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in archivio dal 16 ott 2007

Rina Brundu

27 giugno 1968, Ogliastra - Dublino - Italia
Segni particolari: Una pazienza infinita.
Mi descrivo così: Sono come una specie di bolla di sapone che a volte è in grado di riflettere tutti i colori dell’arcobaleno e altre volte riesce persino a volare....
Io non sono una scrittrice, io sono uno spirito-che-scrive: é molto diverso!
Mi trovi anche su:

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  • 11 gennaio alle ore 14:42
    L’oasi

    C’erano foglie, c’erano fiori
    C’erano gemme multicolori.
    C’era un’aere limpida e vera
    Pareva un soffio di primavera.
    (sogno)
     

     
  • 06 novembre 2013 alle ore 21:46
    Quercia solitaria

    Quercia solitaria
    Fredda e indifferente
    Aggrappata alla terra
    Per non volare via
     
    Quercia solitaria
    Dalle fronde esagerate
    Ciarliera col vento
    Nascondi
    Pensieri
    E battiti di cuore
    Che ti fanno compagnia
     
    Quercia solitaria
    Che non ispiri poesia
    Riflessa nel blu
    La foresta sei tu!
     

     
  • 06 novembre 2013 alle ore 21:44
    Questa Dublino d’autunno…

    Questa Dublino d’autunno……

    ha dei colori che incantano l’anima.

    È un tappeto di foglie

    cadute,

    perdute.

    È un cielo diamante

    splendente,

    lucente,

    È un arazzo di gemme

    appese

    sospese.

    Questa Dublino d’autunno.

    … è casa di streghe.

    Di maghi, di fate,

    di atmosfere

    incantate.

    Questa Dublino d’autunno…

    In Dublino,  24/10/2013

     
  • 05 maggio 2013 alle ore 19:46
    Dove vanno a morire le farfalle?

    Dove si perdono i loro colori?
    Dove dimenticano i loro amori?
    Dove curano i loro dolori?

    Dove vanno a morire le farfalle?

     
  • 28 dicembre 2012 alle ore 19:42
    Regalo

    Voglio regalarti
    una poesia.

    Leggera
    Sentita
    La mia

    Voglio regalarti
    Un momento
    Che ti giunga
    Veloce
    Nel vento
    Deponga
    Fugace
    Un sorriso
    Che illumini
    Di gioia
    Il tuo viso

    Voglio regalarti
    Un anno

    Nuovo
    diverso

    Speciale

    Così
    Com’è giusto
    Che sia

    Se comincia
    Con questa
    poesia.

    Leggera
    Sentita
    La mia.
    ____________
    Dedicata

     
  • 03 novembre 2012 alle ore 8:13
    Come una farfalla…

    Che non fa che volare
    Incapace di fermare
    Il moto del vento
    Incapace
    Di frenare
    Lo scorrere del tempo

    Incapace di godere
    I suoi stessi colori
    Incapace di lenire
    I suoi mille dolori

    Come una farfalla
    Che vorrebbe dormire
    Lasciarsi andare e poi
    dolcemente morire.

     
  • 29 ottobre 2012 alle ore 14:24
    Vorrei poterti abbracciare...

    Vorrei
    Poterti…
    Abbracciare
    In quel letto d’ospedale.
    Carezzare il tuo viso bello
    E stanco.
    Vorrei dirti mille cose
    Ma non mi riesce di parlare
    Vorrei
    Volare
    E come l’aquila
    Guardare
    Che la pioggia non ti sfiori
    Che il sole non ti neghi
    I suoi
    tepori 
    Che il vento non ti porti via
    Da me
    Il tempo siamo io e te
    Vorrei
    Poterti…
    Abbracciare.

    ___________
    A mio padre.

     
  • 06 ottobre 2012 alle ore 13:20
    L’aquila

    Vorrei essere l’aquila
    Dalla vista acutissima
    Dal passo regale

    Vorrei essere come lei
    Vorrei essere uguale

    Vorrei spiccare il volo
    Solcare cieli azzurri
    E giocare col vento

    Vorrei essere l’aquila
    Farmi beffa del tempo

    Vorrei essere come lei
    E lasciarmi trascinare
    Dal capriccio del momento
    Dall’estro dell’istante
    Dal piacere di volare.

     
  • 02 ottobre 2012 alle ore 6:58
    Ottobre

    Ottobre. Parliamone, ecchesaramai, sono trascorsi cinque anni, sai. Ottobre. E quel suo appressarsi muto, gioco usato, falsato dal tempo, ma in fondo ben conosciuto. Che il silenzio lo sentivi fratello e a suo modo ti faceva più bello. Ottobre. Parliamone, ne converrai, sono passati cinque anni, ormai. Ottobre. E quel suo appressarsi lento, carico d’ogni malinconia e degli umori capricciosi del vento. Con il quale danzavano foglie, imbrattate di ruggine, d’ogni afflitto colore, abbandonate, perdute, smarrite, annullate nel loro infinito dolore. Parliamone, concorderai, perché non ne parliamo mai. Ottobre. Che sapeva di scuola, di grembiuli e fiocchi vivaci. Ottobre. Che sapeva di pioggia, di stradoni bagnati, di timide braci. Di orti intristiti intorno al villaggio, cataste di legna, storie senza coraggio. Ottobre. Che sapeva di noi, dei nostri sogni, del domani, di infiniti istanti strani. Ottobre. Dolce, infigardo. Ottobre. Cortese, bastardo. Ottobre. Che giuro per l’anima mia, non avrebbe mai dovuto portarti via. In memoria, 1 Ottobre 2007 – 1 Ottobre 2012

     
  • 23 giugno 2012 alle ore 1:34
    Big bang

    Di anime
    che
    a volte
    si sfiorano

    Innescando
    esplosioni
    sopite
    passioni
    strane
    sensazioni

    E attimi di cielo
    chiaro

    Di anime
    che
    sono disegni
    pensieri matrici
    ideali capricci
    antichissimi segni

    E poi
    si perdono.

     
  • 29 aprile 2012 alle ore 14:48
    A Danila Oppio

    Non sono capace
    Io
    Di molte
    Parole
    Quando
    Bisognerebbe
    Elogiare
    Magnificare
    Complimentare
    Decantare

    Ma...
    Vivono
    Nel silenzio
    Le mie verità
    Più grandi

    E spesso
    nel dolore.

    Perché non serve
    ad una rosa
    inebriarsi col profumo
    Ad una aurora
    perdersi nel biancore

    Ad un sole 
    illuminarsi 
    di altra luce

    Gli basta sapere che c’è!

    Rina Brundu, in Dublino, 29 Aprile 2012

     
  • 20 aprile 2012 alle ore 20:09
    Come un violino da accordare…

    Come un violino
    Da accordare
    L’anima
    A volte
    Mi sfiora

    Colora
    Momenti
    Rendendoli più veri

    Come un violino
    Da suonare
    L’anima
    A volte
    S’indora

    Di strofe
    Poesie
    Astruse melodie

    Di fuoco che s’accende
    Ardente
    Bruciante

    E di luce
    Smagliante
    Cangiante
    Abbagliante

    Splendente
    Corona di re

    Che in mezzo alla gente
    brilla soltanto per me.

     
  • 17 aprile 2012 alle ore 23:50
    Dissolvenza

    Finalmente il sole!

     
  • 13 aprile 2012 alle ore 23:07
    Quei due alberi

    Ammiravo…
    Quei due alberi
    Spogliati di tutto
    Braccia lunghissime
    Raggiungevano il cielo
    Mai abbracciati
    Mai allacciati
    Mai legati
    In eterno
    Stretti
    Costretti
    Vicini

     
  • 04 aprile 2012 alle ore 23:20
    Come sotto una nuvola bianca

    Come
    sotto
    una nuvola
    bianca
    Senza pioggia
    senza calore
    Mi manca
    L’idea
    di te

    Come
    lungo
    una strada
    Diversa
    Ti inseguo
    Perseguo
    Ti sogno
    E poi…
    Ti perdo

    Pensieri
    Memorie
    di ieri
    Risate
    Forzate
    E momenti
    Mai veri
    Mi confondono

    Come
    sotto
    un incanto
    ammaliante
    angosciante
    angustiante
    senza domani
    senza ristoro
    soffoca
    L’anima in me.

     
  • 02 aprile 2012 alle ore 22:29
    Sogno

    Nel sogno
    riesco a scorgere
    momenti che
    avrebbero potuto essere
    Come brandelli
    di pensieri
    dell'anima
    Scampoli di un altro io
    che non si rivela
    ma che potrebbe
    sapere
    perché
    Nel sogno
    riesco a riunirmi
    con te
    a riempire
    l'assenza
    di milioni di anni
    di un tempo che forse era ieri
    ed ora mi sfugge tra le dita
    Eppure è come intuissi
    sapessi
    conoscessi
    a memoria
    ogni istante di noi
    vissuto tra
    intervalli di vite
    fatte a posta
    per allontanarci
    ferirci
    colpirci
    prima di
    scoprirci
    di nuovo
    ...vicini.

     
  • 25 marzo 2012 alle ore 21:21
    Oceano di cielo

    Oceano di cielo
    Senza fondo
    Dove nascondermi
    Perdermi
    Inseguire
    All’infinito
    Pensieri

    Oceano di cielo
    Senza fondo
    Dove illudermi
    Di ritrovarti
    Come allora
    Come ieri

    Oceano di cielo
    Senza fondo
    Dove riscoprirmi
    Ancora

    Smarrita
    Rapita
    Impaurita

    Felicemente
    Lietamente
    Malinconicamente

    Parte
    Di te.

     
  • 21 marzo 2012 alle ore 19:12
    Onirico

    Vorrei
    baciare
    la tua
    ANIMA
    e dirLE
    che MI appartiene
    Come un gigante buono
    che
    incatenandosi
    si lascia
    abbracciare.

     
  • 18 marzo 2012 alle ore 20:07
    Ad Aran

    Vorrei essere quella di allora

    Seduta sulle tue scogliere scurite

    Ad ammirare picchi a strapiombo

    E il mare

    Che ti divora

    E ti inghiottirà.

    Vorrei essere quella di allora

    Che seguiva movimenti strani

    Dei gabbiani indolenti

    E del vento

    Che ti spazza come bora

    E ti disperderà.

    Vorrei tornare a sognare

    Riempire gli occhi

    Del tuo verde brillante

    Delle tue lacrime

    Cadute

    Piovute

    Per miracolo

    E per amore

    Con un giusto furore

    Da un cielo sempre

    Mogio

    Non ti sia questo mio

    Mortificante elogio

    Per colpe mai avute

    Sgarbi mai pensati

    Momenti già passati

    Consideralo pensiero vero

    Su tutto il ricevuto

    Su ogni istante vissuto

    Anche se ormai perduto

    Vorrei essere quella di allora

    Che si riempiva di te

    Delle tue strade della tua pietra

    E della marea

    Che ti disegna

    Tetra

    E ti affogherà.

    Vorrei poter confidare nel tempo

    Nel senno di quel vecchio saggio

    Vorrei ritrovare il coraggio

    Dei tuoi uomini e delle tue donne

    Anche loro spazzati via dal vento

    Anche loro inghiottiti dal mare

    Anche loro morti alla vita

    Senza poterti più ammirare.

    Dublin, 18 Marzo 2012 – ricordando Aran il giorno dopo San Patrizio.

     
  • 04 marzo 2012 alle ore 15:35
    4 Marzo 2012 – A Lucio Dalla.

    Aspetta!

    Non andare

    Ancora…

    Ti volevo

    Raccontare

    Di allora..

    Aspetta!

    Un momento

    Ti volevo

    Raccontare

    Del vento…

    Che giocava

    Spazzava

    Vette

    granitiche

    Cime

    ataviche

    uggiose

    All’ombra

    di nuvole

    Rare

    Tediose.

    Aspetta!

    Un secondo

    Ti volevo

    Raccontare

    Di quel mio mondo…

    Dei suoi umori

    Dei sapori

    Di quei bizarri languori

    Di orizzonti tersi

    Di pioggia peregrina

    Di cumuli di neve

    Rugosa

    Soffice

    Preziosa

    Aspetta!

    Un minuto

    Ti volevo

    Raccontare

    Di quel mio tempo….

    Perduto!

    Sofferto

    Vissuto

    Istante senza affetto

    Ribelle

    Insolente

    A suo modo maledetto.

    Aspetta!

    Un istante

    Ti volevo

    Raccontare

    Di quella luce

    … abbagliante

    Di quel Marzo

    Birichino

    Discolo

    A suo modo malandrino

    Fatto apposta per il tuo cantare

    rinascere

    Novello… Gesù Bambino.

    Rina Brundu, Dublin,  4 Marzo 2012.

     
  • 10 febbraio 2012 alle ore 4:22
    Semantica

    Questa notte
    Si sono spente anche le stelle
    Mi perdo in un mare d’ebano
    Affondo
    Sprofondo
    Annego

    Nel cielo cupo
    Si confondono
    Memorie
    Ricordi
    Cimeli
    Reliquie
    Anticaglie

    Domani
    È semantica.

