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Racconti di Sara Scialdoni

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Sara Scialdoni

  • Come comincia:

    "Quando un amante ti perde significa che è un vigliacco. Quando non riesce a perderti è un ladro".
    Alda Merini

    Io donna, attendo sempre lo straniero che smuova le mie zolle di brezza e tempesta.
    Sospiro l’amore che s'accenda in un attimo e che bruci una vita.

    La mia carne è il terreno dove il giardiniere insinua le mani per strappare ortiche. E un vero giardiniere, io ho il sospetto di non averlo conosciuto mai.
    Sere fa, ho tentato di ricucire agli angoli i miei mezzi amori per ricavarne storie che mi suggerissero almeno l'incipit del sogno, e nemmeno una ne ho inventata. L’uomo che non si è accampato nelle mie terre, quelle più calde verso sud, è colui che dopo avermi seminata di baci e parole è fuggito nell’oscurità lasciandomi vergine come mi aveva trovata.
    Tutti i miei amanti mi hanno fatto condividere il letto con donne che non ho mai visto. Donne dalle quali si rifugiavano nella torre dei silenzi per ingannare un amore che non c’è di carezze, le stesse che mi avevano rubato ancora, perché quanti sono usciti dal cancello di casa mia non si sono più curati di richiuderlo. Così, a tutte le ore mi sono alzata per riparare alla loro dimenticanza fino a quando non ho deciso di mostrarmi assente.
    Una storia che non può sperare nel domani è acqua che ristagna in una pozza senza tornare al mare.
    La verità è che c’è stato un tempo in cui confidavo nella Luna. Stella polare degli innamorati sperduti che giocano al gioco semplice dell’amore. Quante volte con occhi ciechi d'illusione la scrutavo indovinandone il sorriso o l’occhio beffardo. Le ho permesso di lavorare scialli di stelle che poi non mi ha fatto trovare sul ciglio dell’alba. Lei che prometteva. Lei, che credevo ascoltasse dall’altra parte del cielo i respiri di chi sentivo mio e fosse messaggera di dolci deliri notturni. Ma adesso, ditele che non la cercherò più. Dite a quella signora dalle cosce generose che per me è solo una sgualdrina. Una sgualdrina per anime sole, la notte.

    Io bambina, immaginavo fiaba ogni uomo sfiorato con lo sguardo di chi brama il suo tempio d’amore, e mi sono scoperta vestale a bruciare incenso per dei senza patria e senza nome.

  • 05 giugno 2007
    L'ultimo dei sognatori

    Come comincia:

    Alla Mia Luna Gitana
    Al mio amico Patrick Edera


    "Mi disegno leggera
    come dolce chimera
    su lembi di cielo
    a seguire un veliero
    tra le braccia del mare
    nel suo eterno viaggiare.
    Getto il mio mondo
    in un sonno profondo
    di fate di elfi
    di luoghi dispersi
    e mi corono di stelle
    mie uniche ancelle
    governate una ad una
    perché son io
    sua Maestà la Luna."


    Hai annusato mai profumo di stelle, mia Amica Amante Madre che posi fissa nell’oscurità senza veli ogni volta che il mondo approda alle rive del sonno, del suo disperdere chimere perché la vita sia più leggera di un petalo sfilato via dal vento?
    O pianto casomai, d’un pianto che non ha ragioni. Gettata in pasto a malinconie vaghe di senso radicate in quel vuoto che l’uomo si porta dietro da secoli come abitudine dell’anima fragile?
    Dimmi, tu che sai, quante Fate popolano ancora i sogni e se ve ne sono poi ad ingannare di magia i domani, padroni del mio vivere ribelle.

    Oh, abbraccerei l’avvenire più incerto se promettesse almeno un luogo ai margini del tempo che per natura fosse immobile nel miraggio di sere come questa.
    Così, altrettanto, dovessi smarrire la via di casa oggi afferrerei il primo pensiero che conservi un po’ di sapore d’Africa per non tornare. Per librarmi in voli seguiti solo da quaggiù, vaneggiando…

    Scelsi la follia di chi siede a un passo da te un giorno. Di chi nel consumarti di sguardi al rapimento si concede inerme quando sospira un desiderio appena nato.

