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“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Fino “ai confini del mondo conosciuto”, arriva la poesia di Lorenzo Pais. In un giorno e mese destinato, racchiuso e ricordato in un 9 Aprile.
    Ancora una volta, i versi prendono per mano e diventano compagni di viaggio nel tempo e mitigano sogni e illusioni, brindisi e fugaci saluti. L’amore infiamma e se non corrisposto, può far male. Il richiamo della metamorfosi di donna in aspide, è indice dell’alto dolore che un uomo può provare nei confronti della donna amata.

    L’oblio e la solitudine, ricordando in morenti cerchi d’acqua un non corrisposto sentimento che porta alla lacerazione, e a trovare il conforto in un calore o bisogno (sbagliato) di qualcosa che non è mai appartenuto. Il vuoto provoca abissi profondi nell’anima e nella mente, e silenzi estremi.

    Lorenzo descrive e attraversa il pathos e nella katarsis (κἁθαρσις, "purificazione") trova, nel divenire cenere, le ali di fenice per rinascere.  L’equilibrio è un cammino in salita, spesso ostacolato da “congiure e tradimenti” inaspettati, poiché celato dalla disillusione di una verità bugiarda.

    Il tempo diventa il medico guaritore, in una “domenica d’Ottobre”, bramoso di futuro, sogni, “tra spazio e magia”. Il corpo ammalia la mente, e spesso bloccato da parole non sincere, può portare a giorni di guerra, “solitari senza amici, senza amore”, la ricerca e l’ascolto di quella voce interiore, è il necessario faro-guida per ritrovare coscienza.

    La penna di Pais, si tinge di rosso e di nero, delineando i tormenti e le urla che le sfide quotidiane possono porre o condannare. Il destino diventa un vestito spesso macchiato di vittorie e pericoli. La forza di andare avanti ricercando la cura è il fine dell’uomo, che diventa “acrobata tra sospiri e baci”, su un palcoscenico non sempre conforme ai desideri.

    Tra attese, pensieri, sorrisi, incanto, incoscienza, scivolano le difese e l’odore dell’umanità travolge con stupore chi, nonostante tutto, si lascia andare ai “carpe diem”.

    L’uomo amato può innalzarsi o sprofondare se non amato, osannare o imprecare, vedere donne angeli o demoni, parlare d’amore o di odio, sorridere o piangere, sognare o scegliere di morire. Nel buio, riflessi e colori sono ben visibili e anche quando non c’è l’Amore vero, ha la capacità di avvolgere e di riscaldare “come una sciarpa calda e morbida”.

    E quando ci chiediamo dove sia la felicità, eccola che la troviamo: è racchiusa in una valigia di emozioni carica di  vecchi racconti o di tuffi negli occhi, parte di un gioco o semplicemente “pagina vuota in attesa d’inchiostro”.

    [... continua]

  • Sono almeno tre gli eteronimi più noti di Fernando Pessoa: nella sua carriera artistica, il poeta portoghese ha creato personalità poetiche complete. Di questi, Ricardo Reis è l’unico a non avere una data di morte: ciò ha incoraggiato il premio Nobel per la Letteratura José Saramago a creare un intero romanzo, ipotizzando il suo ritorno a Lisbona dal Brasile, dove Pessoa lo ha deciso trasferito per protesta dopo la proclamazione della Repubblica di Portogallo. Saramago immagina che Ricardo Reis torni nel suo Paese per rendere omaggio al poeta nell’anno della sua morte, il 1935, e che si muova in un’Europa che si sta affacciando sulla seconda guerra mondiale. Ricardo Reis incontra il fantasma di Fernando Pessoa, ovvero il suo ortonimo: non è l’ombra del poeta, bensì un altro eteronimo con cui Pessoa si firmava nella sua ricerca della spiritualità.
    I due si muovono in un ambiente che si avvia verso la putrescenza, rappresentato da Marcenda (un nome, un programma) e dalla sua mano sinistra senza vita: un mondo che si muove per inerzia e semplicità, come Lídia e che aspetta, caoticamente, un miracolo, come partire per Fatima con la speranza di incontrare una ragazza.
    Le agitazioni politiche fanno da sfondo alle riflessioni di questo dottore, diviso tra anima e corpo, interpretando desideri opposti che a volte sembrano solo limitarsi a galleggiare, nel sonno.
     
    “Pensi, dottore, mi è capitato in destino questo braccio, avevo già nella vita un cuore sbagliato, però di tutte queste parole ne usò tre sole, La vita è uno sbaglio di destini, abitare così distanti l’uno dall’altro, così diverse le età, i futuri”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

    • Ieri
    • 19 febbraio 2014 alle ore 9:27

    La condizione dell’esiliato, che con gli occhi della mente rimane agganciato a ciò che conosce del suo passato, viene narrata da Agota Kristof in “Ieri” in maniera impalpabile e trasognata. I personaggi si muovono in una dimensione onirica: la vicenda è realistica, in sottotraccia perversa, verosimilmente assurda. Il protagonista è Tobias, che si reinventa una vita là dove nessuno lo conosce: è scappato da un’infanzia umiliante, che tuttavia per lui era felice, perché in fondo non ne conosceva altre. Tobias vive aspettando la sua Line, una sorta di creatura mitologica con corpo di fanciulla e ali di fata: si fa perfino rimbiancare la casa, e porta avanti senza convinzione il rapporto con una donna, Jolande, che non lo capisce eppure lo comprende, e lo aspetta.
    Intorno a lui, quando non è in fabbrica a esercitare il suo lavoro alienante, si muovono alcuni suoi compatrioti, come in quella letteratura orientale in cui le cose accadono e basta. Se uno di loro cominciasse a sputare fuoco non lo troveremmo strano, perché ogni movimento è caratterizzato contemporaneamente da corporeità e inconsistenza.
    In questo contesto, arriva Line. Non è la donna dei suoi sogni, ma una bambina con cui andava a scuola. Con lei, tutto sembra possibile, nonostante il segreto che si nasconde nella loro infanzia, che solo lui conosce e che, se pronunciato ad alta voce, renderebbe tutto mostruoso. L’incontro è fatale per entrambi.
     
