Racconti di Rina Brundu su Aphorism.it

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Rina Brundu

27 giugno 1968, Ogliastra - Dublino - Italia
Segni particolari: Una pazienza infinita.
Mi descrivo così: Sono come una specie di bolla di sapone che a volte è in grado di riflettere tutti i colori dell’arcobaleno e altre volte riesce persino a volare....
Io non sono una scrittrice, io sono uno spirito-che-scrive: é molto diverso!
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  • Come comincia: La nonna amava alzarsi all’alba. E preparare il caffè. Dentro una caffettiera strana. Napoletana mi pare la chiamasse. Non usava il fornello ma faceva bollire l’acqua tra la brace e la cenere del camino, dopo avere acceso un fuoco bello che rischiarava la piccola cucina rosata e le dava…. atmosfera. Mi piaceva assistere a quei riti mattinieri e le rare volte che mi era concesso di alzarmi  con lei diventavano per me occasioni importanti. Mi affascinava il buio fuori dalla finestra, il rumore del vento che spazzava il grande stradone, il freddo intenso che viveva dentro un suo silenzio profondo. Uguale in tutto per tutto a quello di lei. In quegli attimi laboriosi la nonna, infatti, non parlava mai. Trafficava muta, immersa in privati pensieri, con indosso la solita camicia bianca e la gonna lunga. I capelli pure lunghi raccolti a crocchia, lo sguardo vecchio ma bello, quello strano segno sulla fronte a memoria di una caduta di bambina. Osservarla andare e venire mi dava sicurezza, la sua saggezza, innata, mi regalava conforto. Sapevo che in sua presenza non avrei avuto nulla da temere. Anche per questo, un giorno, feci il diavolo a quattro per accompagnarla a portare le capre dal pastore che le avrebbe condotte al pascolo. Che lei non si era mai opposta a quella mia richiesta ma per riuscire nell’intento occorreva il consenso altrui. E poi un mattino presto di primo autunno, imbaccuccata a dovere, la mia mano piccola nella sua più grande, misi dietro alle bestie festose. Ricordo il mio respiro che si condensava nell’aria ghiacciata a formare nuvole trasparenti destinate a perdersi nell’istante. Ricordo la strada vuotata e il rumore diminuito dei nostri passi affrettati. Ricordo lucette vaghe in lontananza oltre quelle più rassicuranti dei grandi lampioni aggrappati a lunghi pali di legno piantati a distanze uguali. Ricordo l’arrivo nel luogo convenuto e la nebbia improvvisa. E poi il viso di un uomo fatto, vissuto, temprato dal tempo, spuntare diffidente dalla cappa umidiccia con lo sguardo fisso su di me. Ebbi paura, strinsi più forte la mano di lei e decisi che non era avventura da ripetersi. Mi mancava la tempra! “Mani troppo piccole” criticava spesso la zia, guardando le mie. “Non servono a niente!”. E a suo modo quel commento sineddico era una sentenza: per qualche ragione, io, a quel mondo non vi appartenevo pienamente. Ero… differente. La nonna invece non si perdeva mai in simili chiacchiere oziose. Riteneva che la vita occorresse viverla con altri strumenti e alla di lei madre, venerata, incensata, adorata, idealizzata nel ricordo, rimproverava soltanto di non averla mandata a scuola. E quando mi raccontava di simili faccende coglievo nel suo discorso l’invito implicito a guardare oltre un mondo che lei non avrebbe potuto lasciare. Che lei non avrebbe voluto lasciare. Mai! Neppure io. Allora! Perché quel mondo era bello. Si reggeva – l’ho capito poi – dentro dinamiche fragili ma viveva di una consistenza interna straordinaria e di una bellezza epidermica che lasciava senza fiato. Ogni minuto, ogni ora, ogni giorno, ogni mese, ogni anno nascevano segnati da un profumo, da un colore, da un valore diverso che sapeva crescere nel ricordo. Novembre, per dirne una, era il tempo delle castagne. Andare a raccogliere quei frutti gustosi, opportunamente protetti da madre natura dentro cappotti verdastri, spinosi, resistenti, diventava un’avventura in sé. Diventavano momento importante le chiacchiere, le risate, sotto quegli alberi possenti. Bellissimi. Diventavano infine avvenimenti da scolpire nella nostra memoria giovane le infinite serate trascorse intorno al camino, trascorse a nutrire di frasche secche il fuoco svelto necessario per cuocere le castagne dentro la grande padella bucata. E mentre le frasche morivano inghiottite da lingue di fuoco rossaste e sempre più alte, producendo rumori simili a disperate preghiere di anime dannate, spesso e volentieri nella grande cucina rosata echeggiava soltanto la voce di lei che nel nostro silenzio perfetto raccontava le sue storie. Che raccontare storie, favole, momenti, ricordi di un mitizzato passato le riusciva come nient’altro e per quelle storie chiedeva rispetto. Che – pure questo l’ho capito poi – a modo loro tali racconti, tali favole di una Sardegna che era stata, riproposte all’infinito, parlavano di tutto. E di niente. Erano strato epidermico amorevolmente costruito, erano abito leggiadro intessuto per dare decoro ad un mondo altrimenti nudo, ad un mondo che non aveva troppa coscienza delle sue possibilità. Anche solo per potersi raccontare. Ad un mondo che per fato e destino aveva scelto di vivere-soltanto, senza farsi troppe domande. Ad un mondo che non aveva il tempo di fermarsi. Ad interrogarsi. Ad un mondo che lottava nel silenzio per proteggere la sua identità alla stregua degli scostanti cinghiali che infestavano le foreste intorno, restii a farsi addomesticare. E che protetto dall’ombra benigna e ad un tempo immutabile della Grande Montagna, esisteva determinato a spirare con dignità. A farsi apprezzare nel ricordo, a farsi rimpiangere in ogni istante e in ogni momento futuro, come un tesoro di valore perduto ma capace di creare l’illusione di essere semplicemente… nascosto. Dentro quell’ideale cestino di preziosi brilla come diamante favoloso il ricordo di lei, della sua figura bella, della sua accorta saggezza, del suo viso strano, dei suoi modi pacati, dei suoi racconti vissuti che illuminano come luce sfolgorante ogni giorno della mia vita.


