username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 27 ott 2009

Simona Soldi

06 novembre 1984, Pistoia

elementi per pagina
  • 06 aprile 2016 alle ore 20:51
    Effetti

    La gente implode accartocciandosi su se stessa stritolata dalla morsa delle sue bugie. Diventa cenere.

     
  • 12 febbraio 2015 alle ore 16:46
    Codici

    Leggi scritte
    non scritte
    incasellate in un codice
    Accettato, ma non genetico.
     
    Provo, seguo, interpreto,
    inciampo e cado.
    Mi rialzo. Corro.
    Ora sto scappando.
    Mi rintano nel labirinto
    della mente, e lì mi perdo.
    Seguo le leggi, ma non la vita.
     

     
  • 12 febbraio 2015 alle ore 16:36
    Ricerca Grottesca

    C'è qualcosa che manca
    la ricetta è incompleta
    l'ingrediente è segreto
    nessuno lo cerca.

    Come ossessione di una ricerca,
    di un granello di sabbia
    nella spiaggia in cui ti immergi,
    lo vuoi raccogliere
    tenere per te
    far vedere a tutti
    la meraviglia che è lì
    davanti ad occhi
    che sbagliano a osservare
    usando lenti di illusioni.

     
  • 28 novembre 2014 alle ore 17:12
    La Pelle E L'Inverno

    Fa freddo
    fuori e dentro,
    te ne accorgi quando i pensieri
    rallentano, come i movimenti sotto
    vestiti che non bastano
    a coprire ogni centimetro di te.

    Una parte rimane sempre allo scoperto
    per quante bugie puoi comprare
    nello shopping prima di Natale
    convulso e pieno di comode scarpe di illusioni
    che ti fanno stare bene sul momento
    pensando di essere al riparo
    protetta sotto pensieri
    sintetici quasi quanto quei tessuti.

    Ma quello che non cogli,
    nell’impeto a resistere, a far passare
    un altro inverno, un inverno come gli altri,
    è che puoi scoprirti nuda dove
    non sai di avere pelle,
    sentirla per la prima volta
    deformare l’immagine di te,
    rompere l’equilibrio
    spostare il baricentro
    e hai paura di cadere
    di non poterti più fidare
    delle tue scarpe,
    del contatto con la terra
    che ora è solo infido ghiaccio.

    E’ sempre stata lì,
    il tuo odore, la tua carne,
    monito di verità
    di caducità, di essenza,
    e con quella puoi sentire
    il vero aspetto di ogni cosa.

    Puoi sentire quanto è pungente
    Il vento freddo,
    i rivoli creati dalle gocce di pioggia,
    il calore che li asciuga,
    il fastidio degli insetti
    che fanno i loro giri inconsapevoli,
    con la tua pelle puoi percepire
    il ritmo delle stagioni,
    e quando un brivido ti invade
    salendo lungo la schiena
    e scrosciando nel cervello
    non è sintomo di debolezza,
    ma presenza.
     

     
  • 22 settembre 2014 alle ore 23:58
    Oscurità

    La notte resta
    impigliata fra gli spigoli
    dell'anima, affascinante
    e pericolosa.

    Gli animali notturni
    ci sguazzano, la mordono,
    facendosi dilaniare
    dal suo potere corrosivo.

    La notte si spande e offusca
    i contorni, crea immagini,
    divertendosi ad ingannare
    chi la abita.

    Buio che nasconde
    il lamento di chi sbatte
    contro quelle immagini,
    vagando senza meta nella notte.

    Buio che deve esistere e pulsa
    di vita nelle vene delle creature
    che la vivono, come possono,
    come sanno.

    I cacciatori notturni in cerca
    del pasto, i randagi di un riparo,
    i dormienti di un sogno,
    i sofferenti di un'altra illusione
    a cui rimanere impigliati.

     
  • 13 aprile 2013 alle ore 2:29
    Il Medico E Le Ali

    Il tocco leggero della tua presenza
    Ha sfiorato la mia vita,
    gentile, chiedendo il permesso
    come entrando nello studio di un dottore.
    Mi hai curata, ti ho curata
    Con pazienza, dedizione,
    senza aver paura di infliggere dolore.
    Dottore, paziente,
    due corpi
    Due identità.
    La mia malattia hai curato,
    il mio veleno che non ha età
    con il tuo anelito di libertà,
    che ho riempito di orgoglio,
    quello buono, quello sano,
    la giusta medicina per guarire
    le tue ali intorpidite.
    Sei entrata nel mio studio
    Mentre leggevo stanche carte
    Polverose, e via dal tavolo le hai gettate
    Con la dolce rabbia del tuo sguardo,
    le hai spazzate via con un colpo secco
    Che come un lampo mi ha scosso
    E la mia cieca attenzione hai ottenuto.
    Quella rabbia ci consuma,
    non conosce ruoli, né definizioni,
    come questo amore incompleto.
    E’ la rabbia che si nutre di noi,
    la rabbia della lotta
    fra pacatezza e pienezza
    fra silenzio e coraggio, la rabbia
    che ci tiene unite, la rabbia
    della rincorsa prima del salto.
    Il movimento,
    da assecondare,
    senza forzare, scivolando,
    fendendo l’aria, senza sciupare
    il meccanismo perfetto
    che confonde l’identità
    e, insieme,
    il volo ci farà spiccare.

     
  • 13 aprile 2013 alle ore 2:15
    La Bestia

    Mangia la tua carne
    affondando i canini appuntiti
    nel caldo liquido metallico
    unico testimone della tua esistenza.
    Si nutre del tuo tempo
    perforando i tuoi pensieri
    più innocenti.
    Scorre la penna mentre
    si scrivono giorni
    pieni solo d’illusione
    mentre ticchetta l’agonia
    della pazienza, della speranza
    e danza la macabra bestia
    sul piano traballante di una vita parallela
    che non appartiene al tuo corpo,
    come il sangue che scivola via
    in rivoli e rami che disegnano
    quella ferita sempre aperta.
    Vivere è lontano solo una parete d’aria
    vivere è il filo che segue la miccia
    di tutte le parole rimaste inesplose.
    Vivere a volte lo puoi sfiorare,
    se ti spingi abbastanza in su,
    i nervi e i fasci tesi come corde
    anelando verso un piano superiore.
    Vivere è ereditare il fardello
    del suo stesso male
    E nuotare controcorrente
    Per non affogare nel tuo stesso sangue.
    Vivere è quello che devi imparare
    prima che Lei riduca a brandelli
    l’ultimo tessuto e trangugi
    anche l’ultima goccia
    della tua essenza.

     
  • 27 novembre 2012 alle ore 1:59
    Camminando

    Cammino, con la mente che danza,
    per le strade di Trieste
    la città di confine, di nessuno.
    Danzo, con la mente in viaggio,
    dentro  le strade di Londra,
    la città di tutti…
    Tutti mi guardano, tutti mi ignorano
    tutti vogliono qualcosa da me,
    invocando un lamento silenzioso.
    Il canto disperato delle masse risuona
    sui fronzoli razionali di edifici neoclassici, emblema
    di una ricchezza antica, evocata
    in ricordi di vecchi in qualche Osmiza,
    annaffiati di vino scadente
    o di grappa aromatizzata.
    O riecheggia rimbalzando sulle porte dei pubs,
    biglietti da visita di una tenera nostalgia
    di tradizioni popolari, in cui
    cascate spumeggianti di malto fermentato
    si mescolano a violini, chitarre elettriche
    e partite di pallone.
    Risuona il triste canto, per le strade
    della mia città, dove cammino
    a testa bassa, al suono ovattato
    di una musica sintetica
    come la pelle di una bambola.
    Tradisco le mie radici sapendo di mentire,
    straniera nella mia città,
    mentre cerco negli occhi di altre genti
    i miei stessi occhi curiosi, e nelle molte lingue
    e nei molti accenti
    le mie stesse parole
    che udirò, limpide
    squarciare il lamento della folla
    che si allunga verso di me
    deformandosi, contorcendosi
    nel suo spettacolo di saltimbanchi
    pieni di fumo, maschere e trucchi.

     
  • 04 novembre 2012 alle ore 19:37
    L'acqua e la pietra

    Sono la pietra su cui ti infrangi,
    immobile ma non immutabile.
    Ti sento avvolgermi di fluido vitale
    per poi
    scivolare via, e rimango qui a
    consumarmi
    guardando il tuo corso che mi aggira
    deviando, per il tempo in cui ti posi su di me
    ma senza saper cambiar
    la tua direzione.
    Vorrei saper diventare canali per il tuo dolore
    e farli disperdere come acqua nell’acqua;
    ma sono solo la pietra su cui ti infrangi
    e mi ringrazi, silenziosa,
    che ti lascio andare in frammenti
    contro di me.
    Una pietra non può cambiare
    il corso di un ruscello,
    ma l’acqua trova sempre
    il suo abbraccio con la terra,
    e la sua strada verso
    il mare,
    se stessa,
    la vita.

     
  • 18 giugno 2012 alle ore 18:02
    Linea di confine

    Niente è come sembra.
    Giochi le tue carte, ma non sai la differenza
    fra gioco e finzione.
    Costruisci architetture d’acqua,
    a volte riesci pure a credere
    che non stai bluffando.
    Il vetro bagnato della piccola finestra
    da cui sbirci spaventato
    quel mondo così inafferrabile
    distorce la tua immagine
    riflessa, c’è un mostro di fronte a te
    e quel mostro sei tu
    ma il vetro non bara,
    il vetro è innocuo,
    è chimica inerte e le sue regole immutabili.
    Sei tu, che giochi sporco con te.
    Vittima, carnefice e salvatore
    mai veramente nessuno dei tre,
    in un paradosso che ti taglia il respiro
    mentre tenti di correre.
    Sempre in ritardo arrivi su quel binario
    arrancando, in affanno, affaticato
    dal tuo Io indebolito.
    Quel treno è già passato
    poi un altro
    poi un altro…
    Fino a convincerti
    che non lo volevi prendere,
    là dove va non ci sei tu,
    ma dove sei non lo sai, e
    si sta meglio nei tuoi palazzi d’acqua,
    chè gli altri ti ingannano
    chè il mondo è pericoloso
    e tu sei solo un bimbo
    e quando rimani solo
    hai paura del buio
    hai paura dei mostri
    hai paura di te.

     
  • 25 gennaio 2012 alle ore 0:39
    Lo Spirito Dell'Onda

    Avanza e si ritira
    attacca e si dissolve
    è fredda e infuocata
    nelle sue profondità
    oscure, illuminate dalla scintilla
    primordiale della vita.
    L’onda raggiunge le sponde
    plasma la materia,
    incontro casuale di elementi
    perfetti nella spietatezza delle loro interazioni.
    L’onda è sovrabbondanza di energia,
    forza visibile, si può toccare
    ma non modellare.
    Come lo spirito dell’uomo,
    nasconde con il suo ciclo infinito
    i suoi misteri di vita e di morte.
    L’uomo è nell’onda,
    riecheggia nei tempi e negli elementi
    l’onda è nell’uomo,
    energia che trasforma, e ritorna
    per trasformarsi.

     
  • 05 ottobre 2011 alle ore 18:24
    La gabbia, la bambina e la foresta

    Ma dove corri,
    bambina già grande?
    Grande da sempre,
    grande di investitura,
    Senza sapere perché.

    Ti affanni, ti struggi, ti stanchi,
    eppure così piccola
    ti senti, nella tua gabbia dorata.

    Ti senti. Ti senti adesso,
    come non hai fatto mai
    per sentieri oscuri e dense foreste
    che ti aspettano fuori dalla gabbia.

    Senti ogni spina che si infila
    Nella carne viva e giovane,
    ogni sasso che ti fa male ai piedi,
    quando cerchi di muovere i tuoi passi
    aspettando di vedere
    un’ampia spiaggia baciata dal sole
    e acque tranquille che la lambiscono
    da navigare, oltre quella foresta.

    I tuoi passi son giorni, sono anni,
    che tenti di capire,
    come il senso del tuo correre.

    Continua a correre, bambina,
    presta attenzione,
    non perdere il sentiero,
    assapora il dolore e il sangue,
    il buio e il caldo opprimente,
    perché questo è il cammino,
    fuori dalla gabbia,
    per diventare Grande.

     
  • 01 agosto 2011 alle ore 21:23
    I Due Bambini Che Costruivano

    C’era una volta,
    Come in ogni fiaba…
    L’inizio:
    C’era una volta…
    una bambina.
    Giocava, rideva
    in agrodolce,
    e intanto, cercava.
    Cercava un tesoro nella sua soffitta,
    un indizio in mezzo a scatole
    vuote, scostando ragnatele
    che, faticose, si incollavano
    a spazi sterminati
    oltre quella piccola finestra.
    Voleva costruire una barca di carta
    per navigare oltre le scatole,
    le ragnatele, la finestra, il vuoto.
    Incontrò, ancora bimba,
    lo sguardo,
    non di un principe,
    non un eroe,
    ma un bimbo, come lei.
    Lo capirono.
    Il tempo di un contatto
    di mani, di odori, di occhi,
    e già stavano costruendo
    la loro barchetta,
    sinfonia a quattro mani.
    Insieme ricostruivano
    se stessi,
    mescolando disegni
    e suoni e immagini e materia,
    così da intrecciare
    forma e aria, ombre e colori.
    A turno, saranno
    legno robusto, forma regolare
    per sostenere e trasportare
    o vento impetuoso,
    capriccioso e incostante
    per gonfiare le vele e navigare uniti,
    in acque tranquille o oscure tempeste
    tenendo saldo
    il timone dei loro sogni.

