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in archivio dal 06 set 2007

Simone Spezia

15 gennaio 1986, Venezia

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  • 10 gennaio 2009
    Abbagliati

    Devo farlo adesso. Sto impazzendo. Meglio andare in cucina, un coltello, due, non ha importanza.
     
    È colpa sua, lo è sempre stata.
    È l’unica soluzione.
    Non ci vedo nulla in questa dannata oscurità ma le luci potrebbero svegliarla.
    Devo agire nel buio.
    Nessuno mi deve vedere, non posso farmi vedere neanche da Dio.
    Che le tenebre nascondano i peccati, dice la Bibbia.
    Forse se nessuno vede è come se non  l’avessi fatto.
    Devo affilare i coltelli.
    È tutto così sbagliato.
    In fondo penso di non aver costruito niente. Niente di buono.
    Esiste poi, qualcosa di buono?
    Se ho sbagliato continuerò a farlo fino alla fine dei miei giorni. C’è poco spazio o troppo vuoto.
    Questo continuo ripetersi e sovrapporsi degli eventi mi toglie il respiro.
    Adesso è irregolare, il battito.
    Forse ogni tanto dovrei rispondermi.
    La cucina è gelida e io sto sudando.
    Eppure sento ancora di amarla, sempre.
    Sarei disposto a tutto ed è proprio per questo che devo farlo.
    Non è facile capire. Mi tremano le mani.
    Adesso lo taglio. Fatto.
    Niente più luce tra queste mura.
    Adesso vediamo se insieme illumineremo la nostra casa, la nostra città, il mondo intero.
    Solo negli abissi sapremo ancora  amarci

     
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  • 17 marzo 2009
    Canti in umido

    Come comincia: Disoccupato e divorziato vivevo il mio quarantesimo compleanno. Un calore impressionante.
    Un’umidità soffocante. Mi svegliò quel dannato telefono, “fidati, ascoltami, svegliati”. Le uniche parole che il mio cervello bloccò. Ex moglie, incomprensibili litanie mattutine sulla mia probabile indifferenza verso la sofferenza altrui. Caffè nero e tre biscotti. Nel giro di mezzora mi trovai un taxi: alla spiaggia di cemento. Mi sedetti all’inizio della piattaforma dove si inclina di circa venti gradi, deserto, il vento soffiava leggero nelle mie orecchie, stetti per un po’ ad occhi chiusi.
    Disturbato da deboli urla mi destai e vidi un uomo di robusta corporatura trascinare una donna per i capelli lungo la riva di cemento. Si fermò, una mano tenne stretti i capelli e l’altra gli entrò in gola.
    Banconote, non so quante ne tirò fuori ma alla fine gli aprì per bene la bocca e ci sputò dentro, mollò la testa che cadde violentemente sul cemento e se ne andò.
    Aspettai dieci minuti, venti, un’ora.
    Mi avvicinai a lei e notai che guardava fisso il mare. Si voltò, mi vide, e i suoi occhi si riempirono di angoscia. La rassicurai sulla mia identità ma i suoi occhi non cambiarono.
    “Che ci facevi con della banconote in bocca?”
    Balbettando mi disse: “Erano anche in gola, erano nella mia voce, erano la mia voce”
    “Che significa?”
    “Canto ogni fine settimana al club vicino alla stazione, quello con le insegne blu. Mi danno parecchi soldi a serata ma un certo Big Rado vuole sempre l’ottanta percento minacciando a morte me e la mia bimba, ieri notte non ho retto e mi sono ficcata tutti i soldi in gola. Lei, è lei che merita quei soldi, la mia voce, non io, non la mente o la mia mano, la mia voce cazzo, mia figlia è malata e la malattia sono io capisci”
    Un calore impressionante. Un’umidità soffocante.
    Mi tuffai.

