username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 15 gen 2012

Roberto Bernocco

26 agosto 1967, Bra (CN) - Italia
Segni particolari: Esuberante, un po' pazzo, appassionato di arte, tecnologia e scrittura.
Mi descrivo così: Scrittore e Game designer, alla continua ricerca di nuove storie da raccontare.
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
  • 15 gennaio 2012 alle ore 11:46
    L'assalto

    Come comincia: «Allora! Muovete le chiappe, mammolette! Ora si comincia a ballare!» tuonava il sergente richiamando il resto del team. Ormai il cargo da sbarco aveva terminato l'attraversamento della ionosfera e stava raggiungendo l'obiettivo, nell'emisfero nord del pianeta.
    In quella zona un gruppo di colonie erano state individuate e marchiate come rifugio dei senz'anima: questo bastava a predisporre un raid di sterminio, prima che qualcuno tentasse la fuga e si disperdesse.
    Nel fragore dei reattori a piena potenza Noa guardava fisso la canna del suo mitragliatore pesante, concentrata su quello che si sarebbe di lì a poco apprestata a compiere: uno sporco lavoro cui aveva dedicato anni di sofferenze e di addestramento, ma che era ormai la sua unica ragione di vita.
    Al richiamo del suo superiore il soldato, insieme ai suoi compagni, scattò in piedi, disponendosi in fila davanti al portellone, pronta a sbarcare.
    I nervi erano tesi, in quell'occasione come in tutte altre le volte: in ballo c'era la pellaccia e non c'era da scherzare.
    Nessuno parlava, in attesa di quel momento che sembrava non arrivare mai e, mentre il sergente continuava a inveire sui soldati nel tentativo di spronarli, ognuno di loro aveva la mente immersa nel vortice dei propri ricordi.
    Noa non stava pensando a nulla in particolare e la nuca del compagno che aveva di fronte gli rammentava solo che sarebbe dovuta andare dal barbiere e rasarsi i capelli che ormai avevano superato i tre millimetri.
    Quella dei capelli era una vera scocciatura, era l'unica cosa dell'essere donna  che la tormentava: aveva represso ogni caratteristica del suo corpo per poter essere al pari dei combattenti maschi e l'essere gurionese certo non l'aveva aiutata a superare le differenze di forza e atletismo che si richiedevano a un mercenario.
    Ma nulla l'aveva fermata, ed era giunta lì in quel luogo sperduto della galassia a compiere quello che era il suo dovere: salvare il suo popolo dall'orda dei senz'anima e riportarlo forse un giorno nella terra promessa.
    Lei, come tante altre donne, ormai sterili a causa delle radiazioni della stella nana che illuminava Ben Gurion, aveva solo quello nella mente e tutto il resto passava oltre, oltre la fatica, oltre il dolore.
    Ma ecco giunto in quei pochi istanti il momento di attraccare, e già si sentivano rintronare i lanciamissili e i mitragliatori del cargo che rovesciavano la gragnola di metallo ed esplosivo per far strada alle truppe da sbarco.
    «Muoversi! Muoversi! Muoversi!» gridava a squarciagola il sergente, tanto che i suoni della battaglia sembravano scomparsi e uno ad uno i mercenari smontarono in un campo di riso intriso di acqua e fango, iniziando a loro volta a vomitare proiettili.
    Noa scese a terra quasi subito, e già sentiva forte l'odore del fumo degli esplosivi che riempiva l'aria ormai avvinghiata dal fumo nero.
    Tutt'intorno, già alte in un paio di punti, le fiamme avevano avviluppato alcune capanne di paglia e legno che erano state prese di mira dal fuoco dei cargo.
    Noa, cercando di tenere un profilo basso, si muoveva tra gli steli di riso e la fanghiglia del campo che rallentavano la sua andatura, e aveva modo di scorgere il sergente e alcuni suoi compagni che si stavano avvicinando al villaggio.
    Cominciò ad accelerare il passo per non perdere il contatto con il resto della squadra, poi fece più attenzione al panorama che le si parava davanti e al nemico che stava affrontando.
    Dinnanzi a lei alcune donne, appena vestite da delle casacche scure, cercavano di fuggire dalle loro abitazioni, ma invano, raggiunte o da un proiettile o dall'esplosione di una granata.
    Poco lontano un paio di donne stavano fuggendo in fiamme, ormai avviluppate e in preda a contorsioni disperate nel vano tentativo di spegnere ciò che corrodeva le loro carni.
    Noa ben presto si rese conto che non c'erano nemici, che nessuno stava reagendo al loro attacco, che nessuno aveva imbracciato un'arma per  difendersi.
    L'unico fuoco d'armi era il loro, che continuava incessante a vomitare morte verso il nulla.
    Noa rallentò la sua andatura, cercando di comprendere dove fosse il nemico, dove fosse questa minaccia così pericolosa da estirpare con tutta quella veemenza, ma non riusciva a scorgerlo.
    E per una volta, forse la prima in tutti quegli anni, Noa si era fermata a pensare, per capire quale fosse veramente lo scopo di tutto questo.
    Certo erano cloni, erano senz'anima, erano il male supremo, l'onta della creazione, ma tutta questa violenza non avrebbe mondato questo peccato che l'uomo aveva compiuto contro Yahweh.
    Di fronte ai suoi occhi si parava davanti il corpo di un bambino, mutilato da un'esplosione, inerme, squartato dalle schegge della granata che l'aveva colpito, sporco di fuliggine e di fango e di tutto l'odio che erano venuti a portare in quell'attacco.
    Noa non aveva mai affrontato una cosa simile, aveva attaccato, ucciso, distrutto, ma sempre contro qualcuno che era armato fino ai denti, che minacciava la sua vita e quella dei suoi compagni, della sua gente, della sua patria.
    Ma ora non era così, ora aveva davanti un cumulo di sterpaglie arse, in mezzo a un cumulo di vite spezzate.
    Noa non poteva continuare a guardare...
    Noa non poteva combattere contro degli inermi...
    Noa....

