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in archivio dal 03 ago 2007

Roberto Incagnoli

21 giugno 1982, Putignano (BA)

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  • 11 dicembre 2007
    Donna

    Come comincia: Chissà se Dante Alighieri avrebbe trovato un posto specifico per gli stupratori. Chissà se li avrebbe accettati nel suo inferno o avrebbe preferito renderli polvere, sostanza in essere liquida, impalpabile, inutile, come la loro esistenza. Forse il girone dei vigliacchi, degli sciocchi per scelta, degli impotenti per vocazione. Chissà Dante cosa ne avrebbe fatto di loro…
    Io mai potrò perdonare chi del male ha compiuto sulla donna che amo, che sempre amerò e sempre custodirò nella mia celeste stanza sognante, contornata da nuvole soffici al pari della sua pelle, bianca e soave come la sua natura: Donna.
    Mi pento tutti i giorni di essere andato via proprio quel giorno, di averla lasciata, abbandonata al suo destino, alla sua morte spirituale, mi pento ma non basta, mi frusto ma non serve, potrei anche uccidermi ma ciò non remunererebbe la mia coscienza. Non merito perdono, non merito comprensione, non merito il “diritto” di essere amato. Perché essere amati non è un diritto, ma un dovere… bisogna sapersi far amare e non tutti ne sono capaci. Quella mattina ricordo il litigio, i piatti volare, la rabbia scorrere come un fiume in piena fra le nostre parole velenose. Volevo di più dal nostro rapporto, volevo la sua piena accondiscendenza, volevo una vita come io l’avevo immaginata. Nel mio essere uomo stolto ed alle prese con lo strano conflitto Cervello/pene/cuore, non riuscivo a comprendere l’incredibile fortuna scivolata addosso al mio fisico marmoreo. Ho sempre celiato con la mia virilità, ostentando sicurezza e parafrasando la vita coniugale, plasmandola su sciocchi telefilm drogati dal surreale. Non potevo però prevedere l’epilogo di quella giornata ombrata dal Diavolo.
    Bisticciammo per ore in pigiama, sputandoci addosso tutte le nostre repressioni, soprattutto io, che mi mascheravo di perfezione nella società e con viltà sfogavo la mia incompiutezza sulla donna con la quale condividevo il letto. Perché questo era divenuto il nostro rapporto. Un letto condiviso, odiato e scomodo, corroborato da spine, gonfio di superbia e mezzo di unita separazione. Se solo avessi compreso prima l’idea di donna che il nostro Signore ci ha donato. Se solo potessi tornare indietro, amare solo per il gusto di essere abbracciato, per una carezza quando piove dal cielo acqua sporca, un bacio privo della contraffazione sessuale. Se solo fossi stato uomo. Fuggii sbattendo la porta ed augurandole male, dolore e patimenti per come scioccamente pensavo mi stesse trattando. Per il resto della giornata non volli sentirla, non volli parlarle e neanche volli pensarla. Vagai, nel moto festivo di quella domenica, per le strade di una città dai colori sbiaditi, dal grigio sfocato e dal bianco macchiato dall’insoddisfazione coniugale. Mi chiusi nel bar colmo di volti amici, di chi come me aveva incendiato con la guerra fredda l’inizio di quel dì. Di chi come me aveva mandato segnali evidenti di odio verso la propria compagna e cercava conforto rifugiandosi in altre storie come la sua. Riparo di stronzate compiute e mai ammesse. Di chi come me non aveva il coraggio di fare un passo indietro e strapparsi via l’orgoglio maschile fautore di mille gesti ragionati sempre troppo poco. Tornai a casa fumante, perché i dialoghi in quel bar avevano accesso ancor di più le mie motivazioni, spingendomi a due mani verso un baratro dal fondale celato. Tutta quella giornata avevo pensato di poter vivere senza di lei, avevo rinnegato l’amore, la famiglia, la dolcezza, l’affetto, il rispetto, la comprensione. Ero nero di rabbia e deciso a fare le valigie.
    Trovai i carabinieri davanti al portone di casa. La volante con sirena lampeggiante e due tizi in divisa vestiti che mi stavano aspettando. Non appena mi videro uno dei due mi venne incontro con passo svelto, scuro in volto e attento ad ogni gesto.
    “Signor Paletti ?”
    “Sì… cosa è successo?”
    “Sua moglie… è stata aggredita”

