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Autore

Riccardo Fazi

in archivio dal 20 giu 2006

25 marzo 1979, Roma

24 luglio 2006

Il ritorno

Intro: Un ritorno a casa dopo tre anni. Da quando Ossa Rotte e il suo amico avevano abbandonato la propria terra per far soldi in città. Emigranti che cercano fortuna e non sempre la trovano. Ossa Rotte deve tornare perché la sua famiglia deve fargli una festa, una festa che era stata annunciata. Una storia, un sorso di vita lontano da noi, ma vicina ad un'umanità dove la fatica logora l'uomo.

Il racconto

Prologo
Cara Hue ti manda questa lettera tuo marito, anche se la mano che la scrive non è sua e nemmeno la voce che la dice. Come stanno le tue vecchie ossa rotte? Le mie non suonano nemmeno più tanto si sono scordate la forma delle tue. Ma non dobbiamo preoccuparci ancora a lungo: il tempo del dolore è finito, adesso è il tempo del coraggio: sto finalmente per tornare a casa. Abbiamo raccolto le monete necessarie per il viaggio, che se tutto va bene durerà come quello all’inizio: un mese, quindi, e poi le nostre vecchie ossa rotte potranno sbattere di nuovo, e faranno musica e tireranno su una festa e tutta la famiglia verrà a ballare insieme a noi. Salutami chi ti è rimasto ancora intorno, in particolare quella peste di Hue-Lin, che Dio la benedica, sempre. A tra poco.

 


