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in archivio dal 06 feb 2007

Riccardo Cogliati

27 dicembre 1979, Lecco

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  • 27 luglio 2007
    Tributo al caso

    Tu,
    sagace manipolatore di destini,
    entità palpabile nella vita di ognuno,
    che ami stupire,
    nasconderti
    e poi apparire.
    Ti palesi inaspettato,
    tu che odii i percorsi rettilinei,
    creatore di curve quale sei,
    mostri doti eccelse in fantasia
    e la banalità non t’appartiene.
    Sulla tua presenza generi pensieri,
    addensi dubbi
    e porti a elucubrazioni mentali,
    a curiose congetture sulla tua forma,
    poiché dal dubbio primordiale nasci
    e vivi in terreni di pura filosofia.
    Esisti o non esisti?
    Questa è la domanda che accompagna la tua venuta.
    Ci sei tu, o un disegno superiore?
    Questo è l’approfondimento.
    Di una certezza solo possiamo godere,
    che la tua venuta porta gioie o dolori,
    a seconda del vento che tira,
    a seconda di quanto tu ti voglia divertire con noi,
    esseri umani pensanti,
    che per quanto sicuri possiamo essere,
    siamo nati con il fardello del dubbio
    e così tu vivi,
    nascosto nell’inesplicabile,
    ridendo dei nostri sforzi,
    consapevole che tu,
    in un secondo,
    puoi capovolgere le stagioni
    e far girare il sole attorno alla terra.

     
  • 28 febbraio 2007
    Tributo alla gioventù

    Hai capito d’essere come tanti altri
    quando hai ripensato alla spensierata giovinezza,
    durante la quale i giorni trascorrevano lenti e frivoli
    e di fronte c’era sì il nulla,
    ma un nulla propositivo,
    un misterioso mondo da svelare e da assaggiare,
    che in qualsiasi forma e modo
    appariva positivo ed accogliente.
    La giornata era concentrata nelle ventiquattro ore,
    la tua mente non veleggiava tra domande e quesiti,
    non sentivi l’opprimente protagonismo del tempo,
    pensavi anzi che la vita fosse troppo lunga,
    esagerata,
    infinita,
    eri felice del poco che avevi,
    godevi all’idea di quello che avresti avuto,
    senza però ragionarci troppo,
    senza approfondire la coscienza,
    permettendoti il lusso di disinteressarti di te stesso,
    l’incoscienza di non meditare alla resa dei conti.
    Non avevi dubbi,
    una stupida ignoranza ti rendeva forte e deciso,
    eri convinto di remare nella direzione giusta,
    non ti chiedevi se vi fossero altre strade,
    perché quella su cui camminavi era già abbastanza confortevole,
    comoda, certa, nitida,
    non immaginavi che un giorno sarebbe diventata dissestata,
    non badavi ai buchi che c’erano lungo il percorso,
    la percorrevi disincantato,
    fiducioso, appeso a un filo, gioioso, energico, brulicante d’idee,
    etereo e teorico al massimo,
    inconsistente ed ingenuo.
    Quella gioventù molto ti manca,
    tanto la critichi,
    moltissimo desidereresti modellarla.

     
  • 28 febbraio 2007
    Tributo alla domenica

    Sei tu il giorno flessibile,
    meta anelata d’una lunga settimana,
    che riempi la bocca di buone parole
    e il cuore di speranze.
    Il tuo nome induce a dolci pensieri,
    beati programmi,
    con te il tempo è da godere,
    da gestire a piacimento;
    il riposo per chi è affaticato,
    le belle giornate all’aperto per chi rimane sempre rinchiuso,
    gli acquisti per chi non ha mai tempo,
    l’ozio per chi non ha mai voglia di far nulla.
    Eppure pensarti è lieto diletto,
    viverti è spesso logorante esercizio.
    In te si riscopre la bistrattata routine,
    il senso di una libertà solo teorica,
    poiché liberi di certe abitudini,
    per fare sprofondare in altre,
    perché millanti grandi soluzioni,
    ma fai pescare in un mazzo da cinque carte.
    Sei culla di controindicazioni,
    cara Domenica,
    lavori sull’umore delle persone,
    induci a riflessioni,
    accendi luci che durante la settimana restano spente,
    fai assaporare il gusto dell’illusione,
    evidenzi la velocità del tempo.
    E quando il sole scompare,
    rendi cupi i pensieri,
    spingi a riflessioni voraginose,
    ispiri profondi scandagli interiori,
    ma appena sei passata,
    si torna ad aspettarti,
    ad immaginarti bellissima.
    Ciò che di te penso,
    Domenica,
    è che sei come il gioco per un bambino,
    poiché è più bello anelarti che goderti.

