconta usando la prima persona come vive l’annuncio di un dramma in corso. Sara Rattaro è bravissima e incisiva in determinate frasi; è mozzafiato, costringe a centellinare le prime pagine, perché intense e abili nel rendere l’idea di cosa accade dentro di noi i primi istanti dopo una brutta notizia. Sentirsi un castello di carte, sentirsi riempire di segatura.
    Quando la lettura prosegue, l’attenzione continua ad essere calamitata qua e là da pillole di pensieri che innescano riflessioni sulle relazioni, sui rapporti umani, sui tradimenti, e sull’abisso tra il sapere quello che va fatto e il farlo veramente. La protagonista cerca di condividere, o giustificare, agli occhi dei lettori, di sua figlia Luce e di suo marito Carlo i suoi comportamenti, le sue scelte, le sue cadute, dettando tempi diversi alla lettura, ora più lenti, ora in eccesso, ora più risolutivi. L’operazione non è facile da condurre, senza scadere nel patetico o nel vittimismo, ma per fortuna la narrazione è puntellata di una scrittura capace e abile, e si passa volentieri ad un altro libro della stessa autrice.
     
    “La dipendenza altera i comportamenti.
    Una semplice abitudine si trasforma in una ricerca esasperata La ricerca di quello che ti dà piacere. Ma a un certo punto qualcosa cambia e la rotta s’inverte. Smette di farti bene e inizia a farti male. Ogni giorno di più perché, purtroppo, per quanto ci stia lentamente uccidendo, rinunciarci è peggio.
    L’amore è una dipendenza”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Metafisica dei tubi” è la biografia dei primi anni di vita della scrittrice belga Amélie Nothomb, c’è chi magari si ricorda solo degli  sporadici episodi accaduti nella tenera età, invece lei no, con arguta brillantezza ci presenta il suo iniziare a vivere, lei sue prime esperienze, il suo approcciarsi al mondo. Sicuramente una biografia dei primi tre anni di vita non convenzionale, affetta da una estrema apatia, cresciuta e ritenuta come un essere vegetale – pianta – non parla, non emette suono, sembra vivere nella sua assoluta assenza, quasi solo ad occupare uno spazio che le è stato assegnato e che lei non è disposta ad oltrepassare, a sconfinare, a provare a varcare.
    “In principio era il nulla. E questo nulla non era né vuoto né vacuo: esso nominava solo se stesso. E Dio vide che questo era un bene. Per niente al mondo avrebbe creato alcunché. Il nulla non solo gli piaceva, ma addirittura lo appagava totalmente. Dio aveva gli occhi perennemente aperti e fissi. Se anche fossero stati chiusi, nulla sarebbe comunque cambiato. Non c’era niente da vedere e Dio non guardava niente. Era pieno e denso come un uovo sodo, di cui possedeva anche la rotondità e l’immobilità. Dio era soddisfazione assoluta. Non desiderava niente, non aspettava niente, non percepiva niente, non rifiutava niente e niente lo interessava. La vita era di una pienezza talmente intensa che non era vita. Dio non viveva: esisteva. L’esistenza non aveva avuto per lui un inizio percettibile”.
    Nata e cresciuta in Giappone, niente e nessuno la farà cambiare, la toglierà da quello stato di apparente inettitudine che sembra caratterizzarla, fino a quando passati due anni, lei scoprirà il piacere e l’amore per il cioccolato, e così darà voce finalmente attraverso la fonetica del sentimento alle sue parole, mai dette a caso oltretutto. Narcisista, una spugna fonte di tutto ciò che la circonda, una bambina particolare, una lirica all’osservazione costante mai scontata; una scrittura che è evocativa, sarcastica, ma anche tributo alla forza delle parole che solo se dette in un determinato modo acquistano il valore necessario.
    […] “Tubo sei e tubo tornerai”, perché in  fondo siamo dei tubi tutta la vita, che inglobano e espellono cose e pensieri, e alla fine ingloberanno ed espelleranno polvere e terra.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Nel verso libero, sciolto, come un aquilone sfuggito dalle mani di un bambino, la poetica di Michela Zanarella si libra tra le nuvole. Cielo e terra si toccano, attraverso la parola. Forti e ben profonde sono le radici; alberi, piante e pietre e ancora crepe di orizzonti si delineano a tracciare fasci di luce. In un respiro profondo giungono odori di glicine e rose. La luminosità è presente ovunque ed è percepibile attraverso il filtrare di ombre, ad accendere le emozioni. Distese di verde fermano il tempo: “Quando il tempo è un ripetersi di età ed ombre in attesa, si sta come l’aria accanto a distese di verde”. Nello scorrere  di stagioni che annunciano il rinnovo, la positività, la  fiducia e la speranza vengono materializzate e dipinte con i colori della natura “il colore ed il nero, in un ripetersi d’esistenza”… così la poetessa dipinge le emozioni che “hanno radici come la storia”. Quaranta liriche che, accarezzando l’aria, compongono “Le Identità del Cielo” , questo il titolo del tomo pubblicato da Lepisma Edizioni, ed è guardando al cielo che Michela Zanarella riesce a far trasparire la luce ovunque, facendo dono al lettore della soave leggerezza dell’anima, che induce ad una personale meditazione attraverso una espressione elegante, gentile e forbita di versi puliti e limpidi, che non mancano dell’omaggio ad Alda Merini, ad Antonia Pozzi e all’amata città dov’essa vive,  Roma.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

    • Io e te
    • 02 gennaio 2014 alle ore 18:13

    È possibile diventare grandi in una settimana? No, realmente. In un romanzo sì. Almeno, è quello che ha sperato Lorenzo, il protagonista. Niccolò Ammaniti racconta una storia che appare vera a tratti. Già vista, forse, secondo alcuni schemi quadrati comuni di vita vista negli altri o vissuta. Bellissima, ancora, per il contenuto.

    Lorenzo è una ragazzino di quattordici anni. È nevrotico come quelli della sua età. Ce l'ha col mondo, il suo, quello in cui pare vivere schiacciato dalla pesantezza che vuole il passaggio, certo, dall'adolescenza all'età più o meno adulta che arriva qualche anno dopo per tutti. Lorenzo è schiacciato dal suo mondo, sì. Ma essendo suo, il mondo, lo conosce bene. Così come conosce bene quelli che gli stanno attorno, i familiari, che giudicano, sentenziano, gli dànno problemi. E allora parte per una settimana sulla neve con gli amici di scuola. Parte per finta. Perché nessuno lo ha invitato, perché in quella settimana bianca non ci è mai andato. Si rinchiude nella vecchia cantina del palazzo circondato da lattine di coca-cola, cibo in scatola e il gioco preferito. Ha un compito per quest'ultimo: distruggere il mostro. Ma i mostri, si sa, mica li distruggi col virtuale. E allora va, Lorenzo. Va a sdraiarsi sul divano che sta nella cantina, va a rispondere alla madre che lo chiama al telefono continuamente per chiedere "Tutto bene?".  E lui: "Sì". "C'è neve?" "Un po'".