     
  • In questo tempo che passa, veloce, che mangia i suoi giorni, le ore, i minuti, tutti i nostri sogni, in questo tempo che passa veloce che depone polvere che diventa crosta si sposta illude ci costa, in questo tempo che non sento più mio mi sono accorta di averti dimenticato, di averti a mio modo scordato, di non averti convenientemente salutato. Quando te ne sei andato. Che a pensarci bene, facendo mente locale, sono solo pochi mesi che sedevamo sotto quel sole cocente, a suo modo stridente con il freddo intorno e parlavamo di niente, di robe stonate, storie mai raccontate, conosciute a memoria, fondi di bottiglia di vite antiche spezzate e che nessuno ricordava più. Che seduto sulla panca di quella vecchia piazzetta non hai mai fatto discorsi grandi, ragionamenti, convincimenti profondi credimi non so se ne avevi nel caso ritengo te li tenevi e preferivi ascoltare. Anche parlare sono convinta ti costasse fatica, come il tedio di ciò che sapevi. E poi la noia. Ma a volte ridevi quando lei si faceva gioco di noi e intuivi, capivi, presentivi, captavi ciò che non aveva bisogno di essere detto. Che a narrarlo ci pensavano i raggi del sole, quando rossastri irridevano il mondo, creavano mostri, coni d’ombra dentro e intorno al villaggio, imbrogliavano l’anima in quel canto benigno. Che a narrarlo ci pensava la pioggia cadendo fitta, briosa, dispettosa, irritante, antipatica, fastidiosa, ripuliva l’aria e ci illudeva di essere. Ancora. Che a narrarlo ci pensava la neve. Quella soffice di infiniti anni fa, quella stessa che diventava mantello, pesante, sfilacciato, afflosciato sul quale catturare anche il più docile agnello, vitello, ti costava. Fatica. Immagino. Immagino perché il resto lo narrava il silenzio proprio quello che è sempre stato barriera, muro di gomma mai veramente provato. Mi chiedo adesso cosa sei stato? Ragazzo ribelle, forse rassegnato? Uomo adulto prostrato, testardo, ostinato? O invece duttile, remissivo, ubbidiente, conciliante che in fondo, credo (di nuovo!), poco ti importava delle vaneglorie del mondo dentro il nulla dei canyon assolati dove ricercavi libertà. In questo tempo che passa, veloce, che mangia i suoi giorni, le ore, i minuti, tutti i nostri sogni, in questo tempo che passa veloce che depone polvere che diventa crosta si sposta illude ci costa, in questo tempo che non sento più mio… mi sono accorta di averti dimenticato, di averti scordato, di non averti convenientemente salutato. Lo faccio adesso, zio.

     
  • 16 novembre 2011 alle ore 23:02
    Oh due ali d’angelo!

    Oh due ali d’angelo!

    Per volare dalle persone sole
    Quelle che

    A Dublino

    La notte

    Dormono per strada
    Esistono ignorate
    Spirano dimenticate

    Oh due ali d’angelo!

    Per volare dalle persone sole
    Quelle che

    Dovunque

    Raccontano senza dire
    Guardano senza capire
    Piangono senza lacrime
    Ti toccano ma non ti sfiorano

    Oh due ali d’angelo!

     
  • 16 novembre 2011 alle ore 22:47
    Torno qui

    Mentre gli altri sono lì
    A volte
    torno qui.

    Sperando
    Di

    Trovarti
    Incontrarti
    Incrociarti
    Vederti
    Avvertirti
    Intuirti
    Capirti.

    A volte
    Torno qui
    Mentre gli altri sono lì.

     
  • 12 novembre 2011 alle ore 15:37
    Angelo

    Angelo
    Nei tuoi sogni
    Fantasma
    Dei tuoi giorni
    E poi
    A volte
    Capita
    Che ti manchi
    Come l’aria che respiri
    Come l’anima
    Quando
    Ti lascia
    Si stacca
    Distacca
    Si scosta
    Discosta
    Si libera di te
    Per vivere
    In me.

     
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  • Come comincia: La nonna amava alzarsi all’alba. E preparare il caffè. Dentro una caffettiera strana. Napoletana mi pare la chiamasse. Non usava il fornello ma faceva bollire l’acqua tra la brace e la cenere del camino, dopo avere acceso un fuoco bello che rischiarava la piccola cucina rosata e le dava…. atmosfera. Mi piaceva assistere a quei riti mattinieri e le rare volte che mi era concesso di alzarmi  con lei diventavano per me occasioni importanti. Mi affascinava il buio fuori dalla finestra, il rumore del vento che spazzava il grande stradone, il freddo intenso che viveva dentro un suo silenzio profondo. Uguale in tutto per tutto a quello di lei. In quegli attimi laboriosi la nonna, infatti, non parlava mai. Trafficava muta, immersa in privati pensieri, con indosso la solita camicia bianca e la gonna lunga. I capelli pure lunghi raccolti a crocchia, lo sguardo vecchio ma bello, quello strano segno sulla fronte a memoria di una caduta di bambina. Osservarla andare e venire mi dava sicurezza, la sua saggezza, innata, mi regalava conforto. Sapevo che in sua presenza non avrei avuto nulla da temere. Anche per questo, un giorno, feci il diavolo a quattro per accompagnarla a portare le capre dal pastore che le avrebbe condotte al pascolo. Che lei non si era mai opposta a quella mia richiesta ma per riuscire nell’intento occorreva il consenso altrui. E poi un mattino presto di primo autunno, imbaccuccata a dovere, la mia mano piccola nella sua più grande, misi dietro alle bestie festose. Ricordo il mio respiro che si condensava nell’aria ghiacciata a formare nuvole trasparenti destinate a perdersi nell’istante. Ricordo la strada vuotata e il rumore diminuito dei nostri passi affrettati. Ricordo lucette vaghe in lontananza oltre quelle più rassicuranti dei grandi lampioni aggrappati a lunghi pali di legno piantati a distanze uguali. Ricordo l’arrivo nel luogo convenuto e la nebbia improvvisa. E poi il viso di un uomo fatto, vissuto, temprato dal tempo, spuntare diffidente dalla cappa umidiccia con lo sguardo fisso su di me. Ebbi paura, strinsi più forte la mano di lei e decisi che non era avventura da ripetersi. Mi mancava la tempra! “Mani troppo piccole” criticava spesso la zia, guardando le mie. “Non servono a niente!”. E a suo modo quel commento sineddico era una sentenza: per qualche ragione, io, a quel mondo non vi appartenevo pienamente. Ero… differente. La nonna invece non si perdeva mai in simili chiacchiere oziose. Riteneva che la vita occorresse viverla con altri strumenti e alla di lei madre, venerata, incensata, adorata, idealizzata nel ricordo, rimproverava soltanto di non averla mandata a scuola. E quando mi raccontava di simili faccende coglievo nel suo discorso l’invito implicito a guardare oltre un mondo che lei non avrebbe potuto lasciare. Che lei non avrebbe voluto lasciare. Mai! Neppure io. Allora! Perché quel mondo era bello. Si reggeva – l’ho capito poi – dentro dinamiche fragili ma viveva di una consistenza interna straordinaria e di una bellezza epidermica che lasciava senza fiato. Ogni minuto, ogni ora, ogni giorno, ogni mese, ogni anno nascevano segnati da un profumo, da un colore, da un valore diverso che sapeva crescere nel ricordo. Novembre, per dirne una, era il tempo delle castagne. Andare a raccogliere quei frutti gustosi, opportunamente protetti da madre natura dentro cappotti verdastri, spinosi, resistenti, diventava un’avventura in sé. Diventavano momento importante le chiacchiere, le risate, sotto quegli alberi possenti. Bellissimi. Diventavano infine avvenimenti da scolpire nella nostra memoria giovane le infinite serate trascorse intorno al camino, trascorse a nutrire di frasche secche il fuoco svelto necessario per cuocere le castagne dentro la grande padella bucata. E mentre le frasche morivano inghiottite da lingue di fuoco rossaste e sempre più alte, producendo rumori simili a disperate preghiere di anime dannate, spesso e volentieri nella grande cucina rosata echeggiava soltanto la voce di lei che nel nostro silenzio perfetto raccontava le sue storie. Che raccontare storie, favole, momenti, ricordi di un mitizzato passato le riusciva come nient’altro e per quelle storie chiedeva rispetto. Che – pure questo l’ho capito poi – a modo loro tali racconti, tali favole di una Sardegna che era stata, riproposte all’infinito, parlavano di tutto. E di niente. Erano strato epidermico amorevolmente costruito, erano abito leggiadro intessuto per dare decoro ad un mondo altrimenti nudo, ad un mondo che non aveva troppa coscienza delle sue possibilità. Anche solo per potersi raccontare. Ad un mondo che per fato e destino aveva scelto di vivere-soltanto, senza farsi troppe domande. Ad un mondo che non aveva il tempo di fermarsi. Ad interrogarsi. Ad un mondo che lottava nel silenzio per proteggere la sua identità alla stregua degli scostanti cinghiali che infestavano le foreste intorno, restii a farsi addomesticare. E che protetto dall’ombra benigna e ad un tempo immutabile della Grande Montagna, esisteva determinato a spirare con dignità. A farsi apprezzare nel ricordo, a farsi rimpiangere in ogni istante e in ogni momento futuro, come un tesoro di valore perduto ma capace di creare l’illusione di essere semplicemente… nascosto. Dentro quell’ideale cestino di preziosi brilla come diamante favoloso il ricordo di lei, della sua figura bella, della sua accorta saggezza, del suo viso strano, dei suoi modi pacati, dei suoi racconti vissuti che illuminano come luce sfolgorante ogni giorno della mia vita.

     
  • Come comincia: Solevamo collie-su-friscu ai bordi del grande stradone che traversava l’intero villaggio seduti su panche di pietra rubate ai nuraghi che puntellavano il mondo intorno. Ma che quelli fossero furti perpetrati in buona fede l’avrei capito solo molto più tardi. Allora come allora mi bastava attendere il morire del giorno, correre, bambina, verso quel punto convenuto e assicurarmi che, dopo la cena, i nonni, gli zii e i vicini di casa mi raggiungessero e si accomodassero gli uni accanto agli altri: chi proprio su quelle panche di pietra, chi sulle sedie di legno, chi su tronchi d’albero spezzati, chi perfino per terra. Tutti insieme appassionatamente, tutti pronti a raccontare o a farsi raccontare antiche storie perché questo, solo questo, importava. A pensarci bene, i vecchi che si appressavano verso quel luogo d’incontro quotidiano li rivedo adesso come strane figure di nero vestite, visi scolpiti dal sole dal vento e dalla pioggia, corpi a loro modo piegati dal lavoro e dall’età, occhi neri o azzurri che non faceva differenza perché la luce più gioiosa che si accendeva dentro era la stessa per tutti quando si appressava la sera. Ed il tempo del riposo. Su di loro, su di noi, guardava invece un drappo d’ebano puntellato di milioni di stelle che splendevano chiare, chiarissime, come granelli di sabbia che erano diamanti buttati per gioco su una tovaglia di seta preziosa il cui orlo più elegante, lo intuivo, spariva dietro il Gennargentu.

    Che le stelle non si contano, ammoniva la nonna! Una, due, tre, quattro, cinque… mi intestardivo a razionalizzare. Ti verranno le verruche! Una, due, tre, quattro… non usavo arrendermi per così poco. Ti si riempirà la faccia di bubboni che non andranno più via! Una, due tre…. Sarai brutta come una vecchia strega! Una, due… Ecchecavolo, non capivo, tutto quel casino per avere alzato lo sguardo al cielo! E per avere osato sfidarlo! Che loro, quei vecchi, anche questo l’ho capito soltanto molto tempo dopo, il cielo lo rispettavano. Il cielo e suoi abitanti! Gli spiriti dell’aria e del vento. Il canto della civetta soprattutto, che se la sera l’uccellaccio del malaugurio decideva di regalarci un saggio della sua bravura,  la notte non era mai serena, e il mattino poteva risultare foriero di brutte nuove. Che c’era pure una nenia che ripetevo all’infinito senza spiegarmela: anninnora, anninnora, cuccu meu. Prama di otti, lera fizzu fizzu, tentu m’appo unu fizzu in crabu mannu. So ddos sos caboddos de sa ghedda. Folla manna niedda sassaresa. Arrostted’Arrosa in tundu in tundu, si bivis in su mundu gosadie… A su timbiri, timbiri, timbiridona, eja, eja, eja… (1) E via così cantilendando che non aveva senso e che perciò si adattava meravigliosamente a quel mondo che non raccontava di niente ma esisteva soltanto aspettando la sua fine. Che a ben guardare era pure dietro l’angolo.