     
  • Quant’è buffa l’Italia,
    un paese tanto divertente e controverso non si trova al mondo,
    tanto accogliente quanto ingrato,
    così bravo a dimenticare
    e tanto abile a ricordare.
    Di storia ne è pregna, questa nazione,
    dai fasti romani alla cristianità,
    dalla frammentazione dei comuni all’avventura garibaldina,
    così come trasuda d’arte,
    colei che diede i natali, tra gli altri, a Leonardo da Vinci e Dante Alighieri,
    che regalò al mondo il Rinascimento,
    che donò al papato il genio di Michelangelo e Bernini.
    E questa terra di transizione,
    preda di sciacalli d’ogni colore,
    divisa dall’influenza araba e da quella longobarda,
    che vive di dialetti,
    di campanilismi
    e di divari culturali incolmabili,
    si è trovata unita sotto la bandiera tricolore,
    che è sventolata con fierezza solo dopo la vittoria del Mondiale.

     
  • 08 febbraio 2007
    Tributo alla paura

    Esisti,
    te ne stai annidata nei luoghi nascosti dell’anima,
    ami giocare
    godendo del tuo sadismo,
    ti crogioli nelle tue efferate maniere
    e ti esalti della tua stessa geniale cattiveria.
    Lavori sulla mente,
    tramuti il saggio buio in un covo di serpi,
    esasperi una scelta fino a farla divenire un incubo,
    ricami una sfida di insidie inesistenti.
    Non c’è nulla da dire,
    sei brava nel tuo mestiere,
    come il fabbro da una lamina di ferro genera un fiore,
    tu da una scala traballante generi un mostro.
    Basta una decisione, una prova, un esame,
    ed eccoti all’uscio,
    sorridente venditrice di domande,
    che addensi le menti più labili fino a farle esplodere,
    che sai insidiare il tarlo del dubbio anche al più valente dei Generali.
    Nessun uomo ha potuto scampare almeno una tua visita,
    non esiste essere vivente che non porti in tasca il tuo biglietto,
    poiché sei parte della vita
    e ci si deve rassegnare alla tua odiosa presenza.
    Ti si deve combattere,
    prendere di petto,
    si devono rivoltare gli occhi dentro e dire:
    Vattene, maledetta!
    E nemmeno in questo modo tu te ne andrai,
    solo guarderai le cose da un poco più lontano,
    giusto lo spazio necessario per fare un passo,
    deciso,
    incisivo,
    come infrangere un vetro,
    e scoprire che tu,
    paura,
    dissemini menzogne e disegni muri nell’aria.

     
  • Ti addensi sulle nostre teste con fare minaccioso,
    nuvola nera carica di pioggia,
    schermando i raggi del sole,
    riversando le tue interiora su noi poveri inermi.
    L’aria si elettrizza al tuo arrivo,
    gli animali, istintive creature, si dileguano percependoti,
    gli esseri umani, pensanti animali, si accigliano vedendoti.
    Il vento spira e gli alberi gemono,
    gli umori cambiano e i denti si stringono.
    Tu, che canalizzi i pensieri,
    che aizzi gli arditi,
    che inquieti gli indecisi,
    ti avventi sull’umanità come uno sciacallo affamato,
    intrufolandoti da ogni pertugio,
    dalla televisione,
    dalla strada,
    dalla posta.
    Ogni volta che passi cambi d’abito,
    ma non muti il tuo stile, il tuo modo di fare.
    Mieti zizzania tra chi si potrebbe stimare,
    fai scegliere tra la carne di maiale e quella di capra,
    disinteressandoti dei vegetariani,
    preannunci rivoluzioni,
    ma cambi solo il colore dell’intonaco alle case,
    getti sulla griglia tonnellate di parole
    e nella padella quintali di aria,
    mostri alla gente nuove epoche,
    rinnovate abitudini,
    per poi chiudere la scatola,
    riponendola con gli altri giochi,
    nel capiente armadio,
    dove i diversivi per il gregge
    occupano ogni spazio.