    Ammaniti racconta, descrive i particolari con maestria. Niente è affidato al caso della narrazione. E in questo lo scrittore dimostra di possedere mezzi validi, giusti.
    "Potevano essere le tre di notte e io galleggiavo, con le cuffie in testa, nel buio, giocando a Soul Reaver quando ho avuto l'impressione che ci fosse un rumore nella cantina. Mi sono tolto le cuffie e ho girato lentamente lo sguardo. Qualcuno bussava contro la finestra. Ho fatto un salto indietro e un brivido mi è scivolato sulla schiena come se avessi dei peli sul dorso e qualcuno li stesse accarezzando. Ho soffocato un urlo. Chi poteva essere?"

    Chi poteva essere? È Olivia Cuni, la coprotagonista che si presenta a metà del romanzo. Bella, magra. Troppo. Olivia è la sorellastra di Lorenzo. I due si sono visti poche volte prima del nuovo incontro. Olivia cerca aiuto perché non sta bene. Ammaniti dà al quattordicenne Lorenzo l'espressione dell'età, anche in questo caso, che viene tradotta con il bene umano dettato dall'essere un ragazzino. I ragazzini sono buoni. E Olivia diventa ospite della cantina per qualche giorno. I due sopravvivono alle difficoltà della clausura, si aiutano, si menano, si ringraziano. E poi stringono un patto per la vita. Sarà breve. Com'è breve la sopportazione di Olivia soggetto di dipendenza dalla droga. Sarà breve come il romanzo, 112 (centododici) pagine che raccontano il vissuto bambino mio, tuo. Pagine che leggi in fretta senza accorgerti della fine. Come per l'adolescenza.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • Il secondo libro di Luca Gamberini sembra puntare tutto sulla ricerca e sulla parola. Sembra. Perché i “Racconti per bambini adulti” di Luca Gamberini, bolognese classe ’67, sollevano una cortina giocosa davanti ad una sensibilità acuta, che mangia malinconia a piccoli morsi. Il libro è da centellinare perché è come un torrone al cioccolato fondente: si presta ad una masticazione lunga, ha un sapore intensissimo e fa viaggiare.
    Quelli di Luca Gamberini sono racconti in poesia, poesia che si fa racconto.
    È glissando le rime, mentre scandiscono i pensieri più profondi e donano loro gradevolezza e leggiadria; scavando tra le righe; scansando il non detto, i desideri, la nostalgia; filtrando i giochi di parole e danzando insieme alle consonanti; e assecondando l’onda di parole, e non contrastandola, che ci si riesce a divertire insieme a Luca. Ché lui, si vede subito, a scrivere si diverte, e anche a mescolare le carte. Il suo scrivere è diretto a chi ha l’esperienza di un adulto ma vuole ancora guardare le cose come un bambino, nella loro meraviglia, elemento sottolineato anche dalla bibliotecaria Paola Bergamini che ha firmato la prefazione al libro. Ecco che le distanze si fanno più profonde e più sottili insieme, la realtà diventa oggetto e soggetto di riflessione, e si vive uno switch continuo tra le verità interiori e quelle esteriori, che quasi mai collimano.
    È un modo diverso di imparare a guardare le cose, che strappa sorrisi, stupisce e lascia interdetti a volte.  I “Racconti per bambini adulti” di Luca Gamberini sono una strada che si apre dentro di noi, e fanno come la neve: candida e pungente, ti abbacina all’inizio, ma cos'è che nasconde lo scopri solo dopo che è passata.
     
    “Maggio è un mese interminabile, che poi ti accorgi, al fine, che pareva appena incominciato. A Maggio fioriscono i pensieri seminati durante le giornate più corte, a Maggio difficilmente si ha paura, Maggio è un Settembre pieno di speranza, è il mese in cui tutto è cominciato, è un pretesto in cui recita bene perfino chi non conosce il testo”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Soglia critica” è il titolo del romanzo di Alessandro Prandini, ma è anche lo schema interpretativo ingegnosamente suggerito, per consentire al lettore più accorto di indovinare la soluzione dell’intricato caso poliziesco.
    Da due omicidi, contraddistinti dallo stesso singolare “modus operandi”, prende l’avvio l’indagine del commissario Scozia, collaudato e vincente protagonista della precedente opera d’esordio dell’autore modenese. Per risolvere i delitti, il poliziotto, affiancato dalla sua assistente Fiorentino, a cui è legato da una mutevole relazione sentimentale, cerca ancore in un passato lontano, ma che sempre più manifestamente sembra riversarsi nel presente, plasmandolo e riplasmandolo secondo oscuri moventi, la cui inquietante e criptica rappresentazione aleggia su tutto il racconto. Ad un antico sodalizio dai risvolti massonici, stipulato tra quattro amici determinati a raggiungere il successo personale, in una sorta di mutuo soccorso, sembra agganciarsi la presenza sulle scene dei delitti, di una copia della celebre opera “Bel ami” di Guy de Maupassant, dove la caparbia e irriverente ambizione di Duroy, sinistramente richiama quella del piccolo gruppo di un tempo.
    Lo stile, ora descrittivo e meticoloso, ora sincopato, rallenta ed accelera il ritmo della narrazione rendendola simile alla sceneggiatura di un film, dove le immagini che si affacciano nella mente di chi legge, hanno l’aspetto di singoli fotogrammi montati in una pregevole e suggestiva sequenza.
    I numerosi sfoggi di erudizione nel campo della letteratura, dell’arte, della musica e… persino della culinaria, impreziosiscono lo scritto ed un certo approfondimento psicologico dei principali personaggi, nonché l’assenza totale di qualsiasi indulgenza verso scene truculente o pulp, che altri autori meno eleganti o sensibili avrebbero certamente inserito, data l’intrinseca scabrosità dell’argomento, lo rendono qualcosa di più di un semplice libro poliziesco.
    Dunque, nell’insieme, un’opera fluida e scorrevole, estremamente godibile che lascia l’impaziente desiderio di leggere al più presto una nuova avventura di quella che ormai si può ritenere una vera e propria serie ben congegnata ed intrigante.