  • Come comincia: Solevamo collie-su-friscu ai bordi del grande stradone che traversava l’intero villaggio seduti su panche di pietra rubate ai nuraghi che puntellavano il mondo intorno. Ma che quelli fossero furti perpetrati in buona fede l’avrei capito solo molto più tardi. Allora come allora mi bastava attendere il morire del giorno, correre, bambina, verso quel punto convenuto e assicurarmi che, dopo la cena, i nonni, gli zii e i vicini di casa mi raggiungessero e si accomodassero gli uni accanto agli altri: chi proprio su quelle panche di pietra, chi sulle sedie di legno, chi su tronchi d’albero spezzati, chi perfino per terra. Tutti insieme appassionatamente, tutti pronti a raccontare o a farsi raccontare antiche storie perché questo, solo questo, importava. A pensarci bene, i vecchi che si appressavano verso quel luogo d’incontro quotidiano li rivedo adesso come strane figure di nero vestite, visi scolpiti dal sole dal vento e dalla pioggia, corpi a loro modo piegati dal lavoro e dall’età, occhi neri o azzurri che non faceva differenza perché la luce più gioiosa che si accendeva dentro era la stessa per tutti quando si appressava la sera. Ed il tempo del riposo. Su di loro, su di noi, guardava invece un drappo d’ebano puntellato di milioni di stelle che splendevano chiare, chiarissime, come granelli di sabbia che erano diamanti buttati per gioco su una tovaglia di seta preziosa il cui orlo più elegante, lo intuivo, spariva dietro il Gennargentu.

    Che le stelle non si contano, ammoniva la nonna! Una, due, tre, quattro, cinque… mi intestardivo a razionalizzare. Ti verranno le verruche! Una, due, tre, quattro… non usavo arrendermi per così poco. Ti si riempirà la faccia di bubboni che non andranno più via! Una, due tre…. Sarai brutta come una vecchia strega! Una, due… Ecchecavolo, non capivo, tutto quel casino per avere alzato lo sguardo al cielo! E per avere osato sfidarlo! Che loro, quei vecchi, anche questo l’ho capito soltanto molto tempo dopo, il cielo lo rispettavano. Il cielo e suoi abitanti! Gli spiriti dell’aria e del vento. Il canto della civetta soprattutto, che se la sera l’uccellaccio del malaugurio decideva di regalarci un saggio della sua bravura,  la notte non era mai serena, e il mattino poteva risultare foriero di brutte nuove. Che c’era pure una nenia che ripetevo all’infinito senza spiegarmela: anninnora, anninnora, cuccu meu. Prama di otti, lera fizzu fizzu, tentu m’appo unu fizzu in crabu mannu. So ddos sos caboddos de sa ghedda. Folla manna niedda sassaresa. Arrostted’Arrosa in tundu in tundu, si bivis in su mundu gosadie… A su timbiri, timbiri, timbiridona, eja, eja, eja… (1) E via così cantilendando che non aveva senso e che perciò si adattava meravigliosamente a quel mondo che non raccontava di niente ma esisteva soltanto aspettando la sua fine. Che a ben guardare era pure dietro l’angolo.

    Ma tra il principio e la fine gli istanti sono generalmente molti. Come milioni sono stati i momenti vissuti sotto cotanto universo splendente a ricordare antiche storie, spiegare il presente, razionalizzarlo e farne tendone pesante per impedire la visione del futuro. Che del futuro non ne parlavamo mai, come non ce ne importasse, che il presente ci bastava e si nutriva del passato. Di un passato mitico che noi bambini potevamo soltanto immaginare e nostro malgrado lo coloravamo di giornate soleggiate che non erano mai state. Perché, l’ho saputo dopo, i vecchi avevano fatto la guerra, la grande guerra, e l’avevano vissuta male. Perché i pascoli del Gennargentu d’inverno ghiacciano pure in tempi di pace e le pecore bisognava portarle nel Salto di Quirra, giù nel Campidano, giù vicino a Cagliari. Giù dove vivevano i ricchi commercianti che ti compravano il pecorino romano (ma era romano soltanto di nome) per quattro lire e poi con lo stesso formaggio ci si arricchivano rivendendolo a peso d’oro nei mercati cittadini. E mentre gli uomini erano in simili faccende affaccendati, le donne pensavano alla famiglia e diventavano forti. Reggevano la casa, reggevano le fondamenta di un mondo che quando è finito è finito per consunzione mica perché è crollato loro addosso. Che loro, i vecchi, grazie a Dio se ne sono andati con dignità e adesso, come gli abitanti di Springfield “dormono, dormono sulla collina”. Tutti quanti. Ne manca solo uno, ma lui ha deciso di attendere ancora che non si sa mai e forse il Padreterno ci potrebbe pure ripensare sull’inevitabilità della chiamata.

    Che quelle nostre storie raccontate mentre chistiaus-su-friscu, lo ripeto, erano fatte di niente e se il buongiorno si vede dal mattino, gli intellettuali alla Gramsci nella Sardegna interna dovrebbero essere anche quelli spiriti dell’aria. Che qualche volta si sentono ma non li vedi e il più delle volte non esistono proprio. Che la coscienza di Essere a noi ce la regalava soltanto il vento quando batteva forte sui tetti delle case, si incuneava nei comignoli e ti affumicava la cucina. E a volte ti prendeva a sberle in faccia. Che la coscienza di Essere a noi la regalava soltanto il sole che cresceva grano, fagioli e patate, pomodori bellissimi e ciliegie ridenti. Che ne mangiavamo a milioni e poi quando la pancia era piena ci costruivamo orecchini, collane, coroncine rossastre che mettendole in testa ti sentivi regina. Che la coscienza civile e politica noi non ce l’avevamo mai avuta e di sicuro non è mai nata mentre eravamo intenti a collie-su-friscu. Che il pastore-operaio-filosofo di Ottana comparato ai miei vecchi era un signore dotto e colto e veniva pure quello da Marte.