     
  • 06 febbraio 2007
    Tributo alla lira perduta

    La nostalgia che mi prende al tuo pensiero,
    al ricordo dei volti che ti rappresentavano,
    Volta, Marco Polo e tutti gli altri,
    o come il cesto di Caravaggio,
    che poche volte compariva nel mio portafoglio,
    o quel numero cinque nascosto nella barba lunga,
    e quelle monete insignificanti, con le quali compravo le caramelle;
    dove sei finita, Lira?
    Al tuo posto ci sono ponti,
    manciate di metallo che formano una fortuna,
    soldi che paion finti e che rappresentano il progresso,
    la tappa di un procedimento voluto dalla natura umana,
    che vuole compattare le distanze,
    far girare veloce la parola,
    avere tutto il mondo a portata di mano,
    ma che non ha ancora conosciuto la pace interiore,
    non ha ancora imparato ad imparare dagli errori del passato.
    Cara Lira, sapessi quanto sei viva nei luoghi comuni,
    quante volte vieni ricordata con affetto,
    quante volte vieni menzionata al supermercato e tra i negozi.
    Di te si dice un gran bene di questi tempi,
    perché,
    così pare,
    ogni cosa che si comprava con mille lire,
    ora ce ne voglion due.

     
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  • 29 marzo 2007
    Barney e Bessy