    “Il tempo si lacera. Dove ritrovare i prati della mia infanzia? I soli ellittici rappresi nello spazio nero? Dove ritrovare il cammino che oscilla nel vuoto? Le stagioni hanno perduto il loro significato. Domani, ieri, che vogliono dire queste parole? Non c’è che il presente. Una volta nevica. Un’altra volta piove. Poi c’è un po’ di sole, un po’ di vento. Tutto ciò è adesso. Non è stato, non sarà. È. sempre. Tutto insieme. perché le cose vivono in me e non nel tempo. E in me tutto è presente.”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • "Rosso Istanbul" è l’esordio letterario del regista cinematografico pluripremiato Ferzan Ozpetek. Uscito nel Novembre del 2013, cos’è Rosso Istanbul? Questo libro racchiude la storia dell’autore, o meglio la storia dei suoi amori, delle sue esperienze, di ciò che l’hanno formato, di ciò che ritiene essere la sua terra, una terrà effervescente, rosso sangue, calda e suadente, mai scontata, un vino rosso che ribolle dei suoi stessi sentimenti.
    Il libro ha una doppia voce narrativa, fatta di una lei e di un lui. Lui è personificato dallo stesso regista che si racconta in modo profondamente autentico, lei invece è una donna italiana partita per Istanbul per una vacanza. Nel corso del libro saremmo posti davanti a tanti interrogati, a tante descrizioni, a una fitta panoramica di una terra ‘pasionaria’, con continui intrecci alla vita personale del registra; verremmo portati alle porte di una famiglia a metà tra l’austero e il progressivo, sentiremo profumi di spezie, di tè, di baci mancati, sperati, donati.
    Sotto gli occhi del lettore ci saranno vari disfacimenti sentimentali, delle macchie nere, dei lutti. Un dolore subito, intimo, timoroso. Tutto condito con uno stile narrativo veloce, pungente, sempre sull’onda del cambiamento, dell’oltre come motore della vita: “C’è una donna vestita di rosso che va incontro alla polizia, vorrebbe parlare, dire qualcosa, convincerli. Ha un abito scarlatto che è come una bandiera: un vestito più adatto, forse, per passeggiare in riva al Bosforo, o stare seduta al tavolo di un elegante caffè di Babek. E invece è lì. Viene investita in pieno dal getto d’acqua, ma non cade, non vacilla. E’ come se quel vestito fosse un’armatura. La forza delle idee. O forse, solo di un abito rosso. E poi è rosso, rosso ovunque, per tutti i giorni che seguono, freneticamente. Al ritmo delle pentole che le donne anziane con il velo battono alle finestre per dire che sì, anche loro sono d’accordo, stanno dalle parte dei manifestanti. E’ rosso per i garofani scarlatti che i manifestanti portano per strada, che offrono ai militari: segno di pace, di rivoluzione, di resistenza. Una ragazza porge un fiore ad un poliziotto chiuso nel suo casco, lui china la testa. Riusciranno i petali a sconfiggere la violenza? La rivoluzione dei garofani, Lisbona 1974. La Primavera di Praga, nel 1968, e i fiori contro i carri armati. Un ragazzo solo contro i carri armati, in piazza Tienanmen, 1989. Le barricate a Parigi, nel 1830: la Liberté guidant le peuple, una donna che sventola una bandiera alla guida dei rivoluzionari nel quadro di Delacroix, come oggi fanno le ragazze di Gezi Park. Perché tutto cambia, ma non la voglia di cambiare il mondo. Tutto cambia, ma non la rivoluzione. Questa rivoluzione ha un hastag, #occupygezi. E’ fatta di flash mob inventati al momento, piccole azioni rapide che finiscono subito e si propagano per tutta la città, come un virus rivoluzionario”.
    Infine, il ritrovarsi, il riabbraccio infantile di due persone che credevano di essersi perse senza mai conoscersi veramente. La bellezza delle ribellioni, insieme alla bellezza della comprensione, del volersi bene senza filtri. Tutto all’insegna di quello struggimento e leggerezza che hanno condito tutta la produzione cinematografica dell’autore, e che condiscono ancora oggi i sentimenti, quelli veri, e non quelli giusti per una società miope.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • E’ il cuore, l’interprete principale che si lascia sfogliare. Il cuore ama, spera, soffre, rimane imprigionato: “e nonostante il mio viaggiare/ alla ricerca dell’amore/ sono rimasto imprigionato/ dal mio cuore/”. Un cuore vulnerabile che trattiene le emozioni e le libera attraverso una immaginabile finestra sul mondo, quando è la malinconia ad assalirlo “ /Tutto appare confuso/ innaturale e ti senti più/ vulnerabile/ allora in quei giorni/ apro la finestra/liberando le emozioni/”.
    “Dalla Finestra” è il titolo della prima silloge di Marco Grattoni, quarantatré poesie racchiuse in cinquantatré pagine volano in verso libero alla ricerca del desiderio incolmabile dell’amore perduto, in un viaggio illuminato dalla luna, reso freddo dal silenzio delle notti solitarie ed inquiete: “non cerco nessuno/ in questa città fantasma/ respiro il silenzio/ l’amante che ho sempre respinto/”.
    La semplicità del linguaggio diretto, la purezza dei sentimenti attraverso percorsi vissuti, rendono il lettore partecipe delle emozioni raccolte e lasciate sospese.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • Non so veramente da dove iniziare, io che non amo i racconti, mi sono innamorata de “L’istante tra due battiti”. Mi chiedo ora, quale meraviglioso spettacolo verrebbe fuori da un romanzo di Marta Tempra? Ma forse non potrei neppure leggerlo, ne uscirei distrutta! Tredici racconti di un’intensità pari a quella di un romanzo capolavoro. Dalla parola più insignificante, che poco dice della storia, traspare una profondità tale che porta il lettore ad entrare nel racconto come quando si viene attratti da una magnifica sequenza di colori. Sembra di volare fra i magnifici colori dell’universo e quei colori sono i sentimenti, l’introspezione più brillante, intensa che abbia mai letto. È un viaggio nell’animo umano e la cosa sorprendente è l’abilità che l’autrice ha avuto nel rendere interessanti temi potenzialmente noiosi.

    Quelli che preferisco sono Piedi di Ninfea, Luci sfocate, Fumo e mentolo, Dobbiamo parlare; non perché gli altri mi piacciano di meno, ma perché in questi quattro l’autrice ha sfoggiato un talento che per l’età che ha, ha dell’incredibile.
    Lo stile è semplice, fluido, limpido pur venando in alcuni tratti un’intenzione poetica che non stona, ma completa un modo di scrivere aulico e semplice allo stesso tempo. Il suo scrivere cattura il lettore trasportandolo nella storia, i temi trattati sono esperienze reali, ci si può identificare cogliendo l’insegnamento che tutti siamo eroi.