    E dimmi luna dunque, sarò io l’ultimo dei sognatori a delirare al cielo?


    04/03/2006

  • Come comincia: I miei amori non sono mai esistiti oppure non sapevano niente, perché nessuno di loro si è presentato puntuale agli appuntamenti col mio cuore.
    I miei amori li ho tenuti in grembo come figli, come il figlio della vergine Maria, concepiti per non so quale misteriosa opera dello spirito.
    Di alcuni mi sono dimenticata presto e in vero li vedo a volte patire d’abbandono e smarrimento. Ma quando io do le spalle ad un amore, lo faccio sul serio, e di lui nulla mi resta se non un’orma trascurata in qualche regione della memoria. Un lembo di terra dove il seme del desiderio non attecchisce più. E il desiderio, si sa, fa da balia all’amore.
    Così spesso accade, che mentre uno è deciso a bere dal mio seno quel nettare che prima pensava inutile, io abbia già cominciato ad allevarne un altro non mostrando più di un timido cenno di rimpianto.
    Ciò che i miei amori mi hanno insegnato è a morire d’agonia. Non di una morte precisa ma simile a quella di un animale ferito che vagabonda ai margini della vita. E semmai mi è venuto meno il respiro è stato nell’istante in cui ho rinunciato alla loro custodia.
    Credo che le donne come me siano malate, malate di un’indomabile follia che pretende di contagiare quanti la rifiutano. Perché la follia più grande è quella di non amare e nell’amore io mi riscopro periodicamente sana.
    So bene che “sana” è termine dissonante per una che va predicando l’amore che non esiste come il più grande. Eppure chi può affermare che non sia vero? L’unica differenza tra un amore che i più definiscono “carnale” e i miei sta nel tempo in cui essi vengono consumati. Per questo mi sono meritata l’appellativo di “veggente” capace di prevedere le mie storie ancor prima di aver incendiato un uomo di passione. Anche se poi, come dicevo, arriva puntualmente in ritardo.
    Ma se ci fossimo trovati a ballare la medesima sensuale danza l’uno abbracciato alla solitudine dell’altro, probabilmente non avrei mai scritto di loro perché è il lutto e il tormentarsi d’amore ad ispirare i poeti. Ed ognuno di questi ha la sua “Beatrice” o la sua “Laura”, quell’angelo terreno a cui giurare eterna fede o da tradire come un Giuda per ciondolare esanime al cappio del disonore.
    La maggior parte degli amori chiamati “eterni” si mantengono tali perché continuano a vagare nell’illusione che un domani esisteranno.
    Ed io ricordo sempre d’accudire queste assenze. Sono la donna dell’assenza, delle incontenibili mancanze che attende chi non c’è mentre ricama e disfa una tela infinita nel notturno sopore dei mortali.

     

     

    * Ispirato al "Tormento delle figure" di Alda Merini

  • Come comincia:

    I
    Cammino spesso in mezzo alla gente pensandomi altrove.
    I sogni ad occhi aperti sono inventori di realtà sopra la coscienza e molto più audaci di quelli fatti nel sonno perché non cercano riparo nella gola profonda della notte ma reagiscono alla luce.
    Ho costruito un infinito tutto mio, tanto ridotto da tenerlo chiuso in palmo di mano.
    E quando lo scruto mi disegno costellazione, mappa di stelle in un’eternità d’ombra, piccola donna in mezzo al suo cielo.

    II
    Ad un tratto avverto il peso di sentirmi estranea e mi sorrido come si sorride ad uno sconosciuto di passaggio.

