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Poesie di Simona Soldi

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  • 06 aprile 2016 alle ore 20:51
    Effetti

    La gente implode accartocciandosi su se stessa stritolata dalla morsa delle sue bugie. Diventa cenere.

  • 12 febbraio 2015 alle ore 16:46
    Codici

    Leggi scritte
    non scritte
    incasellate in un codice
    Accettato, ma non genetico.
     
    Provo, seguo, interpreto,
    inciampo e cado.
    Mi rialzo. Corro.
    Ora sto scappando.
    Mi rintano nel labirinto
    della mente, e lì mi perdo.
    Seguo le leggi, ma non la vita.
     

  • 12 febbraio 2015 alle ore 16:36
    Ricerca Grottesca

    C'è qualcosa che manca
    la ricetta è incompleta
    l'ingrediente è segreto
    nessuno lo cerca.

    Come ossessione di una ricerca,
    di un granello di sabbia
    nella spiaggia in cui ti immergi,
    lo vuoi raccogliere
    tenere per te
    far vedere a tutti
    la meraviglia che è lì
    davanti ad occhi
    che sbagliano a osservare
    usando lenti di illusioni.

  • 28 novembre 2014 alle ore 17:12
    La Pelle E L'Inverno

    Fa freddo
    fuori e dentro,
    te ne accorgi quando i pensieri
    rallentano, come i movimenti sotto
    vestiti che non bastano
    a coprire ogni centimetro di te.

    Una parte rimane sempre allo scoperto
    per quante bugie puoi comprare
    nello shopping prima di Natale
    convulso e pieno di comode scarpe di illusioni
    che ti fanno stare bene sul momento
    pensando di essere al riparo
    protetta sotto pensieri
    sintetici quasi quanto quei tessuti.

    Ma quello che non cogli,
    nell’impeto a resistere, a far passare
    un altro inverno, un inverno come gli altri,
    è che puoi scoprirti nuda dove
    non sai di avere pelle,
    sentirla per la prima volta
    deformare l’immagine di te,
    rompere l’equilibrio
    spostare il baricentro
    e hai paura di cadere
    di non poterti più fidare
    delle tue scarpe,
    del contatto con la terra
    che ora è solo infido ghiaccio.

    E’ sempre stata lì,
    il tuo odore, la tua carne,
    monito di verità
    di caducità, di essenza,
    e con quella puoi sentire
    il vero aspetto di ogni cosa.

    Puoi sentire quanto è pungente
    Il vento freddo,
    i rivoli creati dalle gocce di pioggia,
    il calore che li asciuga,
    il fastidio degli insetti
    che fanno i loro giri inconsapevoli,
    con la tua pelle puoi percepire
    il ritmo delle stagioni,
    e quando un brivido ti invade
    salendo lungo la schiena
    e scrosciando nel cervello
    non è sintomo di debolezza,
    ma presenza.
     

  • 22 settembre 2014 alle ore 23:58
    Oscurità

    La notte resta
    impigliata fra gli spigoli
    dell'anima, affascinante
    e pericolosa.

    Gli animali notturni
    ci sguazzano, la mordono,
    facendosi dilaniare
    dal suo potere corrosivo.

    La notte si spande e offusca
    i contorni, crea immagini,
    divertendosi ad ingannare
    chi la abita.

    Buio che nasconde
    il lamento di chi sbatte
    contro quelle immagini,
    vagando senza meta nella notte.

    Buio che deve esistere e pulsa
    di vita nelle vene delle creature
    che la vivono, come possono,
    come sanno.

    I cacciatori notturni in cerca
    del pasto, i randagi di un riparo,
    i dormienti di un sogno,
    i sofferenti di un'altra illusione
    a cui rimanere impigliati.