    Che in quegli anni verdissimi della mia bellissima infanzia noi somigliassimo ai “morti” di Joyce finanche questo l’ho capito soltanto molto tempo più tardi. L’unica differenza è che quei “morti” dublinesi avevano volontariamente ottenebrato la loro consapevolezza-di-esistere, mentre noi non solo non ce l’avevamo mai avuta una tale consapevolezza ma non sentivamo neppure il bisogno di averla. Perché a tenerci in vita era semplicemente il respiro e a quanto pare ci bastava perfettamente. Anninnora, anninnora, cuccu meu. Prama di otti, lera fizzu fizzu, tentu m’appo unu fizzu in crabu mannu. So ddos sos caboddos de sa ghedda. Folla manna niedda sassaresa. Arrostted’Arrosa in tundu in tundu, si bivis in su mundu gosadie… A su timbiri, timbiri, timbiridona, eja, eja, eja…

    (1) Che non penso fosse nenia tradizionale quanto piuttosto canzone da ballo composta credo dal Porrino.

    22-01-2012


  • Come comincia: - Sedevi più vicino…
    - Vicino o lontano dentro la tua modesta dimora che differenza fa, maestro?
    - Ancora, ancora….
    - Cosa guardi?
    - Le erbacce, in giardino…
    - Lo so, avevo promesso…
    - Poi…
    - Poi il tempo, il poco tempo, maestro…
    - Capisco, altre faccende….
    - No, dicevo del poco Tempo, quello contato…
    - Ci sarà una ragione…
    - Appunto!
    - Quindi spenderlo ad estirparle…
    - Non ho detto questo, maestro…
    - Non ho finito!
    - Immagino intendessi che… usarlo per estirparle…
    - …non  fa brillare la nostra anima altrettanto?
    - Più o meno… maestro.
    - Sei in errore, piuttosto intendevo che usarlo per estirparle potrebbe essere…
    - Sì?
    - Un fine.
    - Ti fai gioco di me, maestro.
    - Ho altro da fare.
    - Non vedo il nesso…
    - E’ forse più nobile scalare un’alta montagna?
    - Avrebbe un senso, maestro…
    - Anche il mio giardino liberato dai cardi e dalle ortiche lo avrebbe….
    - Ma l’anima?
    - Brillerebbe di riflesso, d’accordo… però solo davanti ad occhio non accorto.
    - Un po’ poco, maestro, un po’ poco…
    - Ripensandoci…  hai fatto bene…
    - Ad usarlo altrimenti, il mio tempo, maestro?
    - A sedere... lontano.


  • Intro: Una stanza vuota. Colette e Plinio siedono davanti al camino. Plinio legge il giornale. Il fuoco è spento. La brace pare morta. Da una finestrella entra un minimo raggio di sole sufficiente ad illuminare bene l’ambiente.
    Come comincia: Colette: (si alza e va a tirare le tende, poi torna a sedersi).
    Plinio: Mah… mi hai tolto anche l’ultimo fievole raggio di luce: non leggo!!
    Colette: Non leggo neppure io ma non mi lamento! E poi in realtà nulla è cambiato…
    Plinio: Come? Nulla è cambiato? Hai tirato le tende ecco cosa è cambiato!
    Colette: Semantica!
    Plinio: Semantica, Colette?
    Colette: Semantica, Plinio. Di fatto non lo vedevo bene neppure prima…
    Plinio: Cosa????
    Colette: Il tuo giardino, che altro? L’avere tirato le tende non cambia nulla…
    Plinio: Cambia che io non riesco a leggere!
    Colette: Tipico!
    Plinio: Tipico?
    Colette: Della tua generazione, di chi altri?
    Plinio: (fa per aprire la bocca ma poi non parla, attende)
    Colette: Meglio ancora della “politica” della tua generazione…
    Plinio: Della politica?
    Colette: Sicuro, dell’arte di amministratore le cose intorno a voi che avete sempre preferito: l’importante è che venga soddisfatto l’interesse pariticolare poi se gli altri vivono lontani dalla “luce”, che importa? Intendiamoci, Machiavelli ti direbbe che è in fondo l’interesse particolare a muovere il mondo, tuttavia…
    Plinio: Tuttavia?
    Colette: I suoi contemporanei avevano il senso del limite….
    Plinio: (si gratta la nuca, perplesso!).
    Colette: E il peggio si propone quando da Machiavelli si passa agli Azzeca-garbugli di manzioniana memoria: cioè si tende ad imporre e a giustificare il malfatto, finanche l’ignoranza delle cose, con fiumi di parole senza significato…
    Plinio: Il politichese?
    Colette: Sicuro, ma non solo! Anche il blogghese potrebbe essere una possibilità da non scartare….
    Plinio: (esasperato) Giuro di non averci capito un accidente!!
    Colette: Ritieni che questa affermazione sia chiara invece? “La politica è eterno compromesso. Questo Colette lo saprebbe, cioè saprebbe che la politica è sempre meta. Fuori dei libri di storia è sempre al di qua e al di là. È anche al di sotto, ma come chiave di lettura, una delle tante. In quanto risolutrice, a una sommatoria, è sempre negativa. La politica moderna o contemporanea, s’intende, dell’opinione pubblica, il voto e le assemblee…”.
    Plinio: Effettivamente! Ma chi lo ha detto?
    Colette: Non è importante chi lo ha detto. E' importante l’approccio: ovvero la visione tipicamente post-democristiana di un machiavellismo privato di ogni suo carattere nobile e servito in salsa insipida al volgo addomesticato che poi dovrebbe comprarlo senza lamentarsi mai: a scatola chiusa, insomma. Come del resto ha fatto per sessant’anni…
    Plinio: Nessuno ha costretto nessuno…
    Colette: Miraggi della democrazia! In realtà la corda si stringe intorno al collo dell’impiccato esattamente come avviene sotto dittatura. L’unica differenza è che il malcapitato è portato ad interrogarsi se in fondo non sia stato pure colpa sua…. Del resto, la retorica abbonda.
    Plinio: Ma tutto questo che c’entra col mio giardino? E perché hai tirato le tende?
    Colette: C’entra moltissimo: a suo modo il tuo giardino è riflesso di quel curioso modus operandi. Mirarlo è come mirare la volta stellata…
    Plinio: La volta stellata?
    Colette: Certo, ma non è un complimento: di fatto la luce che brilla sopra di noi racconta l’universo com’era nel suo passato, milioni di anni fa. L’unica differenza col tuo "giardino" è che almeno allora quella visione astronomica era comunque vera…
    Plinio: Mentre le “visioni” nel mio giardino?
    Colette: Sono personali, molto personali, non si lasciano investigare e restano opinabili. Finanche criptiche nel loro reiterato rifiutarsi di farsi conoscere per davvero. Tanto vale tirare le tende, appunto. Senza considerare che dell’universo digitale dentro cui si muovono raccolgono soltanto il peggio….
    Plinio: Il peggio?
    Colette: Sicuro, il peggio, proprio come nella politica più becera: si lancia il sasso ma non si ha il coraggio di far vedere la mano! O di mostrare il volto…
    Plinio: La… “mano”... non è importante…
    Colette: Concorderei, se fosse arto staccabile dal resto del corpo. Invece si muove con quello, è mosso da quello e per ragioni spesso astutamente imperscrutabili.
    Plinio: Astutamente imperscrutabili?
    Colette: O quasi, caro Plinio. O quasi…..


