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Racconti di Stefano Bergamasco

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  • 26 dicembre 2013 alle ore 3:50
    Quel messaggio su facebook

    Come comincia: Eccomi, davanti al monitor del computer, ancora rimbambito dal cenone della vigilia. Il cellulare per mia fortuna, scarico, riposa nella tasca del mio giubbotto. I continui messaggi di auguri non mi avrebbero lasciato dormire, obbligato a rispondere a tutti, con melensi frasi. Non che sia tirchio, il prezzo dello sms lo pago volentieri, ma è la noia di scrivere in pochi caratteri quello che vorrei dire. Di abbreviazioni e mostruosità con la k nemmeno a pensarci. Lascerò un messaggio su facebook, nel mio stile, buono ma con una punta di black humor e sana cattiveria.
    Sempre se il mio cervello abbia voglia di collaborare e smaltisca l'incidente di neuroni causato dal vino. Nel frattempo sfoglierò un pò di profili; auguri da Tizio, auguri da Caio, auguri da Sempronio, il video di un gattino vestito da Babbo Natale che canta Jingle Bells, foto di cibo e vino che - burp! - scorre a fiumi e di alberi di natale dove ogni palla è taggata una o più persone.
    Mi mette un po' di malinconia il Natale, non capisco perché... le persone si sentono unite solo in prossimità delle feste. Oppure devono esserlo solo se capita una disgrazia. Il resto dell'anno allora? Si potrebbe bere un caffè dal vivo una volta tanto. Non mi basta la foto di una tazzina. Vorrei sentirne il calore del nero liquido, anche se non piacevole, l'alito della persona con cui sto parlando. Gli darei pure una mentina per ovviare al problema. Chi diceva che "A Natale non si fanno cattivi pensieri, ma chi è solo vorrebbe saltarlo quel giorno..."? Non ricordo nemmeno tutta la frase, fastidioso mal di testa! Allora passo alla posta.
    Accidenti! Questa non me l'aspettavo! Leggo un messaggio di una persona che non vedo da una vita, ma ritrovata nel social network. Poche righe, che mi mettono allegria.
    Si scusa per non aver risposto agli auguri del suo compleanno che era ad Ottobre e mi fa gli auguri di Natale.
    Io che pensavo "non userà più quel profilo, o forse nemmeno facebook" oppure "non ha intenzione di rispondermi o non ne ha alcun interesse". A lei che è stata (è ancora?) una persona speciale per me, perdono questo ed altro.
    Questo è un bel regalo per me.