    III
    La notte. Preferisco la notte. All’ombra di tutte le cose, vedo meglio tutte le cose.
    Le case, i vecchi alberi della pineta, il gatto accoccolato sul davanzale di fronte, la ragazza che passeggia per strada, i volti. Tutto mi appare più chiaro. Persino i miei stessi pensieri hanno diversa consistenza nell’oscurità. Riesco a dargli una forma e uno spazio che il giorno abolisce.
    Fisso il soffitto ed ecco nuvole, uno sguardo alle pareti e sono mare. Questo per me è l’evidente. Vedere laddove non si sarebbe mai guardato.
    Immagino la mia vita un naufragio continuo nella solitudine delle stelle se solo il sole non le nascondesse ad ogni alba sotto il suo talamo d’oro.
    Ah, la notte. Come preferisco la notte!

    IV
    Oggi ascolto la pioggia. Ne imparo il linguaggio. Ogni goccia che invoca di cadere al suolo è un po’ di cielo che si stacca per non morire solo.

    V
    Sull’amore. Quante pagine sprecate per amore! Non ne parlerò come altri prima di me. L’amore è solo amore. Non dovrei giudicarne natura e fatti.
    Soltanto il dolore è da condannare perché il più noto giustiziere di tutti gli amanti.

    VI
    In un angolo del mio ufficio mi sono inventata a misura di quegli impalpabili movimenti di sogni che si agitano sulla soglia dell’essere. E sono stata altro.
    E ho permesso a tutti gli estranei miei coinquilini di vita di divenire altro.
    Mi sono sdoppiata per vedermi come non voglio essere e andare libera dove volevo abbandonandomi laggiù per qualche istante.
    Ho creato mondi durante la mia assenza che in questa presenza fatta di carne e di vuoto non raggiungerò mai.
    Ma in ognuno di loro mi sono guadagnata un posto d’abitare quando fingo di non essere io.

    VII
    Se non soffrissi di malinconia come di un comune mal di testa non potrei scrivere molte delle cose che scrivo. Ho cura di tutto ciò che è stato come di un amore che minaccia di restare solo e continuo a farmi ritratti di parole su fogli rubati distrattamente, dove capito.
    Non si comincia mai qualcosa partendo dal passato. Per questo ho comprato un diario che non aprirò né oggi né domani.

    VIII
    Stasera la luna ha partorito un nuovo sognatore che, come tutti i sognatori, la sospirerà sempre per non conoscerla mai.

    IX
    Ho sempre creduto che le farfalle fossero pensieri. Pensieri mandati da qualcuno in cerca di qualcun altro. Così, quando una di loro oggi mi ha seguita per tutto il cammino, perfino la solitudine che mi accompagna ora dopo ora si è fatta donna in carne ed ossa capace di prendermi per mano.

    X
    Non resterò qui a lungo.
    Amo cambiare città come il tempo l’umore, le stagioni l’abito. Essere troppo presente in uno stesso posto mi fa sentire unica, mentre io mi riconosco multipla.
    Ho tante di quelle persone dentro di me che spesso mi scopro “folla”. Un gran chiasso di gente dalle tante identità desiderosa di farsi conoscere. Non potrei né per decenza né per educazione evitare di lasciare i luoghi o le persone che incontro.
    C’è qualcosa che mi parla d’autunno alla finestra. Forse un colore, uno scherzo del vento tra i rami, una foglia che danza nell’aria, la notte che precede più rapida il giorno, un bambino che ha smesso di giocare.
    No, non resterò qui a lungo. Mi cambio identità come la terra la pelle.
    E tra questi fogli rubati distrattamente, dove sono capitata, lascio le ultime tracce di me e della sconosciuta che sono.

  • 09 settembre 2006
    Colta in flagranza di reato

    Come comincia: Lo sguardo si posa al di là del parco che costeggia la strada di fronte.
    Slitta tra gli alberi, le case, s’insinua nei vicoli stretti, attraversa gli odori dei cesti di frutta sui banchi del mercato. Scova il peccato. E cade.
    Cade sul verde di un portone al civico ventidue. S’incolla. Ci si strofina come una gatta affamata che elemosina gli avanzi della sua vita perduta. Poi sprofonda.
    Senza alcuna voglia lascia che una sigaretta s’incolli al labbro inferiore mentre a tratti gli occhi vanno nascondendosi dietro il buio delle palpebre. Come se certi particolari potesse scorgerli più evidenti se sottratti alla luce del giorno.
     