     
  • 26 maggio 2011 alle ore 13:25
    Deus In Machina

    Scandisce lo sbattere
    senza sosta delle macchine
    cicliche
    il ritmo e l’insorgere
    di nuovi Dei e delle loro parole:
    le giuste parole,
    il giusto intreccio,
    un labirinto di simboli
    codificati, in cui le menti
    si lasciano rapire,
    divorare,
    per evadere
    da altre prigioni.
    In quelle pagine
    aliene al loro creatore
    che ha il potere
    di vita, di morte, di lacrime, di passione,
    si consacrano gli Dei
    omologati
    delle platee annichilite.

     
  • 06 aprile 2010
    Scorrere

    Scorre acqua medicata dal rubinetto,
    scorre acqua inquinata nel letto
    che si consuma
    protando alla foce una voce distorta.
    Scorre la pioggia nei rivoli
    ai lati della strade,
    contenitori di energia,
    ingabbiata, pazza.
    Asfalto, catrame, terra,
    mescolati in un nettare asfissiante,
    ingurgitato dalle radici
    sotterranee della città, pestilenti.
    Scorrono i pensieri
    di fronte all’acqua
    immobile di un ghiacciaio
    e fluiscono dalla sorgente
    che non ha luogo,
    né tempo, rinnovandosi,
    si spande, talvolta,
    liberata
    dall’involucro di plastica
    degli atteggiamenti.

     
  • 15 marzo 2010
    Contrappunto

    La notte parla
    con il suo codice ancestrale,
    racconta di processi alieni
    nel loro ripetersi incessante.
    La notte non è per chi lavora
    e si affanna
    e corre
    e rincorre, inseguito
    dal suo fantasma
    esposto alla luce.

     

    Si odono rumori
    inclassificabili,
    non riproducibili.

     

    La calma è apparente:
    un intero mondo si muove
    nei sotterranei della città,
    che alle radiazioni sfuggono.

     

    Istinto,
    prede e predatori
    la legge che non vuole
    un mondo geometrico
    imperfetto.
    Il caso perfetto
    dell’evoluzione
    guida l’occhio
    e gli altri sensi
    per il sentiero
    della rinascita,
    mentre, paziente,
    come una madre
    rassegnata,
    la notte ascolta.

     
  • 24 febbraio 2010
    Il Gioco Dei Giochi

    Mi nascondo
    le mie maschere trascendo
    dal mio ego non prescindo
    in questo gioco.

     

    Tu perdi ma io non vinco,
    è mia la prima mossa.
    Io ho il vantaggio
    e ti guardo dal crinale
    annaspare nella fossa.

     

    E’ solo un gioco malato
    questa giostra della seduzione,
    un poker forsennato,
    consapevole frustrazione.

     

    Non è te che voglio
    ma solo il tuo sguardo
    che mi dice che mi vuoi.
    Assatanato, assetato,
    sentirlo addosso, scivolare
    lungo il mio corpo,
    come un velo di carta vetrata.

     

    Sono io che graffio,
    sono io che faccio male
    in questa pesca miracolosa
    che mi convinco sia normale
    cura preventiva
    per il mio stesso male,
    la noia di vivere
    bramando di volare.

     
  • 24 febbraio 2010
    La Droga E La Deformazione

    Ti sento dentro di me,
    un veleno a lento rilascio,
    una il veleno dell’altra.

     

    Indietro non si torna,
    manca l’aria per
    risalire in superficie.
    Non c’è logica,
    non c’è soluzione,
    impazzisco rincorrendo una sensazione.

     

    Sono tua vittima e lenta tortura:
    mi terrai qua negli abissi,
    finché non crescerai.

     

    Ma non vedi oltre
    l’immagine in superficie,
    lei è un dipinto astratto.

     

    Non vedi, è capovolta
    tutto è al contrario,
    ti senti fuori posto
    e non capisci
    da dove viene
    quel buco nel quadro perfetto
    che ti sei dipinta
    per non scorgere la realtà.

     

    Ma lei è un elastico:
    più respingi e più torna indietro
    con maggiore forza.

     

    Mi terrai presso di te,
    dentro di te
    come un portafortuna,
    fino al giorno in cui
    non ti potrai negare
    di respirare
    e capire cosa c’è dietro il dipinto.

     
  • 14 dicembre 2009
    La Luna Rotta

    Io sono una luna rotta
    vi osservo, da lontano
    di più non posso fare
    se mi avvicino posso
    morire, schiacciato
    dal peso delle vostre vite.


    La mia faccia è sempre lei,
    vi segue,
    ma si nasconde,
    a sprazzi,
    all'ombra del mio silenzio,
    e del mio sorriso,
    un ulivo storto e piegato
    sotto il peso del destino.


    Sono solo un'estensione
    del pensiero, che anela
    la libertà.
    Su di lui posso volare
    lontano da qua.


    Ma l'ulivo è solo un albero
    non il manico di una scopa
    stregata.


    Le sue radici sono immobili
    ben piantate nella terra
    dove io rimango,
    pesante nel mio tronco
    piegato, guardando lassù
    la luna che sorride
    e vuole essere me
    mentre io voglio essere lei.


    Perché sono imperfetto,
    sono una luna rotta,
    non conosco l'equlibrio
    l'armonia nella forma
    ma solo la forza di un pensiero
    che non si lascia ottenebrare
    dal mio ulivo storto
    e mi fa brillare da quaggiù
    osservandovi.

     
  • 01 dicembre 2009
    Mentre lei vive

    Lei corre, salta, gioca
    inconsapevole.
    Si lascia nutrire, curare,
    addomesticare.
    E io mi ritrovo a stupirmi
    per la mia invidia
    e baratterei un po’ di libertà
    per la sua libertà che non si vede
    quella della mente, scivolata
    grazie a grasso viscido
    spalmato sul metallo
    dalle catene dell’inappagamento
    prerogativa a cui non posso sfuggire
    come non può altro uomo
    che non sia un saggio o un idiota.

     
  • 01 dicembre 2009
    Le operaie

    Le zelanti formiche
    corrono avanti e indietro
    ognuna col suo compito,
    ognuna con il suo piccolo pezzo di pane.
    Le briciole sono mattoni
    di un impero che brucia
    e si reiventa sempre uguale
    come uguale a se stessa
    è la rotta delle piccole formiche.
    Le formiche vendono, comprano, rubano,
    si credono migliori delle altre formiche.
    e alimentano la fiamma della decadenza
    con la benzina dell’alienazione.

     
  • 16 novembre 2009
    Amare

    Amare
    un imperativo cangiante
    una specie non bene identificata
    una verità individuale.

     

    Amare,
    essendo l’amore
    immune
    da meritocrazia
    o ragione, o dignità.

     

    Amare,
    vicinanza atavica e indissolubile
    punto di partenza e di arrivo
    di ogni bisogno umano.

     

    Amare è un elastico
    flessibile, resistente,
    ma deformante,
    come la verità,
    e come lo specchio di noi.

     

    Amare così tanto,
    troppo
    da non sopportarlo
    e scappare dall’amore
    come da un miracolo
    non chiesto.

     

    Forse il senso dell’amore
    è insegnarci l’imprevedibile?

     
  • 16 novembre 2009
    Fantasie

    Il tuo odore
    m’invade,
    prima le narici,
    poi su, fino al cervello
    e da lì gonfia
    l’esplosione di me,
    la necessità di fondermi con te.

     

    Allora è questo,
    il desiderio.
    Potrei essere un microbo
    se la mia natura potesse
    farmi vedere dentro di te
    e restare lì
    dipendere da te
    nella mia diversità
    nella nostra specularità.

     

    Le tue mani cercano,
    tremanti
    esplorano un terreno
    sconosciuto, ma non alieno
    mi senti, ti sento
    il tuo sguardo languido
    rinverdisce il mio ego
    e mi abbandono nell’oblio
    dei sensi e del calore
    il calore avvolgente,
    doloroso dall’intensità del piacere
    risalendo la scala del contatto,
    paradigma di vicinanza.
    Ora siamo insieme, i corpi
    compenetrati,
    come figure geometriche, confusi
    Ansiosi
    Convulsi
    Involontari. Fino al palesarsi
    Dell’esplosione,
    la sua violenza come
    la punta di un iceberg
    di fuoco liquido.

     

    Non si può considerarsi vivi
    Finché non si intuisce
    La possibilità di morire
    In un altro essere umano.

     

    Ogni tuo silenzio,
    ogni parola taciuta
    ogni sguardo negato
    tutto riecheggia in me
    amplificando
    un dolore che cerco
    di tenere in caldo
    e un piacere solitario, che si
    prolunga, dilatandosi
    come il tempo stesso
    nelle distanze abissali
    dell’infinito, del vuoto terrificante.

     

    Quel vuoto che avrei percepito
    sempre più chiaramente
    spandersi dentro di me
    se non ti avessi mai incontrato.

     
  • 28 ottobre 2009
    Cicli e la mente - parte II

    Avanzi e spingi
    cercando di sfangare
    finché le braccia ti fanno male
    e non reggono più niente.
    Ma non ti puoi fermare
    perché nell’inutilità
    Non vuoi annegare.
    Poi un giorno alzi lo sguardo
    E ti accorgi di non aver mosso un solo passo
    in avanti, perché intorno stai girando
    la ruota del mulino

     

    le tue braccia non fanno fiorire i campi
    non ti permettono di volare
    o di attraversare gli oceani.
    Sei motore che gira una ruota,
    rigurgito di energia
    senza apparente ingegno
    sempre intorno, sempre uguale
    e quello che vedi cambia ma non ti cambia.
    Ti hanno messo lì, legato, a faticare,
    senza chiederti alcun parere
    e non c’è altro da fare che continuare
    sperando un giorno di poter rompere le catene
    con la forza delle braccia ben allenate
    e scoprire finalmente cosa sia la libertà.

     
  • 28 ottobre 2009
    Percezione evolutiva

    Ti guardi intorno:
    quello che vedi, lo chiami realtà.
    Ma è più reale la sua percezione
    ma non tanto tangibile
    Quanto la presunzione
    di definirla senza dubbio.
    La follia è potenzialità
    di vedere facce diverse
    di una stessa luna, dello stesso torrente,
    di una foresta, incantata o stregata.
    La follia è un’immagine deformata
    Mostruosa. Io ho i miei mostri
    tu i tuoi.
    Follia, legittimazione dell’unicità.
    La normalità è illusione e limite
    Banco di prova della civiltà
    Omologazione del branco ai ranghi prestabiliti
    non esiste potere senza controllo.
    Pazzia, pericolo, genio, autodistruzione, violenza,
    inconsapevolezza, incanto, inquietudine
    tutto si mescola, a piccole dosi,
    materia che si trasforma e acquisisce un senso
    o forse un senso non esiste, se non
    la casuale perfezione di una selezione
    primordiale e necessaria.

     
elementi per pagina
  • Come comincia: Jessie Carter spense la tv, quella sera d’inverno.
    Non valeva la pena di combattere contro le palpebre che sembravano di piombo e il cervello annebbiato dall’età e dal sonno. Così, si aggrappò ai braccioli della poltrona e poco alla volta, nonostante le braccia che tremavano per lo sforzo e le ginocchia instabili, si issò in piedi e si avviò verso la camera da letto.
    Cercò di scivolare a più riprese sotto le coperte, e pensò che gli inverni si erano fatti sempre più rigidi, o forse era semplicemente colpa della cattiva circolazione se il freddo pungente gli assaliva le ossa come tanti, piccoli insetti carnivori.
    Cercò di concentrarsi sul ticchettio regolare della pioggia battente contro il vetro della finestra quando venne rapito da un suono inconsueto come se un gatto stesse raschiando gli artigli contro una porta. Stava per convincersi di averlo immaginato, cedendo con arrendevolezza crescente al sonno, la mente si faceva sempre più evanescente, la vista sfocata, ma neppure quel surrogato di benessere, seppur per una notte, gli fu concesso, non quella sera.
    Rapida la sua figura scomparve nell’oscurità della camera e poi nella pioggia, mentre ciò che rimaneva del suo corpo, una volta prestante ma già consumato dal tempo, veniva prosciugato dei suoi liquidi vitali, come un asciugamano strizzato con forza. Così Faerhglen si arrese nella sua immutabile inconsapevolezza di aver perso un figlio, il primo di quell’inverno.
     
