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in archivio dal 09 dic 2005

Rossana Hermes

13 settembre 1963, Vercelli
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  • 10 dicembre 2005
    Il verso mancante

    L’invisibile pianto
    della pioggia,
    lascia umide tracce
    sul “verso” mancante
    della vita.

     
  • 10 dicembre 2005
    Se vuoi..

    Ho letto il mio tempo
    su un fiocco di neve,
    adesso vai tu se vuoi
    a cercare dove non c’è
    l’odore del mare.

    Ho visto scivolar via
    su sbarre di cristallo
    piccole perle sbiadite di sogni,
    adesso vai tu se vuoi
    a cercare tra gli stracci del buio
    dove non ha più tasche la notte.

    Ho udito frammenti di respiro
    imprigionati tra maschere ingessate,
    in spazi colmi di nulla,
    adesso vai tu se vuoi
    nel fruscio del vento
    a custodire speranze immobili,
    io resto qui a ricomporre
    destinazioni, stelle sfregiate,
    a disegnar l’essenza di un colore
    su un anima sbiadita,
    a proteggere i resti del mio mondo.

     
  • Immobile la mia pelle
    mi vibra addosso.
    Un raggio pennella di buio
    l’essenza del silenzio.

    È così che l’ inerzia riflette
    la mia sagoma
    negli sguardi dell’invisibile.

    La mia steppa diviene
    soffice marmo
    ove ritaglio nel freddo
    il dolce canto di una fine.

    Oh se potessi spogliarmi
    dalle mie inquietudini,
    non diverrei forse io
    nuda di smanie,
    tela traforata
    da chiodi estirpati?

    Il senno dorme
    In granuli di polvere,
    rispolverare pareti
    di un cielo d’argilla
    e’solo utopia.

     
  • 09 dicembre 2005
    Dal cuore alla pelle

    Su direzioni distese
    di giorni annebbiati
    riposa lento il divenire.

    Galleggia vuoto il tempo
    sulla cima del riflesso
    di una goccia sterile.

    Abbandono i remi
    nel pugno vuoto del sentire.

    Dal cuore alla pelle,
    Io, con me..
    Non sento più il rumore del mare…

     
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  • 10 dicembre 2005
    Uno squarcio d'azzurro

    Come comincia:

    La lampadina dell’abat-jour, da qualche tempo ormai, funzionava ad intermittenza.
    Quella sera, sul comodino la boccetta dei barbiturici era vuota. Elisa accese l’ennesima sigaretta.
    Scese dal letto, indossò la sua bianca vestaglia e pigramente si avvicinò alla finestra.
    Con un tocco leggero poggiò le dita sui vetri.
    Amava farlo e accarezzarvi attraverso tutte le emozioni, ne sentiva il contatto tra le dita senza neppure sfiorarle.
    Questa volta seguiva il tratto di gocce di pioggia scivolare lentamente, poi più insistentemente.
    Il sonno tardava ad arrivare, indossò un paio di jeans, prese le chiavi della macchina e uscì.
    Vide da lontano l’insegna di un bar e rallentò.
    “Chiuso, la solita sfiga”
    Stava per ripartire quando si accorse, dai riflessi dei fari, che qualcosa si muoveva.
    Scese e con grande sgomento vide una bambina tutta rannicchiata che piangeva.
    “Come mai qui tutta sola a questa ora di notte?”
    Tremante non rispose. Elisa gli poggiò sulle spalle la sua giacca e la caricò in auto.
    Vide a pochi metri lo sbocco dell’autostrada, il tratto più breve per arrivare al primo commissariato.
    Continuava a piovere a dirotto. Improvvisamente qualcosa, velocemente, le tagliò la strada.
    Frenò di colpo accese le 4 frecce e accostò. Due grandi occhi impauriti la osservavano.
    Era un cucciolo di cane tutto infradiciato. Si chinò e lo raccolse.
    Si voltò per risalire in auto quando con grande sgomento si accorse che la bimba non c’era più.
    Adagiò il cucciolo sul sedile posteriore e la cercò, senza esito, per ore.
    Non riusciva a capacitarsi dell’accaduto. Sconvolta riprese a guidare, si diresse verso casa.

