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Recensioni

“Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore”
Edward Morgan Forster


Protagonisti di questa pagina sono i libri dei nostri autori e quelli di nomi celebri; se anche tu hai pubblicato un libro e vuoi farlo recensire, chiedi alla Redazione cosa fare.
Se invece ti piace scrivere recensioni, scopri come entrare a far parte del Comitato dei lettori.

elementi per pagina
  • Nessuna storia con la quale affascinare. Questa volta, Alessandro Baricco si siede vicino al lettore ed inizia ad elencare una serie di libri, stando ben attento a centrarne la bellezza, la particolarità. “Una certa idea di mondo” è un insieme di recensioni venite fuori direttamente dalla penna di Baricco e di conseguenza, riferibili ad alcuni libri che l’autore vuole portare a conoscenza del curioso lettore. Troveremo quindi, un elenco di ben 50 libri recensiti da Baricco ed ovviamente dallo stesso selezionati. Ma viene da subito rimarcato il fatto che in questa raccolta non troveremo i migliori 50 libri che lo scrittore torinese ha letto nel corso della sua vita; più semplicemente troviamo quelle opere che negli ultimi 10 anni hanno, per un motivo o per un altro, attirato l’interesse dello stesso. Come Baricco sottolinea: “E vorrei ricordare che non sono i cinquanta libri più belli della mia vita, quella sarebbe stata un’altra cosa... sono il frutto del caso, niente di più. Non ci sarà 'Viaggio al termine della notte', per capirsi né 'Anna Karenina' (me lo tengo per qualche lungodegenza, augurandomi di non leggerlo mai".
    “Una certa idea di mondo” nasce raccogliendo una serie di articoli (recensioni vere e proprie), che periodicamente Alessandro Baricco ha presentato sulle pagine del quotidiano “Repubblica”. Non si riscontra, ed è ovviamente un bene, alcun filo logico nei titoli scelti dall’autore, considerando che si passerà da libri famosi a libri meno conosciuti; da scrittori di fama mondiale ad altri difficilmente rintracciabili negli scaffali di una comune libreria. Ritroveremo quindi pezzi di storia, come “Il Gattopardo” e novità letterarie ben meno “classiche” come ad esempio “Open”, autobiografico di Andre Agassi. Passeremo per “Colazione da Tiffany” di Truman Capote a “La Paga del Sabato” di Fenoglio. Eppure, sarà estremamente facile, in fin dei conti, rendersi conto che Baricco sa catturare l’attenzione e la curiosità soprattutto su quei titoli così poco conosciuti. Sa farlo con la maestria, l’eleganza, il sarcasmo e l’intelligenza di chi sa racchiudere la bellezza e il significato di un intero libro in una frase, in un pensiero, in un passaggio che abilmente riporta nella sue recensioni.
    Si deve sottolineare che questa volta, a differenza della maggior parte dei suoi lavori, la scrittura di Alessandro Baricco appare più rilassata, più intima e frizzante. L’autore si pone davvero al fianco del lettore e lo porta per mano nella sua personalissima biblioteca, con l’acutezza di presentargli tomi, a volte anche ostici e spigolosi, con una battuta umoristica ed un costante filo di sarcasmo. Certo, non mancano le sporadiche digressioni, più o meno accentuate, alle quali lo scrittore si abbandona ma, a chi ha creato opere sublimi come “Oceano Mare” o “Novecento”, si potrà pur concedere qualche minuto in più di lettura per arrivare ad esplicitare meglio un concetto.
    La raccolta di recensioni offerta da Baricco, è in definitiva un libro a cui accostarsi con una viva curiosità che sicuramente verrà ripagata. I consigli sono vari, diversificati, interessanti e, per alcuni versi, inaspettati. Un libro al quale, inevitabilmente, seguiranno altri 15 o 20 libri che, scelti dall’elenco, correremo immediatamente a prelevare dalla più vicina libreria.

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • La comunicazione con i figli è importante. Lo è per incoraggiare, spiegare, scherzare, rimproverare, correggere e per unire.
    Purtroppo quando un figlio è affetto da autismo questo meccanismo si inceppa.
    Non valgono le misure e i metodi convenzionali per poter entrare nel loro mondo. In più le piccole fissazioni che possono avere per un determinato colore o cibo, i dialoghi senza logica apparente, azioni ripetitive, l'ossessione a sistemare e risistemare gli oggetti non aiutano a sopportare la situazione.
    Il medico ha dato il suo verdetto. Franco però non si è tirato indietro e ha guidato Andrea per diciasette anni attraverso terapie tradizionali, sperimentali e spirituali. Ha trovato il suo modo per comunicare più in profondità con il figlio attraverso la scrittura al computer, ma nonostante questo è solo con la madre che ha più volontà ad esprimersi.
    Così progetta un viaggio in America per le vacanze estive, nonostante le perplessità di amici e di medici, l'incoraggiamento di pochi, lascia a casa moglie e il figlio più piccolo e parte all'avventura con Andrea. Nessun itinerario specifico, nessun limite di tempo, solo tanta voglia di libertà e tante preoccupazioni. Saranno accettati o saranno rispediti subito in Italia? Perderà Andrea per strada o gli capiterà di tutto? Le normali paure di un genitore saranno moltiplicate per dieci a volte cento, ma anche le soddisfazioni e soprattutto le emozioni.
    Il viaggio di un padre che vuole insegnare a un figlio a difendersi dal mondo, dove finisce invece per imparare da quest'ultimo ad abbandonarsi alla vita. L'America si rivelerà persino troppo piccola per loro due che finiranno persino in Guatemala. 
    Sembra un racconto inventato e impossibile da vivere, una sorta di "Rain Man" con Tom Cruise e Dustin Hoffman, invece è tratto da una storia vera, un on the road incredibile e toccante e vi farà capire cosa può fare l'amore dei genitori per i propri figli, anche se i problemi sembrano insuperabili.

    [... continua]
    recensione di Stefano Bergamasco

  • E’ il secondo libro che leggo di De Carlo dopo forse il suo più famoso Due di due. La storia vede l’incrocio di due protagonisti all’estremo della diversità, uno è Leo Cernitori che dopo un matrimonio fallito evita ogni coinvolgimento emotivo. Lui è un fotografo e cerca attraverso il fermo immagine di bearsi della staticità dei momenti, lei è Emanuela, una musicista, suona l’arpa e con il suo suono riuscirà a far uscire Leo dalla neutralità affettiva. Mi è piaciuto molto il concetto dell’arco, ovvero ogni storia raggiunge il punto massimo dell’arcodamore, ma questo non può inevitabilmente durare per sempre. Leo e Emanuela vivono la loro vita in bilico tra estrema passionalità (apice dell’arco) incomprensioni (arco che si curva) e odio (arco che sta quasi per spezzarsi).