     
    Veronica Monroe quella mattina si era svegliata molto presto. Si sentiva in agitazione ma non sapeva spiegarsene la ragione. Magari è solo lo stress residuo di un periodo intenso, si disse mentre si infilava uno dei suoi maglioni preferiti.
    Aveva un appuntamento, che inciampava nel definire stimolante, con Helen. In occasione del suo ultimo, faticoso esame, aveva chiesto all’amica di vecchia data di accompagnarla nel luogo considerato da sempre il più affascinante in città: il vecchio castello gotico, che un guardiano solerte provvedeva a mantenere in buone condizioni e ad affittare occasionalmente a scorribande di giovani per i loro bagordi trasgressivi dalle sfumature horror. Veronica era giunta a un punto dei suoi studi in cui ogni gesto di supporto, ogni piccolo aiuto proveniente dall’esterno, aveva in sé un grande valore dal punto di vista della motivazione, che era andata pian piano scemando sempre più dall’inizio della sua avventura alla facoltà di architettura.
    Bevve il thè bollente con latte e zucchero, preparato in silenzio per non svegliare sua madre, mentre guardava oziosamente dalla finestra della cucina. Il fluido scivolava giù per la gola come nettare riscaldato. Non sapeva dirsi con certezza se fosse quello, in realtà, il suo stato naturale, l’impostazione di base della sua esistenza, guardare dalla finestra con disincanto un mondo o troppo ozioso, silente, oppure nevrotico e affannato; una modalità d’uso della sua persona che si estendeva e si protraeva con strascichi di sonnolenza per tutto l’arco della giornata, per poi vedere una nuova notte e così via, in un’apatia che avrebbe quasi potuto definire genetica. Scacciò quel pensiero troppo fine da farsi di mattina presto e lo annacquò con il thè riflettendo che forse avrebbe dovuto frequentare di meno gli amici intellettuali dell’università.
    Si chiuse la porta di casa alle spalle e abbottonandosi il cappotto, con tanto di sciarpa ben avvolta attorno al collo, si avviò all’appuntamento con l’amica.
    La cittadina sorgeva su un fazzoletto di roccia vulcanica, frastagliato, ruvido, picco sull’oceano, proprio sul pronunciamento più esposto ai venti del mare della costa e vantava spiagge selvagge e dure come il suo clima, il mare pulito e gelido come i suoi abitanti, uniti alla zona da un legame quasi viscerale, simbiotico.
    Faerhglen in definitiva non era che una piccola e tranquilla cittadina scozzese di provincia, tradizionale, architettura antica mista a tentativi di architettura contemporanea, senza sfarzi. I pub storici, le chiese medievali, per lo più gotiche, e il castello che sovrastava tutto.
    Veronica arrivò a passo svelto davanti allo Starbucks, e trovò Helen già lì ad aspettarla, che spostava il peso del proprio corpo da un piede all’altro per sentire meno il freddo, ma con scarsi risultati, visto come appariva infreddolita. Per Veronica era una sfida avere a che fare con una persona dalle sfaccettature spigolose ed ermetiche, tanto da farle temere, talvolta, che la loro amicizia si basasse su una ricerca perpetua e circolare volta a gratificare il suo ego nel tentativo di espugnare la fortezza di Helen, di risolvere la sua inquietudine, e allo stesso tempo una costante fuga dell’altra, per poi gettare in faccia all’amica il suo senso di incomprensione del mondo, il suo sentirsi perennemente fuori posto.
    Gli anni dell’università le stavano scivolando via dalle mani e il significato di quel correre scalmanata da una lezione all’altra, di quella vita senza sale, si faceva sempre più impalpabile e lontano. Veronica cominciava a perdere di vista il suo obiettivo e si scopriva sempre più spesso annichilita, pensando a se stessa come a un motore ingolfato dalla polvere di un’esistenza frenetica ma non piena, un futuro promettente ma non illuminato dalla passione. Forse ho solo bisogno di un po’ d’avventura, di correre dei rischi, amava ripetersi nei pomeriggi noiosi passati davanti al computer o vagando persa oltre il vetro di una finestra.
    «Non c’è verso che tu possa arrivare prima di me a un appuntamento, vero?» sbottò Helen con un sorrisetto di scherno. Veronica si limitò a rispondere con il sorriso più dolce e innocente che potesse sfoderare, compatibilmente con la sua aria assonnata di chi aveva solo voglia di rimettersi sotto le coperte e girarsi, già con le palpebre appesantite, dando le spalle al mondo reale.
    «Dai, perdonami! Ci sono cose che non cambiano mai, soprattutto i piccoli vizi… Quelli sono i più difficili da sradicare. Ehi, ho proprio voglia di cappuccino!» squillò infine, varcando la soglia del locale.
    «Sì, cambia pure discorso. Non so ancora come mi sono fatta convincere ad accompagnarti in questa uscita!».
    «È perché non avresti saputo che altro fare di interessante nella tua pausa invernale, ammettilo! Io ti offro una stupenda e oltretutto, gratuita occasione di svago e conoscenza, di che ti lamenti?»
    «Ma dai che è solo per il tuo egoistico bisogno di avere un supporto morale per il sopralluogo, perché cominci a non avere più voglia di studiare. Ammettilo tu!»
    Chiacchiere in confidenza, qualche scambio di battute, risate. Questi momenti Veronica li assaporava come aria fresca di montagna, con tutta la purezza che riuscivano infondere.
    La esaltava, stare in sua compagnia la rendeva euforica, ma allo stesso tempo le incuteva un timore appena sussurrato, mai concesso completamente a se stessa, senza sapervi trovare un motivo realmente convincente.
    «Dai, muoviti, finisci quel cappuccino. Il medioevo ci aspetta.»
    «Hai ragione, meglio non tergiversare. Questa cosa la devo fare oggi e togliermi il pensiero.»
    Le due ragazze uscirono quindi dal locale già affollato dai lavoratori del primo mattino, facendosi largo fra ingombranti cappotti gelidi e umidi appena sopravvissuti al rigore dell’esterno e confezioni extra-large di ogni sorta di bevanda a base di caffè, brandite in aria come strumenti di salvezza contro il tedio e la fatica di quella nuova giornata ancora acerba.
    Si incamminarono con andatura veloce, i passi scanditi da ammiccamenti e risate, verso la parte alta del centro cittadino e da lì presero un viottolo che portava dritto al luogo più affascinante della piccola città costiera: l’antico castello. Veronica, ogni volta che posava gli occhi su quella costruzione, non poteva trattenere un brivido, e la sua fronte si corrugava automaticamente, gli occhi diventavano come fessure. Strana sensazione, dal momento che il castello rappresentava quanto di più vicino, in città, alla sua idea di opera architettonica. Sicuramente il senso di inquietudine provato era favorito dal fatto che si ergeva su una collinetta vicino ad un fiordo più elevato, ma forse anche per la sua storia tormentata. Quelle mura possenti trasudavano, in realtà, gocce di drammaticità e un sentore di fragilità, per chi sapeva osservare con attenzione, e questa duplice sensazione al suo cospetto la attraeva in modo irresistibile per questo motivo lo aveva scelto come luogo ideale per l’ultimo di una lunga serie di esami di ristrutturazione.
    Il castello, nel suo attuale aspetto, risaliva al tardo Seicento, ma alcune fonti storiografiche locali ritenevano che fosse stato utilizzato la prima volta, come residenza reale, già nell’undicesimo secolo.
    Le finestre erano piccole e dall’esterno attiravano l’attenzione dell’osservatore meno delle pietre che, ad una ad una, formavano le umide pareti. I pavimenti erano fatti di freddo lastricato, lisci e ampi e le mura portanti interne, che costituivano le grandi e spaziose sale, venivano mantenute raramente e per poco tempo al caldo; l’acqua doveva essere raccolta presso i pozzi che si trovavano nei cortili esterni e trasportata attraverso la fortificazione dai servitori. Le mura apparivano possenti e venivano costruite alte per fornire maggiore protezione nei confronti degli eserciti in avanzata e anche per fornire buone posizioni di avvistamento e panoramica da un’angolazione posta in alto, attraverso le fessure d’osservazione.
    La costruzione della struttura, semplice, fatta di pietra e mortaio rendeva relativamente semplice applicare delle riparazioni qualora fossero stati aperti squarci nella costruzione, ad opera dei nemici in fase d’assedio.
    Il pesante portone di legno massiccio  si aprì solo nel momento in cui Helen rispose alla richiesta di identificazione da parte del burbero guardiano Alex.
    Si ergeva come una imponente figura d’altri tempi, fiero e compassato, quando le due amiche lo incontrarono subito dopo essere entrate. Varcato l’ingresso si arrivava all’imbocco di un lungo corridoio; il castello era costituito da tre ali fondamentali e le due laterali disponevano di una torre ciascuna, il corpo centrale, rettangolare e possente, era una fortificazione che ispirava sicurezza anche solo scrutandola da lontano. Alex si sentiva a suo agio nelle vesti di anfitrione. Veronica ebbe la grande opportunità di ammirare dal vivo gli enormi saloni d’onore ad ampio respiro dove si usavano prendere decisioni di importanza vitale dal punto di vista militare, politico e sociale; i vari torrioni costruiti con una particolare tecnica architettonica atta a conferire la caratteristica morfologia cilindrica, svettante, che toglie il fiato se si guarda in alto durante l’arrampicata per la stretta scala a chiocciola ben aderente alla parete fatta di grandi pietre; sulle pareti campeggiavano i meravigliosi arazzi raffiguranti scene di vita quotidiana all’interno del castellare e scene di battaglie vittoriose. Helen stava vivendo con devozione quell’improvviso e affascinante tuffo nel passato. Ma lo spettacolo più appagante per lei era costituito dalla possibilità di ammirare il rinnovato bagliore negli occhi di Veronica, la pura felicità dipinta sul suo viso ogni volta in cui si immergeva in qualcosa che amava profondamente; e si scopriva ad insistere con lo sguardo su di lei per un tempo maggiore rispetto a quello che riservava ad un arazzo, o al soffitto affrescato di un salone; il tempo si dilatava, tingendosi d’infinito, ma non si concedeva ancora di indulgere per un tempo sufficiente a lasciarsene accorgere, soprattutto da Veronica.
    Alla fine del tour, Veronica aveva riempito pagine di appunti sul suo block-notes, fra nozioni di storia e tecnica di progettazione e veri e propri schizzi, che avrebbero costituito il trampolino da cui il suo guizzo creativo avrebbe preso il volo per nuove idee sul riammodernamento e la ristrutturazione della struttura originale. Se avesse avuto l’idea giusta l’amministrazione avrebbe potuto prenderla seriamente in considerazione e con i giusti appoggi a livello universitario, quel castello avrebbe finito per essere anche un notevole trampolino per la sua carriera. Veronica voleva arrivare, ottenere il successo, aveva una vera e propria ossessione perché il suo tempo su questo mondo non andasse sprecato, aveva la smania di fare, per poter lasciare segni tangibili del suo operato e si affannava per questo nella ricerca di certezze che non fossero qualcosa di evanescente; in questo si sentiva appartenente alla stirpe filogenetica del padre. Eppure questa ricerca di una risposta che fosse qualcosa di più, un interruttore che avrebbe illuminato, squarciato il velo della normalità, strideva con la sua ambizione, con la sua sete di risultati oggettivi.
    Alla fine si ritrovarono nella biblioteca. Alex voleva fare bella figura e il suo orgoglio annebbiava la sua abituale prudenza. Per permettere alle giovani studentesse di riposare le gambe e la testa, aveva proposto, da vero ospite all’inglese elegante e disponibile, di prendere un thè aromatizzato con un’erba dal valore energetico, nella sala adibita a biblioteca, appositamente attrezzata con tavolo del Settecento e poltrone coordinate, rivestite in velluto rosso. Le tre librerie di legno, risalenti all’epoca rinascimentale, occupavano ciascuna una delle pareti libere dall’ingombro della porta e ad una prima occhiata della stanza, apparivano sterminate. Sul pavimento giacevano pesanti tappeti, per coprire la cruda semplicità della scura pietra, già coperta di assi di legno, come a voler a tutti i costi mascherare un’origine ancestrale e grezza di quell’ambiente così complesso, carico di parole, di strutture, di simbologia e pensiero. Nell’insieme, in realtà, infondeva un senso di oppressione e soggezione, ma non se ne poteva negare la maestosità.
    Fu Helen a trovare il libro, o fu lui a trovare lei. Di sicuro spiccava, in mezzo a titoli altisonanti e caratteri araldici fantasiosi e portatori di echi lontani, provenienti da epoche in cui la società era organizzata diversamente, dove gli uomini morivano per le infezioni causate dalle ferite di guerra e le donne morivano di parto. Raramente si moriva di vecchiaia.
     

