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Racconti di Riccardo Dosso

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  • 04 aprile 2013 alle ore 23:23
    Spiaggia

    Come comincia: Era così che voleva vivere gli ultimi giorni della sua vita, una spiaggia solitaria e un mare cristallino all'apparenza senza fine.
    Pianse perchè non c'era nessuno a guardarlo, pianse perchè fin da bambino era facile al pianto non come gli altri maschietti e poi la malinconia era una compagna che conosceva bene.
    Si chiese ancora una volta quale regola bisogna applicare per intrecciare quelle sane relazioni chiamate amicizie, quelle poche che aveva stretto nella sua esistenza erano durate poco.
    Gli uccelli volavano alti nel cielo e sembravano giocare a chi pesca più pesci, la sua mano si allungò a sfiorare la copertina del romanzo appena iniziato e si chiese quanti giorni avrebbe passato a leggerlo.
    Le onde e i volatili erano un concerto meraviglioso e lui si innamorò ancora una volta della natura, nel profondo della sua anima però l'unico suono che voleva risentire era la voce di lei che scandiva le parole "ti amo" in portoghese.
    Quella cadenza poteva mandarlo in estasi anche ora che la sua mente non riusciva a riprodurlo fedelmente, ripensò alla sua stupenda risata che grazie alle casse del pc risuonava a distanza di chilometri da un continente all'altro.
    "Ti basta scrivermi una riga e sarò di nuovo tuo per sempre, come diceva una vecchia canzone mi hai fatto un incantesimo."
    Lacrime salate gli offuscarono la vista, si perdette ancora un momento a riportare in vita i momenti passati insieme anni prima, desiderando fortemente che lei un giorno tornasse tra le sue braccia e riuscisse a rendergli  di nuovo degna di essere vissuta la vita.
    Si ricordò che la prima volta che la vide indossava dei buffi calzini colorati, una timida ragazza che con la sua sola presenza causava terremoti biblici nel suo animo.
    Si versò un'altra tazza di caffè nero bollente, probabilmente esisteva una legge che vietava la consumazione di una bevenda così invernale in piena estate ma poco gli importava, ne bevve un sorso senza aggiungere zucchero o altri dolcificanti.
    Il sole iniziò a tramontare, si alzò e chiuse lo sdraio, prese le sue cose e si diresse verso la sua casa.
    L'ennesimo giorno fuori dal mondo, senza amici e senza di lei, solo.
    La vita era anche questo, trovare qualcosa da fare fino all'ora di andare a dormire, riempire i vuoti delle giornate e perdersi nella monotonia del quotidiano.
    Prese il telecomando e accese il decoder e la televisione, centinaia di canali con mille proposte diverse ma a lui bastava qualcosa che facesse ridere e non pensare.
    La sua risata era qualcosa da salvare nella memoria per sempre, voleva avere un registratore nel cervello per non perdere la fluidità di quei suoni.
    Aveva scelto di isolarsi dal resto del mondo, una piccola casetta su una spiaggia poco frequentata dai turisti cubani, all'inizio pensava di stabilirsi in Brasile ma poi pensò che per quanto grande quella nazione lui prima o poi sarebbe volato a Rio in cerca di lei.
    Guardò i pescatori sulle proprie barche e si chiese cosa facessero ancora fuori a quell'ora tarda e si ripromise di documentarsi meglio sulle pesca, si avviò verso la cucina e vincendo con un epico sforzo si mise a lavare i piatti e lasciò perdere il divano.
    Quanti amori vanno e vengono, quante persone cambiamo alla ricerca di quella perfetta per noi e quanto male ci facciamo prima che la magia si compi.
    Fuggiva dalla vita, fuggiva da tutto e da tutti, aveva deciso che la persona giusta era già arrivata e già l'aveva lasciato e che quindi ora doveva uscire di scena.
    Un altro piatto lavato messo a scolare sul ripiano, si girò e scelse un cd giusto per continuare i lavori domestici, scelse i Queen che gli davano sempre la giusta carica "I want to break free" uscì dalle casse a tutto volume.
    Davanti a lui la scopa in saggina sembrava una dama senza cavaliere al ballo del liceo, la prese e si mise a ballare una buffa danza con lei e pensò che insieme a lei non aveva mai potuto farlo e si ritrovò a desiderarlo con tutto il cuore.