Il racconto
Avevamo raccolto dieci yen, anche quel giorno. Dieci yen. Non era mica una cosa nuova. Sempre dieci yen ci davano. In tre anni di lavoro non si sono sbagliati mai. Bravissimi. Ora le spiego, cosí capisce più in profondità. Dieci yen al giorno è, e non sono esagerato, uno yen ogni due ore, se pensiamo al viaggio di un’ora e mezza, o due quando il pullman è pigro, per tornare a letto. Perché il letto era in città capisce, mentre la fabbrica no, e il pulmann doveva per arrivarci atraversare i campi, e poi ancora i campi, il fiume, le altre industrie, ancora i campi, l’aereoporto, il parcheggio, ancora i campi, le fabbriche piccole, altri campi, la strada con i negozi con le vetrine grandi ai lati, un po’ di campi, però più piccoli, dei campicelli, e poi allora si iniziavano a incontrare le case. Mica le nostre però. I palazzoni alti. Casa nostra era dopo altri campi. Casa nostra con dentro il letto nostro e quello di altri sei. Lei quelle sigarette americane che fuma quanto le ha pagate? Me ne dà una? Costano tre yen quelle lí. Almeno due anni fa, ora non lo so. Quattro e mezzo? Benissimo, allora capisce anche meglio. Dieci yen al giorno, dico giorno perché si dice cosí, ma noi entravamo che era buio e uscivamo che era pure. Il giorno per me era solo una parola. Un sacco di cose erano solo una parola lí dentro. Famiglia era una parola. Riposo era una parola. Gioco era una parola. Cibo era una parola. E le parole sono grandi, ti rimbalzano nella testa. La parola cibo poi era propriamente più grande di quello che ci davano da mangiare una volta al giorno. A volte si rubavano le scatolette, ma quel giorno la macchina era stata più veloce di me. Lui non era stato tanto bene quella domenica lí. Per due volte aveva chiesto il permesso di andare al bagno, e la seconda volta lo hanno sgridato pure perché ci era rimasto troppo. Per questo ho pianto che non ero riuscito a rubare la scatoletta. Dico, ho pianto anche perché sapevo che era il suo compleanno, quella domenica lí, anche se lui se lo era scordato. O forse faceva finta, il fatto è che gli pesavano i sette giorni sulle spalle, la domenica non veniva mai leggera, e lui era cosí, non lo si trattava all’uscita della fabbrica, la domenica. Deve sapere che all’uscita della fabbrica non c’è praticamente niente. Uno spazio vuoto, pienamente vuoto per occhi e occhi. Tutto quel vuoto è del padrone anche quello. Se l’è comprato col tempo, scatoletta dopo scatoletta, ma non ci ha mai costruito niente. Se l’è comprato, che la fabbrica non gli bastava. Se l’è comprato perché le cose fanno venire voglia di altre cose. Lo capisco. Anch’io quando infilo una mano in tasca e trovo una caccola di tabacco vorrei trovarne un po’ anche nell’altra per farmi una sigaretta. E cosí lui si è comprato tutto, tutto quello che si vede appena esci dalla fabbrica è della stessa persona. Anche noi lo siamo, ma solo fino a quando non vediamo più la fabbrica.Si, mi perdoni. Lei ha delle persone care? Persone che gli vuole davvero bene, che ci è cresciuto insieme, che ci ha provato con lui tutto quanto, le cose belle insieme alle cose brutte? Beh, io so che anche lei ce li ha. Non dico che ci passa insieme tutto il tempo, ma che ci sta insieme anche da lontano o dopo tanto. Che tornano quando torni tu, quando fai di nuovo spazio dentro al petto, e loro sono lí per entrarci ancora. Che non sono le persone che ti pensano ma lei non lo sa. Questa è un’altra cosa. Qualcuno ci pensa sempre, ma questo per me non è bastevole, no? Io credo che non mi basta pensare che qualcuno mi pensa. A che serve?A che serve che qualcuno mi pensa se non me lo dice? Io lo devo sapere se tu mi pensi, e se tu mi pensi me lo devi dire, ecco. Lui era uno di quelli. Specialmente nella vecchiezza, eravamo sempre insieme. Anche lui ha una famiglia, che lo aspetta. Io ho una nipotina, lui ne ha due, due maschi. Uno non l’ha nemmeno mai visto, gliel’hanno scritto che è nato, ma non sappiamo ancora come si chiama perché la signora che ci ha letto la lettera non capiva bene il dialetto della nostra campagna. Kam-pai è il nome. C’eravamo quasi, vero? Mancava poco. Me lo sentivo, qualche giorno ancora e saremmo arrivati. Mia mamma mi diceva sempre che chi nasce tondo non muore mica quadrato, ecco, io sono nato con la sfortuna addosso. E non se n’è più andata questa stronza. Anche quella sera lí, se ci penso di più, posso dire che sono stato sfortunato. Eravamo usciti mezz’ora più tardi perché mi si era rotta la macchina personale, e non si esce dalla fabbrica se la fabbrica non funziona bene. Se ci penso di più posso dirle che io ho fatto fare tardi a quasi cento persone quella sera lí, e se non facevamo cosí tardi magari ci andavamo a dormire e basta, e oggi eravamo ancora lí. Se ci penso di più forse non siamo stati poi cosi sfortunati. Insomma, alla fine invece di andare a dormire, siamo andati alla spiaggia quella notte lí. Siamo andati alla spiaggia