    "«Secondo te c'è un tempo fisso? C'è un termine entro cui qualunque storia si esaurisce ed è tutto finito?»
    «non so se è fisso,» ha detto lei. «ma c'è un tempo, credo. per me è sempre stato così, almeno.»
    «ma è una specie di legge fisica?» le ho chiesto, e il paesaggio di monti freddi e spogli fuori sembrava ancora più freddo e spoglio alla luce della luna. «una specie di legge naturale che non si può eludere in nessun modo? non importa quanto forte è lo slancio all'inizio?»
    «non credo che ci siano leggi nei sentimenti,» ha detto manuela. riuscivo a sentire la fatica che le costava tradurre i suoi pensieri in parole: e la perdita di colore che c'era in ogni traduzione. ha detto «ma è una specie di arco, no? può essere tondo o lungo o basso o stretto e alto come una porta, e magari prima ancora che tu incontri qualcuno hai già dentro di te l'inizio di una curva e lo senti e non capisci cosa sia. poi ci sei sopra e fino a un certo punto ti sembra di salire e salire soltanto, e ti fermi e sei in alto e ti sembra che possa durare così per sempre e non ti rendi conto che stai già cominciando a scendere verso terra di nuovo». «ma perché succede?» [...] «non lo so,» ha detto lei. «forse è solo che tutto finisce. E di quello che non finisce ci si stufa.» [...] «anch'io ho sempre pensato di trovare un arco d'amore che non finisce mai.» "

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Questa è la storia di Arno e Sara, due giovani ragazzi che vivono un rapporto alquanto difficile, potremmo dire a più riprese, a spezzoni, un mordi e fuggi che lento segnerà il loro destino. Lui violoncellista alla scala di Milano, lei mamma a tempo pieno, la coppia ha tre bellissimi bambini: Maria, Elia e Carlo, e tanto lavoro c’è da fare con tre figli che crescono e che hanno esigenze diverse. Il loro rapporto sembra protetto da ogni tipo di attacco, ma Sara ogni giorno che passa sembra sempre più distaccata, non felice, non appagata dalla vita che le impone come comportarsi e agire. La loro storia ha avuto già dei precedenti, Sara è stata la prima ragazza di Arno, ai tempi delle giornate in spiaggia, della crescita individuale, del subbuglio che gli ormoni danno al corpo. Poi tutto finisce, le vite si separano e proprio quando tutto sembrava non avere più senso per Arno, Sara ritorna nella sua vita con estrema naturalezza, quasi che si fosse fermata un attimo in un bar, per poi essere ritornata; quasi come aver premuto il tasto "play", dopo aver messo in pausa la loro storia, con indifferenza, con sapienza, con disciplina Sara si è ripresa il suo amore. Ma forse non è proprio quello che in realtà voleva? Dietro alle carezze, ai baci, alla sazietà dello scontro dei corpi, ci sono tante verità celate che Sara tiene nascoste, di cui Arno è all’oscuro completamente, tante bugie, tante assenze, tutto un passato riscritto e riveduto che non combacia con ciò che è accaduto effettivamente nella realtà. Già mentendo sulla condizione di Mina, madre di Sara, sul buio degli anni passati con altri uomini, su quella parte del suo animo tenace, selvaggia, scalatrice di montagna che vedrà tutto sgretolarsi, affondare, morire in un ghiacciato mare che è il senso di colpa. In fondo Sara per questo scappa di casa improvvisamente poco prima del Natale, lasciando i figli, ma soprattutto Arno incredulo, che non riesce a spiegarsi il suo comportamento e ogni volta pensa che sia tutto frutto di uno brutto scherzo e che Sara stia per tornare: «[…] Sono sicuro che il tuo è uno scherzo, o forse un regalo: volevi farmi sperimentare un pomeriggio con i bambini, una giornata a casa… non è male, sai? Hai fatto bene a obbligarmi a provare. Magari d’ora in poi il lunedì, che non lavoro quasi mai, sto io con loro, e tu ti prendi una pausa, vai al cinema, a una mostra. Oppure pranziamo tutti insieme. Faccio per telefonarti e dirtelo, quel che ho deciso, voglio ringraziarti per avermelo fatto capire, ma preferisco non rischiare di non trovarti davanti a Carlo. Tanto sono sicurissimo che prima delle sei, quando terminerà la lezione di violino ed Elia rientrerà dalla piscina, sarai tornata anche tu. Bene gli scherzi e i regali, ma non faresti mai agitare i bambini, sono sempre stati il tuo primo pensiero, anche troppo». In fondo Sara è la versione ideale di Katrina, sua eroina di fumetti; troppo scossa dai traumi che la vita gli ha presentato. Arno attraverso le sue ricerche verrà a conoscenza del passato di Sara, e ne resterà stupito, anche sentendosi in colpa per certi suoi comportamenti, riuscirà l’amore a riaffiorare e infiammare di nuovo gli animi dei due?

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • "Se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino."
    L'espansione della rivoluzione industriale di fine Settecento, l'abbattimento di foreste e l'esplosione della crescita demografica crearono immediatamente negli spiriti più sensibili, un acuto desiderio all'allontanamento.
    Tra le voci, sovrastante fu quella di Thoreau, un profeta incendiario che, in questo saggio fa del cammino non solo l'atto meramente esperienziale dell'inoltrarsi a piedi in foreste e paludi, ma piuttosto un sincero ascolto, un'ascesi profonda nei meandri dell'anima. Una crociata che esclude l'ozioso vagabondare, il cammino scelto dal pellegrino al grido di ''ultreya'' fino ad arrivare alla sorgente iniziatica.
    Thoreau è nel corpo della sua esperienza, ma richiama il lettore con fervore, alla consapevolezza che solo il movimento non può essere cammino, necessaria la presenza costante dello spirito, come unità armonica fusa all'interno dei profumi muschiati della natura.
    Una natura selvaggia dalla quale dipende la salvezza del mondo e dalla quale l'uomo può attingere la propria essenza originaria, al di sopra delle leggi, in seno ad una conoscenza autenticamente selvatica.
    Consigliato ad uomini non addomesticati. A coloro che vogliono intraprendere un viaggio e a chi il viaggio lo ha già intrapreso. 