    Noa all‘improvviso cadde in avanti, e non si rese conto nemmeno di quello che il suo corpo aveva subito in quell'istante mentre il fuoco amico le aveva fatto esplodere la testa rasata.
    Ormai di quei pensieri, di quella pietà, che per la prima volta aveva provato, non restava altro che una pozza di sangue e metallo, in mezzo al fango e agli steli verdi del riso.

     
  • 15 gennaio 2012 alle ore 11:44
    Datemi un martello

    Come comincia: Ormai la notte calda e umida aveva ammantato la città deserta, ma una coppietta stava con le sue risate rumoreggiando in fondo all'ingresso della propria abitazione.
    «Cara, ma dove hai messo le chiavi?» esclamò lui, vistosamente ubriaco, mentre nel tentativo di rovistare nelle tasche dei suoi pantaloni, non riusciva nemmeno a centrarne l'apertura.
    Ma la compagna, ancora più sbronza, a malapena reagì, ridendo sguaiatamente alla sua richiesta.
    La risata rimbalzò al compagno che continuava ad annaspare, riuscendo solo dopo molti tentativi ad agguantare le chiavi.
    Ma ora arrivava il difficile: infilare nella toppa della porta la chiave così a lungo cercata.
    E tra una risata e uno schiamazzo i due alticci condomini riuscirono a farsi strada nel pianerottolo del loro palazzotto, barcollando tra un gradino e uno stipite e proseguendo nella loro sghignazzante andatura.
    A un certo punto, quasi davanti al pianerottolo della loro abitazione, la donna cadde rovinosamente in avanti, sbattendo per sua fortuna con il mento sul tappetino d'ingresso, di spugna colorata.
    Ci fu, dopo quel tonfo, un attimo di silenzio, ma l'uomo appena si rese conto della scena, scoppiò a ridere ancora con più entusiasmo, tanto da mettersi a piangere per l'incontrollabile ilarità.
    La sua compagna, incapace di provare il benché minimo dolore, si girò su un fianco e appena diresse il suo sguardo verso di lui, riprese a ridere per la sua stessa dabbenaggine.
    Dopo alcuni istanti, l'uomo, esitante sulle proprie gambe, si sforzò di far rialzare la donna ancora sdraiata a terra e sul punto di addormentarsi e i due abbracciati si avvicinarono alla porta della loro abitazione.
    Tra le risate e le imprecazioni l'uomo riuscì anche questa volta ad aprire la porta, ma dato che tutti e due erano appoggiati con la testa all'uscio, rovinarono insieme sull'enorme tappeto dell'ingresso, in un tonfo pesante.
    Questa volta i due si erano fatti veramente male, ma alla fine erano giunti a destinazione, e mentre la donna, a fatica cercava di alzarsi, ridendo ancora di gusto, l'uomo con un calcio spinse la porta sbattendola con forza dietro di sé.
    Nello stesso piano, quell'ultimo colpo era sembrato come un tuono, e gli occhi di Amilcare, prima socchiusi a forza, nel disperato tentativo di dormire, ora si erano completamente spalancati, ancora rossi dalla fatica e dai lampi del saldatore.
    Aveva da poco finito il turno di notte e, appena spogliatosi, si era buttato sul letto nel tentativo di addormentarsi e di chiudere velocemente una giornata a dir poco estenuante.
    Ma sin da quando i due vicini si erano avvicinati al pianerottolo del palazzo ne aveva riconosciuto le risate e gli schiamazzi, e in cuor suo si era riaccesa l'invidia per quei due piccioncini.
    «E che avranno mai da ridere!» rimuginava tra sé, mentre il rumore si avvicinava sempre più alla sua porta.
    Per lui, ormai separato da due anni, incrociare le espressioni melense di quei due sposini, pieni di soldi e di boria, che si erano insediati in quel palazzo dopo aver sfrattato una coppia di anziani che non aveva di che vivere, solo per il gusto di avere le loro comodità, fregandosene di tutto e di tutti, era un vero tormento.
    Ogni occasione era buona a rinfacciare la proprietà del palazzo da parte del paparino, che non aveva insegnato altro che la superbia, e per uno come lui abituato a sudare ogni singolo respiro, sembrava essere arrivato il momento di dire basta.
    Rimase con gli occhi sgranati a guardare il soffitto, mentre la sua ira, i pensieri e i ricordi rancorosi affollavano la sua mente stanca.
    Le sue mani stringevano i lembi del lenzuolo umido che non riusciva ad opporre resistenza alla sua collera, sfilandosi da sotto il materasso sottile.