perché quando sono uscito dalla fabbrica lui era seduto per terra con la testa tra le gambe che non guardava niente. Allora lo tiro su, sono sempre stato più forte di lui, insomma lo tiro su, me lo abbraccio tutto e gli dico: Buon Anniversario Ossa Rotte! Ossa rotte sa è il suo soprannome, lui ci si chiama sempre cosí con sua moglie, ma da quando lo conosco, anche quando aveva quarant’anni lui era già ossa rotte per tutti, anche perché a quarant’anni già lavorava da trenta, faccia un po’ lei. Insomma, lui fa una scoreggia di sorriso, poi si risiede, si rimette le mani in testa e dice: Sono stanco. E, vabbè, andiamo a casa allora, via, che aspettiamo? Il pullman è appena partito, e io sono stanco di aspettare. Che non si trattava di aspettare cinque minuti, perché, sa, c’è solo un pullman che viaggia tra la fabbrica e la città, e quindi ogni volta bisogna aspettare che torni quello, che vuol dire almeno un’ora di noia. Mi fa, prendiamo il primo pullman che arriva. Ma che dici, tra cinque ore dobbiamo essere di nuovo qui, dove vuoi andare, questo è quello che avrei dovuto dire, e invece no, gli dico va bene, stasera prendiamo il primo pullman che arriva e ci facciamo portare dove dice lui, perché avevo capito che lui aveva bisogno di fantasiare un poco. Era il suo compleanno, e lo aveva appena saputo. E cosi scopriamo che il primo autobus che arriva non passa in città, ma le gira intorno per arrivare fino alla costa. Va bene la costa? La costa va bene. Quando dico la costa, non pensi a una spiaggia lunga di sabbia, sa, con gli ombrelloni e tutto il resto. La costa è solo dove sbatte il mare, e dove sbatte il mare vicino alla città ci sono sassi e scariche di fabbriche, sassi e scariche di fabbriche. Ma andava bene lo stesso, ci piaceva andare lí, ci eravamo già stati, perché il mare è sempre il mare, e ha sempre la sua follia che fa bene. Il mare era uno dei motivi che ci ha fatto andare via da casa tre anni fa. Quello, e il fatto che ci avevano detto che nelle città della costa orientale si guadagnava bene, molto piu di quanto prendevamo noi poveracci di campagna e si lavorava di meno, perché nelle fabbriche ci sono le macchine e pensano a tutto loro. Bè, quella era una cazzata, però il mare c’era. Il mare. C’è un vento freddo stasera al mare, e l’aria è cosí pulita che quasi si vede il Giappone. Guarda, và: il Giappone. Quello? Eh sí eh? Chissà com’è il Giappone. E si muove il Giappone? Che si muove, dove deve andare il Giappone, il Giappone sta fermo. E allora quello non è il Giappone, si muove. Ci sediamo qui va bene? Andava bene, cosí ci sediamo sopra i cappotti da lavoro, perché gli scogli sono un po’ puntuti, e lui ha un problema in fondo alla schiena, e ci rimettiamo a guardare verso lontano. Zitti zitti. Zitti zitti. Allora penso che quello è proprio il tempo giusto per tirare fuori il mio regalo di compleanno, perché io lo sapevo da una settimana che il suo compleanno sarebbe arrivato la domenica e stavo soffocando dalla voglia di dargli il suo regalo. Una bottiglia di sakè, un’intera bottiglia di saké, da farci almeno due sorsate a testa. Quando il liquorante mi aveva detto che costava trenta yen, che è tre giorni di lavoro, prima ho pensato ma che cazzo, poi ho pensato ancora ma che cazzo e l’ho comprata. Una gran bella bottiglia, sa, di porcellana, di quelle che poi le tieni sul tavolo e ci metti i fiori dentro. La volevamo portare a casa insieme a noi. Aveva tutte delle scritte blu, non ho mai saputo che c’era scritto sopra. Gli è scivolata dalla tasca a ossa rotte mentre eravamo su un treno, io non me ne sono accorto, ed è rimasta lí. Devo darti una cosa. Cosa. Tiro fuori la bottiglia dalla sacca e gli dico Ta daaaa! Buon anniversario Ossa Rotte. Quando lui ha visto la bottiglia non ci voleva credere ai suoi occhi. Mi fa Che cos’è questa? E io dico Quello che vedi, aprila e scoprilo da solo. Non ci credeva proprio. Anche mentre buttava giù il primo sorso, quasi non lo riconosceva quello che stava bevendo, mi fa tu mi vuoi fare male stasera, hai deciso che mi vuoi fare male, vecchio rincoglionito che non sei altro. Non ce le possiamo mica permettere queste cose qui. Aveva ragione, ma come ho detto prima, che cazzo. Due sorsi ed era già finita. Però, che scaldamento che ci aveva dato. Una roba cosí pura e perfettamente buona non la incontravamo da tempo. Quasi la stavo per sputare per quanto mi bruciava lo stomaco. Questa roba qui ci ammazza gli dico. Lui finisce la bottiglia, e la mette in tasca. Posso tenerla? Certo è tua, è il tuo regalo di compleanno. Ma se la riportiamo indietro ci danno dei soldi. Che cazzo, non ci pensare nemmeno, capito? Quella te la porti a casa e ci metti i fiori dentro, cosí funziona. Secondo te quanti anni c’ho? Bho? Settantacinque? Preferisco settantatre. Secondo te potrei fare settantatre anni oggi? Certo. Tanti auguri per il tuo settantatreesimo anniversario, ossa rotte. Tutto qua. Ci siamo rimessi