    [... continua]
    recensione di Annalisa Caravante

  • La crescita di un ragazzo del Sud che si fa uomo attraverso il comportamento e il carattere delle donne che incontra sul suo cammino. La scoperta della loro sensualità, il rispetto, l’eros, l’audacia, l’amore e le cose che non dicono, lo aiuteranno nel percorso di introspezione, che lo porterà a guardare dentro se stesso attraverso i tanti interrogativi che sorgono dai suoi pensieri: “Dove è scritto che nella vita per realizzarsi bisogna ottenere un titolo di studio, fidanzarsi, cercare casa, convivere e sposarsi?”…
    La percezione, la fragilità dell’uomo, la misericordia, il miracolo, la fede, il dono della poesia composta di luce, profumi, colori… emergono dall’uso di un linguaggio forbito, scorrevole, attento.
    “Il Segreto delle Donne”, un romanzo intrigante, di centosettanta pagine al quale, il giovane autore, ha dato vita  tra sregolatezza, inconsistenza, regalità, fragilità ed intraprendenza, spogliando e vestendo il corpo e l’anima delle donne attraverso le riflessioni e i sentimenti di un uomo: Francesco, che da loro si lascia amare, scoprire e guidare… ma solo per il tempo in cui la passione lo travolge. Non mancano le riflessioni profonde:” Tutti cresciamo con i nostri se e i nostri ma, ed è inutile seppellirli nella memoria perché a volte, nelle sere di pioggia, l’acqua li smuove e loro tornano a galla” e le domande sul pensiero erotico: “Il pensiero erotico subentra quasi automaticamente nell’arco delle nostre giornate ma noi non ce ne accorgiamo. In fin dei conti cosa sono questi pensieri erotici? E perché occupano di continuo la mente di noi tutti?”.  “Capitano della sua anima”, l’autore ci ospita a bordo della nave della vita, tra onde inquiete di interrogativi ed orizzonti che cambiano nell’attimo in cui contempliamo… “un cielo lontano”.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • «Una favola che parla dritto al cuore di piccoli e grandi», in questo mondo ci viene presentata “La rivolta degli scheletri nell’armadio” di Jason R. Forbus, nata dai palpiti delle ‘AliRibelli’ dell’omonimo progetto editoriale. In realtà, la simpatica vicenda dello scheletro ballerino Ossogrigio e della sua mostruosa banda di outsider sa - perché può - parlare più agli adulti che ai piccini; se non altro per quell’ambientazione macabra, così vividamente caratterizzata, che in alcuni passi non rinuncia a mostrare la violenza con limpida schiettezza. Proprio come farebbe un ragazzino.
    E della gioventù il libro di Forbus possiede anche, e senz’altro, la trasparenza: una scrittura equilibrata, soppesata ad ogni passo e sillaba, descrittiva al punto da non lasciare nulla all’immaginazione pur nutrendola nello stesso tempo. Ha la precisione del poeta, quello ancora fin troppo attento all’ordine della forma piuttosto che a quello dei pensieri; colui che non trascura la messinscena neppure del più piccolo dettaglio, perché l’obiettivo è un vero e completo ‘transfert’ del lettore in un altro mondo. Cui contribuisce, con successo, il package del volume, edizione curatissima - a parte qualche piccola svista dell’editor - corredata di disegni e perfino da una mappa - il tutto per opera di Giorgio e Matteo Franzoni, colleghi editoriali dell’autore - atta a riprodurre fedelmente il luogo di svolgimento della storia: la cittadina inglese di Wolverhampton, sede del Parco degli Orrori retto dallo stregone e tiranno Sir Desrius.
    A questo punto non resta che aggiungere un elemento, come insegnano i maestri delle fiabe - da Italo Calvino a Gianni Rodari passando per Luis Sepúlveda e Daniel Pennac: la leggerezza. L’ombra che scontorna la brutale semplicità della fantasia infantile, il ‘quid’ qualificante dell’esperienza creativa: è ciò che ne “La rivolta degli scheletri nell’armadio” riesce e funziona meglio, il suo più grande pregio. Forbus dà alla levità il sembiante di una tenerissima ironia che impregna il testo dalla prima all’ultima pagina, anche nei suoi momenti meno allegri o felici. Grazie a quella si corre e si scorre fino in fondo, lasciandosi in-trattenere con curiosità.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • "​The Help" è un romanzo del 2009 scritto da Kathryn Stockett, incentrato sulla figura di alcune domestiche afro-americane che lavorano per famiglie bianche a Jackson, Mississippi, durante gli anni sessanta. Il romanzo è raccontato dal punto di vista di tre narratrici: Aibileen Clark, una domestica afro-americana di mezza età che ha trascorso la sua vita educando i figli dei bianchi, e che ha da poco perso il suo unico figlio in un incidente sul lavoro. Minny Jackson, una domestica afro-americana il cui caratteraccio l'ha portata più volte ad essere licenziata dai suoi datori di lavoro, nonostante il bisogno costante di denaro per mantenere la sua numerosa famiglia. Ed infine Eugenia "Skeeter" Phelan, una giovane ragazza bianca neo-laureata con aspirazioni da scrittrice.
    Siamo nell’estate del 1962, nel periodo delle lotte per i diritti civili per le persone di colore portate avanti da Martin Luther King, a capo del governo c’è John Fitzegerald Kennedy, e Bob Dylan con le sue canzoni dà voce attraverso la musica a questo clima di tensione e rivoluzione.
    In questo libro si racconta della difficoltà delle persone di colore, d’inserirsi nella società che li escludeva ogni diritto.Il libro parla di diverse donne, di diverse storie, di differenti ambizioni, di donne di colore al servizio di donne bianche per accudirgli i figli, la casa, rendergli più agevole la vita, in cambio di un salario irrisorio. Nel libro il passato si fonde con il presente, la sostanza viene oscurata dall’apparire, il grido di strazio si soffoca per il bisogno sempre costante di andare avanti, di portare dei soldi a casa, di mandare avanti la famiglia, a differenza di loro, onestamente.
    Interessantissimi i dialoghi delle varie donne che presentano la loro storia, il loro rapporto con la propria donna bianca dove lavorano, molto belle sono le parole di Minny: “[…] Ora che non posso più andare alle riunioni di Shirley Boon, in pratica è l’unica cosa che mi resta. Però non significa che mi diverta agli incontri con Miss Skeeter. Ogni volta mi lamento, piagnucolo, mi arrabbio e mi prende un attacco come se in mano avessi una patata bollente. Ma il fatto è che mi piace raccontare le mie storie: mi dà l’impressione di poter cambiare le cose. Quando esco di lì, il blocco di cemento che ho nel petto si è sciolto, liquefatto, e per qualche giorno riesco a respirare meglio.”
    Diverse donne, una sorte comune. The help scuote la coscienza e dà voce a libertà alla storia di tante donne senza diritti, senza nome, intimorite dal giudizio. Per fortuna ci si interroga e si trova il coraggio di dar sfogo alle frustrazioni, ai demoni interiori, al dolore, alla rabbia, alla forza di donne che per la famiglia e per i figli sarebbero disposte a tutto.  
     
    “Se il cioccolato fosse un suono, sarebbe il canto di Constantine. Se il canto fosse un colore, sarebbe il colore di quel cioccolato”.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • E' un genere di nicchia, quello fantascientifico, e questo romanzo lo rappresenta appieno. Infatti i luoghi, le situazioni vengono presentati come realmente esistenti e scientificamente possibili.
    Già dal titolo s'intravede il succo della trama: The Dreamer è il sogno per eccellenza, la fantascienza personificata. Perché? Perché il sogno, come la mente lo può immaginare, è una vera e propria realtà grigia, spoglia e priva del sogno stesso!
    È la tesi e l'antitesi di se stesso.
    Quindi, in un mondo privo di ogni forma di vita dove appena s'intravede una forma embrionale di società (e quindi di relazione fra gli esseri viventi) questa si trova a dover fare i conti con una realtà parallela, una rete, che è il punto di partenza e di arrivo di tutto il romanzo.
    I personaggi chiave sono quattro: il tenente Jack Buchinsky, un tipo burbero, restio ad ogni forma di tecnologia, che vuole restare fuori da questa realtà cibernetica e si accontenta di andare "ancora là fuori per le strade ormai deserte di New York a combattere il crimine vero"; il Tenente Rachel Monroe, che insieme a lui deve "indagare sul fenomeno che si è verificato quest'oggi nella rete internet mondiale"; il mafioso Hiroshi Tsunenaga, che vive in un Giappone completamente allagato, a Fugi City, dove "le popolazioni nipponiche sopravvivevano, sgomitando come pesci in una rete sempre più stretta" e un' imprenditore di Pretoria, Obike Ondimba, titolare di un'azienda e creatore, in parte, della rete iperlan dove avviene un "evento eccezionale" che coinvolge tutte le persone collegate in quel momento.
    I protagonisti si muovono quindi in questa realtà malata e contraddittoria per risolvere il problema creato nella rete. Ansia, colpi di scena e preoccupazioni al limite tra un thriller e un romanzo poliziesco, fanno da contorno ad una storia ambientata nel futuro come se questo fosse attuale, come fosse già entrato a far parte dell'essere umano (per trasformarsi), molto prima che accada.