     
  • 11 novembre 2011 alle ore 22:42
    Una Giornata Di Lavoro parte III

    Come comincia: L’uomo azionò la leva del montacarichi su cui aveva sistemato la sedia del Pietrucci e sollevò il suo corpo, fino a portarlo all’altezza di un gancio di ferro appeso al soffitto e collegato ad una carrucola, come nella migliore tradizione della macellazione dei manzi e dei vitelli, più che di quella meccanica. I loro corpi senza vita che adesso servivano ad uno scopo diverso, spezzettandosi per divenire energia chimica spendibile da altri organismi, organismi a loro superiori nella scala evolutiva, organismi che grazie a quell’energia potevano portare avanti la conquista del mondo, la sua trasformazione, l’uccisione di altri manzi e vitelli, e così via, nel cerchio senza inizio né fine. Una macchina a ciclo continuo, in grado di produrre energia trasformandola, senza attingere a carburanti provenienti da combustibili fossili, senza bisogno di elettricità, ma solo di una forma organica di energia rinnovabile, a cui avrebbe attinto prelevando le sue pedine direttamente dal loro flipper.
    Il corpo inerme, ma ancora in vita di Cesare Pietrucci venne sistemato, grazie all’azione della carrucola, alla fonte del sistema. L’uomo in tuta da lavoro provvide personalmente ad incastrare manualmente le singole parti del corpo nei punti-chiave che avrebbero permesso al meccanismo di azionarsi e produrre un risultato. Le nozioni di anatomia che aveva assorbito, prendendo parte alle lezioni del corso universitario alla facoltà di medicina di Firenze si stavano rivelando molto utili, come previsto. Nessuno lo aveva notato, camuffato da studente trasandato, uno dei tanti che ancora non avevano afferrato il concetto di professionalità, silenzioso quanto bastava per non attirare l’attenzione, ma non oscuro al punto da insospettire o inquietare le masse, sotto la sua felpa nera con cappuccio perennemente alzato, il suo viso pallido semioscurato dall’indumento e provvisto solo di una penna e un blocco per gli appunti, su cui annotava qualsiasi concetto, imparando a schematizzare e a fare schizzi e modelli estemporanei. Per la prima volta nella sua vita avvertiva che la cultura aveva un senso per lui, che tutto il sapere sparso nel mondo non veniva disperso senza collegamento, ma si indirizzava in un unico punto, denso di informazioni, per poi diramarsi, in un canale di energia pulsante, verso il suo scopo.
    La macchina era quasi ultimata, il lavoro di molti anni. Quando gli altri ragazzini pensavano a truccare il motorino o a rimediare una pomiciata il sabato sera, lui se ne stava rintanato nel garage, provando combinazioni, scoprendo nuovi e potenziati utilizzi per i materiali conosciuti, il metallo, il vetro, i microchip e le schede hardware del suo primo PC. Poi c’era stato il periodo di apprendistato presso un meccanico di provincia, e l’investimento in quel capannone. Era stata una mossa azzardata prelevare ogni giorno piccole percentuali dell’incasso per dare quel rinforzino al suo magro stipendio, necessario per ottenere il finanziamento dalla banca. Era talmente orgoglioso della sua creazione, che avrebbe voluto uscire in strada e gridarlo al mondo, partecipare ai concorsi scientifici, pubblicare le sue scoperte. Come i suoi studi sulla conduzione dell’elettricità attraverso un corpo organico ancora in vita, effettuati sui topi e sul suo gatto, che un giorno sparì senza fare più ritorno a casa, con grande dolore di sua madre, ormai rassegnata ad un mondo affettivo auto costruito e retorico.
    L’ingrediente segreto della sua macchina era sistemato. Il Pietrucci non era più una persona, non esisteva più l’uomo, non esisteva più la vita pensante. Il suo corpo ora si integrava perfettamente con le parti meccaniche del sistema creato dall’uomo in tuta da lavoro, ma era ancora vitale, come un albero non ancora abbattuto, che percepisce l’ambiente intorno a sè e i cambiamenti dentro di sé ma non ne è cosciente. Le sue radici erano cavi elettrici, solo che queste radici si inserivano nel suo corpo e non servivano a procurargli linfa vitale. Nelle sue vene e arterie i componenti del suo sangue si mescolavano tramite con altre sostanze organiche esogene, che servivano agli scopi più diversi, a mantenere il suo tono muscolare, a idratarlo e nutrirlo, oltre ad una flebo speciale che iniettava costantemente piccole concentrazioni della tossina paralizzante. Senza quell’ingrediente unico tutta la brillante invenzione sarebbe andata a farsi benedire, e l’uomo in tuta da lavoro lo sapeva. ‘Dovrò trovare un sistema per fare a meno di quella tossina. Quando tutti i candidati saranno in posizione, non potrò produrla in quantità necessaria per rendere tutti… Predisposti a lavorare per me’ pensava, mentre si accingeva a sistemare gli ultimi aghi e cannule al corpo di Cesare Pietrucci. I cavi elettrici si inserivano nella carne violentandola, mentre la sua umanità veniva ulteriormente violentata dalla posizione innaturale della sua fisicità, le gambe incrociate a formare un ricciolo fra il pube e le ginocchia, tanto flessibili nella loro inerzia da spingere quasi a poterle intrecciare fra loro a formare un nodo. Le ossa e le articolazioni sembravano non avere più la loro biologica consistenza, mentre gli occhi rimanevano imbalsamati in una posizione di perpetuo terrore, spalancati, immobili, come se la visione di qualcosa di sconvolgente fosse stata l’ultima immagine che il cervello della piccola formica fosse stato in grado di processare.
    “Ecco, ci siamo… quasi… devo assicurarmi che questi trasformatori facciano il loro dovere. Fra poco sei pronto, amico mio. Mi stai aiutando a creare qualcosa di grande. E arriveranno altri come te, a darti una mano, stai tranquillo.” Gli parlava come se potesse avere un contraddittorio, come si parla ad un neonato o a un animale domestico. Lo aveva reso un oggetto, una pedina senza volontà, eppure sembrava cercare il suo consenso, la sua complicità. Si arrabbiò con se stesso per il momento di fragilità, che non si confà per niente ad un uomo di successo, e lo scacciò con un grugnito da guerriero d’altri tempi, mentre si issava di nuovo in posizione eretta, sgoggiolando perle di sudore dal viso e dalla fronte per la tensione e il calore che cresceva a mano a mano che veniva utilizzata l’energia elettrica nella stanza, che seppur spaziosa, cominciava a venire influenzata dalla fervida attività umana al suo interno. La sua eccitazione era palpabile quasi quanto la sua crescente erezione. Sì, quello era il vero sballo – altro che tutte quelle troie in calore solo per correre dietro a chi può comprare loro l’osso più grande – quella era la vera soddisfazione, il vero possesso. Quelle cagnette alla prima occasione ti mollano dopo averti spennato e sanno pensare solo ai loro passatempi idioti. Ma l’opera che stava completando non lo avrebbe mai lasciato, non lo avrebbe mai tradito, o deluso. Era perfetta. E questo lo eccitava e lo riempiva di orgoglio. Passò in rassegna come un apparecchio a raggi X il sistema per un’ultima volta, scorrendo ogni snodo, ogni congiunzione e fase con i suoi occhi all’infuori, indice di uno squilibrio ormonale, presumibilmente di origine tiroidea. In questo modo, concentrandosi sui dettagli, si fece passare l’erezione. Non era ancora l’ora. Prima c’era altro lavoro da fare. Il suo prossimo, secondo candidato richiedeva attenzione immediata. Non era stato difficile procurasi il numero di cellulare del piccolo faccendiere di provincia – l’allocco aveva un sacco di conoscenze nella sua zona d’influenza e trovare una conoscenza comune era stato un passo rapido, considerando il passaparola che si attiva nei piccoli borghi in queste circostanze – ma con questo qua doveva stare più attento. L’assessore ai lavori pubblici avrebbe adottato sicuramente delle precauzioni, e avvicinarlo per osservare le sue abitudini e infine attirarlo nella sua tela avrebbe richiesto tutta la sua prontezza di spirito e d’intelletto. Una sfida che lo stimolava. Sentendo di nuovo gonfiarsi il cavallo dei pantaloni anche da sotto l’ampia tuta da lavoro, decise di cambiare aria immediatamente, per darsi una calmata. Era essenziale non fare passi avventati, dopotutto, e assecondare troppo gli istinti non avrebbe giovato a quel proposito.
    Era tutto a posto; l’energia elettrica prodotta dal corpo umano in vita avrebbe fluito attraverso il circuito in uscita insieme agli schemi mentali e all’attività neuronale - sottoforma di neurotrasmettitori e altre molecole-messaggero a varie concentrazioni - della corteccia, assoggettata agli impulsi prettamente esterni al corpo. Da quei sarebbero passati attraverso i trasformatori coassiali di impulso, convertendo in vari passaggi sempre più dettagliati, l’energia elettrica e chimica in singole immagini a campo ottico tridimensionale, che attraverso un calcolatore ad algoritmi probabilistici, sarebbero infine state collegate fra loro e trasmesse su uno schermo digitale ad alta definizione. Leggere la mente, come i singoli pensieri si formano, prendono consistenza per dare origine ad un’intenzione, ad una scelta, collegandosi l’uno all’altro. E da lì il sogno, il vero orgasmo: riuscire ad imbrigliare tutta quella potenziale energia creativa, finalmente liberata dalla ragnatela della mediocrità intellettuale, delle paure che fanno in modo di incatenare gli uomini con le loro stesse mani, e utilizzarla come un nucleo propulsore. Riuscire ad imbrigliare il potere della mente era come imbrigliare l’energia dell’atomo; avrebbe aperto nuove prospettive, nuovi traguardi. Era impensabile tenere per sé tutto questo… Magari le persone giuste, altamente selezionate, avrebbero capito.

    ‘Col tempo non potranno non vedere la genialità di quello che faccio’, pensava mentre si sfilava lentamente la tuta blu scuro da meccanico, in un angolo del suo capannone adibito a spogliatoio e separato dall’area lavoro da un acquario in prefabbricato e plexiglass. Si tirò sopra la testa il cappuccio nero della felpa che puzzava di fumo e di pioggia male asciugata, e si avviò verso il cancello, fermandosi giusto per qualche istante per spegnere l’interruttore di corrente. Presto non avrebbe più pagato una sola bolletta in più ai quei fottuti porci rimpinzati di soldi e passera e cocaina. Si voltò verso la sua creazione che ormai non poteva più distinguere – sapeva che gli occhi vitrei e abbaglianti di Cesare Pietrucci lo stavano osservando dall’oscurità del capannone, mimetizzati fra il tornio e la pompa idraulica, fra l’area montaggio e la sala software. Il pensiero gli fece correre un brivido lungo la schiena, andando a finire nel basso ventre.
    Ma non sapeva che quegli occhi lo avevano messo a fuoco, e lo avrebbero atteso nell’oscurità, pronti a sfruttare il primo passo falso. Erano occhi che non sarebbero stati più gli stessi, occhi di una persona diversa, occhi di chi aveva assaggiato una nuova forma di energia.

    L’uomo rientrò alla base a notte fonda. Era contrariato, come si poteva intuire dai suoi movimenti d’impulso, esagerati. Aveva sbattuto il cancello dell’officina facendolo serrare con un rombante frastuono, fradicio. La serata non si era messa bene, e ci si era messa pure la pioggia a rendere tutto più complicato. Con la pioggia è più difficile tenere d’occhio i movimenti di qualcuno; gli ombrelli, le corse improvvise verso l’auto o un riparo, la calca ancora più ingombrante del solito negli stessi posti.
    L’uomo che aveva pedinato non aveva mai mangiato la foglia, tranquillo nella sua routine da uomo fatto, sicuro di sé, incline al comando e a vedere realizzati i suoi bisogni rapidamente. Sì, lui era la nuova cavia perfetta per il suo esperimento, ne era sempre più convinto, osservando i suoi movimenti, il suo modo di fare.
    Ma preso com’era dal suo lavoro, dall’intensità del momento, dalla concentrazione portata dalla consapevolezza magnetica di stare per compiere un processo irreversibile, l’uomo nell’ombra non si era accorto che a sua volta, qualcuno aveva tenuto d’occhio i suoi passi, aspettando il momento giusto per fare la sua mossa.

    Cesare Pietrucci aveva seguito la tracce dei suoi spasmi, fino a cavalcare le onde delle convulsioni e recuperare e imbrigliare quell’ultimo barlume di lucidità, fino al controllo dei suoi pensieri e dei suoi movimenti. Qualcosa lo aveva ridotto ai minimi termini, come poteva constatare dalla sua ridotta motilità e dalla scarsa capacità di raccogliere i pensieri; ci mise un po’ a recuperare almeno una parte delle facoltà umane. Non conservava ricordi veri e propri delle sue ultime ore, ma era certo di avere avuto un’esperienza. Se avesse creduto in una qualsiasi forma di fede, quasi certamente avrebbe concluso di aver incontrato Dio o un suo messaggero.
    Invece, si affidava alla nebbia di quelle immagini sfuocate che gli parlavano in una lingua a lui incomprensibile di oggetti mai visti, e di una voce che funzionava in lui come un’ancora per la realtà. La sua voce gli penetrava nel cervello come un martello pneumatico, costringendolo a fare i conti con una contraddizione: era stato morto, eppure aveva interagito con qualcuno. Non era stato semplicemente drogato, non aveva le percezioni alterate, ma solo l’eco della loro assenza momentanea; probabilmente era stato avvelenato, ma qualcosa era andato storto, e lui aveva ritrovato lentamente la strada di casa, fino ad accorgersi dei cavi e degli aghi che penetravano la sua carne, violentando la sua volontà. A poco a poco, in quelle ore di ritrovata libertà nel paradosso dell’assoggettamento, aveva imparato a controllare la macchina entro la quale era stato immobilizzato, e ora si muoveva all’interno di quel nuovo spazio inesplorato, euforico per le sue nuove capacità di controllo di se stesso e del mondo circostante.
    “Sono all’interno di un ambiente artificiale, costruito dall’uomo.. Sì, mi ricordo quel dannato capannone… Era un’officina, se non sbaglio. Ricordo di essere entrato e qualcuno mi ha immobilizzato! Quel maledetto che mi ha telefonato!! Un attimo… Ma cosa succede? Non mi sto muovendo, non posso.. Sono immobilizzato, eppure sento il mio corpo muoversi comunque! E cosa sono queste luci intermittenti intorno a me?! E questo ronzio…”
    I congegni intorno a lui e dentro di lui avevano cominciato a rispondere ai suoi pensieri, alla rabbia e alla curiosità di conoscere la verità, non arrendendosi all’apatia e alla catatonia di un destino imposto da qualcun altro. Con il solo chiodo fisso della speranza nella mente aveva sfruttato ogni secondo per perfezionare e sviluppare le sue capacità in modo da avere il controllo sufficiente per innescare una reazione e sfuggire al suo aguzzino. E ora era pronto per accoglierlo, e sfidarlo.

