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Autore

Renato Giua

in archivio dal 24 lug 2007

17 maggio 1987, Taranto

24 luglio 2007

Solitudine

Intro: Un testo onirico continuamente in bilico tra sogno e realtà. I confini tra i due elementi sono sempre più impercettibili, con buona pace del confuso protagonista.

Il racconto

Lui è lì, seduto, osserva uno schermo vuoto, piatto, spento. Cerca di riunire i suoi pensieri a formare una qualche tipo di frase di senso compiuto, ma tutto gli sembra inutile. È come se stesse pensando per immagini, immagini che non vogliono essere ridotte a stupide parole. Sì, immagini, ma forse dire immagini, pensa, non è del tutto esatto. È vero, perché lui non pensa figure, paesaggi, disegni, no, lui ha nella testa solo una scena.
… Lui è seduto sul divano, lei, sdraiata, gli poggia la testa sul ventre. Non sono soli, quella stanza è affollata, affollata di ragazzi che, come loro vorrebbero solo godersi una serata guardandosi un film. Nessuno si accorge di quelle dita che giocano tra loro, si stuzzicano in movimenti che assomigliano quasi ad uno strano “guardia-e-ladri”.
Lui non pensa al film, lui non riesce a smettere di fissarla, fortunatamente il buio nasconde questa sua ossessione. Nella testa ha mille pensieri, a questo punto non sa che fare. Forse quello è solo un gioco per lei, forse no, forse tutto quell’alcool ha portato a galla sentimenti che si cercava di reprimere, forse sta solo sognando, forse il suo sogno è plasmato da un sadico Morfeo che cerca di distruggerlo. Perché? Perché lei, che ora è sdraiata, ha sempre avuto un posto di favore nei pensieri di lui. Ma lui ora non vuole più perdersi nei pensieri, è il momento di agire. Prende il coraggio a quattro mani, le sfiora una spalla, la stringe dolcemente e le fa voltare il viso. La guarda negli occhi, splendidi, con una luce particolare data forse dalla tarda ora, poi, respirando piano le si avvicina alle labbra e le sfiora dolcemente con le sue. Il respiro di lui in quel momento si blocca, aspetta di essere respinto, ma questo non succede, e lei, con altrettanta dolcezza risponde al suo bacio. Vorrebbe che quel momento fosse eterno, ma viene colto da una strana paura, rialza le testa da lei e si guarda intorno. Nessuno si è accorto di niente…
Ancora davanti a quello schermo non riesce a pensare che a questo. Ancora non si rende conto che non è stato solo un sogno. Ma ora altri tormenti lo tartassano, pensieri che non smettono di volare, e nelle loro evoluzioni continuano ad evolversi, a raggiungere punti che lui credeva sconosciuti. Aspetta lui, cerca di prepararsi qualcosa da dire. Ma come, si domanda, come riuscire a descrivere quello che ha dentro, che è, di per sé, ineffabile. Ma, poi, parlare per dire cosa esattamente?
Non lo sa, e mentre tutti questi pensieri lo fanno disperare, arriva quel momento di cui tanto ha paura, ma che anche, in una qualche sadica maniera, brama. Lui la guarda, si perde nelle profondità dei suoi occhi, le parole che gli escono dalla bocca sembrano volare via come rondini. Quella voce che parla non gli sembra nemmeno sua, e lui, intanto, continua a guardare quegli occhi. Quegli occhi che desidera, quegli occhi che vorrebbe lo guardassero come lui li guarda, quegli occhi che, forse, in un attimo immenso, sembravano dire amore. Lui le parla, le parla ininterrottamente per qualche minuto, forse anche di più, non sa se ha detto tutto, ma soprattutto non sa se è riuscito a entrare nel suo cuore e lasciare lì una lettera con scritto quello che prova.
Vorrebbe solo una cosa ora: che il tempo, e la sua vita con esso, si fermassero. No - pensa - non ho il coraggio di andare avanti, mi basta che lei sappia quello che penso, non voglio nient’altro, mi sta bene così; lasciami in pace, vita mia, fammi godere di questo limbo interminabile. Voglio che il vento dell’inconsapevolezza soffi ancora su di me. Sono troppo pavido per affrontare la verità.
Pensa, lui, pensa, ma il destino crudele non lo esaudisce, gli sbatte in faccia quel coraggio che lui non ha, il tempo continua a scorrere, e lei principia a parlare.
Ma lui non smette di fissarle gli occhi, e, anche se non vorrebbe, purtroppo non riesce a bloccare le sue orecchie, che trasmettono dei suoni, delle parole; parole che lui si aspettava, parole che sembrano incancrenire all’istante quello che lui ha dentro di sé, lasciando spazio solo ad un indefinibile vuoto.
Quanto vale allora la verità? È poi così necessario cercarla? Forse, forse no, forse ormai non glie ne importa più niente.
Forse tornerà a casa, prenderà in mano un libro che, poi, non leggerà, e tornerà a rifugiarsi nei suoi sogni.
Forse si addormenterà, e, come già un famoso vecchio aveva fatto, sognerà i leoni.
Forse si addormenterà con l’unico desiderio di non svegliarsi mai più, con il desiderio di perdersi in un sogno eterno che gli permetta di essere ciò che non è stato, di fare ciò che gli è stato impedito. Perdersi in un sogno fantastico, dove sei libero di essere te stesso, dove l’unico destino è la felicità e il bene fa da padrone. Sì, un sogno splendido insomma…

 

Quella sera, poi, proprio mentre le fredde ali della notte stanno per portarlo in quel mondo da cui spera di non tornare più, mormora delle parole sottili che si perdono nel vuoto di una stanza senza nessuno ad ascoltare.
“Un sogno meraviglioso, ma senza nessuno a cui raccontarlo”

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