  • 10 luglio 2013 alle ore 19:40
    Cory una ragazza coraggiosa

    Come comincia: Sono solo le 6.00 ed ho già aperto il bar.
    La solita signora fuori dal locale e un po' fuori di sé che mi tempesta di domande, sempre le stesse, tutti i giorni, mi chiede se sono stanco e si risponde da sola di sì.
    Scappo dentro e mi nascondo dietro le brioches, sistemo le ultime cose. Il vapore della lavabicchieri mi appanna momentaneamente gli occhiali. In radio stanno discutendo della crisi, anche questo non mi tira su di morale. Il locale è vuoto, solo tre clienti indiani con sei trolleys immensi che fanno colazione con tè caldo e spaghetti surgelati. Non stupitevi ho visto accostamenti peggiori.
    Poi entrano altri due clienti. Una bella ragazza giovane e una signora sulla sessantina. Mi chiedono il prezzo per un caffè americano, due brioches... non sono molto economico al tavolo, il bar non è mio, ma i prezzi sono quelli, comunque loro si siedono lo stesso. Qualche chiacchera con loro, mentre gli indiani cominciano la processione al bagno. Scopro che sono americane, e si scusano per la loro impacciataggine, io le rassicuro che è una cosa normale non saper che pesci prendere a Venezia. Mi chiedono come muoversi in città e gli do qualche dritta, per non spendere troppo in biglietti. Una routine per la città dove vivo. Pagano e se ne vanno contente. Non c'è lavoro e posso anche rimandare di sbarazzare il tavolo di qualche minuto.
    Scorgo qualcosa di strano appoggiato al portasalviette. Mi avvicino rapido al tavolo. Una foto. Una bella ragazza, non quella che ha fatto colazione da me. Giro e vedo due date una riportante il 23-02-1993 e un'altra 5-07-2012. Nascosta dalla foto c'era un piccolissimo uccellino, non saprei dire se di legno o in plastica, solo che è minuscolo. Oltre alle date c'è scritta una piccola frase "Cory a brave girl" e il suo nome per esteso. Posso immaginare qualsiasi disgrazia capitata alla ragazza, ma anche il senso di quel gesto. Forse Cory sarebbe voluta venire a Venezia, girare l'Italia, ma non solo. Sarebbe voluta volare da una parte all'altra della vita, crescere, innamorarsi, cercare l'università, lasciarsi col ragazzo, trovarsi un lavoro, cercare di studiare e lavorare, fare bisboccia con le amiche, traslocare un paio di volte, trovare l'uomo giusto, metter su famiglia, invecchiare serenamente. Ho saltato parecchi altri traguardi di una vita in cui sarebbe potuto capitare di tutto. 
    Invece è stato tutto troppo breve. L'amica o la sorella, simbolicamente, ha voluto esaudire il suo desiderio. Come è triste, nemmeno il tempo di bere un caffè che il destino le ha chiesto il conto. Decido, di tenere il piccolo uccellino e di appendere la foto all'interno dell'armadietto.
    Il suo sorriso, quello sì mi incoraggerà quando sarò giù di morale.

  • 18 maggio 2013 alle ore 0:55
    Fiori Cromati

    Come comincia: DATA: SCONOSCIUTA
    UBICAZIONE: SCO fffffzzzz.
    STATO NAVICELLA: DANNEGGIATA, RICHIEDE PESANTI MISURE DI MANUTENZIO fzzz....
     
    L'atterraggio sul pianeta si rivela più difficile del previsto. I retrorazzi, lo stabilizzatore, i sensori geotermici, i sensori climatici non rispondono. Eseguo le manovre alla cieca, affidandomi agli schemi di pilotaggio registrati nella mia memoria. Riesco a mantenere integra l'astronave, ma dubito possa avere energia a sufficienza per ripartire nello spazio.
    I land-voyager con sensori automatizzati escono per esaminare lo spettro atmosferico. Mi rimandano il loro referto in  pochi minuti. Ossigeno per la gran parte, anidride carbonica molto al di sotto dei limiti, azoto, ed altri gas innocui.
     
    Decido di uscire personalmente. 
     
    Il suolo è compatto, non presenta dislivelli elevati, la visibilità è ottima. Riesco chiaramente a vedere una distesa montuosa in lontananza.
    La distesa è illuminata da un grande sole, simile al nostro. Registro la temperatura con l'attrezzatura della mia tuta; 25 gradi. Sembra ci sia una regolare attività magnetica, riesco a determinare il Nord, il Sud, L'Est e l'Ovest. Dal mio atterraggio ad ora ho notato che la rotazione è la medesima terrestre come lo sono le dimensioni del pianeta stesso.
    Questo mi garantisce altre otto ore di luce naturale, poi dovrò utilizzare quelle artificiali, considerando che consumerò un maggior quantitativo di energia.
    Mi dirigo in direzione Sud-Est, verso quella che sembra in lontananza una macchia acquea.
    Con un pò di fortuna potrò ricavarne dell'idrogeno, per ricaricare il mio mezzo e le mie riserve, sempre non sia una sorgente di mercurio, inutilizzabile per me.
     