  • 13 aprile 2013 alle ore 2:29
    Il Medico E Le Ali

    Il tocco leggero della tua presenza
    Ha sfiorato la mia vita,
    gentile, chiedendo il permesso
    come entrando nello studio di un dottore.
    Mi hai curata, ti ho curata
    Con pazienza, dedizione,
    senza aver paura di infliggere dolore.
    Dottore, paziente,
    due corpi
    Due identità.
    La mia malattia hai curato,
    il mio veleno che non ha età
    con il tuo anelito di libertà,
    che ho riempito di orgoglio,
    quello buono, quello sano,
    la giusta medicina per guarire
    le tue ali intorpidite.
    Sei entrata nel mio studio
    Mentre leggevo stanche carte
    Polverose, e via dal tavolo le hai gettate
    Con la dolce rabbia del tuo sguardo,
    le hai spazzate via con un colpo secco
    Che come un lampo mi ha scosso
    E la mia cieca attenzione hai ottenuto.
    Quella rabbia ci consuma,
    non conosce ruoli, né definizioni,
    come questo amore incompleto.
    E’ la rabbia che si nutre di noi,
    la rabbia della lotta
    fra pacatezza e pienezza
    fra silenzio e coraggio, la rabbia
    che ci tiene unite, la rabbia
    della rincorsa prima del salto.
    Il movimento,
    da assecondare,
    senza forzare, scivolando,
    fendendo l’aria, senza sciupare
    il meccanismo perfetto
    che confonde l’identità
    e, insieme,
    il volo ci farà spiccare.

  • 13 aprile 2013 alle ore 2:15
    La Bestia

    Mangia la tua carne
    affondando i canini appuntiti
    nel caldo liquido metallico
    unico testimone della tua esistenza.
    Si nutre del tuo tempo
    perforando i tuoi pensieri
    più innocenti.
    Scorre la penna mentre
    si scrivono giorni
    pieni solo d’illusione
    mentre ticchetta l’agonia
    della pazienza, della speranza
    e danza la macabra bestia
    sul piano traballante di una vita parallela
    che non appartiene al tuo corpo,
    come il sangue che scivola via
    in rivoli e rami che disegnano
    quella ferita sempre aperta.
    Vivere è lontano solo una parete d’aria
    vivere è il filo che segue la miccia
    di tutte le parole rimaste inesplose.
    Vivere a volte lo puoi sfiorare,
    se ti spingi abbastanza in su,
    i nervi e i fasci tesi come corde
    anelando verso un piano superiore.
    Vivere è ereditare il fardello
    del suo stesso male
    E nuotare controcorrente
    Per non affogare nel tuo stesso sangue.
    Vivere è quello che devi imparare
    prima che Lei riduca a brandelli
    l’ultimo tessuto e trangugi
    anche l’ultima goccia
    della tua essenza.

  • 27 novembre 2012 alle ore 1:59
    Camminando

    Cammino, con la mente che danza,
    per le strade di Trieste
    la città di confine, di nessuno.
    Danzo, con la mente in viaggio,
    dentro  le strade di Londra,
    la città di tutti…
    Tutti mi guardano, tutti mi ignorano
    tutti vogliono qualcosa da me,
    invocando un lamento silenzioso.
    Il canto disperato delle masse risuona
    sui fronzoli razionali di edifici neoclassici, emblema
    di una ricchezza antica, evocata
    in ricordi di vecchi in qualche Osmiza,
    annaffiati di vino scadente
    o di grappa aromatizzata.
    O riecheggia rimbalzando sulle porte dei pubs,
    biglietti da visita di una tenera nostalgia
    di tradizioni popolari, in cui
    cascate spumeggianti di malto fermentato
    si mescolano a violini, chitarre elettriche
    e partite di pallone.
    Risuona il triste canto, per le strade
    della mia città, dove cammino
    a testa bassa, al suono ovattato
    di una musica sintetica
    come la pelle di una bambola.
    Tradisco le mie radici sapendo di mentire,
    straniera nella mia città,
    mentre cerco negli occhi di altre genti
    i miei stessi occhi curiosi, e nelle molte lingue
    e nei molti accenti
    le mie stesse parole
    che udirò, limpide
    squarciare il lamento della folla
    che si allunga verso di me
    deformandosi, contorcendosi
    nel suo spettacolo di saltimbanchi
    pieni di fumo, maschere e trucchi.