     

    Stuprata, malmenata per ore, legata ed ancora seviziata nel peggiore dei modi. Un balordo mi dissero, un ragazzo di circa ventisette anni, poi arrestato e rinchiuso in carcere. Vomitai ogni giorno per un anno. Vomitai il senso di ribrezzo che provavo per la mia esistenza. Vomitai legato al senso di dolore che poteva aver provato Maria, la mia compagna. Umiliata ed insultata, picchiata prima a parole da me e poi nei fatti da quell’essere limaccioso, inutile, volgare anche nel respiro, sciocco nel cervello e viscido nella pelle unta di immorale sussistenza. Se solo fossi rimasto in casa e non mi fossi inalberato per un caffé mancato lei sarebbe ancora in possesso della sua anima.
    In un mondo da raziocinio creato, per un gesto di tal vigliaccheria, si adopererebbe la castrazione chimica. Spesso ho sentito persone immedesimarsi nei parenti della vittima, pronunciare frasi del tipo “Se fosse capitato a noi tu che pena avresti chiesto”, apparire in dibattiti anche pubblici con la bocca starnazzante di immondi consigli, proposte di legge per gli stupratori, o pedofili e tutti coloro che fanno della loro forza fisica un vanto solo al cospetto di inferiorità strutturale. Poi alla fine dopo qualche anno tutti sono fuori di galera. A che serve? mi domando io che convivo con una donna alla quale è stata sradicata la dignità dal petto e che mai prima di questa disgrazia avevo trattato con giusto rispetto. Mi faccio schifo al pari degli stupratori. Amando una donna si può capire il senso della vita.

     
  • 06 settembre 2007
    Ultimo Giocattolo

    Come comincia:

    Fu una Ferrari rossa il primo regalo importante che ricevetti. Avevo sei anni ed il mio mondo era confinato nel pertugio della mia camera ricca di futili gioie da bambino. Quella macchina ai miei occhi acerbi appariva il miglior dono che un fanciullo potesse ricevere, e nessun difetto evidente sminuiva la bellezza incontrastata che rivestiva la sua carrozzeria. Sterile e priva di evidenti tecnologie sbalorditive assumeva perfezione fra le miei mani minute. Passavo ore inseguendola per le strade che magicamente percorreva, vincendo gare contraffatte dalla corruzione generata dalla mia fantasia, amavo quel dono tanto quanto amavo chi per me aveva avuto un così bel pensiero. Mia madre. Non potevo chiedere altro dalla vita, nulla che un’altra famiglia potesse darmi, nulla che un bambino di sei anni potesse avere, mi bastava lei. La mia macchina.


    Il ricordo di quel giorno è ancora vivo in me, vive con me, cresce con me e con me morirà.