    [... continua]
    recensione di Francesca Arangio

  • Quattro amici con la passione per la musica, coltivata nel tempo libero, dopo il lavoro e gli impegni famigliari, quattro amici che si trovano insieme per suonare nella cantina di Walter, il protagonista, senza troppe ambizioni e senza grandi speranze.
    Ma sarà proprio Walter che, acquistando su internet una chitarra speciale, con una forma strana ed insolita, darà l'avvio a questa incredibile storia.
    La chitarra saprà far suonare Walter come non ha mai fatto, ed insieme alla sua band, lo farà diventare un vero fenomeno musicale, passando dall'oscurità del loro fare musica da dilettanti, al palcoscenico dei concerti nazionali ed internazionali.
    Ma non è solo grazie alla musica che il successo li corteggerà, o per lo meno, non solo grazie alla musica: avvenimenti sospetti, incidenti macabri che hanno luogo durante i loro concerti, catalizzeranno l'attenzione e la morbosità dei media, facendo lievitare il loro successo e la loro popolarità.
    Eppure c'è sempre l'altra faccia della medaglia da considerare in tutte le cose e con questo lato oscuro e disperato, Walter dovrà confrontarsi, prendere coscienza e poi, coerentemente, decidere.
    La storia è accattivante, chiaramente delineata e pervasa - come un sottofondo costante - dal rumoroso irrompere della musica prediletta, così disperatamente amata, così a lungo inseguita: musica sotto le parole e musica dentro l'anima.
    Riconosciamo all'autore la capacità di incuriosire e far avvicinare a questo genere di musica anche quanti ne hanno solo sentito parlare.
    Sicuramente un libro dedicato a chi non ha paura di vivere con entusiasmo.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Colma di positività, speranza, colore e luce, la poetica di Michela Zanarella spande colore, scandisce parole tra  bagliori, elevandole su soffici nuvole nell’azzurro cielo o confondendole, complice il vento, tra l’oro del grano.
    Materna, tenera, fertile,  tradotta in sembianze, in lampi, in mosaici, in fiati, in giochi e presenze… la luce, interprete assoluta e custode di celate verità, non smette mai di fluire.
    Si immerge, si solleva, s’inerpica, si scioglie, si mescola fino a divenire terra, cielo, mare, aria, ad essere vita di vita, per poi scorrere  “Tutto scorre/ come l’alba che lava via i chiarori/ fino ad infilare le dita nella luna/ e divenire poesia nell’estetica dell’oltre.
    Cinquantatré luminose liriche, edite da David and Matthaus, divisione ArteMuse per la collana Castalide, con la preziosa prefazione della saggista Angela Molteni ed arricchite dal contributo di Antonino Caponnetto, fanno intuire, al lettore attento, di avere tra le mani un piccolo gioiello che affronta schegge di vissuto tra bagliori di arcobaleni.

    [... continua]
    recensione di Fiorella Cappelli

  • “Gli  umani non sempre sono chiari. Tra noi è tutto molto più semplice. Meno parole nel vuoto, meno gesti inconsulti e meno gesti contraddittori, soprattutto.”
    Fiumi di parole scorrono, e le emozioni che si leggono, sono riflessioni per l’anima e perle di saggezza seminate dentro, tanto da germogliare nella nostra quotidiana esistenza, riuscendo poi, a guardare con occhi nuovi quello che abbiamo intorno. Rapportarsi diversamente con chi condividiamo, è la "rinascita", a cui porta questo libro.
    Una grande penna quella di Maria Grazia Crozzoli, che attraversa la vita, le storie, di più persone (animali e cose), guardando e immedesimandosi nella grande umanità che spesso non consideriamo.
    Sta stretto vestire i panni di un altro, figuriamoci, se il punto di vista, è quello dei fedeli quadrupedi.
    Eh, si! Il protagonista di questo romanzo è proprio Cico (figlio di Pluk), un cane che racconta in prima persona quello che vede e sente. Come vive il rapporto con gli esseri umani, come affronta le paure, il distacco, l’amore.
    Frizzante, originale, provocatorio e ironico.
    “Non c’è fedeltà che non tradisca almeno una volta, tranne quella di un cane”. Esempio di quanto troppo spesso, diamo per scontato le esigenze dei nostri amici a quattro zampe, o di come basterebbe così poco per capire, che nei loro gesti, vi è una potente via di comunicazione.
    Pazienza e ascolto; pratiche  quasi dimenticate.
    Dispersi nel “tran tran “ frenetico, spesso siamo ciechi e sordi, e ci dirigiamo su binari sbagliati  o ritroviamo in complicazioni assurde.
    “Di noi cani dicono che viviamo ogni giorno così intensamente come fosse l’ultimo, cosa che dovrebbero imparare i nostri amici umani ma non viviamo con la paura della morte, viviamo e basta, godendoci ciò che di buono e bello la vita ci dà, imparando dai nostri errori e soprattutto, non portando mai rancore. Perdoniamo sempre, o quasi sempre.”
    Allora non resta che immergersi nella lettura di questo libro, e nella meraviglia di una nuova prospettiva, capire e ritrovarsi sicuramente più cresciuti e arricchiti di prima.

    [... continua]

  • “Tutto ciò che amo ha dentro il mare” comincia con una verità lapidaria, scritta sulla superficie di una spiaggia segreta: «non esiste cuore pensante». Ma pesante sì, viene da rispondere: di “oggetti feriali, scorci di viaggio, momenti intimi” - come nota e annota Davide Rondoni - o, semplicemente, di sincera capacità di immergersi nelle cose. E di restituire l’esperienza di quella stessa immersione a tratti, con gentili, melanconici e frammentari suggerimenti, come le porzioni di figure umane nei quadri di Hopper restituiscono la notte.
    Ma la parola di Eva Laudace non ha bisogno di paragoni per emergere: pur se ancora in crescita - e lo si vede dalla trappola concettuale della ripetizione di alcuni nomi, dove al protagonista mare s’affiancano, molte volte, la neve e l’inverno - la sua poesia reca con sé, oltre al segno inconfutabile di un dolore adulto, una cifra stilistica di rara limpidezza; chiara, precisa come un orizzonte, dov’è assolutamente assente la banalità del desiderio d’esibirsi assomigliando ai propri maestri (veri o presunti). Perché questa “Sfuggenza” che le viene attribuita sta forse in questo: nel suo del tutto autonomo saper prendere per mano e poi lasciare, nel condividere una scia di vita privata e nel lasciare al pubblico l’onere di completarla in senso universale, senza alcun tipo d’obbligo o di vincolo. Leggere “Tutto ciò che amo ha dentro il mare” significa iniziare a nuotare in compagnia e arrivare dall’altro lato della riva in completa solitudine. Che è poi quella presenza vera - e mai sfuggente - che annega nell’acqua di cui è fatta tutta l’opera: la comprensione di uno stato umano primordiale al pari degli elementi naturali, e la sottile ma costante lotta - intestina, quotidiana - perché quel medesimo stato cambi. Altrimenti «non so più dormire / c’è come un grido nell’aria».
    Forse c’è speranza, dunque, che il poeta torni ad esser vate: a mostrarsi sotto il velo, insieme con il resto del mondo, senza vanto, ma per consapevole e paradossale istinto. Per quella «fede mia riposta / che mi tiene schiava / mentre scrivo poesie / per tutto il resto della vita», come dichiara Eva prima di prendere il largo verso l’ultima (e la prima) pagina bianca.