  • Intro: Una stanza vuota. Colette e Plinio siedono davanti al camino. Il fuoco è spento. La brace pare morta. Da una finestrella entra un minimo raggio di sole sufficiente ad illuminare bene l’ambiente.
    Come comincia: Colette: Plinio…
    Plinio: Ancora qui? Pensavo stessi andando…
    Colette: Vado, vado. Prima però volevo dire che….
    Plinio: Sì?
    Colette: Be’ non è vero che non ho imparato nulla. Ho imparato, a mio modo.
    Plinio: Bene.
    Colette: (lo fissa senza parlare).
    Plinio: (esasperato) Insomma, si può sapere cosa c’è Colette?
    Colette: Dico… non vuoi sapere?
    Plinio: Cosa Colette? Cosa?
    Colette: Ciò che ho imparato, naturalmente…
    Plinio: (rassegnato) Cos’hai imparato Colette?
    Colette: Più che altro ho avuto conferma dell’esistenza di un limite… Che tuttavia non riconosco in quanto tale ma attribuisco alla situazione contingente…
    Plinio: (serafico al limite dell’autolesionismo) So che me ne pentirò ma l’oggetto del tuo discorso sarebbe, Colette?
    Colette: Be’ la sostanza, la sostanza intellettuale che posso mettere sul tavolo…
    Plinio: Quindi?
    Colette: Quindi ho ammirato quei fiori nel tuo giardino. Durante tutto l’inverno, per giunta. Ti ho visto piantarli, curarli, custodirli, bagnarli, finanche  raccoglierli…
    Plinio: (di nuovo modesto) Nulla di che.
    Colette: Concordo!
    Plinio: (piccato) Concordi?
    Colette: Sicuro! Nulla di che. Ma sono belli. Colorati. Profumati. Di uguale altezza. Si lasciano guardare. E sembrano felici…
    Plinio: (sorpreso) Felici?
    Colette: Be’ non chiedono altro. E ti soddisfano.
    Plinio: Non l’ho mai detto…
    Colette: Ma li vivi come così fosse. Io invece….
    Plinio: Tu invece?
    Colette: Non mi accontento….
    Plinio: (sospira pesante) Questo mi pare chiaro.
    Colette: E un poco come se….
    Plinio: Sì?
    Colette: Quei roditori….
    Plinio: Dell’anima?
    Colette: (annuisce diverse volte) Sì, proprio quelli! Come se io li volessi. Guai se smettessero di tormentare il mio orticello, le mie radici mal seminate…. Guai se disertassero i miei alberelli radi, le mie piantine mal potate….il prezioso esotico…. Mi sentirei perduta. Inutile quasi.
    Plinio: Invece?
    Colette: (compita) Invece quelli scavano. E mi insegnano. Proprio come mi hanno insegnato i tuoi fiorellini colorati.
    Plinio: (curioso) Di grazia?
    Colette: Mi hanno insegnato... che esistono orizzonti… diversi… Ma pure che…
    Plinio: (con urgenza) Sì?
    Colette: Che il limite e la sostanza di cui parlavo sopra… dipendono. Entrambi. La differenza sta nel fatto che il limite è per sua natura più deficitario. E questo è un bene…
    Plinio: Dici?
    Colette: La sostanza volendo può annullare il limite….
    Plinio: D’accordo, ma se il limite fosse la sostanza?
    Colette: (seria) E’ una possibilità. Però, lo ripeto, nel caso specifico  lo faccio derivare dalla situazione contingente…
    Plinio: La situazione contingente?
    Colette: E’ una lunga storia…
    Plinio: Ci avrei giurato…
    Colette: Converrai anche che se il limite fosse la sostanza occorrerebbe dedurne che quelli sono stupidi…
    Plinio: (a bocca aperta) Quelli chi?
    Colette: Ma i roditori, naturalmente, chi altri? Se tu fossi un roditore ti attarderesti così a lungo in un giardino arido seminato con radici marce?
    Plinio: (grattandosi il capo dubbioso) Effettivamente….
    Colette: Ovvio, che non lo faresti! La qualcosa chiude il cerchio meravigliosamente inglobando finanche la più profonda morale nel tuo insegnamento….
    Plinio: (imbarazzato e come indeciso se domandare ancora) La più profonda morale????
    Colette: Se è vero che non ci si può scoprire rose la sera svegliandoci cardi al mattino, è pure certo che rosa mai sbocciata non profuma (esce).