    Sono già due ore che cammino in direzione della distesa. Nonostante il cielo limpido posso sentire una forte folata d'aria. Ne registro la velocità con la tuta. Oscilla tra i 17 e i 20 nodi.
    Salgo sopra una collina per determinare meglio la distanza con la macchia acquea. Vedo che invece di una distesa marina, si rivela essere una fitta distesa di fiori. 
    I petali sono cromati e per questo ho avuto l'abbaglio fosse un mare. I fiori si muovono all'unisono imitando le onde e riflettono la luce del sole, creando fantastici giochi.
    Questo tuttavia non mi rassicura. Ho sprecato tempo prezioso alla ricerca di una fonte d'energia, mi ritrovo con dei fiori.
    Ormai decido di addentrarmi della flora del pianeta.
    Sono dentro alla macchia, ondeggiante, e raccolgo un esemplare. Provo a decifrarne il dna. Il casco non riconosce il 42% del fiore.
    Eppure dovrei provare qualcosa. Nei lunghi anni nello spazio sono stato chiuso nell'astronave, stretto e protetto tra le mie solide cognizioni. Il mio viaggio, scelto per un bene ultimo superiore.
    Sacrificato nel corpo, decisi di sottopormi ad una operazione di total building.
    Mi hanno trasformato in un cyborg, aggiunto sensori sosfisticati e precisissimi, mantenendo il mio libero arbitrio, caricando memorie di enciclopedie, schemi tattici e i ricordi della mia vita da umano. Pochi terabyte della mia vita a dire il vero, molti per il dolore della lontananza li ho cancellati dopo anni di viaggi interstellari.
     
    Ora mi ritrovo a stringere un fiore cromato, e nonostante i sensori non riesco a coglierne la delicatezza. Non riesco a coglierne il senso. Perchè questa distesa di fiori su un pianeta senza esseri viventi? Nemmeno un insetto. Per chi sono stati creati questi fiori dalla bellezza unica se non possono essere ammirati da alcuno?
     
    Forse per adornare all'infinito la tomba di un robot.

  • 14 maggio 2013 alle ore 2:55
    Musashi il ronin

    Come comincia: Era una tiepida mattinata nel villaggio a poca distanza da Edo si viveva in tranquillità, dove la cosa più eccitante era il rovesciamento di una tazza da tè per errore.
    Un giovane ronin, dal passo fiero e altero arrivò a disturbare quella quiete e affisse al centro della piazza un enorme pergamena. Tra i tanti presenti scattò subito una frenetica curiosità. Non se ne vedevano di tipi come quello se non in occasione di qualche guerra o vendetta.
    Nel cartello era incisa una sfida "Io giovane Musashi, sfido i tre migliori combattenti di questa regione, per l'onore delle spade, per seguire il destino della Via. Per compiere questa grande impresa vi aspetto all'alba al colle con l'albero solitario. Ci saremo solo noi sfidanti, nessun testimone e il più forte tornerà da solo con le teste dei perdenti". 