    Ma tra il principio e la fine gli istanti sono generalmente molti. Come milioni sono stati i momenti vissuti sotto cotanto universo splendente a ricordare antiche storie, spiegare il presente, razionalizzarlo e farne tendone pesante per impedire la visione del futuro. Che del futuro non ne parlavamo mai, come non ce ne importasse, che il presente ci bastava e si nutriva del passato. Di un passato mitico che noi bambini potevamo soltanto immaginare e nostro malgrado lo coloravamo di giornate soleggiate che non erano mai state. Perché, l’ho saputo dopo, i vecchi avevano fatto la guerra, la grande guerra, e l’avevano vissuta male. Perché i pascoli del Gennargentu d’inverno ghiacciano pure in tempi di pace e le pecore bisognava portarle nel Salto di Quirra, giù nel Campidano, giù vicino a Cagliari. Giù dove vivevano i ricchi commercianti che ti compravano il pecorino romano (ma era romano soltanto di nome) per quattro lire e poi con lo stesso formaggio ci si arricchivano rivendendolo a peso d’oro nei mercati cittadini. E mentre gli uomini erano in simili faccende affaccendati, le donne pensavano alla famiglia e diventavano forti. Reggevano la casa, reggevano le fondamenta di un mondo che quando è finito è finito per consunzione mica perché è crollato loro addosso. Che loro, i vecchi, grazie a Dio se ne sono andati con dignità e adesso, come gli abitanti di Springfield “dormono, dormono sulla collina”. Tutti quanti. Ne manca solo uno, ma lui ha deciso di attendere ancora che non si sa mai e forse il Padreterno ci potrebbe pure ripensare sull’inevitabilità della chiamata.

    Che quelle nostre storie raccontate mentre chistiaus-su-friscu, lo ripeto, erano fatte di niente e se il buongiorno si vede dal mattino, gli intellettuali alla Gramsci nella Sardegna interna dovrebbero essere anche quelli spiriti dell’aria. Che qualche volta si sentono ma non li vedi e il più delle volte non esistono proprio. Che la coscienza di Essere a noi ce la regalava soltanto il vento quando batteva forte sui tetti delle case, si incuneava nei comignoli e ti affumicava la cucina. E a volte ti prendeva a sberle in faccia. Che la coscienza di Essere a noi la regalava soltanto il sole che cresceva grano, fagioli e patate, pomodori bellissimi e ciliegie ridenti. Che ne mangiavamo a milioni e poi quando la pancia era piena ci costruivamo orecchini, collane, coroncine rossastre che mettendole in testa ti sentivi regina. Che la coscienza civile e politica noi non ce l’avevamo mai avuta e di sicuro non è mai nata mentre eravamo intenti a collie-su-friscu. Che il pastore-operaio-filosofo di Ottana comparato ai miei vecchi era un signore dotto e colto e veniva pure quello da Marte.

    Che in quegli anni verdissimi della mia bellissima infanzia noi somigliassimo ai “morti” di Joyce finanche questo l’ho capito soltanto molto tempo più tardi. L’unica differenza è che quei “morti” dublinesi avevano volontariamente ottenebrato la loro consapevolezza-di-esistere, mentre noi non solo non ce l’avevamo mai avuta una tale consapevolezza ma non sentivamo neppure il bisogno di averla. Perché a tenerci in vita era semplicemente il respiro e a quanto pare ci bastava perfettamente. Anninnora, anninnora, cuccu meu. Prama di otti, lera fizzu fizzu, tentu m’appo unu fizzu in crabu mannu. So ddos sos caboddos de sa ghedda. Folla manna niedda sassaresa. Arrostted’Arrosa in tundu in tundu, si bivis in su mundu gosadie… A su timbiri, timbiri, timbiridona, eja, eja, eja…

    (1) Che non penso fosse nenia tradizionale quanto piuttosto canzone da ballo composta credo dal Porrino.

    22-01-2012

     
  • 29 agosto 2012 alle ore 22:02
    Filosofico 21: di infiniti ritorni

    Come comincia: - Sedevi più vicino…
    - Vicino o lontano dentro la tua modesta dimora che differenza fa, maestro?
    - Ancora, ancora….
    - Cosa guardi?
    - Le erbacce, in giardino…
    - Lo so, avevo promesso…
    - Poi…
    - Poi il tempo, il poco tempo, maestro…
    - Capisco, altre faccende….
    - No, dicevo del poco Tempo, quello contato…
    - Ci sarà una ragione…
    - Appunto!
    - Quindi spenderlo ad estirparle…
    - Non ho detto questo, maestro…
    - Non ho finito!
    - Immagino intendessi che… usarlo per estirparle…
    - …non  fa brillare la nostra anima altrettanto?
    - Più o meno… maestro.
    - Sei in errore, piuttosto intendevo che usarlo per estirparle potrebbe essere…
    - Sì?
    - Un fine.
    - Ti fai gioco di me, maestro.
    - Ho altro da fare.
    - Non vedo il nesso…
    - E’ forse più nobile scalare un’alta montagna?
    - Avrebbe un senso, maestro…
    - Anche il mio giardino liberato dai cardi e dalle ortiche lo avrebbe….
    - Ma l’anima?
    - Brillerebbe di riflesso, d’accordo… però solo davanti ad occhio non accorto.
    - Un po’ poco, maestro, un po’ poco…
    - Ripensandoci…  hai fatto bene…
    - Ad usarlo altrimenti, il mio tempo, maestro?
    - A sedere... lontano.

     
  • Come comincia: Colette: (si alza e va a tirare le tende, poi torna a sedersi).
    Plinio: Mah… mi hai tolto anche l’ultimo fievole raggio di luce: non leggo!!
    Colette: Non leggo neppure io ma non mi lamento! E poi in realtà nulla è cambiato…
    Plinio: Come? Nulla è cambiato? Hai tirato le tende ecco cosa è cambiato!
    Colette: Semantica!
    Plinio: Semantica, Colette?
    Colette: Semantica, Plinio. Di fatto non lo vedevo bene neppure prima…
    Plinio: Cosa????
    Colette: Il tuo giardino, che altro? L’avere tirato le tende non cambia nulla…
    Plinio: Cambia che io non riesco a leggere!
    Colette: Tipico!
    Plinio: Tipico?
    Colette: Della tua generazione, di chi altri?
    Plinio: (fa per aprire la bocca ma poi non parla, attende)
    Colette: Meglio ancora della “politica” della tua generazione…
    Plinio: Della politica?
    Colette: Sicuro, dell’arte di amministratore le cose intorno a voi che avete sempre preferito: l’importante è che venga soddisfatto l’interesse pariticolare poi se gli altri vivono lontani dalla “luce”, che importa? Intendiamoci, Machiavelli ti direbbe che è in fondo l’interesse particolare a muovere il mondo, tuttavia…
    Plinio: Tuttavia?
    Colette: I suoi contemporanei avevano il senso del limite….
    Plinio: (si gratta la nuca, perplesso!).
    Colette: E il peggio si propone quando da Machiavelli si passa agli Azzeca-garbugli di manzioniana memoria: cioè si tende ad imporre e a giustificare il malfatto, finanche l’ignoranza delle cose, con fiumi di parole senza significato…
    Plinio: Il politichese?
    Colette: Sicuro, ma non solo! Anche il blogghese potrebbe essere una possibilità da non scartare….
    Plinio: (esasperato) Giuro di non averci capito un accidente!!
    Colette: Ritieni che questa affermazione sia chiara invece? “La politica è eterno compromesso. Questo Colette lo saprebbe, cioè saprebbe che la politica è sempre meta. Fuori dei libri di storia è sempre al di qua e al di là. È anche al di sotto, ma come chiave di lettura, una delle tante. In quanto risolutrice, a una sommatoria, è sempre negativa. La politica moderna o contemporanea, s’intende, dell’opinione pubblica, il voto e le assemblee…”.
    Plinio: Effettivamente! Ma chi lo ha detto?
    Colette: Non è importante chi lo ha detto. E' importante l’approccio: ovvero la visione tipicamente post-democristiana di un machiavellismo privato di ogni suo carattere nobile e servito in salsa insipida al volgo addomesticato che poi dovrebbe comprarlo senza lamentarsi mai: a scatola chiusa, insomma. Come del resto ha fatto per sessant’anni…
    Plinio: Nessuno ha costretto nessuno…
    Colette: Miraggi della democrazia! In realtà la corda si stringe intorno al collo dell’impiccato esattamente come avviene sotto dittatura. L’unica differenza è che il malcapitato è portato ad interrogarsi se in fondo non sia stato pure colpa sua…. Del resto, la retorica abbonda.
    Plinio: Ma tutto questo che c’entra col mio giardino? E perché hai tirato le tende?
    Colette: C’entra moltissimo: a suo modo il tuo giardino è riflesso di quel curioso modus operandi. Mirarlo è come mirare la volta stellata…
    Plinio: La volta stellata?
    Colette: Certo, ma non è un complimento: di fatto la luce che brilla sopra di noi racconta l’universo com’era nel suo passato, milioni di anni fa. L’unica differenza col tuo "giardino" è che almeno allora quella visione astronomica era comunque vera…
    Plinio: Mentre le “visioni” nel mio giardino?
    Colette: Sono personali, molto personali, non si lasciano investigare e restano opinabili. Finanche criptiche nel loro reiterato rifiutarsi di farsi conoscere per davvero. Tanto vale tirare le tende, appunto. Senza considerare che dell’universo digitale dentro cui si muovono raccolgono soltanto il peggio….
    Plinio: Il peggio?
    Colette: Sicuro, il peggio, proprio come nella politica più becera: si lancia il sasso ma non si ha il coraggio di far vedere la mano! O di mostrare il volto…
    Plinio: La… “mano”... non è importante…
    Colette: Concorderei, se fosse arto staccabile dal resto del corpo. Invece si muove con quello, è mosso da quello e per ragioni spesso astutamente imperscrutabili.
    Plinio: Astutamente imperscrutabili?
    Colette: O quasi, caro Plinio. O quasi…..

     
  • Come comincia: Colette: Plinio…
    Plinio: Ancora qui? Pensavo stessi andando…
    Colette: Vado, vado. Prima però volevo dire che….
    Plinio: Sì?
    Colette: Be’ non è vero che non ho imparato nulla. Ho imparato, a mio modo.
    Plinio: Bene.
    Colette: (lo fissa senza parlare).
    Plinio: (esasperato) Insomma, si può sapere cosa c’è Colette?
    Colette: Dico… non vuoi sapere?
    Plinio: Cosa Colette? Cosa?
    Colette: Ciò che ho imparato, naturalmente…
    Plinio: (rassegnato) Cos’hai imparato Colette?
    Colette: Più che altro ho avuto conferma dell’esistenza di un limite… Che tuttavia non riconosco in quanto tale ma attribuisco alla situazione contingente…
    Plinio: (serafico al limite dell’autolesionismo) So che me ne pentirò ma l’oggetto del tuo discorso sarebbe, Colette?
    Colette: Be’ la sostanza, la sostanza intellettuale che posso mettere sul tavolo…
    Plinio: Quindi?
    Colette: Quindi ho ammirato quei fiori nel tuo giardino. Durante tutto l’inverno, per giunta. Ti ho visto piantarli, curarli, custodirli, bagnarli, finanche  raccoglierli…
    Plinio: (di nuovo modesto) Nulla di che.
    Colette: Concordo!
    Plinio: (piccato) Concordi?
    Colette: Sicuro! Nulla di che. Ma sono belli. Colorati. Profumati. Di uguale altezza. Si lasciano guardare. E sembrano felici…
    Plinio: (sorpreso) Felici?
    Colette: Be’ non chiedono altro. E ti soddisfano.
    Plinio: Non l’ho mai detto…
    Colette: Ma li vivi come così fosse. Io invece….
    Plinio: Tu invece?
    Colette: Non mi accontento….
    Plinio: (sospira pesante) Questo mi pare chiaro.
    Colette: E un poco come se….
    Plinio: Sì?
    Colette: Quei roditori….
    Plinio: Dell’anima?
    Colette: (annuisce diverse volte) Sì, proprio quelli! Come se io li volessi. Guai se smettessero di tormentare il mio orticello, le mie radici mal seminate…. Guai se disertassero i miei alberelli radi, le mie piantine mal potate….il prezioso esotico…. Mi sentirei perduta. Inutile quasi.
    Plinio: Invece?
    Colette: (compita) Invece quelli scavano. E mi insegnano. Proprio come mi hanno insegnato i tuoi fiorellini colorati.
    Plinio: (curioso) Di grazia?
    Colette: Mi hanno insegnato... che esistono orizzonti… diversi… Ma pure che…
    Plinio: (con urgenza) Sì?
    Colette: Che il limite e la sostanza di cui parlavo sopra… dipendono. Entrambi. La differenza sta nel fatto che il limite è per sua natura più deficitario. E questo è un bene…
    Plinio: Dici?
    Colette: La sostanza volendo può annullare il limite….
    Plinio: D’accordo, ma se il limite fosse la sostanza?
    Colette: (seria) E’ una possibilità. Però, lo ripeto, nel caso specifico  lo faccio derivare dalla situazione contingente…
    Plinio: La situazione contingente?
    Colette: E’ una lunga storia…
    Plinio: Ci avrei giurato…
    Colette: Converrai anche che se il limite fosse la sostanza occorrerebbe dedurne che quelli sono stupidi…
    Plinio: (a bocca aperta) Quelli chi?
    Colette: Ma i roditori, naturalmente, chi altri? Se tu fossi un roditore ti attarderesti così a lungo in un giardino arido seminato con radici marce?
    Plinio: (grattandosi il capo dubbioso) Effettivamente….
    Colette: Ovvio, che non lo faresti! La qualcosa chiude il cerchio meravigliosamente inglobando finanche la più profonda morale nel tuo insegnamento….
    Plinio: (imbarazzato e come indeciso se domandare ancora) La più profonda morale????
    Colette: Se è vero che non ci si può scoprire rose la sera svegliandoci cardi al mattino, è pure certo che rosa mai sbocciata non profuma (esce).