    [... continua]
    recensione di Giovanna Albi

  • “In principio era L’Elefante che con la sua saggezza governava bene il suo popolo. Poi era arrivato L’Uomo che negli anni aveva violato i confini che la natura gli aveva imposto invadendo spazi non suoi. Il popolo dell’Elefante ne aveva sofferto, ne era rimasto quasi annientato. L’Uomo chiedeva sempre più terreno per il suo popolo in continua crescita e per gli animali che allevava e teneva al suo fianco e questo non era il peggio. Il popolo dell’Uomo, sempre più numeroso, stava schiacciando il popolo dell’Elefante chiedendo sempre maggiori tributi di sangue. L’Elefante si era trovato negli anni a percorrere pianure sempre meno vaste, sempre più intrappolato in confini imposti dall’Uomo e dentro i quali era più facile essere da questo massacrato. Il suolo dell’Africa per secoli si era dissetato del sangue di milioni di elefanti trucidati allo scopo di essere depredati dei loro trofei, del loro orgoglio, delle loro zanne.
    Ma l’Uomo, così astuto e intelligente, aveva saputo sorprendere l’Elefante. Alcuni membri del popolo a due zampe, negli anni divenuti sempre più numerosi, avevano mostrato amicizia, avevano manifestato solidarietà, addirittura li avevano protetti. L’Elefante riusciva persino a capire, nella maggior parte dei casi, quando poteva fidarsi e aveva imparato a farlo […]”

    Perché iniziare una recensione di un libro così? Io direi che non c’è altro modo per presentare il mondo matriarcale degli elefanti di Udzungwa. Un libro che parla di due popoli a confronto, quello centrale che è quello animale, nella fattispecie degli elefanti, e quello civile, - che poi in realtà di civiltà ci sarebbe molto da discutere -, umano.
    Il libro si costituisce e si costruisce per tappe, diventa una progressione delle avventure del corpo animale, che di volta in volta sembra stupirsi delle sue stesse gesta.
    Nel libro si parla spesso di viaggi, di spostamenti che gli animali fanno per motivi che non sono ovviamente sempre gli stessi: si inizia con la fuga dal massacro, e la perdita di numerosi elementi centrali nel genealogia della storia, per imbattersi poi nel fenomeno migratorio che silenziosamente e secondo il principio dell’eco-sostenibilità naturale della natura si presenta ciclicamente, si arriva di nuovo a scontri, a fughe, a riprese di viaggi, per poi tornare allo scontro. Ma questo è solo un piccolo sipario di ciò che è nascosto dietro le avventure degli elefanti dell’Udzungwa; ciò che rende interessante il libro, oltre comunque all’evoluzione della storia che rispetta una certa linearità di impostazione, è l’analizzare il comportamento animale, e magari confrontarlo con l’agire umano. Di fronte a certe situazioni, magari il lettore potrebbe rimanere sorpreso nel rendersi conto che l’elefante in una data situazione attui un certo tipo di comportamento, l’autrice però sagacemente non si limita solo a presentarci i comportamenti animali, ma cosa più importante ne dà un senso, una spiegazione, li concettualizza.
    Nell’evoluzione cronica della storia, che non rispetta temporalità se non quella che ha immaginato l’autrice in principio, ci si imbatte nel momento della fertilità animale, argomento avvincente, e che secondo me è anche un po’ il nodo di raccordo di tutta la storia, che capirete il perché solo leggendo fino alla fine il libro. E’ interessante poter leggere di un argomento tanto discusso come la sessualità animale, nel caso specifico di quella degli elefanti in quanto categoria, anche se questo è solo uno dei tanti tasselli della storia.
    Particolarità del libro è data dai nomi degli animali che sembrano un po’ ricalcare i loro istinti caratteriali, si può incontrare Placida, Timida, Dispettoso, Marula,Smilza, Irrequieta (la vera regina di tutta la storia?) ecc.
    Un altro elemento che divide, in quanto spezza la storia, è l’unico personaggio umano, che allo stesso tempo assurge alla funzione di collante è il veterinario Andrea Valcanover che avrà anch’esso un ruolo chiave nella storia, e sarà portavoce di sentimenti positivi.
    Se volete leggere una storia interessante che intersechi il polo umano e il polo animale questo è il libro che fa per voi, che non è frutto di un lavoro occasionale e marginale, anzi è sintesi di un lavoro di circa vent’anni dell’autrice che solo oggi prende pienamente forma.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Da tempo uomini, donne e bambini chiedono alla poesia di presentarsi: nome, cognome, età. E qual è l'espressione del volto, se malinconico, distratto o ironico. Il tempo passa. Troppo in fretta, forse. E la condivisione, a oggi, si assesta tra pochi intimi. Probabilmente perché non è questa a essere ricercata. Ma ancora regge il diritto di pensare alla poesia come l’arte di tutti: donne, uomini e bambini.

    Simone di Biasio si presenta col suo “Assenti ingiustificati”. Stop: chi sono gli assenti ingiustificati? “Sono tutti, siamo tutti. Anche un giovane appena venuto, anche lui è assente ingiustificato”, dice il poeta Claudio Damiani (che firma la prefazione), “voce bianca” della poesia contemporanea italiana. Simone è un giovane ed è appena venuto. Dove?, sulla Terra nostra? No. C’era già. Simone è appena venuto con la poesia, per la poesia. E lo tieni stretto. Simone parla una lingua nuova, quella degli anni in cui vivi, quella degli anni suoi (venticinque) per cui vive. La stessa lingua de “La Traduttrice” (pag.24) Korinne, badante della nonna: “Korinne / è la sua traduttrice dal Parkinson / in rumeno e poi italiano / e ha imparato due nuove lingue: / il dialetto e il sottovoce, / impronte foniche della nostra sorte”. 

    Ho detto “lingua”, prima. Non voce. Perché la voce a differenza della lingua è strumento distinguibile adatto al cambiamento, sì, ma non per tutti. In “Gabbiani in riunione” (pag.52) la corda vocale è nitida, lunga, celeste. Come per questi uccelli diversi dagli uomini perché, di natura, capaci a volare: “Sono appena di ritorno / da un direttivo di gabbiani, / volati per mia indiscrezione. / Disposti in cerchio sulla sabbia / sono rimasti in attesa / che il calcio delle loro zampe si asciugasse: / poi era già il tempo di lasciare / altrove un’orma, / di rimettersi le ali / che l’uomo non ha mai saputo usare”.