    Quei suoi grandi piedi forse lo avrebbero portato a pestare quelli suoi piccoli da ragazzina, forse la sua mole l'avrebbe compressa e tolto il respiro ma averla anche solo per un attimo nelle sue braccia era un desiderio troppo forte che lo divorava dentro.
    Cosa avrebbe cambiato dirle ti amo?
    Sfogarsi finalmente e dirle di aprire gli occhi, dirle che non nonostante tutto il sesso con altre persone e altre relazioni amava solamente lei.
    Rifiutava questa spiaggia, quella sabbia dorata e quel silenzio paradisiaco.
    Voleva essere travolto dalla sua voce e dalle sue risate, voleva spendere del tempo con lei anche solo per seguirla in mille negozi che un uomo mai frequenterebbe.
    Non poteva essere se stesso, non poteva rischiare di perderla ancora anche se non era mai stata sua.
    Rivelare i propri sentimenti sarebbe stato un errore troppo grande, un rischio assurdo che non poteva correre.
    Si sdraiò in mezzo al corridoio sul gelido pavimento, guardò il soffitto intonacato di bianco e si perse nel vuoto della sua mente priva di pensieri.
    Cosa fare della vita ora, questo scomodo fardello che molti chiamano dono e che lui non voleva più.
    Troppa paura di mettere fine a tutto, troppo codardo.
    Alla fine pensava che il suicidio era un gesto egoista, pensava alla sua famiglia e di come un simile atto l'avrebbe devastata e quindi ecco l'esilio in quel posto sperduto ed isolato.
    Non riusciva più a fingere di essere un figlio sereno, un amico sincero e una persona buona che ama la vita.
    Non c'era posto là fuori per lui, un mondo selvaggio e arido dove non conta niente quello che provi nel tuo animo ma conta solo quanto hai nel portafoglio e quanto sei sulla bocca di tutti.
    Ripensò ad anni prima, quella volta che dopo averla vista rimase ore in stazione ad aspettare il treno per tornare a casa, in quei momenti tra una chiamata ad un amico e l'altra, il pensiero che era tutto troppo semplice se voleva farlo lo punse come una puntura di zanzara.
    "Guarda quanti treni, alta velocità e di te non rimane nemmeno il necessario per un semolino alla casa di riposo".
    La testa a volte è subdola e cinica, è il diavolo sulla spalla che approfitta della pausa lavoro dell'angelo sull'altra spalla.
    Si alzò e accese la sua macchina fotografica, rise pensando che quando era nato dovevano stare attenti a non esporrere la pellicola alla luce e ora era tutto digitale, tra tante foto cercava quella fatta con lei.
    Una foto di un recente passato, una foto di un amore mai nato e che lui sognava tutt'ora.
    Sorrideva appoggiandogli la testa sulla spalla, un gesto che normalmente sarebbe di estrema tenerezza e che invece lui sapeva era solo una posa per l'occasione.
    Diede un bacio con le dita al viso di lei e la salutò prima di spegnere l'apparecchio, andò in bagno e senza accendere la luce si sedette sul bordo della vasca e pianse per qualche minuto.
    Passò un altra notte insonne, la spalla gli doleva e si svegliava alle ore più disperate, era una nottata fresca e si spogliò pensando che così avrebbe dormito meglio.
    Se mancava lei cosa rimaneva nella vita?
    Un mucchio di bugie, un sacco di ruoli da sostenere nonostante non fosse un attore e molte apparenze da mantenere.
    La immaginava a letto con il suo nuovo amore, in questi casi la sua immaginazione era molto fervida anche se dove non arrivava la sua fantasia era stata lei a colmare le lacune.
    Lo aveva preso per il suo confidente personale, lui era l'unico uomo di cui si fidava e allora giù a raccontargli per filo e per segno cosa facevano i due piccioncini insieme.
    Il suo disagio per quelle scabrose situazioni le provocava sempre stupure, non riusciva a capire che stava ferendo i suoi sentimenti e quale dolore provava.
    Aveva desiderato di essere il suo primo uomo, voleva creare una famiglia con lei se solo gli avesse dato il tempo per farlo.