     
  • Come comincia: Colette: Il punto sono…
    Plinio: Sì?
    Colette: Il punto sono queste interrogazioni che ti fai. Senza risposta….
    Plinio: Non capisco: se avessero risposta non sarebbero più… interrogazioni, come le chiami tu. Sarebbero affermazioni.
    Colette: Però si potrebbe concludere che questo tuo continuo interrogarti sia in fondo in fondo un modo come un altro per… nasconderti.
    Plinio: Da cosa?
    Colette: O per nascondere….
    Plinio: Cosa?
    Colette: Non saprei, non saprei Plinio, ma so che tutto ha una ragion d’essere…
    Plinio: Sì?
    Colette: O dovrebbe….averla.
    Plinio: E se fosse soltanto un gioco. Un momento ludico.
    Colette: Certo, potrebbe…
    Plinio: Ma a che titolo questa tua predica? Quali argomenti porti sul tavolo per indurmi a propormi altrimenti?
    Colette: Nessuno, naturalmente. Però…
    Plinio: Però?
    Colette: Però non si può lanciare il sasso e poi ritirare la mano.
    Plinio: Retorica. Di bassa lega. Mi deludi Colette. Pensavo meglio… decisamente meglio.
    Colette: Non ho ancora imparato nulla.
    Plinio: Non sono un maestro.
    Colette: Allora sei un sofista? Parole, parole, soltanto parole….
    Plinio: Dovrei “pensarmela addosso”? Anche io?
    Colette: Forse lo fai…
    Plinio: Quando?
    Colette: Quando dirimi… sul nulla. Se la mia è retorica, infatti, la tua è una estetica del lemma. Fine a se stessa. Uno sciorinare autori, nomi, concetti… senza elaborare. E con un pizzico di scetticismo.
    Plinio: Mi si addice…
    Colette: Ma se… (dubbiosa… quindi si alza all’improvviso e corre verso la finestrella illuminata, guarda fuori).
    Plinio: Cosa? Colette?
    Colette: Quei fiori….
    Plinio: Dove?
    Colette: In giardino, naturalmente. A perdita d’occhio! Belli! Colorati!
    Plinio: (modesto) Un hobby.  A tempo perso.
    Colette: (rapita) Tutto quel colore…
    Plinio: Fine… a se stesso?
    Colette: (illuminata e triste ad un tempo) Ho capito… adesso…
    Plinio: (scuote la testa, disperato) Cosaaa?
    Colette: Il mio… il mio… orticello (è rossa sulle gote)…  al momento è un… un deserto. Qualche pianta rara. Esotica. L’occasionale cespuglio selvaggio mal potato e tante… infinite… buche scavate sul terreno alle ricerca di radici. Dolci.
    Plinio: Roditori?
    Colette: Dell’anima (esce).

     
  • 07 giugno 2012 alle ore 20:27
    Filosofico – Spoon River d’Ogliastra 6

    Come comincia: Ti insegnavano, “is mannos (1)”, a loro modo. Per lo più non sapendo di insegnare. Ti insegnavano con il silenzio. Con gesti rari. Educati. Davanti al fuoco. Alla brace ancora ardente e alla cenere più fredda che si impadroniva del focolare e lo colorava della sua tinta smorta. Il fumo, a volte, non saliva lungo la cappa annerita e rientrava nella stanza, rosata, impregnandola del suo sapore, acre. Dalla finestra, minuta, dai vetri stanchi, entrava una luce diffusa, fastidiosa, a suo modo mancante. Di ogni splendore. A maggio tornavano i pastori. Dal Campidano e da ogni corno di Sardegna che nella brutta stagione aveva saputo di sole. Non era raro, allora, che qualcuno tra quelli si fermasse dai nonni. Per farsi raccontare. È fissato nel ricordo di bimba piccolissima la figura di un misterioso visitatore: gigante! Era un signore avanti negli anni, possente, una barba fluente, vestito di velluto scuro, portava i gambali e parlava poco. Mi guardava con occhi neri e profondi e di tanto in tanto annuiva ai discorsi-altri. Intimava rispetto ma non saprei dire perché. C’erano regole di quella atavica filosofia dell’anima che intuivo per affinità ma non riuscivo a spiegarmi. Non mi spiegavo la remissività apparente che mal si conciliava con il germe “balente” che, lo sapevo, viveva dentro di loro. Finanche di me. E non trovava pace. L’ombra sotto cui tale “tratto” prosperava era quella benigna e ad un tempo nefasta della grande montagna, antica di milioni di anni, abituata a comandare. Sul nostro destino, sui nostri pensieri, sulle nostre azioni mai troppo grandi. Ma senza riuscire a domarci. Quella combattuta era dunque antica guerra velata, riproposta ad ogni canto di gallo, ad ogni vagito di bimbo o ad ogni atteso ciclo di luna. Ma in tale continuata e silenziosa battaglia c’era scritto tutto di noi: piegati nel corpo ma spavaldi nell’anima. Soprattutto, liberi. Liberi come le aquile che pattugliavano i cieli chiari sbeffeggiando il cacciatore a valle. Liberi come i mufloni che dai crinali più aspri vegliavano sul loro futuro, segnato, fosse anche fatto di un solo domani. Liberi come leprotti che correvano veloci a nascondersi sotto l’ombrello che erano i funghi titani. Liberi come l’aria che nutriva lo spirito e respiravamo in abbandonza a titolo di compenso. Per il desco. Mancante. Di tutto. Il resto. Di tutto ciò che avrebbe dovuto fornirci coscienza della nostra identità. E delle sue possibilità. Dei nostri diritti e delle nostre speranze.

    Ma, lui, il pastore gigante, pareva non farsene cruccio della contigenza, presente o passata, e proseguiva a “spiegarsi”, muto. Seduto su una sedia impagliata, poggiata alla parete quasi per carità, si limitava a fissare ora l’uno ora l’altro. Nella stanza. E non si muoveva. Quali storie mi nascondi? Pensavo. Speravo, le avrebbe rivelate almeno alla nonna, la quale, ne ero certa, le avrebbe riproposte la sera. Che lei aveva un dono per i racconti carichi di significato, per le morali importanti estrapolate dalla roccia più dura anche se a forza viva. L’ospite, era chiaro, non avrebbe proferito verbo. Non avrebbe impartito lezioni, non avrebbe commentato, illustrato, interpretato, chiarito.

    Fu infatti nell’andarsene il suo dono più grande. Nella sedia vuota, nella cucina sgomberata del suo Essere essenziale, nelle domande mute destinate a diventare enigma. Per molti versi, eterno. Come dentro ogni filosofia degna che si interroga senza mai rispondersi e consegna un abbozzo di illuminazione alla mera benevolenza… del Tempo.

    (1) lett. i grandi, gli anziani.

     
  • Come comincia: - No! Prendiamo il servizio buono. Gli ospiti sono importanti...
    - Non capisco, maestro…
    - Quelle tazze non vanno bene….
    - Ma… ma… le abbiamo disegnate noi…
    - Appunto!
    - Servirebbe… allora?
    - Il servizio di famiglia… Meglio ancora, sarà bene chiedere in prestito quello “buono” alla vicina… Hanno sempre avuto gusto, loro, in queste cose….
    - Non capisco, maestro…
    - Lo hai già detto…
    - Ebbene, continuo a non capire… Quei fiori….
    - Quali fiori?
    - Quei fiorellini che dipingemmo con grande passione sull’esterno della ceramica bianca, delicata…
    - Ricordo.
    - Allora, maestro…
    - Sì?
    - Allora, mentivi…
    - Quando?
    - Quando dicevi che si era fatto un buon lavoro. Quando ti congratulasti per le sfumature colorate, per il gioco di immagini, per il piano complessivo…
    - C’è disegno e disegno….
    - Ci sono prati e prati, maestro.
    - Che vuoi dire?
    - Che un fiore essicato, per quanto bello, non ha i colori di un prato giovane, colorato…
    - Può darsi…
    - Non può darsi, così è, maestro.
    - E i mughetti, le margherite, i ranuncoli sono altrettanto preziosi di una magnifica rosa imperitura?
    - Conservata, mummificata vorrai dire, maestro…
    - Che c’è di male?
    - Nulla. Se non il fatto che il pensiero farà come il gambero: andrà avanti tornando indietro.
    - E, questo, sarebbe il male?
    - Uno dei mali. Insieme al tentativo di lustrarsi le penne con gli ori altrui, maestro.
    - Dimentichi che, nel tempo, anche i tuoi ranuncoli parranno più preziosi…
    - (sarcastica) Impreziositi dal velo di polvere…
    - Anche.
    - Quindi è il tempo che magnifica, non la sostanza…
    - Entrambe le cose…
    - Mi fai imbestialire, maestro. È un procedere, un cogitare non degno di te…
    - Può darsi, ma è così che si diventa…
    - Maestri?
    - Anche.
    - Non fa per me. Da grande voglio fare il pensatore…

     
  • 27 maggio 2012 alle ore 2:08
    Filosofico (15): dialogo tra Colette e Plinio.

    Come comincia: Plinio: (guarda sconsolato alcuni fogli dattiloscritti che ha in mano): Retorica! Soltanto retorica! (scuote la testa con veemenza, prima di accorgersi che Colette è distratta). Mi ascolti Colette? Sto parlando con te!
    Colette: Perdonami, Plinio. Ammiravo la stanza.
    Plinio: (sarcastico) Ammiravi la stanza? È vuota, Colette!
    Colette: Appunto!
    Plinio: Retorica! Altra retorica! Come quella con cui hai costruito le tue storie!
    Colette: (triste) Non ti sono piaciute?
    Plinio: Manco un poco!
    Colette (piangente): Mah… pensavo… che la storia dei lunghi capelli… Insomma, il tempo che passa, la saggezza… metaforicamente parlando…
    Plinio: Diciamocelo fuori dai denti, Colette: tu non sarai mai una grande scrittrice! Non hai la pasta. Non hai la sostanza. Pensa alla Serao, alla Deledda, alla Murgia, alle grandi francesi …. Loro sì che sapevano e sanno parlare. Parlano del mondo, Colette. Loro parlano del mondo. E tu, di cosa parli tu, Colette? Di lunghi capelli…
    Colette (di nuovo distratta): Quel fuoco..
    Plinio (isterico quasi): E’ spento, Colette! Lo vedi anche tu, è spento! E pure la brace…
    Colette: Lei non la pensava così. Diceva che bastava svegliarla… la brace…
    Plinio: Lei chi, Colette? Lo vedi? Lo hai fatto ancora. Ti manca il “soggetto”, Colette. Proprio come nei tuoi scritti. Lei chi?
    Colette: E’ importante?
    Plinio: Fondamentale. Per raccontare il mondo, intendo. Perché raccontarlo è viverlo, pensarlo, odiarlo e amarlo ad un tempo. E questo possono farlo solo i personaggi. Quelli dotati di spessore, shakespeariani nella loro essenza, scavati nella roccia narratologica dall’abile mano dello SCRITTORE, impressi nella memoria dalla sua capacità di emozionare…
    Colette:  Certo che se la metti così, Plinio….
    Plinio: Naturale, che "la metto così". Senza considerare che il soggetto, il verbo, il complemento… i nomi, soprattutto i nomi…
    Colette: Sì?
    Plinio: Be’ Colette, non si può fare senza! Non oggigiorno. Uno scrittore ha il DOVERE di dare dei riferimenti, anche semantici, precisi, Colette, al suo lettore. Lo deve guidare. Altrimenti corre il rischio di…
    Colette: Fermarsi a pensare?
    Plinio: No, di perdersi. Di non capire. E con lui… i suoi critici. E quindi addio recensioni…. Addio buone parole. Addio scrittura. Addio discorsi grandi. Prima dell’oblìo.
    Colette: Capisco.
    Plinio: Tornando al discorso della retorica…
    Colette: Troppa?
    Plinio: Troppa e male, Colette. Anche la retorica è un’arte. Metafore, metonimie, sineddochi debbono arricchire esteticamente il discorso, debbono infiorarlo, renderlo piacevole all’orecchio, amico al cuore, finanche affascinante all’occhio, mica come…
    Colette: Mica come?
    Plinio: Mica come questo nostro fantastico dialogo che ti sei inventata di sana pianta, Colette! Lo senti come è tenue? Flebile? Un “En attendant Godot” senza senso. Una recita senza senzo.  Un dire per non dire, un alludere senza punti fermi, un giocare con le parole. Sempre le stesse. Le solite. Quelle usate. Ma La Serao, la Deledda, la Murgia insegnano che…
    Colette: (fissa la brace spenta e poi lo sguardo torna a vagare nella stanza vuotata di tutto) Il suo letto era lì (punta il dito verso una parete). Negli ultimi tempi almeno. Quando non poteva camminare più, ma faceva punto di indossare sempre la solita camicia. Bianca. Brillante. Lui invece fumava il sigaro in quest’angolo del camino. Non parlava mai. Sapeva di dolori che non mi avrebbe mai raccontato. Di lampi di guerra. Di navi affondate. Di ragazzi morti troppo giovani. Di vento di marina. D’inverno faticoso. Di serate tediose e lunghissime… L’altra veniva ospite di rado. Quando invitata a pranzo sedeva da questo lato del tavolo e raramente rideva. Era timida. Timidissima. E dolce. Infinitamente dolce.
    Plinio: (disperato) Chi, Colette? Per l’amor del cielo Colette, chi?
    Colette: (alzandosi) Le anime, Plinio, le anime che abitano questa stanza vuota… Quelle che scorgo grazie alle loro ombre…
    Plinio: Le anime non hanno ombre, Colette!
    Colette: Concordo.
    Plinio: Allora?
    Colette: Allora è per questo che servono i capelli lunghi, Plinio. A crearne qualcuna..
    Plinio: Qualche ombra?
    Colette: Che può diventare significato. Senso. Accezione. Memoria. Ricordo. Lezione. Istruzione. Educazione. Dottrina. Crescita.
    Plinio: Retorica. Soltanto retorica. Nient’altro che becera retorica, Colette.
    Colette: O, in alternativa… cecità (esce).