    L’ironia reale e sociale di alcune poesie è entusiasmante. E per forza rifletti sui versi, sugli accenti digitati quando sai che a parlarti è uno che dei canali virtuali ne fa uso quotidiano. Simone scava per il bunker, trova la “Fine dell’inizio” e dice: “Ma cosa penserebbero / Socrate / Gesù Cristo / Ulisse / persino l’homo erectus / o, che so, Pipino il Breve / a vedersi in pagine che non conoscevano / a sentirsi citare su Facebook / abusati tra i rami dei tweet /…”

    Insomma, quando uomini, donne e bambini chiedono alla poesia di presentarsi bisognerebbe invitarli alla lettura autonoma, prima, alla stretta di mano per effetto e all’arrivederci educato, dopo. Accompagnare loro verso parole comprensibili, attuali per compagnia dell'età. Dipingere a larghe pennellate tutto ciò che vedono, dalla natura degli uccelli agli affetti sociali, dai nonni alla ricompensa che può dare un armadio ("La ricompensa dell'armadio", pag.32). Smettere di annoiarsi. Anche se, dice ancora Simone in “Assenti ingiustificati” (pag. 30), poesia eponima per la raccolta, “… gli uomini non sono bravi, / non sono affatto bravi, / sono eterni ripetenti”. Ripetere non piace a nessuno, certo. Ma se siamo “tutti come allievi, tutti giovani come Simone, appena entrati nel mondo”, allora, dico, la ripetizione venga a versare parole con la sua calma. Così, forse, non devi nemmeno giustificare l’assenza.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • "Ballata di ogni artista" è il nuovo romanzo di Bruno Panebarco, nel quale l'autore, come recita la quarta di copertina, ci conduce per le strade di Porta Palazzo e del "Quadrilatero romano" a Torino, oltre che attraverso le gallerie d'arte che popolano questa città.
    Una dimensione spaziale ben delineata dunque, che lascia immaginare scenari e atmosfere precise. Il romanzo è percorso da nervature proprie del genere giallo che costituiscono lo sfondo della storia la quale ruota attorno alla figura dell'artista e della sua esistenza. In un'ottica universale dove l'artista diventa paradigma della ricerca di un proprio posto nel mondo. Il bisogno di essere visti, riconosciuti, apprezzati in modo tale da poter avere una sicurezza emotiva ed economica tale da potersi dedicare con tutto se stessi alla propria attività artistica: è questo il grido dell'intera storia. Il personaggio principale, Ruben, è un giovane uomo dal cuore puro che crede nelle idee e che si scaglia contro la mercificazione del mondo dell'arte, un mondo fatto di affaristi e di persone che mercanteggiano materia e oggetti invece di celebrare il valore dell'arte. Metafora dunque dei nostri tempi dove dell'arte e della cultura si è fatta una merce cui dare un prezzo e con cui lucrare. Ruben è un girovago anticonformista e contestatore che cova nel suo passato un dramma profondo. Non è disposto a lasciarsi sottomettere dai giudizi di critici d'arte poco propensi all'onestà intellettuale. Questo coacervo di rabbia, sfiducia, rancore e furore lo condurranno a seguire strade complesse e turbolente all'insegna della propria affermazione e realizzazioni artistiche. Abbandonando progressivamente ogni relazione umana si ritroverà in una dimensione di solitudine. Una solitudine in cui coltivare il mito del genio folle e incompreso (l'autore in un'intervista parla di "delirio di onnipotenza"). Un romanzo dunque diretto, immediato e intrigante dove suspance e narrazione i troppe trova si fondono in un crescendo di incisività.

    Il testo presenta attente descrizioni.

    "Piazza della Repubblica, meglio conosciuta come Porta Palazzo, era più affollata di un centro commerciale all'ora di punta. La gente si aggirava vociante tra i banchi del mercato all'aperto, dai quali si levavano le caratteristiche urla di venditori ambulanti. I corridoi delle due strutture coperte che ospitavano le rivendite di abbigliamento, calzature e articoli sportivi da una parte e il mercato del pesce dall'altra, erano, se possibile, ancora più intasati e caotici. Per decenni, da prima che la grande distribuzione con i suoi mega centri colonizzasse la periferia cittadina, Porta Palazzo, aveva attratto migliaia di avventori, per la grande varietà del prodotto offerto e per la possibilità, piuttosto rara in una città così lontana dal mare come il capoluogo piemontese, di acquistati pesce fresco. Arrivava gente perso dalla Francia."

    Le descrizioni lasciano poi posto a immediati dialoghi:

    "Ballarini era solo un pervertito, un porco libidinoso che meritava di essere schiacciato come uno scarafaggio!"
    "Eppure, se sei riuscito a fare qualcosa, ad arrivare dove sei arrivato, lo devi a lui. Perché lo odiavi tanto?"
    "Ma che cazzo ne sai tu, di come stavano le cose? Delle umiliazioni che mi infliggeva, del disprezzo che aveva nei miei confronti. Mi trattava come una pezza da piedi, peggio! Come uno schiavetto che doveva accorrere e sottometterai ad ogni suoi capriccio, soddisfare tutte le sue perversioni, le sue deviazioni, le sue schifose voglie sessuali!"
    "È per questo che lo hai ammazzato?"
    "Sì. Doveva crepare quel bastardo! Doveva pagare per il male che mi ha procurato e che mi hanno fatto quelli come lui. Non avevo dieci anni quando cominciavano a mettermi le mani addosso, quelle bestie schifose. Eliminarlo dalla faccia della terra era un mio sacrosanto diritto!"