    Una mattina come le altre, una mattina d’estate, ove il sole alto nel cielo celeste tempestava di insofferenza le strade e minacciava gli anziani costringendoli a rimanere chiusi nelle loro abitazioni. Un giorno stampato con il divieto d’accesso. Non potevo rimanere chiuso, non potevo impedire alla mia macchina di volare tra le vie, di trionfare sotto il sole e di essere bagnata dallo spumante dei vincitori. Uscii. Quando nessuno poteva, quando i bambini dovevano dormire, quando mia madre era incatenata alla sedia del suo ufficio e non poteva impedire le mie marachelle. Uscii. Balzai fuori dalla porta di casa, tra le mani la mia amica a quattro ruote e nel cuore l’eccitazione di chi sa che sta violando una regola. La follia infantile mi spinse violentemente tra le strade consumate del mio paese, gaio di poter tramutare le abitazioni, i tombini, i marciapiedi e tutto ciò che spiccava, in un parco giochi personale. Paffuto nelle forme e distratto nei vestiti, corsi lontano dagli occhi indiscreti dei miei vicini, temendo una loro soffiata. Diedi la massima forza alle mie gambe minuscole e chiesi un impegno notevole ai miei piedi nudi e per niente intimoriti dall’arsura dell’asfalto che calpestavo. Faticai parecchio ad allontanarmi dalla zona controllata dai miei nemici, quanta gioia mi causò quella corsa, quante immagini passarono nella mia testa e tante furono le parole scimmiottate da film polizieschi famosi durante il tragitto. Poi finalmente la pace. Sostai alla prima fontana, nota nel mio paese poiché meta di chi l’acqua non può permettersi di acquistarla. Verde e metallica, grave nelle forme e difficile da aprire per un bambino dalla forza limitata. La sete era troppa e la mia maglietta bagnata dal sudore eccessivo mi fece impegnare a tal punto da riuscire a far sgorgare l’acqua tanto desiderata. Ero felice, lo ricordo come se fosse ieri. Stetti dieci minuti seduto sul bordo della fontana, immobile, calcificato dalla stanchezza, pugnalato dalla calura. Aspettai nuova linfa per il mio corpicino e poi finalmente la tanto attesa gara.


    Una piccola discesa fu il mio obiettivo, la corretta pendenza per dar vita alla feroce corsa della Ferrari. Dopo essermi rimboccato le maniche mi diressi con passo svelto verso la partenza designata. Pochi passi mi separarono. Giunsi in fretta e carico come una molla. La discesa era coperta d’ombra da un palazzo che come una madre proteggeva quella lingua d’asfalto dalla crudeltà del sole. Preparai con meticolosa precisione la macchina, pulendo prima le gomme, poi i paraurti ed infine anche i vetri temendo che il pilota all’interno non potesse vedere bene il tragitto. La poggiai al suolo e la caricai con parole di incoraggiamento degne del miglior coatch. Uno starnuto, un’aggiustata ai pantaloni calanti, una grattata alla testa e via. Iniziò la gara. Con una grossa spinta lanciai la macchina verso il suo gran premio. Veloce si gettò sulla discesa facendo ingrossare di euforia i miei occhi. Urlai a squarciagola la grandezza di quella corsa, gridai nell’aria tutta la mia veemenza da infante, prima di vederla scomparire ingoiata da una strana oscurità che celò la fine della galoppata. Impossibile è descrivere cosa un bambino può provare in certi istanti, in quei frammenti di vita che ti fanno sentire re, imperatore di un regno così fragile da poter cadere in qualsiasi istante.


    Non dimenticherò mai il volto di quell’uomo. La sua bruttezza, la sua pancia grossa, i peli sul viso ed il sudore che flagellava la sua fronte. Non dimenticherò mai come mi guardava, con quegli occhi demoniaci, da perverso, da diavolo. Stringeva in mano la mia Ferrari con fermezza e l’osservava con soddisfazione, furbo e scaltro nell’aver capito che un bambino è indifeso, geniale nell’aver compreso che la sua forza fisica era superiore alla mia. Mi pietrificò. Ghiacciò il fuoco della mia gioventù, lasciandomi basito dinanzi alla crudeltà del genere umano. Si avvicinò con fare amichevole, avvolto in una maglietta che faticava a racchiudere il suo lardo, accarezzandomi dapprima il viso per poi passare ai capelli bagnati dal terrore di essermi perso. Grondavo disperazione. Capii subito che in quella persona albergava il male, quello puro, quello vero, quello che Dio condanna, quello che tutti dovremmo condannare.


