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Racconti di Rina Brundu

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  • Come comincia: Colette: (si alza e va a tirare le tende, poi torna a sedersi).
    Plinio: Mah… mi hai tolto anche l’ultimo fievole raggio di luce: non leggo!!
    Colette: Non leggo neppure io ma non mi lamento! E poi in realtà nulla è cambiato…
    Plinio: Come? Nulla è cambiato? Hai tirato le tende ecco cosa è cambiato!
    Colette: Semantica!
    Plinio: Semantica, Colette?
    Colette: Semantica, Plinio. Di fatto non lo vedevo bene neppure prima…
    Plinio: Cosa????
    Colette: Il tuo giardino, che altro? L’avere tirato le tende non cambia nulla…
    Plinio: Cambia che io non riesco a leggere!
    Colette: Tipico!
    Plinio: Tipico?
    Colette: Della tua generazione, di chi altri?
    Plinio: (fa per aprire la bocca ma poi non parla, attende)
    Colette: Meglio ancora della “politica” della tua generazione…
    Plinio: Della politica?
    Colette: Sicuro, dell’arte di amministratore le cose intorno a voi che avete sempre preferito: l’importante è che venga soddisfatto l’interesse pariticolare poi se gli altri vivono lontani dalla “luce”, che importa? Intendiamoci, Machiavelli ti direbbe che è in fondo l’interesse particolare a muovere il mondo, tuttavia…
    Plinio: Tuttavia?
    Colette: I suoi contemporanei avevano il senso del limite….
    Plinio: (si gratta la nuca, perplesso!).
    Colette: E il peggio si propone quando da Machiavelli si passa agli Azzeca-garbugli di manzioniana memoria: cioè si tende ad imporre e a giustificare il malfatto, finanche l’ignoranza delle cose, con fiumi di parole senza significato…
    Plinio: Il politichese?
    Colette: Sicuro, ma non solo! Anche il blogghese potrebbe essere una possibilità da non scartare….
    Plinio: (esasperato) Giuro di non averci capito un accidente!!
    Colette: Ritieni che questa affermazione sia chiara invece? “La politica è eterno compromesso. Questo Colette lo saprebbe, cioè saprebbe che la politica è sempre meta. Fuori dei libri di storia è sempre al di qua e al di là. È anche al di sotto, ma come chiave di lettura, una delle tante. In quanto risolutrice, a una sommatoria, è sempre negativa. La politica moderna o contemporanea, s’intende, dell’opinione pubblica, il voto e le assemblee…”.
    Plinio: Effettivamente! Ma chi lo ha detto?
    Colette: Non è importante chi lo ha detto. E' importante l’approccio: ovvero la visione tipicamente post-democristiana di un machiavellismo privato di ogni suo carattere nobile e servito in salsa insipida al volgo addomesticato che poi dovrebbe comprarlo senza lamentarsi mai: a scatola chiusa, insomma. Come del resto ha fatto per sessant’anni…
    Plinio: Nessuno ha costretto nessuno…
    Colette: Miraggi della democrazia! In realtà la corda si stringe intorno al collo dell’impiccato esattamente come avviene sotto dittatura. L’unica differenza è che il malcapitato è portato ad interrogarsi se in fondo non sia stato pure colpa sua…. Del resto, la retorica abbonda.
    Plinio: Ma tutto questo che c’entra col mio giardino? E perché hai tirato le tende?
    Colette: C’entra moltissimo: a suo modo il tuo giardino è riflesso di quel curioso modus operandi. Mirarlo è come mirare la volta stellata…
    Plinio: La volta stellata?
    Colette: Certo, ma non è un complimento: di fatto la luce che brilla sopra di noi racconta l’universo com’era nel suo passato, milioni di anni fa. L’unica differenza col tuo "giardino" è che almeno allora quella visione astronomica era comunque vera…
    Plinio: Mentre le “visioni” nel mio giardino?
    Colette: Sono personali, molto personali, non si lasciano investigare e restano opinabili. Finanche criptiche nel loro reiterato rifiutarsi di farsi conoscere per davvero. Tanto vale tirare le tende, appunto. Senza considerare che dell’universo digitale dentro cui si muovono raccolgono soltanto il peggio….
    Plinio: Il peggio?
    Colette: Sicuro, il peggio, proprio come nella politica più becera: si lancia il sasso ma non si ha il coraggio di far vedere la mano! O di mostrare il volto…
    Plinio: La… “mano”... non è importante…
    Colette: Concorderei, se fosse arto staccabile dal resto del corpo. Invece si muove con quello, è mosso da quello e per ragioni spesso astutamente imperscrutabili.
    Plinio: Astutamente imperscrutabili?
    Colette: O quasi, caro Plinio. O quasi…..

  • Come comincia: Colette: Plinio…
    Plinio: Ancora qui? Pensavo stessi andando…
    Colette: Vado, vado. Prima però volevo dire che….
    Plinio: Sì?
    Colette: Be’ non è vero che non ho imparato nulla. Ho imparato, a mio modo.
    Plinio: Bene.
    Colette: (lo fissa senza parlare).
    Plinio: (esasperato) Insomma, si può sapere cosa c’è Colette?
    Colette: Dico… non vuoi sapere?
    Plinio: Cosa Colette? Cosa?
    Colette: Ciò che ho imparato, naturalmente…
    Plinio: (rassegnato) Cos’hai imparato Colette?
    Colette: Più che altro ho avuto conferma dell’esistenza di un limite… Che tuttavia non riconosco in quanto tale ma attribuisco alla situazione contingente…
    Plinio: (serafico al limite dell’autolesionismo) So che me ne pentirò ma l’oggetto del tuo discorso sarebbe, Colette?
    Colette: Be’ la sostanza, la sostanza intellettuale che posso mettere sul tavolo…
    Plinio: Quindi?
    Colette: Quindi ho ammirato quei fiori nel tuo giardino. Durante tutto l’inverno, per giunta. Ti ho visto piantarli, curarli, custodirli, bagnarli, finanche  raccoglierli…
    Plinio: (di nuovo modesto) Nulla di che.
    Colette: Concordo!
    Plinio: (piccato) Concordi?
    Colette: Sicuro! Nulla di che. Ma sono belli. Colorati. Profumati. Di uguale altezza. Si lasciano guardare. E sembrano felici…
    Plinio: (sorpreso) Felici?
    Colette: Be’ non chiedono altro. E ti soddisfano.
    Plinio: Non l’ho mai detto…
    Colette: Ma li vivi come così fosse. Io invece….
    Plinio: Tu invece?
    Colette: Non mi accontento….
    Plinio: (sospira pesante) Questo mi pare chiaro.
    Colette: E un poco come se….
    Plinio: Sì?
    Colette: Quei roditori….
    Plinio: Dell’anima?
    Colette: (annuisce diverse volte) Sì, proprio quelli! Come se io li volessi. Guai se smettessero di tormentare il mio orticello, le mie radici mal seminate…. Guai se disertassero i miei alberelli radi, le mie piantine mal potate….il prezioso esotico…. Mi sentirei perduta. Inutile quasi.
    Plinio: Invece?
    Colette: (compita) Invece quelli scavano. E mi insegnano. Proprio come mi hanno insegnato i tuoi fiorellini colorati.
    Plinio: (curioso) Di grazia?
    Colette: Mi hanno insegnato... che esistono orizzonti… diversi… Ma pure che…
    Plinio: (con urgenza) Sì?
    Colette: Che il limite e la sostanza di cui parlavo sopra… dipendono. Entrambi. La differenza sta nel fatto che il limite è per sua natura più deficitario. E questo è un bene…
    Plinio: Dici?
    Colette: La sostanza volendo può annullare il limite….
    Plinio: D’accordo, ma se il limite fosse la sostanza?
    Colette: (seria) E’ una possibilità. Però, lo ripeto, nel caso specifico  lo faccio derivare dalla situazione contingente…
    Plinio: La situazione contingente?
    Colette: E’ una lunga storia…
    Plinio: Ci avrei giurato…
    Colette: Converrai anche che se il limite fosse la sostanza occorrerebbe dedurne che quelli sono stupidi…
    Plinio: (a bocca aperta) Quelli chi?
    Colette: Ma i roditori, naturalmente, chi altri? Se tu fossi un roditore ti attarderesti così a lungo in un giardino arido seminato con radici marce?
    Plinio: (grattandosi il capo dubbioso) Effettivamente….
    Colette: Ovvio, che non lo faresti! La qualcosa chiude il cerchio meravigliosamente inglobando finanche la più profonda morale nel tuo insegnamento….
    Plinio: (imbarazzato e come indeciso se domandare ancora) La più profonda morale????
    Colette: Se è vero che non ci si può scoprire rose la sera svegliandoci cardi al mattino, è pure certo che rosa mai sbocciata non profuma (esce).

  • Come comincia: Colette: Il punto sono…
    Plinio: Sì?
    Colette: Il punto sono queste interrogazioni che ti fai. Senza risposta….
    Plinio: Non capisco: se avessero risposta non sarebbero più… interrogazioni, come le chiami tu. Sarebbero affermazioni.
    Colette: Però si potrebbe concludere che questo tuo continuo interrogarti sia in fondo in fondo un modo come un altro per… nasconderti.
    Plinio: Da cosa?
    Colette: O per nascondere….
    Plinio: Cosa?
    Colette: Non saprei, non saprei Plinio, ma so che tutto ha una ragion d’essere…
    Plinio: Sì?
    Colette: O dovrebbe….averla.
    Plinio: E se fosse soltanto un gioco. Un momento ludico.
    Colette: Certo, potrebbe…
    Plinio: Ma a che titolo questa tua predica? Quali argomenti porti sul tavolo per indurmi a propormi altrimenti?
    Colette: Nessuno, naturalmente. Però…
    Plinio: Però?
    Colette: Però non si può lanciare il sasso e poi ritirare la mano.
    Plinio: Retorica. Di bassa lega. Mi deludi Colette. Pensavo meglio… decisamente meglio.
    Colette: Non ho ancora imparato nulla.
    Plinio: Non sono un maestro.
    Colette: Allora sei un sofista? Parole, parole, soltanto parole….
    Plinio: Dovrei “pensarmela addosso”? Anche io?
    Colette: Forse lo fai…
    Plinio: Quando?
    Colette: Quando dirimi… sul nulla. Se la mia è retorica, infatti, la tua è una estetica del lemma. Fine a se stessa. Uno sciorinare autori, nomi, concetti… senza elaborare. E con un pizzico di scetticismo.
    Plinio: Mi si addice…
    Colette: Ma se… (dubbiosa… quindi si alza all’improvviso e corre verso la finestrella illuminata, guarda fuori).
    Plinio: Cosa? Colette?
    Colette: Quei fiori….
    Plinio: Dove?
    Colette: In giardino, naturalmente. A perdita d’occhio! Belli! Colorati!
    Plinio: (modesto) Un hobby.  A tempo perso.
    Colette: (rapita) Tutto quel colore…
    Plinio: Fine… a se stesso?
    Colette: (illuminata e triste ad un tempo) Ho capito… adesso…
    Plinio: (scuote la testa, disperato) Cosaaa?
    Colette: Il mio… il mio… orticello (è rossa sulle gote)…  al momento è un… un deserto. Qualche pianta rara. Esotica. L’occasionale cespuglio selvaggio mal potato e tante… infinite… buche scavate sul terreno alle ricerca di radici. Dolci.
    Plinio: Roditori?
    Colette: Dell’anima (esce).