    Un romanzo, insomma, da scoprire pagina per pagina.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Un'infanzia spensierata e piena di avventure può aiutarti, quando sei grande, a prendere la decisione giusta per scegliere la strada della felicità? 
    Forse no, ma sicuramente un po' aiuta.
    Questa è la storia di un bambino come lo erano tanti di noi, con due genitori che lo amavano tanto da non voler fargli pesare l'asprezza di una vita piena di tribolazioni e sacrifici.
    Ma si sa, i bambini capiscono anche quando le cose non si dicono. 
    Sarà un'estate a cambiare tutto. Uno scorcio su una stagione di felicità. Una vacanza da una zia molto temuta, si rivelerà un'avventura piena di emozioni e risate. Ci saranno tanti piccoli amichetti, con i quali giocare liberi in campagna e combinare marachelle, e poi uno zio in gamba pronto a infiammare ancora di più la loro fantasia di piccole persone, che vedono il mondo con altri occhi.
    E i genitori, che pur di garantirgli la felicità e anche un futuro, sono pronti ad andare incontro all'umiliazione.
    Ecco, una storia che tanto spensierata poi non lo è, ma che ci ricorda le famiglie come le nostre, quasi di un'altra generazione: quella dove i bambini si proteggono e i problemi si tengono nascosti, volendosi bene anche nella cattiva sorte, mascherando la preoccupazione con sorrisi, storie fantastiche o sorprese inaspettate, per poi affrontarli tra grandi quando i bimbi sono a letto.
    Genitori uniti nel bene e nel male, figli liberi di vivere l'infanzia scorrazzando nel mondo parallelo della fantasia.
    Un giorno, poi, si cresce e si devono prendere decisioni da grandi, quelle che non si sa se sono giuste. In quei momenti si guarda al passato, si ripensa agli adulti che ci hanno insegnato tanto, ai giorni di una spensieratezza disarmante e, magari non si riesce a fugare ogni dubbio o ad aver la certezza di scegliere bene, ma a una domanda si che si riesce a rispondere: "Sono felice?".
    Inutile dire che se si sa la risposta, si può trovare anche la strada e andare incontro alla felicità.
    "Profitto non vuol dire progresso", la dedica dell'autore. Ho capito cosa voleva dire solo alla fine di questa breve storia, che mi ha sorpreso positivamente.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • "Ho letto che è stata la carta a tenere acceso l’incendio nelle torri. Tutti quei quaderni, le risme di fogli per fotocopie, le stampate delle e-mail, le foto dei figli, i libri, i dollari nel portafogli, e i documenti negli archivi… Erano combustibile. Forse se vivessimo in una società senza carta… papà sarebbe ancora vivo.”
    Oskar Shell ha 9 anni ed una missione: cercare qualcosa che si apre con una chiave trovata in una busta dentro un vaso che ha acquistato suo padre (morto nell'attentato dell'11 settembre alle Torri Gemelle). Sulla busta una sola parola: Black. Cosa aprirà mai quella chiave? Avrà a che fare con il sesto distretto di New York che è sparito perchè ha lasciato posto al Central Park? Sta di fatto che con il giovane Oskar in giro per le strade alla ricerca del suo tesoro, noi conosciamo la vera New York (quella dell'11 settembre con le stesse immagini che imperversavano a tormentone a tutti gli angoli delle strade, e quella che è stata e che è, dopo "il giorno più brutto").
    Assieme a quella di Oskar, un'altra figura afondamentale è quella del nonno: ha una storia unica, emotiva, muta (non parla ma scrive per comunicare sia con se stesso che con gli altri). Cosicchè la sua vita, da Dresda a New York, è un alternarsi di frasi e parole, a partire dal "Si" e dal "No" tatuati sui palmi delle mani: un monologo fatto di spazi bianchi e neri in cui si cerca la strada del coraggio di vivere, di ricordare, di dimenticare, di conoscere il nuovo e lasciare indietro il passato in un angolo di mondo. 
    Descrittive ed epistolari, le pagine di questo romanzo a tratti tolgono il fiato per la loro veridicità e a tratti sono semplici e genuine come la vita quotidiana di coloro che restano a guardare ciò che accade dentro e fuori dal cerchio dell'esistenza.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Ha solo venti anni e già ha esordito con un romanzo di un certo spessore. Melanie Tedeschi classe 1992 ha appena riempito gli scaffali delle librerie col suo volume d’esordio dall’emblematico titolo “I prescelti e il potere degli elementi”.
    Questo fantasy rappresenta un insolito connubio fatto di elementi fantastici (come il magico regno di Classolt) e problemi reali con cui le nuove generazioni quotidianamente si devono misurare. La pubblicazione di questo libro, indipendentemente dal numero di copie che venderà, è già un successo. Infatti, la sua stessa stesura dimostra che nelle nuove generazioni ci sono tanti sani principi che resistono nonostante erediteranno un paese che è allo sbando.
    Il libro, nonostante sia sostanzialmente rivolto a un pubblico giovane, credo che la sua lettura possa risultare piacevole a tutte le persone di ogni età e di qualsiasi livello culturale.

    [... continua]
    recensione di Enza Iozzia

  • Erri De Luca racconta il mare. Non inteso per chi ci abita su iscrizione divina: ma per chi lo coglie in affitto. E non parlo di barche e pescatori, moli e uccelli affamati di piccole pinne. Ma di un essere umano come delfino. Strano? Strano. Già, perché Irene è una donna che vive con questi meravigliosi cetacei grigi. Un po' surreale, certo. Come ci è arrivata non ha un’importanza fondamentale ai fini del racconto. Ciò che è importante e che dà furore alla narrazione è la storia di Irene. Irene, come detto, vive con i delfini. Per essere precisi, “Irene si unisce ogni notte alla famiglia dei delfini, undici con lei, guidati da una femmina adulta”. Irene non parla con nessuno degli abitanti dell’isola che affaccia sulla distesa azzurra. Non parla con nessuno tranne che col coprotagonista della vicenda: Erri De Luca. Non si firma, l’autore. Non si autodefinisce parte della storia. Ma è chiaro dalle prime pagine che l’assistente scelto è lui. Tutti credono che la giovane donna sia sordomuta. Non è così. Perché Irene parla e lo fa con l’accento dialettico giusto. Irene racconta. Racconta e elogia gli animali di mare che l'hanno accolta come una figlia. De Luca ascolta. E scrive.

    “Irene che mi mette soggezione quando mi guarda in faccia, mi sta facendo venire umido agli occhi. E mi sto fermo, senza spalancare le braccia magre per un’accoglienza. Così mi cadono dagli occhi un paio di gocce. Lei le raccoglie al volo e se le mette in bocca. Sono buone, dice. Sono uscite le barche per la pesca notturna ai calamari, fanno uno spargimento di lampare. Pare che’e stelle so’ cadute a mare, dice la strofa di una canzone del paese mio”.