  • Intro: Una stanza vuota. Colette e Plinio siedono davanti al camino. Il fuoco è spento. La brace pare morta. Da una finestrella entra un minimo raggio di sole sufficiente ad illuminare bene l’ambiente.
    Come comincia: Colette: Il punto sono…
    Plinio: Sì?
    Colette: Il punto sono queste interrogazioni che ti fai. Senza risposta….
    Plinio: Non capisco: se avessero risposta non sarebbero più… interrogazioni, come le chiami tu. Sarebbero affermazioni.
    Colette: Però si potrebbe concludere che questo tuo continuo interrogarti sia in fondo in fondo un modo come un altro per… nasconderti.
    Plinio: Da cosa?
    Colette: O per nascondere….
    Plinio: Cosa?
    Colette: Non saprei, non saprei Plinio, ma so che tutto ha una ragion d’essere…
    Plinio: Sì?
    Colette: O dovrebbe….averla.
    Plinio: E se fosse soltanto un gioco. Un momento ludico.
    Colette: Certo, potrebbe…
    Plinio: Ma a che titolo questa tua predica? Quali argomenti porti sul tavolo per indurmi a propormi altrimenti?
    Colette: Nessuno, naturalmente. Però…
    Plinio: Però?
    Colette: Però non si può lanciare il sasso e poi ritirare la mano.
    Plinio: Retorica. Di bassa lega. Mi deludi Colette. Pensavo meglio… decisamente meglio.
    Colette: Non ho ancora imparato nulla.
    Plinio: Non sono un maestro.
    Colette: Allora sei un sofista? Parole, parole, soltanto parole….
    Plinio: Dovrei “pensarmela addosso”? Anche io?
    Colette: Forse lo fai…
    Plinio: Quando?
    Colette: Quando dirimi… sul nulla. Se la mia è retorica, infatti, la tua è una estetica del lemma. Fine a se stessa. Uno sciorinare autori, nomi, concetti… senza elaborare. E con un pizzico di scetticismo.
    Plinio: Mi si addice…
    Colette: Ma se… (dubbiosa… quindi si alza all’improvviso e corre verso la finestrella illuminata, guarda fuori).
    Plinio: Cosa? Colette?
    Colette: Quei fiori….
    Plinio: Dove?
    Colette: In giardino, naturalmente. A perdita d’occhio! Belli! Colorati!
    Plinio: (modesto) Un hobby.  A tempo perso.
    Colette: (rapita) Tutto quel colore…
    Plinio: Fine… a se stesso?
    Colette: (illuminata e triste ad un tempo) Ho capito… adesso…
    Plinio: (scuote la testa, disperato) Cosaaa?
    Colette: Il mio… il mio… orticello (è rossa sulle gote)…  al momento è un… un deserto. Qualche pianta rara. Esotica. L’occasionale cespuglio selvaggio mal potato e tante… infinite… buche scavate sul terreno alle ricerca di radici. Dolci.
    Plinio: Roditori?
    Colette: Dell’anima (esce).


  • Come comincia: Ti insegnavano, “is mannos (1)”, a loro modo. Per lo più non sapendo di insegnare. Ti insegnavano con il silenzio. Con gesti rari. Educati. Davanti al fuoco. Alla brace ancora ardente e alla cenere più fredda che si impadroniva del focolare e lo colorava della sua tinta smorta. Il fumo, a volte, non saliva lungo la cappa annerita e rientrava nella stanza, rosata, impregnandola del suo sapore, acre. Dalla finestra, minuta, dai vetri stanchi, entrava una luce diffusa, fastidiosa, a suo modo mancante. Di ogni splendore. A maggio tornavano i pastori. Dal Campidano e da ogni corno di Sardegna che nella brutta stagione aveva saputo di sole. Non era raro, allora, che qualcuno tra quelli si fermasse dai nonni. Per farsi raccontare. È fissato nel ricordo di bimba piccolissima la figura di un misterioso visitatore: gigante! Era un signore avanti negli anni, possente, una barba fluente, vestito di velluto scuro, portava i gambali e parlava poco. Mi guardava con occhi neri e profondi e di tanto in tanto annuiva ai discorsi-altri. Intimava rispetto ma non saprei dire perché. C’erano regole di quella atavica filosofia dell’anima che intuivo per affinità ma non riuscivo a spiegarmi. Non mi spiegavo la remissività apparente che mal si conciliava con il germe “balente” che, lo sapevo, viveva dentro di loro. Finanche di me. E non trovava pace. L’ombra sotto cui tale “tratto” prosperava era quella benigna e ad un tempo nefasta della grande montagna, antica di milioni di anni, abituata a comandare. Sul nostro destino, sui nostri pensieri, sulle nostre azioni mai troppo grandi. Ma senza riuscire a domarci. Quella combattuta era dunque antica guerra velata, riproposta ad ogni canto di gallo, ad ogni vagito di bimbo o ad ogni atteso ciclo di luna. Ma in tale continuata e silenziosa battaglia c’era scritto tutto di noi: piegati nel corpo ma spavaldi nell’anima. Soprattutto, liberi. Liberi come le aquile che pattugliavano i cieli chiari sbeffeggiando il cacciatore a valle. Liberi come i mufloni che dai crinali più aspri vegliavano sul loro futuro, segnato, fosse anche fatto di un solo domani. Liberi come leprotti che correvano veloci a nascondersi sotto l’ombrello che erano i funghi titani. Liberi come l’aria che nutriva lo spirito e respiravamo in abbandonza a titolo di compenso. Per il desco. Mancante. Di tutto. Il resto. Di tutto ciò che avrebbe dovuto fornirci coscienza della nostra identità. E delle sue possibilità. Dei nostri diritti e delle nostre speranze.

    Ma, lui, il pastore gigante, pareva non farsene cruccio della contigenza, presente o passata, e proseguiva a “spiegarsi”, muto. Seduto su una sedia impagliata, poggiata alla parete quasi per carità, si limitava a fissare ora l’uno ora l’altro. Nella stanza. E non si muoveva. Quali storie mi nascondi? Pensavo. Speravo, le avrebbe rivelate almeno alla nonna, la quale, ne ero certa, le avrebbe riproposte la sera. Che lei aveva un dono per i racconti carichi di significato, per le morali importanti estrapolate dalla roccia più dura anche se a forza viva. L’ospite, era chiaro, non avrebbe proferito verbo. Non avrebbe impartito lezioni, non avrebbe commentato, illustrato, interpretato, chiarito.

    Fu infatti nell’andarsene il suo dono più grande. Nella sedia vuota, nella cucina sgomberata del suo Essere essenziale, nelle domande mute destinate a diventare enigma. Per molti versi, eterno. Come dentro ogni filosofia degna che si interroga senza mai rispondersi e consegna un abbozzo di illuminazione alla mera benevolenza… del Tempo.

    (1) lett. i grandi, gli anziani.


