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Autore

Roberto Estavio

in archivio dal 02 ago 2007

28 novembre 1963, Chieri (TO)

mi descrivo così:
Determinato, fedele, curioso e imprevedibile.

02 agosto 2007

Reporter

Intro: L'Africa martoriata, insanguinata, bella e maledetta. Un racconto lucido e pieno di passione e orrore, getta il seme della speranza: le cose posso, devono, cambiare...

Il racconto

Alla memoria di Diallo Telli
primo segretario dell’Organizzazione
per l’Unità Africana.

Sono tornato nella mia terra. Ho approfittato di un viaggio di lavoro di un mio amico. Mentre l’aereo scendeva riecheggiavano nella mia mente i tempi in cui studente ritornavo ogni fine settimana dai miei vecchi: allora mentre percorrevo la strada, sfioravo con lo sguardo immense terre smaltate da campi ordinati, coperti di messi sontuose.
Erano le fattorie dei ricchi, ben organizzate e operose.
Ora, in taxi, ho pregato Alain di riaccompagnarmi in quei posti. Un tempo i miei genitori  erano a servizio di un farmer, ora hanno abbandonato il villaggio e si sono rifugiati da parenti, in città.
Pensavo di ritrovare qualcosa di quel vecchio ordine.  Cercavo campi ubertosi di mais, ho trovato solo terra rossiccia, polverosa, crepata dalla siccità, che custodisce pianticelle intisichite.
Dopo un viaggio in taxi alquanto sgangherato ho rivisto la mia vecchia fattoria.
Davanti, nuove macchine agricole, di già abbandonate e arrugginite.
Alain mi faceva notare che i granai erano (irrimediabilmente) vuoti.
Non sono stato capace di entrare, mi sono accostato all’uscio.
Lungo la stradina ho incontrato Sekou (da piccoli costruivamo piccole capanne).
Mi ha invitato a visitare il centro, magari anche questa sera.
Dico che ci penserò e forse verrò.
Al ritorno le strade polverose si riempiono di contadini affilati dalla fame che si aggirano in cerca di elemosina e cibo.
Nei cortili, controllati dai soldati, si ammucchiano sacchi di farina. Alcune donne la rubano e poi impastano.
Vogliono preparare la sazda (purea di mais).  Più uomini che bambini allungano le mani per cibarsi di questo piatto quotidiano.
I miliziani, pur contrariati, lasciavano fare.
Ci siamo rifugiati in un albergo rimuovendo ataviche paure.
Il sollievo però è stato temporaneo. Sono echeggiati colpi da arma da fuoco, sibili fulminei che ci hanno riportato alla vera dimensione di questa terra.
Terra riarsa e aspra.
Terra che promette e scontenta molti.
Terra verde e lussureggiante.
Terra acquitrinosa e fumosa.
Alain  mi accenna del suo nuovo incarico. Ne è lusingato, si sente apprezzato. Non gli passa per l’anticamera del cervello che, beh, forse un pizzico del suo lauto guadagno cozza con le solite logiche.
Wilbur lo ha insignito di un’alta onorificenza.
Ha preferito tergiversare, adulandolo, per poi presentargli un piano così oneroso (lui dice che in fondo è vantaggioso).
Va da sé che gli operai saranno a cottimo, in balia di un moderno caporalato. Più sanguigno probabilmente.
Sempre esoso, ingiusto, perfido e avvilente.
Prendiamo una jeep e ci spingiamo nella savana.
Alain e in camicia kaki e pantaloncini corti. Io scruto con il binocolo.
Un branco di zebre ci osservano stupite, mentre gruppi di gazzelle ruminano agitando la coda come un frullatore.
Riconosco le impronte. Poco distante le iene si stanno disputando con gli avvoltoi i resti di una carcassa di antilope.
Come questa terra. In preda ai più biechi lucratori: tracciatori locali, feroci e vanitosi con lance e collanine.
Un amico ci ospita per la nottata. Il suo è un lodge, in pietra lavica locale, con i tetti d’erba della savana.