    La poetica, la musicalità delle parole scritte da De Luca è entusiasmante. I tratti caratteristici della dialettica d’origine, quella partenopea, avvicinano il lettore all’infanzia dello scrittore. Un’infanzia che viene condivisa con alcune frasi che accompagnano la storia di Irene. Come quando i ricordi percorrono i tragitti che il bambino Erri faceva per ascoltare la nonna. Tragitti di parola. Ma la storia di Irene non è l’unica a essere raccontata nel libro eponimo. Infatti lo scrittore dedica, due dei tre capitoli, l’uno al padre Aldo, l’altro a una vicenda, “Una cosa molta stupida” accaduta per Napoli. Due storielle dirette, che sanno di vero. Due storielle che De Luca vuole raccontare ricordando i dispiaceri della guerra, prima, dei vicoli, dopo. Ma sempre con gusto, senza dimenticare il sapore del mare che tocca le mani e estende i pensieri.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • “Aveva un debole per i ragazzi Burgess. Credo che fosse perché tutti e tre avevano sofferto pubblicamente, e anche perché tanti anni prima era stata la loro insegnante al quarto anno di catechismo. Erano i suoi prediletti. Jim, perché sentiva che perfino allora era già arrabbiato e si sforzava di controllare la sua rabbia, e Bob, perché aveva il cuore grande. Non era molto interessata a Susan. 'Non era simpatica a nessuno, per quanto ne so', mi disse un giorno”.

    E’ il primo libro che leggo della Strout, già molto apprezzata dai lettori, e vincitrice del premio Pulitzer nel 2009 per la raccolta di racconti dal titolo “Olive Kitteridge”.
    La vicenda si svolge nel Maine, dove sono nati Jim, Bob, e Susan, chiamati da tutti “I ragazzi Burgess” che dà titolo al libro. I due fratelli hanno lasciato la loro terra per il Brooklyn, l’unica a restare nella terra d’origine è Susan, che lasciata dal marito, si è ritrovata completamente sola, con un figlio a carico, Zachary.
    Susan è una donna silenziosa, ma anche molto strana agli occhi degli altri, un po’ scontrosa, e quasi in lotta con il mondo.
    Jim è diventato, grazie alla risoluzione di un caso mediatico, un avvocato di successo, al contrario del fratello Bob che dentro di sé combatte ancora con vecchi conflitti, e ferite mai rimarginate. Bob ha visto davanti a sé accadere una serie di catastrofi che gli hanno cambiato totalmente la vita: prima il padre, poi la scoperta della sterilità, poi la moglie.
    In una sera silenziosa il telefono squilla nella casa di Jim, è la sorella in lacrime che è preoccupata, e disperata perché suo figlio sta per essere arrestato. Zachary ha compiuto un gesto inspiegabile: ha lanciato una testa di maiale surgelata nella moschea, durante il periodo del Ramadan, sconvolgendo tutti.
    Come mai questo gesto? Così Jim dovrà rinunciare ad una vacanza con la moglie, per ritornare nel luogo da dove è scappato, dove sono seppelliti vecchi fantasmi, nella terra delle apparenze.
    La scrittrice riesce bene a smuovere i sentimenti dei personaggi e ad incastrare le loro vite, mostrandoci la loro fragilità, il passato che non passa mai, le loro intime debolezze. Inoltre ci presenta una realtà americana dove il rapporto multiculturale non ha ancora preso piede, e le paure ancestrali dell’uomo, sbagliando prendono il sopravvento.
    Da leggere per scoprire la storia di questa famiglia, la loro fragilità, e la complessità dei rapporti umani che sempre ci portiamo dietro.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Accettazione; questo il messaggio con il quale Guido Mattioni scolpisce un'opera d'arte a inchiostro. Definire "Ascoltavo le maree" un romanzo non rende giustizia all'autore, più appropriato definirlo un saggio, un percorso netto, come si usa dire in gergo ippico da concorso a ostacoli e l'ostacolo più arduo da superare, per il protagonista di questa favola, consiste nell'accettare il destino e cavalcarlo per come esso si è delineato, senza rimanere a crogiolarsi, in un pozzo senza fondo di nebbia inquinata, nel ricordo. Ciò che più colpisce è l'attenzione portata per le sfumature, fin dalle prime righe si riesce a percepire di trovarsi davanti a una fonte di ricchezza per lo spirito difficilmente rintracciabile ormai tra gli scaffali e le mensole di questo misero paese.
    Il trascorrere del tempo scandito dagli odori, la contemplazione del silenzio attraverso la compagnia di un gatto, una statua propensa, e portata, all'ascolto più dell'uomo, la devozione per l' acqua, divisa tra fiume e oceano, dolce e salata come queste duecentotredici pagine capaci di stupire quanto una marea. La consapevolezza di essere riuscito a comprendere che l'unica via di fuga dal dolore è quella di andarlo a scovare dove se ne sta rintanato e affrontarlo.

    [... continua]
    recensione di Luca Gamberini

  • “Le colpe dei padri” di Alessandro Perissinotto, candidato al Premio Strega 2013, ci pone due realtà a confronto, due Torino, una degli anni ’70 e una dei tempi ‘2000, e quindi contemporanei. Il protagonista è Guido Marchisio, un uomo di potere, separato, che vive con una donna molto più giovane di lui, abita in una casa molto grande, ed è benestante. E’ dirigente di un’azienda multinazionale, che sta attraversando un momento di ridimensionamento, deve decidere quali persone mandare in cassa integrazione e quale licenziare.
    Guido vive una vita molto agiata, e felice, sembra che nulla possa intaccare questa armonia. Un giorno, entrando in un bar un uomo lo scambia per un certo Ernesto Bolle, rivelandogli che quest’uomo è come lui, ha il colore degli occhi diversi, ha il neo sotto uno di essi. Guido rimarrà sorpreso, e infastidito da quanto appreso, e numerosi demoni interiori cominceranno a farsi spazio nel suo animo. Chi è questo Bolle? Tutti abbiamo un gemello al mondo. Tramite questa rivelazione la storia tornerà indietro, presentandoci quegli anni ’70: di rivolta, di scontri nella piazza, di criminalità con l’avvento delle Brigate Rosse, di vittime innocenti. E riproiettandoci verso il ‘2000: fatto di lotte sindacali infinite, di rare manifestazioni in cui la voglia sottesa non è quella dell’esercizio dei diritti, ma la mania di protagonismo, la cassa integrazione, i numerosi suicidi.
    Un romanzo d’indagine, che risulta molto attuale, che scava nel passato per far fuoriuscire la condizione del presente: "La morte non conosce gerarchie - scrive parlando di quelle vittime - ma è pur vero che, degli anni di piombo, alcune vittime riposano in un pantheon privilegiato, visitato periodicamente dai media, dagli storici, dai documentaristi e altre giacciono in cimiteri alla periferia della memoria, in cui solo i parenti più stretti portano fiori".