    L’uomo nell’ombra aveva trovato la sua officina in ordine, come l’aveva lasciata; ma offuscato dal suo orgoglio non aveva notato quel ronzio, possibile solo se la sua creazione si fosse attivata da sola, in sua assenza. Se l’avesse fatto, avrebbe riflettuto poi sul fatto che non era la macchina, nella sua parte meccanica ed elettronica, ad avere volontà propria, ma la coscienza, che aveva trovato un motivo per combattere, per essere di nuovo orgogliosa a sua volta.
    Lo stava aspettando, come era stato atteso, nell’ombra, e nella finta innocuità. Ora Cesare Pietrucci era l’uomo nell’ombra, ed era pronto ad attuare la sua vendetta, aggrappandosi a quell’istinto di sopravvivenza che per anni aveva ignorato, perfino maledetto, per non lasciare che lo guidasse verso il vero rischio, le vere puntate che ghiacciano il sangue nelle vene e fanno sudare freddo. Ora quel gelo si era impadronito del suo corpo e della sua mente costringendolo a rapidi calcoli sulle sue probabilità di successo.
    L’uomo fradicio di pioggia non aspettò di ricomporsi o asciugarsi, e non accese la luce; si diresse al trotto verso la sua creazione, alla ricerca di un nuovo motivo per passare attraverso anche quella notte, impregnata di pioggia sporca e di sudore, di smog e olio per motori e attesa snervante. Cesare Pietrucci pensò di corrugare la fronte – i suoi muscoli facciali non risposero all’impulso nervoso – in compenso, la plancia grigio chiaro a cui il suo corpo era collegato tramite i cavi che entravano e uscivano dalla sua colonna vertebrale si accese, vibrando di nuova vita.
    L’uomo nell’ombra ebbe un sussulto.
    “Oh che diavolo!” Esclamò con voce strozzata, mentre lo spasmo meccanico dato dalla sorpresa lo faceva arrestare di colpo, e metteva in tensione tutti i muscoli dei suoi arti e gli facevano digrignare i denti.
    Prima di realizzare di essere caduto in trappola, la macchina si era già ribellata platealmente al suo padrone, rinnegando i vincoli di assoggettamento e i limiti alla fisiologia imposti dalla volontà di un altro uomo. La macchina non era più schiava di una mente, ma era la chiave per la libertà di un’altra mente.
    Un cavo elettrico in attesa del suo utilizzatore senza volontà schioccò fugacemente sul pavimento, sullo stile di una frusta mossa da un domatore di leoni, che impartisce il suo ordine in un linguaggio privato fra due esseri viventi, che con duro lavoro hanno imparato a fidarsi l’uno dell’altro.
    La frusta cibernetica lo allacciò all’altezza del basso torace, facendogli mancare il respiro all’improvviso e rompendogli due costole all’istante. Il suo colorito si faceva già bianco-bluastro mentre veniva sollevato a qualche metro da terra e scaraventato contro i fusti di diluente e attivatore agli UV che si trovavano in fondo alla parete ovest del capannone, provocando un fracasso di metallo ridondante.
    L’uomo non capiva, ma non si lasciò sopraffare al primo colpo. La sua furia, alimentata dalla sua ambizione distorta ed iperbolica, aveva incrementato esponenzialmente anche le sue prestazioni fisiche e la resistenza al dolore, tanto da risultarne come anestetizzato.
    L’uomo si rialzò scuotendo la testa animatamente, come in un copione di una sceneggiatura, mentre si faceva leva con la mano sinistra e con la destra cercava di diagnosticare al tatto l’entità del danno subito a causa di quel primo attacco. La smorfia di dolore che seguì fu altrettanto plateale. Decise in quel momento che non avrebbe fatto la figura dello scemo, nonostante non riuscisse a capire cosa fosse andato storto, o perché la sua macchina si stesse azionando autonomamente contro di lui.
    Nel frattempo, Cesare Pietrucci aveva preso il controllo di una seconda parte del suo nuovo corpo e si apprestava a sferrare un secondo colpo, quello finale.
    L’imperativo categorico era liberarsi del suo oppressore, di colui che gli aveva dato una nuova forma, privandolo della sostanza. Ci stava prendendo gusto. Una voce non del tutto nuova risuonava dentro di lui come liberata dall’ovatta, mentre assaporava il retrogusto metallico, di piombo, della vendetta.
    C’era quasi, era vicino il momento in cui tutti i conti sarebbero tornati, e i pezzi sistemati al loro posto, nonostante niente fosse più lo stesso, fuori e dentro.
    La morsa avvolgente e fredda stava già premendo contro la faringe dell’uomo, che avvertì nitidamente l’odore di gomma semibruciata proveniente dal suo collo ormai raggrinzito, ripiegato nella carne sudicia e bluastra. Lo avvertì poco prima di perdere i sensi, mentre Cesare Pietrucci terminava il suo lavoro. Ma alla fine di quella lunga giornata non sarebbe tornato al suo appartamento. Aveva una nuova casa e un nuovo lavoro, adesso.

     
  • 11 novembre 2011 alle ore 22:40
    Una Giornata Di Lavoro parte II

    Come comincia: Anche con Rino l’aveva sfangata a suo vantaggio: aveva bisogno di cartucce nuove per le stampanti e un paio di toner per quel marchingegno che a momenti gli faceva pure il caffè – o qualcos’altro – ma che lui non avrebbe mai imparato ad usare. Tutta roba non originale, ovviamente; quei cinesi ci sapevano fare proprio, con la contraffazione, doveva ammetterlo, nonostante non potesse sopportare la loro vista e tantomeno quel loro odore di olio rancido, e i prezzi erano veramente fuori da ogni ipotesi di competizione, per i prodotti occidentali.
    La sua attività procedeva abbastanza bene, tutto sommato. Gli sembrava sempre più di essere un trapezista costretto alle manovre più al limite, per poter sopravvivere; lui viveva di quell’applauso che viene subito dopo la presa finale, in un numero da circo che non aveva più fine. Era come una droga, era drogato delle imprese che si possono compiere con il denaro, con la visibilità, si sentiva il lottatore più accanito e la pecorella più sperduta e impaurita, riuscendo a cambiare umore e atteggiamento più velocemente di quanto il trapezista fosse in grado di roteare sul proprio asse d’equilibrio orizzontale per compiere il salto mortale triplo. Era nel giro, ormai, e non si poteva scendere – a meno di schiantarsi per terra, ovviamente – e non ci sarebbe stata la confortante presenza della rete sotto di lui, ad accoglierlo.
    Il pomeriggio si presentava fiacco. Neppure una telefonata da mezz’ora ed erano già le 15:30. Abbandonò le sue attività di social networking su internet, dove bazzicava cercando la prossima pollastrella da castigare, consapevole in ultima analisi del fatto che sarebbe stata lei a castigare lui, ad usarlo, a tenere le redini del gioco, e non viceversa, come amava illudersi da qualche anno a questa parte. Era appena uscito dall’internet caffè quando squillò il cellulare, facendolo trasalire e svegliandolo di colpo dalla sua indolenza spruzzata di lussuria.
    Un pigro e sospirato “Pronto?”, strascicato quasi quanto i suoi piedi sul marciapiede malmesso, lo introdusse come un biglietto da visita al suo prossimo cliente, sintetico ma efficace, nel dipingerlo con imbarazzante veridicità. “Salve, Cesare.”, risuonò dal minuscolo altoparlante la voce all’altro capo dell’etere. Era piatta, quasi atonica – tanto che poteva benissimo trattarsi di un messaggio registrato – pensò velocemente Cesare mentre aguzzava le orecchie e il suo viso si raggrinziva in una smorfia di eccessiva attenzione e concentrazione.
    “Chi parla?”
    “Sono un tuo… cliente.”, rispose la voce, scandendo in particolare l’ultima parola.
    “Ok, bene…. Quale cliente? Sai, io sento un sacco di persone al giorno…”
    “Oh, sì… sei un uomo molto impegnato, un vero manager!” Il tono si era lievemente innalzato, prendendo la piega dell’ironia, ma il suo retrogusto suonava tutt’altro che spiritoso. Cesare finse di non coglierne l’inquietudine sottesa alla cordialità. Doveva decidere velocemente, e finì per propendere per l’evasività, cercando di prendere tempo in attesa di capire che diavolo volesse questo tipo. L’esperienza gli aveva insegnato a drizzare le orecchie e sollevare il ponte levatoio anche e soprattutto avendo a che fare con clienti o potenziali tali. Mai prostrarsi, mai abbassare la guardia. Il cliente ha sempre ragione, ma solo finchè il castello non è sotto assedio.
    “Senti, non riesco a sentirti bene, amico… Come hai detto che ti chiami?”
    “Non l’ho detto.”
    “Ah, certo. Allora, cosa..”
    “Passa da me, più tardi. Ho un affare da proporti. La mia officina è sulla statale 17, proprio in fondo, prima di imboccare l’autostrada. La riconoscerai dall’insegna.”
    Il ‘click’ che seguì segnò la fine della conversazione. E decretò definitivamente chi fosse dei due a tenere le redini del gioco. L’officina sulla statale 17… Certo che quel tizio non gli diceva niente, non ci era mai stato lì. Non era mai stato suo cliente, eppure aveva il suo numero di cellulare, quello per del lavoro, quantomeno. Dopotutto, sarebbe bastato piombare alla sua maledetta officina e interrogarlo di persona.
    La telefonata lo aveva messo in agitazione e l’adrenalina era sufficiente per rimetterlo in moto, come un motore ingolfato che ha bisogno della scintilla della giusta potenza.
    Il pomeriggio scorse via scivolando senza sobbalzi, fra una telefonata e l’altra, che arrivarono a stralci man mano che si avvicendavano chilometri e viali alberati, zone industriali e micette a cui rivolgere occhiate fameliche, un paio di giri a vuoto, che tuttavia non riuscirono a destabilizzare il suo chiodo fisso. Non c’era perdita di tempo che potesse smuoverlo dalla curiosità mista a inquietudine che aveva evocato in lui quella telefonata. Un affare, una voce senza nome e senza tono, un’officina, un affare.
    Doveva andare, immediatamente. I pensieri si susseguivano rapidi come fotogrammi di uno di quei vecchi film, in cui le immagini non procedono fluide, ma a scatti, come se la precedente desse una spintarella alla successiva per forzarla a mostrarsi in pubblico, piena di pudore per il suo significato tutt’altro che immediato, quasi imbarazzata di se stessa. I suoi collegamenti mentali lo imbarazzavano e allo stesso modo lo spingevano verso una nuova meta, assetato com’era di un evento per cui valesse la pena di alzarsi la mattina da quel letto solitario e di affrontare ancora una nuova giornata. Non era una questione di soldi, o meglio, non solo. Certo, i dindi facevano sempre comodo e per di più avevano lo strano potere di non essere mai abbastanza, come una moltiplicazione all’incontrario. Non erano mai abbastanza per uno come lui, che non avrebbe mai saputo rispondere ad una domanda diretta su cosa volesse davvero comprare, come avrebbe speso quei soldi, di qualunque somma si trattasse. Fosse solo anche dieci euro, per lui era una questione esistenziale decidere dove bruciarli, e per questo i suoi acquisti o investimenti finivano per risultare impulsivi almeno quanto il gesto, ripetuto all’infinito, di estrarre una paglia e accendersela.

    Cesare Pietrucci arrivò rallentando gradualmente presso il piccolo stradello scosceso di acciottolato che era già iniziato il tramonto. Il resto del pomeriggio era volato via quasi senza farsene accorgere, e d’un tratto si risentì con se stesso per permettere alle giornate di scivolargli via così dalle dita come piccoli granelli di sabbia, tutti uguali, stessa forma, dimensioni e colore, senza nessun valore particolare, se non quello di rimanerti appiccicati addosso nel modo più fastidioso e opprimente, infilandosi in ogni pertugio fra lo strato più esterno di vestiario e quello che avvolge la maschera quotidiana, creando attriti, irritazioni, disagio goffo.
    Il misterioso interlocutore aveva ragione; c’era un’insegna colorata che campeggiava in fondo allo stradello e si poteva vedere fin dalla strada principale, costeggiata da campi incolti, betulle e rifiuti sparsi ai due lati della carreggiata. L’insegna recitava “Officina Marconi”, balzando fuori dal fondo giallo nel suo rosso scarlatto, banale quasi quanto la denominazione sociale dell’attività – il titolare non doveva brillare per immaginazione – pensava il Pietrucci mentre svoltava bruscamente a sinistra, immettendosi lungo il viottolo in discesa, e accompagnando la manovra con un ghigno obliquo e irriverente.
    L’edificio era un capannone grigio e anonimo che spezzava con il suo pesante volume a base quadrangolare l’andamento morbido e orizzontale della pianura circostante, fatta di sterpaglie, humus e cespugli sempreverdi. Si era sollevato già da alcuni minuti un vento pungente, annunciatore della stagione invernale imminente, che contribuì a scompigliare i pochi capelli mai in ordine dell’uomo, appena sceso dalla sua auto, fedele compagna anche in quell’avventura, che non lo avrebbe mai tradito, una via di fuga efficiente e un rifugio sicuro da qualsiasi emergenza.