  • Come comincia: - No! Prendiamo il servizio buono. Gli ospiti sono importanti...
    - Non capisco, maestro…
    - Quelle tazze non vanno bene….
    - Ma… ma… le abbiamo disegnate noi…
    - Appunto!
    - Servirebbe… allora?
    - Il servizio di famiglia… Meglio ancora, sarà bene chiedere in prestito quello “buono” alla vicina… Hanno sempre avuto gusto, loro, in queste cose….
    - Non capisco, maestro…
    - Lo hai già detto…
    - Ebbene, continuo a non capire… Quei fiori….
    - Quali fiori?
    - Quei fiorellini che dipingemmo con grande passione sull’esterno della ceramica bianca, delicata…
    - Ricordo.
    - Allora, maestro…
    - Sì?
    - Allora, mentivi…
    - Quando?
    - Quando dicevi che si era fatto un buon lavoro. Quando ti congratulasti per le sfumature colorate, per il gioco di immagini, per il piano complessivo…
    - C’è disegno e disegno….
    - Ci sono prati e prati, maestro.
    - Che vuoi dire?
    - Che un fiore essicato, per quanto bello, non ha i colori di un prato giovane, colorato…
    - Può darsi…
    - Non può darsi, così è, maestro.
    - E i mughetti, le margherite, i ranuncoli sono altrettanto preziosi di una magnifica rosa imperitura?
    - Conservata, mummificata vorrai dire, maestro…
    - Che c’è di male?
    - Nulla. Se non il fatto che il pensiero farà come il gambero: andrà avanti tornando indietro.
    - E, questo, sarebbe il male?
    - Uno dei mali. Insieme al tentativo di lustrarsi le penne con gli ori altrui, maestro.
    - Dimentichi che, nel tempo, anche i tuoi ranuncoli parranno più preziosi…
    - (sarcastica) Impreziositi dal velo di polvere…
    - Anche.
    - Quindi è il tempo che magnifica, non la sostanza…
    - Entrambe le cose…
    - Mi fai imbestialire, maestro. È un procedere, un cogitare non degno di te…
    - Può darsi, ma è così che si diventa…
    - Maestri?
    - Anche.
    - Non fa per me. Da grande voglio fare il pensatore…


  • Intro: Una stanza vuota. Colette e Plinio siedono davanti al camino. Il fuoco è spento. La brace pare morta. Da una finestrella entra un minimo raggio di sole sufficiente ad illuminare bene l’ambiente.
    Come comincia: Plinio: (guarda sconsolato alcuni fogli dattiloscritti che ha in mano): Retorica! Soltanto retorica! (scuote la testa con veemenza, prima di accorgersi che Colette è distratta). Mi ascolti Colette? Sto parlando con te!
    Colette: Perdonami, Plinio. Ammiravo la stanza.
    Plinio: (sarcastico) Ammiravi la stanza? È vuota, Colette!
    Colette: Appunto!
    Plinio: Retorica! Altra retorica! Come quella con cui hai costruito le tue storie!
    Colette: (triste) Non ti sono piaciute?
    Plinio: Manco un poco!
    Colette (piangente): Mah… pensavo… che la storia dei lunghi capelli… Insomma, il tempo che passa, la saggezza… metaforicamente parlando…
    Plinio: Diciamocelo fuori dai denti, Colette: tu non sarai mai una grande scrittrice! Non hai la pasta. Non hai la sostanza. Pensa alla Serao, alla Deledda, alla Murgia, alle grandi francesi …. Loro sì che sapevano e sanno parlare. Parlano del mondo, Colette. Loro parlano del mondo. E tu, di cosa parli tu, Colette? Di lunghi capelli…
    Colette (di nuovo distratta): Quel fuoco..
    Plinio (isterico quasi): E’ spento, Colette! Lo vedi anche tu, è spento! E pure la brace…
    Colette: Lei non la pensava così. Diceva che bastava svegliarla… la brace…
    Plinio: Lei chi, Colette? Lo vedi? Lo hai fatto ancora. Ti manca il “soggetto”, Colette. Proprio come nei tuoi scritti. Lei chi?
    Colette: E’ importante?
    Plinio: Fondamentale. Per raccontare il mondo, intendo. Perché raccontarlo è viverlo, pensarlo, odiarlo e amarlo ad un tempo. E questo possono farlo solo i personaggi. Quelli dotati di spessore, shakespeariani nella loro essenza, scavati nella roccia narratologica dall’abile mano dello SCRITTORE, impressi nella memoria dalla sua capacità di emozionare…
    Colette:  Certo che se la metti così, Plinio….
    Plinio: Naturale, che "la metto così". Senza considerare che il soggetto, il verbo, il complemento… i nomi, soprattutto i nomi…
    Colette: Sì?
    Plinio: Be’ Colette, non si può fare senza! Non oggigiorno. Uno scrittore ha il DOVERE di dare dei riferimenti, anche semantici, precisi, Colette, al suo lettore. Lo deve guidare. Altrimenti corre il rischio di…
    Colette: Fermarsi a pensare?
    Plinio: No, di perdersi. Di non capire. E con lui… i suoi critici. E quindi addio recensioni…. Addio buone parole. Addio scrittura. Addio discorsi grandi. Prima dell’oblìo.
    Colette: Capisco.
    Plinio: Tornando al discorso della retorica…
    Colette: Troppa?
    Plinio: Troppa e male, Colette. Anche la retorica è un’arte. Metafore, metonimie, sineddochi debbono arricchire esteticamente il discorso, debbono infiorarlo, renderlo piacevole all’orecchio, amico al cuore, finanche affascinante all’occhio, mica come…
    Colette: Mica come?
    Plinio: Mica come questo nostro fantastico dialogo che ti sei inventata di sana pianta, Colette! Lo senti come è tenue? Flebile? Un “En attendant Godot” senza senso. Una recita senza senzo.  Un dire per non dire, un alludere senza punti fermi, un giocare con le parole. Sempre le stesse. Le solite. Quelle usate. Ma La Serao, la Deledda, la Murgia insegnano che…
    Colette: (fissa la brace spenta e poi lo sguardo torna a vagare nella stanza vuotata di tutto) Il suo letto era lì (punta il dito verso una parete). Negli ultimi tempi almeno. Quando non poteva camminare più, ma faceva punto di indossare sempre la solita camicia. Bianca. Brillante. Lui invece fumava il sigaro in quest’angolo del camino. Non parlava mai. Sapeva di dolori che non mi avrebbe mai raccontato. Di lampi di guerra. Di navi affondate. Di ragazzi morti troppo giovani. Di vento di marina. D’inverno faticoso. Di serate tediose e lunghissime… L’altra veniva ospite di rado. Quando invitata a pranzo sedeva da questo lato del tavolo e raramente rideva. Era timida. Timidissima. E dolce. Infinitamente dolce.
    Plinio: (disperato) Chi, Colette? Per l’amor del cielo Colette, chi?
    Colette: (alzandosi) Le anime, Plinio, le anime che abitano questa stanza vuota… Quelle che scorgo grazie alle loro ombre…
    Plinio: Le anime non hanno ombre, Colette!
    Colette: Concordo.
    Plinio: Allora?
    Colette: Allora è per questo che servono i capelli lunghi, Plinio. A crearne qualcuna..
    Plinio: Qualche ombra?
    Colette: Che può diventare significato. Senso. Accezione. Memoria. Ricordo. Lezione. Istruzione. Educazione. Dottrina. Crescita.
    Plinio: Retorica. Soltanto retorica. Nient’altro che becera retorica, Colette.
    Colette: O, in alternativa… cecità (esce).

