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in archivio dal 02 ago 2007

Roberto Estavio

28 novembre 1963, Chieri (TO)
Mi descrivo così: Determinato, fedele, curioso e imprevedibile.

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  • 10 luglio 2008
    Calamaio

    Come comincia: In quarta elementare ci dissero di cambiare scuola perché la nostra era pericolante e rischiava di crollare.
    Mio padre era sceso in valle a lavorare in una fabbrica che imbottigliava acqua minerale.
    Mamma aveva preferito invece rimanere nella grande casa di famiglia, con i suoceri, e mantenersi aiutando un sarto a rifinire i vestiti e prestando servizio ad ore presso  alcune signore anziane e molto malate.
    Così cambiai scuola e mi ritrovai in una quarta elementare formata perlopiù da maschi.
    Venne da noi una maestrina di fresca nomina. Piccola di statura,  capelli lunghi e castani, occhi chiari.
    Lei arrivava molto presto a scuola sempre pronta ad accoglierci con un bellissimo sorriso.
    Indossava i pantaloni e diverse volte veniva pure in minigonna.
    Era una maestra di una volta e cioè ci insegnava tutte le materie,  non come adesso che l’insegnamento è frammentato in una miriade di aree disciplinari.
    Ci fece conoscere il mondo; assieme andavamo a visitare il paese e a conoscere il maniscalco accanto al pastore,  l’operaio e il garzone di bottega accanto al commerciante.
    Lei ci spiegava i mestieri e ne approfittava per tenerci delle mirabili lezioni di lingua,  dialetto, calcolo veloce e geometria applicata agli edifici.
    A scuola poi ci faceva anche disegnare e ballare, cosa che era pressoché sconosciuta e quasi vietata a scuola, pur vivendo in un Italia libera e repubblicana.
    Ricordo che una volta mi lasciai irretire da un mio compagno.
    Mia madre mi comprava le figurine di calcio solo una volta al mese.
    Consegnai a questo compagno molti soldi che avevo trafugato dal nascondiglio segreto  e glieli consegnai.
    Mi comprarono delle figure per pochi spiccioli,  fregandomi gli altri soldi ma io non mi accorsi di nulla.
    Un’ altra volta entrai a scuola con lui e rubai un pacco di figurine che erano nascoste nel fondo del cassetto.
    La maestra se ne accorse il  giorno dopo.
    Avrebbe potuto rimproverarmi per il furto e cogliere l’occasione per espormi alla berlina e al postumo sberleffo dei miei compagni.
    Preferì sorvolare non facendo cenno a nessuno di questo fatto e lasciandomi trovare anche una banconota.
    Aveva infatti saputo da mia nonna cosa avevo combinato a casa.
    E’ stata una maestra speciale,  si presentò pure la settimana in cui morì mio padre.
    Lei insegnava già in un altro posto ma lesse il necrologio e si precipitò a casa mia.
    Lo ricordo ancora.
    Era un sabato, la giornata volgeva al termine ed un pallido sole stava scomparendo all’orizzonte.
    Sentii un secco battito alla porta  ero solo in casa e timoroso ma mi feci forza e aprii la porta.
    Lei dopo avermi abbracciato, con un sorriso mi strinse forte a sé.
    Fu un momento delicato che mi riconciliò alla vita dandomi la forza di continuare.
    Grazie Teresa ti ricordo ancora con grande amore.

     
  • 27 maggio 2008
    La strada dei sogni

    Come comincia: Ho pensato di scriverti ascoltando alla radio  una canzone di Orietta Berti che ti piaceva: “Fin che la barca va.”
    Sono seduto sulla sedia, è  pomeriggio inoltrato e posso scegliere se lavorare o stare qui, con le mani in mano.
    Ho faticato troppo quest’anno ed è per questo che decido di non  far niente.
    Mi affaccio alla finestra e una leggera brezza, senza che me ne accorga mi conduce lontano nel tempo.
    Ritorno.
    Ritorno indietro.
    Ritorno nella  strada dove noi  abbiamo vissuto e che ora è popolata  di immobilità; resta un vento caldo a sollevare  i manifesti che annunciano l’arrivo di un complesso musicale.
    Tu che rientravi trafelato quasi mai prestavi attenzione a quelle lucide e incomprensibili pubblicità.
    Un colpo pesante urtava contro la porta di legno.  Dall’interno mia madre si affrettava ad aprirti muovendo in modo nervoso il chiavistello.  Prima c’erano le avvisaglie, come non percepire il portone di ferro che si apriva sul cortile e poi la porta di legno che conduceva sul minuscolo pianerottolo. Due leggeri cigolii venivano quasi sempre da me percepiti come un gatto che  attende il padrone per il cibo. Le suole delle tue rattoppate scarpe stridevano leggermente sul  marciapiede.
    Prima di entrare però appoggiavi la tua borsa (con i chiodi, le pinze, il martello) nella boschiera, un cunicolo colmo di legna.
    Talvolta aggiungevi anche la bicicletta, gialla con delle strisce nere e pizzichi di ruggine che la abbellivano.
    La chiave esagonale chiudeva rumorosamente il tutto.
    Venivi da una giornata di duro lavoro dove tanti  rumori avevano accompagnato il tuo faticare.
    Il battito dei chiodi si inframmezzava con le prime macchine che andavano occupando le strade.
    Le voci del capomastro si affiancavano all’armatura delle case.
    Andavi orgoglioso del tuo ultimo  lavoro. Infatti il sabato  premevi nell’accompagnarmi fuori.
    Insieme attraversavamo le strade del centro: tra un andirivieni di cunette e dossi, ci dirigevamo nelle vie principali per poi imboccare una viuzza che si affacciava su una  grande piazza.
    Io mi preoccupavo di  un gelato, sbirciavo con la coda dell’occhio il giornalaio  aperto per poi comprare una bustina di figurine  di calcio.
    Tu cercavi di farmi vedere  il campanile del Duomo che si ergeva possente e maestoso. Scuri mattoni erano stati pazientemente levigati mentre la cima si mostrava nel suo splendore.
    Tu, semplice carpentiere, andavi fiero di questo lavoro, di questo tuo piccolo contributo al restauro e alla conservazione di un monumento così importante.
    A volte ti toglievi il basco e rimanevi lì a rimirarlo in religioso silenzio, tu così restio alla consuetudini di chiesa.
    La domenica pomeriggio si andava a giocare in uno strano prato poco distante.
    Era un minuscolo campetto in parte spelacchiato in parte ricolmo di erbetta mischiata alla gramigna e alle ortiche.
    All’inizio mi osservavi calciare.
    Poi partecipavi improvvisandoti portiere. Alla fine mi provocavi. Dovevamo lanciare la palla in alto.
    Eri bravo.
    Ero bravo.
    Ero diventato bravo.
    Ti voglio ricordare così.
    Nell’accarezzare il cielo quando non si era fatto ancora scuro lanciando una palla sempre più in alto.