    Il capannone era aperto, il grande e pesante cancello di metallo spalancato, e invitava ad entrare e dare un’occhiata. ‘Non mi pare tanto sveglio, il telefonatore pazzo! Così gli entra anche Gesù con tutti gli apostoli!’ pensava Cesare quasi ad alta voce, mentre entrava nell’ambiente di lavoro spazioso e cercava con lo sguardo un segno di vita. C’era qualcosa di insolito, nell’immobilità da museo di quel posto, ma sulle prime non diede molta importanza alla cosa. Quell’atmosfera d’altri tempi lo stava già risucchiando nel vortice di curiosità e di morbosa aspettativa per la pregustazione di un nuovo affare potenzialmente redditizio, una chance di sbarcare finalmente il lunario e smetterla di fare il trapezista con i pochi spiccioli che gli passavano mensilmente sotto al naso. Regnava un silenzio da assenza di gravità, e persino i pochi oggetti visibili, immersi in buona parte nella semioscurità del crepuscolo che filtrava attraverso le finestrelle sbarrate, poste in alto, inaccessibili. Lo avvolse una claustrofobia paralizzante, che lo spiazzò. Tuttavia, non poteva smettere di camminare, focalizzando il suo sguardo sulle sagome dei macchinari fermi, di cui non avrebbe saputo dire la funzione.
    Un ronzio da alta tensione imperversò improvvisamente nello stanzone, facendolo trasalire. Eppure, non aveva spinto nessun interruttore o leva di alcun genere vagamente somigliante a quella di un circuito elettrico. Il cuore gli rimbalzava dentro al petto con ritmo incalzante, noncurante della sua ricerca spasmodica di mantenere un’espressione indifferentemente pacata. Gli occhi diventavano due fessure luccicanti di paura dietro le lenti circolari dei suoi occhiali usurati, mentre il ronzio di sangue eccessivo si mescolava nei padiglioni auricolari a quello nella stanza, rendendo quasi impossibile distinguerli nettamente. La botta di adrenalina improvvisa lo risvegliò come dal tepore infido di un sonno per la mente. Ma era troppo tardi. I suoi sensi si erano svegliati in ritardo, assopiti dalla superfluità evolutiva di un istinto di sopravvivenza vigile. E si ritrovò schiavo, senza aver mai saputo cosa fosse la libertà.

    Cesare Pietrucci non poteva muoversi. Fu quell’unico pensiero ad accompagnare il suo risveglio da un sonno senza sogni che, per quanto era in grado di discernere, poteva essere durato un attimo, come molti anni. La sua mente era svuotata, e per un considerevole periodo di tempo non riusciva che a concepire quell’unica, imbarazzante verità: aveva perso il controllo del suo corpo, e non sapeva quale santo ringraziare di ciò.
    ‘Che diavolo succede? Mi hanno legato? Mi hanno immobilizzato? Ah, non posso muovermi, questo è sicuro! Ma dove sono? Non possono avermi portato molto lontano dall’officina… Oppure sì… Cazzo, non ricordo un accidente! Ma qui non c’è nessuno! Figlio di puttana… mi hai teso una trappola, eh?! Maledetto ragnaccio… e io sono finito nella tua tela!’ I pensieri negativi e le imprecazioni si susseguivano senza che potessero modificare la sua attuale situazione.
    “Dove sei? Fatti vedere, vigliacco!!”, gridò sbavando, mentre si divincolava nel buio, non potendo distinguere le varie parti del suo corpo. Cominciò ad ansimare. L’aria stentava a raggiungere i polmoni, il clima era asfissiante. Il suo corpo era come intossicato da un gas invisibile e inodore, tanto era indebolito. Cesare, che prima di quel momento non aveva mai sperimentato la sensazione di totalizzante frustrazione generata dall’impotenza fisica, si convinse alla fine a fare il minor numero di tentativi possibile di muovere il suo corpo per non incrementare la probabilità di comprometterlo definitivamente.
    L’ambiente era un luogo chiuso, questo era certo. Cesare non sentiva l’aria scivolare sul suo viso. Ma del resto, non riusciva neppure a percepire le singole parti del suo corpo attaccate le une alle altre. No, non era possibile… Non aveva neppure sentito la sua voce, eppure era certo di aver gridato, pochi attimi prima.
    Percepì ad un tratto un calore improvviso che gradualmente gli stava infiammando il volto, solo il volto. Eppure ancora non riusciva a vedere niente, e il tempo passava e si sentiva sempre più come una piccola barca malandata alla deriva in un mare di cui non avrebbe mai compreso le correnti e l’andrivieni delle tempeste. Si sentiva spazzato, sconvolto da quel vento che non aveva direzione, né scopo, quella mano invisibile che lo stava trascinando sempre più alla deriva da se stesso, pur rimanendo immobile. Fu allora che accadde qualcosa. Se ci fosse stato altro spettatore, quella notte, ad assistere all’evento, oltre a Cesare Pietrucci e al suo aguzzino, avrebbe visto gli occhi del prigioniero lampeggiare nel buio del capannone, per poi venire a sua volta abbagliato dalla luce improvvisa, che illuminò a giorno l’ambiente, rendendogli di nuovo una parvenza di attività umana.

    Lui comparve, come teletrasportato lì assolutamente per caso da un universo parallelo, facendo capolino da dietro il tornio, che giaceva pigro e indifferente all’angolo superiore sinistro del capannone, soddisfatto di aver portato a termine lo scopo della sua esistenza anche per quella giornata. Il suo aspetto era assolutamente comune, addirittura mediocre, nella sua tuta blu da lavoro sporca di grasso e olio e sudicio da asfalto, i capelli ingrassati quasi quanto i motori, tirati indietro quasi per mimetizzare i riccioli neri e invadenti, nel tentativo di domarli attraverso un semplice gesto ripetuto talmente tante volte durante la giornata da assumere le proporzioni di un vero e proprio tic nervoso, a lasciare scoperto un viso scarno e pallido, che presagiva un fisico emaciato, apparentemente inoffensivo. I suoi occhi emanavano una luce sinistra e opaca e pareva che schizzassero letteralmente fuori dalle orbite incavate e incorniciate fra un bel paio di occhiaie marcate, come disegnate da un fumettista noir.
    Cesare Pietrucci non lo vide arrivare, non poteva vedere. I suoi sensi erano ormai stati intorpiditi, anestetizzati. L’intenso calore sul volto era infatti magicamente svanito.
    “E’ inutile, non ti puoi muovere. Non dovresti sprecare i rimasugli delle tue facoltà mentali cercando di liberarti o di insultarmi. Fossi in te le utilizzerei per qualcosa di più… costruttivo.”
    Cesare sentì partire l’impulso di parlare, di mandare quell’ombra di cui non poteva udire i movimenti nel posto per il quale di solito riservava un biglietto di prima classe solamente per i clienti che non pagavano e per i molti automobilisti che non seguivano le sue personali regole della strada. Ma si sentiva come un pesce rosso che annaspava vistosamente dalla sua boccia trasparente, un prigioniero che non può vedere le sue sbarre, vittima di un ragazzino viziato che ha finalmente ottenuto il suo sollazzo temporaneo, che avrebbe poi lasciato morire, nella più assoluta indifferenza e noncuranza, appena avesse ricevuto un giocattolo più stimolante.
    La sua bocca si muoveva su e giù, seguendo i movimenti dei suoi muscoli della mandibola, eppure non udiva alcun suono, parola, rantolo. I suoi occhi si spalancarono in un’espressione di atroce, improvvisa consapevolezza. Il pesce rosso che acquisisce autocoscienza e comprende che la sua vita non ha altro scopo se non il diletto di altri esseri viventi. E’ un giocattolo, nient’altro che un simulacro di quello che prima era un essere senziente.
    “Bravo. Dalla tua espressione noto che hai seguito il mio suggerimento. E hai capito. Ma non sei neanche lontano anni luce dalla verità, non ne sfiori che la superficie. Ovvero che ora sei in mano mia e posso fare di te quello che voglio. Nessuno ci disturberà. Sarà grandioso.”
    La sua voce non aveva inflessioni, ma Cesare non lo sentì, non seppe ricollegare quella voce alla telefonata di quel pomeriggio. La vista lo stava abbandonando di nuovo, annebbiandosi e creando macchie di Rorschach con quella ormai faticava a definire la realtà circostante, mentre il pensiero cosciente scivolava sempre più verso l’oblio.

    L’uomo accompagnò il suo gesto con un ghigno di soddisfazione asimmetrico, che attraversava il viso sottile e ceruleo come una cicatrice che disturba la vista e fa distogliere lo sguardo. Era un sorriso sintetico, meccanico, proprio come la leva azionata dal suo gesto semplice come l’acqua, sorgente di un meccanismo che, come una cascata, trasformava l’energia e la faceva piombare al suolo. Quell’energia che erodeva la roccia e la plasmava, ma che si abbatteva infine sulla terra con un boato assordante, con la potenza che avrebbe schiacciato qualunque creatura si fosse avventurata sotto di essa.
    Aveva richiesto molto tempo elaborare il piano. Soprattutto, aveva dedicato anni allo studio dei potenziali collaboratori, un’attenta e accurata selezione che lo aveva reso un profondo conoscitore, suo malgrado, della mente umana, dei tipi di persone più disparate. Non era un assassino, no. I serial killer agiscono per esistere, sono spinti ad uscire dall’ombra di una mera sopravvivenza dall’esigenza spasmodica di rispondere alla loro natura, che, in quanto biologica, è per definizione istintiva. Per questo gli assassini seriali saranno sempre una mossa in svantaggio, sempre un passo indietro, per quanto intelligenti, rispetto al colpo di pistola che segna l’inizio della corsa contro le strutture sociali. Il loro agire è istintivo, la loro ragione offuscata dal bisogno di cibarsi delle loro prede. Lui non era spinto dagli stessi bisogni, ergo, non avrebbe commesso gli stessi errori. Non lo avrebbero mai raggiunto. Non avrebbero neppure saputo chi fosse, intuendo solo vagamente dell’esistenza di un’entità che cambia le regole del gioco.
    Avrebbe aspettato il momento opportuno, paziente, lasciando che lo sfiorassero con la loro dozzinale metodica, con le loro procedure, e poi sarebbe volato via mentre le loro energie si affievolivano sempre più, ma senza rimanere invischiato in quella loro burocrazia del vivere, che li faceva correre avanti e indietro come macchine. E se macchine si sentivano, senza libertà di pensiero, allora macchine li avrebbe aiutati a diventare.

    Non era stato uno scherzo procurarsi la tossina, quella minuscola molecola biochimica che, alle giuste concentrazioni, era in grado di ridurre un uomo alla mera perpetuazione delle più semplici funzioni vitali. La corteccia cerebrale di Cesare Pietrucci era come se fosse stata asportata, inerte, incapace di rispondere alle invocazioni di soccorso del prigioniero che ormai la portava con sé come si porta un giubbotto quando fa caldo e non sai come trasportarlo senza che diventi un peso inutile, un impiccio che contribuisce solo a rendere più impacciati i movimenti. Lo avvolgeva come un caldo conforto di un cappotto di lana, il desiderio di morire, e altrettanto stretta lo avvolgeva la morsa del suo aguzzino che gli negava quest’ultimo, legittimo diritto.

    Aveva aspettato, acquattandosi fra i cespugli che circondano il parcheggio del centro di ricerca di farmacologia dell’università, lasciandosi permeare dai rumori della notte, dagli schiamazzi provenienti dalle auto coi finestrini abbassati, e i synt-drums della musica house in sottofondo che accompagnava gli urli barbarici,  preannunciatori della parentesi di liberazione di una notte in discoteca. Dalle abitazioni del circondario residenziale provenivano a pacchetti temporali i rumori delle stoviglie, il chiacchiericcio o in alternativa le grida durante l’ora variabile di cena, che talvolta lo distraevano. Aveva osservato paziente il fremere delle attività di laboratorio, come un formicaio al rallentatore, che andavano avanti di solito fino ad abbondantemente dopo l’ora di cena, perché si sa che i ricercatori non sottostanno agli orari lavorativi dei comuni mortali e possono permettersi di essere flessibili, o di sentirsi schiavi della loro passione. Nella sua mente rimaneva impresso il suo obiettivo come un marchio di fabbrica, indicatore dell’utilità di uno strumento. I suoi occhi rimanevano immobili, fissando quelle persone provenienti da un mondo a cui lui non avrebbe mai potuto accedere, perché la sua genialità sarebbe rimasta oscura, e non catechizzata. Questa nuova neurotossina, scoperta in una varietà di anemone marina situata a grandi profondità dell’oceano indiano, stava destando l’interesse del mondo accademico, e l’università di Firenze, ospitando il biologo marino che l’aveva di fatto reperita e fatta estrarre in quantità sufficienti da poterla studiare, aveva miracolosamente ottenuto il nulla osta europeo per i test preliminari e per la ricerca di base, far west estremo della farmacologia, dove è possibile trovare tutto e di più nel campo delle interazioni fra porzioni di una molecola e potenziali target farmacologici. Non c’era da biasimare quei ricercatori, se fare le ore piccole in laboratorio era diventata la prassi. Solo che con il loro stacanovismo stavano rendendo molto meno ampia la sua feritoia temporale di azione per trafugare la molecola. La fortuna sta a zero, se non hai la mente pronta per effettuare i giusti collegamenti, per sfruttare l’onda e cogliere un’occasione che altre persone non saprebbero vedere. Quella era l’occasione, quello era lo strumento di collegamento dei suoi studi, il pezzo mancante del puzzle. Una molecola di natura biochimica in grado di bloccare l’impulso nervoso selettivamente. Il gruppo di ricerca la stava testando in associazione con un anticorpo monoclonale specifico per legarsi solo con alcuni tipi di cellule cerebrali, quelle della corteccia.
    Penetrò nell’edificio attraverso il parcheggio seminterrato che era già notte fonda e la frequenza delle automobili si era notevolmente ridotta, giù in strada, e le case erano sufficientemente lontane, da non invitare guardoni e perdigiorno in cerca di qualche scoop notturno fuori dall’ordinario. Nessuno avrebbe fatto caso a lui che tentava di identificare, alla luce di una torcia elettrica, il nome della proteina sulle eppendorfine conservate a 4°C, pronte per essere utilizzate l’indomani per nuovi test, o cercava di leggere sui protocolli il procedimento e le concentrazioni, rimettendo con cura i fogli sparsi sul banco da lavoro nelle stesse posizioni in cui li aveva trovati
    L’uomo, che indossava la sua tuta da lavoro con disinvoltura, accingendosi ad iniziare la sua vera giornata di lavoro, si incamminò sogghignando a testa bassa verso il Pietrucci, quel fagotto inerme destinato ad un compito preciso, come tutti gli altri, i molti altri, che sarebbero venuti dopo di lui. Lo aveva scelto con cura. Lui doveva saperlo, quanto tempo e fatica gli erano costati, doveva se non altro provare a fargli capire la grandezza del suo piano.
    “Ti ho osservato, per molto tempo. Intento com’eri a correre di qua e di là per sbrigare i tuoi miseri affarucoli da piccolo uomo di mondo. Un mondo in cui ti senti il padrone, che conosci come le tue tasche. Finchè non fai qualche chilometro in più del solito, fino ad una officina fuori mano, giusto?”
    Se avesse potuto pensare, Cesare sarebbe giunto alla conclusione che l’attività dell’officina fosse una copertura per il suo disegno malato, un luogo seminascosto e isolato, senza vicinato, in cui poter disporre dei suoi giocattoli indisturbato. Invece, si limitò a sbattere le palpebre, con le pupille dilatate, un moto involontario dettato dal più puro istinto di conservazione, lo sguardo assente, e un rivolo di saliva che, scendendo lentamente dal lato destro della bocca serrata in uno spasmo di contrattura, si stava già seccando, portandolo inesorabilmente sempre più vicino all’abbrutimento dei malati. Questo lo avrebbe ucciso: sapere che il suo corpo era una carcassa senza libertà, incapace di pensare, persino di togliersi la vita. Dover dipendere dalla volontà e dalla disponibilità di qualcun altro gli avrebbe dato il colpo di grazia psicologico, per questo si rinchiuse nell’assenza, nello sgabuzzino della catatonia, mettendosi in trappola per non rendersi consapevole della condizione misera in cui era finito.