    [... continua]
    recensione di Francesca Fichera

  • “Figli dello stesso padre” di Romana Petri è stato canditato al Premio Strega. Narra la storia di due fratelli, o meglio fratellastri, Germano ed Emilio, nati dallo stesso padre, ma con madri diverse. Loro sono diametralmente opposti, l’unica cosa che sembra accomunarli è l’amore, e la devozione, e anche la rabbia mista a delusione per quel padre Giovanni, affermato designer dall’animo appariscente. Germano è il primogenito, e non ha mai veramente accettato il divorzio del padre con sua madre, è il figlio preferito di Giovanni, e vede Emilio come la disgrazia e la mina che ha alterato quello stato di serenità che era solito vivere. Emilio invece ha vissuto un altro tipo di delusione, trauma, quello dell’essere il figlio non cercato, non voluto, venuto quasi per sbaglio, che cerca affetto nel padre e in Germano. Dopo un lungo silenzio tra i due fratelli, i due si rincontrano in occasione della mostra di Germano a Roma. I due hanno delle vite completamente opposte, l’uno artista sregolato, che ha un rapporto morboso con la madre, e che non riesce ad avere relazioni stabili per paura di legarsi, l’altro seppure ha una famiglia felice ha tutti i suoi demoni passati che costantemente lo vengono a trovare e che gli ricordano tutte le cose spiacevoli che ha dovuto subire, affrontare.
    Nel libro i diversi punti di vista si alternano ognuno con la propria visione, anche la figura del padre è presente nella narrazione, ed è tutt’altro che figura marginale. Un libro che narra di un incontro, del passato, di un presente che è destinato ad essere riscritto.

    “I loro sguardi ogni tanto si incrociavano e sembravano dirsi solo una cosa: riappacifichiamoci o dichiariamoci guerra per sempre, ma facciamolo per bene, e prima di morire.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • “Un uso qualunque di te” è un libro a più velocità. Il titolo è accattivante, malinconico, rassegnato. Salta all’occhio perché ricorda quella trasandatezza a cui tutti aspiriamo, in un momento della nostra vita: il potersi lasciare andare, il potersi trascurare, fare un uso qualunque di noi.
    Quando la lettura inizia, si è in media res: è successo qualcosa, qualcosa di grave, la protagonista Viola non è raggiungibile, non viene a sapere subito cosa è successo a sua figlia, e racconta usando la prima persona come vive l’annuncio di un dramma in corso. Sara Rattaro è bravissima e incisiva in determinate frasi; è mozzafiato, costringe a centellinare le prime pagine, perché intense e abili nel rendere l’idea di cosa accade dentro di noi i primi istanti dopo una brutta notizia. Sentirsi un castello di carte, sentirsi riempire di segatura.
    Quando la lettura prosegue, l’attenzione continua ad essere calamitata qua e là da pillole di pensieri che innescano riflessioni sulle relazioni, sui rapporti umani, sui tradimenti, e sull’abisso tra il sapere quello che va fatto e il farlo veramente. La protagonista cerca di condividere, o giustificare, agli occhi dei lettori, di sua figlia Luce e di suo marito Carlo i suoi comportamenti, le sue scelte, le sue cadute, dettando tempi diversi alla lettura, ora più lenti, ora in eccesso, ora più risolutivi. L’operazione non è facile da condurre, senza scadere nel patetico o nel vittimismo, ma per fortuna la narrazione è puntellata di una scrittura capace e abile, e si passa volentieri ad un altro libro della stessa autrice.
     
    “La dipendenza altera i comportamenti.
    Una semplice abitudine si trasforma in una ricerca esasperata La ricerca di quello che ti dà piacere. Ma a un certo punto qualcosa cambia e la rotta s’inverte. Smette di farti bene e inizia a farti male. Ogni giorno di più perché, purtroppo, per quanto ci stia lentamente uccidendo, rinunciarci è peggio.
    L’amore è una dipendenza”

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • “Metafisica dei tubi” è la biografia dei primi anni di vita della scrittrice belga Amélie Nothomb, c’è chi magari si ricorda solo degli  sporadici episodi accaduti nella tenera età, invece lei no, con arguta brillantezza ci presenta il suo iniziare a vivere, lei sue prime esperienze, il suo approcciarsi al mondo. Sicuramente una biografia dei primi tre anni di vita non convenzionale, affetta da una estrema apatia, cresciuta e ritenuta come un essere vegetale – pianta – non parla, non emette suono, sembra vivere nella sua assoluta assenza, quasi solo ad occupare uno spazio che le è stato assegnato e che lei non è disposta ad oltrepassare, a sconfinare, a provare a varcare.
    “In principio era il nulla. E questo nulla non era né vuoto né vacuo: esso nominava solo se stesso. E Dio vide che questo era un bene. Per niente al mondo avrebbe creato alcunché. Il nulla non solo gli piaceva, ma addirittura lo appagava totalmente. Dio aveva gli occhi perennemente aperti e fissi. Se anche fossero stati chiusi, nulla sarebbe comunque cambiato. Non c’era niente da vedere e Dio non guardava niente. Era pieno e denso come un uovo sodo, di cui possedeva anche la rotondità e l’immobilità. Dio era soddisfazione assoluta. Non desiderava niente, non aspettava niente, non percepiva niente, non rifiutava niente e niente lo interessava. La vita era di una pienezza talmente intensa che non era vita. Dio non viveva: esisteva. L’esistenza non aveva avuto per lui un inizio percettibile”.
    Nata e cresciuta in Giappone, niente e nessuno la farà cambiare, la toglierà da quello stato di apparente inettitudine che sembra caratterizzarla, fino a quando passati due anni, lei scoprirà il piacere e l’amore per il cioccolato, e così darà voce finalmente attraverso la fonetica del sentimento alle sue parole, mai dette a caso oltretutto. Narcisista, una spugna fonte di tutto ciò che la circonda, una bambina particolare, una lirica all’osservazione costante mai scontata; una scrittura che è evocativa, sarcastica, ma anche tributo alla forza delle parole che solo se dette in un determinato modo acquistano il valore necessario.
    […] “Tubo sei e tubo tornerai”, perché in  fondo siamo dei tubi tutta la vita, che inglobano e espellono cose e pensieri, e alla fine ingloberanno ed espelleranno polvere e terra.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Nel verso libero, sciolto, come un aquilone sfuggito dalle mani di un bambino, la poetica di Michela Zanarella si libra tra le nuvole. Cielo e terra si toccano, attraverso la parola. Forti e ben profonde sono le radici; alberi, piante e pietre e ancora crepe di orizzonti si delineano a tracciare fasci di luce. In un respiro profondo giungono odori di glicine e rose. La luminosità è presente ovunque ed è percepibile attraverso il filtrare di ombre, ad accendere le emozioni. Distese di verde fermano il tempo: “Quando il tempo è un ripetersi di età ed ombre in attesa, si sta come l’aria accanto a distese di verde”. Nello scorrere  di stagioni che annunciano il rinnovo, la positività, la  fiducia e la speranza vengono materializzate e dipinte con i colori della natura “il colore ed il nero, in un ripetersi d’esistenza”… così la poetessa dipinge le emozioni che “hanno radici come la storia”. Quaranta liriche che, accarezzando l’aria, compongono “Le Identità del Cielo” , questo il titolo del tomo pubblicato da Lepisma Edizioni, ed è guardando al cielo che Michela Zanarella riesce a far trasparire la luce ovunque, facendo dono al lettore della soave leggerezza dell’anima, che induce ad una personale meditazione attraverso una espressione elegante, gentile e forbita di versi puliti e limpidi, che non mancano dell’omaggio ad Alda Merini, ad Antonia Pozzi e all’amata città dov’essa vive,  Roma.