    Come in un impulso comandato da un servomeccanismo, Amilcare si alzò da suo giaciglio, mostrando il suo profilo panciuto, che mal celavano un tronco irsuto e possente, figlio di migliaia di ore di lavoro e sudore nella fonderia del paese.
    Quelle braccia e quelle spalle ricurve, che la notte faceva appena intravedere, avevano spostato tanta di quella ghisa che un culturista in una vita di allenamenti non sarebbe mai riuscito a muovere.
    E tutta quella forza, apparentemente addomesticata dall'età e dalla fatica, sembrava pronta a schizzare da sotto la pelle, pronta a fare qualcosa, pur di dar pace alla mente che li aveva comandati.
    Per un attimo Amilcare rimase in silenzio a sentire i rumori del palazzo, nella remota speranza che qualcun altro si ribellasse agli schiamazzi di quei vicini maleducati, ma il silenzio ora regnava su tutto, tranne che per la sua rabbia.
    Esitò ancora un momento, ma questa volta per elaborare un'azione, un piano, qualcosa per dire basta a tutto quello che aveva sentito, e d'istinto si alzò, per dirigersi verso l'uscio di casa.
    Ma il suo sguardo, nonostante la penombra regnasse ancora in casa, cadde su qualcosa che luccicare vicino alla tuta che aveva abbandonato poco lontano prima di coricarsi.
    Come attratto da quel chiarore, Amilcare lo agguantò, senza nemmeno pensare, né tanto meno ricordare di che cosa si trattasse, ma istintivamente, appena la mano si appropriò di quell'oggetto familiare, si sentiva appagato, armeggiando quell'attrezzo, spesso usato nel suo lavoro.
    Senza pensarci troppo, prese la porta di casa, in mutande e canotta, e brandendo il martello da fabbro appena acquisito, dirigendosi deciso verso la porta dei vicini.
    Suonò una prima volta, ma non ricevette risposta.
    Provò ancora, questa volta insistendo, e premendo il pulsante con tutta la forza che aveva, ma continuava a venire ignorato.
    Ma proprio mentre si stava decidendo ad andarsene la porta si spalancò, mostrando il vicino, in vestaglia, barcollante davanti all'ingresso.
    «Che cosa volete a quest'ora?» esclamò l'uomo, biascicando una frase tra i fumi dell'alcol.
    Amilcare lì per lì non rispose, disarmato dall'aspetto visibilmente inerme del suo vicino, e quasi si stava per pentire di aver provato così tanto rancore per quell'uomo.
    Ma il suo interlocutore, in un attimo di lucidità, riprese tutta la sua baldanza e il suo disprezzo dicendo: «Ah ma siete voi, Guidotti, cosa avete da bofonchiare questa volta?».
    A quel termine, Amilcare non replicò, se non alzando fino al cielo la mano sinistra, carica di odio e di metallo, per poi menare un fendente con tutta la forza che aveva dritto in quella bocca tanto altezzosa.
    E a un colpo ne seguì un altro, e poi un altro ancora, mentre il corpo del vicino si abbassava a poco a poco, come un chiodo piantato nel cemento, che fatica a penetrare nonostante i colpi inferti.
    Non si sentiva altro che un suono sordo, di carne e di ossa che cedono, in una poltiglia informe inzuppata di sangue.
    E quando l'ultima percossa si abbatté sul vicino, fino a farlo accasciare al suolo sul bel tappeto azzurro cobalto, fece capolino la sua compagna dalla camera da letto, tra l'intontito e l'infastidito, esclamando: «Chi è che rompe, caro?».
    Amilcare non proferì parola, e con il suo profilo imballò la poca luce che arrivava dall'ingresso, introducendosi in casa e scavalcando il corpo dell'uomo appena freddato.
    La donna, non si rese conto subito di cosa stava accadendo, ma appena riuscì ad intravedere lo sguardo furibondo macchiato del sangue del compagno, ormai era troppo tardi.
    I colpi del martello cominciarono a devastare prima il suo bel volto, poi il corpo, quando istintivamente tentò la fuga nel disperato tentativo di sfuggire al martello del suo assalitore.
    Amilcare non si fermò fino a che la sua vittima non ebbe finito di dimenarsi sul letto in cui aveva tentato invano di trovare riparo, per poi rialzarsi, madido di sudore, a rimirare inebetito quello spettacolo.
    Ma quella vista orripilante non gli faceva nessun effetto, anzi si sentiva come liberato da un peso, un fardello che lo aveva oppresso fino a quel momento.
    Ora, finalmente, avrebbe potuto dormire in santa pace.