    Come comincia: Non poteva esserci un’idea migliore di quella, perché se così non fosse stato Barney avrebbe perso un amico, visto quello che era successo al porto solo poco tempo prima, una faccenda della quale Bessy aveva un certo ricordo, piuttosto, come dire, amaro, o se proprio non amaro, quanto meno spiacevole, che aveva ridotto il credito di Barney nei confronti di Bessy, nonostante il rapporto che li legava, perché tutti al covo conoscevano l’amicizia che univa quei due personaggi scomodi, così come tutti erano al corrente delle loro liti, tra le faccende nascoste, col loro modo di vivere giocando, il prezzo che davano alla vita, le donne che frequentavano, quelle mignotte che non sapevano far altro che starnazzare e sognare un principe azzurro, senza aver voglia di guardar fuori dalla torre, o anche solo bruciare qualcosa, così che il fumo potesse essere visto da qualcuno, che le liberasse dall’infame destino nel quale si crogiolavano, perché loro si lamentavano sempre di Barney, di Bessy, degli altri, ma in fin dei conti stavano bene così, ascoltando le storie bieche, commentando gli atteggiamenti impavidi, quelli stupidi, aprendo le cosce con fare naturale, preferendo solo un certo tipo di persone, prendendo i soldi da tutti, dandosi perfino un certo tono, soprattutto quando Bessy si presentava da loro con il suo giacchettino migliore e porgeva un mazzo di fiori, allora sì che le vedevi in cielo quelle donnacce, fiere, volgari, svogliate, perfette compagne di sbronze per gente come Bessy, Barney e gli altri, che non facevano altro che cavarsela, arguire la cosa migliore da fare e farla, per poi oziare mesi su mesi, per permettersi serate di rum e di carte, in locali sporchi, tra chiacchiere ripetitive e progetti insensati, tra un affetto fatto di cazzotti, un amore nascosto nel sangue, basato su di un codice indiscutibile, del quale solo pochi avrebbero sospettato la presenza, ma che c’era e legava tutto quel mondo senza senso, senza futuro, grazie al quale ci si poteva svegliare una mattina uggiosa e pensare che tutto era possibile, che un’intera vita di dissipazione poteva portare a raggiungere qualcosa, una meta che tutti gli esseri umani parevano ambire, puntare, ma che pochi di essi sapevano bene che forma avesse, che colore, che temperatura, che diavolo di nome, come Bessy, che un giorno l’aveva detto, il suo scopo, facendo ridere tutti i ragazzi tranne Gemma, così sensibile stracciona, la quale non ebbe dubbi sul fatto che quello sarebbe stato il suo uomo, che a tutti avrebbe dato il suo corpo, così da poter continuare a vivere, ma solo a lui lo avrebbe concesso con la mente accesa, non spenta, come faceva quando Barney le allungava qualche spicciolo nei periodi magri, qualche dollaro sonante in quelli grassi, perché Barney parlava male, e faceva male, era costantemente pericoloso e amava esserlo, non gli importava di morire, mentre Bessy era tutt’altra cosa, lui sì che sapeva essere gentile, sapeva dire grazie e non era una qualità da poco, al contrario di Barney, che non chiedeva, pretendeva, non si complimentava, prendeva atto, non proponeva, imponeva, come tutta la faccenda che era nata e per la quale quella sera Bessy si era fatto trovare in un magazzino, dove era stato obbligato a dirigersi, nonostante la faccenda del porto fosse ancora fresca. Ma Barney, si sapeva, aveva una riga in mezzo al volto, un culo parlante, come diceva il vecchio russo che tutti chiamavano semplicemente L, e Bessy alla fine ci era andato, in quel magazzino, per ascoltare la voce di Barney e per lasciarsi trasportare da una delle sue nuove trovate, per poi scoprire che la faccenda era piuttosto grave, più che scomoda, immorale e pericolosa, perché non si era parlato di furti, di truffe, di affari, si era parlato di uccidere un uomo innocente per prendere un bel gruzzolo di soldi, e la parola killer era risuonata nella mente di Bessy, rattristandolo, mettendolo a disagio, inducendolo a una riflessione, a rivalutare la vita da sobborgo, perché di assassini ne aveva conosciuti a iosa nella vita e aveva sempre preso le distanze da loro, si era sentito diverso, più integro in un certo modo, perché l’omicidio era per Bessy come varcare una linea che aveva sempre badato bene a non oltrepassare, che lo faceva sentire un po’ meglio, un po’ meno nel torto, nonostante tutto, che lo metteva su un piano più alto rispetto a Barney e quelli di quella cricca, per questo quella sera, benché avesse estremamente bisogno di soldi, disse al compare che per lui la cosa non andava fatta e che lo uccidesse lui da solo, quel povero tizio, così non avrebbe dovuto neppure dividere l’introito. Barney non aveva accettato le remore di Bessy, perché a suo modo di vedere quel lavoro andava fatto in due e non aveva altre persone di cui si potesse fidare, e aveva tirato fuori un discorso sullo spirito di amicizia, di abnegazione verso la causa della sopravvivenza, ma Bessy era stato fermo sulla sua posizione, facendo alterare Barney, che era pure sbronzo e non era affatto felice all’idea di dover ammazzare il tizio tutto solo, tanto che l’insistenza era trasbordata in imposizioni feroci, rimarcate dalle vene gonfie sul collo, dai pugni stretti al bavero di Bessy, il quale, appestato dal fiato di Barney, non oscillava e ripeteva la sua tesi, si tirava fuori e ogni volta che lo ripeteva, il compare pareva aizzarsi sempre più, fino a quando spuntò fuori quella rivoltella vecchia, usata, che Barney portava con sé una volta ogni tanto, soprattutto nelle notti più rischiose, e quella pistola traballava nelle mani di Barney, mentre Bessy aveva cambiato espressione e chiedeva al compare di rimettere via il cannone, ma l’altro proprio non desisteva e ripeteva logorroico le sue congetture, rimarcava il suo modo di pensare, ribadiva l’atteggiamento che Bessy avrebbe dovuto tenere in quella circostanza, fino a quando il grilletto era stato premuto, forse per errore, forse no, e Bessy era caduto sul sudicio e freddo pavimento di quel magazzino abbandonato, così che Barney aveva smesso di parlare ed era rimasto immobile a guardare la chiazza rossa che si allargava sotto al corpo dell’amico, mentre Bessy, incredulo a sua volta, sentiva la vita scivolargli via dal corpo, aggrappata ad un ultimo pensiero, rivolto a Gemma, sentendosi fiero di non aver seguito Barney nel suo progetto sanguinolento, felice di aver riscattato una vita di abusi con un gesto nobile, rammaricato di non averlo potuto raccontare a Gemma, la quale lo avrebbe senz’altro pianto, dolce schiava della società, unica persona tra i miliardi di esseri umani disseminati sul pianeta che aveva saputo abbracciarlo con calore, baciarlo con ardore, dare un significato al suo cammino incerto.

     
  • Come comincia: Ciao Jack, devi sapere che per Bred quella sera è stata a dir poco indimenticabile; sai quelle occasioni che ti si stampano dentro, nel cuore, che ti risvegliano e ti fanno assaporare la vita. Non che sia successo qualcosa di eclatante, o di originalissimo, è accaduto un fatto alquanto semplice ma per Bred, che non aveva mai avuto occasione di provarlo, è stato paradisiaco: ha ballato un lento con una sconosciuta e in lui sono germogliati dei fiori! Avresti dovuto vederlo, Jack.