     
  • 11 dicembre 2007
    Nina

    Come comincia: Mi sembra ieri quando ci siamo incontrati in Prato della Valle. Eravamo in bicicletta in una domenica qualunque di una giornata qualunque di fine agosto.
    Io me ne venivo a far un giro e tu invece godevi di una breve pausa di lavoro.
    Avevo accostato il velocipede vicino ad una colonna per mangiarmi un gelato e in quel mentre ci incontrammo.
    Mi trovavo davanti a te. La coda era esigua ma davanti a noi c’era un bambino che faceva i capricci e non si decideva a scegliere i gusti per il gelato.
    Sbuffavo.
    Fu in quel momento che sentii una voce femminile forte sorridere.
    «C’è chi di tempo ne ha troppo e chi come noi se lo ritaglia con il contagocce».
    Mi voltai e sorrise compiacente.
    Avevi colto nel segno ed eri riuscita a stabilire un legame da subito.
    «Dai, fatti avanti che adesso ti puoi prendere il gelato».
    E così ci mangiammo il gelato. Una pallina, pochi centesimi, ma tanta soddisfazione. A casa mia circolavano pochi soldi ma le regalai il gelato. Il sole ci accompagnava in un piacevole pomeriggio; ci spostammo in centro e dopo aver attraversato il ponticello e sfiorato una statua in marmo che sembrava scrutarci benevola, allungammo il passo per giungere infine in una panchina di gelido marmo.
    Il dialogo prese il sopravvento. Mi raccontasti che lavoravi come donna di servizio presso una famiglia altolocata che viveva vicino alla chiesa dei cappuccini, dove c’era quel frate piccolo e umile che confessava molto bene.
    I genitori ti erano venuti a mancare in un’età molto precoce e tuo fratello ti aveva allevato e mantenuto sino all’età di sedici anni. Tu già scalpitavi e avevi cominciato a lavorare in un bar e poi presso dei siori.
    Familiarizzammo anche perché io ero appena tornata dalla Puglia dove mi ero recata in villeggiatura con una contessa.
    La signora viveva a Camposampiero, io stiravo a casa sua e sovente d’estate l’accompagnavo in villeggiatura. L’aiutavo anche, in compenso godevo di qualche giorno libero e mi rilassavo.
    Il mare era la sua meta preferita e al mare andavo per prendere il sole e godere dell’aria salubre.
    Già allora soffrivo di cervicale ed il medico condotto mi aveva consigliato di recarmi al mare e fare le sabbiature. Purtroppo non potevo e allora ne approfittavo quando lavoravo dalla contessa.
    Univo l’utile al dilettevole.
    Ci salutammo e la invitai a casa mia a bere del clinton e mangiare qualche fetta di soppressa. I miei lavoravano i campi, avevano diverse vigne e allevavano almeno un paio di maiali per mangiarseli.
    La invitai nella cascina dei miei, una casa dalla struttura colonica, immersa nel verde e in una zona della provincia molto umida.
    Mi raggiunse una domenica di primo pomeriggio con una bici molto bella che era di suo fratello.
    Eri estroversa, esuberante.
    Mangiò molto e avidamente. Le presentai mio padre, allora era un cinquantenne determinato che aveva appena comprato altri due campi.
    Infine prima di congedarci la invitai al mare per la domenica successiva.
    Un sole settembrino energico e malizioso ci lasciava sognare.
    Partimmo con una corriera sgangherata, fu un’autentica fuga poiché la vendemmia non era ancora terminata. La corriera soffriva pure lei l’ultimo caldo. Ci sedemmo in fondo per poter chiacchierare liberamente e così arrivammo al mare.
    Era una splendida giornata, ci spingemmo sino al bagnasciuga lasciandoci accarezzare dal vento soffice e leggero della mattina.
    Mentre i nostri piedi si bagnavano mi raccontavi i tuoi sogni.
    Pensavi di sposarti con un artigiano del legno che fabbricava dei bellissimi mobili e invece ti capitò un vedovo cinquantenne che morì dopo cinque anni; dicevi che la fortuna ti avrebbe baciato con almeno un paio di figli e invece eri sterile, pensavi di girare il mondo una volta
    ricca e invece vivesti confinata sino a ottantasei anni nella piccola casetta che ti aveva lasciato in usufrutto il vedovo.
    Ti hanno dato l’estremo saluto in un pomeriggio caldo e afoso. Mi dicevano che il prete ti ha rivolto l’arrivederci.
    Io non me la sono sentita di venire, solo ieri ho raggiunto il cimitero e ti ho salutata con un’accorata preghiera.
    Il tempo corre anche per me, a presto, arrivederci Nina, figlia di questo nostro mondo che come dice De André in una sua canzone, vivesti in direzione ostinata e contraria.