    I contadini cominciarono a far passare la notizia di bocca in bocca, i pescatori mollarono le reti ed avvisarono i commercianti. La sfida giunse alle orecchie dello Shogun di Edo in persona, a quelle del capitano della sua guardia reale e al temuto samurai della cittadina incaricato di far rispettare le leggi. Lo shogun per la sfrontatezza del giovane ronin per aver messo in dubbio la sua divina forza decise di partecipare in segreto. La guardia reale, per non perdere il rispetto delle truppe decise di parteciparvi, sapendo che ne sarebbe uscito vincitore. Il samurai annoiato dalla vita del villaggio bramava del sangue e si credeva certo della sua vittoria.
    Ci fu un gran preparare nel restante della giornata, vennero lustrati i cavalli, sistemate le armature e le spade e si fecero preghiere propiziatorie per la vittoria.
    Intanto il giovane ronin si sistemò in una locanda dove cominciò a bere fino a notte tarda.
    Prima dell'alba un servo del locale si avvicinò al ronin per ricordargli la sfida. Musashi invece di preparasi chiese del tè. Pretese che venisse fatta tutta la cerimonia, molto lentamente e senza lasciar perdere nessun dettaglio. Finì che ormai era mattino. Allora il servo del locale lo avvisò che i tre sfidanti che avevano accettato la sua proposta erano già da tempo sul colle. Musashi incurante di ciò, chiese del riso che fosse cotto nel modo che voleva lui. Il cuoco della locanda provo quattro tipi di cottura diversi prima di riuscire ad accontentarlo. Nuovamente il servo tornò per ricordargli della sfida, ormai a mezzogiorno, i contendenti erano nervosi e alzavano la voce l'un l'altro. Ma questo non disturbò minimamente Musashi che nel frattempo volle ascoltare dei musicanti, chiedendo addirittura la stessa canzone tre volte. Era sera e nessuno osava pensare a quello che attendeva Musashi al colle, dove l'aspettavano gli sfidanti, ormai inferociti.
    Musashi in tutta tranquillità invece chiese del ramen e visto che era in serata, decise di accompagnarsi ad una donna, per poi sfinirsi col sakè. Ormai notte fonda il servo aveva rinunciato ad avvisare il giovane ronin.
    All'alba seguente, all'oscuro di tutti, Musashi era già in piedi. Si avvicinava ancora barcollante alla collina dell'incontro e ai suoi occhi si prospettò una scena indicibile. Il samurai del villaggio era morto finito dai colpi di lancia. Il capitano delle guardie era mutilato di una gamba e morto quindi dissanguato. L'unico ancora in vita, malconcio, era lo Shogun.
    Aveva la katana spezzata e perdeva molto sangue. Musashi a debita distanza estrasse la sua arma. Lo shogun allora sputò per terra sangue e urlò contro Musashi "Vigliacco! Ti abbiamo aspettato all'alba e non sei venuto, allora siamo rimasti qua tutto il tempo! Più aspettavamo il tuo arrivo e più ci vantavamo di essere i più forti! Dalle parole siamo passati alle offese e dalle offese alle armi. Io stesso ho ucciso il capitano delle mie guardie, quell'insolente non mi aveva neppure riconosciuto e non mi credeva lo Shogun. Esso prima di duellare con me aveva eliminato il samurai che ormai era solo una vecchia tigre! Ora tu arrivi ubriaco e addirittura il giorno dopo!" Ma Musashi rispose tranquillamente "E' vero ho detto all'alba. Ma non l'alba di ieri, ma quella di oggi!" e rapidamente si avvicinò allo Shogun e lo finì.
    Musashi torno al villaggio con tre teste e venne dichiarato il più forte guerriero.