    Portarla in Italia e sposarla, ogni giorno svegliarsi e come prima cosa vedere lei ancora addormentata che riposa serenamente, l'avrebbe sempre svegliata con una carezza ed un bacio.
    Voleva passare il resto della sua esistenza ad accarezzare i suoi capelli neri, parlare con lei per ore e ore senza dover mai aver bisogno d'altro.
    Il cuscino era umido e bagnato da sudore e lacrime, consumato da mille notti agitate, se fosse stato più attento a queste cose l'avrebbe cambiato molto tempo prima.
    Accese lo stereo e ascoltò una manciata di vecchie canzoni, la musica era la sola compagnia che non tradiva mai, non esigeva discussioni e raramente ci litigava.
    Osservò il suo pigiama rovinato e consunto, ne avrebbe comprato un altro se questo non fosse stato così comodo, mangiò un pezzo di cioccolata al latte e provò a prendere sonno con l'aiuto della musica.
    Era sprofondato nuovamente in un universo onirico, al risveglio quasi mai ricordava i suoi sogni, era un meccanismo perfetto che avrebbe applicato anche alle storie d'amore concluse male.
    Le urla di alcuni marinai arrivati all'alba per pescare il pesce fresco lo svegliarono, non fu un problema quel brusco risveglio e anzi ne approffitò per fare qualche lavoro domestico extra.
    Prima andò in bagno a farsi la barba e gli sembrò di vederla dietro di lui nel riflesso dello specchio, gli cingeva la vita e gli sorrideva.
    Lasciò che quel fantasma del cuore giocasse con la schiuma da barba, più lui ne metteva sul volto e più lei ne toglieva scherzando come una ragazzina.
    Si girò la prese in braccio e la fece piroettare e girare velocissimamente, quando la testa gli girò troppo per proseguire si fermò e la baciò come se non ci fosse un domani e senza di lei un domani non poteva esserci.
    Bastava dirle una parola a volte per farla arrabbiare, una parola di troppo e lei subito si sentiva sotto pressione.
    Ripensò a questo quando si svegliò da solo nel proprio letto, il fantasma che i suoi desideri avevano creato era scomparso per lasciarlo ancora una volta da solo.
    Aveva rinunciato alla felicità da molto tempo ma ultimamente il peso di quelle giornate vuote lo strinse ancora di più fino a spezzargli qualcosa dentro, qualcosa si incrinò e cominciò a prendere a pugni lo specchio della camera fino a sanguinare copiosamente.
    Era tutto rosso intorno a lui, i suoi occhi non mettevano più a fuoco nulla, il dolore era arrivato ad un punto di non ritorno ed era così forte che tutto il resto svaniva.
    Prese un grosso pezzo di vetro e si diresse in bagno, prese con sè tutti i ricordi di lei e poi anche carte e penna.
    Ripensò a tutti i momenti felici che avevano passato insieme, maledì il suo ragazzo perchè lui aveva potuto averne molti di più di lui che si era dovuto accontentare di una manciata di ore passate come un amico qualsialsi.
    Riguardò tutte le foto, pianse e le lacrime si mescolarono al sangue che continuava ad uscire dai tagli.
    Lei con il suo buffo berretto che sorrideva dal passato, un altra foto la mostra seduta al tavolo di un ristorante, è felice nonostante il freddo la mette a dura prova e non stia benissimo.
    Rise amaramente riflettendo che in fin dei conti stava facendo di tutto questo un dramma inutile, era quello che lei gli diceva di non fare e lui le rispondeva che era italiano e che essere melodrammatico era nel suo dna.
    Si soffermò a ripensare a tutti i litigi grandi e piccoli tra i due, ripensò a come lui si arrabbiò una volta per come lei se ne era andata dalla chat senza salutarlo e si ricordò di come ci rimase male, sbagliò a farglielo notare ovviamente lei prese il tutto come un offesa personale.
    Era tutto qui e la vita senza quella persona speciale non meritava di essere vissuta, l'idea di farla finita con quel coccio lo spaventava ma ormai era tutto perduto e sapeva che lei non sarebbe mai e poi mai tornata e che anzi non lo aveva mai amato per davvero.