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    recensione di Fiorella Cappelli

    • Io e te
    • 02 gennaio 2014 alle ore 18:13

    È possibile diventare grandi in una settimana? No, realmente. In un romanzo sì. Almeno, è quello che ha sperato Lorenzo, il protagonista. Niccolò Ammaniti racconta una storia che appare vera a tratti. Già vista, forse, secondo alcuni schemi quadrati comuni di vita vista negli altri o vissuta. Bellissima, ancora, per il contenuto.

    Lorenzo è una ragazzino di quattordici anni. È nevrotico come quelli della sua età. Ce l'ha col mondo, il suo, quello in cui pare vivere schiacciato dalla pesantezza che vuole il passaggio, certo, dall'adolescenza all'età più o meno adulta che arriva qualche anno dopo per tutti. Lorenzo è schiacciato dal suo mondo, sì. Ma essendo suo, il mondo, lo conosce bene. Così come conosce bene quelli che gli stanno attorno, i familiari, che giudicano, sentenziano, gli dànno problemi. E allora parte per una settimana sulla neve con gli amici di scuola. Parte per finta. Perché nessuno lo ha invitato, perché in quella settimana bianca non ci è mai andato. Si rinchiude nella vecchia cantina del palazzo circondato da lattine di coca-cola, cibo in scatola e il gioco preferito. Ha un compito per quest'ultimo: distruggere il mostro. Ma i mostri, si sa, mica li distruggi col virtuale. E allora va, Lorenzo. Va a sdraiarsi sul divano che sta nella cantina, va a rispondere alla madre che lo chiama al telefono continuamente per chiedere "Tutto bene?".  E lui: "Sì". "C'è neve?" "Un po'".

    Ammaniti racconta, descrive i particolari con maestria. Niente è affidato al caso della narrazione. E in questo lo scrittore dimostra di possedere mezzi validi, giusti.
    "Potevano essere le tre di notte e io galleggiavo, con le cuffie in testa, nel buio, giocando a Soul Reaver quando ho avuto l'impressione che ci fosse un rumore nella cantina. Mi sono tolto le cuffie e ho girato lentamente lo sguardo. Qualcuno bussava contro la finestra. Ho fatto un salto indietro e un brivido mi è scivolato sulla schiena come se avessi dei peli sul dorso e qualcuno li stesse accarezzando. Ho soffocato un urlo. Chi poteva essere?"

    Chi poteva essere? È Olivia Cuni, la coprotagonista che si presenta a metà del romanzo. Bella, magra. Troppo. Olivia è la sorellastra di Lorenzo. I due si sono visti poche volte prima del nuovo incontro. Olivia cerca aiuto perché non sta bene. Ammaniti dà al quattordicenne Lorenzo l'espressione dell'età, anche in questo caso, che viene tradotta con il bene umano dettato dall'essere un ragazzino. I ragazzini sono buoni. E Olivia diventa ospite della cantina per qualche giorno. I due sopravvivono alle difficoltà della clausura, si aiutano, si menano, si ringraziano. E poi stringono un patto per la vita. Sarà breve. Com'è breve la sopportazione di Olivia soggetto di dipendenza dalla droga. Sarà breve come il romanzo, 112 (centododici) pagine che raccontano il vissuto bambino mio, tuo. Pagine che leggi in fretta senza accorgerti della fine. Come per l'adolescenza.

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    recensione di Daniele Campanari

  • Il secondo libro di Luca Gamberini sembra puntare tutto sulla ricerca e sulla parola. Sembra. Perché i “Racconti per bambini adulti” di Luca Gamberini, bolognese classe ’67, sollevano una cortina giocosa davanti ad una sensibilità acuta, che mangia malinconia a piccoli morsi. Il libro è da centellinare perché è come un torrone al cioccolato fondente: si presta ad una masticazione lunga, ha un sapore intensissimo e fa viaggiare.
    Quelli di Luca Gamberini sono racconti in poesia, poesia che si fa racconto.
    È glissando le rime, mentre scandiscono i pensieri più profondi e donano loro gradevolezza e leggiadria; scavando tra le righe; scansando il non detto, i desideri, la nostalgia; filtrando i giochi di parole e danzando insieme alle consonanti; e assecondando l’onda di parole, e non contrastandola, che ci si riesce a divertire insieme a Luca. Ché lui, si vede subito, a scrivere si diverte, e anche a mescolare le carte. Il suo scrivere è diretto a chi ha l’esperienza di un adulto ma vuole ancora guardare le cose come un bambino, nella loro meraviglia, elemento sottolineato anche dalla bibliotecaria Paola Bergamini che ha firmato la prefazione al libro. Ecco che le distanze si fanno più profonde e più sottili insieme, la realtà diventa oggetto e soggetto di riflessione, e si vive uno switch continuo tra le verità interiori e quelle esteriori, che quasi mai collimano.
    È un modo diverso di imparare a guardare le cose, che strappa sorrisi, stupisce e lascia interdetti a volte.  I “Racconti per bambini adulti” di Luca Gamberini sono una strada che si apre dentro di noi, e fanno come la neve: candida e pungente, ti abbacina all’inizio, ma cos'è che nasconde lo scopri solo dopo che è passata.
     
    “Maggio è un mese interminabile, che poi ti accorgi, al fine, che pareva appena incominciato. A Maggio fioriscono i pensieri seminati durante le giornate più corte, a Maggio difficilmente si ha paura, Maggio è un Settembre pieno di speranza, è il mese in cui tutto è cominciato, è un pretesto in cui recita bene perfino chi non conosce il testo”.

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    recensione di Cristina Mosca

  • “Soglia critica” è il titolo del romanzo di Alessandro Prandini, ma è anche lo schema interpretativo ingegnosamente suggerito, per consentire al lettore più accorto di indovinare la soluzione dell’intricato caso poliziesco.
    Da due omicidi, contraddistinti dallo stesso singolare “modus operandi”, prende l’avvio l’indagine del commissario Scozia, collaudato e vincente protagonista della precedente opera d’esordio dell’autore modenese. Per risolvere i delitti, il poliziotto, affiancato dalla sua assistente Fiorentino, a cui è legato da una mutevole relazione sentimentale, cerca ancore in un passato lontano, ma che sempre più manifestamente sembra riversarsi nel presente, plasmandolo e riplasmandolo secondo oscuri moventi, la cui inquietante e criptica rappresentazione aleggia su tutto il racconto. Ad un antico sodalizio dai risvolti massonici, stipulato tra quattro amici determinati a raggiungere il successo personale, in una sorta di mutuo soccorso, sembra agganciarsi la presenza sulle scene dei delitti, di una copia della celebre opera “Bel ami” di Guy de Maupassant, dove la caparbia e irriverente ambizione di Duroy, sinistramente richiama quella del piccolo gruppo di un tempo.
    Lo stile, ora descrittivo e meticoloso, ora sincopato, rallenta ed accelera il ritmo della narrazione rendendola simile alla sceneggiatura di un film, dove le immagini che si affacciano nella mente di chi legge, hanno l’aspetto di singoli fotogrammi montati in una pregevole e suggestiva sequenza.
    I numerosi sfoggi di erudizione nel campo della letteratura, dell’arte, della musica e… persino della culinaria, impreziosiscono lo scritto ed un certo approfondimento psicologico dei principali personaggi, nonché l’assenza totale di qualsiasi indulgenza verso scene truculente o pulp, che altri autori meno eleganti o sensibili avrebbero certamente inserito, data l’intrinseca scabrosità dell’argomento, lo rendono qualcosa di più di un semplice libro poliziesco.
    Dunque, nell’insieme, un’opera fluida e scorrevole, estremamente godibile che lascia l’impaziente desiderio di leggere al più presto una nuova avventura di quella che ormai si può ritenere una vera e propria serie ben congegnata ed intrigante.

