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Autore

Silvana Poccioni

in archivio dal 23 apr 2007

29 agosto 1949, Rocchetta A Volturno (is)

segni particolari:
Maniacale convinzione che la memoria sia il bene più prezioso che l'uomo possiede.

mi descrivo così:
Sono nata nella Centrale ENEL di Rocchetta a Volturno e vivo dal1983 ad Agnone, in Molise. Ho pubblicato nel 2002 il mio primo volume "In fondo al mattino" per le Edizioni Eva, nel 2008 "Quare id faciam", per la collana "La stanza del poeta", a cura di G.Napolitano e il

28 ottobre 2011 alle ore 9:55

Dal Belvedere

Intro: Leggi direttamente

Il racconto

Osservate da quell’altezza, le cose risultavano così mirabilmente chiare e limpide, che le miriadi di minuscole fiammelle affacciate sulla balaustra del Belvedere agitavano estasiate le loro cime sottili riempiendo il cielo tutt’intorno di innumerevoli, allegre scintille dorate.
Ora tutto risultava così semplice da comprendere, che quasi dubitavano di essere mai esistite prima.
Quando erano dall’altra parte, imprigionate nei loro carrozzoni senza uscite, avevano tentato tante volte di capire il senso profondo di ciò che riuscivano a malapena a vedere, occhieggiando furtivamente attraverso quelle uniche due strette fessure che si aprivano sul mondo. E quando credevano di essere sul punto di comprendere, la loro vista veniva offuscata da tendaggi variamente trapunti, che distorcevano le immagini colorandole innaturalmente.
Quando erano dall’altra parte avevano tentato mille volte di ascoltare con attenzione i suoni provenienti dall’esterno, arrampicandosi a fatica lungo due stretti cunicoli che sbucavano proprio sul tetto del carrozzone, benché la difficoltà di arrivare fino alla membrana vibrante al di là della quale si producevano i suoni fosse enorme. Ma il risultato era ogni volta esaltante: i rumori si trasformavano prodigiosamente in voci, melodie, fruscii, sussurri. Quante volte erano state sul punto di averne una percezione nitida, fedele, diretta! Ma sempre il tentativo era miseramente fallito. I suoni si percepivano, ma la comprensione del loro reale significato veniva impedita da ostacoli di ogni sorta e la colpa era dei carrozzoni che ripartivano d’improvviso o d’improvviso svoltavano angoli o imboccavano strade sbagliate, divieti d’accesso, che ingranavano retromarce proprio quando bisognava sostare e sostare a lungo.
Tante volte avrebbero voluto interrompere per un po’ quel viaggio frenetico, sempre in corsa col tempo verso nuove mete, raggiunte le quali, senza neppure assaporare la gioia del loro raggiungimento, si ripartiva, per arrivare e ripartire di nuovo, senza quiete, riposo, soddisfazione.
Tante volte, quando erano dall’altra parte, avrebbero voluto fermarsi, parcheggiare in un luogo solitario, per ascoltare la musica del silenzio rotta soltanto dai suoni della natura e in quella pace lasciar correre libero il pensiero o permettergli di riposare in compagnia di se stesso, come un vecchio saggio sul far della sera, quando  ripercorre con la mente le tappe della sua esistenza e ne trae il bilancio, sorridendo bonario sui propri errori e imparando da essi il senso della vita.
E invece quei diabolici carrozzoni, in cui erano imprigionate, non sostavano mai, sempre on the road, tra faticose salite e ripide discese, a velocità sostenuta su interminabili rettilinei in fondo ai quali, talvolta, un imprevisto incidente di percorso costringeva a difficili riparazioni o a dolorose soste forzate, angosciose, rabbiose, tristi, malinconiche, rassegnate.
A tutto questo pensavano le migliaia di fiammelle affacciate alla balaustra del Belvedere e sorridevano malinconicamente sulla propria stupidità.
Ma come avevano fatto a non capire, quando erano dall’altra parte, che prima o poi i motori dei carrozzoni si sarebbero spenti e loro sarebbero uscite da essi senza impedimenti, volando via, accendendosi di luce e riempiendo il cielo tutt’intorno di innumerevoli, allegre scintille dorate?

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