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in archivio dal 24 lug 2007

Renato Giua

17 maggio 1987, Taranto

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  • 17 giugno 2008
    Instancabile

    Come comincia: Adesso alzati, e inizia a correre.
    Corri finché il vento inizierà a far vibrare i tuoi capelli.
    Corri, fatti dolere le gambe.
    Forse loro sono dietro di te, ti staranno inseguendo; ma tu non voltarti e continua a correre.
    Fino a che non sentirai il sudore rigarti la fronte non rallentare il passo, e fai in modo che nulla ti raggiunga.
    Continua seguendo come unica meta l’orizzonte irraggiungibile.
    Non fermarti fino a che non sarà il tuo corpo a farlo, e, anche allora, rialzati, comanda il tuo respiro e riprendi la tua corsa.
    E quando sarai tu il loro orizzonte, quando ormai sarai troppo lontano perché qualcosa possa sfiorarti, solo in quel momento voltati e ammira.
    Volgi lo sguardo verso ciò da cui sei fuggito, osserva il mondo dalla vetta che hai raggiunto. Siediti e fai che la calma invada il tuo spirito.
    Riprendi le forze e preparati a combattere. Anche se sei arretrato difendi strenuamente la tua linea, come facevano gli antichi. Vendi cara la pelle e il risultato sarà grande.
    E vedrai che tutto ciò da cui scappavi sarà sotto di te. E se anche sarai ferito, il tuo spirito sarà indenne.
    E solo allora delle parole sfioreranno le tue labbra: “Ce l’ho fatta”
    Buio…

     
  • 07 settembre 2007
    Achille e Camilla

    Come comincia: E anche questa inutile sera volge allo stesso identico e monotono punto, con la pioggia che batte su questa lurida città. Il vento sferza imperioso, facendo vibrare il mio impermeabile che, stretto sulle spalle, cerca di opporre vana resistenza ad una umidità che ormai penetra le ossa di questo mio corpo decrepito. Ma io continuo a camminare, ormai non mi importa più di niente, voglio solo sentire il rumore dei passi incessanti, che possono darmi l’illusione di riuscire ad allontanarmi da tutto questo. E questi miei passi mi conducono ancora più vicino a quello che in realtà è il mio mondo, perché, sì, vorrei fuggire dalle mura di questo mondo che mi opprime, ma allo stesso tempo non posso farne a meno.
    Così continuo a camminare, e mi avvio verso l’ultima parte del mio lavoro. Mi hanno dato una foto: una donna, ritratta in quello che probabilmente è un antico splendore decaduto. Mi hanno detto di farlo, mi hanno detto stanotte. Così sarà, sono un professionista, io.
    Lo scalpitio dei miei passi risuona in tutta la strada, attirando l’attenzione delle poche persone, che, a questa tarda ora, frequentano ancora questo immondo quartiere. Prostitute, papponi, tossici e spacciatori; ogni tanto qualche picciotto delle bande locali. Qualcuno sembra conoscermi, ma cerca di non darlo a vedere.

     

    Entrò nella mia stanza, una busta in mano, la foto al suo interno.
    - Guardala - mi disse - lei è il tuo prossimo obbiettivo
    - Lo sai qual è la regola: niente donne, niente bambini
    - Non me ne frega un cazzo delle tue fottute regole
    - Non mi interessa, la regola è questa, non ci puoi fare niente…