  • 12 maggio 2013 alle ore 3:23
    Il bar "Last Dock"

    Come comincia: Emanava un puzzo inconfondibile il famigerato bar "Last Dock", di marinai, ubriaconi e tagliagole. Un bar così malfamato che nemmeno gli scarafaggi volevano entrarci.
    Un tempo era il bar dei viaggiatori delle navi da crociera, ma si parlava degli anni '30, e dopo la guerra il porto divenne solo commerciale, si scaricavano container su container come anime di fuggitivi su altre anime di disperati.
    Non si veniva volentieri, ma se volevi rimediare un lavoretto extra o un bicchiere di whisky non annacquato era il posto giusto.
    Marley riempiva le budella ai suoi clienti e li randellava se superavano il limite. Col suo occhio buono ti faceva il conto, tenendo sotto controllo il locale e con quello bendato ti versava da bere. Inutile dire che aveva un suo personale sistema per vedere se ti dava il giusto. Infilava il dito nel bicchiere alto e stretto e versava finché non lo bagnava. Aveva dita dannatamente lunghe il taccagno. 
    Ziggy era il pianista. Pianista era una parola grossa. Il suo incarico era quello di rimettere in sesto il piano verticale che puntualmente veniva fracassato in una rissa, più o meno una volta al mese e tentare di strimpellarci qualcosa. Gli pagavano da bere pur di non sentirlo suonare, lui si offendeva e scattava la rissa. Questo quando andava bene.
    Altrimenti beveva finché non ci crollava lui stesso sopra al piano. Si risvegliava solo con le pedate di Marley e anche se non ci vedeva bene aveva buona mira.
    In un tavolino all'angolo vicino al bagno, o a quello che ne rimaneva, sedeva Libeccio.
    Libeccio era un ex-marinaio, aveva girato i sette mari, parecchi laghi, qualche fiume, due pozzanghere e scolato lo stesso quantitativo d'acqua in alcool. Non si capiva mai se dormiva o no, perché parlava nel sonno dei suoi viaggi e da sveglio faceva lo stesso.
    Non mancavano i marinai russi, che si scolavano vodka e cantavano canzoni della madre Russia.
    I portoricani, abili col coltello e nel rimediare qualsiasi cosa dalle navi, smerciavano di tutto e solo di contrabbando, si riunivano per bere esclusivamente rhum scuro, possibilmente contrabbandato.
    I cinesi giocavano a mahjong e bevevano baijiu forte come un petardo nello stomaco, non di rado qualcuno di loro finiva per esplodere in violente vomitate.
    Olandesi e tedeschi invece si scolavano litri e litri di birra, prima la bionda e terminata questa passavano alla rossa doppio maltata. Finivano a scornarsi come vichinghi per poi riappacificarsi davanti ad un boccale fresco e pieno.
    I turchi erano gli addetti all'aerazione del locale. Ci pensavano loro ad ammorbare l'ambiente con le loro sigarette e i sigari, consumavano tè nero e caffè bollenti. Fumavano per tutti e facevano fumare passivamente anche gli altri.
    L'unico che veniva evitato e lasciato in disparte era l'Oscuro.
    Lo avevano soprannominato così perché nessuno sapeva il suo vero nome ne da dove venisse. Qualcuno diceva che fosse italiano per il suo modo di vestire, altri lo credevano inglese perchè beveva cherry, altri francese perché aveva un'accento strano quando parlava. Tutti sapevano quello che faceva e che lo sapeva fare molto bene. Era un killer su commissione.
    Era così preciso che qualcuno pensava fosse svizzero. Potevi andare da lui per risolvere qualche questione in modo definitiva. Lui operava indisturbato, colpiva l'obiettivo e tutto sembrava un incidente marittimo.
    Il comandante della petroliera Callysto era stato schiacciato da una scialuppa. Il motorista della nave Mercury era finito dentro le caldaie dei motori. Il marinaio Flynn si era beccato una carrucola in piena faccia. Il povero Joseph invece era diventato una frittata dopo che gli era caduto in testa un container.
    Tutti incidenti, tutti ad opera dell'Oscuro. 
    Un bugigattolo malsano e pericoloso. Erano deprimenti persino le foto ingiallite delle navi da crociera, vecchie glorie dei mari, parecchie affondate e molte trasformate in ospedali galleggianti durante la guerra, tanto che si narrava la leggenda di un pianista nato, vissuto e morto sopra una di esse; ma questa è un'altra storia.