     
  • 06 febbraio 2009
    Manca poco

    Come comincia: Mi svegliai di buon ora, colpa della luce e le mosche. Niente colazione, decisi di leggere, presi un libro, la copertina era vuota, strano, lo aprii e lessi: “Nove milioni di danni, dico nove , non sono pochi, certo potrebbero essere di più ma in fondo accontentiamoci, chi lo fa finge di godere.
    Giusto il tempo per far partire il disco dall’inizio, c’è un passo, più o meno a pezzo quasi concluso, che non ti fa sperare, è speranza pura, senza ghiaccio, liscio come l’olio.
    Beh, non vi nascondo la durata dell’intero disco, penso lo sappiate, ci vuole pazienza, tanto alla fine finisce giusto, dicono anche che non è una sicurezza ma io so che mentono, lo spero almeno.
    Ho sentito che vogliono svenderla per due soldi, ma non temete, qualcuno ci penserà a salvarci.”
    “Parla troppo lo sa vero? La smetta di fingere di sapere, siete patetico, si sta cagando sotto dalla paura e cerca di auto convincersi del contrario. Si vergogni e mi lasci in pace per una buona volta”
    “Va bene, va bene. Non pensavo di avervi infastidito a tal punto , se l’avessi saputo prima non vi avrei neppure rivolto la parola razza di stronzo”
    “Ma come ti permetti faccia da cazzo, giuro che se non sparisci dalla mia vista nel giro di cinque minuti ti cavo gli occhi e te li ficco in culo”
    “Ah sì stronzetto arrogante del cazzo, ma se io ci metterei pochi secondi a strapparti le palle e, ah dimenticavo non posso, non ci sono”
    “Fanculo”
    “Sparisci”
    Tre spari dilaniarono la quiete della Contea di Rafalich e quel giorno, cazzo si che si smosse qualcosa. C’erano tutti al Gran Concerto: il sottosegretario Marcel,il commissario Danzt con la moglie Clara, Padre Glennò, gli intellettuali Park e Dong, il duca Rodriguez e purtroppo ancora loro, i rivoltosi. Una chitarra stuprata sobillava l’animo dei ribelli, un violento violino sguainava le insicurezze della Contea, canti profusi chiudevano questa cruda sonata.
    Perché proprio i due che detenevano le maggiori proprietà della contea si sono sparati a morte?
    Sono stati poi proprio loro a spararsi? Chi dei due ha sparato per primo? Quali erano le motivazioni? Possibile che la posta in gioco fosse cosi alta da lasciarci le penne? Come faremo a capire che è successo realmente? Siamo compromessi anche noi? Che succederà?
    Queste erano tutto sommato le domande che i cittadini di Rafalich iniziarono a porsi e non una, ebbe risposta. I due pezzi grossi non erano altro che il sindaco Romo e il magnate dell’acqua Richard Benson Junior. Sul sindaco si è sempre saputo molto poco, una persona riservata, attenta alla propria privacy, beh su Richard Benson Junior penso ci sia qualcosa da dire.
    Richard Benson Junior fu concepito da Margaret Lobster e da Richard Benson, Quest’ultimo possedeva gli acquedotti e le tubature dell’intera contea e raccolse non pochi consensi quando
    decise di costruire a sue spese il campo per la squadra di rugby, uno stadio magnifico con più
    di cento mila posti a sedere, un’illuminazione folle e servizi di ogni tipo, da qualsiasi cibaria esotica al massaggio ai piedi mentre si assiste all’ incontro. Alla morte del padre, Richard Benson Junior vendette il campo e decise di far un nuovo acquisto, qualcosa di importante, qualcosa che avrebbe lasciato chiunque a bocca aperta. Comprò l’acqua alla contea, fino all’ultima goccia senza eccezione alcuna. Fu in quel momento che si formarono i rivoltosi, i ribelli, coloro che si opponevano alla privazione di qualcosa che dovrebbe essere un diritto, perché se è vero che esiste il diritto alla vita, addirittura il diritto al lavoro, deve esserci il diritto all’acqua, cosi pensavano.
    Cosi facendo Junior imponeva ogni mese un prezzo più alto giustificandosi con la sempre meno facile reperibilità dell’acqua ,grazie anche al surriscaldamento del pianeta e cazzate simili.
    Ma la gente non se la beveva, non gratis. Iniziarono gli scontri, ma la repressione era all’ordine del giorno e nulla si sarebbe potuto se non con un’organizzazione solida e piena consapevolezza dei propri mezzi. Questa lotta ebbe un capro espiatorio fino alla sua morte ma dopo, decidere con chi prendersela non fu cosa semplice, il prezzo continuava ad alzarsi.
    Mi svegliai di colpo. Caffè nero e tre biscotti. Sognai di essere uno scrittore.

