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in archivio dal 11 giu 2008

Renato Bergonzi

29 aprile 1952, Sanremo (IM)
Segni particolari: Magrolino ma tenace. Reduce del '68...
Mi descrivo così: Sono un Sociologo. Dirigente nel Comune di Sanremo, Comunicazione e Cultura. Amo leggere, Suskind, Hraball. Adoro i luoghi improduttivi che hanno carattere, quelli che Izzo definiva con un'immagine: i luoghi per cui devi schierarti, o li ami o li odi.

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  • 13 maggio 2009
    Prospettive

    Come comincia: Mi osserva da lontano con tenerezza.
    L'esperienza gli ha insegnato a guardare di corsa e capire.
    Don Paolo si accontenta di piccole cose, e se il pasto distribuito dalle sue volontarie ti piace, sorride con quell'aria complice,che poi non puoi far finta di niente.
    Si avvicina al pentolone dal culo affumicato, alza il coperchio e annusa con viso esperto quel fumo denso, che si propaga per il refettorio e appiccica ovunque la puzza di cavolo, che starà sempre con te, a ricordarti dove hai mangiato.
    Sussurra alla cuoca consigli sulla zuppa.
    Il suo frenetico andirivieni riempie di tenerezza quel salone così gonfio di rassegnazione.
    Il luogo è predisposto per essere dimenticato presto, e tutto sommato è meglio così.
    Oggi sto buttato all'estremità del lungo tavolo, in compagnia di altri nove senza nome.
    Stanno qui come me, per un piatto di minestra, un panino e una mela sbiadita.
    Un pasto quasi completo, offerto dalla bontà di uomini e donne cosiddetti caritatevoli.
    Butto giù il primo cucchiaio, che mi ustiona la bocca, procurandomi un'abbondante lacrimazione.
    E' il momento migliore per essere esposto agli sguardi avidi delle volontarie, che ci faranno su una bella discussione.
    Da bambino odiavo la minestra, ma in quei paesini di montagna era il piatto di chi viveva con niente.
    Seduti a tavola mia madre mi guardava con aria severa, tanto per sedare sul nascere qualsiasi accenno di rivolta.
    Quando giunsero i tempi dell'abbondanza e della carne nel piatto, praticamente tutti i giorni, la minestra venne bandita dalla mia vista.
    Finita l'università,conquistai un buon lavoro e tanti soldi, che con devozione contavo e ordinavo in mazzette dello stesso taglio.
    Le mazzette dentro il cassetto del comò aspettavano il lunedì, per essere depositate alla posta e testimoniavano la tenacia e la forza che ho sempre avuto di fronte alle sfide.
    L'odore pesante di soldi usati che si sprigionava da quel mobile, attraversava le narici sino al cervello, aumentando la stima per me stesso in modo quasi sconcio.
    Il giorno della Laurea, la mamma si lasciò accarezzare il viso da un sorriso.
    Tutti i nostri vecchi sono nati e cresciuti con il destino segnato: figliare e faticare, calcinculo e via, mica per acquisire titoli importanti come i signorini giù in città.
    Poi...capita che precipiti in un incubo che non ti dà scampo.
    Don Paolo mi guarda da lontano con apparente leggerezza.
    Sa che per noi è più difficile. Noi i caduti.
    Quelli che fanno fatica ad accettare di avere perso tutto e che possiedono solo il ricordo,che non consola.
    Quelli che alla sera piagnucolano in silenzio per la vergogna, e pensano “ non ce la faccio”. Per questi vicini a me è più semplice. Non hanno mai avuto nulla dalla vita.
    Occhi bassi sul piatto, parlano solo se interrogati.
    Hanno terrore che le parole vadano a scoperchiare antichi grumi di dolore, che nessuno avrà voglia di accudire.
    Io l'ho detto a Don Paolo, “ Guardi che per me è una situazione passeggera”
    E lui mi incoraggia, mi prende le mani tra le sue, calde, ottimiste. Mi guarda e mi assicura che ce la farò prima o poi.
    Lo sconforto mi assale la notte. Dentro la mia scatoletta con le pareti di cartone.
    Guardo il soffitto. Si intravvede una marca di televisore.
    Come quello che ho comperato alla mamma, durante i bei tempi.
    Sento scendere un gusto salato sul labbro superiore.
    E' solo un momento di debolezza, che la mia lingua estingue, con un gesto primordiale.
    Domani lo sguardo ottimista di Don Paolo mi ridarà la fiducia per sopravvivere ad un'altra giornata, piena di prospettive.

     
  • 11 giugno 2008
    Nulla Sanno

    Come comincia: La stesura di un racconto non era certo nei miei progetti.
    Eppure questa storia ribolliva dentro, e alla fine è uscita.
    L’ho proprio sputata fuori ed è scivolata come avvolta da un sentimento protettivo, che riconosco simile a quello che provo per mio figlio di 10 anni.
    I nomi dei protagonisti corrispondono al vero, ad eccezione di pochi casi.
    La generazione dimenticata non è la mia che sono nato nel 1952 e ho avuto la fortuna di vivere un’esperienza intensa come la fine degli anni 60.
    I ragazzi di cui scrivo sono generalmente nati dal 1955 in poi.
    Hanno vissuto le esperienze del “movimento del '77”, del periodo tragico del terrorismo e della diffusione della droga pesante e dell’AIDS.
    Coltivavano un’inquietudine e una fragilità a me sconosciute, che li portava spesso ad eccedere in tutto : intelligenza, curiosità, voglia di emozioni, desiderio di onestà e pulizia, amicizia e autodistruzione.
    Questa inquietudine li ha portati troppo lontano dalle nostre vite mediocri, fino a perderli...
    Sarebbe troppo banale incolpare la società.
    Dario, Mimmo e gli altri volevano succhiare tutto dalla vita, nel bene e nel male.
    Non ce l’hanno fatta… e questo è tutto*.