  • Come comincia: - No! Prendiamo il servizio buono. Gli ospiti sono importanti...
    - Non capisco, maestro…
    - Quelle tazze non vanno bene….
    - Ma… ma… le abbiamo disegnate noi…
    - Appunto!
    - Servirebbe… allora?
    - Il servizio di famiglia… Meglio ancora, sarà bene chiedere in prestito quello “buono” alla vicina… Hanno sempre avuto gusto, loro, in queste cose….
    - Non capisco, maestro…
    - Lo hai già detto…
    - Ebbene, continuo a non capire… Quei fiori….
    - Quali fiori?
    - Quei fiorellini che dipingemmo con grande passione sull’esterno della ceramica bianca, delicata…
    - Ricordo.
    - Allora, maestro…
    - Sì?
    - Allora, mentivi…
    - Quando?
    - Quando dicevi che si era fatto un buon lavoro. Quando ti congratulasti per le sfumature colorate, per il gioco di immagini, per il piano complessivo…
    - C’è disegno e disegno….
    - Ci sono prati e prati, maestro.
    - Che vuoi dire?
    - Che un fiore essicato, per quanto bello, non ha i colori di un prato giovane, colorato…
    - Può darsi…
    - Non può darsi, così è, maestro.
    - E i mughetti, le margherite, i ranuncoli sono altrettanto preziosi di una magnifica rosa imperitura?
    - Conservata, mummificata vorrai dire, maestro…
    - Che c’è di male?
    - Nulla. Se non il fatto che il pensiero farà come il gambero: andrà avanti tornando indietro.
    - E, questo, sarebbe il male?
    - Uno dei mali. Insieme al tentativo di lustrarsi le penne con gli ori altrui, maestro.
    - Dimentichi che, nel tempo, anche i tuoi ranuncoli parranno più preziosi…
    - (sarcastica) Impreziositi dal velo di polvere…
    - Anche.
    - Quindi è il tempo che magnifica, non la sostanza…
    - Entrambe le cose…
    - Mi fai imbestialire, maestro. È un procedere, un cogitare non degno di te…
    - Può darsi, ma è così che si diventa…
    - Maestri?
    - Anche.
    - Non fa per me. Da grande voglio fare il pensatore…

  • 27 maggio 2012 alle ore 2:08
    Filosofico (15): dialogo tra Colette e Plinio.

    Come comincia: Plinio: (guarda sconsolato alcuni fogli dattiloscritti che ha in mano): Retorica! Soltanto retorica! (scuote la testa con veemenza, prima di accorgersi che Colette è distratta). Mi ascolti Colette? Sto parlando con te!
    Colette: Perdonami, Plinio. Ammiravo la stanza.
    Plinio: (sarcastico) Ammiravi la stanza? È vuota, Colette!
    Colette: Appunto!
    Plinio: Retorica! Altra retorica! Come quella con cui hai costruito le tue storie!
    Colette: (triste) Non ti sono piaciute?
    Plinio: Manco un poco!
    Colette (piangente): Mah… pensavo… che la storia dei lunghi capelli… Insomma, il tempo che passa, la saggezza… metaforicamente parlando…
    Plinio: Diciamocelo fuori dai denti, Colette: tu non sarai mai una grande scrittrice! Non hai la pasta. Non hai la sostanza. Pensa alla Serao, alla Deledda, alla Murgia, alle grandi francesi …. Loro sì che sapevano e sanno parlare. Parlano del mondo, Colette. Loro parlano del mondo. E tu, di cosa parli tu, Colette? Di lunghi capelli…
    Colette (di nuovo distratta): Quel fuoco..
    Plinio (isterico quasi): E’ spento, Colette! Lo vedi anche tu, è spento! E pure la brace…
    Colette: Lei non la pensava così. Diceva che bastava svegliarla… la brace…
    Plinio: Lei chi, Colette? Lo vedi? Lo hai fatto ancora. Ti manca il “soggetto”, Colette. Proprio come nei tuoi scritti. Lei chi?
    Colette: E’ importante?
    Plinio: Fondamentale. Per raccontare il mondo, intendo. Perché raccontarlo è viverlo, pensarlo, odiarlo e amarlo ad un tempo. E questo possono farlo solo i personaggi. Quelli dotati di spessore, shakespeariani nella loro essenza, scavati nella roccia narratologica dall’abile mano dello SCRITTORE, impressi nella memoria dalla sua capacità di emozionare…
    Colette:  Certo che se la metti così, Plinio….
    Plinio: Naturale, che "la metto così". Senza considerare che il soggetto, il verbo, il complemento… i nomi, soprattutto i nomi…
    Colette: Sì?
    Plinio: Be’ Colette, non si può fare senza! Non oggigiorno. Uno scrittore ha il DOVERE di dare dei riferimenti, anche semantici, precisi, Colette, al suo lettore. Lo deve guidare. Altrimenti corre il rischio di…
    Colette: Fermarsi a pensare?
    Plinio: No, di perdersi. Di non capire. E con lui… i suoi critici. E quindi addio recensioni…. Addio buone parole. Addio scrittura. Addio discorsi grandi. Prima dell’oblìo.
    Colette: Capisco.
    Plinio: Tornando al discorso della retorica…
    Colette: Troppa?
    Plinio: Troppa e male, Colette. Anche la retorica è un’arte. Metafore, metonimie, sineddochi debbono arricchire esteticamente il discorso, debbono infiorarlo, renderlo piacevole all’orecchio, amico al cuore, finanche affascinante all’occhio, mica come…
    Colette: Mica come?
    Plinio: Mica come questo nostro fantastico dialogo che ti sei inventata di sana pianta, Colette! Lo senti come è tenue? Flebile? Un “En attendant Godot” senza senso. Una recita senza senzo.  Un dire per non dire, un alludere senza punti fermi, un giocare con le parole. Sempre le stesse. Le solite. Quelle usate. Ma La Serao, la Deledda, la Murgia insegnano che…
    Colette: (fissa la brace spenta e poi lo sguardo torna a vagare nella stanza vuotata di tutto) Il suo letto era lì (punta il dito verso una parete). Negli ultimi tempi almeno. Quando non poteva camminare più, ma faceva punto di indossare sempre la solita camicia. Bianca. Brillante. Lui invece fumava il sigaro in quest’angolo del camino. Non parlava mai. Sapeva di dolori che non mi avrebbe mai raccontato. Di lampi di guerra. Di navi affondate. Di ragazzi morti troppo giovani. Di vento di marina. D’inverno faticoso. Di serate tediose e lunghissime… L’altra veniva ospite di rado. Quando invitata a pranzo sedeva da questo lato del tavolo e raramente rideva. Era timida. Timidissima. E dolce. Infinitamente dolce.
    Plinio: (disperato) Chi, Colette? Per l’amor del cielo Colette, chi?
    Colette: (alzandosi) Le anime, Plinio, le anime che abitano questa stanza vuota… Quelle che scorgo grazie alle loro ombre…
    Plinio: Le anime non hanno ombre, Colette!
    Colette: Concordo.
    Plinio: Allora?
    Colette: Allora è per questo che servono i capelli lunghi, Plinio. A crearne qualcuna..
    Plinio: Qualche ombra?
    Colette: Che può diventare significato. Senso. Accezione. Memoria. Ricordo. Lezione. Istruzione. Educazione. Dottrina. Crescita.
    Plinio: Retorica. Soltanto retorica. Nient’altro che becera retorica, Colette.
    Colette: O, in alternativa… cecità (esce).

    Dedicato.

  • 12 novembre 2011 alle ore 15:36
    Filosofico 15: sul destino

    Come comincia: - Cos’è il destino, maestro? È una domanda?
    - Come sempre….
    - Non saprei…
    - Uhm…
    - Però lo sento sulla pelle…
    - Uhm…
    - A volte ho l’impressione che sia un poco come svegliarsi una mattina e capire cose che non avevi capito prima. Capire dinamiche a cui non avevi mai pensato prima. Incontrare…
    - Sì?
    - Incontrare anime così diverse che non avresti mai creduto di dover incontrare e invece…
    - Invece?
    - Invece risultano importanti. Più importanti di tutto il resto. Di quello che c’era in passato. Finanche di ciò che c’è… ora.
    - Impegnativo…
    - Folle, maestro. Lo so. Ma come la chiamaresti tu l’intersezione di due rette in un mare magnum di possibilità... più facili, più semplici?
    - Uhm…
    - Oh va bene…. Tendo all’iperbole semantica, lo so. Mettiamola così: se due punti, pur distanti, debbono incontrarsi, si incontreranno. Questo è ciò che io potrei chiamare destino, maestro! Di più non saprei…
    - E abbisogna di una mano?
    - Per realizzarsi, dici?
    - Proprio.
    - Solo in apparenza, maestro. In realtà se abbisognasse di una “mano” negherebbe se stesso…
    - E cioè?
    - Negherebbe il suo tratto… fatale.
    - Ed è cosa buona?
    - Più che altro sembrerebbe cosa scritta, maestro. Dunque né buona né cattiva.
    - E fuggirlo?
    - Si può?
    - Forse.
    - Credo anche io ci possa essere questa possibilità, ma…
    - Ma?
    - Perché farlo, maestro?
    - Perché fuggirlo?
    - Appunto. Se la porta è una….
    - Ci si potrà girare intorno quanto si vuole ma da quella, prima o poi, occorrerà entrare.
    - Buon sabato, maestro!

  • 10 novembre 2011 alle ore 23:03
    Filosofico 14: sulla povertà di spirito

    Come comincia: - Non concordo, maestro.
    - Non ti seguo…
    - Vediamo se riesco a farmi seguire. Brutto….
    - Bello.
    - Ombra
    - Luce
    - Nero
    - Bianco
    - Sera
    - Mattino
    - Cattivo
    - Buono
    - Cattivo
    - Buono
    - Cattivo
    - Buono
    - Cattivo
    - Buono
    - Sei un’idiota, maestro!
    - Uhm…
    - Uhm…
    - Ne convengo: effettivamente c’erano almeno due “cattivo” di troppo…
    - Sei grande, maestro!