     
  • 20 gennaio 2009
    La sedia di vimini

    Come comincia: Svegliato dall'abbaiare di un qualche cane. Ma cazzo, qui non ci sono cani, non ci sono mai stati.
    Beh, mi alzai, caffè nero e tre biscotti e andai verso la finestra della cucina. Lui era sempre là, seduto su quella dannata sedia di vimini a guardare il lago, il mio vicino.
    Non ho mai capito e forse mai capirò perché quel ragazzo che s'aggira sulla trentina viveva qua, nel nulla, su una cazzo di baita davanti al lago, dove l'unica persona con cui avrebbe potuto avere un contatto sono io, un cazzo di cinquantatreenne che non ha mai voluto neanche guardare in faccia.
    Io ebbi un motivo, se cosi si può chiamare, per vivere in questa merda.
    Alla fragile età di sedici anni decisi che i miei vecchi mi stavano propinando false idee su cos'era realmente la vita, e cosi decisi di scappare. Mi diressi verso la città e la ci rimasi all'incirca una trentina d'anni. Quel periodo della mia vita lo ricordo più per le donne avute che per i lavori cambiati. Sedici furono le femmine che stettero al mio fianco per quei grigi interminabili anni e nessuna, dico nessuna, ha mai manifestato il desiderio d'esser sposata dal sottoscritto. Non sono un uomo da sposare,  questo dopo cinquantatre anni del cazzo almeno l'ho capito. Comunque, esattamente tre anni fa, mi trovavo chiuso tra quattro mura che puzzavano di tristezza, scaricato da tre settimane vengo a sapere che i miei avevano lasciato questa vita, la stessa notte, nello stesso letto ma non abbracciati come nei migliori romanzi rosa. Erano nello stesso fottuto materasso ma ognuno poggiato sul fianco, si davano la spalle. Non fui poi cosi triste, in fondo mia madre dopo quarant'anni di matrimonio con tanto di maestose corna d'alce, penso desiderasse non soffrire più, e il babbo di sopportare mia madre ne aveva le palle piene, sicuro, le palle piene. Beh, non avevo un soldo, un lavoro, una donna e soprattutto non avevo amici. Mi trasferii qua, nella casa dei vecchi che mi lasciarono un'eredità che mi permetteva di passare almeno tre anni senza lavorare, tranquillità, senza vizi e donne. Ricordo che questa cazzo di casa del vicino non esisteva quand'ero piccolo, eppure sembrava dover cadere a pezzi da un momento all'altro, non può essere stata più recente della mia, sembrava la mia, invecchiata di cent'anni. Non sto parlando di un personaggio stile Gatsby, perché non c'era nulla di grande in lui, il mio vicino. La sua casa era misera, non riceveva mai nessuno, era giovane o almeno non era ancora vecchio, probabilmente non se ne rendeva conto. Non dirò che quel giorno la mia vita cambiò, perché non fu cosi, almeno non ancora, in fin dei conti lessi da qualche parte che degli eventi passati possono sempre aver delle ripercussioni, anche parecchi anni dopo. Comunque, quel cazzo di giorno passai la notte a rimuginare. Dovevo parlargli, ero disposto a comprare la sua amicizia, dovevo conoscerlo e cosi prima che sorgesse l'alba mi addormentai e lo sognai , mi guardava per la prima volta negli occhi, non mi fissava, si lo conoscevo, adesso si, sapevo. Mi svegliai, guardai dalla finestra. Nulla, campi, né lui né la casa, non c'erano più, non c'erano mai stati. Uscii in portico e sedetti sulla sedia di vimini, guardai il lago e pensai che l'unica cosa giusta da fare era vendere la casa e ricominciare , non so cosa, in fondo c'è sempre qualcosa.

     
  • Come comincia: Ogni sera passavo davanti a un castello dalle mura argentate, scrutavo dalle sbarre del cancello l’unica finestra illuminata, era molto grande.
    Vedevo tre ombre danzare sempre nella stessa maniera, nero su giallo, è cosi che le vedevo.
    Un giorno mi decisi a scavalcare il cancello, ad avvicinarmi, a raggiungerle, ero timidamente affascinato. Scavalcato il cancello raggiunsi rapidamente le mura argentate, le toccai e la luce dei lumi riflessa sulle mura mi abbagliò. Per un istante vidi il buio nella luce.
    Riaprii gli occhi molto lentamente e mi accorsi di giacere supino su una soffice coperta color Magenta. Mi misi seduto, alquanto stordito, riacquisii pienamente la vista, e proprio dinanzi a me sedeva una donna.
    Disse: “Seguiti a macerare la tua ombra in polvere ancora troppo limpida, colori la tua strada di sorde note, soffocate da un ormai grigio sipario, non limare le tue paure, deglutisci la noia e sputa i sogni più sinceri”.
    Mi prese per mano e mi condusse in uno stretto corridoio, luce fioca in vaniglia, le pareti adornate da fiori d’ambra legati l’un l’altro in sottile filo d’argilla. Passato il corridoio giunsi in un ampia stanza, e fui costretto a stringere gli occhi da quanta nebbia c’era. Era fitta e pungente, sentivo la pelle ardere, avanzai e, quando la nebbia si fece più rada, terrorizzato capii di cosa ero circondato.
    Migliaia di minuscoli insetti circondavano il mio corpo e oltre. Si urtavano nervosamente gli uni con gli altri in cerca di più spazio, faticavano a volare, si può dire che rimanevano sospesi in aria. Quando cercavano di spostarsi, di volare, finivano per sballottarsi qua e là tra di loro, mantenendo sostanzialmente la propria posizione iniziale.
    La donna mi disse: “Imprimi nella  memoria e nel  cuore  ciò che vedrai perché nulla ti sarà d’aiuto più di tutto questo… ricorda, nella memoria e nel cuore”.