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Rita Mascialino

10 febbraio 1946, Genova
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  • 30 aprile 2008
    Orfeo

    Come comincia: Stordito, aveva ascoltato storie misteriose di un flauto magico, incantatore di boschi stormenti e di voli di uccelli con il suono di arcane melodie suscitate da dita mosse dalla malìa di passioni incancellate. Spesso aveva cantato assieme al vento autunnale odoroso di petali rapiti a fiori trasognati e si era lasciato sospingere in giardini abbandonati dal tempo in immote solitudini stupite. Da sempre aveva voluto diventare un suonatore tanto straordinario da essere accolto nell'orchestra degli spazi, tra organi e violini capaci di far vibrare gli universi. Così viveva intonando al cosmo canzoni d'amore inappagato, viandante infaticabile di sentieri non battuti. Giunse anche il momento in cui il suo cuore, compresso da sentimenti incatenati, confuse ormai il suo canto in tempeste nevose, fiocco turbinante insieme all'ala dei corvi frusciante su leggendarie principesse stregate e cavalieri in ceppi, evocati dal più nostalgico lamento del suo flauto. Voleva però ancora sempre incantare boschi ed uccelli come il suo maestro e lasciati i giardini dischiusi a lui dal vento incessante della sua fantasia si recò tra querce e betulle riposanti sul manto scuro di una terra profumata. Predispose i suoi accordi in armonia con il palpito di piume sonnacchiose e accenni di gorgheggi e subito altri palpiti e suoni si aggiunsero a rendere struggente la melodia. La musica meravigliosa si orchestrò in breve travolgente e composta dagli strumenti più vari, che dirigeva mettendo a repentaglio il suo cuore, in pericolo di essere abbattuto dalle vibrazioni di un amore tanto languido da fargli credere di morirne. Il bosco lo seguiva affascinato e suo, offrendogli la sua anima più profonda ed aiutandolo ad intonare la sua canzone, ma quando ormai credeva di essere in compagnia di fronde e canti, non vide più né alberi né uccelli, né sentì il loro respiro sulla fronte e fu solo con gli accordi del suo cuore, di nuovo in uno dei suoi giardini solitari.
    Abbracciata da un freddo marmo, accarezzata da gelosi veli pazzi di piacere, il seno baciato dai suoni più accorati, essa si rivelò come il tono più segreto della melodia che lo aveva rapito in quel remoto angolo. Non sapeva più se avesse mai incantato boschi misteriosi ed ali scure di tempi immemorabili, forse era accaduto, forse era stato potente, ma non tanto da resistere al richiamo proveniente da quello che pareva il ricordo straziante di cose perdute per sempre. Intanto le rosse labbra di lei affondavano socchiuse nel suo cuore ed egli riposò per un eterno attimo in uno scorcio d'infinito. Si avvicinò a quella visione sconvolgente, ma il vento che lo aveva trasportato in quel giardino desolato non gli concedeva di toccare alcunché con la mano, né i petali delle rose trascinati al suo seguito, né il bianco collo che i suoi accordi tempestavano di baci appassionati. Ed essa non mutava la sua espressione, le calde carezze ed i sospiri affannosi non sembravano in grado di sottrarla all'abbraccio della pietra sulla quale le sue membra giacevano dolci, ma ferme. Ecco dove l'aveva portato il suo cuore, in uno spazio la cui voce era il gemito del vento, che si confondeva con la sua serenata cantata ad un'immagine uscita dal marmo che la proteggeva e la imprigionava. Lunghissimi i capelli neri sfuggivano come serpi alle sue dita, facendolo smaniare di desiderio per lei, bellissima e insensibile o, come come in qualche istante credeva di percepire, conscia del suo amore, ma altera, finché dimenticò il suo flauto per quegli occhi scuri e regnò solo il vento e fiori caddero leggeri sul suo tramonto e il suo cuore smise di vibrare e le sue mani non si mossero più e fu come pietra bianca nelle galassie.

     

     

    Tratto dalla raccolta "Il paese disabitato"

     
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