    [... continua]

  • L'autore presenta il suo libro come una "Raccolta di schegge di vita": ed è proprio così che si apre davanti ai nostri occhi questo testo, con una serie di abbaglianti sensazioni, riflessioni in forma di commento ai fatti legati al gruppo musicale che dà il titolo al libro, i Beatles, accompagnate da immagini che devono sicuramente essergli molto care.
    Primerano è un entusiasta: dall'infanzia e dall'adolescenza, con tutti i loro bagagli di scontri e speranze disattese e corteggiate, rinasce alla vita adulta proiettato nel futuro, senza nulla rinnegare degli errori, ma sicuramente con un'inesausta capacità di godere dell'esistenza.
    Amicizia, amore: la musica accompagna questi sentimenti lungo un percorso su di una terra natale appassionatamente incisa nell'anima come un gioiello che non si può mai dimenticare.
    Ci sono pagine affascinanti dedicate a Roma, altrettante ne troviamo a raccontarci l'infinito amore che Primerano sente per la natura e su tutte, costantemente, vibrano le parole con le quali l'autore insiste, nonostante tutto, a dichiarare il suo straordinario interesse per la gente e per la vita.
    Il futuro, per l'autore, non è un'incognita, ma è un territorio incontaminato da scoprire, perché leggendo i suoi aforismi, i suoi brevi testi, ci rendiamo conto che per lui la vita è davvero un'avventura infinita.
    Gli auguriamo sinceramente di continuare ad albergare nel suo cuore questo slancio, affinché anche noi si possa continuare a dire: Francesco, ti voglio bene.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • "Prima del crepuscolo" è la seconda raccolta del pluripremiato Manuel Paolino. Il titolo della silloge è preso da una poesia contenuta nell’opera, che ci introduce nell’animo e nelle parole a cui l’autore dà vita: “Scorgo/ la mia vita/ tra quelle montagne/ disegnate con le loro curve/ sul tiepido abbaglio/ […] e mi vince/ in un abbraccio di luce”, il sole sembra essere l’inizio e non la fine di un incontro che riscalda il corpo. La raccolta è composta da trenta poesie, tutte hanno un elemento peculiare quale la sofferenza, che è vista però sotto molteplici aspetti come in “Le mie domande”: “Non c’è spazio/ né condanna/ non ci son suoni/ né perdono/ i sospiri tacciono/ nel tempo/ scandito/ da queste foglie/ che si sbriciolano”, tutto è in un continuo avvenire, e un lento progressivo esaurirsi, tornare alla terra. Altri versi ancora ci introducono al concetto di fine, di esaurimento di speranze: “[…] In questo/ varco/ spalancato/ le profezie/ galleggiano/ su felicità/ interrotte”. Nel percorso poetico che l’autore ci presenta si trova elogio anche alla stessa forma di scrittura, che cresce, si evolve, è spontanea, sembra rifugiarsi sotto una coltre di foglie per proteggersi da ogni possibile discrezione: “[…] Lei si ascolta crescere/ sui verdi piccoli colori/ mentre io/ la contemplo/ e scrivo/ rugiada/ di poesia”. Attraverso due percorsi il poeta ci apre i sentieri del verseggiare, uno più intimistico, che è portavoce di sogni, speranze, desideri (forse mai diventati realtà), e l’altro più arioso, aperto, conviviale per ogni possibile intimo ritrovarsi. Intimità e sofferenza diventano un tutt’uno: “Esplodono/ alle spalle/ cadono/ incessanti/ […]/ in posa/ per il finale/ Fu solo pioggia”. C’è spazio anche per sprazzi di eterea speranza, di gioiosità in scadenza: “Si mischiano/ con le pietre del fiume/ i piedi degli angeli/ […]/ Siam figli/ superstiti/ feriti/ fra cortine/ di speranza”. Ma quel guizzo di labile felicità, trova conferma anche nel più alto, onesto, gentile, ma anche strano, indecifrabile, aguzzo sentimento che da tanti anni muove la mente, il corpo, la vita: l’amore. Conferma di ciò l’abbiamo in “Un uomo”, ma non solo: “[…] Ascolta il suo grido/ madre/ perché se c’è una cosa/ che nessun vociare/ né alcuna morte/ può cambiare/ è l’amore/ che sana/ le cadute/ su quei cammini rovinosi/ di cui ancor non vedi/ i petali sommessi/ - /Non c’è più notte/ dietro lo specchio/della quale tu possa/ aver timore”.
    Versi per sognare, per decidere, per lasciarsi naufragare in un mare in tempesta, che risuona al dolce frastuono dell’ingannevole semplicità.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Il pregio di “Tutto cambia” di Alessandro Prandini è che riesce a interessare anche chi non ama la letteratura di genere. In una scrittura agile, che dà la precedenza alla storia rispetto alle introspezioni e lancia input quel tanto che basta su personaggi e ambienti, questo romanzo giallo racconta la vicenda classica del suicidio che forse non è un suicidio bensì un omicidio. O almeno, è da qui che inizia. Una casa asettica e troppo pulita, un figlio troppo impassibile, una moglie troppo vivace fanno da scenario al fu Giulio Roversi, amico del commissario Scozia. La sua morte non convince la polizia, e infatti alcuni personaggi, incontri e immancabili colpi di genio la ridisegnano pian piano. O sembrano farlo.
    La storia si snocciola fluida e a ritmo sostenuto, come una fiction televisiva, con sagge piccole tecniche di suspense che portano a leggere in fretta alcuni capitoli mentre vengono esaminati, con tempi dosati bene, i possibili indiziati, i moventi e le storie dei personaggi coinvolti. I dialoghi sono diretti e rapidi, le considerazioni ben ponderate. Il finale inatteso, perché tutto cambia se guardato da altri punti di vista.
    L’indagine è ambientata in una Bologna lucida e composta, testimone immobile delle scelte degli uomini. Il libro ha ricevuto il premio speciale Romanzo Giallo dell’edizione 2013 del concorso di letteratura a carattere internazionale “Città di Pontremoli”.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Questa è la storia di Jan Dite semplice apprendista di un albergo, di bassa statura oltre che di stato sociale altrettanto poco elevato. Due ambizioni lo contraddistinguono nella vita, la ricerca sfrenata dei soldi e il sesso. Visto il suo mestiere poco redditizio, decide di arrotondare lo stipendio facendo il venditore di wurstel alla stazione, truffando in modo geniale tutti i suoi clienti, soprattutto quelli in carrozza che pagano il cibo e aspettano un ipotetico resto che non arriverà, perché Jan è furbo, aspetta la ripartenza della carrozza temporeggiando. L’altro vizio poco qualificante, come detto prima è l’ossessione per il sesso, che non si fa mancare recandosi con costante incidenza al bordello locale. Grazie ai soldi guadagnati, si fa trattare come un signore e gode di ogni sorta di beneficio; dopo varie peripezie finalmente viene promosso cameriere. “Ho servito il re d’Inghilterra” è un po’ una storia che è vissuta in una campana, in una protezione, in uno stato superiore in cui solo ad alcune cose viene data importanza, sullo sfondo di una Cecoslovacchia degli anni ’30, il fondamento dell’importanza delle origini calpestato per un amore, il non avere percezione degli avvenimenti brutali, l’essenza di essere sé stessi in quanto soggetti che si determinano dalle loro pulsioni.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • E’ la storia di Giulia Cantini, investigatrice privata in quel di Bologna: “L'ex maresciallo dei carabinieri Fulvio Cantini si è pensionato in un bel rustico di campagna, a Bentivoglio, e ha lasciato a me le grane di questa piccola agenzia casalinga la cui attività sopravvive perlo più grazie a infedeltà, tutela della privacy, e che regge stoicamente al proliferare di agenzie investigative provviste di strumenti tecnologicamente evoluti". Oltre che di detective dal piglio "americano”, e della sua nuova collaboratrice Genzianella Serafini; il caso contingente è quello di Oliviero Sambri, detto Oliver, picchiato a sangue in una discarica di Bologna lontano da occhi indiscreti. Dietro la vita di Oliver, oltre l’aspirazione per il teatro, c’è la sua sessualità, che è diversa, non conforme alla ‘normalità’ che ancora oggi, tanto più si cerca di portare avanti come ‘giusta’ e non immorale. Grazie alla sorella Piera, il caso si riapre, e Giulia incomincia a indagare, tra locali, scatole di piacere fatta di incontri proibiti, dark room, luoghi in cui uomini si recano con la speranza di un trovare l’amore.
    “Tutte le persone che incontra, le dicono più o meno le stesse cose: Oliver che andava a letto con tanti uomini, ma forse era innamorato solo di Simone, l'attore di cinema che lo ha ospitato, che per la droga ha avuto qualche problema nella sua carriera. Oliver che faceva ridere tutti, ma non aveva il talento e la determinazione necessaria per sfondare. […] Chi era Oliver? Forse solo uno che si fidava di tutti, che si lanciava da altezze vertiginose come un Icaro perverso attratto dai selciati più che dai grattacieli, forse era nella sua natura, nel suo broncio avido e infantile, e forse non è un caso che abbia cercato in Simone il suo lato più oscuro”.
    La voglia di un amore che diviene ossessione, attraverso Giulia e le sue ricerche, attraverso lo scandagliare un mondo, quello dei gay, che non è così semplice da presentare, che è ancora oscurato da tanto perbenismo, un romanzo sul vivere, sul rifiuto del restare soli, dell’unirsi per formare un sol corpo che è statua d’amore che canta prendimi e non lasciarmi.