  • 06 novembre 2011 alle ore 13:52
    Filosofico 13: sul bene e sul male

    Come comincia: - Non so risponderti, maestro!
    - Provaci!
    - Non so risponderti! Non l’avevo mai conosciuto…
    - E adesso…
    - So che esiste.
    - Perché?
    - Perché, a volte, mi è parso di riconoscerlo… vicino…
    - Come?
    - Come un’ombra esageratamente scurita…
    - Ma avrebbe avuto ragione di esistere?
    - La domanda non è corretta, maestro…
    - Correggila.
    - Esiste il male?
    - Come meglio credi. Allora, esiste il male?
    - Se esiste il bene immagino possa esistere anche il male, maestro…
    - Ed esiste il bene?
    - Non saprei. Ritengo sia una categoria umana. Insomma, fisica non metafisica.
    - Non capisco…
    - Sono modi di essere che a mio avviso non pertengono all’anima. Sono situazioni “morali” procurate dalla fatica del vivere…
    - In altre parole…
    - In altre parole l’anima non si occupa di ciò che è bene o di ciò che è male: esiste soltanto.
    - Uhm…
    - Anche perché…
    - Anche perché?
    - Ciò che chiamiamo “il male” non è comunque figlio fortunato: l’ignoranza è sua madre, l’egoismo è suo padre.
    - Occorrerebbe dunque porgere l’altra guancia?
    - Non dico questo. Ma sforzarsi di capire sì…
    - Morire per capirlo….
    - Questo no, maestro! Non bisognerebbe farlo…
    - Già non bisognerebbe farlo! Bisognerebbe lasciare correre…
    - Però, maestro…
    - Sì?
    - Ammetto che il mio discorso è parzialmente illogico. Mancante, per meglio dire.
    - Ne convengo.
    - Se l’anima non si occupa di ciò che è bene o di ciò che è male ma esiste soltanto…
    - Continua…
    - Be maestro, significherebbe che vivere, su un qualsiasi piano dell’esistenza, significa soprattutto imparare, sperimentare…
    - Che c’è che non va? Avrei giurato che un simile paradiso sarebbe stato quello tuo ideale…
    - Per certi versi, per certi versi, maestro. Confesso però che al momento un simile status-quo mi pare elemento riduttivo del concetto di vivere…
    - Uhm…
    - Sarebbe come dire, maestro, che una esperienza è uguale ad un’altra. Si muove sullo stesso piano di tutte le altre mentre il concetto di crescita è un mero figment immaginativo…
    - D’altro canto, discutere una metafisicità dei concetti di bene e di male, oltre a costringerci dentro percorsi ossimorici….
    - Ci porterebbe ad ammettere che anche del male vi è un estremo bisogno, maestro. Sì, c’ho pensato…
    - Conoscere il bene attraverso il suo contrario…
    - O, detto altrimenti, vivere una vita davvero piena, maestro. E’ una possibilità interpretativa come un’altra, ne convieni?
    - Uhm…
    - Concordo: qualcosa ci sfugge…
    - Ci?
    - A meno che tu non abbia la “verità” in mano, maestro…
    - No, non ho la verità in mano ma ho smesso da tanto di interrogarmi…
    - Mi sorprendi…
    - Credo che sia un poco come stare a metà collina e pretendere di godere la visione che offrirebbe la vetta della più alta montagna…
    - Quindi, secondo te, maestro, bisognerebbe attendere ancora; prima di interrogarsi davvero, intendo…
    - Non proprio, ma occorrerebbe tentare di capire per gradi, evitando le categorizzazioni affrettate, appellandosi all’onestà dell’anima e alla capacità di raziocinio e di intendere…
    - Troppe cose, maestro. Prenderebbe sicuramente troppo tempo!
    - Perché? Hai da fare?
    - No, ma la gramigna è ricresciuta in giardino…
    - Capisco. E le foglie morte imbrattano il vialetto…
    - D’autunno è sempre così…
    - Forse è per questo che prima o poi torna sempre la primavera.

  • 04 novembre 2011 alle ore 21:35
    Filosofico 12: sulla forza

    Come comincia: - Cos’è la forza? Lo chiedi a me, maestro?
    - Lo chiedo a te.
    - Non saprei, maestro. Forse, una mancanza di alternativa…
    - Come a dire che la debolezza è un lusso…
    - Non la debolezza, maestro, ma la mancanza di forza può essere un lusso…
    - Come a dire che la forza potrebbe essere una costrizione?
    - In un certo senso, maestro, è proprio così!
    - Avresti voluto essere meno forte?
    - L’ho desiderato.
    - Poggiare il capo altrove…
    - Perché no, maestro? Lo fanno in tanti…
    - Tu no.
    - Io no.
    - Ma l’hai desiderato.
    - Lo desidero ancora maestro…
    - Uhm…
    - Insisto: perché no, maestro? Posare il capo, dormire un poco…
    - E un poco morire…
    - Moriamo comunque, maestro, ogni secondo che passa.
    - Ma se la forza fosse soltanto lotta, una infinita lotta…
    - Contro la morte, maestro?
    - Anche…
    - Allora sarebbe battaglia persa in partenza. Finanche inutile.
    - Uhm…
    - Certo, resta sempre quell’altra possibilità….
    - Uhm…
    - La forza potrebbe essere una straordinaria forma di lotta per vivere: è qui che mi volevi, non è vero, maestro?
    - Non lo è?
    - Credo che questa tua sia una posizione difficilmente difendibile: valida e vera in alcune circostanze, opinabile in moltissime altre…
    - Valida e vera quando?
    - Quando la forza sorregge il malato, dà speranza all’afflitto, offre conforto nella solitudine, diventa zattera di fortuna dopo un qualunque naufragio o, a suo modo, illumina una via scurita…
    - Uhm…
    - Maestro, ti ho mai detto che è nel silenzio che il tuo sarcasmo diventa più tagliente?
    - Nessuna ironia, a me pare invece che il cerchio si chiuda: perfettamente!
    - Maestro, ti fai gioco di me!
    - Non ci ho mai provato! Penso invece che se sei arrivata affamata dovresti almeno decidere con grande onestà se lasciare questa bicocca con la scodella ricolma di latte. O con la scodella vuota. Di fatto, la scelta è soltanto la tua.
    - La scelta è la mia ma forse la TUA chiusura del “cerchio” potrebbe risultare illogica se considerata da altra prospettiva…
    - Illogica?
    - Ossimorica, per la precisione.
    - Perciò, se leggo bene nel tuo criptico ragionare, ammettere una di quelle “debolezze nel vivere” che tu stessa hai illustrato significa mancare di “forza”. Meglio ancora, la forza può esistere solamente davanti ad una debolezza “apparente”…
    - Non sei d’accordo, maestro?
    - E’ una possibilità, non lo nego….
    - Ne deriva, maestro, che la forza può essere appunto una condanna…
    - Uhm…
    - Una pena sine finis ad essere “forti”.  Una mancanza di alternativa, come ho già detto. O, per dirla col tuo cogitare: una lotta per vivere portata avanti per inerzia.  Mi segui, maestro?
    - Mentre tutto ciò che si vorrebbe…
    - E’ solo dormire un poco. Poggiare il capo, maestro. Magari…
    - Morire?
    - O giù di lì, maestro. O giù di lì.
    - Mi hai quasi convinto…
    - Quasi, maestro?
    - Esatto! Vada infatti per la forza che “costringe”, ma se la debolezza è soltanto “apparente”, la geremiade che mi hai piantato di chi è figlia?

  • Come comincia: - I capelli sono lunghi…
    - Lo so, maestro…
    - Cresceranno ancora?
    - Mi piacerebbe.
    - Uhm…
    - Maestro, tu non ti sei mai interessato di capelli: men che meno dei miei.
    - Mi chiedevo come vorrai portarli più avanti: magari una crocchia in testa…
    - Perché no?
    - E magari bianca…
    - Perché no?
    - Uhm…
    - Uhm…
    - Ti darebbero senz’altro una certa aria… saggia….
    - Maestro, più invecchi più la tua ironia diventa tagliente….
    - Ma a giudicare dalle ultime prove sembrerebbe non sfiorarti mai…
    - Sei ancora arrabbiato con me, maestro?
    - Uhm…
    - Non ho resistito, maestro: era fin troppo facile…
    - Proprio quando occorrerebbe resistere di più…
    - Ma l’ho fatto in infinite occasioni, maestro.  E poi, di che ti preoccupi: il nero su bianco è arma a taglio multiplo perfettamente invisibile davanti al limite del pensiero unico…
    - Mi ripeto: proprio quando occorrerebbe resistere di più…
    - Maestro, alla corte di Lear tu rideresti del fool….
    - La tigre…
    - Lo so, maestro, attacca quando deve proteggersi e proteggere ciò che crede suo…
    - La biasimi per questo?
    - Maestro, ho pietà di questo…
    - Pietà?
    - Mi spiego meglio, maestro. Ho pietà dell’istinto fine a se stesso…
    - In una scala di valori lo metteresti al secondo posto?
    - Dopo la ragione, intendi?
    - Precisamente.
    - Mi sto domandando a quale varco tu mi stia aspettando per scudisciarmi a dovere….
    - Uhm…
    - Comunque ti rispondo subito: no, non lo metto al secondo posto ma do alla ragione il compito di assisterlo. Senza…
    - Senza?
    - Senza il suo limite diventa visibile già alla prima graffiata. E annoia. Indispettisce. Produce quell’impossibilità di “resistere la tentazione” di cui abbiamo già discusso…
    - Uhm…
    - Quando fai così, maestro, mi indispettisci pure tu…
    - Uhm…
    - Guarda che ho capito, sai. E se proprio vuoi che lo ammetta ti accontento subito: hai ragione!
    - Lo sospettavo. Per lo più era il riflesso prodotto dal sorriso largo…
    - Oh maestro, basta! Che c’è di male una volta nella vita? E’ un po’ come dare una onesta mano al pesce rosso per contemplare la sua bolla di cristallo, ben sapendo….
    - Ben sapendo?
    - Ben sapendo che non potrà riuscire mai. Che quella bolla non potrà abbandonarla mai perché della stessa ne ha bisogno… per vivere, per respirare. Tutto qui: un peccato veniale alla fin fine. Non puoi crocifiggermi per questo!
    - Con la differenza che la casa di cristallo del pesce rosso è in fondo il suo bellissimo universo…
    - Mi sorprendi, maestro: anche il limite del pensiero unico e omologato può diventare universo a se stante per chi lo coltiva con tanta determinazione e negatività…
    - Uhm…
    - Uhm…
    - Pensavo che quei capelli sono davvero lunghi…
    - Lo so, maestro.
    - Tuttavia, sarebbe funesta illusione sperare che il futuro biancore della crocchia possa diventare valida scorciatoia sulla via…
    - … della saggezza. So anche questo, maestro, però,  per oggi, lasciami vivere. Perché, in verità…
    - Sì?
    - Oggi sono quasi felice!