    Forse irritato dalla mia freddezza, fu allora che mi prese la testa e la sbattè contro il muro. Sentii il calore del sangue scendermi, lento, sulla fronte.
    - Le tue regole sai dove mettertele, l’unica regola che devi conoscere è: io ti pago, tu fai il tuo dannato lavoro, e lo fai bene! E soprattutto eviti di pensare, quello che pensa, qui, sono io.
    Il mio sangue ormai stava iniziando a macchiare anche la parete, quando finalmente allentò la morsa con cui mi stringeva la nuca.
    - Ma…
    Non accettò nemmeno l’inizio di quella frase, la sua mano si strinse ancora, e la mia fronte si schiantò nuovamente contro il muro.
    No, lui non poteva capire. Non poteva capire che per fare questo lavoro ti serve darti delle regole, per non perdere almeno quel briciolo di umanità che speri ti sia restato, per allontanarti il più possibile da quella bestia che un po’ alla volta prende possesso del tuo animo.
    Lui non avrebbe mai capito che ero solo un uomo, anche se il mio lavoro lo facevo dannatamente bene.
    E mentre ormai la sua mano aveva lasciato la presa, mi sussurrò all’orecchio: - Cosa credi di essere? Un filosofo, un prete o un cazzo di impiegato di una banca? Ricordati Jay, sei solo un assassino! Quelle mani sono sporche del sangue di tante persone, quindi non fare lo schizzinoso e fai quello che ti dico. E poi ricorda, chi ti ha salvato quella volta, eh? Avanti dillo, chi ti ha parato il culo?
    Le sue parole furono accompagnate da un pugno che arrivò diretto nel mio stomaco, facendomi piegare sulle ginocchia.
    - Su, dillo! Dillo!...DILLO!
    - … Sei stato tu… mi hai salvato tu - risposi con quel poco di fiato che mi restava in corpo.
    - Bravo, vedi che quando vuoi capisci anche tu! Bene, i soldi te li darò a lavoro compiuto, e non cercare di fregarmi, lo sai chi è il più forte qui, vero?


    E mentre se ne andava, mentre imboccava la porta, sentii come un bruciore dentro. Il sangue ancora gocciolava, lento, ma quella sensazione che provai mi sembrò di averla già provata una volta. Nel petto mi risuonava un cuore che aveva preso a battere freneticamente, il respiro si fece più veloce e quel fuoco che avevo dentro si espanse a tutto il corpo. La testa mi faceva ancora male quando ricordai. Mi era già accaduto una volta, quando avevo scoperto di amarla. Ma quella volta era diverso, quello che provai in quel momento… era odio puro.

    Il mio regolare procedere passo dopo passo è incessante. Una marcia ticchettante che sta avvicinando una persona alla sua fine. Ho già scoperto dove abita, è qui vicino, mi manca poco. Inizio a mettere la mano in tasca, dove porto il mio migliore amico. Non ho mai usato coltelli, troppo ingombranti, troppo sangue. Ho sempre preferito armi più piccole, più precise. Uno stiletto, ecco cosa nasconde la mia tasca.
    La mia scelta è stata obbligata, non ho potuto fare altrimenti, o svolgo il mio lavoro, oppure sono finito. Ma forse è tutta una scusa, sembra più che stia cercando di convincere me stesso.
    Sono arrivato. Mi basta poco. Con un salto raggiungo la scala antincendio.
    Terzo piano.
    Faccio scattare la serratura della finestra, e penetro, silenzioso e letale come una pantera, nella camera.
    Si vedono le sue forme nascoste dalle lenzuola, regolari, rotondeggianti e… immobili. C’è qualcosa che non va, cerco di ragionare il più velocemente possibile, e non appena la soluzione mi appare in testa come un raggio di sole nella notte più buia, vengo pesantemente colpito alla schiena.
    “Sono stato uno stupido” penso “quelli erano solo dei cuscini messi sotto le lenzuola, non vi era alcuna traccia di respirazione”.
    Intanto mi giro, e la vedo, in piedi dietro di me. Credevo mi avesse colpito con un martello o qualcosa di simile, in realtà era solo un pugno.
    “Sei forte, piccola” mi dico e intanto mi avvento su di lei. Riesco a bloccare la sua reazione, e con un movimento fumineo le trapasso il cuore, assestando lo stiletto fra quarta e la quinta costola.
    Ma, un momento, sento una strana sensazione provenirmi dal petto.
    “Mi stupisci ancora, piccola”, e mentre penso questo, capisco che, insieme alla sua, è arrivata anche la mia ora, perché anche lei, come me, aveva un bisturi, che mi ha piantato nel petto.
    E mentre la morsa gelida della morte inizia la sua lenta danza, la guardo negli occhi. Anche lei mi fissa, continua a vivere, stretta a quegli ultimi aliti di vita, quasi non se ne voglia andare prima di me.
    “Sei forte, sorella, saresti stata la mia donna perfetta, forte come una tigre e letale come uno scorpione”.
    E non mi sentii più vivo di allora, quando posai le labbra sulle sue, su quelle dell’unica donna che mi aveva tenuto testa, dell’unica donna che, magari in un’altra vita, avrei potuto amare.
    E mentre entrambi resistevamo in quegli ultimi secondi, mi sussurrò col suo ultimo alito di vita:
    -… Ti… amo…-
    Parole che si persero in quella ultima e gelida notte che vide un’amore morire prima ancora di nascere.