  • 04 novembre 2012 alle ore 19:37
    L'acqua e la pietra

    Sono la pietra su cui ti infrangi,
    immobile ma non immutabile.
    Ti sento avvolgermi di fluido vitale
    per poi
    scivolare via, e rimango qui a
    consumarmi
    guardando il tuo corso che mi aggira
    deviando, per il tempo in cui ti posi su di me
    ma senza saper cambiar
    la tua direzione.
    Vorrei saper diventare canali per il tuo dolore
    e farli disperdere come acqua nell’acqua;
    ma sono solo la pietra su cui ti infrangi
    e mi ringrazi, silenziosa,
    che ti lascio andare in frammenti
    contro di me.
    Una pietra non può cambiare
    il corso di un ruscello,
    ma l’acqua trova sempre
    il suo abbraccio con la terra,
    e la sua strada verso
    il mare,
    se stessa,
    la vita.

  • 18 giugno 2012 alle ore 18:02
    Linea di confine

    Niente è come sembra.
    Giochi le tue carte, ma non sai la differenza
    fra gioco e finzione.
    Costruisci architetture d’acqua,
    a volte riesci pure a credere
    che non stai bluffando.
    Il vetro bagnato della piccola finestra
    da cui sbirci spaventato
    quel mondo così inafferrabile
    distorce la tua immagine
    riflessa, c’è un mostro di fronte a te
    e quel mostro sei tu
    ma il vetro non bara,
    il vetro è innocuo,
    è chimica inerte e le sue regole immutabili.
    Sei tu, che giochi sporco con te.
    Vittima, carnefice e salvatore
    mai veramente nessuno dei tre,
    in un paradosso che ti taglia il respiro
    mentre tenti di correre.
    Sempre in ritardo arrivi su quel binario
    arrancando, in affanno, affaticato
    dal tuo Io indebolito.
    Quel treno è già passato
    poi un altro
    poi un altro…
    Fino a convincerti
    che non lo volevi prendere,
    là dove va non ci sei tu,
    ma dove sei non lo sai, e
    si sta meglio nei tuoi palazzi d’acqua,
    chè gli altri ti ingannano
    chè il mondo è pericoloso
    e tu sei solo un bimbo
    e quando rimani solo
    hai paura del buio
    hai paura dei mostri
    hai paura di te.

  • 25 gennaio 2012 alle ore 0:39
    Lo Spirito Dell'Onda

    Avanza e si ritira
    attacca e si dissolve
    è fredda e infuocata
    nelle sue profondità
    oscure, illuminate dalla scintilla
    primordiale della vita.
    L’onda raggiunge le sponde
    plasma la materia,
    incontro casuale di elementi
    perfetti nella spietatezza delle loro interazioni.
    L’onda è sovrabbondanza di energia,
    forza visibile, si può toccare
    ma non modellare.
    Come lo spirito dell’uomo,
    nasconde con il suo ciclo infinito
    i suoi misteri di vita e di morte.
    L’uomo è nell’onda,
    riecheggia nei tempi e negli elementi
    l’onda è nell’uomo,
    energia che trasforma, e ritorna
    per trasformarsi.

  • 05 ottobre 2011 alle ore 18:24
    La gabbia, la bambina e la foresta

    Ma dove corri,
    bambina già grande?
    Grande da sempre,
    grande di investitura,
    Senza sapere perché.

    Ti affanni, ti struggi, ti stanchi,
    eppure così piccola
    ti senti, nella tua gabbia dorata.

    Ti senti. Ti senti adesso,
    come non hai fatto mai
    per sentieri oscuri e dense foreste
    che ti aspettano fuori dalla gabbia.

    Senti ogni spina che si infila
    Nella carne viva e giovane,
    ogni sasso che ti fa male ai piedi,
    quando cerchi di muovere i tuoi passi
    aspettando di vedere
    un’ampia spiaggia baciata dal sole
    e acque tranquille che la lambiscono
    da navigare, oltre quella foresta.

    I tuoi passi son giorni, sono anni,
    che tenti di capire,
    come il senso del tuo correre.

    Continua a correre, bambina,
    presta attenzione,
    non perdere il sentiero,
    assapora il dolore e il sangue,
    il buio e il caldo opprimente,
    perché questo è il cammino,
    fuori dalla gabbia,
    per diventare Grande.