    Era stato tutto un gioco per lei, purtroppo invece lui l'aveva amata veramente e ancora una volta maledisse qualcuno e quel qualcuno questa volta era se stesso, si maledì per averla amata sempre nonostante tutto.
    Scrisse in quel foglio di carta un biglietto per quella donna che sicuramente non avrebbe capito nemmeno dopo quel gesto estremo i suoi sentimenti, espresse la sua ultima volontà ovvero quello di essere sepolto con la foto di lei vicino al cuore e si fece coraggio.
    Un ultimo taglio, questa volta non al passato, questa volta un taglio vero e ancora più sangue sgorgò dal suo corpo.
    Mentre il buio calava immaginò il suo sorriso e la sua risata, il fantasma era tornato e lo aspettava alla fine di quella terribile lotta che aveva combattuto per troppo tempo.

  • 12 marzo 2013 alle ore 17:24
    Sul treno

    Come comincia: Tanto valeva la pena farsi coraggio e salire, si guardò indietro e pensò all'acqua cristallina che si era lasciato alle spalle e ai giorni felici ormai lontanissimi.
    Il vagone del treno ero buio e vetusto, si sedette nell'unico vagone dove le chiacchere non erano sparate a decibel esagerati, prese un libro dalla borsa e si fermò a pensare a quante trame di libri che aveva letto da giovane riusciva a ricordarsi ancora.
    Dove era seduto non era di certo come la sua poltrona preferita nella casa delle vacanze estive, un luogo paradisiaco e utopistico nel suo essere così un'oasi di tranquillità.
    "Mi scusi è libero quel posto?"
    Rimase un attimo interdetto di fronte a quella donna, vestiva d'alta classe come se fosse appena uscita da un set pubblicitario e la sua bionda chioma era una splendida cornice per un viso leggiadro come il suo.
    La riconobbe subito nonostante lei ignorasse chi fosse lui, quella persona era la sua vicina di casa quando andava al mare, era una giovane che si diceva essere una vera macchina da soldi sul lavoro e infatti non dormiva quasi mai nella sua abitazione e si vedeva di rado.
    "Prego, è libero si accomodi."
    Si sedette in maniera goffa, il vestito non era solo un'opera d'arte ma era anche parecchio ingombrante e poteva rendere ridicola anche la dama più elegante, appena trovata la posizione più comoda tirò un respiro di sollievo.
    Lui ricacciò il naso nel libro, colonne e colonne di parole senza senso, la sua mente vagava in fantasie via via sempre meno caste e sempre meno adatte ad un luogo pubblico.
    Non era da lui quello che stava capitando nel suo animo, quel battito impazzito del cuore e quel desiderio animalesco erano i sentimenti di un altro ne era consapevole.
    Si alzò ben attento a recitare per bene il ruolo della persona tranquilla e a capo chino senza guardarla negli occhi si accinse ad uscire dallo scompartimento.
    Percorse il corridoio con passo svelto e celere al bagno, dove ricomporsi si diceva tra sè e sè, mentre le chiacchere provenienti dalle altre cabine non lo sfioravano nemmeno.
    Arrivato a destinazione pose la mano sulla serratura ma la porta non si aprì e una voce fastidiosamente graffiante lo redarguì, stette fuori ad aspettare e cercò di placare quella sciocca insicurezza e tutto quel trambusto interiore.
    "Mi scusi devo cambiare il mio bambino, posso passarle d'avanti?"
    Una donna grassoccia e con i capelli in disordine lo guardava con aria afflitta, in braccio un piccolo frugoletto piagnucolante, era evidemente un'urgenza che non permetteva ulteriori ritardi.
    "Certamente signora si figuri.."
    Si fece da parte e lasciò alla signora il posto in fila, non trovò nula di meglio da fare che provare ad indovinare quale vita conducesse quella figura non troppo attraente, un modo come un altro per ingannare l'attesa e mettere un freno alle proprie tentazioni.
    Distratto dai propri pensieri non si era accorto della figura che ora usciva dalla toilette, un uomo alto e magro con i capelli brizzolati e il fiato corto come dopo una corsa, subito dietro di lui una donna intenta a riabbottonarsi la camicetta in fretta e furia ma con aria soddisfatta.