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Autentico maestro degli "e se" e dei "forse", José Saramago si diverte ne "L'uomo duplicato" a ragionare su un caso molto strano: come reagiremmo se scoprissimo che da qualche parte nel mondo, addirittura nella nostra stessa città, esiste qualcuno identico a noi? Identico, ma proprio identico, dalla conformazione del viso al tono della voce, ai difetti corporei alla posizione dei nei. Un esatto duplicato, insomma.
    Quando il professore Tertuliano Maximo Alfonso scopre l’esistenza di un uomo uguale a lui, passa metà del libro a cercarlo, anche con contorti accorgimenti al limite del maniacale. Forse in questa fase la lettura si stanca leggermente, anche se arricchita della vita personale del protagonista e delle solite perle aforistiche alla Saramago: prese da sole sembrerebbero illustrare una realtà banale e nota, ma nel momento in cui le vediamo scritte lì, in quel dato contesto, con quella certa associazione di idee, diventano una verità inconfutabile nella sua provvisorietà, e per questo indimenticabile.
    Mentre i fatti si sciolgono, nella seconda metà del libro, sopraggiungono altri fattori. Come reagirebbero i familiari di un uomo se venissero a sapere che non è l’unico sulla faccia della terra? Come reagirebbe, ad esempio, una moglie? Una fidanzata? Come si comporterebbe una persona se venisse a sapere che colui o colei che ama non è così irripetibile come ha sempre creduto? Potrebbe restare indifferente alla notizia o smetterebbe di dormire la notte?
    E come potrebbero relazionarsi, tra di loro, due perfetti duplicati?
    Questa indagine paradossale nell’animo umano si fa vincente grazie al colpo di scena finale, inaspettato e realistico.

    [... continua]
    recensione di Cristina Mosca

  • Desperation. Una cittadina sita nel deserto del Nevada particolarmente nota e sovente attraversata da un andirivieni di persone, operai, ingegneri, mezzi pesanti e furgoni. Tutto ciò per merito dell'attività di estrazione del rame, oltre ad altri materiali, posta in essere nelle sue oramai storiche miniere. In questa cittadina avrà luogo l'ennesimo superbo scontro sceneggiato e diretto magistralmente dall'acclamato re del brivido. A Desperation si incontreranno e diventeranno saldamente ed inspiegabilmente legati l'uno all'altro, i destini dei personaggi principali della storia narrata. Il comune denominatore per tutti loro sarà il punto di origine degli incubi ai quali saranno costretti a partecipare: l'Highway 50, lunga strada che corre nel deserto ed il poliziotto che su di essa, integerrimo e puntuale, applica i propri regolamenti. La famiglia Carver si troverà ad incrociarlo dopo aver forato le gomme del camper sul quale viaggiavano. Peter e Mary, saranno accusati dallo stesso, per una banale distrazione capitata nel momento meno adatto. John Marinville, acclamato scrittore, nell'intento di percorrere in moto le lunghe vie di quell'angolo degli Stati Uniti, si ritroverà a scambiare battute di spirito sulla sua fama e sui suoi libri proprio con il poliziotto in questione. Ma subito, tutti i protagonisti sopra citati, si renderanno conto che, nei modi di fare, parlare ed agire di Collie Entragian, questo il nome dell'uomo in divisa, qualcosa proprio non va secondo logica e razionalità. Improvvisamente, Desperation e la locale centrale di polizia, si trasformano nella location delle più brutali e violente esperienze che i nostri malcapitati si ritroveranno loro malgrado a vivere. Ecco come ci viene presentato l'ennesimo duello tra bene e male che di capitolo in capitolo, si rivelerà ben più profondo, antico e per alcuni aspetti incomprensibile all'umano intelletto. Eppure saranno esseri umani ad essere letteralmenti "usati" dalle due contrapposte forze, al fine di avere la meglio l'una sull'altra. Come sfondo alla vicenda narrata, la miniera di Desperation, con la sua storia ed i suoi segreti divenuti oramai miti e leggende da raccontarsi. Ancora una volta e con la solita genialità, Stephen King ci pone al fianco di ogni singolo personaggio, riuscendo a far trasudare dalle pagine le paure, le emozioni e gli stati d'ansia dai quali gli stessi saranno attraversati. La scrittura viva, portentosa e mai scontata sa portarci odori sotto il naso, rumori e suoni alle orecchie. Il coinvolgimento è massimo, ancor di più quando l'autore sa destreggiarsi tra le più recondite paure dell'essere umano, tra i nostri legami più profondi con le circostanze, con il malvagio, con la natura, la coscienza e la spiritualità. Tutti elementi che fortemente verranno messi in discussione, lì dove il male sa essere possessore di ciò che in apparenza appare pacifico e pacato ed il bene, che nel dispiegarsi della sua strategia, rivela crudeltà e spietatezza. Una sorpresa per ogni pagina. Un capolavoro di King che sa farci toccare con mano l'orrore e l'amore. 