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Stephen King ha detto: «Il talento da solo vale poco. Ciò che separa il talentuoso dalla persona di successo è il duro lavoro». Un principio quanto mai esatto, nonché incoraggiante, che “Writers and Readers”, progetto di Davide Giansoldati e Ivan Ottaviani, conferma in toto. E il libro “Scrivilo!” non ne è altro che la messa in forma scritta, il manifesto. Configurato come vero e proprio manuale in cui sono condensate regole, iniziative, esercitazioni e sfide ideate dai fondatori del workshop, “Scrivilo!” è uno scorrevolissimo excursus fra i trucchi del mestiere dello scrivere e del leggere. Perché, per citare ancora King (a sua volta citato nel volume), «Se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere molto e scrivere molto». Ed è, questa, un’altra delle idee alla base di “Writers and Readers” - come, del resto, suggerisce il suo stesso nome. Dove, con rara umiltà, non si perde tempo nel parlare di bravura, qualità e altri ‘doni’ che fin troppi promettono senza effettivamente, e per naturalissime ragioni, poterli offrire.
    In “Scrivilo!”, come nel progetto di cui esso è promotore e insieme sintesi e sistematizzazione, è reso semplicemente il concetto - in aggiunta alle tecniche necessarie a realizzarlo - dell’imparare a comunicare sfruttando al meglio le proprie innate attitudini, in virtù di quelle piccole, grandi parole che accompagnano il titolo “Writers and Readers”: ‘more’ and ‘better’. Un messaggio che viaggia nel fluido fertile della praticità e della concretezza, del gioco prima e dell’entusiasmo poi. Quello che si limita a fare, a costruire, nella più totale e benefica mancanza di pretese.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • A prescindere dal nome con il quale la si definisce, è devastante, inesorabilmente devastante.
    I suoi “esecutori” possono arrecare danni irreversibili. Si insidiano con sapiente maestria nei luoghi più cari, all’apparenza più sicuri e lì ricavano la loro tana dove, pazientemente, coltivano le loro prede che, ignare, vanno loro incontro con l’ingenuità e l’innocenza della fanciullezza. Un tema difficile e delicato, quello della pedofilia, grande malattia psichica, ma c’è chi come Laura Scanu, per parlarne… entra nelle favole, metafore della vita, raccontate dai nonni.
    Vi entra in punta di piedi, per conoscere e far conoscere “il drago”, un drago che andrebbe sconfitto “Prima che cali il silenzio”.
    Nel leggere questo tomo, si possono ascoltare tutte le voci mute di chi ha subìto, ma c’è altro, c’è l’insolita visione dei fatti da parte, questa volta, non della preda, della vittima, ma del carnefice. E’ lui che racconta, è sempre lui che, arrotolandosi, guizza fuori da se stesso in modo a volte morboso e consapevole, altre rassegnato al suo destino ma irremovibile negli intenti.
    “Prima che cali il silenzio”, con i suoi diciotto capitoli disegna una spirale nella mente del lettore che, si trova a percorrerla tra infinti interrogativi in raccolti ed inquietanti stati d’animo.
    Un libro che, nell’immagine di San Giorgio e il Drago, svela il significato dei suoi simbolismi: la spada rappresenta la denuncia, San Giorgio la vittima e il Drago la pedofilia così introdotto dalla sapiente prefazione della dottoressa Anna Maria Pilozzi e “arginato” dalla documentata postfazione di Annabella Stella Buonocore. "Prima che cali il silenzio” di Laura Scanu apre alla visione di un torrente impetuoso ed inquietante che, dopo aver violato con la sua irruenza ogni cosa, anche la più inerme e delicata, termina nel mare la sua corsa.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • “Come si fa a sapere chi sono gli altri? Forse non lo sapremo mai, forse è impossibile afferrare le persone: ci scivolano tra le mani come l’acqua, che non è mai la stessa”.

    Così Cameron scrive nelle prima pagine riportando una citazione della scrittrice Rose Macaulay.
    La storia è abbastanza semplice: narra le avventure di un weekend che Lyle va a passare dai suoi migliori amici John e Marian.
    Fin qui sembra una cosa normalissima. Ma oltre questo c’è dell’altro. Questo weekend non è come tutti gli altri, non è una data a caso, questo viaggio coincide con primo anniversario di morte di Tony, che è il fratello di John e che è stato l’amante per dieci anni di Lyle.
    In questo quadro familiare ci sono anche Roland, il bambino della coppia di amici, e Robert la nuova fiamma di Lyle.
    Tutta la storia si svolge in una villa di campagna, tutt’altro che modesta. Che succede in questo weekend? Apparentemente nulla, la narrazione rimane statica e non ci sono notevoli colpi di scena, ciò che mutano veramente sono gli stati d’animo dei personaggi, con i loro umori, sentimenti, atmosfere.
    I due nuovi innamorati si domanderanno se il loro rapporto è solo semplice attrazione, se è amore, se la loro storia è destinata ad andare avanti. Forse Lyle ha sbagliato a portare Robert nel luogo proprio dove c’era il suo precedente compagno. Un anno alla fine è forse troppo poco affinché gli animi, i ricordi, le emozioni associate a Tony possano essere svanite.
    E’ normale che i due amici seppur trattano benevolmente la nuova figura che accompagna Lyle, ne facciamo sempre e comunque dei paragoni.
    La tensione è sempre più forte, accentuata anche da quella strana figura, già inviata precedentemente, non calcolando l’arrivo anche di Robert. La scintilla scocca durante una cena con un episodio di galateo che dietro racchiude molteplici significati.
    Pubblicato per la prima volta nel lontano 1994, dimostra ancora una volta quanto Cameron sia bravo a descrivere la geografia dei sentimenti, non tralasciando però nulla al caso, quasi come se ogni piccolo dettaglio dovesse essere quello e basta, e non un possibile altro. Un’accuratezza che giova all’animo del lettore, che si sente portato per mano in ogni pagina, anche nelle cose più piccole, quelle che a molti possono sembrare insignificanti, ma che racchiudono la materia dei sogni. Quei sogni che dovremmo alimentare sempre.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Victoria è una bambina problematica. Dopo essere stata data in affidamento a una serie innumerevole di famiglie e respinta da tutte, la ragazzina deciderà di non accettare mai nessun tipo di contatto sia fisico, che amorevole.
    Quando un giorno è affidata alle cure di Elizabeth, una donna sola ma piena di amore, Victoria pensa già a cosa fare per farsi rispedire indietro. Per Elizabeth non sarà facile, ma non si darà per vinta e, attraverso il linguaggio dei fiori, si avvicinerà al cuore della bambina per sempre. Questo idillio, però, sarà breve. L’adozione definitiva è minacciata dal legame complesso tra Elizabeth e sua sorella, Catherine. Le due sorelle non si parlano da molti anni e, davanti agli innumerevoli tentativi di Elizabeth di riallacciare i rapporti, Catherine rimane fredda e impassibile. Victoria decide di agire per rovinare Catherine, la donna che sta distruggendo la sua felicità. Il suo gesto, però, avrà delle conseguenze inimmaginabili non solo per lei e le due donne, ma anche per Grant, il figlio di Catherine. Il ragazzo, traumatizzato dagli eventi, riapparirà inaspettato nel futuro di Victoria e lo cambierà per sempre.
    La storia salta di capitolo in capitolo tra il passato e il presente di Victoria, scoprendo lentamente la verità, facendocela conoscere e amare.
    I fiori sono essenziali per Victoria; sa il loro significato e li usa come una strega userebbe le sue pozioni. Essi le salveranno la vita e le daranno nuova speranza per il futuro.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido

  • Marcello Simoni mi aveva già piacevolmente colpito con Il mercante dei libri maledetti, con questo piccolo racconto sempre edito da Compton uscito nella collana "Live", l’autore non si smentisce. Questo racconto può essere inquadrato a pieno titolo nel genere del giallo storico, siamo nel 1789, data molto importante per la storiografia, designa il passaggio dalla storia moderna a quella contemporanea, penso proprio che anche se non è stata fatta menzione su quest’aspetto nel volume, la data non sia casuale. Ci troviamo in Italia, e precisamente a Urbino, il protagonista è Vitale Federici da Montefeltri, un giovane brillante universitario che sarà uno dei principali sospettati della morte del suo maestro di cui lui si trova a divenire il suo più serio successore. Lui è Padre Lamberti, docente di Filosofia, che verrà ucciso. Vitale dal suo canto sospetta che la morte sia stata gioco di un omicidio e comincia a investigare aiutato dai suoi amici Gaspare e Bonaventura. L’investigatore che all’occhio del lettore sembrerà incarnare lo stereotipo dello Sherlock Holmes della situazione, supporrà varie congetture, fino ad arrivare ad esplorare i sotterranei della cattedrale, luogo oscuro, tetro, dove si aggirano e annidano vecchie storie di templi pagani nascosti dal tempo.
    Riuscirà Vitale a venire a capo di questa inspiegabile morte? La scritta CAL VESIDIE BASSO riuscirà a trovare un senso? Che legame avrà con l’uccisione la leggenda delle ninfe legate al territorio Urbinate con Lamberti? Poco più di 120 pagine per lasciare il lettore in balia della curiosità e per provare a essere per un giorno illustri investigatori.

    “Da due secoli, gli eruditi andavano cercando un tempio dedicato alle ninfe che si diceva eretto all’epoca dell’Imperatore Augusto e nascosto nel sottosuolo della cittadella”. Forse il professore stava cercando proprio quell’antico tempio dedicato alle Ninfe la cui esistenza deve restare segreta, perché “la fede può resistere a tutto. Alla morte, alle guerre, alle ingiustizie. Ma non alla bellezza”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • La vita degli esseri umani può essere sia avventurosa che tranquilla e ne sono stati scritti di libri su questo.
    Cosa capiterebbe invece se si raccontasse la storia di un piccolo numero di conigli? Sarebbe lo stesso emozionante e ricca di suspance?
    La risposta è sì, se state leggendo le avventure di Moscardo, Quintilio, Parruccone e dei loro amici.
    Nella tranquilla vita di una conigliera di campagna Quintilio, coniglio con delle doti di premonizione, avverte un pericolo incombente avvicinarsi alla loro tana e insieme al suo amico Moscardo decidono di avvertire il Capo coniglio. Quest'ultimo non crede alle parole del piccolo coniglio, credendolo pazzo e lo rimanda alla sua tana. Le sue parole convincono però Parruccone, segretario del Capo coniglio e con lui organizzano una rocambolesca fuga dalla conigliera con altri amici fidati.
    Sarà solo l'inizio di un lungo faticoso viaggio alla ricerca di un posto dove fondare una nuova colonia, intriso di pericoli da ogni tipo di animale e dall'uomo compreso.
    A tratti crudele, molte volte divertente, nei loro discorsi in "lapino", lingua dei conigli, prontamente tradotta dall'autore, verremo a conoscenza delle avventure del mitico coniglio El-ahrairà furbo re e protettore della loro razza, in storie che sembrano favole ma con aspetti duri e ricche di  stratagemmi ingegnosi per tirarsi fuori dai guai. 
    Il libro non perde ritmo, gli avvenimenti e i colpi di scena si sussuegono velocemente fino alla fine e ad ogni inizio capitolo sono presenti citazioni da opere e autori famosi inerenti al capitolo che va a cominciare.
    Proprio per una citazione di questa opera in un altro libro, avevo deciso di leggerlo e ne sono rimasto pienamente soddisfatto. 
    Lo consiglio a tutti; uomini e conigli.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • Ci troviamo a Parigi in compagnia della famiglia Kampf con un passato burrascoso, che tenta ad ogni costo di affermare il loro status di ricchi. La protagonista indiscussa è Antoniette Kampf, una ragazzina forse cresciuta troppo in fretta, ribelle che mostra uno spiccato senso dell’egoismo e della libertà – se si considerano le condizioni di quel tempo -. Antagonista della storia è sua madre Rosine, spietata, in competizione con la figlia, invidiosa che per riacquistare il vecchio status di benestante decide di organizzare un ballo, una sorta di debutto nella società che ad Antoniette viene precluso, già se si osserva che lei viene tolta la sua stanza per adibirla a guardaroba. La ragazzina però non resta immobile, pensa di agire, e al momento giusto riuscirà a far valere la sua tragicomica vendetta.
    Un piccolo romanzo, in cui si riassume perfettamente la classe francese attaccata solo alle frivolezze, alla competizione, al primeggiare dell’apparenza che è intrisa di assenza di valori.

    «Se mi avesse toccato, l'avrei graffiata, morsa, e poi... Si può sempre fuggire... e per sempre... La finestra - pensò con agitazione febbrile [...] - Sporchi egoisti! Sono io che voglio vivere, io, io... Sono giovane, io... Mi derubano, si prendono la mia parte di felicità sulla terra...».

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante