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Autore

Silvana Poccioni

in archivio dal 23 apr 2007

29 agosto 1949, Rocchetta A Volturno (is)

segni particolari:
Maniacale convinzione che la memoria sia il bene più prezioso che l'uomo possiede.

mi descrivo così:
Sono nata nella Centrale ENEL di Rocchetta a Volturno e vivo dal1983 ad Agnone, in Molise. Ho pubblicato nel 2002 il mio primo volume "In fondo al mattino" per le Edizioni Eva, nel 2008 "Quare id faciam", per la collana "La stanza del poeta", a cura di G.Napolitano e il

04 settembre 2009

Il "matto" del semaforo

Intro: Un disagio psicologico che accompagna il protagonista da oltre quarant’ anni, manifestatosi all’improvviso e che lo porta a compiere compulsivamente sempre gli stessi gesti e a convivere con l’alternanza dello stato umorale. Un male oscuro, molto ben descritto!

Il racconto

Lo chiamavano tutti così, a Ivernia, perché se volevi vederlo, dovevi andare al semaforo in via Tribunale, quello vicino all’edicola, all’angolo di Corso Leonardo Salviati.
Era un tipo smilzo, capelli corti e crespi, qua e là striati di grigio, un jeans scolorito (dal tempo, non dalle esigenze della moda), una camicia a quadroni blu infilata rigorosamente nei pantaloni che teneva su, a dispetto della sua magrezza, con una cintura di pelle nera, sdrucita come quella delle scarpe: un paio di mocassini con la suola ormai così sottile, che con la pianta del piede riusciva a sentire persino un ago di pino, là sul pavimento del marciapiedi.
E quel marciapiedi “il matto” l’aveva quasi consumato con il suo andirivieni negli ultimi dieci anni, da quando l’avevano dimesso dalla “clinica” perché dichiarato inoffensivo.
L’avevano ricoverato i suoi genitori, molti anni prima di lasciare questo mondo, nel 1969, probabilmente con un gran senso di sollievo, come si può facilmente immaginare.
Era stato, fino a pochi mesi prima di “ammalarsi”, un ragazzo come tutti gli altri, forse un po’ bizzarro, strampalato, ma niente di più. Poi, d’improvviso, le cose avevano preso una piega diversa: a volte, tornando a casa dalla scuola, cadeva in un tale stato di depressione da rifiutare persino il cibo che sua madre aveva amorosamente preparato per lui, e rimaneva digiuno fino al giorno successivo, senza bere neppure un bicchier d’acqua; altre volte era sovraeccitato, divorava tutto ciò che gli capitava a tiro ed era allegro senza un particolare motivo, rideva per un nonnulla, sgangheratamente e rumorosamente, ed era un riso che aveva del diabolico, faceva paura.
Come quel giorno, mentre si trovava con sua madre vicino al semaforo sotto casa, in attesa del verde. Cominciò a contare, tirando fuori ad una ad una le dita dal pugno chiuso, uno, due tre, quattro… e intanto tratteneva con l’altra mano sua madre, poveretta, che al verde voleva attraversare, stringendole il braccio in una morsa. Undici, dodici, tredici… e sempre quel ghigno sulle labbra e le dita fuori dal pugno, ad una ad una. Vent’otto, ventinove, trenta: la comparsa del rosso e il suo gettarsi tra le macchine in corsa furono una cosa sola.
Lo ricoverarono con fratture multiple all’ospedale più vicino e da lì, una volta guarite le ossa, dopo cinque settimane, venne trasferito nel reparto psichiatrico.
Depressione bipolare - diagnosticarono i medici - con atteggiamenti maniacali, sadomasochisti, meglio tenerlo rinchiuso, finché non fosse guarito o almeno finché non fosse risultato inoffensivo.
C’erano voluti quasi quarant’anni perché il matto diventasse inoffensivo, ma poi ce l’aveva fatta e l’avevano dimesso.
A Ivernia la sua casa era stata data in affitto dagli eredi sani al giornalaio all’angolo, il buon Tobia, che era stato suo compagno di classe e amico del cuore, quando ancora tutto filava liscio e di medici non avevano mai avuto bisogno, né l’uno né l’altro. Perciò gliel’aveva lasciata volentieri una stanza, col bagno annesso, e lo faceva sedere a tavola con lui, sopportando con malcelata indifferenza le sue risate sgangherate o le lacrime improvvise, tra un primo e un secondo, aspettando, a volte, che decidesse di tornare a mangiare qualcosa dopo ventiquattrore di inspiegabile digiuno, durante le quali non beveva neppure un bicchier d’acqua.
E alle otto del mattino, quando scendeva nel suo negozietto di giornalaio, anche il matto scendeva in strada con lui e iniziava quel tran tran sul marciapiedi che l’aveva reso famoso come, appunto, “il matto del semaforo”.
Prima, però, c’erano i preliminari: mentre Tobia sollevava la saracinesca, lui fingeva di girare una immaginaria manovella, come si faceva quando era ragazzo e ancora non esistevano i miracoli dell’elettronica. Poi, una volta assicuratosi che la vetrina fosse completamente aperta e l’amico dietro il banco, prendeva accuratamente le misure del tratto di marciapiede che separava l’ingresso del negozio dal semaforo, infisso sull’orlo della strada: sei passi precisi, a gambe divaricate, tirati con passo marziale. Un’occhiata al verde e poi, da lì, indietro verso la vetrina: sei passi precisi, a gambe divaricate, tirati a passo marziale.
Di tanto in tanto si appoggiava al muro dell’edificio, con la spalla destra, incrociando le gambe in atteggiamento di riposo: uno, due, tre, quattro….vent’otto, ventinove, trenta. E di nuovo verso il semaforo e da lì indietro verso la vetrina.
Per sgranchirsi un po’, tra un rosso e un verde, qualche saltello da fermo al centro del marciapiede, una rotazione delle braccia e un bel respiro a pieni polmoni: proprio come fanno di solito coloro che, al termine di una bella corsa salutare, sentono il bisogno di un po’ di stretching per sciogliere i muscoli contratti.

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