username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Poesie di Sara Scialdoni

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Sara Scialdoni

  • Sono quella che sono, madre.

    Forse non m’ameresti fossi diversa,
    perché diversa sono quando me ne vado
    a caccia di nuvole per riempirmi gli occhi
    di quell’azzurro che non tocco mai, mai.

    Sono quella che sono padre, e mi sai
    col mio mare in testa a naufragare
    tra ignoti volti spenti e mondi di carta
    da colorare alla luce di stelle sorelle.

    Che ne sarebbe di me, della voce che spendo,
    di sguardi caduti fin dove orizzonti sfumano
    se barattassi fantasia in cambio di sogni reali a metà?

    Madre, padre, ho radici capovolte, legate al vento,
    appena sopra la testa di coloro che camminano
    non conoscendo che le orme di se stessi.

    Insegnatemi da principio
    ciò che in principio non compresi,

    oppure

    sono quella che sono e lasciate che io sia…

  • 31 maggio 2006
    Era poesia anche quella

    A mia nonnna che scriveva poesie


    Erano gli anni delle bambole

    di pezza da stringere al petto e cullare

    in un lento, con te, che a sera

    indovinavi la forma delle nuvole

    già spiando stelle tra una fessura

    e l’altra d’indaco appena scoperta,

    che se ci ripenso era poesia anche quella.


    Avevo le tue mani per sperare

    in un angolo di terra più morbido,

    benedetto da Dio, che le stagioni

    non consumano o mutano piano,

    perché non è l’addio a ferire

    ma il non averti amato in tempo.


    Erano, fossero sempre quegli anni,

    dei tuoi occhi di cielo ombrati

    da malinconia all’eco di un ricordo lontano,

    troppo per non morirci dentro sognando…

    E adesso tra i ricordi sono io a frugare,

    sino a riviverti com’eri, sino al tuo ultimo respiro


    che ancora conservo come la cosa più cara che ho.

  • 23 maggio 2006
    Ho solo le mie parole

    Ho solo le mie parole,
    un giorno qualunque
    montate in sella al vento
    per venirti a cercare
    tra folle confuse di genti

    che ora sanno di te,
    per sempre perduto e rimpianto
    in tacite sere d'inverno,
    seduta al buio per soffocare
    quell'ultimo brivido che ci lega.

    Se mi leggessi l'anima
    che detta versi disordinati,
    aggrappata a lembi di cielo pensili
    pur di sfiorare il tuo pensiero
    diretto in volo chissà dove,

    ti pulserei dentro come
    desidero sia, che sono per te
    pause e boccate a cuore aperto
    di fiato, malumori e gioie
    che nemmeno credevo di poter sentire.

    Ma forse altri mormoreranno
    le mie parole, che instancabili seguitano
    a narrare una fiaba senza lieto fine
    incisa sulla bocca del vento

    ... per Gabriele e me.

  • Dimenticarsi un giorno qualunque,
    un momento qualunque,
    sotto la luce ardita al primo annuncio
    o in un angolo di notte solitaria,
    che importa.
    Non fu per disincanto che ti lasciai
    assente di premure ed occhi
    sorridendo parole alle tue mani
    che mi camminavano vaghe.
    No, non per questo ti lasciai,
    ma per ognuna delle parole
    che troppo seppi trattenere.
    Duole l’amore a chi lo stesso
    rifugge, randagio nell’anima
    e nel mondo come un dio senza altare.
    T’avessi sospirato nel cuore,
    m’avessi indovinato un sole
    dietro la curva del mio destino cieco…
    Così, me ne andrò viaggiando
    fin dove il mare versa la sua ultima
    goccia d’acqua, e lì, lontana,
    inciderò in terra un ti amo muto,
    perché non ci faccia male.

  • Ora che so, e non dovrei sapere
    di te, che segui di nascosto il mio profilo
    sospirando un bacio, cancellando ombre
    per conservarmi intatta di sorrisi,
    - quel tanto che basta ad emozionarti la voce -
    davvero altro non vorrei che concedere
    all’amore una visita, inconsueta come
    razione di sole nei meriggi invernali,
    a solleticare pelle nuda di terra
    che sogna viole e migrazioni di vento.
    Ora che in me riconosci quell’adorarti
    senza parole, senza fretta che anticipi gli intenti,
    poca cosa è un gesto, vano il dolce vagheggiare
    sogni al risveglio, quando di sguardi si confessa il cuore,

    colpevole di tutto il tempo speso a non pensarti…

  • Un giorno divenni poeta, poeta qualunque,
    di quelli che i tramonti lasciano assorti a sognare
    raduni di stelle oltre gli orizzonti e non v’è
    goccia di mare dove non abbiano navigato…

    Un giorno, come per la prima volta, nacqui,
    partorita dal grembo della terra, figlia dei miei oscuri mali,
    perché un verso fosse tutto quel che sono,
    riscoprendo luce in solitudini sconfinate.

    Così, mia fu la voce senza padrone, scagliata
    in sfida contro le tempeste, delirante acqua tra i deserti,
    assidui nel camminare fuori e dentro un io
    di richiami estinti per molti, ascoltato da pochi.

    Questo, il senso del mio esistere a mezz’aria,
    riconosciuto e deriso, come una sana follia
    che mi distingue dalle masse, un divenire indefinito,

    rivestito da ogni fibra autentica di me che esprimo

  • Avevo occhi grandi e un libro di poesie
    quando imparai a dare forma alle nuvole

    e non mi era chiaro da dove venisse
    tutta quella voglia di stelle,
    ma sapevo sarebbe finita col raccontare
    di strane storie dall’approdo lontano.

    Non ho dimenticato d’allora come si guarda
    la luna, solo vorrei che non s’alzassero più
    cigni neri a oscurare le geografie di quei viaggi
    in sospensione d’anima e fiato,
    perché la vista non si ferisca al pellegrinare d’ombre.

    Avessi ancora un’altra fiaba
    da insegnarmi stanotte,
    mentre soffia polvere di ricordi
    su ciglia chiuse al pianto,
    m’inventerei di nuovo
    principessa dagli occhi grandi

    tra pagine di poesie a pochi passi dalle nuvole.

  • Io non lo so com’è che
    da qualche parte nel tempo
    mutino speranze in facili rinunce,
    ma sento fitte di nostalgia
    turbarmi l’anima stasera che
    potrei morire infinite volte
    scrivendo versi per te.
    Io lo so che per metà son fatta di cielo
    e ho in destino cammini di stelle
    verso il mattino, eppure se mi guardassi
    con gli occhi di chi sa far bella una donna,
    cosa sarebbe una nuvola dove posare pensieri.

    E' da chiamarsi ladro il tempo che
    t’ha allontanato senza permesso 
    o scuse per riaverti mio, perché
    fosse anche nel silenzio di uno sguardo,
    solo ora parlerei d’amore
    sino all’ultimo sospirare del vento.

  • Credo sia quando il sole s’inchina piano
    alla terra già vestita a notte, che viene
    a cantarmi sul petto una rondine orfana
    di nido placando la voce del mio inverno.

    E’ allora che invento un cielo ad altezza
    d’uomo e dico di me in poesia.

    E non somiglio più alla mia carne
    né alla forma che l’occhio intuisce,
    piuttosto ad ogni grammo puro d’anima
    che mi pesa dentro.

    Se altri capissero da quanti giorni
    sono bambina ormai, quanta luna
    m’innamora a vista, non chiederei
    a miseri sogni d’essermi vita
    il tempo di un giro in parole perse.

    Ma credo sia solo quando il sole
    s’inchina piano alla terra

    che rinasce un canto dal mio inverno…