     
  • 06 agosto 2007
    Pensieri volanti

    Come comincia: Fu come un flash. Proprio mentre ero lì, e la guardavo, lei aprì gli occhi, di scatto, improvvisamente. Forse spaventata, forse sorpresa dal fatto che proprio in quel momento esatto, mentre io fissavo le sue palpebre chiuse, ci eravamo ritrovati a fissarci, tentò di scostarsi, anche se le sue braccia, insieme all’intero suo corpo, non risposero a dovere. Forse la causa del suo timore era data anche dalla circostanza; forse erano proprio quelle nostre labbra, unite in uno dei baci più dolci, a generare quell’incertezza.
    Forse…
    Ho sempre creduto che i “forse”, i “se” e i “ma” fossero di ostacolo al quieto vivere. Probabilmente non chiedersi mai “come sarebbe andato se” o “ma forse”, indubbiamente renderebbe più tranquilli, permetterebbe di vivere maggiormente nel presente. Dimentichiamo, però, solo un piccolo svantaggio, proprio da queste domande nascono i sogni.
    Eh sì, i sogni, spettacolari divagazioni di un cervello che cerca di lanciarsi oltre il confine che qualcuno ha tracciato ai bordi dell’infinito.
    Ma quando lei sollevò lente le palpebre, in quel fugace attimo in cui potei ammirare quegli occhi che da sempre mi colpiscono, è stato allora che pensai, che capii: tutto quello che stavo vivendo in quegli immensi attimi, era, per mia fortuna, realtà.
    Fino ad allora non mi ero ancora reso conto di come potessi essere arrivato a quel punto. Tutti i momenti precedenti erano passati veloci, lasciando solo dolci tracce oniriche nella mia mente. Quelle mani che all’inizio si cercavano, che si muovevano lente, nella timidezza e nell’imbarazzo di un rifiuto. Quelle braccia, cinte intorno alla vita, che cercavano solo un po’ di tepore e un caldo rifugio da quel freddo mare che intorno ci avvolgeva. Quei capelli umidi che avevo scostato dal suo sorriso incerto, che ancora non capiva se fosse solo un gioco.
    Mi resi conto di tutto questo solo in quel momento. E mentre una brezza fresca si alzava e generava sui nostri corpi umidi, che poco affioravano dall’acqua marina, un leggero brivido, lei si fermò, scostò le sue morbide labbra dalle mie.
    No, non poteva finire così. Non ora - urlai nella mia testa - non quando il sogno è indistinguibile dalla realtà.
    Ma i miei pensieri avevano corso troppo veloce, perché lei scosto la testa, ma solo per poggiarla delicatamente sulla mia spalla, stringendo la mia vita come mai nessuno aveva fatto.
    Le accarezzai leggermente la nuca, sussurrandole dolci parole all’orecchio, ma già i miei pensieri avevano ripreso a volare.
    Volavano alti, oltre le nuvole, affianco ai gabbiani. Nessuno poteva fermarli, nemmeno io. Si libravano leggeri, e ad ogni loro evoluzione nella mia testa comparivano nuove immagini.
    Ricordo di aver pensato di voler morire. Sarebbe il massimo - pensai - morire adesso, immerso in un sogno, senza più svegliarmi, senza più dover subire la vita; sarebbe il massimo morire contento, con questo sorriso ebete che adesso non vuol cancellarmisi dalla faccia.
    Ma i miei pensieri continuarono su questa scia, e immaginai questa mia morte: una morte per un bacio.
    … C’era il coroner, il magistrato, e anche un mio amico che discutevano su questa strana dipartita.
    - Qual è la causa del decesso? - dice il magistrato.
    - Arresto cardiaco, causato da… un bacio, sembrerebbe - risponde prontamente il coroner
    - Mi sembra uno strano modo di morire - commenta il mio amico.
    - Sembra che dopo questo bacio ci sia stata una iperattivazione del sistema nervoso parasimpatico, che ha causato un blocco cardiaco - spiega il medico.
    - Perdoni l’ignoranza, ma come può fare questo un bacio? - domanda il giudice.
    - Infatti non può - continua il medico
    - Ma allora come può bloccarsi così un cuore sano? - cerca spiegazione il mio amico, con un tono fra il pressante e il preoccupato.
    - Sembrerebbe un’attivazione nervosa volontaria, quasi che lui avesse voluto che il suo cuore si fermasse -
    Alla risposta del medico segue un momento di incertezza degli altri due, finché il silenzio è rotto dal mio amico, che ancora incredulo di fronte ad una precoce quanto strana dipartita domanda: - Ma il bacio? Come lo ha capito?
    E il coroner, ostentando estrema sicurezza dalla sua, quasi a spiegare un concetto banale ad un bambino di tre anni, risponde: - Beh, basta vedere quel sorriso pieno e compiaciuto che il rigor mortis gli ha lasciato impresso sulla faccia…
    Queste immagini allargarono ancora di più il sorriso che da qualche minuto avevo sul volto. Mi accorsi che eravamo ancora abbracciati e che quell’abbraccio mi stava riscaldando, che quel corpo magro che mi teneva stretto in maniera tanto serrata, mi stava donando un infinità di calore.
    Nella testa allora prese forma un’altra immagine, che questa volta più somigliante ad un quadro astratto.
    … Il mare fa da sfondo, una immensa distesa blu-azzurro che copre l’intera Terra. Se, però, si va a scrutare meglio questa distesa, più da vicino, si nota una essenza di forma sferica, di colore rosso chiaro, tendente all’arancione. Sembra quasi una bolla, che cresce, e si fa sempre di colore più intenso. Piano piano questa bolla fa cambiare il colore anche alle acque del mare. Quel mare da adesso in poi non potrà più essere freddo, da quando quella piccola bolla il cui colore è cresciuto a dismisura lo ha riscaldato. E osservando attentamente, si può capire anche perché. Quella bolla non è vuota, in quella bolla, chiusi dal resto del mondo, ci siamo noi, io e la mia ninfa, serrati in quella morsa fatta dalle nostre stesse braccia…
    I miei pensieri continuarono a volare ancora molto quel giorno, e successero molte altre cose, ma il ricordo di quell’abbraccio che ha scaldato l’oceano resterà per sempre unico.