     
  • 15 gennaio 2012 alle ore 11:43
    Il manipolo

    Come comincia: All'interno dell'angusta stiva di carico - avvolta nella fredda penombra, per evitare l'eccessiva l'emissione di calore e i rischi di un possibile avvistamento - sei uomini sedevano immobili mentre mormoravano un incomprensibile mantra meditativo.
    Intanto nella cabina di pilotaggio, i due piloti gurionesi tenevano sotto controllo la rotta per la loro destinazione  mentre davanti a loro le spesse nubi in quota e il buio della notte li avvolgeva, rendendo impenetrabile l'orizzonte.
    «Che avranno mai da cantilenare?» borborrò uno dei due ufficiali ebrei, mentre di sottecchi osservava i passeggeri.
    «Fregatene! Abbiamo l'ordine di scortarli sull'obiettivo e di recuperarli una volta terminato il lavoro... Cosa fanno e come lo fanno non è affar nostro!» replicò il collega, intento a fare il punto con gli strumenti di bordo.
    «Ma li hai visti come sono conciati? Vanno in giro con quel saio arancione, a piedi nudi e senza armi a energia e pensano di far saltare quell'installazione, tra le più impenetrabili della galassia, con cosa... Con le preghiere?» lo rintuzzò il copilota, senza nascondere lo sbeffeggio nella sua voce.
    Ma il pilota gurionese venne richiamato all'attenzione degli strumenti di bordo, che iniziavano a segnalare l'approssimarsi della meta, abbarbicata sul dirupo di una montagna isolata, dove la multinazionale Kama Industries aveva installato un laboratorio per la produzione di una nuova stirpe di uomini-bestia che avrebbe potuto segnare le sorti delle battaglie dell'intero settore.
    Là, gli uomini della Galaxiacorp avevano installato una moltitudine di sistemi difensivi automatizzati e centinaia di robot sentinella erano di guardia al laboratorio dove un piccolo gruppo di scienziati era segregato in quel luogo inaccessibile per portare a termine l'avvio in serie della produzione dei nuovi cloni da combattimento, nel disperato tentativo di porre fine all'avanzata delle religioni nel Braccio di Orione.
    Scopo della missione era quello di fermare l'immonda manipolazione genetica o, almeno recuperare il maggior numero di informazioni sull'installazione al fine di organizzare un massiccio attacco nella zona, prima di dover fronteggiare sul campo questa nuova minaccia infernale.
    Per questo motivo i capi religiosi si erano affidati alle riconosciute capacità dei monaci Shaolin che più e più volte si erano distinti in battaglia per le loro capacità individuali nel combattimento e nell'infliltrazione dietro le linee nemiche.
    «Tra dieci minuti siamo sull'obiettivo!» esclamò il comandante del vascello, rivolgendosi ai passeggeri.
    Immediatamente il mantra si interruppe e con breve inchino i monaci terminarono il loro rito di preghiera con assoluta calma e mestizia, sfilandosi all'unisono le cinture che li assicuravano allo strapuntino su cui erano a malapena appoggiati durante il viaggio, per iniziare la vestizione delle tute alari che avrebbero utilizzato per planare sull'obiettivo.