  • Come comincia: - Bentornata!
    - Ma questa volta, maestro, io non sono mai and…
    - Questa volta, si!
    - Forse capisco cosa intendi, maestro.
    - Allora?
    - E’ come… un viaggio…
    - Si?
    - E’ come un viaggio di arrivo alla Mecca, maestro. Dopo ti domandi quale altro traguardo dovrebbe seguire, ma nessuna delle possibili mete pare contemplare gli stessi splendori dei palazzi che stai ammirando colà…
    - Quindi?
    - Quindi  ti chiedi, maestro, se valga la pena programmare nuove visite, prenotare altri biglietti…
    - E ne vale la pena?
    - Non seguendo gli stessi criteri di giudizio di prima…
    - Concordo! Se ti par di essere sulla cima della più alta montagna, l’unico modo per alzare la prospettiva sarebbe…
    - Volare, maestro! Ma io non ho le ali…
    - Però hai due gambe…
    - Per andare dove, maestro?
    - Scendere?
    - Temevo lo avresti detto. Anzi, ti ho anticipato…
    - L’ho intuito quando sei entrata…
    - “Bentornata!”… adesso comprendo meglio, maestro.
    - Perciò?
    - Perciò bisogna cambiare...
    - Per rinascere?
    - Per continuare, maestro. Per vivere. Per imparare…
    - Belle parole. Ma domani?
    - Lo so domani potrei scordarle ad ogni angolo di strada…
    - Così ti sembrerà…
    - Così sarà, maestro. Mi conosco bene.
    - Dimentichi la fatica che ti aiuterà a ricordare…
    - Quale fatica, maestro? Quella del vivere?
    - Pure. Ma soprattutto l’altra…
    - L’altra?
    - La fatica di scendere da quell’alta montagna…
    - Non capisco…
    - Non penserai che scendere sia meno faticoso di salire? Per certi versi sarà peggio: ci saranno burroni accidentati, mulattiere irte e abbandonate, passi difficili, notti all’addiaccio, rumori strani nella notte…
    - Non credi di esagerare, maestro?
    - Non penso. Non se la montagna era davvero alta quanto ti pare che fosse. Se si trattava di coccuzzolo invece…
    - La tua ironia fa male, maestro mio caro.
    - Però aiuta. E comunque…
    - Comunque cosa, maestro?
    - Pensa alla gioia di quando toccherai terra….
    - Be’ lo ammetto…
    - Finalmente poter decidere quale strada prendere, finalmente poter scegliere quale cocuzzolo accidentato…
    - ….salire! Mi è tutto chiaro, maestro: grazie!

  • Come comincia: - Cos’hai?
    - Sono triste, maestro.
    - Vedo...
    - Lo so, non è una categoria valida….
    - No, non lo è….
    - Vorresti forse che alla maniera del clown indossassi una maschera…
    - A volte bisogna farlo…
    - A volte lo faccio, maestro. Ma non dovrei, con te…
    - Perché non con me?
    - Perché tu puoi capire….
    - Credo che tu riponga esagerate speranze in questo povero vecchio….
    - Maestro, smettila di farti gioco di me!
    - Non mi è mai passato per la testa….
    - Pensavo…
    - A cosa?
    - All’anima di un clown: dev’essere bellissima! Splendente!
    - Perché è clown…
    - No, perché risolve a mascherare se stessa, a costringere se stessa, a comprimere se stessa per permettere agli altri di farsi qualche bella risata…
    - Credi che ne esca diminuita?
    - No, no, anzi…
    - Allora….
    - Allora hai vinto, maestro: ammetto la mia confusione.
    - Eppur mi par semplice: o ritieni di avere una simile anima, e dunque potresti peccare d’orgoglio, oppure il discorso è campato in aria, alla peggio attribuisci tratti ridondanti ad una essenza perfetta che per sua natura non può contemplarli.
    - Il mio è solo un tentativo di capire: nulla più, maestro.
    - Mi pari piuttosto formica che per appurare se la tana è allagata anziché scavare pretende di volare.
    - Ammetto il mio errore, maestro.
    - Rettifico, mi pari piuttosto la volpe che complimentandolo mira a far un sol boccone dell’agnello.
    - Non stiamo andando da nessuna parte mi pare, maestro…
    - Non credo sia viaggio da farsi in due…
    - Se così si può dire….
    - Giochi troppo con le parole, a volte stanca.
    - Perdonami, maestro.
    - Cos’hai?
    - Sono triste, maestro.
    - Vedo.
    - Rimane sempre una categoria misera…
    - Ma più potente di ciò che possa sembrare.
    - Però non abbiamo ancora risolto…
    - Credo piuttosto che è il problema non sai mai stato posto.
    - Hai ragione maestro, ma se il problema fosse stato “presentabile”…
    - …il serpente non si sarebbe morso la coda. Ovvio, no?

  • Come comincia: - Buonasera, maestro!
    - Hai visto la gramigna? Avevi detto che ti saresti occupata del giardino…
    - Si, ma…
    - E ci sarebbe anche della terra da spalare per costruire l’argine di fuori, non vorrei che con le prime piogge questa baracca si allagasse….
    - Lo so, maestro…
    - Ti sei dimenticata pure della signora Cecilia, le avevi promesso…
    - Non l’ho dimenticato…
    - Ma non l’hai fatto!
    - Non l’ho fatto perché….
    - Ieri l’altro quell’anima infelice di Grazianeddu è finalmente passata a miglior da farsi. La madre mi ha chiesto di attendere la veglia ma non ho potuto perché i miei pantaloni….
    - Ah si maestro, i tuoi pantaloni…
    - Ebbene?
    - Sono ancora dalla sarta Teresina che deve rammendare lo strappo che ti sei fatto…
    - Ho visto Teresina cinque giorni fa, quel lavoro l’ha terminato e se l’è pure scordato…
    - Maestro, sai benissimo che…
    - Vorrei anche sapere dov’è finito il “Il castello”….
    - Di Kafka?
    - Ce n’è qualcun altro?
    - Hai controllato in soffitta, maestro?
    - No, in soffitta ci tornerò solo quando avrai mantenuto la tua promessa….
    - Sì, ricordo…. Dovevo pulirla dopo aver estirpato la gramigna…
    - E poi…
    - E poi basta, maestro. Ho capito sai…
    - Cosa?
    - Che non si può estirpare la gramigna, non si possono costruire argini, attendere le commissioni, pulire le soffitte se si è… assenti….
    - Bentornata.
    - Grazie, maestro.

  • 11 ottobre 2011 alle ore 20:39
    Filosofico 7: dell'addio.

    Come comincia: - Vado via, maestro.
    - Di già?
    - La tua voce non suona così sorpresa.
    - Vero…
    - Bisogna…
    - Forse si potrebbe fare in altro modo….
    - La tua voce non suona così convinta.
    - Vero.
    - Non ci sono altri modi, a volte…
    - C’è sempre un modo….
    - Dipende, maestro….
    - Da cosa?
    - Da come si vorrebbe andare avanti, immagino. Ma sei tu il maestro…
    - Non ci sono maestri nella scuola della vita….
    - Però avere già vissuto a lungo fa una differenza…
    - Ma non si possono vivere i destini degli altri.
    - Fa male, maestro… fa ancora molto male….
    - Il tempo non è medicina cattiva…
    - Ma può uccidere comunque.
    - Dimenticherai…
    - Credi, maestro?
    - Sicuro.
    - Magari ci rivediamo a primavera….
    - Quando le mandorle saranno in fiore…
    - Come nella vecchia vigna….
    - Mi hai raccontato spesso anche delle pesche…
    - Succose, succosissime maestro, come non ne ho mangiate più!
    - La vigna era grande…
    - Filari bellissimi. L’accudiva il nonno, poi…
    - Poi?
    - Poi pure lui è andato… Adesso lo immagino in un prato verde, verdissimo, dove si trova un singolo albero ai cui rami bassi si può comunque legare il cavallo….
    - Perché?
    - Per riposare. Non importa quanto sia stata facile la camminata: a volte occorre poter riposare. Se poi la mulattiera è stata particolarmente difficile da percorrere….
    - Capisco.
    - A nos intende tando.
    - A nos intende.

    RB 11.10.2011

  • 10 ottobre 2011 alle ore 21:56
    Filosofico 6: della natura umana e della ghianda.

    Come comincia: - Maestro, te lo giuro, mi è venuto da ridere. Ho riso tanto. Tantissimo. Era un poco come se un brutto anatraccolo si facesse gioco delle favolose ali di una farfalla….
    - E tu saresti la farfalla?
    - Non ho detto questo…
    - Però lo hai pensato!
    - Per un momento, lo ammetto…
    - Solo un momento?
    - Acciderba, maestro: lo penso ancora! Penso pure che questa sia la verità! Non ho molti pregi, ma da quel punto di vista…
    - Temo che ci stiamo allontanando dal punto…
    - Lo credo anche io: il punto era che volevo capirne un po’ di più….
    - Delle favolose ali di una farfalla?
    - Non farti gioco di me, maestro! Della natura umana: di cos’altro?
    - E cosa vorresti capire…
    - Per esempio, perché dentro l’oceano che la rende grande si formano stagni che la fanno vivere in maniera infinitamente indegna...
    - Ne sei sicura?
    - Sicura, di che?
    - Che quegli stagni la facciano vivere in maniera indegna?
    - Maestro, se tu fossi una balenottera azzurra preferiresti nuotare in spazi aperti o soffocare tra pareti anguste?
    - Ma se tu fossi girino, non preferiresti acque più calde?
    - Allora, è un problema di quel che si è?
    - O di come si è….
    - Manchi di logica, maestro: qui parliamo di due ghiande della stessa quercia, tuttavia, una sta a destra, l’altra a sinistra, una sta in alto, l’altra sta in basso, una ad occidente, l’altra sta ad oriente… non si incontreranno mai se non forse sul terreno gelato quando cadute e le compagne saranno già state raccolte dai contadini o divorate dagli animali selvaggi…..
    - Però il vento….
    - Il vento soffia uguale per tutte, maestro!
    - Ma se cantasse canzoni altre?
    - Che vuoi dire, maestro?
    - Che a volte, a seconda del punto d’ascolto, l’eco delle montagne manda messaggi diversi…
    - Quindi sarebbe colpa delle montagne?
    - Credo che metterla giù così sarebbe raccontare una mezza bugia, mentre…
    - Mentre?
    - Mentre è indubbio che l’eco, di solito, racconta anche una mezza verità….
    - Quindi adesso stai dicendo che è stata colpa mia, maestro?
    - No, questo lo stai pensando tu…
    - Forse…
    - Il problema, credo, è uno di saper vedere le cose dalla giusta prospettiva, apprezzare la vita asfittica del girino nello stagno così come gli spazi aperti inseguiti dalla balena, ma si tratta finanche di una questione di….
    - Di?
    - Di mantenere la giusta postura mentre si raccoglie la ghianda….
    - La ghianda?
    - La ghianda, la ghianda: mi hai detto che è stata una soltanto, no?
    - Capisco, maestro!
    - E comunque…
    - Sì?
    - Nella vita non bisogna mai piegarsi troppo o si rischia di mostrare il sedere sotto la gonna…
    - Credo di riuscire a seguirti adesso, maestro…
    - Anche perché…
    - Continua, maestro...
    - Anche perché quella ghianda era probabilmente comunque baccata: non sarebbe sfuggita all'occhio attento dei contadini o alle bocche buone dei suini selvatici, altrimenti!