     
  • Come comincia: Davanti agli occhi un panorama indimenticabile, la brezza della sera mi sfiora i capelli. Il sole ormai morente scompare all’orizzonte, ed io, solo, ripenso a tutto. Non vedere e non sentire più niente, vorrei solo questo. È stata proprio la solitudine a portarmi fin qui. Quando sei in mezzo alla gente, e ti senti solo.
    Nomi, tanti nomi, nomi che qualcuno pensa abbiano un qualche significato intrinseco, nomi che secondo alcuni dovrebbero nascondere l’essenza delle parole. Nomi che ormai mi sembrano quasi privi di significato, a causa di chi li usa senza più criterio, impastando i propri sproloqui di  inutili sciocchezze.
    Continuo a guardare l’orizzonte e ripenso a quella bottiglia abbandonata sul mio comodino con una rosa appassita dentro. Mi domando cosa ci sia dall’altra parte della strada. Nemmeno il sole ha rallentato il suo corso per aspettare il correre dei miei pensieri, anche lui è sceso oltre l’orizzonte, lasciando solo una traccia rosea del suo tragitto.
    Ma cosa lascerò io? Un sorriso, un pensiero, o solo una serie di interminabili bugie…
    Forse non sono quello che credo, forse nessuno mi conosce, ma quello che provo ora è reale. La sensazione di freddo pungente, che questa rupe trasmette ai miei piedi nudi, forse sarà l’ultima emozione che proverò.
    Questa vita ormai non mi appartiene più, se, quando mi guardo allo specchio, vedo solo un estraneo.
    Ecco il primo capello bianco, segno di una gioventù che se ne va, ma che io non vorrei lasciar andare. Forse il mondo si aspettava grandi cose da me, magari un grande eroe dei tempi andati, oppure un uomo malvagio, citato come monito alle generazioni future.
    Tutto questo però resta ancora una fantasia nella mia testa che, alla fine di tutto, si sta svuotando di ogni pensiero.

