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in archivio dal 10 nov 2006

Slawka G. Scarso

02 settembre 1977, Roma
Segni particolari: Non scrivo poesie, ma racconti che vanno frequentemente a capo.
Mi descrivo così: Ancora adolescente mi sono auto-pubblicata il mio primo racconto: l’ho fotocopiato in una decina di copie e regalato ai parenti per Natale. Si inizia così, no?
Mi trovi anche su:

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  • 11 gennaio 2008
    I piatti

    Riposti con cautela, attendono pazienti,
    Gli assoli e le armonie dei tanti altri strumenti.
    Poi vicini, perfettamente paralleli
    Si sollevano a mezz’aria,
    Tesi. Pronti al loro momento.
    Fermi. Senza neppure un sussulto.

    Finalmente, tra le righe, tra le chiavi
    E tra le note, arriva quella a loro riservata
    Si toccano e si schiudono come un fiore
    Mentre l’aria vibra tutta
    Di un metallico rumore.

     
  • Se esistesse un’altra vita
    Sarei certa di averla vissuta con te.

    Come potrei spiegare altrimenti
    La mancanza di un uomo
    Di cui non conosco
    Il sorriso, lo sguardo, le carezze?
    Di cui non conosco così bene l’odore
    Da sentirlo sulla mia stessa pelle?
    Di cui non conosco il sapore
    Tanto da poterlo gustare ancora
    Sulle mie labbra?

    Eppure sento il tuo sapore e il tuo odore,
    E vedo le tue mani, i tuoi occhi e il tuo sorriso,
    Indefiniti come un sogno
    Che si dimentica al mattino
    Lasciando una sfumatura amara
    Alla più dolce delle illusioni.

     
  • 21 febbraio 2007
    Come acqua contro i sassi

    Poche scelte
    Ci sono concesse
    In amore.

    Ogni nostro sentimento
    Sgorga infatti dalla fonte di Dio:
    Dio solo,
    Sceglie chi ameremo.

    Non ci resta che la ragione,
    Per murare
    Dentro di noi
    L’amore che pure vuol fluire
    E se questa viene meno,
    E non capita di rado,
    Possiamo solo
    Abbandonarci
    Al nostro destino,
    E divenire letto
    Di un fiume
    Che al suo scorrere
    Arrotonda ogni nostra
    Logica.

    Come acqua
    Contro i sassi.

    Così ora, che mio malgrado
    Di nuovo
    Mi trovo ad amarti,
    Se davvero spetta a Dio
    Scegliere,
    Allora che scelga, finalmente:
    Scelga che tu mi ami
    Così come ha già scelto
    Che io ami te.

    Oppure lasci
    Che il letto di questo fiume
    Si inaridisca
    E che solo le sagome
    Smussate delle rocce
    Si facciano testimoni
    Di qualcosa
    Che c’era,
    Ma non c’è più.

     
  • 10 novembre 2006
    Dovunque sei

    Vicini,
    Solo per poco,
    Ci ha posto
    L’universo

     

    Assegnandoci
    Con parsimonia
    Uno scampolo di tempo
    Sul quale ricamare
    Una misera manciata
    Di momenti vissuti
    Insieme

     

    Una matassa di seta
    Con cui tessere
    Il drappo incompiuto
    Della nostra storia

     

    E un filo infinito
    Che ora unisce me a te.
    Dovunque sei.

     
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  • 18 gennaio 2008
    La ricompensa