Seduti attorno ad un tavolo ci raccontiamo le avventure della giornata.
Cecil, il proprietario, si sente lusingato.
Dice che nella zona costiera le cose stanno cambiando. Il turismo si sta integrando con i bisogni delle comunità locali.
Ci propone di investire nell’ecoturismo. Ci dice che accordi tra capitali stranieri e comunità indigene significano conservazione dell’ambiente.
Io penso che i coloni vomitarono fuoco amalgamando terra e uomini.
Campi incolti furono irrigati e resi produttivi.
Lo stesso fuoco, però, ora disarticola la gente inducendola a compiere quotidiane follie.
Mi allontano temporaneamente dal salotto.
Una nebbia esterna intristisce i miei occhi ed io bevo un altro goccio di whisky. Forse farei bene a  mettermi a lavorare in società con il mio amico.
Tracanno tutta la bottiglia e mi avvio, con la jeep, dal mio amico verso un accampamento militare.
I golpisti stanno mettendo a ferro e fuoco il paese.
Sembra però che vogliano chiudere con gli orrori del passato regime.
Saluto Sekou che tanto mi aveva aiutato nei primi anni.
Lui, dolce e fermo, mi conduce avanti. I graduati aprono le porte di Campo Pebeire: ermeticamente chiuse per venticinque anni sono state divelte a colpi di makete.
Ai miei occhi un corteo dantesco di spettri umani...
I volti infossati, gli occhi dilatati, il cranio rasato, la barba irsuta e bianca.
Sekou mi dice che da poco gli sono stati tolti gli stracci o meglio quello che rimaneva del tessuto e che, pervicacemente, si era attaccato alla carne.
Io tremo dalla paura e uno strano singulto sale dallo stomaco.
In uno stanzone osservo una decina di uomini rasenti al muro.
Uno è diventato cieco e cammina con le braccia tese in avanti, un altro avanza a quattro zampe emettendo sibili strani.
Alcuni sono ridotti a manichini d’ossa dinoccolate che sussultano sul suolo coperto d’acqua e di escrementi: uomini sciancati, claudicanti, senza braccia, superstiti di torture e privazioni.
Sekou mi si stringe al braccio chiedendomi di uscire.  Lo prego di aspettare. Di colpo mi incuriosiscono le pareti ammuffite e scrostate.
Sono coperte di graffiti e preghiere.
Sekou mi traduce. Legge con difficoltà perché non penetra la luce del giorno.
Alcune recitano: “L’uomo è un apprendista, la sofferenza è il suo  padrone e nessuno può conoscere se stesso prima di aver sofferto” ;
“La felicità si trova sempre sull’altra sponda della rive del deserto”;
“Amici, nessun bene è più prezioso della libertà individuale: perderla vuol dire morire”; 
“Mamma aiutami, sto male”.
Un vento caldo soffia dentro di me quando noto di lato una scritta che è sta incorniciata a mo' di una pergamena.
Mi dicono che è di un autorevole esponente politico imprigionato dal dittatore e ivi  morto di fame.
Recita così: “Se una voce d’oltre tomba può avere un’eco, chiedo ai miei compatrioti di ascoltarmi per un istante, per l’ultima volta: la patria non potrà vivere senza la fraternità e la fusione delle sue componenti etniche.
Questa dittatura sarà vinta e il popolo ritroverà la sua dignità, si riscoprirà che la missione naturale è di essere una terra di libertà, di sintesi della razze e di speranza per l’Africa”. 
Mi precipito fuori trattando a malo modo i mendicanti e i venditori ambulanti, non saluto nessuno.
In jeep  bevo un’altra bottiglia di whisky, voglio rimuovere il tutto e penso di rientrare nel lodge.
Mi attardo a visitare il mercato. Procaci donne offrono frutta e verdura adagiate sulle stuoie. Indossano stupenti vestiti colorati.
Niente mi interessa. Mi ritiro infastidito, riprendo a guidare e penso che sicuramente non tornerò da Cecil.

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