    RB 10.10.2011

  • 09 ottobre 2011 alle ore 11:08
    Filosofico 5: dei sogni e dei diamanti.

    Come comincia: - Ho fatto un sogno, maestro.
    - Non mi sorprende: sogni spesso tu.
    - Si, ma questo era diverso…
    - Raccontamelo.
    - Ho sognato un anello, gigantesco, fatto di diamante lungo tutta la superficie… viola…
    - Perché esiti?
    - Be’ era viola, maestro…
    - E allora…
    - Allora non è il miglior colore da sognarsi…
    - Per un artista…
    - Pure questo è vero, maestro. Ma resta sempre un colore di mezzo, tra blu e rosso, tra saggezza e amore, tra calma e passione…
    - Forse è il periodo..
    - Forse è l’essenza….
    - E poi?
    - Poi ho sognato che mi ero tagliata i capelli…
    - Non sono venuti bene?
    - Maestro, ti ho detto che… ho giurato che… non li avrei tagliati fino a quando….
    - Potresti ritrovarli a pulire il pavimento…
    - Sicuro. Comunque mi sono preoccupata…
    - Nel sogno?
    - Sicuro, nel sogno. Per un istante li ho visti che sfioravano solamente le spalle e tendevano al biondiccio…
    - Questo è un serio motivo di preoccupazione, ne convengo…
    - E tanto ho fatto che poi ho visto come in un flash, da dietro, i miei capelli che si spandevano a raggiera…
    - Sempre biondicci?
    - Sempre. Poi però….
    - Però?
    - E’ stato come fosse passato un po’ di tempo, nel sogno, intendo…. Quindi li ho ritrovati lunghi, brillanti e infine…
    - Infine?
    - Ho visto il mio volto coronato da capelli folti e neri: tutto sommato, bello…
    - Una chiusura degna: perché preoccuparsi?
    - Mi hai ascoltato bene, maestro?
    - Ho fatto del mio meglio…
    - Allora mi avrai sicuramente sentito mentre ti dicevo che era “passato del tempo”….
    - Avresti preferito “subito”?
    - Io preferisco sempre il subito….
    - Lo so…
    - Perché attendere, maestro?
    - I veri diamanti lo fanno…
    - Milioni di anni, maestro. Un po’ troppo: ne convieni?
    - Forse: però che durezza, che lucentezza, e che colori brillanti….
    - Sempre che non si diventi… viola….
    - Non sarei così categorico: forse, in quel caso, si trattava solo di un quasi diamante che pensava di essere già tale….
    - Ah maestro: un’altra predica? Solo quando la saggezza avrà preso il posto dell’amore, solo quando la calma avrà ucciso la passione…
    - Ripeto, non sarei così categorico: forse soltanto quando il tempo ne avrà reso i numerosi cristalli più resistenti, duri e tenaci, indifferenti alle sue stesse intemperie…
    - Allora, occorre davvero rassegnarsi ad aspettare…
    - Temo proprio di sì….

    RB 09.10.2011

  • Come comincia: Oggi per me è una giornata importante. Due anni fa, in questo stesso giorno perdevo un esserino al quale ero attaccata più della mia stessa vita. La consideravo e l’ho sempre considerata una mia qualità dell’anima, intendendo, in questo modo, che non avrei potuto farle omaggio più grande. Le cose del cuore, infatti, passano, non importa quanto il vento sia stato impetuoso, non importa quanto forte abbia saputo splendere alto il sole, le cose del cuore passano ma quelle dell’anima no. E non passano perché l’anima siamo noi e vivendo semplicemente siamo e così sarà nei secoli dei secoli. Diventeremo più ricchi dentro forse ma in fondo, credo, sempre uguali a noi stessi perché è quell’unicità dell’essere la conditio imprendiscibile per essere parte indispensabile del tessuto che tutti insieme andiamo a creare.

    Le memorie di quel giorno di due anni fa sono vaghe. Ricordo che ero in viaggio di lavoro a Milano e come sempre, quando lavoro, io mi occupo solo di lavoro. Poi qualcuno, qualcuno la cui dolcezza dell’essere mi stupisce ogni giorno che passa mi chiama e mi dice: “Lei ora sta dormendo”. Sono riuscita, con una forza che a ben guardare potrebbe parlare per me, a continuare come nulla fosse, per tutto il tempo. Per i giorni e le settimane successive. Poi è arrivato il tempo del pianto, di un dolore acuto e lancinante e di molte altre questioni di cui non scriverò mai, non per altro, semplicemente perché riguardano me e lei. Dopo due anni il dolore non è mai diminuito, semmai è diventato più forte anche se, esistendo, mi permette di continuare a vivere.

    Tra le tante cose, lei per me è sempre stata exempla speciale da seguire sul come occorrerebbe porsi nelle cose della vita: lo è stata in quella sua evidente bellezza dentro, in quella sua evidente onestà dentro, in quel suo senso dell’umorismo straordinario, ma soprattutto in quel suo essere prima di tutto una guerriera. Una guerriera capace di lottare per affermare se stessa, per affermare il suo istinto così come la sua razionalità, per affermare il suo diritto ad esistere come meglio le pareva, senza costrizioni, senza bavagli etici e morali. Soprattutto, per affermare e dare spazio alla sua intelligenza unica.

    Ho avuto la fortuna nella mia vita, sin da quando ero bambina, di essere sempre stata circondata da angeli. Angeli che non hanno ali, ma che camminano su due gambe. Angeli che nel tempo mi hanno aiutata, mi hanno consigliata, mi hanno indirizzata, mi hanno fatto crescere e in cui ho confidato i più riposti pensieri. Angeli che sono diventati dunque i miei maestri ma che forse, in verità, lo sono sempre stati. Prima di questo tempo. In un altro tempo. Da piccola erano per lo più gli anziani del villaggio, ma finanche dei giovani che mi vedevano in altra guisa, insomma qualcuno con cui si poteva parlare piuttosto che una ragazzina come un’altra destinata ad innalzarsi sull’altare della vita casalinghiga che è orizzonte e metro del percorso incarnato della maggior parte delle donne dell’Italietta di oggi e di sempre. Poi, nel tempo, soprattutto dopo la pubblicazione del mio primo libro e l’inizio delle attività online, quegli angeli sono diventati professori universitari, professoresse delle scuole, scrittori, poeti, uomini e donne qualunque dotati però di una marcia in più e di quella onestà dell’essere che è condizione imprescindibile per starmi attorno.

    Io a tutte queste persone debbo molto (vitale è infatti liberarsi subito dei falsi maestri!), e sono grata, perché ogni giorno, ogni giorno grazie a loro posso continuare a fare un passo in più verso ciò che dovrà essere, qualunque cosa sia. Anche fosse soltatnto l’ultimo respiro, la dignità del quale non bisognerebbe mai sottovalutare. Eppure, a nessuno mai dovrò restituire quanto debbo a lei. Alla guerriera che ricercava la libertà del suo spirito e del suo corpo sopra ogni cosa: alla guerriera che sapeva lottare, alla guerriera che studiava tecnica e tattica, alla guerriera che ti portava un po’ dove voleva lei, alla guerriera che ti guardava sempre dall’alto in basso con una indifferenza e una sufficienza da farti desiderare di prenderla a schiaffi, alla guerriera che non conosceva il bigottismo, la pochezza dell’essere, nonché la sua malvagità. La sua iniquità di fondo, indelebile sotto qualsiasi doccia di acqua santificata. Soprattutto, alla guerriera che quando ti guardava diritto negli occhi da pari a pari intuivi che merito più grande non ti sarebbe mai stato reso non importa quali sarebbero potuti essere i raggiunti traguardi di una intera esistenza.

    Ripensandoci, io due anni fa non ho perso niente, perché ciò che ho perduto alla materialità é andato ad arricchire il mio spirito: ora lei, infatti, vive con me, in me, dentro di me. Io sono quella guerriera!

    RB 08.10.2011

  • 07 ottobre 2011 alle ore 22:40
    Filosofico 4: della vita e delle anime.