     

    La brezza si è spenta del tutto, ed io nudo faccio il mio ultimo passo, che forse mi accompagnerà verso un’ultima e agognata libertà.
    È ricominciata, più forte di prima, ora l’aria genera un fruscio sui miei capelli radi. Chiudo gli occhi e aspetto, godendomi il mio ultimo respiro.
    Ecco, arriva l’acqua ad accogliermi fra le sue onde increspate, a stringermi in un gelido abbraccio finale. Sento una pressione sul ventre, mentre il mio torace cerca disperatamente un’aria che non c’è. Addio vita, moriturus te salutat.
    Forse non sono stato impavido, ma anche io ho fatto il mio ultimo passo avanti, e ritorno da te, pronto a sguainare la spada, dall’altra parte della strada.

     
  • 24 luglio 2007
    Fuori tempo

    Come comincia: - Diventare cavaliere, come mio padre -
    Rispondeva questo a chiunque gli chiedesse cosa volesse “fare da grande”. E, infatti, era questo quello che sognava, cercare di rassomigliare ad una persona di cui fino a quel momento aveva solo sentito parlare. Perché lui non aveva mai conosciuto suo padre, fortuna che, invece, era toccata ad altri. Ed erano proprio questi altri che parlavano di suo padre; ne parlavano sempre, come si parla di una leggenda, come si parla di un eroe… come si parla di un morto.
    E lui viveva nell’ombra di questi bisbigli, mormorii che generava essendo “il figlio”. Ma a lui non interessava, non bramava la gloria di un eroe morto. Lui cercava il padre, ne voleva ripercorrere i passi, sperando di capire se, oltre ad un eroe, era stato anche un uomo che lo aveva amato.
    E così nel bagliore sfocato di un sogno trascorse i giorni che, nella loro infinita monotonia, lo accompagnavano.
    Nessuno si stupì quando iniziò a maneggiare la spada; una spada che ondeggiava nelle sue mani rendendo tutto più simile ad una macabra danza per far scorrere sangue e acqua.
    Diventò tiratore scelto, quasi l’arco fosse un suo amico d’infanzia.
    E così, fra armi, allenamenti e sogni, crebbe. Quando decise di abbandonare il suo villaggio fu una scelta come tante altre. Non aveva nulla che ormai lo legava a quell’ambiente quasi idilliaco.
    Da allora camminò. La strada la sua casa, il mondo la sua avventura. Nessuno, però, gli aveva mai spiegato che gli eroi cappa e spada esistono solo nelle fiabe, che ormai non c’era nessuna damigella da salvare e che quel mondo, che lui si illudeva di conoscere, in realtà era ben diverso.
    Tuttavia non si fermò, ma intestardito dal suo sogno perseverò in quella che riteneva un’impresa sensificatrice.
    E cavaliere lo fu, trovò il suo re, a cui giurò fedeltà.
    - Fierezza, forza, coraggio ed onore -
    Rispose così a quel re quando questi gli chiese per cosa combattesse.
    Sì, era cavaliere, aveva un re, ma nel profondo sentiva che qualcosa mancava. Era la perfida notte che, portando la sua oscurità, recava questo tormenti. Perché quando lui non combatteva, non si allenava e nel suo giaciglio si limitava a osservare le stelle, prima che il sonno potesse liberarlo dalla stanchezza, dalle profondità dei suoi visceri qualcosa giungeva a tormentarlo. Come se fosse una voce che poi gli sussurrava all’orecchio: - È questo che vuoi? -
    Lui in quel sogno ci credeva, e preferiva ignorare quella voce, sapendo che l’alba del giorno successivo l’avrebbe portata via.
    Ma la voce non si arrese, trovò, infatti, validi alleati negli specchi. Somigliava quasi ad una maledizione.
    Erano i suoi occhi. Loro, riflessi da uno specchio, parevano essere latori di qualcosa, un qualche strano tipo di sentimento a lui sconosciuto.
    “Quanto era facile essere bambini, coltivando sogni improbabili…”
    Questi furono i suoi pensieri quando ormai il suo sangue si stava rapprendendo sul suolo del suo ultimo campo di battaglia. Poteva quasi udire il rumore dello scorrere lento di quel liquido rosso e denso sulla sua schiena. La battaglia gli perpetrava intorno, ma lui, anche nei suoi ultimi aliti di vita, si sentiva solo. Non era questo quello che sognava. No, morire per una causa sbagliata ed un re senza terra non poteva essere la sua fine. Eppure mentre ancora cercava un senso alla sua esistenza nella sua bocca, impastata di sangue e sabbia, si congelarono delle parole. Le stesse che da bambino ripeteva sempre.