    [... continua]
    recensione di Raffaele di Ianni

  • Questo libro è un capolavoro, un piccolo racconto che racchiude tutto, ritrovata speranza, ma anche successivo annullamento, luce che ti colpisce, ma anche buio che penetra.
    Nelle prime pagine ci viene descritta la San Pietroburgo che cambia e si evolve nel corso delle stagioni; il protagonista è un uomo senza nome, che ama passeggiare sulle sponde del fiume, tra i suoi pensieri, affanni, sogni irraggiungibili. Durante una di queste passeggiate arriva la svolta, il cambiamento, l’elemento di sutura tra l’immaginario e il reale. Lei è una donna affranta, che piange, che è sconsolata e triste, ma nonostante tutto accetta di parlare con l’uomo che le porge la mano in segno d’aiuto. Entrambi iniziano a raccontarsi, a conoscersi, a fondersi ognuno nel corpo dell’altro, a darsi speranza, a vomitare quei fantasmi interiori che da troppo tempo erano rinchiusi nella gabbia dell’animo. Quattro notti di conoscenza, cuori che palpitano, un passato che ritorna, l’amore che sfugge verso un passato che sembrava troppo lontano, una nonna pedulante, una nuova consapevolezza che è destinata a vivere nell’ombra, nel buio che oscura quell’aura che pareva esser donata solo dalla giovane Nasten’ka.

    “Quanto più siamo infelici, tanto più profondamente sentiamo l'infelicità degli altri; il sentimento non si frantuma, ma si concentra.”

    [... continua]
    recensione di Gino Centofante

  • Nel 1976 a Hong Kong un indovino predisse a Terzani un rischio mortale nel caso avesse volato durante l'anno 1993. Da questa profezia si snoda il racconto autobiografico, che avvince per lo stile scorrevole, per i contenuti, per le riflessioni sempre profonde e per lo sguardo dall'interno. Terzani è stato infatti un grandissimo reporter, uno di quelli che hanno il coraggio di calarsi nelle situazioni per poterne parlare.
    Alla fine del 1992 Terzani si trova dunque a dover scegliere fra il tener conto di una profezia risalente a più di 15 anni prima e il continuare la sua vita come se nulla fosse, incluso ovviamente effettuare frequenti viaggi aerei. Per la mentalità razionalistica occidentale naturalmente la decisione più coerente avrebbe dovuto essere quella di continuare per la propria strada, ma il giornalista decide invece di raccogliere la predizione come una sfida e trovare per un intero anno modalità alternative al volare, pur continuando il suo lavoro di reporter per la rivista tedesca "Der Spiegel". La raccomandazione dell’indovino diventa così una opportunità per riscoprire un altro senso del tempo e delle distanze, per riscoprire un’umanità che viaggiando in aereo finisce troppo spesso con l’essere non vista e dimenticata.
    In treno fra Thailandia, Birmania, Cina, Vietnam, Cambogia, e poi ancora attraverso Vietnam, Cina, Mongolia, Siberia, Europa per raggiungere Firenze, ripartendo da La Spezia in nave per tornare a Singapore e da lì spingersi in Laos: i viaggi di Terzani per mare e per terra ci calano all’interno di realtà la cui distanza da noi si rispecchia nella lontananza fisica e nella difficoltà di percorrerle evitando la scelta facile dell'aereo. Attraverso gli occhi del giornalista vediamo le contraddizioni o meglio il coesistere della mentalità orientale – dove la preveggenza gioca un ruolo di primo piano – con una modernizzazione sociale che importa i suoi modelli direttamente dall'Occidente dove la sfera dell’occulto è stata messa ai margini da secoli. Tutto il libro è percorso dall’interrogarsi di Terzani su una occidentalizzazione che snatura le città dell’Oriente, che le porta a diventare delle copie asettiche di metropoli occidentali, soffocando la cultura popolare originaria. Contemporamente, il moderno consumismo e l’accelerazione modernizzatrice porta – anche in Occidente – all’emergere di un interesse per la spiritualità orientale, vissuta come una fuga dal materialismo dominante.
    L’anno senza aerei è anche l'occasione per visitare in ogni tappa di viaggio il più noto indovino locale, in un succedersi di incontri che portano Terzani a contatto con il cuore della mentalità orientale. "Un indovino mi disse" diventa così un reportage che intreccia tematiche sociali, economico-politiche, culturali e che ci mostra un lato del viaggiare spesso ignorato: quello in cui si vive il paese non da semplici turisti, nè da osservatori comunque esterni, bensì da testimoni immersi nel contesto in cui ci si trova.

    [... continua]
    recensione di Alessandra Gorlero

  • Scritti ormai da più di 100 anni, questi racconti resero e rendono famoso Edgar Allan Poe, precursore di uno stile e di una lettura di cui tanti successivi detective hanno preso spunto e forma. Partendo già dal passato dell’autore, ci si accorge che la stranezza è una costante fondamentale della sua vita, se pensiamo che sposò sua cugina che aveva soli 13 anni. Dieci racconti vengono presentati in questa raccolta edita da Netwon e Compton, si va da “Il gatto nero” poco realistico, in cui un uomo seguendo le tradizioni popolari diventa pazzo a causa del suo gatto, a “Il barile di Amontillado” ambientato in anno non precisato e in un luogo indefinito, si narra della vendetta che il narratore infligge all’amico. Ci si ritrova in “La mascherata della morte rossa” un racconto crudele, cruento e di inspiegabile razionalità, si arriva in “La caduta della Casa Usher” dove ci ritroviamo in una casa abitata da un fratello e una sorella, con la presenza di un ospite poco desiderato, ci si inoltra in “La verità sulla vicenda del signor Valdemar” che narra l’esperimento condotto sul cervello di una persona morta. In “La sepoltura prematura” ci si imbatte in alcuni esempi di persone che si trovano in uno stato di coma prolungato o catalessi che vengono sepolti vivi, ne “Il cuore rivelatore” ci si scontra con il senso di colpa che diventa pura ossessione, in “Una discesa nel Maelstrom” ci troviamo in mare, in una tempesta, in un immenso vortice chiamato appunto maelstrom che tutto risucchia, e se ti risparmia ti cambia inevitabilmente nel fisico e nell’animo. Ultimi due racconti sono: “Il manoscritto trovato in una bottiglia” si parla di un viaggio, di una scomparsa, di un ritrovamento, di una nave fantasma, e di un messaggio inaspettato che il mare sputa dai suoi oscuri antri, chiusa della raccolta è “Il pozzo e il pendolo” narra della storia di un prigioniero nel periodo dell’inquisizione, tenuto segregato in una buia prigione che si rivelerà una trappola mortale.
    Dei racconti ormai divenuti un must, che almeno una volta bisogna leggere, per riuscir a capire che anche l’estrema visionarietà è parte fondante della letteratura.

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    recensione di Gino Centofante

  • Scritto dopo la sua opera più famosa che sicuramente è L’interpretazione dei sogni, Freud un anno dopo dalla pubblicazione del succitato volume, tenta di pubblicare un libro a suo vedere più semplice, più fruibile per tutti, che semplifica tutti i concetti e le nozioni che lui vuole presentarci. Il libro in realtà è un saggio articolato in quattro articoli scientifici scritti in un lasso di tempo variabile tra il 1901 e il 1923, in cui Freud semplicisticamente tenta di spiegare le sue ricerche. Nel libro analizza il sogno sin dalle prime fasi di individuazione del “contenuto manifesto” e del “contenuto latente”, sino a spiegare i meccanismi più complessi del processo onirico quali “la condensazione”, “la drammatizzazione” e “lo spostamento”. Ciò che rende un po’ agevole la lettura, che comunque richiede molta attenzione sono gli esempi che aiutano a capire e il riproiettare alcuni casi clinici. Oggi siamo soliti non dare molta importanza ai sogni, soprassedendo ad essi, in realtà comprendere almeno un po’ i sogni aiuterebbe a comprendere e comprenderci, a disvelare i nostri strani meccanismi così poco razionali, a confrontarsi con noi stessi ed agevolare le nostre paure, tormenti, inutili problematicità. Un libricino che può essere utile a chi voglia iniziare a capire un po’ più del pensiero e del lavoro freudiano.