    Arrivò, stava per chiudere la portiera quando incredula vide il cucciolo.
    Lo prese dolcemente tra le braccia e lo strinse forte a sé.
    Sentiva quel piccolo cuoricino battere all’impazzata contro il suo petto, gli occhi impauriti ad implorare rifugio.
    Gli preparò del latte caldo, dei pullover smessi per riscaldarlo.
    Spostò una catasta di giornali quando gli occhi le caddero su un articolo d’alcuni giorni prima.
    “Incidente mortale sull’autostrada A3. Estratti, privi di vita, dalle lamiere un uomo, una donna e una bimba di 8 anni con, tra le braccia, il suo cucciolo”.
    È l’alba. La pioggia ormai si è arresa, uno squarcio d’azzurro.
    “Hope, lo chiamerò Hope”.

     
  • Come comincia:

    La luna ha un fascino particolare, sere come questa mi fanno star bene da sola.
    Forse con un libro di poesie di Marguerite Yourcenar, due dita di whisky per stordirmi un po’,
    anche se sono quasi astemia, sarà quasi dolce aspettare la notte.
    Rovistando nella libreria da un mio diario cadono i petali appassiti di un papavero ricevuto in dono.
    Me lo ha regalato Giacomo, sa che li adoro.
    Chissà perché ho sempre amato tutto ciò che ha breve vita: i papaveri, le farfalle. Forse perché tutto questo mi fa pensare alla breve durata che hanno le sensazioni più belle e che bisogna coglierne i colori, il senso, il vero senso prima che esse muoiano.

    Il vero senso, già come il senso della vita, un senso a volte consumato senza consapevolezza,
    un senso che molte volte si costruisce inutilmente nel dolore, un senso che si smarrisce e non ti da neppure il tempo di voltarti indietro perché non lascia nessuna traccia. Dovrei riporre il diario adesso e continuare a cercare il famoso libro di Yourcenar, invece con un gesto quasi “meccanico” ecco che mi ritrovo a sfogliare una pagina di diario.

    15/10/2… “Mi sto troppo innamorando di questo silenzio che c'e' in me,
    un silenzio che ho voluto costruire in uno spazio buio, dove ogni parete è senza finestre...
    Un silenzio privo di rumori, privo di luce e di colori, privo di abiti, un silenzio nudo, il solo luogo dove riesco e voglio mettere a nudo la mia anima. Non so celare il dolore, anzi: neppure lo voglio! L'unica sensazione che sento avvolgere il mio corpo e la mia anima è nebbia, solo nebbia, potermi immergere in essa a piedi nudi. Lasciare stillare anche dai più piccoli pori sfumature di dolore che e' la sola ragione, la sola mia ragione. Provo a guardare intorno a me,tutto ciò che circonda il mio corpo, un corpo che non sento, solo pareti bianche, tende impregnate di fumo. La pioggia battente sui vetri... come se fossero dita che picchiano forte sui vetri per entrare, ma: stasera no! Non farò entrare nulla, voglio stare da sola con me, in compagnia della luce che non voglio, del tetro odore di inquietudine, in compagnia di quello che non provo, abbracciata al gelido freddo di ciò che non sento. Pensieri. Non so cosa sono, nuvole, solo nuvole e fiamme ardenti in questa stanza dove vorrei continuare ad essere sepolta. Eppure un rumore, mi chiedo cos'e'; ecco: ci sono! E' il rumore del mio respiro, eppure così estraneo a me, provo un senso di repulsione, il respiro... lo sento trapiantato in me come una di quelle macchine che disperatamente vuole tenerti in vita, ma mi chiedo: si può tenere in vita chi è già nato morto? E chi vede la vita come la morte? Per chi ha fatto del sotterraneo della morte la sua unica ragione?
    Terra tra le dita. Terra nel più profondo di me, notte, solo notte in una grande massa di ghiaccio galleggiante sul mare un' iceberg nel quale ruotare... e ruotare. Annullare la ragione, perché non serve una ragione... tutto solo... Arcano, Occulto, anche a me stessa!”