    Dedicato.

     
  • 08 aprile 2012 alle ore 22:37
    Pasca manna

    Come comincia: Sapeva di ideali colombe di pace, di corse a perdifiato, di nuraghi sfatti e di aquile in volo, di primavera che arrivava e di ventate birichine. Sapeva delle nostre risate bambine, di timidi sogni che non osavano mai svelarsi, di mille storie di briganti, di infinite notti d’ebano. Stellate. Fatate. Incantate. Rubate. Smarrite. Vissute. Irrimediabilmente… perdute!

    _____________

    Che "Pasca manna" aveva… un senso. Una sua storia. E le storie la nonna le raccontava tutte con la stessa impassibilità di sempre, sia quando si trattava di leggende fantastiche sia quando si risolvevano in brandelli di ricordi fatti grandi dal tempo trascorso. E dalla miseria del quotidiano che anelava, di suo, ad infiocchettarsi per la festa.

    Don Vinante, di converso, era categorico: sacrificio, sacrificio in quaresima, pianti sentiti il giorno della Domenica delle Palme e gioia sbandierata al vento la mattina di Pasqua. Vita, morte e risurrezione, da lì non si sgarrava e non si poteva fare altrimenti. Fedele alla sua indole di convertitore di anime ribelli, le pensava tutte pur di riuscire nell’intento di farci presenziare alla funzione pasquale (ma anche alle altre), al punto che trascorsi circa trent’anni da quei giorni a loro modo epici, due sono i ricordi fondamentalmente impressi nella memoria: le scuse che noi bambini sapevamo inventare per fuggire i suoi diktat religiosi, insieme alla musica allegrotta con cui ci deliziava la mattina di Pasqua per divertire i nostri cuori, musica che si alternava armoniosamente con i possenti rintocchi delle campane.

    Don Vinante la Pasqua la viveva come nessuno. Quel suo strazio disperato della Domenica delle Palme, mentre leggeva della passione del Cristo, mentre ricordava il momento in cui Gesù era spirato, mentre rimarcava lo smarrimento dei soldati romani che testimoniavano il buio che era improvvisamente sceso sul mondo e sentivano la terra tremare sotto i piedi, impressionava. Almeno, la prima volta. Poi ci si faceva l’abitudine e la faccenda diventava evento marcante lo scorrere del tempo esattamente come lo diventavano tutte le altre incombenze eccezionali di cui solevamo occuparci in quell’usato passato, dalla semina delle patate alla vendemmia. Dal carnevale alla sagra di San Basilio. Dalla festa di Sant’Antonio ad una qualsiasi serata di balli sardi.

    È stato solo molti anni dopo che ho scoperto che le crociate religiose di questo mitico prete villanovese, conosciuto in tutta la Sardegna (e non solo!) e che ho sicuramente amato tanto (e rispettato come nessuno!), avevano, mercé la loro inflessibilità, fatto un solo fagotto dei riti millenari, anche religiosi, che erano esistiti nel mio paesello prima del suo arrivo di continentale determinato, e lo avevano buttato alle ortiche. “È Dio tutto ciò che conta!” mi disse, una sera di diverso tempo fa, durante una straordinaria telefonata Dublino-Elini. “Si sbaglia don Vinante, sono gli uomini che contano: i loro pensieri, le loro azioni, i loro miti e i loro riti!”. Fu quel giorno che capii che non ci si sarebbe più potuti “incontrare” su un terreno meramente intellettuale. Capii anche che quell’uomo-di-Dio che avevo tanto avversato e ad un tempo tanto ammirato nei miei anni più giovani, non sarebbe mai riuscito a reggere il confronto con il suo stesso mito che viveva in me. Quel mito che tutti noi villanovesi, chi più chi meno, avevamo cullato dentro e a suo modo protetto e che, in un’altra serata dell’anno, anche questa oramai molto lontana, ci portò a costruire un muro di mattoni davanti alla porta della Chiesa per impedire che il nostro amato-odiato prete ci lasciasse per sempre, come da ordini della Diocesi. Inutilmente.

     
  • Come comincia: di Rina Brundu. Questo pensiero – dentro il mio ideale Spoon River ogliastrino – è dedicato a tzia Damiana (in sardo Tomiana) Sette. Una donna d’Ogliastra che visse fino a 107 anni e che la nonna mi portò a visitare quando tzia Tomiana ne aveva circa 103. Benché siano passati infiniti lustri da quel giorno, è ancora vivo e ben presente nella mia memoria il suo ricordo. La rivedo piccolissima, vestita di nero, dolcissima. Ad un tempo, non ho mai dimenticato la sua difficile storia di ragazza madre in un tempo in cui esserlo costava fatica. Fatica fisica e mentale. Ma fatica che lei ha sempre sostenuto con ammirabile forza di volontà. Quella stessa forza che accomuna tutti i grandi anche quando – come tzia Tomiana – oramai “dormono, dormono sulla collina…”.

    Ché per raccontarti non servirebbero parole, se non gocce di rugiada e profumi di asfodelo. Canti di grilli o stelle peregrine, legna da ardere e farina di ghiande. Fruscío di foglie morte, calpestate, oltraggiate, umiliate. Cadute. Mercé la forza di bufere di vento. Malevole, vetuste, fastidiose. Chiacchiere dispettose, e tu che ti immolavi lungo percorsi faticosi resi più agevoli dal niente. Perché, posso immaginare, di tutta quella gente ti importava poco e i pensieri rimanevano silenti. Giorni a loro modo splendenti sotto un cielo d’Ogliastra avaro d’ombra e di ogni goccia di pioggia, afa estiva e stanchezza contadina, vita da regina non ne facesti, eroina di tempi modesti, momenti campestri, mulattiere esplorate per bisogno e necessità. Che la povertà era solo di facciata, sublimata nella dignità regale, nel coraggio e nella forza. Vita di sacrificio. Che non è di buon auspicio, questo sfizio dei tempi, moderni, dimenticarti, obliarti come fossi dell’oro sepolto. Popolo incolto quello che non sa far luce sul proprio passato, quello più vissuto, quello più costato. Sfinito, indebolito, infiacchito ma mai andato completamente. Vorrei ti arrivasse, indegnamente, attraverso il tempo e lo spazio, un abbraccio, un pensiero, più vero, vorrei ti illuminasse lo spirito l’emozione, il ricordo che hai lasciato nelle nostre menti, dissenti, assenti, distratte. Che le scuse a cose fatte sanno sempre di ghiaccio che si squaglia sotto sfrontati raggi di sole pensati a bella posta per giustificare aiuole, avare, dove crescono per inerzia fiori, mughetti selvatici, ciclamini. Come quando nei tuoi giorni bambini raccoglievi more, bacche selvatiche, mazzetti di viole. Le anime sole si inventano i loro mondi che diventano più fecondi istante dopo istante. Luce abbagliante deve averti infine fatto strada verso quella diversa rada, baia d’arrivo per tutti quanti, peccatori, rei, briganti, finanche i tuoi amati… santi.

     
  • 21 febbraio 2012 alle ore 21:40
    Carnevale ogliastrino: un ricordo

    Come comincia: di Rina Brundu. Che a Febbraio raramente nevicava ed era come se l’inverno andasse in vacanza. Per Carnevale. Che le maschere eravamo noi perduti per-gioco dentro le lunghe gonne nere delle mamme e delle nonne, gli scarponi degli zii, le bisacce dei pastori, quelle stesse che nella bella stagione tornavano panzute da Su Sartu ‘e Xosso e per miracolo riversavano sul tavolo di legno tarlato ogni bene: mandorle ossute e profumate, pesche gialle di sole, fichi camaleontici, colori e sapori. Che le maschere erano loro, uomini e donne cotti di sole, a volte ciarlieri, chiacchieroni, superficiali, a volte profondi, pensanti, a loro modo saggi. “Che dei saggi ridono i matti” diceva la nonna e non ho mai capito quale fosse il partito a perdere in quel costrutto. Come quando, venuto il Martedì Grasso, don Vinante decideva che bisognava processare Canciofani, pupazzo di tela, riempito di stracci, trascinato in manette per ogni carrettiera del villaggio fino alla gogna della pubblica piazza. Che quando voleva il nostro parroco sapeva andarci pesante e non si faceva scrupolo di usare l’altoparlante per elencare al miserrimo tutti i suoi peccati. Che a considerarle oggi le accuse mosse al reo mai-confesso fanno pure ridere: dedito al vino d’Ogliastra, amante delle belle donne, frivolo quanto basta, sfaticato, nullafacente, nullatenente. Mai una denuncia per corruzione, concussione, aggiotaggio, insider trading, atti privati in luoghi pubblici e/o viceversa. Che però don Vinante sapeva usare la stessa inflessibilità di un Torquemada-Di Pietro di primo pelo e anno dopo anno il verdetto restava sempre quello: morte sul rogo. Che allora arrivava sempre lo stesso camion-trattore dotato di carrucola corrosa, rugginosa, arrugginita e in maniera esageratamente teatrale, il galeotto veniva innaffiato di benzina e poi issato fin sul più alto patibolo. Che poi era tutto un susseguirsi di momenti, di tensione che cresceva, di noi bambini intimoriti che spalancavamo gli occhi grandi, di adulti che ridevano e di Canciofani che… moriva. Tra le fiamme. Che a ben guardare il tutto doveva essere rito teso ad esorcizzare il nostro stesso destino. Inutilmente. Perché ai piedi della montagna il destino nasceva con noi e ti si appiciccava addosso come una seconda pelle tenuta fissata alla cartilagine dal nostro orgoglio prepotente. Balente. A volte la sentivi sudare prima ancora che il “colpo” vagamente intuito, a volte propiziato dal canto notturno della civetta, partisse e ti cambiasse il domani. “Che dei saggi ridono i matti” ribadiva la nonna più seria che pria, ma sul viso clownesco di Canciofani io non avevo mai colto traccia di un sorriso o l’ombra di una perduta felicità. Che allora forse i matti eravamo noi e non lo sapevamo. Che di sicuro non ce ne sarebbe importato molto perché le cerimonie ripetute hanno il vantaggio di non riservare troppe sorprese: anche quell’anno, lo sapevamo, dopo avere bellamente brillato per un attimo infinito, della Maschera Canciofani non sarebbe rimasto nient’altro che cenere. Quella stessa cenere soffocata dalla montagna, perduta in un angolo riposto, obliato, scordato, trascurato, che saremmo ridiventati noi un istante dopo avere smesso i nostri insoliti panni di… maschere! Che forse era pure per questo che a Febbraio raramente nevicava ed era come se l’inverno se ne andasse in vacanza…

     
  • Come comincia: Sedevi nel tuo angolo e specchiavi nei miei occhi grandi, lucenti. Sedevi nel tuo angolo e te ne stavi lì, in silenzio. Non addormentarti, pensavo, raccontami di allora! Mentre fuori la neve cadeva, posava sullo stradone allargato, affogato, imbiancava le case, gli infissi, le porte, le nostre, le pietre, le panche, gli antri, le stalle. Mentre fuori posavano fiocchi leggeri, porosi, collosi, viscosi, vischiosi che sapevano di freddo, di calma solenne, perenne alle pendici della grande montagna che uggiosa, tediosa, pesante, vegliava sui nostri destini. Di bambini, di uomini, di donne, di vecchi. Mentre fuori l’aria gelava, ghiacciava, spaventava, atterriva, figliava rumori strani: belati fievoli di agnelli orfanelli, muggiti di vacche scocciate, seccate, a loro modo stanche, chiacchiericci di capre pettegole e i tuoi racconti pensati. Costruiti con poche parole, con ricordi rubati ad una memoria sempre presente, che ci teneva, che avrebbe voluta raccontarla tutta la sua verità. Che, nonna, sei stata donna saggia e le parole le pesavi, credevi che il passato, per quanto datato, scordato, obliato, collocato in un angolo spento, a suo modo… parlasse. Raccontasse le vite dimenticate de is mannos, di quegli uomini e di quelle donne grandi che ti era capitato incontrare, che avevano vissuto, respirato giornate misere, scarne, semplici, dimesse, modeste. Illuminate, per caso o sfortuna, da accadimenti naturali, banali, prevedibili come l’alternarsi delle stagioni segnate, marcate, marchiate dal tempo, atmosferico, e che diventavano… notizia! Come quando nel ’56 nevicò e la bianchezza del mondo rischiarava la sera, aurore boreale ad altra latitudine, candore, pulizia, lucentezza. Bellezza piovuta dal cielo che ad un tempo rallegrava il cuore e appesantiva il passo già stanco, affaticato, sfiancato, spossato, stremato di chi quel bianco mantello lo calpestava per dovere. Inutile piacere, raccontarlo poi la sera, davanti a fiamme circondate da carbonelle vive, mentre seduta nel tuo angolo specchiavi nei miei occhi grandi, lucenti e, facendoti guardare…. raccontavi, narravi, esponevi, illustravi anche se, lo comprendo soltanto adesso, forse avresti preferito…. ascoltare….