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    recensione di Gino Centofante

  • Scrivere di questo testo è forse ingiusto, poca cosa, rispetto a tutto ciò che “Odore di bimbo – Storia di Chiara” riesce a trasmetterti. Il titolo potrebbe sin dalle prime righe trarre in inganno, ma sia chiaro il libro non c'entra nulla con i bambini, le pappe o quant’altro, ciò che invece si trova in correlazione è il percorso di crescita, in questo caso sarebbe meglio dire di involuzione. Sì, perché Chiara è un avvocato, sembra che tutto la vita le ha regalato, ma solo attraverso la psicanalisi riuscirà davvero a trovare il suo vero sé.
    Il libro si articola come un viaggio interiore nella vita di Chiara, e del suo bimbo, del suo amato, di quella presenza che riesce a farla palpitare, a sognare, destinazione e creazione di confusione, progetto in definizione, assoluta bellezza incompresa. Il filo narrativo non è lineare, anzi sembra che ogni capitolo si affacci su un aspetto diverso della vita della protagonista, non c’è continuità, ci sono flashback continui, si entra attraverso delle istantanee nel passato di Chiara, combattendo con i suoi fantasmi, con le sue paure, con le sue ossessioni, con i deliri che invadono l’anima senza un reale perché. L’autrice attraverso l’evoluzione del personaggio crea dei parallelismi che trovano origine nei più disparati campi dello scibile umano, dalla filosofia, alla mitologia, fino ad arrivare alla squisito ingrandimento di personaggi della grande letteratura. Quante volte nella vita ci siamo trovati davanti degli archetipi della letteratura? Chi può dire di non aver mai incontrato un uomo Narciso, un Don Abbondio, un Achille etc…? L’autrice fonde e confonde aspetti squisitamente reali con avvenimenti che sono frutto dell’immaginazione. Il libro sembra voler assurgere anche ad una valenza sociale, si disquisisce su diversi aspetti della vita, uno su tutti la concezione dell’uomo e della donna, quanto ci sarebbe da dire su questo? Davvero tanto, troppo: “[…] una donna non scorda mai il suo primo amore; ha tutte le date scolpite nel cuore, le insegue, le trova, risente il sapore, il gusto del mare, le allegre risate, le strette mortali, le mani intrecciate. La sabbia che scorre dentro la stessa clessidra sale e scende dentro lo stomaco fin sopra i capelli e quando lo vede, lo sente: è il suo primo amore.”
    Il libro però parla anche d’amore, lo stesso che sa di borotalco, plasmon, e profuma di bimbo, quel sentimento che colora ogni cosa, che dà la forza per provare a dare un calcio a tutte quelle brutture che la vita costantemente ci presenza innanzi. Quando si ama, non si sceglie come agire, si agisce e basta, non si contano i baci dati, e l’intensità degli attimi, ci si rispecchia nell’altro, si beve nella fonte del piacere, ci si plasma confondendosi e mascherandosi dall’altro da sé. Il linguaggio che l’autrice usa non è sicuramente aperto a tutti i tipi di lettore, bisogna avere alla base quella consapevolezza letteraria che cerco di difendere già da un po’ di tempo, il libro esclude le cose semplici, ma non risulta spocchioso o di un’aulicità forzata, anzi penso che non potrebbe esser scritto in maniera diversa da com’è. Delle volte nella successione delle frasi sembra che i periodi successivi entrano in conflitto con i precedenti, così come la piacevole musicalità che a volte si riesce a creare tra le parole. Tutto ciò riporta ad un principio base di Chiara, ma che potrebbe essere quello di ognuno e cioè: il caos. Sì lo stesso che non ti mostra le cose con chiarezza, lo stesso che è arbitrarietà d’agire, lo stesso che è incertezza di vivere, che è decadenza dell’esatto, del prescritto, del vivere d’anticipo; la vita è altro che una cartina già disegnata, è somma di continui punti che noi unifichiamo creando quello che Chiara sta cercando di rendere più chiaro, di scoprire, di meritarsi, come noi tutti dovremmo fare ogni giorno.
    “[…] Legge del mattino: ridere! Ridere finché l’ansia notturna non si scioglie e l’onirico non si accartoccia come una palla nera da vomitare col primo bagno del mattino. Ridere è una difesa e ha la stessa etimologia del ringhio degli animali, che ringhiano quando si sentono minacciati. Ridere avvicina agli dei, perché gli dei ridono e piangono, come gli umani. Erano anni che Chiara non rideva intrappolata in problematiche a cruciverba e matematiche equazioni cui nulla valeva la prova del nove; anche quando la prova riusciva, lei si trovava schiacciata contro il vetro di un autogrill come una mosca, e credeva di essere morta col suo interrogativo, ma riprendeva pigolo entro un’altra domanda che si vestiva di lei e la accompagnava entro un piano infinito, che assolutamente le sfuggiva.”

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    recensione di Gino Centofante

  • Il libro parla di una storia d'amore strana, ai limiti del reale, anzi per niente reale e possibile, ma stupenda, straordinaria, da brivido seppur difficile, quanto meno all'inizio, da comprendere. Una storia al limite tra amore e ossessione. Una storia che, anche se capisci che è inventata e che stai leggendo un romanzo, ti trasmette delle certezze, la certezza che l'amore esiste che quel sentimento narrato è reale, esiste nella realtà, ti trasmette la speranza che c'è sempre speranza. Nei vari capitoli si narrano sprazzi di vita, episodi, che hanno come protagonisti la "nina mala" e il niño bueno, ovvero Ricardo. Le loro vite continuamente si intrecciano, si incontrano, si scontrano nell'arco di un'intera vita a cavallo tra due continenti.
    E' un libro che attraversa due vite, un libro che nonostante la struttura narrativa non lascia buchi o almeno non lascia vuoti essenziali che hai fame di colmare.