  • 01 agosto 2011 alle ore 21:23
    I Due Bambini Che Costruivano

    C’era una volta,
    Come in ogni fiaba…
    L’inizio:
    C’era una volta…
    una bambina.
    Giocava, rideva
    in agrodolce,
    e intanto, cercava.
    Cercava un tesoro nella sua soffitta,
    un indizio in mezzo a scatole
    vuote, scostando ragnatele
    che, faticose, si incollavano
    a spazi sterminati
    oltre quella piccola finestra.
    Voleva costruire una barca di carta
    per navigare oltre le scatole,
    le ragnatele, la finestra, il vuoto.
    Incontrò, ancora bimba,
    lo sguardo,
    non di un principe,
    non un eroe,
    ma un bimbo, come lei.
    Lo capirono.
    Il tempo di un contatto
    di mani, di odori, di occhi,
    e già stavano costruendo
    la loro barchetta,
    sinfonia a quattro mani.
    Insieme ricostruivano
    se stessi,
    mescolando disegni
    e suoni e immagini e materia,
    così da intrecciare
    forma e aria, ombre e colori.
    A turno, saranno
    legno robusto, forma regolare
    per sostenere e trasportare
    o vento impetuoso,
    capriccioso e incostante
    per gonfiare le vele e navigare uniti,
    in acque tranquille o oscure tempeste
    tenendo saldo
    il timone dei loro sogni.

  • 26 maggio 2011 alle ore 13:25
    Deus In Machina

    Scandisce lo sbattere
    senza sosta delle macchine
    cicliche
    il ritmo e l’insorgere
    di nuovi Dei e delle loro parole:
    le giuste parole,
    il giusto intreccio,
    un labirinto di simboli
    codificati, in cui le menti
    si lasciano rapire,
    divorare,
    per evadere
    da altre prigioni.
    In quelle pagine
    aliene al loro creatore
    che ha il potere
    di vita, di morte, di lacrime, di passione,
    si consacrano gli Dei
    omologati
    delle platee annichilite.

  • 06 aprile 2010
    Scorrere

    Scorre acqua medicata dal rubinetto,
    scorre acqua inquinata nel letto
    che si consuma
    protando alla foce una voce distorta.
    Scorre la pioggia nei rivoli
    ai lati della strade,
    contenitori di energia,
    ingabbiata, pazza.
    Asfalto, catrame, terra,
    mescolati in un nettare asfissiante,
    ingurgitato dalle radici
    sotterranee della città, pestilenti.
    Scorrono i pensieri
    di fronte all’acqua
    immobile di un ghiacciaio
    e fluiscono dalla sorgente
    che non ha luogo,
    né tempo, rinnovandosi,
    si spande, talvolta,
    liberata
    dall’involucro di plastica
    degli atteggiamenti.

  • 15 marzo 2010
    Contrappunto

    La notte parla
    con il suo codice ancestrale,
    racconta di processi alieni
    nel loro ripetersi incessante.
    La notte non è per chi lavora
    e si affanna
    e corre
    e rincorre, inseguito
    dal suo fantasma
    esposto alla luce.

     

    Si odono rumori
    inclassificabili,
    non riproducibili.

     

    La calma è apparente:
    un intero mondo si muove
    nei sotterranei della città,
    che alle radiazioni sfuggono.

     

    Istinto,
    prede e predatori
    la legge che non vuole
    un mondo geometrico
    imperfetto.
    Il caso perfetto
    dell’evoluzione
    guida l’occhio
    e gli altri sensi
    per il sentiero
    della rinascita,
    mentre, paziente,
    come una madre
    rassegnata,
    la notte ascolta.

  • 24 febbraio 2010
    Il Gioco Dei Giochi

    Mi nascondo
    le mie maschere trascendo
    dal mio ego non prescindo
    in questo gioco.

     

    Tu perdi ma io non vinco,
    è mia la prima mossa.
    Io ho il vantaggio
    e ti guardo dal crinale
    annaspare nella fossa.

     

    E’ solo un gioco malato
    questa giostra della seduzione,
    un poker forsennato,
    consapevole frustrazione.

