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Autore

Roby D.B

in archivio dal 06 mag 2011

14 maggio 1975, Roma

06 maggio 2011 alle ore 12:44

Caldo

Il racconto

Caldo.
Non ricordo un’estate così calda. A forza di ripeterlo ormai mi annoio da sola, una vocina, dentro la testa fa eco e risponde “sei pesante”.
Giro per casa con passi felpati, sposto le cose lasciate in giro la sera prima come se spostassi pregiatissima cristalleria, lenta lenta, lieve lieve, così da non fare alcun rumore. Sono appena le otto del mattino e non intendo in nessun modo svegliare il mio compagno che a fatica, con il ventilatore attaccato al letto starà tentando di proseguire il suo tanto sospirato sonno.
Lungi da me rischiare un suo risveglio forzato, dovuto magari a qualche pensiero pensato più ad alta voce o al fastidioso, capisco, rumore del caffè macinato mentre dal cucchiaino passa nella caffettiera ... il mio umore non intende affrontare musi lunghi, silenzi pesanti e sguardi carichi d’ira.
Così mentre me ne sto con la tazza del caffèlatte in mano, ferma in piedi in mezzo alla stanza, tutta intenta a pensare a bassa voce a quali finestre chiudere, quali lasciare aperte, nel tentativo di difendere casa dall’aria afosa che c’è fuori, un doppio suono di clacson d’auto irrompe violento come due schiaffi in pieno volto. Mi precipito, con i miei  passi felpati, fino alla finestra ancora socchiusa, sposto leggermente l’imposta, cerco con sguardo veloce e feroce il colpevole di tanto rumore inopportuno. Fra le piante scorgo un’auto, ferma in mezzo alla strada, finestrini chiusi, uomo al volante, motore acceso. Attende. Dalla mia pancia monta una rabbia che definirei ancora gestibile, ma poi s’incanala veloce dalla pancia fino al centro del petto e da lì si sposta rapida in gola, poi in bocca. Nella testa scarto e valuto frasi, rispostacce, parolacce, urli adatti alla situazione, spinta dal concetto che alle otto del mattino non puoi metterti a strombazzare con il clacson in un luogo di vacanza, dove tutte le case sono ad un piano e sicuramente avresti potuto alzare il sedere dal sedile, uscire dall’involucro di aria condizionata dove ti sei infilato, avvicinarti al portone di tuo interesse quindi chiamare a voce bassa…o in alternativa nel caso tu non lo sapessi, usare il cellulare che sicuramente possiedi.
Un “Vaf” è troppo volgare, un “cafone” poco incisivo ma per certi versi anche molto offensivo, mentre perdo tempo nella scelta della frase migliore, la rabbia quasi smonta, scende dalla gola alla pancia e sta lì per svanire, lasciando spazio al pacato sentimento di lasciam perdere, quando lui, il tizio, suona un’altra volta.
Apro l’imposta con energia, prendo aria afosa nei polmoni e un “Basta” grande come una casa è già pronto per essere sparato come un colpo di cannone… lo so, è solo un banale ed innocente Basta, ma se prolungo bene la “a” finale, ho giusto il tempo per valutare la frase a seguire. Sono quasi pronta, come una fionda nella massima estensione, quando vedo i destinatari della doppia barbara strombazzata. Due teste, una più alta e una più bassa, sono madre e figlio. Grassottelli e burrosi trotterellano mano nella mano per la discesa in direzione dell’auto. Cappellini con visiera rigida, vestitini estivi color pastello, borsone porta tutto lei, facce pallide con due sorrisi ingenui incastonati.  Il “Basta+aaaaa”  resta sospeso nell’aria, fermato momentaneamente da un altro pensiero, figlio delle loro espressioni beate, il ricordo seppur lontano  di quando anche io, piccola, andavo al mare al mattino presto con i miei genitori; anche noi probabilmente emanavamo una certa euforica eccitazione, eccoci lì sul marciapiede, mia mamma, mio  fratello ed io, che aspettiamo papà mentre fa manovra con la macchina, pallidi come cenci, già ripassati come cotolette sotto l’implacabile mano di mia madre unta di spessa crema protezione 30, ancora inadeguati nei vestiti troppo estivi, sorrisi ebeti da gioia primo sole primo mare primo bagno. Eccoci, saliamo in auto, con lo sguardo carico d’attesa e soddisfazione per esserci guadagnati quella breve vacanza in Sardegna, con il nostro abbigliamento un pò  fuori standard, sbattiamo gli sportelli e andiamo via sgommando. No, non siamo più la mia famiglia ed io, ma i i burrosi di prima che hanno deciso di rovinarmi la mattinata.
Sono andati via.
Resto un pò inebetita, con la mia tazza in mano, l’urlo del mio Basta+aaaa morto in gola, con un senso di insoddisfazione pari ad un orgasmo mancato. Quella rabbia benefica che dilagava e vibrava dentro di me si è ormai trasformata in malinconia, vaga tristezza e senso di colpa per essere stata, sì, un po’ cattiva, anche se solo nei pensieri. 
Beati i tempi dei veri maleducati quelli con la faccia tosta, l’aria odiosa,  dove non hai alcun dubbio a colpirli ripetutamente a suon di parole. Ma questi "nuovi" distratti, noncuranti, ingenui disturbatori, ti fanno star male tre volte: mentre ti infastidiscono, mentre ti fanno venire i sensi di colpa per le cattiverie che ti sono germogliate in testa, e per i ricordi, solitamente un po’ imbarazzanti, profumati di naftalina che riemergono dal cassetto sepolto giù nella testa  chiuso non a caso con tre mandate di chiave.
Poi, sento un rumore alle mie spalle, una figura alta e arruffata, senza occhi per quanto sono gonfi che mugugna inacidita  “mi hai svegliato”. Alzo lo sguardo al cielo e sospiro, devo aver fatto rumore quando ho richiuso a chiave nel cassetto quel ricordo sbiadito di tanti anni fà

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