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Autore

Rossana Hermes

in archivio dal 09 dic 2005

13 settembre 1963, Vercelli

09 dicembre 2005

Quando il dolore dell'anima...

Intro: Uno dei dolori più sordi che esistano al mondo: partorire un figlio e non vederlo più. Mettere al mondo una creatura, volerla amare e crescere. Invece, rimane solo una “maglietta pregna di latte”.

Il racconto

Arrivò il momento, mancavano solo pochi giorni, presi il treno e partii.
Era tutto pronto, anche il nome che non avevo scelto io.
Ancora non ero in grado di capire cosa mi stesse accadendo.
In quegli ultimi giorni cominciarono a tenermi segregata,
nessuno doveva vedermi.

Era un paesino sperduto, tutto era immobile,
anche la luna piena che sembrava osservarmi malinconica
attraverso i vetri di quel piccolo ospedale.
Rimasi da sola con il mio silenzio, avevo dolori dappertutto, fitte atroci che mi prendevano a morsi l’anima, la carne, il cuore.
Mi chiamarono per un tracciato.
Ricordo che la dottoressa controllandone il risultato mi disse
“ Possibile? Hai delle contrazioni così forti e non dici nulla?”
Non capivo, mi faceva male anche il respiro. Non riuscivo a “SENTIRE” il dolore delle doglie.
Tutti quei medici intorno a me, una dottoressa che mi stringeva la mano per infondermi coraggio.
Urlavo "il mio bambino, il mio bambino…"

Urlavo il mio dolore, non volevo partorire,
perché sapevo che da quel momento in poi “lui” non sarebbe stato più mio.
All’improvviso un vagito, e poi il silenzio, come sempre sola, svuotata nel ventre e nell’anima.
Non una parola, non più urla, non piu’ quel vagito. Ancora silenzio fuori e dentro di me.

Si accorsero che occorreva un raschiamento per asportare residui di placenta nel mio ventre.
Doveva essere asportato tutto, anche la minima parte di cio’ che fino a poche ore prima lo proteggeva.

Mi dimisero dall’ospedale il giorno dopo il raschiamento, barcollavo ma nessuno se ne accorse
La sera stessa mi accompagnarono alla stazione e mi rispedirono come un pacco postale al sud.

Mi mancava l’aria, il mio sguardo era assente, mi faceva male il seno, avevo la maglietta pregna di latte.
Era il cibo, era l’amore con cui avrei voluto nutrirlo ed era lì, il mio latte, a morire insieme a me...

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