     

    Mimmo

    “Acqua e pane non si negano nemmeno a un cane! Acqua e pane non si negano nemmeno a un cane!”
    Sussurrava questa nenia per ore, con un tono di voce non troppo alto per non disturbare, ma sufficiente ad essere ascoltata dagli amici intorno a lui.
    Era la risposta imbronciata che Mimmo ci regalava,dopo avere chiesto ad ognuno dei presenti un ultimo bicchiere, ricambiato da altrettanti rifiuti.
    Nonostante i continui interventi dei sanitari, le gambe erano gonfie, lisce, livide come mirtilli, solo con dosi da cavallo di diuretici riusciva a malapena a pisciare qualcosa.
    Insisteva a tal punto che, alla fine un goccetto saltava fuori.
    Quali danni poteva provocare una piccola birra alla spina, peggio di quanto già accaduto lì dentro?
    Ci avvicinavamo fortunatamente alla fine dei “mitici anni 80”.
    Le nostre esistenze, volutamente periferiche, si consumavano all'interno di una riserva a forma di quadrilatero, che comprendeva un ricovero simbolico per ogni lato.
    Quello più lungo, circa trecento metri, sconfinava pericolosamente nell'altra città, quella che amavamo meno.
    Mimmo era bello un tempo, le ragazze se lo ricordano ancora. Capelli scuri, spessi e dritti, con una frangia ribelle, che cadeva sulla fronte ogni volta che abbassava la testa. Sguardo alto, di chi ha sempre scolpito sul viso un accenno di sorriso.
    Gli occhi di un nero intenso, impenetrabile a chiunque avesse voluto leggervi un barlume di destino.
    Pantaloni tenuti su con le bretelle larghe, quasi a voler dare un segno di modesto autocompiacimento.
    Ora portava la pancia a punta, tipica di chi ha la cirrosi all'ultimo stadio. Le gambe e i piedi gonfi lo facevano procedere a rilento, tanto che un minimo accenno di salita gli procurava un immediato fiatone, che ci faceva rallentare il passo.
    Al primo accenno di sofferenza, anche noi con un tempismo quasi naturale ci adeguavamo, in modo da non far sembrare che fosse diventato un peso.
    Ora lo sguardo si era addomesticato, ma non disincantato, come chi non si è ancora abituato al male del mondo, pur avendone provato una bella dose.
    Intorno a mezzanotte, di solito, riusciva ad ottenerlo il suo bicchiere dal sapore malinconico, che avrebbe anticipato un rientro a casa triste, perché consapevole che non ce ne sarebbero stati altri.
    Nessuno gli avrebbe più offerto un goccio di alcol, chi ci avesse provato avrebbe incontrato il silenzio assoluto di sguardi molto severi.
    Ci dividevamo in due categorie in quel periodo, dove l'imminente caduta del Muro, avrebbe sepolto granitiche speranze e illusioni, sostituite da volti persi in un vuoto talmente profondo che faceva male.
    Dolore fisico bello e buono, mica cantilene intellettuali.
    Due categorie, dicevamo: coloro che bevevano e quelli che bevevano troppo.
    Mimmo aveva bevuto molto e stava crollando. Eppure da quel grande corpo un po' barcollante uscivano unicamente pensieri dolci e parole sempre misurate.
    Quando era veramente arrabbiato lo sentivi pronunciare “e... ma porca puttana“, ed era la cosa più maleducata che gli avresti sentito dire.
    Dario era ancora forte e stava tra i secondi.
    Era una strana comunità quella che si aggirava e viveva nel quadrilatero.
    Tutti avevamo uno stigma. Per una ragione o per l'altra ci sentivamo un allegato del catalogo più alla moda.
    Un particolare nel vestire fuori dagli schemi, corpi che sorreggevano facce con i segni ben evidenti di tutto quello che avevano sopportato, certi visi da anni cinquanta che non capivi come riuscissero ad essere così singolari, antichi e già visti da qualche parte.
    Forse presi in prestito in uno di quei bellissimi film del neorealismo.
    Le scarpe.
    Bastava guardarle per capire che ne avevano battuto di strade polverose e che non sarebbero state rinnovate, se non alla fine della suola.
    I lacci, quando non ce la facevano più, venivano annodati tra un'asola e l'altra, dando al tutto un senso di tenerezza.
    I calzini, rigorosamente corti, di quelli che fanno inorridire gli esperti di bon-ton.
    Questo insieme di “civetterie” portate con garbo, esprimevano un senso di estraneità al mondo circostante.
    E se quindici anni prima erano state gridate ed esibite come sfida, ora si manifestavano semplicemente come segno di distinzione, con l'intento di non disturbare nessuno, neppure quelli che non ci piacevano.
    Volevamo esserci, ma non partecipare.
    Fuori dal recinto, giù in basso, gente per bene in giacca e cravatta, con la stretta di mano volitiva, si adoperava per arraffare tutto ciò che avesse odore di bene pubblico.

     

    * Dall'introduzione del libro edito da Chinaski

     
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