    Come comincia: - Come sarebbe a dire che erano tante? Mi pare ovvio che fossero tante: proprio lì e all’ora di punta…
    - Non è questo il mio discorso, maestro…
    - Illuminami…
    - Be’ bisogna provare a fermarsi nel mezzo del cammino, lasciare che ti vengano incontro, guardarle in faccia, studiarle con attenzione… Lo hai mai fatto, maestro?
    - Non esattamente, tuttavia sono un buon osservatore….
    - Non è la stessa cosa…
    - Perché no?
    - C’era una coppia con un bambino…
    - Turisti?
    - Come lo hai capito?
    - Fortuna.
    - Stranieri, maestro, forse tedeschi, nordici comunque. Lei era alta, una donna ben messa…
    - Non era bella, vero?
    - Non era brutta, maestro. Ma aveva un che di mascolino: un viso troppo bianco, un vago rossore sul volto, e il suo sguardo…
    - Sì?
    - Il suo sguardo mirava dritto in avanti…
    - Avrebbe dovuto guardare altrove?
    - Be’ aveva il bambino per mano e quello che immagino fosse il marito, il suo uomo, le camminava accanto…
    - Una bella cosa, no?
    - Lui fissava un iPhone che teneva sul palmo della mano…
    - Capisco…
    - Anche il marito era come la moglie: ben messo, uguale a milioni di altri uomini qualunque….
    - Capita…
    - Ma erano gli occhi…
    - Gli occhi di chi?
    - Di lui, di lei: non sorridevano, non si sfioravano, non si guardavano….
    - E poi?
    - E poi c’era un vecchio tibetano colorato d’azzurro e di mille altre tinte che ha improvvisato un rito straordinario…
    - Buon per te…
    - Il viso deformato in una smorfia strana di un uomo-bambino di razza celtica, con i capelli rossicci quasi sbatteva contro il mio…
    - Anche questo capita….
    - Quindi ho notato la signora elegante che indossava scarpe trendy, giusto un minuto prima che due ragazzini svitati mi sfiorassero correndo e infine…
    - Infine?
    - In fondo alla strada c’era lei….
    - Lei chi?
    - La mia suonatrice d’arpa: doveva essere bellissima, maestro!
    - Se lo dici tu…
    - Non lo dico io, maestro! Lo dice il suo viso delicato, la pelle color avorio, i capelli raccolti come una madonna degli anni ruggenti, le labbra perfettamente disegnate e rosse, rosse come le ciliegie nell’orto della nonna milioni di anni fa….
    - Ma….
    - Gli occhi, maestro….
    - Mi ripeto: di chi?
    - I suoi occhi, maestro! Gli occhi della mia suonatrice: distanti, lontani, perduti, immersi in ricordi di cui noi non possiamo sapere. E poi…
    - E poi?
    - E poi la pizzicava ma non la suonava….
    - Cosa?
    - Come cosa, maestro? L’arpa: la sua arpa bellissima! La pizzicava ma non la suonava. Era come se facesse solo finta. E comunque non parlava mai….
    - Ho capito, credo però che ci siamo persi il punto…
    - Il punto, come ti dicevo maestro, era che erano davvero tante…
    - Ti ho già detto che non ci vedo nulla di strano: non in quel luogo non a quell’ora….
    - Erano tante maestro, credimi!
    - Non ti comprendo…
    - Tante… per quell’andare scomposto: una di qua, una di là, una che entrava nel vicolo laterale, una nel pub di fronte, altre tagliavano per vie parallele…
    - Ne sei davvero sicura?
    - Non dovrei?
    - Pensaci meglio…
    - Forse, forse… Forse mi sbaglio.
    - Sì?
    - Hai ragione tu, maestro: in effetti il fiume seguiva il suo corso.

    RB 07.10.2011

  • Come comincia: - La vedi, no?
    - Che cosa, maestro?
    - Di là…
    - Maestro, il giardino è spoglio: c’è solo quell’albero….
    - Guardalo meglio…
    - Non vedo nulla ti dico: né un fiore che gli dia colore, né un uccello a regalargli il suo canto, né un qualsiasi frutto succoso verso cui tendere la mano…
    - Per terra…
    - Per terra c’è solo l’ombra…
    - Appunto!
    - Maestro, è solo un’ombra!
    - Ma prima, quando il sole splendeva afoso nel cielo…
    - Mi ha dato riparo, lo so. Però resta pur sempre un’ombra….
    - Ti servirebbe di più?
    - Non dico questo: il fatto è che se la collina non fosse così vuota….
    - Quest’albero si perderebbe alla vista…
    - Che idea bislacca, maestro! Lo riconoscerei tra mille….
    - Da cosa?
    - Be’, dal tronco….
    - Non ci vedo nulla di speciale….
    - D’accordo, ma concedimi che la sagoma delle fronde è unica….
    - Non direi: già due settimane orsono era diversa, poi il fulmine l’ha privata di parecchi rami sporgenti…
    - Però io saprei ritrovarlo l’albero perché so esattamente dove si trova: l’ho sempre saputo, maestro!
    - Così ti pare…
    - Così è, maestro!
    - Precisamente, dove si trova allora?
    - A metà collina, a metà di questa collina opposta a quella…
    - Non fa una grinza. Ma ad occhio e croce altri cento alberi potrebbero stare in quella medesima posizione….
    - No, maestro, io lo saprei, lo indovinerei che si tratta di questo specifico albero…
    - Santa pazienza, ma da cosa?
    - Lo sentirei… nell’anima….
    - Quindi…
    - Quindi?
    - Quindi portandoci avanti nel discorso, potrebbe esistere una relazione tra l’albero e la sua ombra diversa da quella che li fa entrambi figli della luce…
    - Può darsi, magari un effetto simbiotico come un altro, maestro….
    - Non lo metto in dubbio: ma perché la tua anima dovrebbe “sentirlo” se così fosse?
    - Stai forse sostenendo che quell’ombra esiste per me? Mi sorprende questo tuo ragionare minimo, maestro: lungi da me negare che finanche le ombre possono tornarci utili, a me come a te! E’ destino delle ombre avere una qualche loro utilità, lo stesso dovrebbe potersi dire degli uomini…
    - Tornarci utili?
    - Mi correggo, maestro: lungi da me negare che il nostro cuore possa provare gratitudine anche verso un’ombra….
    - Ne deriva che il problema, posto che ci fosse, potrà essere soltanto…
    - Ho capito, maestro: il problema potrà essere soltanto con l’albero, soltanto con l’albero.
    - O dell'albero….

    RB 06.10.2011

  • Come comincia: - Bentornata! Dove sei stata?
    - In giro. Un po’.
    - In giardino…
    - C’è l’erba da tagliare: lo so!
    - E sulla sua tomba…
    - … cresce la gramigna.
    - Ma…
    - Ma lei non vive lì. E’ sempre stata con me: tutto il tempo! Non  l’ho lasciata andare mai…
    - E lui?
    - Lui, no. A volte sì e a volte no.
    - Mi dispiace...
    - Di che?
    - Eravate così belli…
    - Ed è dolce, lo so. Però…
    - Forse, in viaggio, qualcosa, qualcuno….
    - Nel viaggio della vita, sì! Occorre capire…. Occorre cominciare a capire…
    - E come potrai farlo? Capire, intendo....
    - Speravo nel tuo aiuto, maestro…
    - Sono vecchio…
    - Mi serve l’esperienza del tempo…
    - Sono sordo…
    - D’orecchio, forse, ma la tua anima avverte anche il più leggero vibrare… nella mia.
    - Non ci vedo quasi più…
    - Il mio viso è meno giovane ora, non perderai nulla. Invece, volevo…
    - Sì?
    - Volevo… sapere….
    - Cosa?
    - Queste farfalle…
    - Volano?
    - Di fiore in fiore, dentro e intorno al cuore. Piluccano, spiluccano, spizzicano, spilluzzicano… a volte fanno male.
    - E vorresti?
    - Che non fossero più!
    - Perché?
    - Perché non è più il tempo delle farfalle…
    - E’ autunno…
    - Proprio come quando se n’è andata lei, maestro!
    - E ,da allora, non ha mai smesso di esserlo, per te!
    - Dicevo delle farfalle, maestro…
    - Loro vengono a primavera…
    - Appunto, bisogna fare qualcosa…
    - Perché?
    - Perché non è più il tempo delle farfalle….
    - E’ autunno…
    - Ti ripeti, maestro!
    - E’ la memoria…
    - Non sei così avanti negli anni, maestro…
    - Non mi segui: è la memoria…
    - La memoria?
    - La memoria, spesso, stende veli setosi e brillanti sui suoi domini, s’imbroglia e ci imbroglia facilmente sui suoi antichi tesori. Di converso, il futuro…
    - Il futuro?
    - Ama i tessuti pesanti, i tendoni difficili da squarciare, però…
    - Però…
    - Però, bisogna capire…
    - Proprio ciò che pensavo di fare, maestro!
    - Comincia dall’erba in giardino…
    - … e dalla gramigna sulla sua tomba. Lo so, grazie maestro!

    RB 04.10.2011

  • 02 ottobre 2011 alle ore 0:18
    Diario 10 - Filosofico (dell'amore e del tempo).

    Come comincia: Mi  par di capire, maestro, che mi stai mettendo in guardia contro l’innamoramento alla mia età. Non comprendo: che cos’è che tu reputi amore? Forse quelle strane sensazioni, quelle disordinate pulsioni che colorano i nostri sogni di adolescenti? Se così fosse le ho vissute anche io: urgenti, pressanti, importanti. Bellissime. Ma, nel tempo, il primo amore se non si dimentica, perde di importanza. Sono rari gli innamoramenti giovanili che durano tutta una vita perché vivere significa prima di tutto cambiare e cambiare significa conoscere. Conoscere il nuovo. Conoscere ciò che è stato scritto nel destino. Ne deriva che tanto più ricco sarà quel fato tanto più facile sarà incontrare… altri esseri tra i quali si potrebbe nascondere finanche lui/lei….l’altro/l’altra. Quello importante. Perché, devi concordare, maestro, l’amore non può essere neppure l’infatuazione più o meno rilevante che ci sconvolge la vita mentre siamo troppo impegnati a viverla, mentre tutto ciò che conta è la materialità dell’esistenza: costruire case, viaggiare, vedere, imparare, sognare il lecito e l’illecito, giocare con poco o con tanto a seconda della nostra indole. Io credo, maestro, che l’amore sia qualcos’altro. Non è mia intenzione formulare leggi universali né convincerti che il mio ragionare sia cosa buona e giusta. Penso anche che il concetto d’amore sia vestito modellabile a seconda di chi lo indossa e dei suoi personalissimi desideri. Non è perciò mio intendimento formulare leggi universali, lo ripeto, ma non per questo sarò meno timida nell’esporti il mio pensiero. Credo (ne sono convinta), che l’amore, quello vero, sia soprattutto un incontro che è figlio del tempo. Questo per dire che, anche volendo, noi non lo si potrebbe incrociare né un secondo prima né un secondo dopo l’istante importante in cui si è pronti ad abbracciarlo. E a riconoscerlo. In cui si sarebbe dovuto abbracciarlo e in cui si sarebbe dovuto riconoscerlo. Ti immagino scettico, maestro! Immagino il sorriso ironico malamente accennato che trasforma quel tuo bel viso che sa del tempo passato, ma non desisto. La mia tesi pregnante rimane dunque proprio quell’ultima possibilità che, lo so, più di ogni altra opzione logica ti ha fatto sorridere: l’amore è davvero un incontro che è figlio del tempo, non ne è mai una sua vittima! L’amore importante è quello che arriva quando più ce n’è bisogno ed è quello che cresce mentre ci si allontana verso l’uscita… E’ il sentimento che si riesce a donare quando l’altro spirito incarnato, che tu indovini parte di te, vive dentro un corpo vissuto, temperato, scornato, piegato dal dolore o dalla fatica, disilluso, intimamente certo di non meritare nulla di più. E’ il sentimento che riesce a far rinascere nello stesso istante due spiriti destinati ad incontrarsi. Non importa quando. Perché, tu mi insegni, maestro, che gli spiriti non soffrono il tempo. Perché tu mi insegni, maestro, che ogni minuto, ogni istante di questo breve viaggio terreno è in fondo uguale all’istante che lo precede, o lo segue: non esistono attimi più pregnanti di altri (crederlo vorrebbe dire coltivare una pericolosa illusione capace finanche di porre fine a qualsiasi desiderio di viverla tutta questa nostra straordinaria esperienza), men che meno esistono attimi fanciulli, o attimi anziani. Esistono invece momenti infiniti, ciascuno in spasmodica attesa di realizzare al meglio il proprio destino, ciascuno timoroso di smettere di essere futuro per diventare un presente che si trasformerà presto in un passato da dimenticare. Logica vorrebbe, quindi, maestro, che la miglior vita (la vita più felice?) sia quella in cui il maggior numero di tali “attimi” riescano a realizzare il proprio destino, nel loro giusto tempo. Conseguenza delle cose sarebbe, allora, che non esistono amori giovanili da cullare e amori altri da dimenticare. O da soffocare. Senza considerare che se ricchezza certa è il cestino di fiori recisi, di rare gemme ideali raccolte per strada durante il nostro faticoso cammino, quello (il cestino) sarà tanto più colmo e quella (la ricchezza) sarà tanto più grande quanto più in là si sarà andati nel tempo. Così come tanto più grande sarà la gioia nel condividerla…  Sento, maestro, di non avere risposto ad ogni tua domanda muta, e di avere, in verità, solamente iniziato ad esplorare queste possibilità. Mi rendo conto finanche che il mio è in fondo un esercizio retorico come un altro, un percorso fintamente accidentato o palesemente infingardo che non mi dà certezza di avere realizzato al meglio neppure il destino di uno qualunque di quegli infiniti istanti di cui ti parlavo sopra, ma forse questo non è tanto importante: l’importante è averci provato!