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    recensione di Gino Centofante

  • Protagonista è Maxwell Sim, un uomo cinquantaduenne, che risiede in Scozia, un uomo che si definisce lui stesso noioso, privo di un qualunque sprizzo di personalità, di gioia, di voglia d’agire. Un divorzio in corso, il non riuscir a comunicare con sua figlia Lucy, l’osservare il mondo, e in particolare un dialogo veemente tra una figlia e una madre dentro un ristorante sarà galeotto per un processo di ri-identità, di stravolgimento per quel lavoro più che mai precario: la vendita di spazzolini da denti ecologici.
    Finalmente si lascia tutto alla spalle per accettare la proposta di un amico, attraversare l’Inghilterra a bordo di un auto elettrica, l’unico suo vero compagno sarà il suo navigatore al quale arriverà a dargli anche un nome. La sorte diciamo non è che gli è di aiuto, non voglio svelare altro...
    Coe riesce come sempre a presentarci un romanzo con una chiave di lettura più che mai moderna: la necessità di inventarsi in questo secolo cui la crisi dilaga, e la paradossale incomunicabilità anche se a nostra disposizione ci sono svariati e svariati mezzi di comunicazione.

    "Le auto sono come persone. Ogni giorno andiamo in giro in mezzo alla ressa, corriamo di qua e di là, arriviamo quasi a toccarci ma in realtà c'è pochissimo contatto. Tutti quegli scontri mancati. Tutte quelle possibilità perse. È inquietante, a pensarci bene. Forse è meglio non pensarci affatto."

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    recensione di Gino Centofante

  • Oggi ci chiediamo perché non abbiano ancora inventato la macchina del tempo e ci lamentiamo di quello che abbiamo o avremmo potuto fare. Beh, sicuramente non ci siamo resi conto che il dispositivo è già stato inventato da millenni. Da quando abbiamo la facoltà di scrivere i nostri pensieri immortalandoli. Fare parte di una storia, anche quella che fa male ed è più crudele, quella che fa cadere, rende furbi. Quella che dona e solca indelebilmente l’anima e porta dentro le emozioni. La costruzione o la distruzione di ogni cosa è in mano a chi esorcizza o coraggiosamente si fa portavoce di parole, testimoniando quello che i sensi portano; gustano, ascoltano, osservano. Si condivide anche il sapore amaro che può lasciare tra le lacrime e i sorrisi, che possono attraversare i meandri della coscienza, raccontando anche dell’incoscienza passata. I poeti sono questo: frecce che attaccano i sogni al presente, “raccattando i cocci“ dell’esistenza, anche dove le ferite sono la dura vita che scorre quotidiana.
    La rabbia diventa un ricordo che il tempo accarezza, l’amore una salvezza che accompagna la speranza, dopo aver perso tutto. La memoria resta scritta tra le dita che attraversano il bianco, con il nero incontenibile che traccia e cambia, facendo maturare, tremare, consapevolmente respirare.
    Alessandra diventa il vivente segno che palpita in un dramma come quello del Terremoto che ha colpito l’Aquila del 2009. “Affoghiamo la pauranelle onde di cobalto, ci aggrappiamo con dolore alla mutevole sabbia. [...] Ci riconciliamocon il nostro destino in una città fantasma gremita di spettri”.
    La sopravvivenza diventa necessaria e la forza di parlare e di non celare gli stati che affollano ”il risveglio mortifero”. Diventa presa di posizione, nei confronti della misteriosa Signora Morte. Un gioco impari che spegne le luci d’improvviso e non guarda in faccia nemmeno al “giovane melograno” che “si aggrappava faticosamente al proprio orcio di salvezza, spiando dall’esterno”.
    Il ricordo diventa la radice per immergersi nel “deja vu” e capire quanto le azioni del quotidiano siano così importanti da essere appieno vissute. I gesti non sono mai vani poiché solo dopo ci si può accorgere di quanto “troppo presto vanno via le carezze”. I desideri diventano cavalcabili, se ci rendiamo conto di poterli realizzare ogni singolo giorno; senza rimandare, senza essere schiavi dei “domani poi farò” o dei “filtri o amplificazioni”.

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  • Di solito di Salinger si ricorda solo il suo capolavoro “Il giovane Holden”, e l’opera tutta di Jerome si vede classificata per una letteratura per bambini che ad essa non si discosta, non sono d’accordo affatto anche se l’autore resta attaccato e fedele al mondo giovanile. Ho letto “I nove racconti” grazie ad un consiglio di un’amica aNobiana; la raccolta si apre con “Un giorno ideale per i pesci banana” in cui ritrovo solutidine, alienazione, dei genitori che pensavo che la figlia abbia sposato un folle, segue “Lo zio Wiggily nel Connecticut”  che attraverso il dialogo con delle amiche fa emergere la frustrazione latente dovuta all’assenza del dialogo con il compagno, e al rimpianto dell’amico scomparso; anche “Alla vigilia della guerra contro gli esquimesi” ritorna l’incomunicabilità che è matrice di un gruppo di giovani; “L’uomo ghignante” descrive una squadra di baseball, fatta di armonia, spogliatoi, allenamenti, ricordi vivaci, peccato che tutto viene inclinato dall’arrivo di una donna che fatalmente entrerà in squadra. “Giù al dinghy” ricalca quella leva che tutti condannano all’autore, la levità dell’animo gentile dei bambini. “Per Esmè: con amore e squallore” narra le vicende di guerra poco prima dello sbarco in Normandia, una distanza, un incontro, una lettera inaspettata; in “Bella bocca e occhi miei verdi” attraverso una telefonata telefonica si presenta un’assenza, un fuga, un’inspiegabile senso di vuoto che pervade; “Il periodo blu di Daumier-Smith” eleva l’animo a tutto ciò che può crede di essere, è un sorta di deliberazione dell’anima che immagina e costruisce, arrivando alla felicità. “Teddy” è l’ultimo racconto della raccolta, parla di un bambino prodigio, che viaggia su una nave da crociera con i suoi genitori. Un precursore di uno stile narrativo unico, con abilità e padronanza da restar a bocca aperta!

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    recensione di Gino Centofante

  • La nostra esistenza è protesa alla realizzazione dei nostri desideri, e a cercare di mettere insieme i tasselli del puzzle della vita. Eppure, nel caos del tran tran quotidiano, capita che qualcosa si perde nel tempo e lascia il senso di incompiuto alle azioni.
    Arriva il momento in cui le emozioni scoppiano dentro, anche se celate dagli impegni e dalla finalità dettata dalle resposabilità assunte.
    Ed è questo il caso di Benton Swatch; uomo affermato e intelligente, diventato abile negli affari e nel tenere di conto alle “maturity del credito” ma con un passato ben diverso dall’attuale posizione di manager.
    Nel 1960 a Roma non indossava né giacca né cravatta, ma gareggiava insieme con l’amico Bull alle Olimpiadi come atleta. Ed è lì che Lijuba, prende forma. Giovane atleta ceca del lancio del giavellotto. Bionda, dallo sguardo penetrante, da un neo marcato, dalla pelle bianca e dal corpo ondulato.
    Un amore rimasto da sempre nel cuore, condiviso solo con l’amico caro Bull, che ha avuto la meglio. Ma il cammino procede: tra matrimonio, separazione, affari, fino a scoprire troppo tardi che anche Lijuba era innamorata di Benton.
    Una rincorsa indietro per proiettarsi avanti, e ritrovarsi ad affrontare la morte dell’amico/nemico di sempre Bull e quella verità; lasciata scritta in un quaderno rosso, e consegnato da un misterioso uomo Karl Hlinka, a Madrid.
    Sarà l’inizio di grandi cambiamenti che porteranno  Benton ad attraversare l’Europa, combattendo contro i fantasmi  e le voglie; smascherando la sete di dare risposte a quelle domande, rimaste dentro, e  tenute a freno per troppi anni.