    La madre li guardò scandalizzata ma non si fermò a fare una paternale, prese il pargolo e lo appoggiò alla bene e meglio sulla spalla, aprì goffamente la porta e si chiuse dentro.
    Quando l'uomo uscì finalmente dai suoi pensieri contorti vide che era il primo in fila e si chiese quanto mancava al suo ingresso nel locale, dietro di lui un paio di ragazzotti si passavano le cuffie di un lettore mp3, la musica che ne usciva era a lui sconosciuta e irritante.
    "La ringrazio è stato molto gentile".
    Un vero fulmine di guerra, probabilmente era abituata a cambiare il pargolo molte volte al giorno, sorrise e fece un cenno con il capo.
    Corse dentro la stanza prima che altri individui potessero ascoltarlo, si chiuse a chiave ben bene e con un sospiro si sedette sul water chiuso, era finalmente in un luogo dove poteva rimettersi in sesto prima di tornare nel vagone e sottoporsi nuovamente al difficile esame che lo attendeva nelle vesti di una bellissima e misteriosa donna.
    Il sole che filtrava nel bagno creava un'atmosfera irreale e tutto sembrava galleggiare nell'inquietudine, guardò nello specchio davanti a sè e si fermò a pensare agli anni e anni di sporcizia sopra di esso.
    Quell'atmosfera lo riportò all'infanzia, i pomeriggi estivi passati a cercare vecchi e polverosi ricordi in soffitta, dal lucernario entrava la stessa luce che entrava ora e questo in qualche modo gli fu di conforto.
    Si guardò nello specchio ora pulito con un pezzo di carta igienica e si fermò a guardare l'immagine riflessa, era iniziato il solito interrogatorio e la solita ispezione.
    Vide i primi capelli grigi, quelli che lui chiamava capelli chiari o certe volte biondi giusto per mentirsi ulteriormente, vide alcune zone rade in quella chioma una volta fluente e affascinante.
    Le rughe agli angoli degli occhi potevano far pensare ad un passato nel mondo pugilistico e invece nascondevano solo una pessima cura della propria persona, la verità era che si curava solamente quando era previsto un incontro con un altro essere umano, non vedeva infatti il motivo di curarsi e di mostrarsi in panni migliori se non doveva uscire dallla propria casa.
    Si guardò le grandi mani e cercò di pensare a quale ragazza gli aveva fatto un complimento in proposito, la sua ambizione era di far sentire sempre protetta la persona amata e sperava sempre di suscitare questa sensazione.
    "Sembra ieri che ero un ragazzo delle scuole medie al campo scuola, quello che mi mostra il riflesso invece è solo un volgare trucco."
    Mentiva spesso a sè stesso, cercava di sentirsi speciale o almeno cercava di essere speciale per qualcuno, se non lo fosse allora sarebbe stato solamente un altro individuo qualunque e questa era un'idea che lo rendeva infelice.
    Quella donna seduta vicino a lui prima era veramente affascinante, la sua mente tornò presto a lei e al desiderio di farla sua.
    Si lavò il viso e stette sotto l'acqua gelata almeno cinque lunghi minuti, solo un violento bussare alla porta lo fece ritornare alla realtà.
    "Mi scusi è tutto a posto, sta bene? Stiamo aspettando da molto qui fuori."
    Si sentì a disagio dopo quel rimprovero giunto da una giovane voce, si rese presentabile in fretta e furia e uscì in silenzio sempre senza guardare chi aveva davanti, sapeva di essere osservato dagli altri passeggeri in attesa e ormai evidentemente contrariati.
    Prese il corridoio che lo avrebbe riportato nel suo scompartimento e si soffermò a guardare il panorama che schizzava via a una velocità impressionante dal finestrino, era la stessa magia che lo stregava da bambino quando era in auto con il nonno.
    Non era pronto a rientrare nello scompartimento dove lei lo attendeva, si fermò ancora un attimo rapito dal panorama che il treno in corsa gli offriva.
    Si soffermò a pensare a quante donne aveva giurato amore eterno, a quante volte era finito nel baratro per una storia finita male ed infine a quanto dolore costava rialzarsi dopo l'ennesimo fallimento.