    Ho i brividi... rileggermi, rivisitarmi adesso che la mia vita, forse è cambiata, è come sentire un profumo d’anima spenta ormai dimenticato, eppure tremo... tremo ancora rileggendo queste mie sensazioni sparse, solo inchiostro su dei fogli, eppure gocce di dolore versate mentre mi abbracciavo al dubbio che è la vita stessa. Solo adesso penso al mio cercare la libertà, anche dopo aver spezzato catene che sembravano indistruttibili, continuavo a sentirle in me chiedendomi perché? Perché? Perché ? Disperatamente cercavo di capire il perché di quel senso di prigionia, forse prigioniera del passato? Ma in fondo il passato, nel vissuto non è più presente, non è più oggi, non è più domani. Eppure non è mai stato così facile riuscire a prendermi per mano e portarmi via nel cercare di sentirmi diversa, ma diversa da quale immagine di me? Mi sentivo una moltitudine continua, spesso incompresa, anche agli occhi di me stessa, forse era grande la paura di mostrare ai miei stessi occhi come davvero io fossi? Eppure no, non era paura, non era neanche certezza, né coerenza, non era nulla… o forse era tutto. Adoravo tutto questo di me, pur odiandolo, cercavo di distruggermi in me stessa per ricostruirmi continuamente ma... mancava sempre qualcosa. E’ come cercare di capire se è la luna a dare un senso al buio, oppure viceversa.

    Di nuovo i brividi... Non è freddo, anche se si sta avvicinando il Natale.
    E’ strano pensarci adesso ma credo di non averlo mai avuto un Natale tutto per me . Non sono mai stata una tradizionalista, sicuramente non per scelta, ma quando ero piccola ricordo il mio primo Natale. Ero alle elementari, la maestra ci chiese di svolgere un tema correlato di disegno, ricordo di aver disegnato delle sedie vuote, non un albero, non un presepe, non regali sotto l’albero, neppure sapevo cosa fosse un albero di Natale. La maestra mi chiamò e mi chiese il perché di quel disegno, non seppi rispondere. Solo in seguito, parlando con mia madre pensò di capire che le nostre erano difficoltà finanziarie. Qualche giorno prima del Natale tutti gli alunni avevano racimolato una discreta sommetta e acquistarono un albero per me. Il mio primo Natale con l’albero. La felicità di quel 25 dicembre, arrivò nel sentire tutti quei bambini felici di rendermi felice. Ma a casa, attorno a quell’albero continuavano ad esserci tutte quelle sedie vuote a contenere la mia paura, la mia terribile angoscia di ritrovarmi sola di fronte a “quelle” mani troppo grandi..

    E’ il rumore della pioggia a scuotermi adesso, l’adoro come adoro l’inverno, domani, magari domani se continuerà a piovere scenderò giù in spiaggia,voglio sentirmi per qualche istante ancora bambina. Scendevo sempre in spiaggia con i miei libri in un piccolo zainetto, dove custodivo piccoli frantumi di infantili sogni recisi. Jeans arrotolati, a piedi nudi , iniziavo la mia corsa con il viso rivolto verso il cielo. Non era più inverno, non era più freddo, solo io e lei... io e la mia pioggia. Mi carezzava il viso, le sue gocce si trasformavano in dita delicate tra i miei capelli, sulla mia pelle, lavavano mani “sporche”, lavavano colpe che credevo mie sulla pelle. E in quella emozione respiravo le uniche carezze "pulite" che avessi mai conosciuto.