    Mentre i monaci si stavano apprestando a uscire dal mezzo, il loro comandante si avvicinò ai due piloti esordendo, con tono pacato: «Appena vedrete il fumo salire dall'installazione, dateci venti minuti per uscire dal complesso e atterrate nel luogo convenuto».
    «Ma siete sicuri di quello che state per fare? I nostri strateghi hanno previsto non meno di un paio di divisioni corazzate e il supporto di due navi da guerra per piegare le forze di difesa...» intervenne il copilota, tentando di far rinsavire i buddisti da quell'apparentemente insano piano d'attacco.
    Ma il monaco pacatamente lo interruppe, citando il Buddha: «Fra chi vince in battaglia mille volte mille nemici e chi soltanto vince sé stesso, costui è il migliore dei vincitori di ogni battaglia...».
    Poi sorrise e si diresse sicuro verso il portellone di lancio, lasciando ai due piloti sbigottiti di fronte a quella risposta criptica il compito di dargli il via libera per il lancio.
    Appena il portellone aveva terminato di aprirsi del tutto, uno ad uno i monaci si lanciarono nel buio, inghiottiti in in un istante dalle nuvole dense che avviluppavano ogni cosa.
    I due gurionesi restarono in attesa, sulla stessa rotta per diversi minuti, monitorando con gli strumenti di bordo l'installazione. Iniziarono poi a scorgere l'intensificarsi delle attività sulle mura di cinta della fortificazione.
    Come previsto dal monaco Shaolin, un'esplosione si sprigionò dall'interno dell'impianto e una coltre di fumo nerastra come un vessillo di vittoria iniziava a inerpicarsi verso la loro posizione.
    «Quei monaci ce l'hanno fatta...»  esclamò il copilota esterefatto.
    «Già! Ora andiamo a vedere se abbiamo ancora qualcuno da portare a casa...» commentò sarcastico il comandante, mentre impostava la rotta per il rendezvouz. 

     
  • 15 gennaio 2012 alle ore 11:41
    La stringa

    Come comincia: «Dai, dai, muoviti maledetta!» imprecava Chang, mentre tamburellava impaziente sul terminale.
    Il suo piccolo monitor mostrava lo scorrere dei caratteri da decifrare per superare l'ultimo sistema di sicurezza. Mancava poco, molto poco per violare l'immensa banca cibernetica in mano al Concilio delle Fedi.
    «Ancora qualche secondo...» mormorava il cinese, mordendosi nervosamente il labbro.
    La smania lo assaliva, le somme in gioco erano enormi, la posta alta, il rischio anche di più.
    Dei milleventiquattro caratteri ne mancavano ormai dieci, ma il tempo correva inesorabile. Presto, troppo presto la sua intrusione sarebbe stata scoperta e tutto sarebbe stato vano.
    «Muoviti, bastarda!» imprecava, come se l'ammasso di circuiti neurali si potesse offendere, dandogli maggiori performance.
    Mancavano sei codici. Quattro codici. Due codici.
    «Polizia Conciliare! Aprite!» si udì da dietro la porta del suo rifugio.
    Non ci fu risposta, non ce ne fu il tempo, la porta esplose cancellando ogni sogno di ricchezza.

     
elementi per pagina