     


    Una cosa restò dell’eroe nel tempo sbagliato, fu un figlio, che nacque poco dopo.
    Una volta, dopo che la madre aveva appena terminato di raccontargli una fiaba, nel momento in cui il sonno stava per coglierlo, mormorò: - Mamma, io da grande voglio… diventare cavaliere, come mio padre -.

     
  • 24 luglio 2007
    Nessuno

    Come comincia: - Come ti chiami? -
    - Nessuno -
    - Come, scusa? -
    - Preferisco essere chiamato Nessuno -
    - Bene… Nessuno, allora dimmi, perché qui? Perché ora? -
    - Perché voglio che qualcuno sappia, prima che sia tutto finito, prima che di me non resti solo che una inesorabile valanga di menzogne; qualcuno deve sapere, la verità non può morire -
    - Non credo di capirti -
    - Vedi, per te è facile, casa perfetta, famiglia perfetta, una dannata moglie che ti aspetta con la cena fumante preparata con tutta la sua maestria. A me questo non bastava. No, perché io non mi accontentavo della monotonia della mia vita, o del mio lavoro ben pagato. Volevo capire, volevo cercare -
    - Cosa vorresti dire? Cosa cercavi? -
    - Me stesso -
    - Te stesso? -
    - Sì, me stesso. Ed è lo stesso motivo per cui tu sei qui ora. Quelli di là pensano che potresti servirgli. Non ti avrebbero fatto entrare altrimenti. Ma io non ti dirò quello che loro vogliono. Tu sei qui perché sarai il mio testimone -
    - Testimone? E di che cosa? -
    - Del risultato. Perché fai quella faccia? È ovvio, no? Parlo del risultato della mia ricerca. Perché, come ti ho detto, dovevo trovare me stesso. È strano quando ti accorgi che quella che vivi non è la tua vita. È solo un insieme di patetiche bugie che hai messo insieme per convincerti di essere felice, per convincerti che sei stato tu a decidere, quando in realtà di tuo, in quella vita, c’è ben poco. Bugie, tutte bugie -
    - E questa ricerca a cosa ti ha portato? -
    - Difficile da dire, ma non credere che non capisca le tue intenzioni, ti ho già spiegato che non dirò quello che volete, è tutto inutile. Tornando alla mia ricerca, però, ti spiegherò tutto dal principio. Quando inizia a cercare, non sapevo né cosa cercare, né da dove iniziare. Poi capii, la mia falsa vita era iniziata tutta quel giorno, il giorno in cui lo ammazzai. -
    - Di chi parli? -
    - Di mio padre, ovvio -
    - Lo sai che questa conversazione non è coperta da nessun tipo di segreto professionale, vero? -
    - Certo che lo so, per chi mi hai preso. Vedi, Jimmy, iniziò tutto quel giorno, perché dopo averlo nascosto, ricordo ancora quello che dissi al telefono alla zia; gli dissi che mio padre non c’era, era partito e sarebbe stato via per molto. Sai, forse fu quella bugia che segnò la mia vita per sempre. Da allora mi limitai a indossare una maschera di carne, che io stesso mi ero costruito. Per i miei amici ero un tipo affidabile, uno su cui puoi contare, insomma. Per mia madre ero un figlio di cui vantarsi con le amiche dal parrucchiere. Uno che ha affrontato la sparizione del padre con fortezza, uno che è andato all’università e grazie ad un foglio di carta è diventato una persona rispettabile -
    - Nessuno, tu sei tutto questo, ora mi devi solo dire perché lo hai fatto -
    - No, Jimmy, non ci siamo. Qui parlo io, è questa la regola. Nelle bugie che dicevo a me stesso, il mio sogno più grande era quello di fare il medico. La laurea è stato solo un altro passo nella monotonia, tutto qui. Se ci ripenso, mi torna alla mente ancora quel professore, mi riteneva il suo pupillo, il futuro della chirurgia. Ma io continuavo a mentire… agli altri… a me. Mi sono trovato una moglie, fortunatamente per loro non ho avuto figli. E anche quell’amore che mi ero convinto di provare per lei, altro non era che una esile falsità, un perno in quella cornice di bugie. Poi un giorno, guardandomi allo specchio, lo vidi, lo trovai -
    -Chi? -
    - Me stesso, Nessuno. Vidi che il riflesso nello specchio non ero io, mi sorrideva. Il suo sorriso, però, era particolare, agghiacciante, sembrava nascondere qualcosa di oscuro, ma allo stesso tempo affascinante, voleva dirmi qualcosa, ma era come se la parole si fossero fermate prima di arrivare alla bocca. Compresi tutto, in realtà non era l’immagine riflessa ad essere falsa, ero io il falso di quella immagine. Lo specchio rifletteva me, il me reale, il me che cercavo da tempo. Così decisi: gli avrei dato spazio, gli avrei permesso di vivere, di liberarmi da quelle catene che mi rendevano schiavo di una vita che credevo desiderabile. -
    - … Nessuno, continuo a non capire il mio ruolo in tutto questa storia -
    - Povero Jimmy. Non capisci, eh? Tu devi ricordare, devi ricordare che Nessuno è esistito, che un uomo si è liberato dalla schiavitù. Come un moderno Spartaco ha spezzato le sue catene e ha vissuto come, anche non sapendolo, desiderava da tempo. -
    - Forse non ti stai rendendo conto… -
    - Ora basta, questa è la mia eredità, quello che ti lascio. Portatelo via!... Ehi voi, non mi avete sentito, vi ho detto di portarvelo via, fuori! Fuori ho detto, FUORI!-