     
  • 20 settembre 2007
    La casa degli zii

    Come comincia: Era il millenovecentottantacinque quando me ne andai dal mio paese natale.
    Avevo trovato un buon posto come stalliere nella provincia di Treviso. I miei genitori decisero di rimanere ancora un po’ in Liguria. A mio padre sarebbero bastati ancora due anni per andare in pensione e guadagnarsi una sostanziosa buonuscita. Mia madre tergiversava. Avrebbe voluto abbandonare la riviera anche subito ma non sapeva, però, a cosa sarebbe andata incontro. Dove viveva si trovava bene. Il gioco del bridge, la conversazione con un paio di signore della sua età e i consigli quasi quotidiani del vicario
    Pensai di trasferirmi definitivamente durante l’estate. Al mio arrivo venni accolto nella casa di mio zio Franco che viveva nella marca trevisana. Egli arrivò tardi alla stazione ma fu molto sollecito nel prendermi i bagagli. Mi chiese coma andavano le cose in riviera e accennò all’eventualità che i miei genitori mi raggiungessero durante l’inverno. Tergiversai, non sapevo, ma pensavo che un lavoro io ce l’avevo.
    Adesso volevo divertirmi ed un laccio familiare mi sarebbe stato sgradito. Giunto nella fattoria salutai gli altri zii: Teo e Giorgio. Con mio zio infatti vivevano altri due fratelli. La guerra li aveva allontanati dalla patria. Rientrati dopo molti anni non si erano sposati e alla morte dei genitori avevano deciso di convivere con i fratello più giovane.
    Prima si erano divisi equamente i terreni affidando la coltivazione della terra a terzi, partecipavano alle spese familiari.
    Presi le valigie e seguii lo zio. Fui fatto accomodare al piano superiore vicino alla scala: una modesta stanza orientata a nord, con i pavimenti in legno e sul davanzale tre vasi di gerani.
    Guardai sotto il letto: per fortuna c’era una robusta asse di legno che mi avrebbe fatto ben dormire.

     

    - “Scendi che ti mostro i salotto” - gridò mio zio.
    - “Sì”
    - “Le scale.. il corrimano…”

    Alzai lo sguardo. Sulla parete, a mano a mano che scendevo incrociavo piccole xilografie in bianco e nero. Mi sembravano pregiate.

    - “Vedi” - disse - notai che la parete che separava il corridoio della camera era stata abbattuta e che ai lati si ergevano due pilastri di marmo. Era sopravvissuta una piccola parete sul lato sinistro usata a mo’ di separé.
    Lo spazio era occupato da un tavolino con sopra sistemato un vecchi telefono. Franco appoggiò le chiavi dell’Alfa Romeo. Lo spazio era angusto, infatti cadde il mazzo delle dieci chiavi.

    - “Strano” - disse.
    - “Cosa?” - replicai.
    - “Di solito non lascia le chiavi vicino all’agenda ma le mette dentro la tasca del grembiule”.

    Sarò strano…mah. Mi distesi sul divano a forma di L che occupava tutto il salotto

    - “Vedi?”
    - “Cosa?”

    “Dicevo... il divano... l’abbiamo fatto fare su misura da Paolo l’artigiano. Lui lo chiamava l’artigiano, era suo cognato.
    Ero stanco, alzai le braccia. Inavvertitamente scostai una tenda.
    - Rossa?
    - Sì, sei sorpreso
    - Direi che c’ è molta luce in questa stanza e allora..
    - Il rosso nasconde.
    - Scalda.
    - Filtra.

    Franco offrì un Campari e soda su un vassoio d’argento. I bordi del bicchiere erano intaccati da un leggero principio di muffa.

    - E così hai deciso di trasferirti.
    - Sì zio.
    - Lavorando come stalliere.
    - Penso che sia una buona opportunità, non capita tutti i giorni.
    - Già, bofonchiò
    - D’altronde è solo un lavoro ben remunerato
    - Poco già, ripeté
    - Mi ospitano tutto il giorno offrendomi anche 200 euro a fine mese sempre che tutto fili per il verso giusto.

    Sentivo il bisogno di alzarmi.

    -Vieni ti offro qualcosa da mangiare.
    - Non si sa mai..
    - Certo, fai bene a rivangare.

    Aveva ragione ma non riuscivo a dimenticare quella volta che assieme ai miei cugini mi defilai per andare a vedere la laguna, di soppiatto e d’accordo con la zia.
    Solo che lei si dimenticò (deliberatamente) di infilare il pranzo al sacco nello zainetto.
    Dopo una estenuante giornata al cospetto di un sole torrido fummo costretti a farci prestare i soldi da un indolente vivandiere.

    - Bene - dissi. Accetto e ne approfitto.
    - Mi offrì un piatto di succulenta minestra di fagioli.
    - Le cotiche non ci sono.
    - Direi.
    - Se le sono mangiate i con-fratelli!

    Il tono era ironico, l’intercalare sillabico ma netto.
    Mentre parlavamo si affacciò Giorgio.

    - Sei ancora tifoso del Treviso - gli chiesi.
    - Puoi ben dirlo- replicò. Sai stupirmi.
    - Il calcio è una droga.

    Trasalii
    Droga.
    Proprio così
    Giorgio era il più giovane della famiglia.
    Da piccolo soffriva di una strana forma di depressione: talvolta quando sua madre si avvicinava lui si accucciava, piegandosi in avanti come un muezzin durante la preghiera.
    La madre cercava di distoglierlo da questa coazione ma spesso ne otteneva l’effetto contrario.
    Giorgio aumentava il suo dondolio e inframmezzava questo movimento con dei singulti dapprima impercettibili e poi sempre più eclatanti come le cascate di Recoaro dove si recava quasi ogni estate a bere l’acqua salutare.