     


    Io ero lì quella sera e ti racconterò come sono andate le cose. Ricordi che io e lui eravamo invitati al taglio della torta al matrimonio di Jason? Non eravamo tra gli ospiti della cena perché sai, non è che Jason lo conosciamo benissimo e non siamo neppure suoi parenti, quindi ci siamo presentati al ristorante nella fase conclusiva delle nozze e ci siamo mescolati alla folla degli eleganti invitati. Non c’era molta gente ubriaca, come ci eravamo immaginati; pure i più giovani mantenevano una certa postura composta. Era stato un matrimonio elegante, in cui s’era mangiato senza affanni. Non c’erano volti nauseati e cravatte snodate.


    Bred si guardava intorno e questo l’ho notato fin da subito. Sai, Bred negli ultimi tempi era diventato piuttosto refrattario nei confronti del gentil sesso. Non si trovava più in lui una buona spalla quando si trattava di commentare il portamento di una bella figliola. Era come se avesse ritirato nella testa le antenne e si fosse dimenticato dell’esistenza delle donne.


    Eppure quella sera è stato lui a farmi notare le due invitate più carine della sala, che se ne stavano anch’esse appartate su un divano a circa sei metri da noi. Mi si è rivolto così, all’improvviso.


    “Guarda che belle quelle due là”.


    Aveva usato la sua tipica espressione, rozza nelle parole ma dolce nell’esecuzione. Ho percepito un filo di imbarazzo e di paura in lui; sapeva che mi avrebbe dato l’occasione giusta per spronarlo a tentare un approccio e questo lo aveva intimidito. Sai com’è Bred, che quando deve affrontare qualsiasi sfida nella vita si vede di fronte una montagna; quando però trova il coraggio di presentarsi ai piedi del massiccio trova sempre un tunnel e sorpassa l’ostacolo senza difficoltà.


    Insomma che io ho dato un’occhiata e gli ho risposto.


    “Accidenti, l’hai detto amico mio. Quale delle due preferisci?”.


    Bred ha finto di guardare meglio le due invitate, anche se sono certo che aveva già eletto la sua regina.


    “Quella coi capelli lisci”.


    Jack, ti garantisco che l’occhio clinico di Bred ancora una volta non aveva preso fischi per fiaschi; le due invitate erano molto carine. Quella coi capelli lisci era una moretta con gli occhi lievemente orientali, col nasino liscio e il fisico flessuoso, lungo e snello. Aveva quel tocco di sofisticato e snob che veniva offuscato da un sorriso del tutto amichevole. Portava un abito molto particolare che finiva con una gonna a tre quarti, con una sorta di scialle innestato sulle spalle. L’amica era più stile “amazzone”, aveva un non so che di selvaggio. Carnagione scura, tratti più marcati ma pur sempre molto aerodinamici, chioma folta e movenze sexy, di continuo.


    Erano là, ai bordi della festa, sedute sul divano più vicino alla pista da ballo. Bred  sorseggiava e guardava verso di loro, giocherellando con il bicchiere e col bottone della camicia. Hai in mente, Jack, quel suo maledetto vizio? Di togliere e mettere di continuo il bottone nell’asola? Quando l’ho visto che si stava incattivendo col tic l’ho abbracciato.


    “Che dici? Andiamo in avanscoperta?”.


    Lui ha sospirato e mi ha chiesto di aspettare ancora un paio di minuti; aveva bisogno di iperventilarsi bene prima dell’immersione.


    Poco dopo è arrivato in consolle l’animatore della serata e tre ballerine si sono palesate in mezzo alla pista; lo stile “villaggio vacanze” è calato sulla serata e come sempre si è alzato un filo di imbarazzo tra gli invitati. Le prime a seguire i balli conformati sono state due signore arzille e un poco alticce, che sono state subito dopo seguite da me e Bred. Io francamente non avevo molta intenzione di formare la coreografia della serata, consapevole che come di consueto si sarebbero snocciolate in serie i master piece delle feste di matrimonio: YMCA dei Village People, il trenino col ritmo samba, il più celebre dei pezzi della Carrà, quello della Cuccarini, La Bamba, la colonna sonora dei  Blues Bothers e via di seguito.