    Mai la mia mente potrà cancellare la felicità di aver ricevuto quella Ferrari, ma sono cresciuto con la morte come compagna, con il desiderio di accoglierla per dimenticare quegli istanti, quei momenti dove un bambino viene derubato e schiavizzato e la sua crescita naturale viene interrotta da una persona incapace di stare al mondo, indegna di condividere ciò che gli uomini hanno creato. Mi violentò senza pudore, lasciandomi poi sanguinante al suolo. Sono cresciuto nelle lacrime di mia madre, osservandola piangere ogni ora della sua vita ripensando a quel che era accaduto. Tanti sono stati gli psicologi che mi hanno accolto in cura da loro. Non vi è stato giorno che non abbia riudito i gemiti di piacere di quell’uomo. Non un solo minuto è passato libero dalle catene di quelle scene di rabbia e vigliaccheria. Sono malato ora. Non ho moglie, perché tutte le donne che ho avvicinato sono fuggite dalla mia rabbia repressa che mi ha sempre spinto ad una violenza incontrollata. Sono solo. Vent’anni sono passati dall’abuso ed ancora lacrimo sangue, vomito tutte le notti e cerco il suicidio tutti i mesi. Ma lui dov’è ? Lui che con la sua virilità mi ha rubato l’esistenza. Ha scontato la sua pena. Quindici anni di carcere, dodici con la condizionale. E’ libero. Libero di fare ancora male, libero di essere un perverso, libero di farsi soggiogare ancora dall’inferno che alberga in lui. Non ho mai chiesto molto alla vita, non sono mai stato viziato né sono nato con particolari virtù…


    … Volevo solo essere un bambino.

     
  • 09 agosto 2007
    Il mio barile

    Come comincia: Il caldo mi stava intorpidendo il cervello. Chiaro come il colore della panna fresca, dolce come il sapore del sesso, il sole mi osservava dall’alto della sua possanza.
    Meschino si nascondeva dietro quei fasci lucenti che non mi davano modo di ricambiare i suoi sguardi. Mi opprimeva. Eppure avevo voglia di lui, delle sue carezze taglienti, desideravo che mi sfiorasse la pelle ustionandone ogni singolo centimetro. Sbuffai. L’ombra era a pochi passi da me, mi bastava muovere qualche passo per liberarmi della morsa cocente. Anche strisciando sui gomiti potevo raggiungere la pace. Un balzo e sarei stato salvo. Ma lui mi osservava. Ero l’unico folle che stava rifiutando la frescura per farmi punzecchiare dalla divinità di quella palla.
    Ero un protagonista. Il suo protagonista. Amaro, dolciastro gusto di essere importante. Non volevo più scappare. Troppe volte nella mia esistenza ero fuggito via. Basta. Avevo deciso di essere uomo, fiero combattente, soldato, schiavo di me stesso, libero di lottare per i miei sogni.
    Non mi spaventava. Soffrivo bruciato dalle responsabilità della mia scelta, ma il cuore non era soggiogato dalla paura.
    Sotto il benevolo influsso di una tettoia vi erano tutti. I miei parenti, i miei amici ed i miei animali. Anche loro osservavano cioè che stavo facendo. La mia pazzia, il grado di demenza che mi spingeva a rimanere sotto quella doccia di fuoco. Mi giudicavano forse, ma senza chiedere spiegazioni dei miei gesti. Qualcuno sorrideva in modo irriverente. Loro riuscivo a guardarli. Non emanavano luce, ma buio. Erano all’ombra delle loro potenzialità. Trascinati per i capelli sotto quella tettoia dalla loro paura. Anche io una volta ero lì. Raggomitolato in una coperta di superficialità e banalità. Ma ora ero libero.
    Potevo errare in qualsiasi istante, posizionare in maniera sciocca un passo e piombare in un baratro di sbagli incatenati. Mia madre non poteva più giungere in mio soccorso. Era stanca. Troppo stanca per chiederle ancora l’ennesimo salvagente. Stavolta avevo deciso di vivere la mia vita da solo. Io ed il mio ego.
    Mia madre. Delicata donna rude. Macigno robusto della mia infanzia. Dedicai a lei l’ultima occhiata. Sorrideva. Sorrideva per me e non di me. Forse conosceva quello che stavo per fare, quello che avevo deciso con tanta fatica. Lei poteva tastare con mano il limaccioso liquido dei sacrifici che giaceva in un barile accanto ai miei piedi. Erano tutti lì. Pochi forse, ma per me tanti. Ne possedeva uno uguale. Compagna di mille disavventure. Mai le avevo regalato una soddisfazione, solo problemi infiocchettati e consegnati in abbondanza. Il suo sostegno però non si era mai liquefatto.
    Mi applaudiva senza battere le mani e nei suoi occhi potevo leggere la fierezza che risiedeva nel vedermi uomo.
    La salutai con un movimento del capo. Lei non ricambiò. Pianse.
    Le spalle mi aiutarono a non dimostrare debolezza, mascherando il viso triste. Il mio viaggio era cominciato. Io ed il mio barile iniziammo a camminare verso il nostro destino sotto un sole che aveva deciso di accompagnarci.