    Dedicato.


  • 08 aprile 2012

    Pasca manna

    Intro: Pasca manna! Sapeva di sole, di primo amore, di cieli tersi e chiari, di profumi di fiori rari e di rondini che tornavano. O almeno così mi pare. Sapeva di grandi uova di cioccolato avvolte dentro confezioni giganti, forme cangianti, colorate e profumate. Sapeva di agnellini senza mamma, arrostiti a fuoco lento, sacrificati su un aspro altare....
    Come comincia: Sapeva di ideali colombe di pace, di corse a perdifiato, di nuraghi sfatti e di aquile in volo, di primavera che arrivava e di ventate birichine. Sapeva delle nostre risate bambine, di timidi sogni che non osavano mai svelarsi, di mille storie di briganti, di infinite notti d’ebano. Stellate. Fatate. Incantate. Rubate. Smarrite. Vissute. Irrimediabilmente… perdute!

    _____________

    Che "Pasca manna" aveva… un senso. Una sua storia. E le storie la nonna le raccontava tutte con la stessa impassibilità di sempre, sia quando si trattava di leggende fantastiche sia quando si risolvevano in brandelli di ricordi fatti grandi dal tempo trascorso. E dalla miseria del quotidiano che anelava, di suo, ad infiocchettarsi per la festa.

    Don Vinante, di converso, era categorico: sacrificio, sacrificio in quaresima, pianti sentiti il giorno della Domenica delle Palme e gioia sbandierata al vento la mattina di Pasqua. Vita, morte e risurrezione, da lì non si sgarrava e non si poteva fare altrimenti. Fedele alla sua indole di convertitore di anime ribelli, le pensava tutte pur di riuscire nell’intento di farci presenziare alla funzione pasquale (ma anche alle altre), al punto che trascorsi circa trent’anni da quei giorni a loro modo epici, due sono i ricordi fondamentalmente impressi nella memoria: le scuse che noi bambini sapevamo inventare per fuggire i suoi diktat religiosi, insieme alla musica allegrotta con cui ci deliziava la mattina di Pasqua per divertire i nostri cuori, musica che si alternava armoniosamente con i possenti rintocchi delle campane.

    Don Vinante la Pasqua la viveva come nessuno. Quel suo strazio disperato della Domenica delle Palme, mentre leggeva della passione del Cristo, mentre ricordava il momento in cui Gesù era spirato, mentre rimarcava lo smarrimento dei soldati romani che testimoniavano il buio che era improvvisamente sceso sul mondo e sentivano la terra tremare sotto i piedi, impressionava. Almeno, la prima volta. Poi ci si faceva l’abitudine e la faccenda diventava evento marcante lo scorrere del tempo esattamente come lo diventavano tutte le altre incombenze eccezionali di cui solevamo occuparci in quell’usato passato, dalla semina delle patate alla vendemmia. Dal carnevale alla sagra di San Basilio. Dalla festa di Sant’Antonio ad una qualsiasi serata di balli sardi.

    È stato solo molti anni dopo che ho scoperto che le crociate religiose di questo mitico prete villanovese, conosciuto in tutta la Sardegna (e non solo!) e che ho sicuramente amato tanto (e rispettato come nessuno!), avevano, mercé la loro inflessibilità, fatto un solo fagotto dei riti millenari, anche religiosi, che erano esistiti nel mio paesello prima del suo arrivo di continentale determinato, e lo avevano buttato alle ortiche. “È Dio tutto ciò che conta!” mi disse, una sera di diverso tempo fa, durante una straordinaria telefonata Dublino-Elini. “Si sbaglia don Vinante, sono gli uomini che contano: i loro pensieri, le loro azioni, i loro miti e i loro riti!”. Fu quel giorno che capii che non ci si sarebbe più potuti “incontrare” su un terreno meramente intellettuale. Capii anche che quell’uomo-di-Dio che avevo tanto avversato e ad un tempo tanto ammirato nei miei anni più giovani, non sarebbe mai riuscito a reggere il confronto con il suo stesso mito che viveva in me. Quel mito che tutti noi villanovesi, chi più chi meno, avevamo cullato dentro e a suo modo protetto e che, in un’altra serata dell’anno, anche questa oramai molto lontana, ci portò a costruire un muro di mattoni davanti alla porta della Chiesa per impedire che il nostro amato-odiato prete ci lasciasse per sempre, come da ordini della Diocesi. Inutilmente.