    RB 02.10.2011

  • 01 ottobre 2011 alle ore 15:59
    Diario 9 - Storia di Vera.

    Come comincia: Ci sono persone che incontri per caso e ti rimangono impresse per sempre. Il suo nome non è Vera: ora che ci penso non me lo ricordo proprio quale è il suo nome. Non l’ho incontrata neppure per caso, ma a suo modo resterà per sempre con me. In me. All’inizio mi colpì quel suo parlare lingue diverse: curioso per una che fa il suo lavoro! Non troppo strano se ci rifletto meglio. Vera è infatti una di quei milioni di anime dell’est che, dopo il crollo del muro di  Berlino, hanno preso le loro valigie di cartone per dedicarsi ad un infinito vagabondare in lungo e in largo sul continente europeo con davanti il miraggio di un lavoro meglio retribuito. Vera parla anche italiano, credo lo abbia imparato in Toscana. Adesso vive a Dublino con una figlia e il compagno di lei. Le altre due figlie e il marito sono rimaste in patria. Dopo quasi 40 di matrimonio no, il marito non le manca manco un pò, ma i figli sì. Lo raccontano e lo rivelano spesso le sue parole, gli occhi che le si riempiono di lacrime all’istante, il viso solitamente pallido, slavato, che le si imporpora controvoglia. Dice che vorrebbe lavorare di più: anche il sabato se potesse. Dice che vorrebbe lavorare di più: anche quando sta male, anche quando torna a casa la sera tardissimo e le pare di non sentire quasi il suo corpo non più giovane. Vera mangia generalmente da sola, ma se la interroghi risponde e a suo modo sa preoccuparsi per te. “Diventi sempre più magra!” mi ha fatto notare. “Dovresti mangiare di più!”. Le ho risposto che a volte di mangiare non se ne ha proprio voglia. Le ho detto che a volte la vita ci regala altro su cui riflettere, ci rende più accorti di altre necessità. E intanto pensavo: ma perché cazzo parliamo di me? Pensi che non la veda la tua pena sul viso? Pensi che non la noti negli occhi la tua sofferenza? Pensi che non mi renda conto delle parole mute che lo so vorresti pronunciare senza poterlo fare mai? Pensi che non mi renda conto di quel fardello che è poi la tua vita e che ti pesa sulle spalle soffocandoti quasi? C’era questo muro invalicabile tra noi, lo sentivo! Volevo dirle di non farsi imbrogliare dalle apparenze! Volevo dirle di non guardarmi come un’altra bomboniera più fortunata, volevo dirle che il mio percorso per certi versi non era stato molto diverso dal suo, sicuramente non era stato più facile, non lo è ancora: lo sembra soltanto! Mi rendo conto però che a volte è difficile provare pietà per la superficie brillante di un diamante, mentre diventa facile, facilissimo, dimenticare che in milioni di anni le intemperie le ha subite tutte. La verità era che studiando lei studiavo me: ammiravo il suo coraggio che rimarcava come nient’altro l’assenza del mio. La verità era che cercavo di trovare risposte comparando due esperienze di vita troppo diverse. Non era corretto farlo, sebbene l’insegnamento che ne traevo fosse uno da scuola-migliore. Vera mi insegnava come non avrebbero potuto decine di libri, la sua vita diventava exempla che sapeva di tragico e ad un tempo di immensamente sublime.  Della cosa me ne rendevo comunque conto e per tale dono ero infinitamente grata. Prioprio vero: ci sono persone che incontri per caso e ti rimangono impresse per sempre! Per quanto mi riguarda Vera è una di loro!

    RB 01.10.2011

  • 26 settembre 2011 alle ore 19:36
    Diario 5 - Gabbiani.

    Come comincia: Si posano la mattina sulla banchina del fiume Liffey. È stato grazie al loro sbattere d’ali che giorni fa ho allungato il collo per guardare oltre il muretto in pietra che separa quella parte praticabile del fiume da un’altra arteria centrale dublinese. Ed è stato sempre grazie al loro sbattere d’ali che li ho visti: due dei nuovi barboni dell’isola Smeralda addormentati sulle panchine collocate su quell’assurda passeggiata bianca pensata per meglio godere il fiume. Dormivano. Il viso coperto da cartoni imbruttiti dalla pioggia. Se ne stavano in due postazioni diverse, ad una certa d’istanza l’uno dall’altro. Parevano entrambi giovani uomini, e vestivano entrambi jeans sporchi un po’ di tutto. Dormivano indifferenti al traffico mattutino, a quel freddo ghiacciato di un’altra notte irlandese, a quel freddo impietoso che ti avvolge e non ti abbandona più, neppure quando il sole sembra splendere alto nel cielo. Girato l’angolo c’era una zingara. L’avevo notata altre volte: era accovacciata contro lo schienale offerto dal parapetto del ponte e teneva in mano un bicchiere di carta vuoto di ogni elemosina. Il suo visto era scurito dal sole e non mostrava espressione alcuna. Anche lei indifferente ad ogni passante che quasi la schiacciava, alla cacofonia dei motori, agli abbracci crudeli della notte morente.  Mi sono chiesta a cosa pensasse, così intenta, mi sono chiesta se qualcuno la cercava, mi sono chiesta se qualcuno l’aspettava, mi sono chiesta se c’era un senso in quella sua presenza lì, un senso che non mi riusciva di afferrare… Quanti anni aveva? Forse venti, forse trenta, forse quaranta, forse aveva smesso di compierli da tempo gli anni, o forse non ricordava più cosa fosse il tempo…. Perché a volte il tempo è solo una distanza che siamo costretti a riempire e non si sa bene perché. Sulla via del ritorno, Grafton Street era quella di sempre: colorata, musicale, briosa, lamentosa, fantasiosa, viva. Lui se ne stava appoggiato contro lo stelo d’ebano d’un lampione. Indossava pantaloni e maglietta nera: tremava. Era un ragazzo di circa vent’anni ad occhio e croce, tremava e fissava il selciato. Davanti a lui non vi era neppure il classico piattino usato da chi vuole raccogliere qualche spicciolo. Semplicemente: tremava. Gli altri, loro, la massa, camminavano veloci senza vederlo, automaticamente coscienti che c’era un ostacolo da evitare e lo evitavano. E così, evitandolo, lo dimenticavano, come fosse un altro bidone della spazzatura, una cassetta delle lettere, un’opera d’arte premiata dal comune con l’esposizione nella via più trendy. Non mi sono fermata! Cristo, non mi sono fermata! Come non si poteva non farlo? Non mi sono fermata out of shyness…. Cioè non ho avuto il coraggio di fermarmi, di parlargli e il giorno dopo lui non c’era più. Poco distante però c’era un altro figlio di nessuno ma meglio vestito se così si può dire. Un ragazzo il cui lavoro era quello di fare il reggi-cartellone umano. Proprio così: il suo lavoro era di reggere un cartello che mostrava una freccia nella direzione del pub publicizzato… La signora che suonava l’arpa invece l’ho scoperta quest’oggi davanti al Trinity College. Che bella signora: capelli biondi lunghi raccolti in uno chignon elegante e vagamente sfatto, occhi azzurri, labbra rosse, il volto bianco che non conosce sole ma così tipico di ogni cristo nato in Irlanda… E che bell’arpa! Un oggetto raffinato che lei fissava con attenzione totale, quasi che fosse quello strumento l’unico oggetto, l’unico “essere” degno di interessarla... E fanculo i turisti giapponesi che la fotografavano, fanculo il mio sguardo curioso che la fissava, fanculo le altre vite che le passavano davanti senza vederla, un poco come se naturalmente incapaci di distinguere il bagliore bellissimo di un raro diamante da un qualsiasi altro noioso lampo nel cielo…

    Gabbiani. Si posano la mattina sulla banchina del fiume Liffey ma riprendono il volo per lo più dimenticati.

    RB 26.09.2011

  • 25 settembre 2011 alle ore 17:42
    Manifesto Net: navigo ergo sum

    Come comincia: Fenomenologia semiseria (fatti, misfatti, danni collaterali) di uno pseudo movimento artistico virtuale improbabile, auspicabile ma in fondo possibile.

    di Rina Brundu Eustace

    Navigo, dunque sono. L'oceano in tempesta è popolato da creature insidiose. Banchi di pesci diversi, multicolori, multiformi, si affrettano, si incontrano, si scontrano, si schivano, si evitano, si attraggono, si perdono. Dentro la Rete. Pescatori-pesci e pesci-pescatori si ritrovano su rive lussureggianti, esotiche, assolate - background creati ad hoc per confortare il momento, la disposizione dello spirito, l'umore. Dell'uomo. Dell'artista. Dell’anima. Perché è l'anima che si incastra tra le maglie, che si affaccia, che si propone. Nuda.

    Navigo, dunque vivo. Nella condizione ideale. Liberata dal peso del destino, dalla pigrizia del corpo, dai limiti materiali, dalle forme come dalle fobie, dalle inibizioni, dai dubbi di milioni di anni. Intuendo di non poter godere di una visione incarnata più perfetta. Dentro l’universo parallelo ricreato ad immagine e somiglianza dell’artista-Dio. Del Dio-Architetto. Dove il tutto, che è diretta emanazione e propagazione dell’Essere, sa di energia creativa e può diventare arte. Virtuale. Ma arte. Comunque.