    Come comincia: Quando ero ragazzino l’estate andavamo a nuotare con gli amici al torrente, nell’unico tratto dove si formava una spiaggia. Occorreva passare attraverso una vigna, correndo senza farsi vedere, e poi superare un canneto. Solo noi che eravamo ancora piccoli riuscivamo a passare senza lasciare tracce in quel vigneto più curato delle piante di frutti di bosco e del roseto che circondavano la casa.
    A volte, mentre ci asciugavamo al sole, spiavamo attraverso le canne il proprietario, il signor Smeraglio. Era un uomo riservato ma gentile di modi. Facoltoso, ma non uno da sperperare la sua ricchezza. Aveva solo due grandi amori: la vigna e un orologio da taschino attaccato ai pantaloni con una catenina d’oro. Tutto concentrato, le mani dietro la schiena, seguiva il lavoro di potatura estiva dei braccianti.
    “Quel grappolo, toglilo. Non serve,” indicava a uno.
    “Ma è uno spreco...” tentava di commentare il nuovo arrivato. Chi lavorava lì già da tempo sapeva che c’era poco da obiettare e lasciava cadere a terra grappoli e grappoli che non sarebbero mai maturati.
    Spesso andavamo alla spiaggia anche in autunno, finita la stagione dei bagni. Guardavamo i grandi vendemmiare, raccogliere i grappoli uno a uno, adagiarli nelle cassette. Sognavamo di andare a lavorare lì anche noi, un giorno. Certo, la vendemmia da Smeraglio richiedeva attenzioni particolari ma era quello che pagava più di tutti in zona.
    In paese nessuno aveva mai assaggiato quel vino. Era troppo costoso per una famiglia comune. Lo compravano solo i ricchi, in città, e gli stranieri. Ogni anno tuttavia Smeraglio premiava il più bravo dei braccianti con una bottiglia. Nessuno l’aveva ancora aperta e il mito nel frattempo era cresciuto ulteriormente.
    Un giorno, un’estate, scese verso la spiaggia. Impauriti ci andammo a nascondere in mezzo alle canne. Trattenemmo il fiato. Ci passò accanto senza vederci. Si spogliò ripiegando gli abiti con cura su una pietra, quindi si tuffò nel torrente. Lo guardammo incuriositi mentre nuotava e giocava in acqua come uno di noi. Mi sentivo quasi imbarazzato a spiare quel suo momento di libertà.
    Dopo una manciata di minuti uscì dall’acqua e aspettò che il sole lo asciugasse. Si rivestì. Fece per prendere l’orologio dal taschino. Era vuoto. Atterriti, ci facemmo coinvolgere dal suo panico. Se ci avesse scoperto, ci avrebbe di sicuro accusato di aver preso l’orologio, oltre che di aver invaso la sua proprietà. Lo osservammo cercare nella sabbia, attorno ai sassi e in mezzo all’erba finché, desolato, tornò a casa.
    Scappammo via poco dopo decidendo che non saremmo mai più tornati. Non riuscivo tuttavia a togliermi dalla testa il suo sguardo amareggiato così il giorno dopo, all’alba, sgattaiolai fuori di casa e tornai alla spiaggia. Nulla. Mi infilai in mezzo al canneto. Cercai e cercai ancora: eccolo! L’orologio si era impigliato in mezzo alle canne. Come avrei però giustificato la mia presenza nella sua proprietà? Decisi di raccontargli la verità: erano tempi diversi e aveva ancora un valore.
    In realtà, quando Smeraglio mi vide andargli incontro con l’orologio, era così felice che neppure volle sapere dove l’avevo trovato.
    “Aspetta qui,” mi disse. Tornò poco dopo con una bottiglia impolverata.
    “Questa è per te. Come ricompensa. Mi raccomando però, non l’aprire prima di trent’anni.”
    “Trent’anni?” ero così giovane che trent’anni mi sembravano almeno quattro vite intere.
    “Sì, aspetta trent’anni, non meno. Quando l’aprirai sentirai il profumo di questa terra bagnata dalla pioggia e dalla brina, di quel roseto quando i petali appassiscono, dei frutti di bosco che crescono attorno alla mia casa. Vedrai.”
    “Ma come fa a sapere quali saranno i profumi che sentirò tra trent’anni?” gli chiesi affascinato dalla sua sicurezza.
    “Perchè ogni vino fatto a regola d’arte e bevuto al momento giusto può solo regalare i profumi della terra da cui è nato.” Sorrise. “Ci vediamo tra qualche anno per la vendemmia. Ho idea che te ne guadagnerai ancora parecchie di bottiglie.”