    - gli passerà- disse il medico.
    - Ed effettivamente. Solo che prese l’abitudine ad avvicinarsi, durante le pause lavorative e al limitare della sera, alle cascine.
    - Quelle un po’ vecchie, quelle un po’ diroccate. Durante una perquisizione dei carabinieri fu sorpreso mentre si masturbava dietro a una casa dove un’anziana signora si cambiava prima di coricarsi per la siesta pomeridiana.
    I genitori decisero di mandarlo a lavorare come garzone in una officina per bici. Ma anche lì “fece danni”. Si accompagnò a due ragazzi che lo avviarono ai piaceri del bar e a quelli propriamente detti della carne.
    Franco mangiava e meditava, poi mi disse:
    - Francamente non so se resisterai in quel posto.
    - Cosa te lo lascia pensare?
    - Il padrone è una mia vecchia conoscenza e…
    In quel momento si affacciò alla cucina di Teo. Giacca di fustagno, pantaloni da operaio un po’ troppo larghi, sostenuti da un paio di bretelle rosso granata.

    - Chi si rivede!
    - Ciao zio, non sapevo, pensavo che tu fossi in montagna!
    - La sua voce offuscata dal fumo si accompagnava ad una persistente raucedine.

    Lui era lo zio stravagante che si divertiva a infierire senza soluzione di continuità sugli altri. Caustico e fedele.
    Geniale nelle riparazioni meccaniche e imprevedibile nelle risposte verbali. Ossessionava Franco e la moglie con una sequela inaudita di epiteti e se qualcuno si alzava si rifugiava in letto.
    Solo così si calmava.
    Dopo che i miei zii furono andati nella camera da letto mi sedetti in salotto a leggere il giornale.
    Poi salii in stanza.
    Dalla finestra con lo sguardo potevo risalire dalla pianura sino a tutta una serie di ripide vette delle Dolomiti.
    Pensai che forse sarei rimasto e mi sarei spinto più in là attraversando i fianchi della valle e i fiumi, magari a cavallo.

     
  • 22 agosto 2007
    Archi di bosso

    Come comincia: Giunse nella piccola frazione alla quale era stato assegnato probabilmente a fine primavera.
    Le piante erano rigogliose, crescevano fitte, cariche di spighe.
    Il grano era pronto per essere raccolto e lui era pronto per diventare parroco.
    Il vescovo gli aveva affidato una parrocchia di campagna, che per 25 anni aveva aiutato come viceparroco il prete di un altro posto.
    Era alto, allampanato, indossava una lunga veste nera, che denotava, un uso prolungato.
    Si accorse che la parrocchia era delimitata  da un piccolo affluente di un fiume un po’ più grande.
    L’altro limite della medesima era costituito da una via, lunga e tortuosa, Via Conchele Sera, che però dalla gente del luogo veniva chiamata  la via dei morti.
    La strada portava infatti al cimitero.  Secondo le ricerche di alcuni storici quel posto era stato un lebbrosario.
    S’insediò nella nostra parrocchia portandosi appresso due sorelle e due nipoti.
    Quando fece il suo ingresso solenne, trovò il paese addobbato a festa, con glia archi di “bosso” che partendo dall’inizio della provinciale giungevano sino alle porte della chiesa, con le bandiere multicolori  agitate dai bambini e le scritte multicolori tenute in mano dalle donne.
    Ogni famiglia aveva un tratto di percorso da fare.
    I capifamiglia si riunirono e poiché erano in procinto di mietere il frumento decisero una prima offerta del raccolto non appena trebbiato.
    Decisero pure che, per ogni filare di viti, un cesto  doveva essere messo a parte per la chiesa e anche che ogni campo di granoturco doveva dare un certo numero di pannocchie per la medesima.
    A Pasqua uno dei polli doveva essere destinato per la chiesa e tutte le uova che fossero nate il venerdì dovevano essere consegnate alle ragazze il giorno dopo che provvedere a consegnarle al prete.
    Quando si faceva la dottrina, si consegnava un sacchettino di tela bianca che si  riempiva di frumento: circa un chilo.
    Un’aggiunta a quello che avevano già dato i nostri padri.
    Era sempre infreddolito con uno scaldino di terracotta in mano pieno di braci che ogni tanto andava a rinnovare.
    Conosceva a malapena il latino e anche l’italiano, quanto bastava per recitare la messa e scandire la corona del rosario.
    La prima domenica che Don Giuseppe disse messa nella nostra chiesa, ogni famiglia vi si recò portando una sedia, che poi lasciò in chiesa ad uso e consumo di tutti quanti, in seguito l’avrebbe adoperata.
    La chiesa era infatti, ancora vuota.
    Vi erano alcuni banchi delle altre chiese che loro non adoperavano ma che potevano ancora andare bene per noi.
    Sulle sedie, che famiglie avevano lasciato in chiesa, fu applicata un specie di tassa: chi la adoperava versava una specie di noleggio: prima di 10 centesimi e poi di venti che il campanaro raccoglieva durante le celebrazioni.
    Le offerte per gli altari e le anime venivano raccolte da una borsa appesa ad una lunga pertica, i modo che i “ massari”, addetti alla raccolta, non dovessero entrare tra la gente, mentre la raccolta per la chiesa si faceva con la borsa portata a mano, passando davanti ad ogni persona.
    In chiesa, sia per le messe che per le funzioni, si osservava una rigida divisione tra uomini e donne e i bambini stavano sui banchi davanti.
    Lo aiutammo anche per la costruzione della canonica e per dare un aspetto dignitoso al terreno circostante; poiché esso era molto al di sotto della strada sull’argine ogni famiglia portò più barelle di terra che poté e tutti insieme centinaia di barelle di terra prelevate dai campi di casa, che rialzarono notevolmente il livello del terreno.
    Passava lunghe ore in confessionale.
    Don Giuseppe era molto vicino alla gente e loro lo ricambiavano.
    Quando doveva portare l’estrema unzione partiva in processione con un gruppetto di chierichetti e  suonando il campanello.
    Tutte le case chiudevano i balconi in segno di tristezza e posavano gli attrezzi da lavoro.
    Sovente si univano alla processione per accompagnarlo al capezzale del malato e mentre lui impartiva il viatico si raccoglievano in preghiera per il moribondo.
    Si era negli anni trenta e la gente soffriva la fame. Lui visitava regolarmente  le case dei contadini per raccogliere le loro confidenze e quando qualcuno gli regalava dei salami, non se li portava in canonica, ma spesso li offriva alle famiglie che visitava.
    Se qualcuno era in difficoltà andava a trovarlo e otteneva sempre qualche piccolo prestito.
    Durante il suo apostolato si narrano episodi incredibili.
    Un volta un gruppo di ragazzi che erano venuti a trovarlo, al momento della partenza si
    ritrovò con i fanali della macchina bruciati.
    “Andate pure, non succederà niente”, disse, e infatti tornarono a casa a fanali spenti, passando anche davanti ad una pattuglia della Polizia.
    Un’altra volta invece doveva recarsi in curia, ma si avvicinò alla casa di un suo fedele, martellato da una voce interiore che lo esortava a far loro visita.
    Trovò i familiari che temevano per la vita della loro piccola figlia che era svenuta, dopo esser tratta fuori da un mastello dove stava annegando.
    Prima ancora di intervenire si raccolse brevemente in preghiera pronunciando la fatidica frase: “E’ salva, è salva” e difatti la bimba si svegliò all’istante.
    Si dice anche che sia andato a far visita ad un ex seminarista che pareva posseduto dal demonio.
    Si ritirò con lui in cucina; né uscì malconcio, con il volto gonfio e rigato di sangue.
    Lui non disse niente ma il ragazzo ritorno in sé.
    Una volta, avanti negli anni, prestò ad uno sconosciuto un’ingente somma di denaro che questi dimenticò di restituire.  Fu allora che chiese al suo vescovo di essere collocato a riposo e si ritirò con le sue sorelle in un alloggio per preti anziani.
    Nonostante la lontananza dalla sua parrocchia riceveva molte visite.
    Un giorno doveva giungere una comitiva di parrocchiani.
    Fu quella l’unica volta che aveva deciso di accoglierli ben sbarbato.
    Purtroppo morì nella notte.
    Fu riportato a furor di popolo nella parrocchia di campagna, con la cassa aperta.
    Alcuni uomini riuscirono con un pretesto a far allontanare l’impiegato del comune che assisteva alle operazioni e fecero posare il coperchio di zinco senza farlo saldare come si doveva.
    Fu sepolto in una sera nel piccolo cimitero di questa  parrocchia di un numero modestissimo di anime.
    Amo pensare che quella sera ci fosse una luce rossastra; quella che s’accende quando il sole si confonde e sparisce tra nubi scure e piene di squarci, adagiate sull’orizzonte come se fossero troppo vecchie e troppo pesanti per poter ancora sollevarsi in cielo.
    Ma per lui avrebbero fatto un’eccezione.