     
    Lei sale le scale. Un movimento ripetuto quasi tutti i giorni, per anni.
    Non si volta mai, anche se dovrebbe farlo, Elisa. Dovrebbe almeno per cancellare le tracce di quel reato consumato alle spalle dell’altra sua esistenza.
    Ogni passo in avanti, lei lo sa, è un po’ di sé abbandonata in quella penombra che le sfalsa l’armonia del vivere e che a volte, pensa, vorrebbe si trasformasse nella colpa di qualcun altro.
     
    Per un attimo lui riapre gli occhi. Ma solo per un attimo, quasi a riprendere fiato e non perdersi la breve sequenza di quella vita che sente ancora appartenergli tra le pareti da dove Elisa è fuggita via.
    Poi, di nuovo, il buio gli investe la vista per continuare a vedere…
     
    E’ dietro la porta ormai. L’uomo può addirittura scorgerne l’odore. Sa che esiterà ancora prima di bussare. Si sta passando freneticamente la mano tra i capelli, permette ad un bottone di liberarle il bel seno adesso. E’ un rito che lui conosce bene, di cui ha compreso il senso tanti anni fa. E’ una fibra della sua pelle che si apre totalmente alla possibilità di respirare ciò che di più puro e corrotto ci sia nel suo angolo di mondo.
    Non può più attendere l’uomo dietro la porta. Anche i minuti sono essenziali quando vengono rubati al tempo che non è complice di certi inganni.
    Là dietro c’è un corpo a cui non rinuncerebbe mai e che è il profilo esatto di tutto l’amore che si è lasciato scivolare tra le dita troppo spesso, pensa.
     
    Lui ha ancora gli occhi chiusi. Il sapore della sigaretta si mischia all’amarezza che gli sta scivolando nella gola come un veleno in grado di paralizzargli i muscoli. Crede che se proverà a muoversi andrà in frantumi proprio come parte della vita che non è riuscito a salvare.
    Una volta comprò per Elisa un abito da sera in occasione di una cena di lavoro organizzata dalla sua banca. Andava fiero di quella bellezza incontaminata e del tutto inconsapevole della moglie. Ogni cosa di lei gli ricordava l’ingenuità di una bambina, dal modo di pettinarsi a quello con cui facevano l’amore. E quel vestito che le confinava alla perfezione il corpo era per lui la certezza che quella donna era sua,  che la conosceva bene, sotto la carne e fin dove lui era potuto arrivare a toccarla.
    Lei puntò gli occhi nei suoi attraverso lo specchio e disse: “Mi sembra di averti addosso”. Sorrise.
    Lui ha ancora lo sguardo immerso nel buio, caduto sul verde di un portone al civico ventidue.
     
     
    L’uomo e la donna si abbracciano, ma non per molto. Hanno fretta di lacerarsi le carni, mordersi, leccarsi, graffiarsi, stremarsi, afferrare le ore in cui sono stati lontani. Lasciarsi.
    Le bocche s'impastano e danzano l’una sull’altra al ritmo caldo dei baci. Nessun particolare dei loro incontri è mai scontato. Tutto è ripetitivo e sempre allo stesso modo importante. La dolcezza con cui l’uomo le accarezza il viso, la voglia improvvisa che lo attanaglia e gli spezza il fiato quando lei lascia cadere il vestito per terra e i sessi cominciano a cercarsi. Lui ama distenderla sul letto e ascoltarne il respiro calmo per accenderlo facendosi strada tra quelle gambe da dove si libera il desiderio. Elisa è una donna che vuole essere consumata piano ma con l’impazienza della bambina davanti a un regalo che non può aspettare di essere scartato domani.
    E anche questo l’uomo lo sa. Anche questo lo ha imparato infilandosi in qualche piega della sua anima mentre facevano l’amore, quando lei sembrava distante e lui la riportava a sé con la prepotenza del corpo fino a farla diventare piccola. Tanto piccola da sentirla rannicchiarsi tra le sue braccia, indifesa.
     