     

    Non è te che voglio
    ma solo il tuo sguardo
    che mi dice che mi vuoi.
    Assatanato, assetato,
    sentirlo addosso, scivolare
    lungo il mio corpo,
    come un velo di carta vetrata.

     

    Sono io che graffio,
    sono io che faccio male
    in questa pesca miracolosa
    che mi convinco sia normale
    cura preventiva
    per il mio stesso male,
    la noia di vivere
    bramando di volare.

  • 24 febbraio 2010
    La Droga E La Deformazione

    Ti sento dentro di me,
    un veleno a lento rilascio,
    una il veleno dell’altra.

     

    Indietro non si torna,
    manca l’aria per
    risalire in superficie.
    Non c’è logica,
    non c’è soluzione,
    impazzisco rincorrendo una sensazione.

     

    Sono tua vittima e lenta tortura:
    mi terrai qua negli abissi,
    finché non crescerai.

     

    Ma non vedi oltre
    l’immagine in superficie,
    lei è un dipinto astratto.

     

    Non vedi, è capovolta
    tutto è al contrario,
    ti senti fuori posto
    e non capisci
    da dove viene
    quel buco nel quadro perfetto
    che ti sei dipinta
    per non scorgere la realtà.

     

    Ma lei è un elastico:
    più respingi e più torna indietro
    con maggiore forza.

     

    Mi terrai presso di te,
    dentro di te
    come un portafortuna,
    fino al giorno in cui
    non ti potrai negare
    di respirare
    e capire cosa c’è dietro il dipinto.

  • 14 dicembre 2009
    La Luna Rotta

    Io sono una luna rotta
    vi osservo, da lontano
    di più non posso fare
    se mi avvicino posso
    morire, schiacciato
    dal peso delle vostre vite.


    La mia faccia è sempre lei,
    vi segue,
    ma si nasconde,
    a sprazzi,
    all'ombra del mio silenzio,
    e del mio sorriso,
    un ulivo storto e piegato
    sotto il peso del destino.


    Sono solo un'estensione
    del pensiero, che anela
    la libertà.
    Su di lui posso volare
    lontano da qua.


    Ma l'ulivo è solo un albero
    non il manico di una scopa
    stregata.


    Le sue radici sono immobili
    ben piantate nella terra
    dove io rimango,
    pesante nel mio tronco
    piegato, guardando lassù
    la luna che sorride
    e vuole essere me
    mentre io voglio essere lei.


    Perché sono imperfetto,
    sono una luna rotta,
    non conosco l'equlibrio
    l'armonia nella forma
    ma solo la forza di un pensiero
    che non si lascia ottenebrare
    dal mio ulivo storto
    e mi fa brillare da quaggiù
    osservandovi.

  • 01 dicembre 2009
    Mentre lei vive

    Lei corre, salta, gioca
    inconsapevole.
    Si lascia nutrire, curare,
    addomesticare.
    E io mi ritrovo a stupirmi
    per la mia invidia
    e baratterei un po’ di libertà
    per la sua libertà che non si vede
    quella della mente, scivolata
    grazie a grasso viscido
    spalmato sul metallo
    dalle catene dell’inappagamento
    prerogativa a cui non posso sfuggire
    come non può altro uomo
    che non sia un saggio o un idiota.

  • 01 dicembre 2009
    Le operaie

    Le zelanti formiche
    corrono avanti e indietro
    ognuna col suo compito,
    ognuna con il suo piccolo pezzo di pane.
    Le briciole sono mattoni
    di un impero che brucia
    e si reiventa sempre uguale
    come uguale a se stessa
    è la rotta delle piccole formiche.
    Le formiche vendono, comprano, rubano,
    si credono migliori delle altre formiche.
    e alimentano la fiamma della decadenza
    con la benzina dell’alienazione.

  • 16 novembre 2009
    Amare

    Amare
    un imperativo cangiante
    una specie non bene identificata
    una verità individuale.

     

    Amare,
    essendo l’amore
    immune
    da meritocrazia
    o ragione, o dignità.

     

    Amare,
    vicinanza atavica e indissolubile
    punto di partenza e di arrivo
    di ogni bisogno umano.