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  • "I più grandi capolavori nella storia dell’arte hanno protagonista il Figlio, mentre il Padre si affaccia dall’alto benedicente, quando si manifesta (…) Ed è il Figlio cui il Padre ha delegato il destino dell’uomo. Nel nome del Figlio si cambia il mondo” .
    Questo lo spirito che anima il nuovo lavoro di Vittorio Sgarbi, un vero capolavoro che fonde con maestria e grande delicatezza l’arte figurativa e il mistero più grande che ha accompagnato l’umanità: la vita di Gesù. Dai primi passi della pittura in Italia con Giotto e Cavallini, fino ad arrivare al primo Ottocento, l'autore descrive le più importanti forme di rappresentazione pittorica della figura del Figlio di Dio, nel suo essere principalmente 'azione', atto salvifico, momento attivo della fede e del pensiero religioso. "E' certamente indicativo che la più grande rivoluzione compiuta nella storia dell'uomo sia legata al nome di un Figlio. (...) le rivoluzioni non le fanno i padri. Le fanno i figli. Dio ha creato il mondo ma suo Figlio lo ha salvato. Nel nome del Padre noi riconosciamo l'autorità, ma nel nome del Figlio affrontiamo la realtà''. Queste parole rivelano la linea lungo cui è disegnato questo viaggio nella storia della pittura: il Padre eterno è difficile da rappresentare, è essenza e immanenza, mentre il Figlio domina, possiede il potere insito nella propria vicenda: al Figlio è affidato il destino di tutta l'umanità. 
    E nelle invenzioni dei ferraresi Cosmè Tura, Francesco del Cossa e Antonio da Crevalcore e della scuola veneziana da Antonello da Messina a Giovanni Bellini, di Piero della Francesca, di Mantegna, di Michelangelo e Raffaello, dei pittori della Maniera, di Caravaggio e dei caravaggeschi, l'autore sviscera le pieghe più intime della nascita, della vita, della morte e della resurrezione del Figlio. In questo modo, grazie a tale sapienza narrativa e descrittiva, la vita di Gesù, di Maria e di Giuseppe divengono soggetto di un'arte davvero contemporanea, anzi eterna e senza tempo, insieme alla infinita gamma di sentimenti che essa ispira.

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    recensione di Sabina Mitrano

  • Una formidabile avventura è quella attraverso la quale Ken Follet ci conduce per mano, facendoci scoprire e leggere di avvenimenti, catastrofi e atti quasi miracolosi che si succederanno nel corso di circa mezzo secolo. Siamo nell’Inghilterra medievale, nel periodo che va dal 1130 al 1180. Un periodo dove regna in maniera sempre più evidente il contrasto tra il potere del monarca e quello della chiesa. Ma, al tempo stesso, il romanzo sottolinea ed evidenzia anche i numerosi contrasti, i tradimenti ed i sotterfugi insiti all’interno dei due opposti “schieramenti”. Epoca di cavalieri e di conti, di rivoluzioni nel campo dell'agricoltura, del commercio, dell'edilizia e della spiritualità umana. Nel racconto di Follet, sono narrate le vicende dei numerosi personaggi che dall’inizio alla fine, intersecheranno i loro cammini, dandoci cosi la possibilità di conoscere e leggere dei protagonisti più pacati, quelli più dinamici, i violenti, i traditori e gli immancabili doppiogiochisti. Tom, modesto ma abile costruttore alle prese con il periodod più buio della sua vita. Philip, uomo di chiesa forte, istruito, colto e con n passato mai dimenticato. Aliena, bellissima figlia di un conte, decisa e pronta a sopportare torti e tradimenti. William Hamleigh, cavaliere forte ma dall'animo crudele e nero. Al centro di tutto il priorato di Kingsbridge, oramai prossimo alla rovina ma ancora una volta pronto a rialzarsi, guidato da una mano forte e saggia. L’arrivo di un abile costruttore e della sua famiglia sono solo il preludio all’avvio di un progetto di ampio respiro. Non mancheranno le violenze di cavalieri ambiziosi e dei loro scudieri; monarchi poco abili al comando e capaci solo a scatenare un'infinita serie di guerre civili; vescovi pregni di sete di potere e dimentichi della loro missione spirituale. All’autore va riconosciuto l’immenso scenario che pone in essere, preciso nei dettagli, nelle ambientazioni e nei costumi. Facile è immedesimarsi nelle vie di un mercato medievale o ai margini di una furiosa battaglia tra nobili cavalieri ed eserciti affamati e violenti. Provare a sintetizzare ulteriormente la trama sarebbe del tutto inutile e ad ogni modo inefficace. Molteplici sono gli avvenimenti, gli stravolgimenti ed i cambiamenti di rotta a cui il nostro autore, sottoporrà la sua storia narrata. Il risultato è in definitiva un viaggio lunghissimo ma mai tedioso; una storia che va dal padre al suo nipote. L’esperienza di un epoca umana dove sibillina ma costante ci accompagnerà l’ambizione più alta di un semplice costruttore inglese.

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    recensione di Raffaele di Ianni

  • Le due Torri è il secondo volume della trilogia de Il Signore degli Anelli, romanzo di John Ronald Reuel Tolkien. Già partendo dal titolo iniziano le prime discussioni, in quanto Il Signore degli Anelli non nasce come una trilogia, ma come romanzo unico. Solo per esigenze editoriali dovette mettere insieme i due libri centrali, Tolkien disse:

    «"Le due Torri" è il tentativo più riuscito di trovare un titolo che comprenda i libri tre e quattro che sono così diversi; e può essere lasciato ambiguo — potrebbe riferirsi a Isengard e Barad-dûr, o a Minas Tirith e Barad-dûr; oppure a Isengard e Cirith Ungol».

    In questo libro la compagnia si scioglie, e le strade si dividono. Boromir cerca di impossessarsi dell’Anello, riuscendo a salvare la vita anche a Merry e Pipino, intanto Argorn, Gimli e Legolas sono impegnati nell’inseguimento degli Orchetti. I valorosi eroi dovranno affrontare situazione difficili, inaspettate, ambigue, riuscendo a incontrare con sorpresa anche Gandalf che gli amici ormai credevano morto, che si presenta più forte di prima. Merry e Pipino sono riusciti a fuggire trovando l’aiuto in esseri metà umani metà vegetali, gli Ent. Frodo e Sam si imbattono in Sméagol, il quale da iniziale nemico, diventa complice e li aiuta nell’attraversamento delle Paludi Morte. In sintesi nove compagni che si spingono a sconfiggere in Male, rappresentato nell’Anello del Potere e dal suo creatore Sauron.

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    recensione di Gino Centofante