    Ma come fa a sopportare tutto questo? Come fa?
    Se lo domanda ogni giorno lui. Anche adesso che ripassa a memoria le scene di quell’amore che non riesce a contrastare con il suo. Eppure un tempo credeva che ad Elisa il loro matrimonio bastasse. Era convinto che tutto il mondo fosse lì, e che per lei non esistessero altri sapori da cercare fuori dalle pareti di casa. Ma ora c’era quell’uomo sulla soglia delle loro vite, anzi, ci abitava dentro, tra le lenzuola, la cucina, i pranzi, le cene, sugli scaffali, dietro i mobili. Era ovunque perché lei lo aveva fatto entrare senza nemmeno chiedergli il permesso. Era ovunque perché aveva trovato una crepa tra i loro corpi perfettamente disarmonici. E adesso c’era da chiedersi chissà da quanto. Forse era accaduto in un momento in cui lui si era distratto e come succede in questi casi ci si pente sempre di essersi voltati per quel breve istante, quell’unico istante in cui saresti dovuto esserci, e non c’eri. Ma è tardi ormai.
    “ Scendo a portare la macchina dal meccanico”. Oggi la scusa è questa.
    Chissà se l’uomo al di là del parco la ama, si domanda. E accenna un sorriso triste di chi ha appena scoperto di non avere sogni.
     
     
    Elisa respira a fatica sotto il peso dell’uomo che sta per morire di piacere stretto nella morsa delle sue gambe. Lo fissa, lo sfida, perché in quel corpo c’è tutta la speranza di un domani che non sa ancora contenere. Poi il duello ha termine, i respiri si calmano di nuovo. L’uomo le scivola affianco avvolgendola con il braccio come fa di solito. L’accarezza ripetutamente lungo i fianchi, sulla schiena liscia e madida, vuole assicurarsi che lei sia lì, che non sia altrove come a volte ha la sensazione che accada. Ma lei c’è. E’ rimasta anche per quell’uomo solo nella camera da letto di casa sua  che sente seguirla col pensiero mentre s’abbandona sul petto di un altro. E per un attimo, forse per la prima volta, ne ha quasi vergogna.
    Si stringe più forte che può contro il corpo di lui, si contorce, lo annusa, struscia il viso sulla pelle ruvida del suo. Sta cercando qualcosa Elisa, qualcosa che non sa spiegarsi nemmeno lei. Forse un punto dove sentirsi al sicuro da tutto, una fessura nascosta sul corpo dell’uomo  a cui aggrapparsi per sentirsi libera.
    “Io ti amo” le sussurra scostando una ciocca dei capelli dalla guancia.
    E lei adesso è più perduta che mai.
     
     
     