    Navigo, dunque creo e ad un tempo fruisco delle qualità estetiche di altri mondi, della potenza proponitrice di spiriti grandi, della capacità costruttiva di artisti artigiani, strateghi, professionisti, illusionisti, venditori di sogni, narratori di storie. Incredibili. Galassie, pianeti popolati da eroi mutilati, improbabili characters ai quali viene finalmente concessa una possibilità. Di espressione. Virtuale. Ma a suo modo vera. Quindi reale. Comunque. Oltre la dimensione piatta del libro, del cartoon, del foglio di carta.

    Navigo, dunque sono (esisto); navigo, dunque vivo (mi muovo); navigo dunque creo (mi esprimo)… dentro la Rete.  Sono queste le caratteristiche imprescindibili di ogni artista potenziale e non,  nell’era di Internet. Di ogni nettista, volendo. E non solo. Non solo, perché nel villaggio globale le distanze fisiche (tra individui ed individui-artisti, tra artisti ed artisti) si riducono e ad un tempo si appiattiscono pure quelle di maniera, mentre i salotti letterari diventano per forza del loro esistere nella sola dimensione elettronica, spazi aperti ad ogni viandante affaccendato, senza porte né pareti, momenti infiniti.

    Tutti insieme appassionatamente dunque. Tutti insieme appassionatamente: spiriti geniali di antichi e di moderni, scrittori più o meno conosciuti, esordienti di belle speranze, cantanti, suonatori, poeti, pittori, scultori, editori, professori, programmatori, correttori di bozze, scribacchini, burloni, menzogneri, artigiani di bottega. Anime disincantate. Tutti insieme appassionatamente ad animare spazi virtuali altrimenti vuoti finanche del più misero arredo, tutti insieme appassionatamente per affermare l’essere in ogni possibile dimensione altra, tutti insieme appassionatamente per conoscere il proprio ruolo ed il proprio destino pur dentro un diverso, improbabile, palcoscenico di vita.

    Editore democratico per eccellenza, Internet permette di raccogliere e di pubblicare ogni creazione dell’artista. In taluni casi, diviene il suo solo mezzo di espressione e l’unica occasione d’incontro con spiriti affini. Dalla moltiplicazione di questi momenti di riconoscimento, nascono quindi connessioni (link) in grado di fare da filo conduttore anche a storie (divagazioni, ragionamenti, tematiche, programmi) destinate a crescere in maniera importante fino a diventare ideale artistico condiviso ed espressione di una visione universale che trascende il mero piano virtuale.

    Paradossalmente però, è proprio l’estrema tolleranza editoriale ad impedire che queste proposizioni creative interconnesse si manifestino come movimento culturale tout court: mancano i maestri, mancano le regole, mancano i limiti identificativi, ma soprattutto manca la necessaria diligenza stilistica che sola può portare ad esprimere un’arte comunque degna di sé e delle opere eccelse. Se non di vero e proprio movimento, siamo comunque in presenza di uno pseudo-movimento artistico net (in senso letterale) che diventa tale e si giustifica in virtù del suo stesso esistere e dei milioni di piccoli capolavori (in forma di romanzi, racconti, poesie, diari, pensieri, aforismi, commenti, disegni, ma anche di luoghi – siti – ricreati elettronicamente in maniera esteticamente perfetta) salvati alla creazione dello spirito dalle maglie della Rete, anche solo per un fuggevole istante.

    Cui prodest? All’artista. A quello con la A maiuscola, le cui occasioni di essere e di affermare la propria capacità creativa si moltiplicano in maniera esponenziale, così come a quell’altro virtuoso chiuso dentro ciascuno di noi che smanaccia per farsi vedere. E quindi giova all’uomo, all’uomo impedito che può ritrovarsi a vivere la nuova  dimensione pesino a dispetto di sé. E’ questo il caso del villanovese qualunque (ma non solo!).

    Villanova Strisaili, quella reale, è una frazione di Villagrande Strisaili, popoloso comune della nuova provincia d’Ogliastra, sul versante orientale sardo. Villanova Strisaili, quella virtuale (www.villanovastrisaili.com) è un altro indirizzo sulle intasate autostrade dell’Interweb. A parte il nome, i due luoghi hanno poco da spartire se non forse, all’orizzonte, la curva dolce del Gennargentu ed il fatto di essere, appunto, abitate da villanovesi. Villanovesi che non sanno nulla gli uni degli altri, villanovesi i cui destini si incrociano con fatica persino dentro le maglie larghe, i momenti tolleranti e senza confini della World Wide Web.

    A dividere veramente gli abitanti delle due Villanova non sono però le incongruenze, i contatti saltati, le difficoltà virtuali, quanto piuttosto le problematiche sul piano empirico, pratico, i peccati capitali, il gravame atavico. Con ogni probabilità dunque le vite dei villanovesi (di quelli reali e di quelli virtuali), continueranno a procedere su due rette diverse e parallele all’infinito: non si incontreranno mai. Non si può negare, tuttavia, che in forza del perverso modo di relazionarsi adottato da questi mondi differenti, una sorta di connessione, per quanto tenue e quasi invisibile, riesca comunque a proporsi tra dimensioni diverse, ed è in fondo per merito, o demerito, di questo provvidenziale trait-d-union, che i destini di tutti i villanovesi (di quelli reali e di quelli virtuali) tenderanno ad incrociarsi sempre almeno un po'.

    Ne consegue che le azioni degli uni ricadranno su quelle degli altri. All’uomo della strada di Villanova Strisaili verrà inoltre offerta una possibilità in più. Una possibilità in più per guardare oltre il pur bellissimo orizzonte creato da Punta La Marmora, una possibilità nuova per scuotersi di dosso l’ombra benigna e ad un tempo alienante della Grande Montagna, una possibilità diversa per esistere al di là del silenzio della ragione e dell’intelletto che da tempo immemore (fatte salve le rare eccezioni) rimbomba sulle assolate alture e le desolate piane dell’entroterra sardo. Di quell’entroterra sardo creato bello da Dio, abbandonato dagli uomini, rovinato dai  politicanti di ieri, di oggi, di sempre, dagli amministratori incompetenti, dagli interessi di partito, dalle beghe ipocrite, dalle rivalse nepotistiche, dalle faide di vicinato, dall’incapacità diffusa. Dall’ignoranza.

    Al villanovese-artista viene invece servita l’occasione unica di dare un aiuto concreto all’uomo della strada, ogni qualvolta i suoi pensieri più degni riusciranno a salvarsi tra le maglie e sapranno indurre alla riflessione. Oltre i pur comprensibili sogni di gloria, oltre la segreta fobia di non farcela, oltre le giuste recriminazioni e la giusta presunzione dello spirito capace che aspira ad altri traguardi e naturalmente (in maniera naturale) sa guardare dalla cima della montagna. Soprattutto, sa rinunciare ad un attimo della sua libertà creatrice per incatenarlo ai destini degli altri, ai destini di quei milioni di esseri che come lui/lei navigano la Rete per assicurarsi un’altra, formidabile occasione di esistere. Navigo, ergo sum. Appunto.

    Ben venga dunque questa impossibile miscela elettronica di nobile e di volgare, di sacro e di profano, di basso e di sublime, di bello e di brutto, di tragico e di comico, capace all’occasione di sorprendere e di stupire. Ben vengano dunque i salotti letterari senza pareti in grado di abbattere con quelle il manierismo d’elite, l’espressione artistica solamente affettata; ben vengano i caffè letterari aperti ad una nuova visione sul mondo, liberati dall’ingombrante presenza di guru autoproclamati, di santoni del bel pensiero e del bello scrivere. Ben venga questa fiera delle vanità di una provincia universale da opporre alla vanagloria di un vicinato accademico ingessato e per sua natura incapace di guardare oltre l’orizzonte impolverato degli scaffali da biblioteca.  Ben venga dunque questo pseudo Movimento Net che quasi di malagrazia e controvoglia, ci trascina dentro un futuro pauroso, ma sicuramente capace, con le sue mille promesse, di ammaliare, di intrigare, di suscitare la naturale curiosità di ogni spirito davvero libero. Come quello di ogni villanovese che si rispetti. Appunto.

    Rina Brundu Eustace

    Dublino, 1 Ottobre 2005

    Copyright MMV

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  • 22 settembre 2011 alle ore 21:49
    Diario 1 – Di capre e di cavoli….

    Come comincia: Forse, alla fine, tutto ciò che mi serviva era solamente un diario. Come tanto tempo fa. Quando, seduta sulla pietra liscia del caminetto della nonna, scrivevo pagine e pagine. Raccoglievo le sue storie. Non tutte, purtroppo. E immaginavo il futuro. Non mi accorgevo che tutto ciò di cui abbisognavo era lì: in quel mio presente bellissimo. In quel mio nido incantato che sapeva di favola. Mi torna in mente or ora che la nonna allevava alcune caprette, proprio come quelle di Heidi. Le conduceva al pascolo un pastore che pasceva le bestie di ogni famiglia paesana. Spettava però ad ogni padroncino alzarsi all’alba, portare gli animali al luogo d’incontro convenuto e poi andare a riprenderle nello stesso posto, la sera. C’era qualcosa in tutto quell’andirivieni che mi affascinava, così come rendeva felice il mio cuore lo scampanìo che si udiva al tramonto quando le bestiole tornavano a casa. Tanto dissi e tanto feci (rompevo le balle già da allora, ora che ci penso), che un giorno ottenni il permesso di dormire da lei e di alzarmi presto per darle una mano con tali ordinarie faccende. Di quel mattino incantato ricordo soprattutto l’aria fredda nella cucina rosata, lei che preparava il caffè con due vecchie caffettiere napoletane infilate direttamente sotto la brace ardente e sotto la cenere. Poi la rivedo mentre si avvolgeva lo scialle nero sull’eterna camicia bianca, splendente, e sulla lunga gonna d’ebano. Quindi uscimmo a prendere le capre, camminammo comunque di passo sul grande stradone silente, saturo della fitta nebbia che lo bagnava così come lavava il mio viso felice. Lei mi teneva per mano e di tanto in tanto lanciava qualche grido strano verso le bestie che correvano in avanti.

    Lui, invece, il pastore, venne fuori dal nulla, da dietro quel muro spesso e velato… venne fuori all’improvviso e mi spaventò. Mi spaventò il suo viso vissuto. Mi spaventò il suo gabbano gigante. Mi spaventarono i suoi stivali ingombranti e i modi bruschi e affrettati. Mi spaventarono quegli occhi profondi che sentivo fissi su di me. Mi spaventarono e io piansi, pestai i piedi e misi su una lagna infinita. Fu quella la prima e l’ultima volta che mi diedero il permesso di accompagnare la nonna a sbrigare le sue usate, datate, faccende…

    Che strano il destino di noi umani: sempre prima le capre e poi i cavoli!

    RB 22.09.2011