     
  • 22 febbraio 2007
    Ritratto di esperti d'arte

    Come comincia: Le loro sagome, nella sala illuminata per esaltare solo le opere d’arte alle pareti, si stagliavano decise. Otto paia di piedi ben puntati a terra, le gambe divaricate quanto bastava per dimostrare la fondatezza delle loro opinioni. I gomiti perfettamente perpendicolari al pavimento svelavano le braccia conserte e la chiusura delle loro idee. Un certo inarcarsi delle spalle dell’uomo sulla destra sembrava richiamare un probabile e molto più pronunciato inarcarsi delle sopracciglia mentre continuava a riflettere sull’essenza di quell’opera.

    Poco dietro, seduto su una panca abbastanza morbida per dare l’illusione di un’oasi di riposo, ma troppo poco confortevole per indurre a sostarvi più del dovuto, un altro uomo osservava il gruppo. Un ragazzino accanto a lui aveva un blocco da disegno sulle ginocchia e un carboncino in mano. Nessuno di loro parlava. Nessuno di loro riusciva a vedere l’opera.

    Dal gruppo di esperti si distaccò una donna bruna, con un caschetto altezza mento. Subito il gruppo si serrò attorno a lei, riempiendo il vuoto che aveva lasciato. Dando le spalle all’opera la donna bruna iniziò a spiegarla al resto del gruppo.

    “Molteplici, sono le interpretazioni date a quest’opera d’arte. Secondo taluni studiosi, questo quadro che ha rivoluzionato il concetto di arte così come era conosciuto fino alla sua realizzazione, rappresenta il vuoto interiore dell’artista, un uomo assai schivo della vita sociale. Esiste poi un secondo filone di pensiero secondo cui l’opera rappresenta la mancanza di significato che ha l’arte contemporanea. Un vuoto pertanto che si estende dall’artista a tutta la società creativa...”
    Le teste cominciarono a fare su e giù verso la donna bruna. Poi le sagome improvvisamente diventarono profili che annuivano tra loro, ciascuno compiacendosi della sua opinione azzeccata, ciascuno sostenendo le sue idee e il mento con due dita.

    “Molti dei dubbi sul suo significato derivano proprio dal titolo dell’opera. Non un banale «Senza titolo», piuttosto, «Titolo cancellato». Le teste delle sagome si voltarono quasi impercettibilmente a destra, e si piegarono leggermente verso il basso, a guardare la targhetta.
    “E ora passiamo alla prossima sala dove è esposto un esempio importantissimo di arte minimalista postmoderna...”
    Lentamente i profili delle sagome, uno dopo l’altro, si allontanarono dalla sala, aprendo come un sipario la vista dei due silenziosi spettatori in panchina all’opera: un singolo chiodo appeso al muro. In basso e a destra, una piccola targhetta indicava il nome dell’artista. Che i due spettatori in panchina non avevano bisogno di leggere.
    “Papà, mi dici qual era il titolo prima che lo cancellassi?”
    “Lo stesso del tuo lavoro per artistica: «Ritratto di esperti d’arte».

    Prima di alzarsi lanciò uno sguardo sul foglio del ragazzino. Un ritratto in carboncino, con un chiaroscuro da manuale. Per fortuna il figlio capiva la bellezza del figurativo.

     
  • 12 dicembre 2006
    I give you no potato

    Come comincia: Ispirato a un fatto realmente accaduto

     

    Entro in un café a due passi dall’università di Londra. Me l’ha segnalato mio fratello.
    “Non ti puoi sbagliare. Ha l’insegna rossa e si chiama E-roma - credo che abbiano un po’ di problemi con lo spelling”.

    Fuori c’è parecchia polizia. Stasera gioca la squadra locale a due passi da qui, e anche se per i giocatori si tratta di un’amichevole, i tifosi sono agguerriti come se fosse una finale di campionato. Dentro invece ci sono solo studenti e profumo di tisana Twinings Echinacea & Raspberry. Mi avvicino al bancone dove sono esposte salse e insalatine di tutti i tipi: tanta maionese, chili di spezie, tonnellate di aglio. In effetti i titolari sembrano essere arrivati a Londra appena ieri.

    Comincio a guardare sul tabellone dei piatti a disposizione, e un misto di freddo e nostalgia mi spingono a chiedere una jacket patato fumante, una di quelle patate fatte arrosto, spaccate in due e poi riempite, nel mio caso, di pollo e mais.