     
  • 16 agosto 2007
    La soglia

    Come comincia: Nella stanza abbastanza capiente, costeggiata da corridoi informi, ripieni di dolore per il troppo.
    Sopra la caldaia, che un po’ riscalda vicino la macchinetta del caffé, non lontano dallo stanzone dei ticket.
    La stanza è costruita in prefabbricato. I tavolini sono originali. Un designer pagato da una banca li ha progettati e colorati sinuosi.
    Il sole fa capolino dall’unica finestra. Gli infissi sono vecchi. Il legno si scrosta (forse è come una lucertola).
    In questa primavera non c’è niente da pensare. Proprio nulla.
    Gaetano è seduto ma la sua testa gira vorticosamente, capita che sia la stanza a girare, le sue orecchie percepiscono qualcuno che voglia fare il furbo: è un sussurrare.
    Nel pomeriggio a casa ci sono tutti. È un ambiente familiare. Padre, madre, sorella, sorellina, morosa, un amico.
    Dentro c’è un insopportabile  caldo. I familiari non fiatano. Non c’è odore di chiuso, solo musica classica. Tutti resistono, tutti vanno oltre.
    Ogni mattina Gaetano si alza presto, si cambia. Non sopporta la puzza che in una sola notte si accumula nella biancheria intima. Deve essere pulito. Poi torna.
    Ogni volta si guarda attorno: solo camici bianchi, solo minuscole fotografie e nomi e cognomi. I corridoi sono sempre popolati. Le stanze si popolano. Parlano la sua lingua, il corpo trasmette gli stessi messaggi.
    Lui si incanta a guardare lungo le pareti: sfoghi, divieti, annunci.
    È come in gruppo, è come con gli amici: se trovi… se hai perso... perché loro sanno come vestirti.
    Poi arriva il dottore. Sua sorella corrompe i vicini per tenerlo fermo.
    Tutti ci parlano, tutti lo toccano. Lei chiude la porta dello studio.
    Il medico la vede. Lavora in mezzo ad un ammasso di carte. E’ l’unico dottore senza camice, senza cartellino, che non si cura la barba.
    Stiamo lavorando, cara ragazza, la massa tumorale di tuo fratello è diminuita, adesso dobbiamo fermarci per un po’ perché rischiamo di compromettere il suo fisico.
    Potrebbe non rispondere, potrebbe non farcela.
    La mente della sorella si riempie di odori e di oggetti.
    La sua mente è un grumo disordinato che appare in maniera intermittente.
    Di notte, di giorno, lungo la strada.
    A lei sembra che anche i cubetti di porfido le dicano qualcosa.
    Che gli animali domestici, trincerati dietro solide staccionate, ballino e danzino al suo fianco.
    Passano cinque minuti. Lei e il fratello escono fuori.
    L’asfalto ha un’anima. Una volta si camminava e basta, ora è tutta una sinfonia.
    Ritornano a casa.
    Lasciano la macchina vicino ad un cassonetto, dove dentro ci sono oscuri rifiuti organici.
    Salgono le scale. Gaetano ansima ma è arguto e veloce.
    Non si fa aiutare.
    Fuori dalle finestre, i panni si librano, si rimpiccioliscono. Prendono una loro forma: sono tondi, sono cerchi colorati.
    Entrano in casa.
    Lui inserisce una cassetta nel mangianastri: la sua prova.
    Nella prima periferia, lui da solo, un assolo con la chitarra. 
    Immagina che poi anche gli altri ascoltino la sua musica come un rito, a turno. Ascoltino, ascoltino e poi la pensino. Nudi nella loro mente.
    In quel banchetto di uomini appaiono sagome in bianco e nero: buffi manichini inautentici ogni settimana si alternano davanti al suo relitto.
    Mentre l’amico prepara il tè, tutti si guardano resi più potenti dalle maschere. Qualcuno segue una voce, un altro ordina da bere, altri eseguono strani volteggi.
    Intanto intonano una canzone ma nessuno sa che cosa sia. Non è una melodia. Fa paura.
    Gaetano ha paura.
    Il gatto si avvicina, lo annusa, si strofina. Lui dice pensa a quanti fiori vedrai luccicare dalla  finestra, a quanti brusii ti costringeranno ad ascoltare, pensa a quanti dormiranno senza il fastidio di una zanzara.
    E’ sera.
    Tutti sono seduti attorno ad un tavolo. Nessuno si azzarderà ad aprir bocca. La madre ripara un oggetto. Il padre pensa all’andamento della bottega. La sorella studia su quel manuale che tanto le ha insegnato. La morosa pensa al bonsai abbandonato a casa.
    Poi  ricominciano a parlare ma non si guardano, non muovono le mani, non camminano, desistono dal leggere, non imparano.
    Un silenzio sporco inonda la casa.
    Nella stanza tre luci si illuminano: il giallo, il rosso, l’arancione.
    Gaetano vorrebbe aprir bocca, dire qualcosa, continuare un discorso che gli altri appena accennano di là. Come nelle storie, quando succede qualcosa.
    Ma è impedito, non partecipa.
    In una stanza colma di scatole, in una smisurata notte, tutte le residue maschere finiscono nella spazzatura.
    Un nero rumoroso fagocita tutto.