a guardare lontano, poi dopo un po’ lui si sdraia per terra con gli occhi aperti e si mette a guardare più lontano ancora. Avrei potuto parlare allora. Cosí che adesso vi direi quello che ci siamo detti. Che ne so, qualche pensiero sulla vita, di quelli belli profondi che ti vengono radamente e che quando vengono, un po’ lo sai che dopo qualcosa cambia, e allora non ti arriva tutto cosí all’improvviso, che non te l’aspetti. Ma no. Non c’era la forza e nemmeno la voglia di star lí a parlare. Lui poi si è addormentato proprio subito, il tempo di qualche respiro e già lo sentivo russare. Ha sempre russato un sacco, per quel problema al naso che ha da quando è bambino. Ero lí, seduto, a guardare il Giappone che se ne andava via, con accanto Ossa rotte che russava. Avrei potuto pensare allora. Fare un po’ il riassunto delle cose. Tracciare qualche linea. Era il momento giusto per farlo. Ma non l’ho fatto, perché sono pigro, e mi sono addormentato anch’io. Scusate, non avete per caso un bicchiere d’acqua? C’è un sacco di polvere da queste parti qua, e non bevo da quasi un giorno. Sul pullman non abbiamo avuto acqua per quasi tutta l’ultima giornata e quando mi avete fermato siete stati cosí gentili da accompagnarmi subito qui che me lo sono scordato che avevo sete. Fa sempre cosí caldo qua? Allora non deve essere un gran posto per viverci. Ne ho sentiti di caldi durante il viaggio, ma mai come questo. Epperò dovevo pensarci. Dovevo pensarci che a un certo punto si sentiva l’odore. Credevo che tutta quella carta bastava. E c’era pure la coperta marrone. Quella ce l’ha regalata una donna dopo qualche giorno che eravamo partiti. Anche a lei ho raccontato tutto. Credeva che io fossi uno dei suoi figlioli andato via da casa non so quanti anni fa, poverina. E mi ha dato questo straccio qui, che lo aveva cucito lei, è bruttissimo, ma era un regalo, e i regali non si giudiziano mica, e io le ho detto grazie, è il tappeto più bello che abbia mai visto. Che mi è stato utilissimo poi, che lo copriva tutto dalla testa ai piedi. Grazie. (beve) Allora, che devo dire ancora. La mattina dopo la spiaggia era piena di gabbiani che manducavano le spazzature, facevano un rumore insopportabile che mi sveglia, mi sveglia quello e il caldo del sole in faccia. Ossa rotte. Ossa rotte, dormi ancora? Lui era sdraiato accanto a me. Morto. L’ho capito subito che era morto, che aveva la faccia tutta verso il sole, che non si muoveva di un millimetro, immobile che non poteva starci cosí immobile senza svegliarsi. Ma poi perché da quando lo conosco lui si sveglia sempre prima di me. Glielo dicevo sempre io, il giorno che mi sveglierò prima di te ossa rotte, sarà per andare a scavarti la fossa. È strana la vita. Quando poi è morto davvero non gliel’ho mica scavata la fossa. Non potevo farlo lí. In quel posto. Che non era nostro e noi non eravamo di lui. Che nessuno ci conosceva e ci voleva bene, che nessuno avrebbe pianto insieme a me. Non ci ho mica pensato io. Non sono mica stato lí due ore sotto al sole a pensare a cosa fare, lo sapevo fin da subito cosa fare. Era il momento di tornare a casa. Ci stavano aspettando da quando ce ne eravamo andati tre anni fa che gli abbiamo detto ai nostri, vi manderemo i soldi fino a quando ce li avremo e poi all’improvviso torneremo noi senza dirvelo e ci farete una gran festa con tutti i soldi che vi abbiamo mandato. Bisognava farla quella festa, un sacco di gente la aspettava da anni. Ossa rotte, la aspettava da anni, me ne parlava tutti i giorni. Non l’ho toccato di una virgola. Non gli ho nemmeno messo le mani in tasca per vedere se aveva dei soldi anche lui. Io avevo i dieci yen della settimana. Sarebbero stati bastevoli per tornare a casa. Forse no, ma tanto avevo solo quelli. Saremmo tornati a casa. Punto. Come, lo avremmo scoperto tornando. L’ho lasciato lí un attimo, il tempo di girare un po’ per la spiaggia e trovare qualcosa per coprirlo, poi siamo partiti. Da quel momento lí non ci siamo più lasciati. A parte adesso, naturalmente. Sapete, l’avevo convinto io. Lui non era mica sicuro di fare una cosa cosí grande alla nostra età. Io lo avevo portato fin laggiù, io ci credevo che partire sarebbe stata la cosa giusta da fare, che non ce l’avremmo mica fatta a sopravvivere, noi e le nostre famiglie continuando all’infinito a spaccarci la schiena sui campi per due yen, che la vita in città sarebbe stata facile, me lo aveva detto un cugino che era appena tornato da quelle parti con un sacco di soldi in tasca, che sarebbero bastati un paio d’anni e poi saremmo tornati a casa, ricchissimi e avremmo fatto una grande festa e tutti ci avrebbero ringraziato fino alla fine dei nostri giorni. Adesso per favore, fateci tornare a casa. O sennò accompagnatelo voi fino a lí se io non posso e devo stare fermo in questo posto quanto volete voi. Ci stanno aspettando, capite? Ci stanno aspettando.

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