    Mi siedo a un tavolino accanto alla porta. È l’unico libero. Tiro fuori il mio libro e alterno la lettura di Coetzee alla chiusura della porta che nessuno si degna di chiudere bene dietro di sé. Intanto il tipo che sta al bancone tira fuori una gigantesca patata evidentemente precotta e procede alla sua farcitura per poi passarla nel forno. Continuo a leggere e a chiudere la porta. Dopo qualche minuto il tipo si avvicina al mio tavolo. Istintivamente prima lo guardo in viso, poi abbasso lo sguardo e mi rendo conto che è arrivato a mani vuote.

    “I give you no patato”, dice.
    Rispondo con uno sguardo interrogativo. Lui ripete:
    “I give you no patato.”
    La frase l’ho capita, penso. Non capisco però perchè, e allora gli chiedo spiegazioni.
    “Potato no good. I give you no patato.”
    Insomma, la patata è andata a male, così mi offre di scegliere fra una moltitudine di panini, ciabatta, toast, pane bianco, pane integrale, tutto ciò che voglio. Scelgo il mio panino tostato che arriva dopo pochi minuti, circondato da quattro assaggi di insalate. Mangio e leggo. E ogni tanto chiudo la porta.

    Prologo
    Sono circa due giorni che sono bloccata a casa. Letto bagno, bagno letto.
    Evidentemente “potato no good”, ma neppure il panino.

     
  • 10 novembre 2006
    Un buon inizio

    Come comincia:

    Il signor Negri, un uomo sulla settantina, sordo da cinque anni e grigio da sempre, si alzò quella mattina con le intenzioni molto chiare: avrebbe cominciato a scrivere la sua biografia.

    Una volta preso il caffé, si recò nel suo studio, tirò fuori da un cassetto un quaderno vuoto con le righe grandi della quinta elementare e una penna ancora racchiusa nella sua confezione originale. Poi si sedette, sistemando la sedia ben vicina alla scrivania.

    Iniziò il quaderno scrivendo il suo nome nella copertina interna, a lettere chiare, in stampatello. Sbarrò con due brevi segni, perfettamente paralleli, la riga dove occorreva indicare la classe. Scese con lo sguardo alla riga sotto, quella della materia. Fissò la riga vuota per alcuni secondi.
    Si guardò attorno per un po’, poi finalmente le parole affiorarono nella sua testa e contemporaneamente si impressero sulla carta.
    “Un buon inizio,” scrisse.

    Soddisfatto del titolo che aveva dato alla sua biografia, chiuse il quaderno e si alzò.
    Una decina di minuti dopo la signora Matilde, la governante che da più di trent’anni si prendeva cura della sua casa, si affacciò nello studio vuoto. Notò subito il quaderno appena iniziato. Si avvicinò alla scrivania, aprì il quaderno e lesse il titolo alla riga della materia. Un sorriso nostalgico sbocciò sul suo viso. Lentamente, senza che lei potesse fare nulla per fermarlo. Richiuse il quaderno.

    Si diresse alla finestra, poco distante dalla quale si trovava un cavalletto. Poggiata sul cavalletto una tela con su dipinti pochi tratti in un’unica tinta. Nessun altro colore sulla tela, nessuna sfumatura: solo i contorni del paesaggio fuori dalla finestra. La signora Matilde prese la tela, e se la mise sotto braccio. Piegò il cavalletto e lo prese sotto l’altro braccio.
    “Tornerò a prendere anche te, tra poche settimane,” disse al quaderno.

    Proseguì quindi lungo il corridoio verso il grande salone. Quando entrò si fece largo tra kit del fai da te usati una sola volta; un mucchio di creta informe; il contorno di un puzzle da 5 mila pezzi; un violino, un oboe, un trombone e un pianoforte, ciascuno suonato una volta appena; un pezzo di legno con intagliata la sagoma di un cavallo a dondolo; e almeno un migliaio di libri di cui sapeva che erano state lette solo le prime pagine.

    “Un buon inizio”, sussurrò pensando al titolo del quaderno del signor Negri e sorrise rendendosi conto che quella biografia appena iniziata era l’unica opera che aveva completato.

     
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