    Lui poggia la fronte sul vetro freddo della finestra come volesse riprendere coscienza di sè. Lo sguardo abbandona il civico ventidue, ripercorre il mercato, attraversa gli odori dei cesti di frutta, passeggia tra gli alberi del parco che costeggia la strada di fronte e precipita nuovamente nella camera da letto, sua e di Elisa. Guarda l’orologio.
    L’uomo sta per rivestirsi e anche lei lo sta facendo con l’ansia di chi deve occultare gli indizi di un delitto.
    Lui non è più lì a guardarli, non li sta spiando da dietro la vetrina della loro intimità appartato nel buio, ma continua a  scorgere ogni dettaglio col pensiero.
    Dovrebbe dirle che sa. Pensa da giorni che dovrebbe dire che sa. In fondo perché tacere. Tacere è un po’ come tradire Elisa a sua volta e lui non vuole un’ intera vita costruita sul tradimento.
    “So che vai da un altro uomo” le avrebbe detto, forse urlato, questo non lo sapeva. “Lo so e basta. Non ti ho mai seguita, non vi ho mai visti insieme. Ma quante volte me lo hai confessato, cara Elisa. Quante volte. Mentre lavavi i piatti, ti sistemavi i capelli prima di uscire, quando mi sorridevi e non sorridevi per me, in quei silenzi scesi fitti come pioggia a renderci sempre più estranei, in un rossetto che non ho mai visto, sulla pieghe di un vestito che non indossi più, in una tazzina del caffè. Era sulla punta della tua lingua ogni mattina Elisa, piccola Elisa, e lo ingoiavi come una pillola dal gusto amaro ogni sera quando mi davi la buonanotte. Io lo so, lo so e basta.”
     
     
    Una donna è appena uscita da un portone verde. Cammina a passo svelto per i vicoli, il mercato, il parco. Sta per tirare fuori dalla borsa un mazzo di chiavi. Sale le scale. Un gesto ripetuto ogni giorno, per anni. E’ dietro la porta ormai. L’uomo può addirittura scorgerne l’odore. Sa che esiterà ancora prima di entrare. Si sta passando freneticamente la mano in mezzo ai capelli, permette ad un bottone di fasciarle il bel seno adesso. E’ un rito che lui conosce bene, di cui ha compreso il senso anni fa. E’ una fibra della sua pelle che si chiude totalmente alla possibilità di respirare quanto di più puro ci sia nel suo angolo di mondo, che si prepara all’inevitabile.
    Non ha fretta l’uomo dietro la porta. Abbozza un sorriso triste di chi ha appena perduto il suo ultimo sogno. Tra poco la donna entrerà e allora non ci sarà più nulla da dire.

     

  • Come comincia:

     

    "Tutte le lettere d’amore sono
    ridicole.
    Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
    ridicole."

    F.Pessoa

     

    Ci sono nuvole oggi in cielo. Le vedi? Forse sta per piovere. Forse non lo farà e tutto questo grigio che sfila lassù sarà servito solo a rendere più cupa un’altra giornata.
    Non danza il vento. L’aria è immobile, quasi addormentata.
    Fiuto tempo d’attesa, di cose che stanno per accadere, che accadranno, sperate, desiderate. Idee assillanti che sembrano piccole follie, che lo sono. E lo sai.
    Com’è che si comincia a pensare a qualcuno?
    Com’è che ci si riscopre con la testa assediata da qualcuno?
    Com’è che mi sento piena di te?
    Non conosco la tua voce, il profilo del tuo volto, i lineamenti.
    I tuoi capelli. Di che colore sono?
    Le tue mani. Sono lisce e grandi tanto da curarmi l’anima, cullarmi il cuore? O forti quanto basta da sfidare la vita con i pugni alzati?
    E gli occhi. Sono di chi sa raccogliere nella loro profondità tutto il blu del cielo? Oppure, somigliano più a piccole finestre accostate sul mondo che si serrano rapide di fronte al dolore?
    Le braccia. Nidi robusti dove coricare pensieri dolci/amari? O piuttosto morse improvvise che attanagliano il corpo inducendo al peccato?
    Non so. Non so nulla di te. Eppure qualcosa del tuo essermi ignoto è talmente affine da catturami intimamente.
    Hai mai provato un simile desiderio? Un frastuono nella mente, alito caldo che soffia nei pertugi della coscienza con tanta violenza da lasciarti inerme?
    Ti sogno, quando non v’è più nulla da sognare.
    Ti cerco, quando non ho altre strade da seguire se non quella dei palpiti in corsa che ti rincorrono.
    Ti desidero, la notte. Nelle ore dove il sonno come uno zingaro vaga bramando dimore felici. Lentamente una carezza, poi un’altra, giù lungo il ventre, su per le labbra umide, tracciano a pelle le voglie di te.
    Ti prendo, ti lascio andare.
    Raccolgo adesso gli ultimi pensieri, sono per te. Per tutto ciò che non conosco.