     

    Amare è un elastico
    flessibile, resistente,
    ma deformante,
    come la verità,
    e come lo specchio di noi.

     

    Amare così tanto,
    troppo
    da non sopportarlo
    e scappare dall’amore
    come da un miracolo
    non chiesto.

     

    Forse il senso dell’amore
    è insegnarci l’imprevedibile?

  • 16 novembre 2009
    Fantasie

    Il tuo odore
    m’invade,
    prima le narici,
    poi su, fino al cervello
    e da lì gonfia
    l’esplosione di me,
    la necessità di fondermi con te.

     

    Allora è questo,
    il desiderio.
    Potrei essere un microbo
    se la mia natura potesse
    farmi vedere dentro di te
    e restare lì
    dipendere da te
    nella mia diversità
    nella nostra specularità.

     

    Le tue mani cercano,
    tremanti
    esplorano un terreno
    sconosciuto, ma non alieno
    mi senti, ti sento
    il tuo sguardo languido
    rinverdisce il mio ego
    e mi abbandono nell’oblio
    dei sensi e del calore
    il calore avvolgente,
    doloroso dall’intensità del piacere
    risalendo la scala del contatto,
    paradigma di vicinanza.
    Ora siamo insieme, i corpi
    compenetrati,
    come figure geometriche, confusi
    Ansiosi
    Convulsi
    Involontari. Fino al palesarsi
    Dell’esplosione,
    la sua violenza come
    la punta di un iceberg
    di fuoco liquido.

     

    Non si può considerarsi vivi
    Finché non si intuisce
    La possibilità di morire
    In un altro essere umano.

     

    Ogni tuo silenzio,
    ogni parola taciuta
    ogni sguardo negato
    tutto riecheggia in me
    amplificando
    un dolore che cerco
    di tenere in caldo
    e un piacere solitario, che si
    prolunga, dilatandosi
    come il tempo stesso
    nelle distanze abissali
    dell’infinito, del vuoto terrificante.

     

    Quel vuoto che avrei percepito
    sempre più chiaramente
    spandersi dentro di me
    se non ti avessi mai incontrato.

  • 28 ottobre 2009
    Cicli e la mente - parte II

    Avanzi e spingi
    cercando di sfangare
    finché le braccia ti fanno male
    e non reggono più niente.
    Ma non ti puoi fermare
    perché nell’inutilità
    Non vuoi annegare.
    Poi un giorno alzi lo sguardo
    E ti accorgi di non aver mosso un solo passo
    in avanti, perché intorno stai girando
    la ruota del mulino

     

    le tue braccia non fanno fiorire i campi
    non ti permettono di volare
    o di attraversare gli oceani.
    Sei motore che gira una ruota,
    rigurgito di energia
    senza apparente ingegno
    sempre intorno, sempre uguale
    e quello che vedi cambia ma non ti cambia.
    Ti hanno messo lì, legato, a faticare,
    senza chiederti alcun parere
    e non c’è altro da fare che continuare
    sperando un giorno di poter rompere le catene
    con la forza delle braccia ben allenate
    e scoprire finalmente cosa sia la libertà.

  • 28 ottobre 2009
    Percezione evolutiva

    Ti guardi intorno:
    quello che vedi, lo chiami realtà.
    Ma è più reale la sua percezione
    ma non tanto tangibile
    Quanto la presunzione
    di definirla senza dubbio.
    La follia è potenzialità
    di vedere facce diverse
    di una stessa luna, dello stesso torrente,
    di una foresta, incantata o stregata.
    La follia è un’immagine deformata
    Mostruosa. Io ho i miei mostri
    tu i tuoi.
    Follia, legittimazione dell’unicità.
    La normalità è illusione e limite
    Banco di prova della civiltà
    Omologazione del branco ai ranghi prestabiliti
    non esiste potere senza controllo.
    Pazzia, pericolo, genio, autodistruzione, violenza,
    inconsapevolezza, incanto, inquietudine
    tutto si mescola, a piccole dosi,
    materia che si trasforma e acquisisce un senso
    o forse un senso non esiste, se non
    la casuale perfezione di una selezione
    primordiale e necessaria.