    Ad ogni modo è stato Bred ad insistere perché andassimo sulla pista.


    “Dai andiamo a ballare”.


    Io, lo sai Jack, sono piuttosto legnoso nei movimenti di danza, ma se possibile Bred lo è ancor peggio di me. Solo che quella sera in lui c’era un qualcosa che molto assomigliava alla rinascita e questo lo rendeva strafottente a qualsiasi giudizio delle persone in sala. Ballava senza seguire il ritmo, ma eseguendo delle movenze simpatiche; interpretava a suo modo la musica e ho notato che le due ragazze spesso ci guardavano.


    E’ stato Bred a partire, ad un tratto, verso di loro. Si deve essere convinto durante la danza strampalata e, se lo conosco abbastanza bene, ha compattato nella mente tutte le forze del corpo e ha espulso la timidezza con un soffio.


    Io l’ho seguito per riflesso incondizionato e sono rimasto alle sue spalle mentre le invitava a gettarsi in pista. Come da sua natura, non si é rivolto guardando negli occhi la tizia coi capelli lisci, bensì l’amazzone. Questo, lo sai, è tipico di Bred.


    Dopo pochi minuti eravamo in mezzo alla pista con Sonia (la selvaggia) e Caterina (capelli lisci). Inizialmente c’è stato un poco fertile scambio di parole, di conoscenza superficiale.


    “Siamo amiche della sposa” mi ha spiegato l’amazzone.


    “Noi conosciamo lo sposo” le avevo risposto.


    Sai, Jack, la fidanzata di Jason per noi non ha mai avuto un’identità nitida e definita; per noi era solo la ragazza di Jason e di lei non sapevamo nemmeno se avesse fratelli. Era come se la vita privata di Eleonora non esistesse, se non in funzione del suo neomarito; per questo non avevamo mai avuto modo di conoscere Sonia e Caterina.


    Ad ogni modo, più guardavo la ragazza selvaggia e più mi lasciavo dominare dal desiderio. Jack, avessi visto come si muoveva, che sguardi lanciava, che espressioni; eruttava sesso da tutti i pori. Caterina era più compassata nella danza, più timida. Non aveva un gran che di sexy, ma ero certo che Bred stava ribollendo comunque per lei.


    Abbiamo ballato per circa dieci minuti, poi ci siamo diretti al tavolo per bere un bicchiere di spumante; è stato lì che abbiamo iniziato ad interagire maggiormente con le due ragazze, rimanendo comunque su discorsi di circostanza e poco approfonditi. Ad ogni modo sembrava che Sonia e Caterina fossero felici di essere lì con noi, come se per tutto l’arco del matrimonio si fossero terribilmente annoiate. Ridevano, parlavano con voglia, non fingevano di essere cortesi, quanto meno sembrava proprio che lo fossero.


    Bred parlava con brio e quasi non lo riconoscevo. Come sai negli ultimi tempi non si era lanciato molto verso nuove conoscenze e i suoi “momenti astrattivi”, quelli in cui si isolava da tutto e teneva pure il cellulare spento, stavano aumentando di numero. Invece quella sera c’era in lui qualcosa che per me aveva ormai assunto le sembianze del ricordo; un Bred tanto brillante e deciso non lo vedevo da un pezzo e guarda, Jack, ero pieno di gioia.


    A un certo punto salta fuori Jason, in uno stato polivalente tra lo stressato, l’estasiato, l’ubriaco e il confuso, che ci chiede come sta andando la serata.


    “Benissimo” rispondo io.


    “Benissimo” aggiungono in coro Bred, Sonia e Caterina.


    Beh, poi è arrivato il momento del lento e il DJ ha scelto “Somewhere over the rainbow” per dare spazio all’intimità di coppia. Tu sai che Bred adora quel pezzo e forse in lui è scattata una sorta di campanella, quella che gli fa vedere la vita sotto l’ottica dei segni del destino.


    Jack, ci credi che non ho dovuto neppure spingerlo ad invitare Caterina? Avresti dovuto vederlo, è andato da lei e le ha detto:


    “Mi concedi questo ballo?”.


    Lei ha riso e gli ha teso la mano.