     
  • 06 agosto 2007
    Generale

    Come comincia: Sono stato un grande generale.
    Ho combattuto mille battaglie in sella al mio destriero. Frantumavo scudi e vite umane senza distinzione. Tante volte le mie mani sono state intrise del sangue delle mie vittime. Corpi mutilati, decapitati, privati dell’esistenza dalla mia spada diabolica.
    Mai ho conosciuto i nomi di chi ho affrontato sul terreno di guerra.
    Sole, pioggia o neve non hanno arrestato la mia furia, la mia tenacia e la voglia di trionfare per dare al mio esercito l’eroe che si aspettavano.
    Sono passati molti anni da allora e le mie carni stanno esaurendo la linfa, grezze ed increspate dall’incedere meschino del tempo. Sono un vecchio stanco. Con il bastone mi sorreggo e senza grinta affronto le giornate. Vivo con la noia come compagna, ammirando il sole spuntare all’orizzonte ogni dì e accompagnandolo ogni sera nel suo pertugio. Solo il mio cane allieta il mio vivere, con il suo amore gonfio il mio cuore. Chissà quante sono state le famiglie decimate da me, ma non mi pento. Ho navigato in tutti mari del mondo, ho calpestato tante terre come molte sono state le civiltà che i miei occchi hanno osservato da vicino.
    Il mio nome è stato inneggiato, decantato da sciocchi giullari e bramato da splendide fanciulle.
    Mai però ho trovato la mia sposa.
    “Il più valido dei condottieri” mi definivano, tessendo le mie lodi ogni istante. Ora però non mi rimane più nulla, perché insieme alle mie vittime ho ucciso la mia esistenza.

     

     
  • 03 agosto 2007
    Amore Eterno

    Come comincia: La prima mattina senza di lei fu come ricevere un pugno dritto nello stomaco dopo un lauto banchetto.
    Stranita era la mia pelle al risveglio, meravigliata e sconvolta dall’assenza del suo profumo fra i peli e le imprecisioni del mio fisico avvizzito dal dolore.
    Il caldo dominava l’aria artefatta di quella stanza squallida quanto estranea ai mie occhi abituati alla bontà della nostra solita camera da letto.
    Pareti spoglie d’amore, nere, sudice della sua distanza, tristi come il respiro che affannosamente sbocciava dai miei polmoni torturati da una notte di fumo.
    Ero nudo.
    Bagnato e svestito sotto un lenzuolo che tutto mi rimembrava tranne le sue dolci carezze mattutine.
    Non mossi un muscolo per molti minuti, impagliato e con lo sguardo imprigionato al soffitto, intento nel truffare la mia mente mostrandole ciò che sperava di mirare.
    Sul comodino alla mia sinistra i rimasugli di una notte nelle vie tortuose dell’alcol iniziavo a bagnarsi della luce del sole che, con ritardo, cominciava la sua ascesa.
    L’afa era sovrana.
    Non potevo credere di averla persa per sempre, non potevo immaginare un’esistenza senza la sua voce, senza l’affetto che sprigionavano le sue labbra.
    Ero perso.
    Affogavo nella dolenza di essere incapace, annaspavo in schegge di vita senza riuscire a dare giusta collocazione alle immagini che il destino proiettava nel mio cervello paralizzato.
    Imprigionato in un carcere lucente, incatenato alle emozioni che gli ultimi anni insieme a lei avevano saputo elargirmi.
    Il mio corpo grondava sangue, sangue infettato dal suo amore.
    L’avevo uccisa perché troppo l’amavo.