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    recensione di Giovanna Albi

  • “In principio era L’Elefante che con la sua saggezza governava bene il suo popolo. Poi era arrivato L’Uomo che negli anni aveva violato i confini che la natura gli aveva imposto invadendo spazi non suoi. Il popolo dell’Elefante ne aveva sofferto, ne era rimasto quasi annientato. L’Uomo chiedeva sempre più terreno per il suo popolo in continua crescita e per gli animali che allevava e teneva al suo fianco e questo non era il peggio. Il popolo dell’Uomo, sempre più numeroso, stava schiacciando il popolo dell’Elefante chiedendo sempre maggiori tributi di sangue. L’Elefante si era trovato negli anni a percorrere pianure sempre meno vaste, sempre più intrappolato in confini imposti dall’Uomo e dentro i quali era più facile essere da questo massacrato. Il suolo dell’Africa per secoli si era dissetato del sangue di milioni di elefanti trucidati allo scopo di essere depredati dei loro trofei, del loro orgoglio, delle loro zanne.
    Ma l’Uomo, così astuto e intelligente, aveva saputo sorprendere l’Elefante. Alcuni membri del popolo a due zampe, negli anni divenuti sempre più numerosi, avevano mostrato amicizia, avevano manifestato solidarietà, addirittura li avevano protetti. L’Elefante riusciva persino a capire, nella maggior parte dei casi, quando poteva fidarsi e aveva imparato a farlo […]”

    Perché iniziare una recensione di un libro così? Io direi che non c’è altro modo per presentare il mondo matriarcale degli elefanti di Udzungwa. Un libro che parla di due popoli a confronto, quello centrale che è quello animale, nella fattispecie degli elefanti, e quello civile, - che poi in realtà di civiltà ci sarebbe molto da discutere -, umano.
    Il libro si costituisce e si costruisce per tappe, diventa una progressione delle avventure del corpo animale, che di volta in volta sembra stupirsi delle sue stesse gesta.
    Nel libro si parla spesso di viaggi, di spostamenti che gli animali fanno per motivi che non sono ovviamente sempre gli stessi: si inizia con la fuga dal massacro, e la perdita di numerosi elementi centrali nel genealogia della storia, per imbattersi poi nel fenomeno migratorio che silenziosamente e secondo il principio dell’eco-sostenibilità naturale della natura si presenta ciclicamente, si arriva di nuovo a scontri, a fughe, a riprese di viaggi, per poi tornare allo scontro. Ma questo è solo un piccolo sipario di ciò che è nascosto dietro le avventure degli elefanti dell’Udzungwa; ciò che rende interessante il libro, oltre comunque all’evoluzione della storia che rispetta una certa linearità di impostazione, è l’analizzare il comportamento animale, e magari confrontarlo con l’agire umano. Di fronte a certe situazioni, magari il lettore potrebbe rimanere sorpreso nel rendersi conto che l’elefante in una data situazione attui un certo tipo di comportamento, l’autrice però sagacemente non si limita solo a presentarci i comportamenti animali, ma cosa più importante ne dà un senso, una spiegazione, li concettualizza.
    Nell’evoluzione cronica della storia, che non rispetta temporalità se non quella che ha immaginato l’autrice in principio, ci si imbatte nel momento della fertilità animale, argomento avvincente, e che secondo me è anche un po’ il nodo di raccordo di tutta la storia, che capirete il perché solo leggendo fino alla fine il libro. E’ interessante poter leggere di un argomento tanto discusso come la sessualità animale, nel caso specifico di quella degli elefanti in quanto categoria, anche se questo è solo uno dei tanti tasselli della storia.
    Particolarità del libro è data dai nomi degli animali che sembrano un po’ ricalcare i loro istinti caratteriali, si può incontrare Placida, Timida, Dispettoso, Marula,Smilza, Irrequieta (la vera regina di tutta la storia?) ecc.
    Un altro elemento che divide, in quanto spezza la storia, è l’unico personaggio umano, che allo stesso tempo assurge alla funzione di collante è il veterinario Andrea Valcanover che avrà anch’esso un ruolo chiave nella storia, e sarà portavoce di sentimenti positivi.
    Se volete leggere una storia interessante che intersechi il polo umano e il polo animale questo è il libro che fa per voi, che non è frutto di un lavoro occasionale e marginale, anzi è sintesi di un lavoro di circa vent’anni dell’autrice che solo oggi prende pienamente forma.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Da tempo uomini, donne e bambini chiedono alla poesia di presentarsi: nome, cognome, età. E qual è l'espressione del volto, se malinconico, distratto o ironico. Il tempo passa. Troppo in fretta, forse. E la condivisione, a oggi, si assesta tra pochi intimi. Probabilmente perché non è questa a essere ricercata. Ma ancora regge il diritto di pensare alla poesia come l’arte di tutti: donne, uomini e bambini.

    Simone di Biasio si presenta col suo “Assenti ingiustificati”. Stop: chi sono gli assenti ingiustificati? “Sono tutti, siamo tutti. Anche un giovane appena venuto, anche lui è assente ingiustificato”, dice il poeta Claudio Damiani (che firma la prefazione), “voce bianca” della poesia contemporanea italiana. Simone è un giovane ed è appena venuto. Dove?, sulla Terra nostra? No. C’era già. Simone è appena venuto con la poesia, per la poesia. E lo tieni stretto. Simone parla una lingua nuova, quella degli anni in cui vivi, quella degli anni suoi (venticinque) per cui vive. La stessa lingua de “La Traduttrice” (pag.24) Korinne, badante della nonna: “Korinne / è la sua traduttrice dal Parkinson / in rumeno e poi italiano / e ha imparato due nuove lingue: / il dialetto e il sottovoce, / impronte foniche della nostra sorte”. 

    Ho detto “lingua”, prima. Non voce. Perché la voce a differenza della lingua è strumento distinguibile adatto al cambiamento, sì, ma non per tutti. In “Gabbiani in riunione” (pag.52) la corda vocale è nitida, lunga, celeste. Come per questi uccelli diversi dagli uomini perché, di natura, capaci a volare: “Sono appena di ritorno / da un direttivo di gabbiani, / volati per mia indiscrezione. / Disposti in cerchio sulla sabbia / sono rimasti in attesa / che il calcio delle loro zampe si asciugasse: / poi era già il tempo di lasciare / altrove un’orma, / di rimettersi le ali / che l’uomo non ha mai saputo usare”.