     
  • 11 novembre 2011 alle ore 22:34
    Una Giornata Di Lavoro parte I

    Come comincia: Cesare Pietrucci emise un sospiro che aveva un retrogusto rantolato, mentre infilava la chiave nel cruscotto dell’auto. Non aveva un’auto aziendale, ed era già tanto se riusciva a strappare a quegli spilorci i rimborsi spese della benzina; già ottenere i rimborsi dei miseri pasti da fast–food o da bar era un miraggio. Questo era lo svantaggio più evidente nel suo campo di attività, il rappresentante per una piccola compagnia di telefonia; non osava lamentarsi, tuttavia, dal momento che questa attività gli permetteva di trovare il tempo, raggruppando rimasugli, angoli e morsi in capo alle giornate, per occuparsi della sua vera attività professionale. La sua piccola azienda a conduzione familiare non stava andando affatto bene, in tutta onestà. Ed è da qui che sorgeva il suo sospiro, quel rumore di fondo di un rantolo soffocato e mai espresso che poteva significare solo una cosa: insoddisfazione.
    La sveglia aveva suonato sulla stessa, implacabile posizione delle lancette, come se in mezzo a quegli ingranaggi di plastica e metallo sottostesse un ordine cosmico precostituito, un codice segreto, figlio di una formula antichissima che avrebbe potuto cambiare la storia dell’umanità. Invece, ogni mattina strillava dal suo comodino con pretese da Ikea già usurato e difettato dopo una paio di anni di non-vita accanto al suo letto orientaleggiante, e ogni giorno puntualmente non accadeva niente, perché era lui stesso che non faceva niente, se non correre avanti e indietro su quella Citroen che era a metà strada fra una monovolume e una station wagon. L’aveva scelta di un azzurro ceruleo, confidando che il design dinamico ma pastello gli conferissero nel complesso un aspetto svecchiato, mentre rincorreva, macinando chilometri e clienti, quella giovinezza solo sfiorata per tutta la sua vita. L’esteriorità frivola della sua auto cozzava come un pugno nello stomaco con il suo aspetto; alto, dai tratti marcatamente mediterranei, i capelli di un nero di seppia lucido e contrastato solo in punti sporadici dalla canutezza, gli occhi di un blu molto scuro, quasi nero, indefiniti; una presenza autorevole, imponente, resa ancora più altezzosa dal completo giacca e cravatta blu scuro, con camicia bianca, che aveva scelto quella mattina, impiegando, come al solito, più tempo a scegliere il completo giusto che a radersi e a lavarsi. Era importante apparire nel giusto spirito, in base al tipo di giornata da affrontare e alle persone con cui avrebbe dovuto interagire; ogni evento, ogni gesto aveva il sapore della lotta, della sfida, una battaglia contro la sorte, il prossimo, i propri limiti. Un buon venditore deve saper apparire affidabile, ma non remissivo; autorevole, ma mai e poi mai un pessimista. Pessimista è sinonimo di perdente, e il venditore che osava lamentarsi del destino avverso non avrebbe più venduto uno spillo, alimentando quel circolo di mediocrità e sfortuna concatenati fra loro come rotelle di un meccanismo ingegnoso e perverso.
    Quella giornata si presentava particolarmente impegnativa, come già aveva avuto modo di constatare nel suo primo approccio con la quotidianità. Nel suo bilocale affittato ad un prezzaccio da un suo compaesano, non poteva fare due passi consecutivi in qualsivoglia direzione senza rischiare di inciampare o calpestare uno dei tanti scatoloni ammucchiati ed oggetti sparsi sul pavimento e sulle stuoie norvegesi secondo lo pseudo-ordine di chi vive da solo e non ha alcun criterio a cui aggrapparsi per l’organizzazione dello spazio, se non la totale noncuranza dello stesso, in una chiave di lettura della propria sopravvivenza ridotta ai minimi termini evolutivi.
    Il giro da compiere era di quelli snervanti, non solo per il tipo di percorso – una strada di provincia lenta e tortuosa che si districava, ramificandosi, attraverso piccoli borghi abitati appoggiati su sprazzi di pianura e troppo piccoli per contenere le auto che sarebbero aumentate di anno in anno, e stretti passaggi collinari da mal d’auto – ma anche per la tipologia di visite da fare. La crisi economica mordeva ai polpacci, e i suoi clienti si facevano sempre più esigenti e incontentabili man mano che passavano i giorni, i mesi, e si susseguivano le stagioni per lui sempre uguali, da come poteva percepirle dall’interno del micro-clima sintetico e plastificato di aria condizionata del suo abitacolo, mentre correva avanti e indietro su quello spicchio di Toscana che molti avrebbero considerato da cartolina. Certo, non poteva rimproverare se stesso, se gli era capitato di intraprendere il suo piccolo giro d’affari in una congiunzione astro-socio-economica così complessa e irta di ostacoli; l’unica cosa a cui riusciva a pensare durante la giornata era arrivare a sera con i suoi obiettivi raggiunti, e la sera, a quello che avrebbe dovuto fare il giorno successivo, mentre quel ponte così instabile, sospeso nel vuoto, che collegava le due giornate, si rendeva sempre più insignificante ai suoi occhi, dato che ben poco della sua struttura temporale veniva utilizzato per riposare, e ancora meno era dedicato alla coltivazione e al rimpolpo degli affetti.
    Certo, qualche distrazione se la concedeva, di tanto in tanto. Niente e nessuno poteva battere le serate fuori e le notti brave in discoteca; lì si che si sentiva veramente bene, tutte quelle luci intermittenti e mai adeguate lo facevano letteralmente evadere verso una nuova dimensione, dove era il martellare incessante del suo ritmo senza scopo a renderlo qualcuno. C’era solo una cosa che non poteva sopportare, persino in quella terra di nessuno di cui si proclamava signore e padrone: c’erano quegli schifosi ubriaconi e finocchi che si divertivano, sempre con maggiore frequenza man mano che il sintetizzatore divorava minuti e super-alcolici, a strusciarsi contro il suo didietro sfruttando il pretesto e l’occasione dell’affollamento in pista, e palpando disgustosamente e voracemente le sue chiappe e affondando le loro luride dita nella sua schiena. Era sempre stato molto geloso del suo corpo, come di qualunque altra cosa di sua proprietà, e gli procurava un fastidio indicibile l’ipotesi che il suo territorio privato venisse violato da quelle manacce zozze e voluttuose. Eppure anche a lui piaceva toccare, palpare, assaggiare… Corpi di tutt’altra conformazione. Il suo ego virile non poteva accettare di essere violato, seppur con la flebile protezione del vestiario, da mani e dita di qualcuno che si mette al suo pari.
    Così, era nata da questa paura, l’esigenza di salire sui cubi e sulle pedane. In definitiva, era nato tutto da quello, la sensazione inebriante della folla sotto di sé e l’aria da respirare a pieni polmoni intorno a sé, dentro di sé, donandogli un potere fantascientifico sul resto della scena. Era il suo spettacolo, e nessuno glielo avrebbe rovinato. Da lassù poteva dare le paghe ai ventenni galvanizzati e rintronati da troppa tv e troppe canne che arrivavano in pista e non avevano energie sufficienti neppure per deambulare da un piede all’altro, figurarsi poi coordinare il movimento dei piedi con quello, più scenografico, di ipotetiche braccia. Eppure erano loro, tutti lì, i suoi amici. I suoi amici testosteronici come ricordava la sua foto sovrapposta alle loro movenze esagerate e goffe di quando era lui, sul banco di prova. Aveva bisogno di loro, perché era grazie a loro se riusciva a sentirsi ancora vivo.
    Mise in moto aspettando che si spegnesse la spia luminosa di avviamento del motore diesel, per iniziare il suo cammino in retromarcia, facendo slittare le gomme già consumate sulla ghiaia. ‘Prima passo a sentire cosa ha fatto quello scassamaroni del Puccio, va’! Mi pianterà una grana immensa per quel cavolo di batteria che mi aveva ordinato… Ma che pretende, dico io?! Quella sottospecie di cellulare scadente che si ritrova meriterebbe di finire nel secchio dell’immondizia diretto come un fuso, e lui si preoccupa che la batteria gli allenta! Magari tirasse definitivamente le cuoia, quel relitto! Almeno potrei rifornirlo io personalmente…’, pensava il Pietrucci mentre tentava di scrollarsi di dosso gli ultimi rimasugli di una notte agitata, correndo lungo le strade di campagna di una Toscana insolitamente malinconica, quell’autunno. Le occhiaie scavate come solchi nei campi dei contadini che non si arrendevano al consumismo post-industrializzazione sarebbero rimaste, proprio come rimanevano le tracce delle coltivazioni precedenti e reiterate sui campi strappati alle braccia dei contadini per posarvi un avveniristico centro commerciale o magari un parcheggio a pagamento. Intorno a quel loculo ambulante riempito di musica dance e puzzo di sigaretta stantio e impregnato nel tessuto di tappezzeria, solo il silenzio della provincia di primo mattino, dove la ressa sulle strade per raggiungere il luogo di lavoro, non inizia mai veramente, ma procede a singhiozzo, e il traffico si spalma su una fetta di mattinata abbastanza ampia, che va dalle 7:30/8:00, orario di entrata delle fabbriche e delle piccole imprese, alle 9:30, orario di apertura di negozi e piccoli supermercati con clientela fissa e ordini ciclici. Non c’erano mai veri ingorghi, di quelli che Cesare aveva sperimentato a Milano, ad esempio, durante una delle sue molte peregrinazioni lavorative, in cerca di quell’idea vincente che gli permettesse di sbarcare il lunario e sentirsi finalmente qualcuno.
    Ai lati della strada a due corsie, una angusta provinciale dall’asfalto costellato di bozzi e buche, alberi troppo stanchi, foglie ingiallite, che creavano un tappeto multicolore e irregolare ai piedi dei giganti della campagna, mentre la corrente estemporanea raccolta al passaggio di ogni autovettura, provvedeva a sollevare e trasportare le singole subunità del tappeto naturale, per poi depositarle di nuovo a terra, in una nuova posizione relativa, secondo la teoria del caos, o così parve realizzare, in un guizzo di illuminazione naturalistica, il Pietrucci, al passaggio dell’auto che precedeva la sua e che lo stava facendo innervosire già da alcuni chilometri, poiché non riusciva proprio a sorpassarla, e il suo conducente schiacciava il pedale dell’acceleratore come se stesse camminando su uno strato di uova e dovesse stare attento a non romperle. Gli imbranati al volante lo facevano innervosire in modo indicibile, e alternava così gli insulti verbali a teatrali gesti con le braccia e ampie boccate di tabacco trattato, aspirato dal filtro della sua Marlboro, una delle prime, quella mattina, di una lunga serie, secondo una perenne astinenza spasmodica, per la quale non avrebbe saputo dire dove finiva l’assuefazione fisiologica alla nicotina, e dove iniziava la tediosa abitudine di tenere la sigaretta in bocca o fra le dita, retaggio del senso di mitismo adolescenziale.  Si reputava comunque fortunato a vivere lì: il paesaggio intorno a lui, lastricato di dolci colline dalla pendenza mai arcigna, disseminate qua e là di piccoli borghi di matrice medievale, arroccati, oppure stralci di un dopoguerra essenziale e austero, pur tuttavia pieno di speranza, con i suoi centri abitati smaniosi di recuperare spazio al disordine o ad una natura troppo inselvatichita, allargandosi e stendendo le loro braccia indolenzite giù, attraverso la piana della valle.
    Il bar del Puccio si trovava in uno spiazzo decisamente fuori mano, e questo contribuiva in modo determinate a rallentare la sua tabella di marcia di quel giorno; ma quella visita era necessaria, se voleva avere una flebile speranza di mantenere la rete di contatti così faticosamente costruita in una vita di lavoro di relazione, scambi di favori, clientelismi, fiducia conquistata a suon di sconti, affari redditizi i cui presupposti non venivano mai chiariti fino in fondo. I suoi clienti stavano decisamente meglio se non indagavano da quale ciclo produttivo provenisse la merce. Così come era meglio non chiedere come facesse la piccola compagnia telefonica per la quale prestava la sua enorme esperienza come venditore e consulente, ad ottenere allacci ADSL a prezzi così ribassati rispetto alla concorrenza di prima fascia, alle grandi compagnie che bombardano di spot televisivi le più vaste fasce di target di mercato.