    Ci sono nuvole oggi in cielo. Le vedi? Forse pioverà. Forse no, e questo grigio che sfila lassù sarà servito solo a rendere più cupa un’altra giornata.
    Un’altra senza di te.

  • Come comincia: Ho parlato di noi, con la stessa malinconia di chi ha perso l’ultimo viaggio per il mare, la sua mezzanotte da fiaba scoccata troppo presto perché resti più di un ricordo, che di tanto in tanto, amo apparecchiare nei banchetti solitari con me stessa, come si sistemano certe candele a centro tavola, sperando che il buio clemente non le inghiottisca.
    E’ una fiamma così ingannevole quella della memoria. Riscalda per quel poco che il pensiero l’alimenta, poi si estingue in un frullare di tante piccole lucciole disperse nella malattia del tempo, nella fissità delle giornate che mi hanno portata immancabilmente lontana. Irraggiungibile dai più e da te.

    Raccontarti è stato come inventare un amore alla volta, un personaggio alla volta, potendo io plasmarti a mio piacimento solo dall’assenza che hai lasciato su questo palcoscenico, costruito a misura d’eroina senza alcun cavaliere intrepido a freddare notti ostili a colpi di spada.
    Ma che puoi saperne tu delle mille volte che ti ho abbandonato, ucciso, pianto e riabbracciato. O delle infinite volte che mi hai abbandonata, uccisa, piegata al pianto e di nuovo abbandonata.
    Due amanti distanti vivono delle percezioni che sono soliti cogliere tra una partenza e l’altra, un richiamo muto e l’altro. Il gelo delle sere d’inverno simili a questa li sconforta e riunisce, perché nei loro intenti cresce il desiderio di carezze mancanti sulla pelle, la “buonanotte” sussurrata stretti nell’attesa dei sogni o il respiro che si accende in un angolo del letto mentre si cercano.
    Sono debole, fragile come una foglia che si sgretola lenta sull’asfalto. Incompiuta, come la luna al suo mezzo giro, quando mostra una parte di sé alle stelle e nasconde l’altra dietro un sipario d’ombra che la riavvolge.
    Afflitta, come un gabbiano che ha smarrito la rotta e non trova  l’orizzonte.
    Sono forte, amore mio, forte come le onde che s’abbattono furiose sui moli per scuotere le navi addormentate. Più feroce dell’arsura al solleone che getta negli stenti i contadini e i loro campi.
    Sono impossibile, più impossibile di te, che mi sei apparso in veste di miraggio ovunque andassi a posare lo sguardo affamato, sognante, desolato...
    Tu, semplicemente autore e attore in primo piano. Spettatore parco d’applausi in un silenzio disarmante.
    Vedi, com’è stato facile raccontarci, inventando un amore alla volta, un personaggio alla volta. Un mattino eri grande e superbo tanto da farmi vergognare della mia pochezza, un altro eri misero e delicato quanto un bambino in cerca di conforto, di  una caramella da succhiare per dimenticare il sapore amaro dell’inquietudine.

    Non ho mai detto d’amarti. Eppure, in quanti modi l’ho detto.
    Mi chiedo a volte se sia giusto ricordarti che esisto. Dimenticarsi, sì, forse dimenticarci è l’unico espediente possibile per sfuggire alla condanna di un  destino che ci ha ingannati.
    E’ ora che riprenda il mio viaggio per il mare, amore mio. E’ la cura che ho scelto alla mia nostalgia di te.
    L’ultimo biglietto l’ho conservato con cura per lasciarti in questa casa che a lungo abbiamo abitato senza mai incontrarci…
    Troppo distanti per amarci davvero, troppo vicini per giocare al gioco degli amanti o di qualche innamorato infelice.

