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Autore

Renato Giua

in archivio dal 24 lug 2007

17 maggio 1987, Taranto

24 luglio 2007

Nessuno

Intro: La storia che Nessuno racconta al suo interlocutore rivela particolari sempre più inquietanti. Il terrore si fa spazio durante la lettura, fino all'inatteso e sorprendente finale.

Il racconto

- Come ti chiami? -
- Nessuno -
- Come, scusa? -
- Preferisco essere chiamato Nessuno -
- Bene… Nessuno, allora dimmi, perché qui? Perché ora? -
- Perché voglio che qualcuno sappia, prima che sia tutto finito, prima che di me non resti solo che una inesorabile valanga di menzogne; qualcuno deve sapere, la verità non può morire -
- Non credo di capirti -
- Vedi, per te è facile, casa perfetta, famiglia perfetta, una dannata moglie che ti aspetta con la cena fumante preparata con tutta la sua maestria. A me questo non bastava. No, perché io non mi accontentavo della monotonia della mia vita, o del mio lavoro ben pagato. Volevo capire, volevo cercare -
- Cosa vorresti dire? Cosa cercavi? -
- Me stesso -
- Te stesso? -
- Sì, me stesso. Ed è lo stesso motivo per cui tu sei qui ora. Quelli di là pensano che potresti servirgli. Non ti avrebbero fatto entrare altrimenti. Ma io non ti dirò quello che loro vogliono. Tu sei qui perché sarai il mio testimone -
- Testimone? E di che cosa? -
- Del risultato. Perché fai quella faccia? È ovvio, no? Parlo del risultato della mia ricerca. Perché, come ti ho detto, dovevo trovare me stesso. È strano quando ti accorgi che quella che vivi non è la tua vita. È solo un insieme di patetiche bugie che hai messo insieme per convincerti di essere felice, per convincerti che sei stato tu a decidere, quando in realtà di tuo, in quella vita, c’è ben poco. Bugie, tutte bugie -
- E questa ricerca a cosa ti ha portato? -
- Difficile da dire, ma non credere che non capisca le tue intenzioni, ti ho già spiegato che non dirò quello che volete, è tutto inutile. Tornando alla mia ricerca, però, ti spiegherò tutto dal principio. Quando inizia a cercare, non sapevo né cosa cercare, né da dove iniziare. Poi capii, la mia falsa vita era iniziata tutta quel giorno, il giorno in cui lo ammazzai. -
- Di chi parli? -
- Di mio padre, ovvio -
- Lo sai che questa conversazione non è coperta da nessun tipo di segreto professionale, vero? -
- Certo che lo so, per chi mi hai preso. Vedi, Jimmy, iniziò tutto quel giorno, perché dopo averlo nascosto, ricordo ancora quello che dissi al telefono alla zia; gli dissi che mio padre non c’era, era partito e sarebbe stato via per molto. Sai, forse fu quella bugia che segnò la mia vita per sempre. Da allora mi limitai a indossare una maschera di carne, che io stesso mi ero costruito. Per i miei amici ero un tipo affidabile, uno su cui puoi contare, insomma. Per mia madre ero un figlio di cui vantarsi con le amiche dal parrucchiere. Uno che ha affrontato la sparizione del padre con fortezza, uno che è andato all’università e grazie ad un foglio di carta è diventato una persona rispettabile -
- Nessuno, tu sei tutto questo, ora mi devi solo dire perché lo hai fatto -
- No, Jimmy, non ci siamo. Qui parlo io, è questa la regola. Nelle bugie che dicevo a me stesso, il mio sogno più grande era quello di fare il medico. La laurea è stato solo un altro passo nella monotonia, tutto qui. Se ci ripenso, mi torna alla mente ancora quel professore, mi riteneva il suo pupillo, il futuro della chirurgia. Ma io continuavo a mentire… agli altri… a me. Mi sono trovato una moglie, fortunatamente per loro non ho avuto figli. E anche quell’amore che mi ero convinto di provare per lei, altro non era che una esile falsità, un perno in quella cornice di bugie. Poi un giorno, guardandomi allo specchio, lo vidi, lo trovai -
-Chi? -
- Me stesso, Nessuno. Vidi che il riflesso nello specchio non ero io, mi sorrideva. Il suo sorriso, però, era particolare, agghiacciante, sembrava nascondere qualcosa di oscuro, ma allo stesso tempo affascinante, voleva dirmi qualcosa, ma era come se la parole si fossero fermate prima di arrivare alla bocca. Compresi tutto, in realtà non era l’immagine riflessa ad essere falsa, ero io il falso di quella immagine. Lo specchio rifletteva me, il me reale, il me che cercavo da tempo. Così decisi: gli avrei dato spazio, gli avrei permesso di vivere, di liberarmi da quelle catene che mi rendevano schiavo di una vita che credevo desiderabile. -
- … Nessuno, continuo a non capire il mio ruolo in tutto questa storia -
- Povero Jimmy. Non capisci, eh? Tu devi ricordare, devi ricordare che Nessuno è esistito, che un uomo si è liberato dalla schiavitù. Come un moderno Spartaco ha spezzato le sue catene e ha vissuto come, anche non sapendolo, desiderava da tempo. -
- Forse non ti stai rendendo conto… -
- Ora basta, questa è la mia eredità, quello che ti lascio. Portatelo via!... Ehi voi, non mi avete sentito, vi ho detto di portarvelo via, fuori! Fuori ho detto, FUORI!-

 

 

Entrarono due uomini in divisa, la stanza era stretta e spoglia, le tipiche pareti bianche, un tavolo, due sedie, microfoni e telecamere, e su una parete quello che in gergo chiamano “specchio magico”. Lui è stato seduto tutto il tempo mentre mi parlava, non un segno sul viso, non un accenno a un qualche sentimento, se pur macabro, remoto o sadico. L’unica traccia di una pseudo-umanità sono state quelle sigarette che ha fumato una dopo l’altra.
Mi fanno uscire dalla stanza.
Non so come quell’uomo potesse conoscermi, un condannato del braccio 7-D, penitenziario di Houston. Io, un negoziatore del L.A.P.D., California, non ho mai avuto nemmeno un contatto con la omicidi del Texas.
Jay Torean, condannato alla pena capitale per aver stuprato e ucciso sette povere innocenti. Il suo legale ha cercato una riduzione per infermità mentale, ma la premeditazione sembra dargli torto.
Personalità multipla, forse questo il suo problema, quel Nessuno, quella figura sorridente nello specchio, quella parte di lui malata ha fatto questo.
Ma perché continuo a chiedermi.


Tre giorni dopo leggo sul quotidiano, di un’esplosione, proprio a Huston, proprio in quel penitenziario, vari morti, alcuni cadaveri, troppo mal ridotti per una identificazione sicura, ma il numero dei corpi torna, anche se quale dubbio rimane.
Poi trovo una lettera nella mia cassetta, nessuna intestazione, nessun mittente, recapitata a mano perché non è scritto nemmeno l’indirizzo. Penso a una qualche pubblicità, poi la apro. Il terrore mi prende non appena mi accorgo che quella foto ritrae la mia camera, con me addormentato nel letto. La giro, dietro è disegnato solo uno smile…

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