    L’ironia reale e sociale di alcune poesie è entusiasmante. E per forza rifletti sui versi, sugli accenti digitati quando sai che a parlarti è uno che dei canali virtuali ne fa uso quotidiano. Simone scava per il bunker, trova la “Fine dell’inizio” e dice: “Ma cosa penserebbero / Socrate / Gesù Cristo / Ulisse / persino l’homo erectus / o, che so, Pipino il Breve / a vedersi in pagine che non conoscevano / a sentirsi citare su Facebook / abusati tra i rami dei tweet /…”

    Insomma, quando uomini, donne e bambini chiedono alla poesia di presentarsi bisognerebbe invitarli alla lettura autonoma, prima, alla stretta di mano per effetto e all’arrivederci educato, dopo. Accompagnare loro verso parole comprensibili, attuali per compagnia dell'età. Dipingere a larghe pennellate tutto ciò che vedono, dalla natura degli uccelli agli affetti sociali, dai nonni alla ricompensa che può dare un armadio ("La ricompensa dell'armadio", pag.32). Smettere di annoiarsi. Anche se, dice ancora Simone in “Assenti ingiustificati” (pag. 30), poesia eponima per la raccolta, “… gli uomini non sono bravi, / non sono affatto bravi, / sono eterni ripetenti”. Ripetere non piace a nessuno, certo. Ma se siamo “tutti come allievi, tutti giovani come Simone, appena entrati nel mondo”, allora, dico, la ripetizione venga a versare parole con la sua calma. Così, forse, non devi nemmeno giustificare l’assenza.

    [... continua]
    recensione di Daniele Campanari

  • "Ballata di ogni artista" è il nuovo romanzo di Bruno Panebarco, nel quale l'autore, come recita la quarta di copertina, ci conduce per le strade di Porta Palazzo e del "Quadrilatero romano" a Torino, oltre che attraverso le gallerie d'arte che popolano questa città.
    Una dimensione spaziale ben delineata dunque, che lascia immaginare scenari e atmosfere precise. Il romanzo è percorso da nervature proprie del genere giallo che costituiscono lo sfondo della storia la quale ruota attorno alla figura dell'artista e della sua esistenza. In un'ottica universale dove l'artista diventa paradigma della ricerca di un proprio posto nel mondo. Il bisogno di essere visti, riconosciuti, apprezzati in modo tale da poter avere una sicurezza emotiva ed economica tale da potersi dedicare con tutto se stessi alla propria attività artistica: è questo il grido dell'intera storia. Il personaggio principale, Ruben, è un giovane uomo dal cuore puro che crede nelle idee e che si scaglia contro la mercificazione del mondo dell'arte, un mondo fatto di affaristi e di persone che mercanteggiano materia e oggetti invece di celebrare il valore dell'arte. Metafora dunque dei nostri tempi dove dell'arte e della cultura si è fatta una merce cui dare un prezzo e con cui lucrare. Ruben è un girovago anticonformista e contestatore che cova nel suo passato un dramma profondo. Non è disposto a lasciarsi sottomettere dai giudizi di critici d'arte poco propensi all'onestà intellettuale. Questo coacervo di rabbia, sfiducia, rancore e furore lo condurranno a seguire strade complesse e turbolente all'insegna della propria affermazione e realizzazioni artistiche. Abbandonando progressivamente ogni relazione umana si ritroverà in una dimensione di solitudine. Una solitudine in cui coltivare il mito del genio folle e incompreso (l'autore in un'intervista parla di "delirio di onnipotenza"). Un romanzo dunque diretto, immediato e intrigante dove suspance e narrazione i troppe trova si fondono in un crescendo di incisività.

    Il testo presenta attente descrizioni.

    "Piazza della Repubblica, meglio conosciuta come Porta Palazzo, era più affollata di un centro commerciale all'ora di punta. La gente si aggirava vociante tra i banchi del mercato all'aperto, dai quali si levavano le caratteristiche urla di venditori ambulanti. I corridoi delle due strutture coperte che ospitavano le rivendite di abbigliamento, calzature e articoli sportivi da una parte e il mercato del pesce dall'altra, erano, se possibile, ancora più intasati e caotici. Per decenni, da prima che la grande distribuzione con i suoi mega centri colonizzasse la periferia cittadina, Porta Palazzo, aveva attratto migliaia di avventori, per la grande varietà del prodotto offerto e per la possibilità, piuttosto rara in una città così lontana dal mare come il capoluogo piemontese, di acquistati pesce fresco. Arrivava gente perso dalla Francia."

    Le descrizioni lasciano poi posto a immediati dialoghi:

    "Ballarini era solo un pervertito, un porco libidinoso che meritava di essere schiacciato come uno scarafaggio!"
    "Eppure, se sei riuscito a fare qualcosa, ad arrivare dove sei arrivato, lo devi a lui. Perché lo odiavi tanto?"
    "Ma che cazzo ne sai tu, di come stavano le cose? Delle umiliazioni che mi infliggeva, del disprezzo che aveva nei miei confronti. Mi trattava come una pezza da piedi, peggio! Come uno schiavetto che doveva accorrere e sottometterai ad ogni suoi capriccio, soddisfare tutte le sue perversioni, le sue deviazioni, le sue schifose voglie sessuali!"
    "È per questo che lo hai ammazzato?"
    "Sì. Doveva crepare quel bastardo! Doveva pagare per il male che mi ha procurato e che mi hanno fatto quelli come lui. Non avevo dieci anni quando cominciavano a mettermi le mani addosso, quelle bestie schifose. Eliminarlo dalla faccia della terra era un mio sacrosanto diritto!"

    Un romanzo, insomma, da scoprire pagina per pagina.

    [... continua]
    recensione di Claudio Volpe

  • Un'infanzia spensierata e piena di avventure può aiutarti, quando sei grande, a prendere la decisione giusta per scegliere la strada della felicità? 
    Forse no, ma sicuramente un po' aiuta.
    Questa è la storia di un bambino come lo erano tanti di noi, con due genitori che lo amavano tanto da non voler fargli pesare l'asprezza di una vita piena di tribolazioni e sacrifici.
    Ma si sa, i bambini capiscono anche quando le cose non si dicono. 
    Sarà un'estate a cambiare tutto. Uno scorcio su una stagione di felicità. Una vacanza da una zia molto temuta, si rivelerà un'avventura piena di emozioni e risate. Ci saranno tanti piccoli amichetti, con i quali giocare liberi in campagna e combinare marachelle, e poi uno zio in gamba pronto a infiammare ancora di più la loro fantasia di piccole persone, che vedono il mondo con altri occhi.
    E i genitori, che pur di garantirgli la felicità e anche un futuro, sono pronti ad andare incontro all'umiliazione.
    Ecco, una storia che tanto spensierata poi non lo è, ma che ci ricorda le famiglie come le nostre, quasi di un'altra generazione: quella dove i bambini si proteggono e i problemi si tengono nascosti, volendosi bene anche nella cattiva sorte, mascherando la preoccupazione con sorrisi, storie fantastiche o sorprese inaspettate, per poi affrontarli tra grandi quando i bimbi sono a letto.
    Genitori uniti nel bene e nel male, figli liberi di vivere l'infanzia scorrazzando nel mondo parallelo della fantasia.
    Un giorno, poi, si cresce e si devono prendere decisioni da grandi, quelle che non si sa se sono giuste. In quei momenti si guarda al passato, si ripensa agli adulti che ci hanno insegnato tanto, ai giorni di una spensieratezza disarmante e, magari non si riesce a fugare ogni dubbio o ad aver la certezza di scegliere bene, ma a una domanda si che si riesce a rispondere: "Sono felice?".
    Inutile dire che se si sa la risposta, si può trovare anche la strada e andare incontro alla felicità.
    "Profitto non vuol dire progresso", la dedica dell'autore. Ho capito cosa voleva dire solo alla fine di questa breve storia, che mi ha sorpreso positivamente.

    [... continua]
    recensione di Katia Guido