     

     

    Entrarono due uomini in divisa, la stanza era stretta e spoglia, le tipiche pareti bianche, un tavolo, due sedie, microfoni e telecamere, e su una parete quello che in gergo chiamano “specchio magico”. Lui è stato seduto tutto il tempo mentre mi parlava, non un segno sul viso, non un accenno a un qualche sentimento, se pur macabro, remoto o sadico. L’unica traccia di una pseudo-umanità sono state quelle sigarette che ha fumato una dopo l’altra.
    Mi fanno uscire dalla stanza.
    Non so come quell’uomo potesse conoscermi, un condannato del braccio 7-D, penitenziario di Houston. Io, un negoziatore del L.A.P.D., California, non ho mai avuto nemmeno un contatto con la omicidi del Texas.
    Jay Torean, condannato alla pena capitale per aver stuprato e ucciso sette povere innocenti. Il suo legale ha cercato una riduzione per infermità mentale, ma la premeditazione sembra dargli torto.
    Personalità multipla, forse questo il suo problema, quel Nessuno, quella figura sorridente nello specchio, quella parte di lui malata ha fatto questo.
    Ma perché continuo a chiedermi.


    Tre giorni dopo leggo sul quotidiano, di un’esplosione, proprio a Huston, proprio in quel penitenziario, vari morti, alcuni cadaveri, troppo mal ridotti per una identificazione sicura, ma il numero dei corpi torna, anche se quale dubbio rimane.
    Poi trovo una lettera nella mia cassetta, nessuna intestazione, nessun mittente, recapitata a mano perché non è scritto nemmeno l’indirizzo. Penso a una qualche pubblicità, poi la apro. Il terrore mi prende non appena mi accorgo che quella foto ritrae la mia camera, con me addormentato nel letto. La giro, dietro è disegnato solo uno smile…