     
  • Come comincia: ....Dicevo che la mia è la Fattoria Italia ma di più preferirei non dire per ragioni che capirete più avanti. Si tratta comunque di una gran bella fattoria situata su una collina assolata, protetta dalle fronde benevole di diverse roverelle giganti, a un tiro di schioppo dalla città e da un lago bellissimo. Anche la montagna non è troppo distante e d’inverno, volendo, si può sciare, sebbene a noi animali, da quando abbiamo preso la gestione dell’azienda direttamente nelle nostre zampe, non sia rimasto troppo tempo da dedicare alla vita scioperata…. O quasi!

    Fattoria Italia, sabato 26 Novembre 2011

    - Enrichetto, ma che roba ti sei bevuto stamattina?

    - Benjamin, carta canta! Vuoi che ti rilegga il telegramma? Ti accontento subito: “Alla cortese attenzione del dottor Enrichetto Sturtz stop. Macchina Italia ingolfata stop carica sottosegretario tecnico stop attendovi urgentemente Roma stop MM”. Hai capito Benjamin? MM!!

    - Musone il montone?

    - Noooo, Mario Monti! Monti mi sta invitando a Roma per offrirmi una carica di sottosegretario tecnico!!!

    - Enrichetto, a mio avviso hai fatto notte troppo lunga nella bettola di Antonello il cammello. Fatti passare la sbronza e lasciami in pace: è sabato e debbo aprire la biblioteca….

    - La tua sfiducia mi umilia: bell’amico che sei! Aveva detto bene Gigino….

    - Gigino il topino?

    - Proprio lui!

    - Enrichetto, mi stai dicendo che hai parlato con altri di questa sciocchezza?

    - Benjamin, tutta la fattoria ne è al corrente! Il telegramma è arrivato giusto ieri sera mentre, dopo il lavoro, scolavamo qualche pinta da Antonello. Come mai questo venerdì non sei venuto?

    - Terminavo La dottrina della Scienza di Fichte. A mio avviso questa idea di dare rigore a Kant proponendo una investigazione coerente sulle ragioni che rendono possibile il sapere…

    - Tu e la tua dannata filosofia: svegliati Benjamin! Non è più il tempo per i culturocrati: è il tempo dei tecnici!

    - E tu saresti il tecnico?

    - Sono il meccanico della fattoria, o no? Quante volte sei salito sulla vecchia 600 abbandonata dal precedente padrone e che io ho riportato al suo antico splendore?

    - A proposito della 600…

    - L’ho prestata a Musone: è in visita dalla zia Carmela. Una ricorrenza di famiglia, non saprei. Ma basta con le chiacchiere, Benjamin: Roma ci attende!

    - Roma?

    - Sicuro, o per meglio dire “O Roma o morte!” Ieri sera ne abbiamo discusso a lungo…

    - Immagino…

    - E abbiamo deciso di partire: quando la nazione chiama è dovere di ogni cittadino degno di questo nome rispondere.

    - Abbiamo?

    - Abbiamo, abbiamo, Benjamin! Non vorrai che vada da solo? Io non conosco la città. E poi mi serviranno dei consiglieri, “portaborse” credo che li chiamino. Se è per i soldi non preoccuparti Benjamin: pagano bene….

    - Enrichetto, non ho mai sentito tante scempiaggini in vita mia! Cosa vuoi che se ne faccia Monti di te? Questo è un telegramma di Montone: lo riconosco dall’usato stile “aulico”….

    - Proprio come previsto da Gigino…

    - Oh insomma, che cosa avrebbe previsto quell’oracolo berlusconiano della prima ora?

    - Mi ha messo sull’avviso. Secondo lui non appena si decide di scendere nell’arena politica, tecnici o non tecnici, magnati o non magnati, bisogna stare attenti alle gelosie altrui. Tu quoque, Benjamin, fili mi! Mai avrei pensato che a pugnalarmi alle spalle sarebbe stato proprio il mio miglior amico di sempre….

    - Enrichetto, tu stai delirando!

    - Come ti pare, Benjamin. Ma se cambi idea fatti trovare domattina all’alba nella pubblica piazza: partiamo per Roma con la corriera delle cinque!

    - Partiamo? Chi parte?

    - Io, naturalmente, con Gigino e Ivano…

    - Ivano il caimano?

    - Proprio lui! Naturalmente all’inizio non è stato facile convincerlo, lo sai com’è intransigente no? Poi gli ho promesso che avrebbe potuto portarsi dietro il Tutto-Marx for dummies, la gloriosa bandiera del PCUS dono di battesimo della zia Ermengarda e gli ho pure garantito che in viaggio avremmo senz’altro cantato Bella ciao a squarciagola proprio come facevamo nella bettola prima del proibizionismo politico introdotto dal sindaco Pasquale il maiale con la scusa della crisi economica…

    - Sarà! Però mi è davvero difficile immaginare Ivano seduto in corriera accanto a quell’incravattato di Gigino…

    - Conventio ad excludendum, Benjamin!

    - Cheeee?

    - Mi sorprendi amico mio! Comunque, per farla breve, io e Gigino siamo riusciti a convincere Ivano che questa sorta di COMPROMESSO STORICO BIS è necessario. Di fatto è l’unico modo per salvare la POLITICA a lui tanto cara. E’ una scorciatoia uhm…  tecnica, o detto altrimenti… gattopardica, per assicurarci che….

    - Tutto cambi affinché nulla cambi.

    - Proprio così, Benjamin!

    - E Ivano cos’ha detto?

    - Ha borbottato a lungo alla sua maniera e poi si è lanciato in una catilinaria sui rischi posti dalle “alternative democratiche”. Alla fine però si è convinto e ha convenuto che in date occasioni anche “la Politica deve sapersi turare il naso”. Avresti dovuto esserci Benjamin: prima di dirsi dei nostri, Ivano il caimano ha finanche stretto la zampa a Gigino…

    - Ha stretto la zampa a Gigino???

    - Certamente! Te l’ho detto che il momento è topico. In ballo c’è il futuro economico della nazione: bisogna abbassare la spread, Benjamin!

    - E tu saresti il pastore tedesco del destino?

    - Naturalizzato italiano, naturalizzato italiano, Benjamin!

    - Uhmm….

    Continua….

    All rights reserved RB
    Fonte Rosebud - Giornalismo online

     
  • 12 novembre 2011 alle ore 15:36
    Filosofico 15: sul destino

    Come comincia: - Cos’è il destino, maestro? È una domanda?
    - Come sempre….
    - Non saprei…
    - Uhm…
    - Però lo sento sulla pelle…
    - Uhm…
    - A volte ho l’impressione che sia un poco come svegliarsi una mattina e capire cose che non avevi capito prima. Capire dinamiche a cui non avevi mai pensato prima. Incontrare…
    - Sì?
    - Incontrare anime così diverse che non avresti mai creduto di dover incontrare e invece…
    - Invece?
    - Invece risultano importanti. Più importanti di tutto il resto. Di quello che c’era in passato. Finanche di ciò che c’è… ora.
    - Impegnativo…
    - Folle, maestro. Lo so. Ma come la chiamaresti tu l’intersezione di due rette in un mare magnum di possibilità... più facili, più semplici?
    - Uhm…
    - Oh va bene…. Tendo all’iperbole semantica, lo so. Mettiamola così: se due punti, pur distanti, debbono incontrarsi, si incontreranno. Questo è ciò che io potrei chiamare destino, maestro! Di più non saprei…
    - E abbisogna di una mano?
    - Per realizzarsi, dici?
    - Proprio.
    - Solo in apparenza, maestro. In realtà se abbisognasse di una “mano” negherebbe se stesso…
    - E cioè?
    - Negherebbe il suo tratto… fatale.
    - Ed è cosa buona?
    - Più che altro sembrerebbe cosa scritta, maestro. Dunque né buona né cattiva.
    - E fuggirlo?
    - Si può?
    - Forse.
    - Credo anche io ci possa essere questa possibilità, ma…
    - Ma?
    - Perché farlo, maestro?
    - Perché fuggirlo?
    - Appunto. Se la porta è una….
    - Ci si potrà girare intorno quanto si vuole ma da quella, prima o poi, occorrerà entrare.
    - Buon sabato, maestro!

     
  • 12 novembre 2011 alle ore 15:35
    Giornalismo online: la crisi

    Come comincia: Nel film Contagion (2011) di Steven Soderbergh, un film che quando avesse anche una sola recensione con una stella avrebbe ricevuto sempre una stella di troppo, vi è una scena in cui il personaggio interpretato dall’attore Elliot Gould, prendendosela con il cattivo di turno, un blogger determinato a tutto pur di fare cash-in e di costruire il successo della sua creatura virtuale, gli urla scocciato “Blogging isn’t writing. It’s graffiti with punctuation!”.

    Una considerazione che a dire il vero dice tutto sulla capacità di visione autorale mostrata in questo ennesimo, quanto inutile, blockbuster hollywoodiano, ma nulla vieta che sul significato della stessa ci si possa ragionare un poco. In primo luogo mi verrebbe da dire che, nonostante i numerosi gizmos tech portati sul mercato dal genio sharp di Steve Jobs, cambiare la forma mentis, anche a proposito di scrittura online, non è cosa facile. Al contrario, sembrerebbe diventare ogni giorno più difficile mano a mano che la proletarizzazione della Rete continua e quindi i navigatori occasionali arrivano da quel ceto abituato, per destino e mancanza di possibilià, a pensare che “se lo scrive il giornale” (nda il giornale cartaceo), o se lo scrive il giornalista-noto deve essere non solo vero ma pure statement difficilmente scardinabile.

    Purtroppo però la verità recita altrimenti. Di fatto, il giornalismo è morto: viva il giornalismo! Per logica associazione la verità recità pure che se il giornalismo è morto sono “morti” pure i giornalisti. O almeno sono morti  (e purtroppo non solo in senso ideale), quei professionisti stile Fallaci, Montanelli, Biagi che davano un senso a questa professione e ne giustificavano il suo esistere. Ciò che è rimasto in cattedra è soltanto quello che io chiamo il couch-professionismo, ovvero quello che seduto tranquillamente nella poltrona di casa, scopiazzando qua e là (per lo più scopiazzando dal blogging più impegnato), costruisce pezzi triti e ritriti, fondamentalmente noiosi e soprattutto perfettamente privi di quel taglio diverso, di quelle visioni nuove che sono la conditio sine qua non per rendere la scrittura davvero interessante in quest’epoca post-rivoluzione digitale.

    Non me ne vorranno quindi gli ispirati scriptwriters di “Contagion” se io penso  che la massima parte dei giornalisti-vecchio-stile di oggidì stanno alla capacità dei blogger più creativi e informati come una traccia di mosca sta ad un’abbuffata di panna montata. Questo considerato è comunque indubbio che la corrente crisi economica abbia avuto i suoi effetti nefasti finanche sulla produzioni del miglior blogging, o giornalismo-online come decisi di chiamarlo molto tempo fa. Innumerevoli sono state quindi le “testate” virtuali che hanno chiuso battente, alcune assolutamente gloriose come è stato il caso de “Il Barbiere della Sera”, un angolo virtuale che ha dato moltissimo al giornalismo e alla discussione virtuale, finito nella maniera più deleteria per l’incuria, l’abbandono programmato, le incursioni dei trolls più o meno coperti da anonimato e varie et avariate.

    Se è vero che la “crisi” non ha mancato di infierire sui lavori della prima generazione di scrittori virtuali (perché questo eravamo), è pure vero però che non passa giorno in cui questa nefasta recessione non porti sul tavolo della strettissima attualità politica ed economica argomenti di discussione davvero pregnanti. In questo senso, è mia convinzione che stiamo vivendo un periodo della storia del mondo, e della storia d’Italia, davvero straordinario. Un periodo che ricorderemo a lungo e di cui forse un giorno ci piacerà finanche raccontare a chi non lo avrà vissuto, proprio come ai nostri nonni piaceva parlarci dei momenti più difficili della prima e della seconda guerra.