    Tutto stava andando così bene, ed io ero in fibrillazione per Bred che non ho neppure più pensato all’amazzone, che era rimasta sola al bordo della pista. Guardavo Bred che parlava fitto con Caterina e pensavo: accipicchia, pare che si conoscano da una vita. Lui era del tutto legnoso nel ballo e la stringeva con un certo impaccio, ma non perdeva mai la parola e il sorriso.


    Sonia mi ha raggiunto alle spalle e mi ha colto di sorpresa, facendo: Bhu! Io mi sono spaventato inizialmente, del resto ero totalmente assorto nella contemplazione di Bred e Caterina avvinghiati, quindi mi sono rivolto all’amazzone.


    “Hey, hai visto che bella coppia che fanno?”.


    Avevo parlato in preda all’estasi, senza pensare a null’altro che a uno scenario del tutto poetico. Ci ha così pensato Sonia ad avvelenare i miei pensieri idilliaci.


    “Eh già, meglio che Alessandro non sia qui, stasera!”.


    Senza specificare chi fosse Alessandro, mi era parso chiaro che ruolo avesse quello sconosciuto nella vita di Caterina. Ti giuro Jack, ci sono rimasto male come se fossi stato io ad essermi infatuato di una ragazza fidanzata.


    Nel frattempo anche Bred era venuto a conoscenza dell’impegno sentimentale di Caterina e aveva reagito alla sua maniera: con disinvolto disinteresse. Sai come fa lui, no? Si comporta come se la cosa fosse stata scontata fin dal primo minuto, come se mai, nemmeno nell’anticamera del cervello, avesse pensato di provarci con lei. Io che lo conosco bene sapevo che però in lui qualcosa si era spezzato e, benché nessuno la potesse scorgere, la luce dei suoi occhi era cambiata.


    Jack, conosci l’integrità morale di Bred di fronte a certe cose. Per lui l’idea di avere anche solo una fugace avventura con una ragazza fidanzata non viene nemmeno contemplata. Per questo, quando era venuto a conoscenza dell’esistenza di Alessandro, aveva messo una croce sopra a Caterina.


    Dopo la saga dei balli lenti, siamo rimasti tutti e quattro seduti a un tavolino posto nella veranda del ristorante. Caterina, ai miei occhi, sembrava essersi affezionata a Bred e non finiva mai di parlare. Tiravano fuori passioni comuni e si infiammavano nella discussione, ma io notavo che il nostro amico non si stava lasciando andare come ad inizio serata. Anzi, più i dialoghi si approfondivano, più pareva rattristarsi.


    La sexy amazzone non riusciva più a far circolare il pepe nelle mie vene, Jack, davvero. So che non sono un tipo che si lascia scappare certe occasioni, ma ti assicuro che la mia mente era molto più vicina a quella di Bred che a quella di Sonia. Però voglio essere del tutto sincero con te, Jack, poco prima di andarcene mi sono fatto lasciare il numero dell’amazzone; nella vita non si può mai sapere.


    Ad ogni modo durante il viaggio di ritorno, in automobile, abbiamo parlato di Caterina e naturalmente Bred ha negato di esserci rimasto male.


    “Figurati, era ovvio che avesse un uomo. L’ho percepito fin dall’inizio”.


    Mi sarei stupito se avesse ammesso d’essere distrutto (non che lo fosse quella sera), o se semplicemente mi avesse confessato: sono rimasto di sasso.


    Non ho mai compreso perché facesse l’orgoglioso anche con me, ma non ho mai fatto nulla per cambiare quella sua abitudine. Tanto Bred per me era trasparente e quasi sempre non era necessario che parlasse perché lo capissi.


    Forse però quella sera mi ero sbagliato a riguardo del suo stato d’animo, perché prima di scendere dall’auto mi ha detto:


    “Mi ha fatto bene questa serata; sono proprio felice”.


    E non ho dubbi sul fatto che avesse detto la verità. I suoi occhi erano tornati lucenti e chissà, magari realmente Caterina non lo aveva sconvolto, o magari l’aveva già dimenticata. O forse, Bred si era innamorato della situazione in generale e non della ragazza. E forse in quel momento Bred era innamorato e stava bene.


    Quella cosa mi ha fatto pensare alla tizia che suonava il pianoforte al di là della siepe, a casa dei miei genitori. Te la ricordi? La tizia di cui mi ero innamorato pur non avendola mai vista, della quale conoscevo solo il nome, il suono della voce e le doti virtuose alla tastiera.