     
  • 09 agosto 2007
    Policarpo

    Come comincia: Sono venuto a trovarti in una giornata d’autunno. Prima che il sole cuocesse la mia testa e scaldasse la macchina.
    Ti avevo avvisato la sera precedente, per fortuna che ti ho trovato.
    In tre ore ero già arrivato correndo ad una modesta velocità.
    Mi hai accolto nella tua casa. Le sere successive siamo usciti fuori a mangiare qualche gustoso piatto locale.
    Poi ci siamo messi a parlare e ti ho raccontato dei nostri nonni.
    Paterni per te.
    Materni per me.
    Erano nati nella provincia di Padova dove vivi e precisamente a Loreggia.
    Hanno finito per vivere in provincia di Torino.
    Le tue domande erano rivolte verso il nonno, Policarpo.
    Tu pensavi che fosse originario del Portogallo, invece  ti ho spiegato che era figlio di n.n.
    Sembravi deluso ma poi ho aggiunto che lui fu adottato da una ricca famiglia di possidenti terrieri. Rimanesti sorpreso, immaginavi i tuoi trisavoli come abili mercanti o scaltri e cinici avventurieri che salpavano da un continente all’altro per dominarlo e saccheggiarlo... eh... i portoghesi... sospiravi.
    Quello che ti avevo detto lo potevi accettare ma quando aggiunsi che era un gran bevitore, gli piacevano le donne e spendeva una fortuna scommettendo alle corse dei cavalli rimanesti alquanto perplesso.
    Osai anche dirti che aveva dilapidato il patrimonio della famiglia adottiva, riducendosi  in miseria.
    Le tue perplessità aumentarono.
    Ti vidi contento quando ti dissi che tua nonna Amalia si era innamorata di lui, nonostante la sua povertà e lo volle sposare venendo diseredata dalla sua famiglia che era nobile.
    Insomma due abbienti decaduti.
    In Veneto misero al mondo 10 figli: 7 maschi e 3 femmine, gli Estavio che si diffusero poi anche all’estero.
    Negli anni venti si trasferirono in Piemonte lavorando come braccianti, nei campi delle colline torinesi, spesso pativano la fame. Trovavano un po’ di sollievo nelle famiglie dei vicini e nelle razioni che il governo a loro elargiva in quanto famiglia numerosa. Nel dopoguerra mio nonno si trasferì con suoi tre figli, per un breve periodo, in Francia a lavorare nelle miniere.
    Tornò ben presto nei campi a coltivare frumento e mais e curare le vigne che erano molto belle e davano un buon vino.
    In quelle terre tuo nonno affittò una cascina da mio nonno.
    Mio padre si innamorò di tua zia Maria, che è mia madre, e che sarebbe la sorella di tuo padre, Italo. Come vedi il cerchio si è chiuso.
    Ieri sera ci siamo congedati.
    Ti ho confidato di vederti simile a lui, Policarpo.
    Lo stesso sguardo indolente, la simmetria perfetta del viso, gli occhi chiari e un po’ languidi, una precoce calvizie che mette in risalto la rotondità del tuo profilo, un eloquio parco e un atteggiamento di ascolto verso le storie che gli altri raccontano.
    Sono partito all’alba, ho preferito non svegliarti perché era molto presto.
    Quando ti alzerai, troverai questo foglio vergato di inchiostro e io sarò già arrivato a casa.
    Grazie e alla prossima.