  • Come comincia: di Rina Brundu. Questo pensiero – dentro il mio ideale Spoon River ogliastrino – è dedicato a tzia Damiana (in sardo Tomiana) Sette. Una donna d’Ogliastra che visse fino a 111 anni e che la nonna mi portò a visitare quando tzia Tomiana ne aveva circa 107. Benché siano passati infiniti lustri da quel giorno, è ancora vivo e ben presente nella mia memoria il suo ricordo. La rivedo piccolissima, vestita di nero, dolcissima. Ad un tempo, non ho mai dimenticato la sua difficile storia di ragazza madre in un tempo in cui esserlo costava fatica. Fatica fisica e mentale. Ma fatica che lei ha sempre sostenuto con ammirabile forza di volontà. Quella stessa forza che accomuna tutti i grandi anche quando – come tzia Tomiana – oramai “dormono, dormono sulla collina…”.

    Ché per raccontarti non servirebbero parole, se non gocce di rugiada e profumi di asfodelo. Canti di grilli o stelle peregrine, legna da ardere e farina di ghiande. Fruscío di foglie morte, calpestate, oltraggiate, umiliate. Cadute. Mercé la forza di bufere di vento. Malevole, vetuste, fastidiose. Chiacchiere dispettose, e tu che ti immolavi lungo percorsi faticosi resi più agevoli dal niente. Perché, posso immaginare, di tutta quella gente ti importava poco e i pensieri rimanevano silenti. Giorni a loro modo splendenti sotto un cielo d’Ogliastra avaro d’ombra e di ogni goccia di pioggia, afa estiva e stanchezza contadina, vita da regina non ne facesti, eroina di tempi modesti, momenti campestri, mulattiere esplorate per bisogno e necessità. Che la povertà era solo di facciata, sublimata nella dignità regale, nel coraggio e nella forza. Vita di sacrificio. Che non è di buon auspicio, questo sfizio dei tempi, moderni, dimenticarti, obliarti come fossi dell’oro sepolto. Popolo incolto quello che non sa far luce sul proprio passato, quello più vissuto, quello più costato. Sfinito, indebolito, infiacchito ma mai andato completamente. Vorrei ti arrivasse, indegnamente, attraverso il tempo e lo spazio, un abbraccio, un pensiero, più vero, vorrei ti illuminasse lo spirito l’emozione, il ricordo che hai lasciato nelle nostre menti, dissenti, assenti, distratte. Che le scuse a cose fatte sanno sempre di ghiaccio che si squaglia sotto sfrontati raggi di sole pensati a bella posta per giustificare aiuole, avare, dove crescono per inerzia fiori, mughetti selvatici, ciclamini. Come quando nei tuoi giorni bambini raccoglievi more, bacche selvatiche, mazzetti di viole. Le anime sole si inventano i loro mondi che diventano più fecondi istante dopo istante. Luce abbagliante deve averti infine fatto strada verso quella diversa rada, baia d’arrivo per tutti quanti, peccatori, rei, briganti, finanche i tuoi amati… santi.


  • Come comincia: di Rina Brundu. Che a Febbraio raramente nevicava ed era come se l’inverno andasse in vacanza. Per Carnevale. Che le maschere eravamo noi perduti per-gioco dentro le lunghe gonne nere delle mamme e delle nonne, gli scarponi degli zii, le bisacce dei pastori, quelle stesse che nella bella stagione tornavano panzute da Su Sartu ‘e Xosso e per miracolo riversavano sul tavolo di legno tarlato ogni bene: mandorle ossute e profumate, pesche gialle di sole, fichi camaleontici, colori e sapori. Che le maschere erano loro, uomini e donne cotti di sole, a volte ciarlieri, chiacchieroni, superficiali, a volte profondi, pensanti, a loro modo saggi. “Che dei saggi ridono i matti” diceva la nonna e non ho mai capito quale fosse il partito a perdere in quel costrutto. Come quando, venuto il Martedì Grasso, don Vinante decideva che bisognava processare Canciofani, pupazzo di tela, riempito di stracci, trascinato in manette per ogni carrettiera del villaggio fino alla gogna della pubblica piazza. Che quando voleva il nostro parroco sapeva andarci pesante e non si faceva scrupolo di usare l’altoparlante per elencare al miserrimo tutti i suoi peccati. Che a considerarle oggi le accuse mosse al reo mai-confesso fanno pure ridere: dedito al vino d’Ogliastra, amante delle belle donne, frivolo quanto basta, sfaticato, nullafacente, nullatenente. Mai una denuncia per corruzione, concussione, aggiotaggio, insider trading, atti privati in luoghi pubblici e/o viceversa. Che però don Vinante sapeva usare la stessa inflessibilità di un Torquemada-Di Pietro di primo pelo e anno dopo anno il verdetto restava sempre quello: morte sul rogo. Che allora arrivava sempre lo stesso camion-trattore dotato di carrucola corrosa, rugginosa, arrugginita e in maniera esageratamente teatrale, il galeotto veniva innaffiato di benzina e poi issato fin sul più alto patibolo. Che poi era tutto un susseguirsi di momenti, di tensione che cresceva, di noi bambini intimoriti che spalancavamo gli occhi grandi, di adulti che ridevano e di Canciofani che… moriva. Tra le fiamme. Che a ben guardare il tutto doveva essere rito teso ad esorcizzare il nostro stesso destino. Inutilmente. Perché ai piedi della montagna il destino nasceva con noi e ti si appiciccava addosso come una seconda pelle tenuta fissata alla cartilagine dal nostro orgoglio prepotente. Balente. A volte la sentivi sudare prima ancora che il “colpo” vagamente intuito, a volte propiziato dal canto notturno della civetta, partisse e ti cambiasse il domani. “Che dei saggi ridono i matti” ribadiva la nonna più seria che pria, ma sul viso clownesco di Canciofani io non avevo mai colto traccia di un sorriso o l’ombra di una perduta felicità. Che allora forse i matti eravamo noi e non lo sapevamo. Che di sicuro non ce ne sarebbe importato molto perché le cerimonie ripetute hanno il vantaggio di non riservare troppe sorprese: anche quell’anno, lo sapevamo, dopo avere bellamente brillato per un attimo infinito, della Maschera Canciofani non sarebbe rimasto nient’altro che cenere. Quella stessa cenere soffocata dalla montagna, perduta in un angolo riposto, obliato, scordato, trascurato, che saremmo ridiventati noi un istante dopo avere smesso i nostri insoliti panni di… maschere! Che forse era pure per questo che a Febbraio raramente nevicava ed era come se l’inverno se ne andasse in vacanza…