  • Come comincia: Vi racconto una storia. Una storia che raccontano tutti qui quando sull’amore scende un sipario.
    Non so bene chi fu il primo tra noi a dire di loro, ma fa lo stesso. L’importante è che si dica.
    In questo luogo dimenticato, su una costa di un mare sconosciuto, abitiamo in pochi – noi-  molto pochi, e le voci corrono, il tempo è senza tempo e quest’orizzonte blu è l’unica cosa che ci separa dal resto del mondo.
    Comunque la storia è un’altra. La storia è questa, se volete ascoltare.

    Era bella, lei, quasi da non credere quanto lo fosse. E aspettava. Ogni giorno, nello stesso punto di sabbia impallidito dalla luce del sole, lei si sedeva e aspettava. Non era certo un mistero chi, non per noi.
    Aveva voce alta in lei la nostalgia, come una tenaglia, abisso feroce che inghiotte gli ultimi ricordi, istanti vissuti pelle a pelle, ferita bruciata da gocce di sale.
    Se n’era andato, non sapeva più quando. Per il mare era partito. Quando? Non lo ricordava più tanto era il tempo senza tempo che le passava accanto. Le aveva detto:"Vado in mare, quello oltre il confine che ci separa dal mondo. Tornerò diverso, ma il cuore, no, batterà per te come adesso." 
    Così era partito, non si sapeva più nemmeno quando. Così aveva detto. Questo lo ricordava – lei - che se ne stava sempre nello stesso punto. La stessa sabbia, quella che il sole aveva impallidita.
    Trascorsero giorni, notti, infine stagioni. Il mare non lo riportava, anzi, sembrava che onda dopo onda lo allontanasse da quel luogo dimenticato. Da quell’oceano senza nome.
    Lei era bella, sì. Era più bella di quel giorno in cui un sapore venuto da lontano se l’era preso.
    Ma ha un segreto il mare, forse solo questo, chi lo sa. Ruba i pensieri e li disperde se lo guardi per guardarlo fisso. Ti soffia aria nuova in petto se lo respiri profondamente. Ti colora lo sguardo. Lo accende di blu e la marea che ti sale dentro, quando si ritira, tutto ti ha cancellato. Forse, solo questo mare lo fa, chi lo sa. E lei smise di aspettare.
    Scrisse qualcosa per lui prima di andare. Scrisse: "Caro amore, sono stata qui ad aspettarti tanti giorni e tante notti da diventare stagioni. Thomas viene sempre a pescare su questa spiaggia e a parlare col vento, che dice ti risponda se lo ascolti bene. Ma a me non ha mai risposto. Il mare è mutato infinite volte da quando sei partito. Lo guardavo, fisso, e cambiava sempre. A poco a poco sembrava cambiasse anche me. Mi è entrato dentro, lo sento. Credo capiti se lo guardi così a lungo. Adesso sono diversa. Non ci sarò quando tornerai. Ho scoperto il segreto del mare e me ne vado. Tua…" 
    Le lasciò a Thomas quelle parole, il più anziano tra i pescatori. Poi, partì con le onde ad accompagnarle i passi.


    Su quella stessa spiaggia, raccontano tutti, un giorno lui se ne stava a guardare il mare, fisso. Di fianco, il pescatore, che tirava su reti parlando col vento - che in vero, ora spiego, rispondeva solo a lui  perchè ne conosceva il linguaggio - e scrisse: “Caro amore, sono tornato ma tu non ci sei. Il mare ti ha portata via. Ti è entrato dentro e ora sei diversa e anche il tuo cuore lo è. Guarderò il mare come lo hai guardato tu. Cambierà come lo hai visto cambiare tu. Non conosco ancora il suo segreto. Ma credo sia un buon posto questo per dimenticare. Tuo…”

    Ecco la storia che raccontiamo noi qui. Qui, dove il tempo è senza tempo, l’orizzonte ci divide dal resto del mondo, le voci corrono quando sull’amore scende un sipario. E il mare, il mare ha un segreto…