    Un periodo che a suo modo può e potrà insegnare tanto all’uomo e alla sua storia e che per questo ha bisogno di essere descritto, commentato, proposto al lettore virtuale da infiniti punti di vista e angolazioni diverse. Per lo più informate. Anche per questo dunque torna Rosebud… nella speranza di riuscire a portare tra queste pagine molti autori davvero validi, giornalisti online, bloggers o semplici appassionati della notizia ma comunque capaci di fare, nel loro piccolo, una differenza.

    NOTA: Per chi si interessasse di giornalismo online e volesse inviare i suoi pezzi... basta ricercare in Google Rosebud Giornalismo online.

     
  • 10 novembre 2011 alle ore 23:03
    Filosofico 14: sulla povertà di spirito

    Come comincia: - Non concordo, maestro.
    - Non ti seguo…
    - Vediamo se riesco a farmi seguire. Brutto….
    - Bello.
    - Ombra
    - Luce
    - Nero
    - Bianco
    - Sera
    - Mattino
    - Cattivo
    - Buono
    - Cattivo
    - Buono
    - Cattivo
    - Buono
    - Cattivo
    - Buono
    - Sei un’idiota, maestro!
    - Uhm…
    - Uhm…
    - Ne convengo: effettivamente c’erano almeno due “cattivo” di troppo…
    - Sei grande, maestro!

     
  • 06 novembre 2011 alle ore 18:15
    Diario 15: la regina del vento

    Come comincia: A quel tempo nel cortile della casa della nonna c’era una roverella gigante. “E’ vecchia di centinaia di anni” bisbigliavano alcuni. Guardava sui tetti delle case, sui nostri orti coltivati, finanche su tutto il villaggio. Io l’avevo soprannominata “la regina del vento”. C’era infatti in quella sua “presenza” importante un che di solenne, un che di antico e di mai perfettamente compreso che mi affascinava. D’estate le sue fronde verdastre offrivano ristoro contro l’afa fastidiosa, d’inverno i suoi rami spogli parevano arti scheletrici tesi verso il cielo ad implorare un perdono fondamentalmente inutile. E poi, nella stagione più cupa, si caricavano di strati nevosi che la addobbavano come vesti preziose, ghiaccioli pendenti che facevano vanto di raggi di sole incastonati per caso. A momenti sapeva diventare spettacolo incomparabile, sfondo naturale artisticamente rielaborato allo scopo di non perdersi più; allo scopo di restare impresso nella memoria per milioni di anni, nonché di raccontare le sue infinite storie in un loop senza fine. Ma era specialmente d’autunno che io e lei trovavamo una intesa simbioticamente perfetta. Era per lo più quando la bella stagione cominciava a finire e le prime foglie morte cadevano a terra indolenti allo scopo di tastare il terreno ancora troppo morbido. Era per lo più quando i primi venti cominciavano a spirare e le prime piogerelle fitte si abbattevano sulle tegole scurite creando rivoli di lacrime che cadevano a terra lungo canali scalcagnati, fiumicciatoli svogliati, cunette solo vagamente segnate. Nel silenzio della notte mi capitava, allora, di udire i “suoi” primi discorsi: fruscii più marcati delle lunghe fronde che, in balia di folate birichine, prima sfioravano la terra e poi si sollevavano verso il cielo come altalene di bambini spinte sempre un poco più un alto da un genitore complice. Man mano che l’autunno avvanzava quel lamento a suo modo meditato cresceva, diventava respiro affannato, sussurro complice, canzone stonata, ninna nanna bellissima delle mie notti di bambina. In alcune serate strane accadeva infine che fosse solo il vento a vivere il villaggio, a spazzarne i vicoli comunque spogli, a pulirne l’aria rarefatta di montagna. Ed era sempre lui l’unico che avesse il coraggio di “avvicinare” la mia regina del vento alla stregua di un ardito cavaliere innamorato della sua meravigliosa pulzella. E come un nobile gentiluomo di un tempo perduto sapeva abbracciarla tutta, ballare con lei un walzer infinito marcato da un ritmo cadenzato, raramente stonato. Era in quelle rare giornate che, quasi per un muto intendimento, le strade di paese si vuotavano, i comignoli prendevano a fumare e il fumo che si perdeva nell’aria sapeva diventare polvere di stelle a suo modo capace di riempire la scena. Quasi spinta da un’urgenza che non sapevo frenare, era soprattutto allora che mi piaceva “vivere” il giardino, correre da un punto all’altro seguendo il battito differito di una musica così diversa, essere a mio modo testimone di un amore tanto grande, finanche viverlo dentro. E poi restare lì con lei quando lui se ne andava, quando le fronde pendule si riassettavano leste e nel buio della notte incombente tendevano anelanti verso il cielo di nuovo pronte a ricevere l’ennesima carezza di luna.

     
  • 06 novembre 2011 alle ore 13:52
    Filosofico 13: sul bene e sul male

    Come comincia: - Non so risponderti, maestro!
    - Provaci!
    - Non so risponderti! Non l’avevo mai conosciuto…
    - E adesso…
    - So che esiste.
    - Perché?
    - Perché, a volte, mi è parso di riconoscerlo… vicino…
    - Come?
    - Come un’ombra esageratamente scurita…
    - Ma avrebbe avuto ragione di esistere?
    - La domanda non è corretta, maestro…
    - Correggila.
    - Esiste il male?
    - Come meglio credi. Allora, esiste il male?
    - Se esiste il bene immagino possa esistere anche il male, maestro…
    - Ed esiste il bene?
    - Non saprei. Ritengo sia una categoria umana. Insomma, fisica non metafisica.
    - Non capisco…
    - Sono modi di essere che a mio avviso non pertengono all’anima. Sono situazioni “morali” procurate dalla fatica del vivere…
    - In altre parole…
    - In altre parole l’anima non si occupa di ciò che è bene o di ciò che è male: esiste soltanto.
    - Uhm…
    - Anche perché…
    - Anche perché?
    - Ciò che chiamiamo “il male” non è comunque figlio fortunato: l’ignoranza è sua madre, l’egoismo è suo padre.
    - Occorrerebbe dunque porgere l’altra guancia?
    - Non dico questo. Ma sforzarsi di capire sì…
    - Morire per capirlo….
    - Questo no, maestro! Non bisognerebbe farlo…
    - Già non bisognerebbe farlo! Bisognerebbe lasciare correre…
    - Però, maestro…
    - Sì?
    - Ammetto che il mio discorso è parzialmente illogico. Mancante, per meglio dire.
    - Ne convengo.
    - Se l’anima non si occupa di ciò che è bene o di ciò che è male ma esiste soltanto…
    - Continua…
    - Be maestro, significherebbe che vivere, su un qualsiasi piano dell’esistenza, significa soprattutto imparare, sperimentare…
    - Che c’è che non va? Avrei giurato che un simile paradiso sarebbe stato quello tuo ideale…
    - Per certi versi, per certi versi, maestro. Confesso però che al momento un simile status-quo mi pare elemento riduttivo del concetto di vivere…
    - Uhm…
    - Sarebbe come dire, maestro, che una esperienza è uguale ad un’altra. Si muove sullo stesso piano di tutte le altre mentre il concetto di crescita è un mero figment immaginativo…
    - D’altro canto, discutere una metafisicità dei concetti di bene e di male, oltre a costringerci dentro percorsi ossimorici….
    - Ci porterebbe ad ammettere che anche del male vi è un estremo bisogno, maestro. Sì, c’ho pensato…
    - Conoscere il bene attraverso il suo contrario…
    - O, detto altrimenti, vivere una vita davvero piena, maestro. E’ una possibilità interpretativa come un’altra, ne convieni?
    - Uhm…
    - Concordo: qualcosa ci sfugge…
    - Ci?
    - A meno che tu non abbia la “verità” in mano, maestro…
    - No, non ho la verità in mano ma ho smesso da tanto di interrogarmi…
    - Mi sorprendi…
    - Credo che sia un poco come stare a metà collina e pretendere di godere la visione che offrirebbe la vetta della più alta montagna…
    - Quindi, secondo te, maestro, bisognerebbe attendere ancora; prima di interrogarsi davvero, intendo…
    - Non proprio, ma occorrerebbe tentare di capire per gradi, evitando le categorizzazioni affrettate, appellandosi all’onestà dell’anima e alla capacità di raziocinio e di intendere…
    - Troppe cose, maestro. Prenderebbe sicuramente troppo tempo!
    - Perché? Hai da fare?
    - No, ma la gramigna è ricresciuta in giardino…
    - Capisco. E le foglie morte imbrattano il vialetto…
    - D’autunno è sempre così…
    - Forse è per questo che prima o poi torna sempre la primavera.

     
  • 06 novembre 2011 alle ore 11:46
    Sui miei ANAFORISMI (o dei Twitter autoriali).

    Come comincia: “L'anàfora (dal greco ἀναφορά, anaphorá, «ripresa») è una figura retorica che consiste nel riprendere, ripetendola, una parola o un'espressione all'inizio di frasi o di versi successivi, per sottolineare un'immagine o un concetto. L'effetto è tanto maggiore quanto più numerose sono le ripetizioni.

    Un esempio è nei versi di Dante, Divina Commedia:

    « Per me si va nella città dolente,
    per me si va nell'etterno dolore
    per me si va tra la perduta gente. »

    (Dante Alighieri, Divina Commedia - Inferno - Canto III, vv 1-3)” (tratto da wk).

    Considerando gli “aforismi” che ho pubblicato su questo sito sono giunta alla conclusione che per la maggior parte degli stessi il modo più appropriato per definirli sarebbe chiamarli ANAFORISMI.  Di fatto, non è solamente nella struttura che differiscono dai tradizionali aforismi, ma finanche nei contenuti, nel mood, nella finalità.

    Ne deriva che una possibile definizione per queste brevi composizioni potrebbe essere:

    “Un ANAFORISMA è una breve frase che consiste nel riprendere, ripetendola, una parola o un’usata espressione popolare (e.g: Quelli che, Dice che…),  allo scopo di sottolineare la modalità per lo più brillante con cui si guarderà al concetto o alla tematica che si andrà a trattare. A differenza di un aforisma, un anaforisma non mira a condensare alcun principio o sapere morale ma si propone di raccontare o sintetizzare un fatto politico, una cronaca, un qualsiasi avvenimento accaduto sul piano del reale in maniera più o meno goliardica allo scopo di incorniciarlo dentro una dimensione a suo modo letteraria”.

    Detto altrimenti gli ANAFORISMI sono i  Twitter degli autori.

     
  • 04 novembre 2011 alle ore 21:35
    Filosofico 12: sulla forza

    Come comincia: - Cos’è la forza? Lo chiedi a me, maestro?
    - Lo chiedo a te.
    - Non saprei, maestro. Forse, una mancanza di alternativa…
    - Come a dire che la debolezza è un lusso…
    - Non la debolezza, maestro, ma la mancanza di forza può essere un lusso…
    - Come a dire che la forza potrebbe essere una costrizione?
    - In un certo senso, maestro, è proprio così!
    - Avresti voluto essere meno forte?
    - L’ho desiderato.
    - Poggiare il capo altrove…
    - Perché no, maestro? Lo fanno in tanti…
    - Tu no.
    - Io no.
    - Ma l’hai desiderato.
    - Lo desidero ancora maestro…
    - Uhm…
    - Insisto: perché no, maestro? Posare il capo, dormire un poco…
    - E un poco morire…
    - Moriamo comunque, maestro, ogni secondo che passa.
    - Ma se la forza fosse soltanto lotta, una infinita lotta…
    - Contro la morte, maestro?
    - Anche…
    - Allora sarebbe battaglia persa in partenza. Finanche inutile.
    - Uhm…
    - Certo, resta sempre quell’altra possibilità….
    - Uhm…
    - La forza potrebbe essere una straordinaria forma di lotta per vivere: è qui che mi volevi, non è vero, maestro?
    - Non lo è?
    - Credo che questa tua sia una posizione difficilmente difendibile: valida e vera in alcune circostanze, opinabile in moltissime altre…
    - Valida e vera quando?
    - Quando la forza sorregge il malato, dà speranza all’afflitto, offre conforto nella solitudine, diventa zattera di fortuna dopo un qualunque naufragio o, a suo modo, illumina una via scurita…
    - Uhm…
    - Maestro, ti ho mai detto che è nel silenzio che il tuo sarcasmo diventa più tagliente?
    - Nessuna ironia, a me pare invece che il cerchio si chiuda: perfettamente!
    - Maestro, ti fai gioco di me!
    - Non ci ho mai provato! Penso invece che se sei arrivata affamata dovresti almeno decidere con grande onestà se lasciare questa bicocca con la scodella ricolma di latte. O con la scodella vuota. Di fatto, la scelta è soltanto la tua.
    - La scelta è la mia ma forse la TUA chiusura del “cerchio” potrebbe risultare illogica se considerata da altra prospettiva…
    - Illogica?
    - Ossimorica, per la precisione.
    - Perciò, se leggo bene nel tuo criptico ragionare, ammettere una di quelle “debolezze nel vivere” che tu stessa hai illustrato significa mancare di “forza”. Meglio ancora, la forza può esistere solamente davanti ad una debolezza “apparente”…
    - Non sei d’accordo, maestro?
    - E’ una possibilità, non lo nego….
    - Ne deriva, maestro, che la forza può essere appunto una condanna…
    - Uhm…
    - Una pena sine finis ad essere “forti”.  Una mancanza di alternativa, come ho già detto. O, per dirla col tuo cogitare: una lotta per vivere portata avanti per inerzia.  Mi segui, maestro?
    - Mentre tutto ciò che si vorrebbe…
    - E’ solo dormire un poco. Poggiare il capo, maestro. Magari…
    - Morire?
    - O giù di lì, maestro. O giù di lì.
    - Mi hai quasi convinto…
    - Quasi, maestro?
    - Esatto! Vada infatti per la forza che “costringe”, ma se la debolezza è soltanto “apparente”, la geremiade che mi hai piantato di chi è figlia?