    Anche il rapporto più importante che aveva vissuto era stato liquidato dalla sua ex come se fosse stato una brezza leggera anni dopo, il tempo a volte è crudele e ti costringere a recitare ruoli non tuoi come quello dell'amico.
    "Dai sono stati solo due mesi e sono passati due anni!"
    Queste parole bruciavano sempre nella sua testa e non se ne andavano, a questo punto decise che quello che lo aspettava era francamente meno peggio di quello che aveva rivissuto.
    Aprì la porta scorrevole e senza proferire parola si andò a sedere al suo posto, lei era lì che lo guardava con un pizzico di malizia e un tocco di curiosità.
    "Stavo cominciando a preoccuparmi per lei, è stato via parecchio tempo."
    Lui la guardò basito e cercò di simulare la sorpresa di questa inaspettata confidenza cortese, studiò un attimo quale risposta era la migliore prima di esprimersi.
    "Per usare i servizi c'era una lunga fila, ho dovuto aspettare a lungo."
    Lei rise spensierata e mise via il libro che stava leggendo, era un tascabile dalla copertina rossa consunta.
    "Io mi chiamo Barbara e lei è.. ma certo lei era il mio vicino di casa questa estate al mare."
    Stupito che lei in quei pochi momenti che era nel suo domicilio lo avesse riconosciuto, non seppe bene come reagire.
    "Non ci siamo mai presentati.. anzi a dire il vero ho sempre pensato che fosse sempre fuori per lavoro, i vicini la descrivono come una persona instancabile."
    Lei sorrise e tutto il mondo splendette, questo è uno dei tanti poteri di una donna, sanno trasformare anche il giorno più grigio in un giorno di sole.
    "Mi scusi ma lei non mi ha ancora detto come si chiama."
    Quel rimprovero scherzoso lo colse in fallo, la guardò a lungo negli occhi castani e poi si soffermò un attimo sulle lunghe gambe vellutate.
    "Mi chiamo Alan, piacere di conoscerla Barbara."
    Barbara gli strinse la mano, una stretta forte e decisa che lasciava capire che lei non era per niente il sesso debole, si aggiustò per l'ennesima volta l'ingombrante vestito e sospirò.
    "La gente deve sempre trarre conclusioni affretate Alan, è vero non ero mai a casa ma non per lavoro bensì per recarmi in ospedale da mia madre."
    Avere tatto di fronte a quelle che sono considerate situazioni delicate non era il suo forte, provava un forte distacco anche per i problemi che lo toccavano figuriamoci per quelli di un altro, cercò una frase da dire non troppo evasiva e nemmeno troppo invadente.
    "Capisco, mi spiace molto.."
    Entrarono in una galleria e fu subito buio, nessuno poteva giurare che il mondo fuori in quei cinque secondi di nero totale esistesse ancora e che il tempo non si fosse cristalizzato.
    Tornò la luce e lei era lì a fissarlo quasi annoiata, il sorriso dal suo volto era ormai sparito e aveva lasciato spazio solo all'ansia e alla preoccupazione.
    Lui si alzò e andò a sedersi vicino a lei, le strinse la mano nella sua e questa volta fu lui a sorriderle ma con gli occhi.
    "I brutti e i bei momenti si alternano sempre, sono come il sole e la luna."
    Barbara si lasciò andare e gli pose la testa sulla spalla, non sapeva bene chi fosse quell'individuo ma gli infondeva sicurezza, era come i primi raggi di sole dopo un lungo inverno.
    Ora la donna poteva chiudere  gli occhi e sentirsi protetta, le notti tra medicine e dottori erano ormai distanti e il peggio era ormai alle spalle, poteva tornare a casa sapendo non solo che la malattia del genitore era sconfitta ma che forse aveva trovato qualcuno di speciale.
    A volte le parole sono solo un inutile spreco in un discorso già perfetto, è la vita a girare le pagine della nostra storia e Barbara aveva deciso di non essere una lettrice troppo curiosa, non sarebbe andata fino in fondo al libro per scoprire prima il finale.
    Alan era un perfetto nuovo inizio e non andava rovinato con la fretta, si sarebbe lasciata cullare e proteggere.
    Dopo qualche ora il treno finalmente si fermò, lei aprì gli occhi incoraggiata da una sua carezza e capì che il loro viaggio era appena iniziato.