    Il mare... com’è buffo, è qui a soli pochi passi da casa mia eppure non sempre ne sento il profumo, non sempre ne sento l’odore... decisamente come la vita, ti scivola addosso, a volte come un tessuto pregiato di seta, e a volte come un cencio umido e inutile, eppure quasi non te ne accorgi.

    Guardo l’orologio,sono le 3:00. Il cane corre verso la porta, è Giacomo, corro sotto le lenzuola, al solito non gli dà il tempo di entrare, scodinzola, gli salta addosso dalla gioia, non si rende conto della sua forza e facendogli le feste gli fa quasi male, inutile chiamarlo è troppo felice di vederlo, fa sempre così anche quando non lo vede per soli 10 minuti. Finalmente riesce ad entrare nella stanza da letto, che bello sentire i suoi passi, è come una carezza che mi arriva improvvisa nel cuore, mi sembra quasi di udire il rumore del suo respiro che inonda non solo tutta la casa ma anche me. Si avvicina al letto, mi fingo assonnata, china il viso sul mio e mi sfiora con un leggero bacio, così leggero da sembrarmi poesia.

    Nella penombra della stanza, solo la luce della tv, non riesco a dormire completamente al buio, cerco di abbracciarlo ma lui mi mostra le mani, le sue mani sporche di lavoro, dolce amore mio quanta tenerezza.
    Che strana sensazione… è come se fosse la prima volta nella mia vita che desidero mani che mi accarezzano anche se sporche di lavoro…
    Adesso tra le sue braccia chiudo gli occhi e provo ad addormentarmi.

    Domani, magari domani se continuerà a piovere scenderò giù in spiaggia, voglio sentirmi per qualche istante ancora bambina.

     
  • Come comincia:

    Arrivò il momento, mancavano solo pochi giorni, presi il treno e partii.
    Era tutto pronto, anche il nome che non avevo scelto io.
    Ancora non ero in grado di capire cosa mi stesse accadendo.
    In quegli ultimi giorni cominciarono a tenermi segregata,
    nessuno doveva vedermi.

    Era un paesino sperduto, tutto era immobile,
    anche la luna piena che sembrava osservarmi malinconica
    attraverso i vetri di quel piccolo ospedale.
    Rimasi da sola con il mio silenzio, avevo dolori dappertutto, fitte atroci che mi prendevano a morsi l’anima, la carne, il cuore.
    Mi chiamarono per un tracciato.
    Ricordo che la dottoressa controllandone il risultato mi disse
    “ Possibile? Hai delle contrazioni così forti e non dici nulla?”
    Non capivo, mi faceva male anche il respiro. Non riuscivo a “SENTIRE” il dolore delle doglie.
    Tutti quei medici intorno a me, una dottoressa che mi stringeva la mano per infondermi coraggio.
    Urlavo "il mio bambino, il mio bambino…"

    Urlavo il mio dolore, non volevo partorire,
    perché sapevo che da quel momento in poi “lui” non sarebbe stato più mio.
    All’improvviso un vagito, e poi il silenzio, come sempre sola, svuotata nel ventre e nell’anima.
    Non una parola, non più urla, non piu’ quel vagito. Ancora silenzio fuori e dentro di me.

    Si accorsero che occorreva un raschiamento per asportare residui di placenta nel mio ventre.
    Doveva essere asportato tutto, anche la minima parte di cio’ che fino a poche ore prima lo proteggeva.

    Mi dimisero dall’ospedale il giorno dopo il raschiamento, barcollavo ma nessuno se ne accorse
    La sera stessa mi accompagnarono alla stazione e mi rispedirono come un pacco postale al sud.

    Mi mancava l’aria, il mio sguardo era assente, mi faceva male il seno, avevo la maglietta pregna di latte.
    Era il cibo, era l’amore con cui avrei voluto nutrirlo ed era lì, il mio latte, a morire insieme a me...