     
  • 02 agosto 2007
    La gattara

    Come comincia: Verso la fine degli anni novanta mia nonna viveva in un monolocale di trenta metri quadrati.
    La cucina era illuminata da un'ampia finestra che si affacciava su uno spazioso giardino.
    Quando mia nonna era ancora viva il posto era curato.
    Lei chiamava un contadino che, gratuitamente, si prestava a falciare l'erba, curare i fiori e sfrondare gli alberi dai rami troppo lunghi.
    Alla sua morte mio padre mi chiese se fossi interessato al posto.
    Lo occupai in un battibaleno portandomi appresso un borsone di libri e due grucce con dei pantaloni e delle camicie appese.
    Finalmente un posticino solo per me. Passavo soprattutto le giornate studiando.
    Di tanto in tanto sollevavo lo sguardo e mi rammaricavo del giardino che avevo di fronte.
    L'incuria allignava sovrana, l'erbaccia era cresciuta di quasi un metro, un camioncino di operai aveva scaricato alcune traversine, un fabbro usava un angolo come deposito e un falegname si faceva portare il legno ancora grezzo e lo depositava  vicino al portone.
    Portone si fa per dire, in realtà si trattava di un mezzo portone perchè l'incuria e l'abbandono lo avevano liquefatto.
    Dopo un po’ di giorni mi accorsi che stazionava un bel gruppo di sette gatti.
    Poi notai che ad orari rigorosamente prestabiliti (le 12 e le 18) i gatti si radunavano verso il centro dello spiazzo.
    Di lì a poco appariva una signora avanti negli anni che portava loro da mangiare.
    Strinsi amicizia e mi divertii ad accompagnarla alla mattina a far la spesa.
    Si chiamava Aurora e come il suo nome era solare, vitale, sempre pronta a sorridere e a scherzare.
    Ci spostavamo con il suo carrello in alluminio, laccato oro, e andavamo a comprare del pesce, della frutta e della verdura.
    Verso le undici poi si passava da Bepi, un vecchio compagno delle scuole elementari che gestiva una tavernetta con del buon vino rosso.
    Si rimaneva quaranta minuti a bere un goto di vino e ad ascoltare i clienti occasionali e quelli abitudinari che confidavano al cameriere le loro avventure amorose o i loro viaggi.
    Lei aveva avuto un marito ammiraglio a Venezia e nei primi anni di matrimonio lo aveva raggiunto in India e poi in Africa del Sud e poi in Giappone.
    Quando tendeva l'orecchio ad ascoltare alcune di queste storie ammiccava.
    Lei che il mondo lo aveva davvero conosciuto sorrideva. Alle dodici meno cinque si alzava e mi accompagnava a casa.
    Ma era in questo momento che cominciava il suo show.
    Entrava nel giardino e improvvisamente uscivano sette buffi musetti oltrepassando travi in legno o sbucando fuori da case abbandonate.
    Lei li chiamava con voce imperiosa alle dodici in punto.
    Marina era la prima ad affacciarsi, la matrigna felina, poi c'erano Poldo sveglio ed abile a percorrere le traversine in ferro.
    In coppia arrivavano Melissa e Gigi, due mici piccoli molto vivaci e giocherelloni.
    Zippa si avvicinava e mangiava solo se lei rimaneva lì vicino mentre Trilli era il più piccolo che spesso bisognava prendere in braccio e accarezzarlo.
    Aurora poi si avventurava dentro una casetta abbandonata e andava a confortare Coeta, una gatta che zoppicava e si trascinava la coda perché paralizzata.
    Se n'è andata un paio di mesi fa.
    I suoi mici all'inizio non volevano mangiare ma quando mi sono avvicinato con il suo carrello della spesa hanno cominciato a seguirmi.
    Certo lo sanno, io mi comporto in maniera diversa...
    Se n'è andata ma non è sparita, ogni mezzogiorno quando raduno i sette gatti la sua aria eloquente ed imperiosa aleggia ancora nel mio piccolo trascurato giardino e mi aiuta ad entrare in contatto con loro.

     
  • 02 agosto 2007
    Reporter

    Come comincia:

    Alla memoria di Diallo Telli
    primo segretario dell’Organizzazione
    per l’Unità Africana.