     
  • 24 luglio 2007
    Solitudine

    Come comincia: Lui è lì, seduto, osserva uno schermo vuoto, piatto, spento. Cerca di riunire i suoi pensieri a formare una qualche tipo di frase di senso compiuto, ma tutto gli sembra inutile. È come se stesse pensando per immagini, immagini che non vogliono essere ridotte a stupide parole. Sì, immagini, ma forse dire immagini, pensa, non è del tutto esatto. È vero, perché lui non pensa figure, paesaggi, disegni, no, lui ha nella testa solo una scena.
    … Lui è seduto sul divano, lei, sdraiata, gli poggia la testa sul ventre. Non sono soli, quella stanza è affollata, affollata di ragazzi che, come loro vorrebbero solo godersi una serata guardandosi un film. Nessuno si accorge di quelle dita che giocano tra loro, si stuzzicano in movimenti che assomigliano quasi ad uno strano “guardia-e-ladri”.
    Lui non pensa al film, lui non riesce a smettere di fissarla, fortunatamente il buio nasconde questa sua ossessione. Nella testa ha mille pensieri, a questo punto non sa che fare. Forse quello è solo un gioco per lei, forse no, forse tutto quell’alcool ha portato a galla sentimenti che si cercava di reprimere, forse sta solo sognando, forse il suo sogno è plasmato da un sadico Morfeo che cerca di distruggerlo. Perché? Perché lei, che ora è sdraiata, ha sempre avuto un posto di favore nei pensieri di lui. Ma lui ora non vuole più perdersi nei pensieri, è il momento di agire. Prende il coraggio a quattro mani, le sfiora una spalla, la stringe dolcemente e le fa voltare il viso. La guarda negli occhi, splendidi, con una luce particolare data forse dalla tarda ora, poi, respirando piano le si avvicina alle labbra e le sfiora dolcemente con le sue. Il respiro di lui in quel momento si blocca, aspetta di essere respinto, ma questo non succede, e lei, con altrettanta dolcezza risponde al suo bacio. Vorrebbe che quel momento fosse eterno, ma viene colto da una strana paura, rialza le testa da lei e si guarda intorno. Nessuno si è accorto di niente…
    Ancora davanti a quello schermo non riesce a pensare che a questo. Ancora non si rende conto che non è stato solo un sogno. Ma ora altri tormenti lo tartassano, pensieri che non smettono di volare, e nelle loro evoluzioni continuano ad evolversi, a raggiungere punti che lui credeva sconosciuti. Aspetta lui, cerca di prepararsi qualcosa da dire. Ma come, si domanda, come riuscire a descrivere quello che ha dentro, che è, di per sé, ineffabile. Ma, poi, parlare per dire cosa esattamente?
    Non lo sa, e mentre tutti questi pensieri lo fanno disperare, arriva quel momento di cui tanto ha paura, ma che anche, in una qualche sadica maniera, brama. Lui la guarda, si perde nelle profondità dei suoi occhi, le parole che gli escono dalla bocca sembrano volare via come rondini. Quella voce che parla non gli sembra nemmeno sua, e lui, intanto, continua a guardare quegli occhi. Quegli occhi che desidera, quegli occhi che vorrebbe lo guardassero come lui li guarda, quegli occhi che, forse, in un attimo immenso, sembravano dire amore. Lui le parla, le parla ininterrottamente per qualche minuto, forse anche di più, non sa se ha detto tutto, ma soprattutto non sa se è riuscito a entrare nel suo cuore e lasciare lì una lettera con scritto quello che prova.
    Vorrebbe solo una cosa ora: che il tempo, e la sua vita con esso, si fermassero. No - pensa - non ho il coraggio di andare avanti, mi basta che lei sappia quello che penso, non voglio nient’altro, mi sta bene così; lasciami in pace, vita mia, fammi godere di questo limbo interminabile. Voglio che il vento dell’inconsapevolezza soffi ancora su di me. Sono troppo pavido per affrontare la verità.
    Pensa, lui, pensa, ma il destino crudele non lo esaudisce, gli sbatte in faccia quel coraggio che lui non ha, il tempo continua a scorrere, e lei principia a parlare.
    Ma lui non smette di fissarle gli occhi, e, anche se non vorrebbe, purtroppo non riesce a bloccare le sue orecchie, che trasmettono dei suoni, delle parole; parole che lui si aspettava, parole che sembrano incancrenire all’istante quello che lui ha dentro di sé, lasciando spazio solo ad un indefinibile vuoto.
    Quanto vale allora la verità? È poi così necessario cercarla? Forse, forse no, forse ormai non glie ne importa più niente.
    Forse tornerà a casa, prenderà in mano un libro che, poi, non leggerà, e tornerà a rifugiarsi nei suoi sogni.
    Forse si addormenterà, e, come già un famoso vecchio aveva fatto, sognerà i leoni.
    Forse si addormenterà con l’unico desiderio di non svegliarsi mai più, con il desiderio di perdersi in un sogno eterno che gli permetta di essere ciò che non è stato, di fare ciò che gli è stato impedito. Perdersi in un sogno fantastico, dove sei libero di essere te stesso, dove l’unico destino è la felicità e il bene fa da padrone. Sì, un sogno splendido insomma…

     

    Quella sera, poi, proprio mentre le fredde ali della notte stanno per portarlo in quel mondo da cui spera di non tornare più, mormora delle parole sottili che si perdono nel vuoto di una stanza senza nessuno ad ascoltare.
    “Un sogno meraviglioso, ma senza nessuno a cui raccontarlo”