     
  • Come comincia: - I capelli sono lunghi…
    - Lo so, maestro…
    - Cresceranno ancora?
    - Mi piacerebbe.
    - Uhm…
    - Maestro, tu non ti sei mai interessato di capelli: men che meno dei miei.
    - Mi chiedevo come vorrai portarli più avanti: magari una crocchia in testa…
    - Perché no?
    - E magari bianca…
    - Perché no?
    - Uhm…
    - Uhm…
    - Ti darebbero senz’altro una certa aria… saggia….
    - Maestro, più invecchi più la tua ironia diventa tagliente….
    - Ma a giudicare dalle ultime prove sembrerebbe non sfiorarti mai…
    - Sei ancora arrabbiato con me, maestro?
    - Uhm…
    - Non ho resistito, maestro: era fin troppo facile…
    - Proprio quando occorrerebbe resistere di più…
    - Ma l’ho fatto in infinite occasioni, maestro.  E poi, di che ti preoccupi: il nero su bianco è arma a taglio multiplo perfettamente invisibile davanti al limite del pensiero unico…
    - Mi ripeto: proprio quando occorrerebbe resistere di più…
    - Maestro, alla corte di Lear tu rideresti del fool….
    - La tigre…
    - Lo so, maestro, attacca quando deve proteggersi e proteggere ciò che crede suo…
    - La biasimi per questo?
    - Maestro, ho pietà di questo…
    - Pietà?
    - Mi spiego meglio, maestro. Ho pietà dell’istinto fine a se stesso…
    - In una scala di valori lo metteresti al secondo posto?
    - Dopo la ragione, intendi?
    - Precisamente.
    - Mi sto domandando a quale varco tu mi stia aspettando per scudisciarmi a dovere….
    - Uhm…
    - Comunque ti rispondo subito: no, non lo metto al secondo posto ma do alla ragione il compito di assisterlo. Senza…
    - Senza?
    - Senza il suo limite diventa visibile già alla prima graffiata. E annoia. Indispettisce. Produce quell’impossibilità di “resistere la tentazione” di cui abbiamo già discusso…
    - Uhm…
    - Quando fai così, maestro, mi indispettisci pure tu…
    - Uhm…
    - Guarda che ho capito, sai. E se proprio vuoi che lo ammetta ti accontento subito: hai ragione!
    - Lo sospettavo. Per lo più era il riflesso prodotto dal sorriso largo…
    - Oh maestro, basta! Che c’è di male una volta nella vita? E’ un po’ come dare una onesta mano al pesce rosso per contemplare la sua bolla di cristallo, ben sapendo….
    - Ben sapendo?
    - Ben sapendo che non potrà riuscire mai. Che quella bolla non potrà abbandonarla mai perché della stessa ne ha bisogno… per vivere, per respirare. Tutto qui: un peccato veniale alla fin fine. Non puoi crocifiggermi per questo!
    - Con la differenza che la casa di cristallo del pesce rosso è in fondo il suo bellissimo universo…
    - Mi sorprendi, maestro: anche il limite del pensiero unico e omologato può diventare universo a se stante per chi lo coltiva con tanta determinazione e negatività…
    - Uhm…
    - Uhm…
    - Pensavo che quei capelli sono davvero lunghi…
    - Lo so, maestro.
    - Tuttavia, sarebbe funesta illusione sperare che il futuro biancore della crocchia possa diventare valida scorciatoia sulla via…
    - … della saggezza. So anche questo, maestro, però,  per oggi, lasciami vivere. Perché, in verità…
    - Sì?
    - Oggi sono quasi felice!

     
  • Come comincia: - Bentornata!
    - Ma questa volta, maestro, io non sono mai and…
    - Questa volta, si!
    - Forse capisco cosa intendi, maestro.
    - Allora?
    - E’ come… un viaggio…
    - Si?
    - E’ come un viaggio di arrivo alla Mecca, maestro. Dopo ti domandi quale altro traguardo dovrebbe seguire, ma nessuna delle possibili mete pare contemplare gli stessi splendori dei palazzi che stai ammirando colà…
    - Quindi?
    - Quindi  ti chiedi, maestro, se valga la pena programmare nuove visite, prenotare altri biglietti…
    - E ne vale la pena?
    - Non seguendo gli stessi criteri di giudizio di prima…
    - Concordo! Se ti par di essere sulla cima della più alta montagna, l’unico modo per alzare la prospettiva sarebbe…
    - Volare, maestro! Ma io non ho le ali…
    - Però hai due gambe…
    - Per andare dove, maestro?
    - Scendere?
    - Temevo lo avresti detto. Anzi, ti ho anticipato…
    - L’ho intuito quando sei entrata…
    - “Bentornata!”… adesso comprendo meglio, maestro.
    - Perciò?
    - Perciò bisogna cambiare...
    - Per rinascere?
    - Per continuare, maestro. Per vivere. Per imparare…
    - Belle parole. Ma domani?
    - Lo so domani potrei scordarle ad ogni angolo di strada…
    - Così ti sembrerà…
    - Così sarà, maestro. Mi conosco bene.
    - Dimentichi la fatica che ti aiuterà a ricordare…
    - Quale fatica, maestro? Quella del vivere?
    - Pure. Ma soprattutto l’altra…
    - L’altra?
    - La fatica di scendere da quell’alta montagna…
    - Non capisco…
    - Non penserai che scendere sia meno faticoso di salire? Per certi versi sarà peggio: ci saranno burroni accidentati, mulattiere irte e abbandonate, passi difficili, notti all’addiaccio, rumori strani nella notte…
    - Non credi di esagerare, maestro?
    - Non penso. Non se la montagna era davvero alta quanto ti pare che fosse. Se si trattava di coccuzzolo invece…
    - La tua ironia fa male, maestro mio caro.
    - Però aiuta. E comunque…
    - Comunque cosa, maestro?
    - Pensa alla gioia di quando toccherai terra….
    - Be’ lo ammetto…
    - Finalmente poter decidere quale strada prendere, finalmente poter scegliere quale cocuzzolo accidentato…
    - ….salire! Mi è tutto chiaro, maestro: grazie!

     
  • 25 ottobre 2011 alle ore 21:54
    Il culo del porco

    Come comincia: "..... a lavare il culo del porco si perde pure il sapone, dicono dalle mie parti....".

    Nota: Grazie!

     
  • 16 ottobre 2011 alle ore 11:05
    Politica 4 - Il vizietto.

    Come comincia: Se il prestigio di un Paese si misurasse a suon delle homepage internazionali che le sue magagne interne gli fanno conquistare bisognerebbe dire che la capacità di influenza italica è sicuramente in forte ascesa. Di fatto, vuoi perché un giorno si è svolto un bunga-bunga party particolarmente hot, vuoi perché un giorno è stata pubblicata una “intercettazione” della Procura molto succosa davanti alla quale lo stesso Assange si è mangiato le mani, vuoi perché un giorno gruppi di facinorosi più o meno pilotati hanno deciso di spaccare vetrine e maroni in quel della Città Eterna, noi italiucoli le prime pagine dei giornali che contano, da oriente ad occidente delle colonne d’Ercole et in verità ovunque sotto il sole, non le abbandoniamo più.

    Il punto? Il punto è che a mio avviso il problema è fortemente mediatico ed è figlio di un modo soft e quanto mai nefasto di fare “politica” che trova le sue radici più cancerogene il quel mito sessantottinico che non si riesce più ad estirpare, supportato com’è da format “rivoluzionari” di stampo intellettualista gauchista tanto obsoleti quanto obnoxious. Ma di quale problema sto parlando? Sto parlando della pessima abitudine tipica di una certa parte della stampa nostrana di creare la notizia dove non c’è, di  dare visibilità a gruppi e gruppetti pseudo-politicheggianti (di destra come di sinistra), che una volta armatisi di spranghe, mazze, oggetti contundenti di tipo vario ed avariato, si dotano di un nome esotico, preferibilmente latineggiante - che può essere di volta in volta gli indignados, gli scazzados, gli strafados - e così facendo sembrerebbero acquistare, davanti agli occhi di quella stessa Stampa-accorta, la necessaria dignità giornalistica per occupare la prima pagina.

    Ne deriva che l’oggetto contundente più pericoloso, ovvero la visibilità mediatica, viene messo loro in mano proprio da quel coccodrillo-giornalistico che nell’aftermath piange calde lacrime a suon di editoriali di condanna. E’ un poco come la storia del cane che si morde la coda, ma in verità dietro c’è di più, molto di più. Secondo me, per esempio, dietro c’è l’immobilismo perenne che condiziona la vita politica, culturale e sociale di questo nostro smarrito Paese, il quale pretende però di dirimere problematiche assolutamente nuove e figlie dell’età digitale (come sotto molti punti di vista lo è la questione dell’ultima crisi finanziaria) con le sue logiche obsolete. Scrivevo proprio ieri di come l’Italia sia l’unico Paese di cui io sappia con il dono per le rivoluzioni ideali: le nostre rivoluzioni, condotte a suon di vetrine infrante e auto date alle fiamme, non portano mai a radicali sconvolgimenti sociali, culturali, politici, ed è imperativo che finiscano prima del tg “che dopo c’ho la partita e se la mogliera è in casa vado pure per il rutto libero”. Come non bastasse, l’unica lotta di “classe” che ci è rimasta tra le mani, è quella portata avanti nei salotti televisivi trendy dove la discussione rimane per lo più incentrata sul problema di decidere se sia più educato un vaffanculo o un vaccagare.

    Ma perché queste rivoluzioni rimangono soltanto ideali? Proprio perché sono rivoluzioni mediatiche che hanno come unico scopo quello di vendere qualche copia di giornale in più, finanche di fare molto rumore (e molti guasti) per nulla come direbbe Shakespeare, o alla peggio si trasformano in occasioni da non perdere per questo o a quell’altro leader politico (et non) necessitante di un qualsiasi restyiling dell’immagine che così ha finalmente occasione di esprimersi e di rilasciare qualche “sentita” dichiarazione di condanna della violenza. Ridondanza, la chiamo io! Leccaculismo, lo chiamo io! Perniciosità, la chiamo io! Di fatto, molta della colpa per quel nostro immobilismo politico, sociale, culturale perenne va attribuita proprio alla nostra “grande” stampa che di grande occorrerebbe dirlo non ha proprio niente. Fino a quando, infatti, il giornalismo italico non si toglierà il “vizietto” di ragionare in termini di propaganda filo-marxista de noiartri o, sull’altro campo, di adoperarsi per compiacere le aspirazione di leadership di questo o di quell’altro capetto, questo Paese resterà sempre soffocato dalla Sindrome-vorrei-ma-non-posso.

    E, caso mai non fosse chiaro, bisognerebbe aggiungere che il gioco è molto pericoloso. Ed è molto pericoloso perché oggi come oggi esistono infinite ragioni di lotta politica e civile: la crisi finanziaria globale, infatti, non è “a figment of our imagination” ma una realtà parassita che in tante nazioni del mondo sta creando milioni di nuovi poveri, famiglie senza casa, studenti senza lavoro e uomini e donne senza futuro. “A’ la guerre comme à la guerre” diceva qualcuno e non a torto. Come a dire che questo non è il tempo delle rivoluzioni ideali, delle rivoluzioni di stampo intellettualistico, delle rivoluzioni “cool” con la maglietta-di-che-guevara, ma è il tempo, attraverso l’elezione di una classe politica capace, attraverso la promozione di un establisment nazionale capace di andare a combattere i marpioni di Wallstreet con le armi che più temono. Armi che sono quelle legislative e punitive, non certo le mazze e le spranghe proletarie che infrangono le vetrine dei negozi chic.

    Soprattutto, occorrerebbe davvero evitare di dare occasione agli squali, comodamente seduti nei loro divani in pelle umana, di dirimere e di intervenire nel dibattito-mediatico in guisa di padri della patria censuratori di tanta violenza: oltre il danno la beffa! Lo ripeto, per il giornalismo italiano di stampo gauchista (et non) è tutta questione di togliersi “il vizietto”, la speranza infatti è sempre l’ultima a morire.

    Rina Brundu, 16.10.2011

     
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