    Parcheggiò sul lastricato sconnesso, e lui era già lì, posizionato sullo stipite della porta d’ingresso del bar, residuato della struttura concepita in pieni anni ’70, quando i bar servivano come concentramento di idee, fermenti politici e culturali, oppure, come molto probabilmente era accaduto per quel locale nello specifico, come ripari sicuri, tappezzati d’alcolici, contro il tedio offerto da una quotidianità semplice e ciclica. L’insegna luminosa al neon, in alto a sinistra, proponeva un vacuo ricordo di uno splendore sempre inseguito ma mai raggiunto appieno, e proprio come l’attività che era chiamata a rappresentare, vivacchiava cercando di abbarbicarsi ad ogni impulso elettrico possibile, raschiando il fondo del barile di un impianto che non era mai stato a norma di legge.
    “Accidenti, ce ne hai messo di tempo, eh Pietru’!? Se tardavi un altro po’ mi trovavi decomposto!”, esordì il Puccio, sfoggiando il suo ghigno d’annata, sbilanciato da un lato, collaudato ormai da anni di querelles dietro al bancone, cercando di farsi rispettare e di strappare ai suoi esimi clienti ogni millino, o più recentemente, ogni euro che gli dovevano. Aveva scoperto che era più facile ottenere quello che doveva, utilizzando il sorriso, e quelle battutacce che punzecchiavano il destinatario, colpendolo nell’orgoglio. Con l’astuzia di un’ironia intelligente era riuscito a farsi rispettare, in un ambiente fatto di tute di lavoro luride di grasso e olio, guance imporporate dalla grappa e squallide storia di corna da classe operaia, cosicchè, la sua clientela sapeva in modo trasparente quello che lui aveva da offrire, e non mancava più di pagare il conto. L’andatura incerta e claudicante per i troppi giorni trascorsi nella stessa posizione, e la schiena indebolita da due vertebre in fase di slittamento l’una sull’altra e almeno trenta chili in più, i riccioli selvaggi, radi e unti di chi non è abituato ad usare prodotti da bagno specifici per la cura di una calvizie subdolamente occultata dal volume occupato dalla forma della capigliatura, un volume vacuo, al di sotto del quale giaceva solo aria, frapposta al cuoio capelluto. Osservava il mondo attraverso i suoi occhietti azzurri molto chiari, quasi sbiaditi dal tempo, ma tutt’altro che vuoti; attenti ad ogni movimento, guizzavano da un lato all’altro della forma schiacciata dell’occhio per cogliere in fallo chiunque, per qualsiasi sciocchezza. Non aveva mai amato farsi prendere in castagna. Cesare ebbe un momentaneo moto di repulsione al livello dello stomaco, quando lo vide comparire nella sua salopette da lavoro di jeans e la sua maglietta di cotone bianca già chiazzata di sudore sotto le ascelle.
    Cesare detestava il suo modo di fare ironia; e quella mattina già alterata dalla dabbenaggine dell’italiano medio sul nastro d’asfalto, riusciva male a sopportare la battuta introduttiva del suo cliente ormai decennale, gli arrivò dritta allo stomaco come il rollio estenuante di una barca in balia dell’onda lunga. “Dai, su! Poche storie, che ho i minuti contati! Non posso mica permettermi di bivaccare sulla soglia come te, a mirare il passo per ore, sai! Dai su, dimmi qual è il problema con quella dannata batteria!” Si accorse troppo tardi, quando ormai la frase era completamente uscita fuori dalla sua bocca come un nastro trasportatore che accompagna, inesorabile, il proprio carico verso il macero, di aver usato il tono sbagliato. ‘Questo è un lavoro di relazione, porca miseria! Idiota, quando imparerai a lasciare i tuoi scoglionamenti fuori dal tuo dannato cervello, quando sei con un cliente??’ Lo sguardo interrogativo di Puccio, nel frattempo sollevatosi dallo stipite, completò il giudizio implacabile. Ora doveva sfuggire alla condanna. Sospirò, inalando per un interminabile tempo di un respiro, l’odore profumato di pioggia, legno bagnato e tubo di scarico di autovetture in quell’autunno toscano troppo umido, rimpiangendo per un attimo, ma solo per un attimo, gli anni della sua gioventù nella sua Puglia, quando credeva che bastasse una tessera di partito per spaccare il mondo. A quei tempi era proprio una testa calda, uno di quelli con cui dovevi stare attento non solo a cosa dicevi, ma anche al tono, perché una battuta innocente detta con troppa disinvoltura o ironia beffarda poteva costare un bel battuto da parte sua e del suo clan di invasati del fascio. Mussolini era il suo idolo personale, e si riteneva uno di quei giovani, ferventi intellettuali del post-sessantotto che potevano vantarsi una conoscenza morbosa, quasi diretta e sicuramente non scolastica del Dux. Credeva fermamente nella forza e nell’imposizione del più forte come solo ordine sociale in grado di garantire quiete pubblica e disciplina. Tutto quello che rimaneva ora, a distanza di vent’anni, di quelle convinzioni giovanili così strenue, era il piglio autorevole di chi vive la vita consapevole che niente è impossibile e che tutto può cambiare nel giro di un istante.
    “Dai su… fai vedere al papi cosa ha fatto la pupetta mia!”, aggiunse con una dolcezza di plastica, per evitare repliche dal suo interlocutore. Dedicò la successiva mezz’ora a far comprendere al Puccio che non poteva pretendere di utilizzare il suo cellulare, già provato da una certa anzianità, come jolly risolutore delle situazioni pratiche più improbabili, e aspettarsi che un comune mortale di pezzo di ricambio non originale, continui a svolgere il suo compito senza risentirne. Lui lo guardava inebetito, annuendo meccanicamente e intercalando di tanto in tanto con domande poco pertinenti con la tecnica alla base del suo problema, e molto più pertinenti con l’ingombro economico che un intervento di consulenza del genere, di primo mattino, gli sarebbe gravato.
    Cesare armeggiò per qualche minuto con il cellulare del Puccio, più che altro giocando a togliere e rimettere la batteria per cercare di depistarlo; la sua psicologia spicciola e i suoi trucchi da venditore nomade arabo che ne sa una più del diavolo sembrarono funzionare quando il Puccio cominciò a buttare di nuovo l’occhio aldilà del fornitore infingardo, per scorgere qualsivoglia movimento sospetto proveniente dalla strada o dal parcheggio situato dall’altro lato, questo semideserto, un contrappunto di silenzio rispetto al via vai quasi regolare di auto dal rumore troppo intenso per scorrere lungo il nastro d’asfalto ad una velocità regolamentare. Tutti sembravano in ritardo, perennemente, o in fuga; come una condizione fondante del loro essere, una maledizione della natura matrigna verso chi starnazza e non riesce a volare.
    Lo liquidò infine con un rapido “ora devo proprio scappare, scusami!”, promettendo altresì un intervento immediato nel caso la batteria nuova avesse dovuto procurargli altri problemini. Così chiamava gli impedimenti logicamente prevedibili dati dallo smercio e utilizzo di pezzi, materiali e accessori non originali, per lo più made in China, con cui sperava da alcuni anni di rimediare un tenore di vita all’altezza delle sue aspettative, che non sarebbero mai state comunque pienamente soddisfatte, in ragione della sua smania congenita di avere sempre per le mani qualcosa di nuovo. Il Puccio non capì, ma non importava, perché almeno era stato considerato; quell’intervento gli aveva fatto perdere più di mezz’ora ma alla fine ne era valsa la pena, perché il Puccio poteva essere un piantagrane, il famigerato gatto attaccato ai santissimi, e farlo sentire un cliente di riguardo era una tattica di vitale importanza.
    La strada scivolava via di nuovo veloce; era ripartito con una manovra di nervi, facendo rotolare una miriade di piccoli asteroidi chiari sotto le sue gomme da strada, e sotto lo sguardo perplesso e leggermente diffidente del Puccio, che con un laconico “bah” era ritornato a vegetare, appoggiando le sue membra flaccide allo stipite della porta d’ingresso del suo locale.
    Cesare amava il preciso momento in cui il motore prendeva giri e cominciava a far scivolare ogni cosa che si trovasse al di fuori di quel nido meccanico sempre più velocemente accanto e tutto intorno a lui. La sua auto era il suo mondo, il piccolo centro del suo universo personale, fatto di cose sfreccianti, in movimento. Non era più lui che si muoveva, ma gli alberi di varie forme che sembravano sfiorarlo con le loro mani adunche, le case dalle persiane sempre chiuse, con le loro forme sempre uguali, il nastro d’asfalto sotto le ruote, i suoi piedi dall’attrito ridotto. Così creava l’illusione quotidiana di poter modificare il mondo intorno a lui, allontanandosi sempre più dalla tragica realtà dei fatti: era il mondo a modificare lui, erodendolo con il suo strusciarsi vischioso.
    ‘E’ il turno del mio amico Rino!’, pensò, mentre rimontava l’apparecchiatura degli auricolari del suo cellulare, altro momento catartico in cui si preparava ad affrontare qualsiasi notizia, a fiutare qualsiasi affare buono solamente dal tono di voce del suo interlocutore invisibile. Rino era un povero diavolo che di mestiere faceva l’assicuratore. ‘Dio solo sa come diavolo farà a permettersi tutti quei viaggi e quel Porche Caienne di merda che si ritrova vendendo polizze sugli infortuni e RC Auto agli operai e ai poveri diavoli come lui!’, bofonchiò con se stesso, mentre gli sbuffi di insofferenza verso la strada accidentata e tortuosa scandivano i suoi pensieri ad alta voce. La sua clientela aveva le estrazioni sociali e professionali più disparate, e questo non gli dispiaceva, perché gli permetteva di estendere potenzialmente all’infinito il suo raggio d’azione, e di variare gli articoli del suo repertorio in base alle richieste dei settori più in espansione sul momento, o meglio, quelli meno in crisi.
    La giornata proseguì senza scosse, la routine scandita dalle svariate pause-caffè e dalla pausa pranzo che di solito si dilatava fino alle 15:00, minuto più, minuto meno. Quei quattro o cinque locali che gli permettevano di rallentare il mondo fino a far congiungere il suo moto con quello degli altri esseri viventi e dare l’impressione di qualcosa di sincronizzato erano avamposti di rumori familiari di piatti, bicchieri, musica commerciale e profumi di pane riscaldato e formaggio filante, mentre le risate isteriche dei suoi compagni di prigionia soffocavano il rumore del pane troppo croccante fra la sua mandibola. Una tipa aveva tentato un approccio, quel giorno. O meglio, aveva azionato le tipiche contromisure seduttive femminili, che avrebbero permesso al Pietrucci di illudersi di poter fare la prima mossa con relativo margine di successo, sempre dipendente da come avrebbe giocato le sue carte, comunque. Era accaduto quando si era avvicinato al bancone per chiedere il caffè e il conto; lei si trovava a un paio di metri, e lo aveva subito adocchiato, da quando aveva effettuato l’ordinazione del caffè corretto al Baileys sollevando con autorevolezza il braccio destro. Lo aveva guardato, poi aveva abbassato lo sguardo velocemente, ma continuava a fissarlo grazie allo specchio di fronte a loro, sistemato in maniera strategica sulla parete dal lato del bancone del locale, in modo da permettere ai clienti di guardarsi in faccia tramite il vetro riflettente, sfumando visi ed espressioni di un colore leggermente ambrato. Lui se n’era accorto immediatamente, guizzando con l’occhio esperto di chi di manovre del genere ne ha viste parecchie, verso la donna sui quaranta, ma aveva fatto finta di niente. Erano più di vent’anni che rimediava appuntamenti in giro per i luoghi dove marcava il suo territorio, e non aveva più le energie per ripetere il solito balletto, la pantomima triviale in cui entrambi i partecipanti al gioco sanno che l’altro sta bluffando, fingendo di aver avuto l’apparizione dell’incarnazione dell’amore scesa in Terra, di interessarsi alla vita dell’altro come fosse la propria che ancora non hanno conosciuto, quando in realtà l’unico obiettivo, il chiodo fisso che guida ogni gesto o frase accuratamente scelta, è rimediare una scopata. Per giunta, quella non lo intrigava per niente; perciò, si era limitato ad accennare un sorriso in risposta alle occhiate fugaci e voraci di lei, bere rapidamente il caffè quasi in un solo sorso, e pagare il conto senza chiedere cosa avesse preso lei.