    Sono tornato nella mia terra. Ho approfittato di un viaggio di lavoro di un mio amico. Mentre l’aereo scendeva riecheggiavano nella mia mente i tempi in cui studente ritornavo ogni fine settimana dai miei vecchi: allora mentre percorrevo la strada, sfioravo con lo sguardo immense terre smaltate da campi ordinati, coperti di messi sontuose.
    Erano le fattorie dei ricchi, ben organizzate e operose.
    Ora, in taxi, ho pregato Alain di riaccompagnarmi in quei posti. Un tempo i miei genitori  erano a servizio di un farmer, ora hanno abbandonato il villaggio e si sono rifugiati da parenti, in città.
    Pensavo di ritrovare qualcosa di quel vecchio ordine.  Cercavo campi ubertosi di mais, ho trovato solo terra rossiccia, polverosa, crepata dalla siccità, che custodisce pianticelle intisichite.
    Dopo un viaggio in taxi alquanto sgangherato ho rivisto la mia vecchia fattoria.
    Davanti, nuove macchine agricole, di già abbandonate e arrugginite.
    Alain mi faceva notare che i granai erano (irrimediabilmente) vuoti.
    Non sono stato capace di entrare, mi sono accostato all’uscio.
    Lungo la stradina ho incontrato Sekou (da piccoli costruivamo piccole capanne).
    Mi ha invitato a visitare il centro, magari anche questa sera.
    Dico che ci penserò e forse verrò.
    Al ritorno le strade polverose si riempiono di contadini affilati dalla fame che si aggirano in cerca di elemosina e cibo.
    Nei cortili, controllati dai soldati, si ammucchiano sacchi di farina. Alcune donne la rubano e poi impastano.
    Vogliono preparare la sazda (purea di mais).  Più uomini che bambini allungano le mani per cibarsi di questo piatto quotidiano.
    I miliziani, pur contrariati, lasciavano fare.
    Ci siamo rifugiati in un albergo rimuovendo ataviche paure.
    Il sollievo però è stato temporaneo. Sono echeggiati colpi da arma da fuoco, sibili fulminei che ci hanno riportato alla vera dimensione di questa terra.
    Terra riarsa e aspra.
    Terra che promette e scontenta molti.
    Terra verde e lussureggiante.
    Terra acquitrinosa e fumosa.
    Alain  mi accenna del suo nuovo incarico. Ne è lusingato, si sente apprezzato. Non gli passa per l’anticamera del cervello che, beh, forse un pizzico del suo lauto guadagno cozza con le solite logiche.
    Wilbur lo ha insignito di un’alta onorificenza.
    Ha preferito tergiversare, adulandolo, per poi presentargli un piano così oneroso (lui dice che in fondo è vantaggioso).
    Va da sé che gli operai saranno a cottimo, in balia di un moderno caporalato. Più sanguigno probabilmente.
    Sempre esoso, ingiusto, perfido e avvilente.
    Prendiamo una jeep e ci spingiamo nella savana.
    Alain e in camicia kaki e pantaloncini corti. Io scruto con il binocolo.
    Un branco di zebre ci osservano stupite, mentre gruppi di gazzelle ruminano agitando la coda come un frullatore.
    Riconosco le impronte. Poco distante le iene si stanno disputando con gli avvoltoi i resti di una carcassa di antilope.
    Come questa terra. In preda ai più biechi lucratori: tracciatori locali, feroci e vanitosi con lance e collanine.
    Un amico ci ospita per la nottata. Il suo è un lodge, in pietra lavica locale, con i tetti d’erba della savana.
    Seduti attorno ad un tavolo ci raccontiamo le avventure della giornata.
    Cecil, il proprietario, si sente lusingato.
    Dice che nella zona costiera le cose stanno cambiando. Il turismo si sta integrando con i bisogni delle comunità locali.
    Ci propone di investire nell’ecoturismo. Ci dice che accordi tra capitali stranieri e comunità indigene significano conservazione dell’ambiente.
    Io penso che i coloni vomitarono fuoco amalgamando terra e uomini.
    Campi incolti furono irrigati e resi produttivi.
    Lo stesso fuoco, però, ora disarticola la gente inducendola a compiere quotidiane follie.
    Mi allontano temporaneamente dal salotto.
    Una nebbia esterna intristisce i miei occhi ed io bevo un altro goccio di whisky. Forse farei bene a  mettermi a lavorare in società con il mio amico.
    Tracanno tutta la bottiglia e mi avvio, con la jeep, dal mio amico verso un accampamento militare.
    I golpisti stanno mettendo a ferro e fuoco il paese.
    Sembra però che vogliano chiudere con gli orrori del passato regime.
    Saluto Sekou che tanto mi aveva aiutato nei primi anni.
    Lui, dolce e fermo, mi conduce avanti. I graduati aprono le porte di Campo Pebeire: ermeticamente chiuse per venticinque anni sono state divelte a colpi di makete.
    Ai miei occhi un corteo dantesco di spettri umani...
    I volti infossati, gli occhi dilatati, il cranio rasato, la barba irsuta e bianca.
    Sekou mi dice che da poco gli sono stati tolti gli stracci o meglio quello che rimaneva del tessuto e che, pervicacemente, si era attaccato alla carne.
    Io tremo dalla paura e uno strano singulto sale dallo stomaco.
    In uno stanzone osservo una decina di uomini rasenti al muro.
    Uno è diventato cieco e cammina con le braccia tese in avanti, un altro avanza a quattro zampe emettendo sibili strani.
    Alcuni sono ridotti a manichini d’ossa dinoccolate che sussultano sul suolo coperto d’acqua e di escrementi: uomini sciancati, claudicanti, senza braccia, superstiti di torture e privazioni.
    Sekou mi si stringe al braccio chiedendomi di uscire.  Lo prego di aspettare. Di colpo mi incuriosiscono le pareti ammuffite e scrostate.
    Sono coperte di graffiti e preghiere.
    Sekou mi traduce. Legge con difficoltà perché non penetra la luce del giorno.
    Alcune recitano: “L’uomo è un apprendista, la sofferenza è il suo  padrone e nessuno può conoscere se stesso prima di aver sofferto” ;
    “La felicità si trova sempre sull’altra sponda della rive del deserto”;
    “Amici, nessun bene è più prezioso della libertà individuale: perderla vuol dire morire”; 
    “Mamma aiutami, sto male”.
    Un vento caldo soffia dentro di me quando noto di lato una scritta che è sta incorniciata a mo' di una pergamena.
    Mi dicono che è di un autorevole esponente politico imprigionato dal dittatore e ivi  morto di fame.
    Recita così: “Se una voce d’oltre tomba può avere un’eco, chiedo ai miei compatrioti di ascoltarmi per un istante, per l’ultima volta: la patria non potrà vivere senza la fraternità e la fusione delle sue componenti etniche.
    Questa dittatura sarà vinta e il popolo ritroverà la sua dignità, si riscoprirà che la missione naturale è di essere una terra di libertà, di sintesi della razze e di speranza per l’Africa”. 
    Mi precipito fuori trattando a malo modo i mendicanti e i venditori ambulanti, non saluto nessuno.
    In jeep  bevo un’altra bottiglia di whisky, voglio rimuovere il tutto e penso di rientrare nel lodge.
    Mi attardo a visitare il mercato. Procaci donne offrono frutta e verdura adagiate sulle stuoie. Indossano stupenti vestiti colorati.
    Niente mi interessa. Mi ritiro infastidito, riprendo a guidare e penso che sicuramente non tornerò da Cecil.

     
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