  • 06 aprile 2013 alle ore 0:06
    Strade nel buio

    Come comincia: Doveva immergere la sua anima nella sporcizia, infangare lo spirito, lasciarsi andare ai suoi più bassi istinti. Non lo faceva per divertimento. La solitudine lo prendeva all'improvviso, come un passeggero nascosto nei sedili posteriori di una macchina, saltava fuori, "Bu!" gli faceva e si sedeva al suo fianco. La pioggia fuori dall'abitacolo, faceva impazzire i tergicristalli nella loro inutile lotta contro quella forza della natura. Forse erano proprio i tergicristalli ad ipnotizzarlo, nel loro costante movimento, destra, sinistra, destra, sinistra, destra... gli speaker alla radio perdevano la forza, le parole diventavano ovattate, discorsi lontani tra persone lontane, per persone lontane. Lui era distante anni luce. Non c'era luce per guidarlo fuori, solo buio. In quel buio, non era solo, non lo era mai. I suoi vizi si erano fatti comodi, i suoi vizi non avevano fretta e sapevano aspettare. Tentavano al mattino di fargli cedere le gambe, costringerlo al letto, volevano fargli saltare il lavoro. Non ci riuscivano per un pelo. Poi al lavoro in fabbrica, lo colpivano alle braccia, rendevano pesanti le operazioni più semplici. Lui arrivava lo stesso a fine turno. Nemmeno lì riuscivano a ghermirlo. Potevano provarci nella pausa pranzo o a cena, lo invitavano a bere, ma lui teneva duro. L'incidente di anni prima gli imponeva divieto assoluto all'alcool. I suoi vizi erano sconfitti anche questa volta. Fumava una sigaretta, quello era un vizio innocente, pubblico, statale. Nessuno obiettava contro il fumo. Gli bastava però fissare il cielo, vuoto, spento e la mente si affacciava al buio, controllava le macerie delle sue guerre precedenti. Si accumulavano nel baratro e riempivano la fossa delle sue paure. Prima o poi avrebbero raggiunto la superfice ed in forza l'avrebbero sconfitto. Era il buco nero che immaginava vicino al cuore quello che spuntava qualche battaglia. Così guidava per le strade della città. Solo, anche se in coda al semaforo, riusciva a trovare la sua pace solo in periferia. Nelle zone delle fabbriche, dei depositi dei container, lì trovava il suo altare sacrificale. Sapeva che doveva sporcarsi nell'anima, per potersi lavare da ogni paura. I lampioni lo illuminavano a intermittenza, e sotto di loro c'erano quelle che lo avrebbero aiutato. Normalmente era una persona perbene, benpensante e osservante della legge. Per quanto potesse comportarsi bene, sospettava che alla fine avrebbe dovuto comportare un'azione contraria, doveva bilanciare il suo cosmo. Non voleva lasciarsi andare, ma il buco nero si allargava, gli costringeva le budella, e l'adrenalina gli infuocava gambe e braccia. Girava e girava per le stesse strade, guardava l'ora, notte fonda e abbassava ed alzava la temperatura. Era in lotta con se stesso, contro la sua volontà. Passava lento vicino ai suoi angeli, che potevano diventare diavolesse, schiacciava l'accelleratore e avanzava. Le osservava da lontano, sera dopo sera, ormai le riconosceva dalla fisionomia. Si diceva convinto "Guardo solo, che male fa?" poi diversi giri dopo, fra sé e sé "Ma si... adesso vado con lei, mi sento ribollire!" Invece un'altro disperato portava via prima di lui il suo angelo, oppure passava una macchina della polizia ad interrogare una diavolessa. In entrambi i casi, girava la macchina e tornava a casa. In quei casi vinceva lui. Quella notte invece pioveva e non aveva trovato nessuno in giro. Poteva sembrare un pareggio, quando all'ultimo lampione, dove non aveva mai visto nessuna di loro, c'era una ragazza protetta da un ombrello. Si avvicinò a lei e non ricordava di averla mai vista. Accosta ed abbassa il finestrino "Cc-ciao bella! Come mai sola sotto questo diluvio?" lei si avvicina alla macchina. Un angelo, lei era di sicuro un angelo. Sorride "Sono nuova qua... Che vuoi trenta bocca, quaranta scopata con preservativo?" Un angelo che andava dritto al punto. Lui fece cenno di entrare. Non aveva risposto e la ragazza lo guardava con aria interrogativa "Alòra? Trenta o quaranta?" lui non ci pensò nemmeno "Facciamo trenta, okey, okey..." Si sentiva sempre più preso dal buco nero, stava dando il via libera ai suoi vizi. Come una navigatrice la ragazza gli indicava la strada dove appartarsi. Lo guidava, gli sorrideva e gli diceva "Posto lontano, ma tranquillo, non preoccupare". Lui ubbidiva, girava e svoltava quando richiesto. Poi per rompere il ghiaccio cominciò a fare domande "Come ti chiami?" e lei "Chiara. Vai dritto ancòra" "Di dove sei Chiara?" "Ungaria" lui "Un-ghe-ria... Sei molto giovane Chiara...quanti anni hai?" "Si, ho venti ànni... quasi arrivati sai?" "Bene, sei proprio giovane, toglimi una curiosità...ma sei obbligata a farlo?" "No, non sono obbligata, ecco ferma qua." Fermò la macchina, il posto è un parcheggio lontano perfino per i suoi normali giri notturni. La conversazione sembrò assolverlo dalle sue colpe, pensava che lei non era obbligata a farlo da qualcuno, lo faceva per conto proprio. Mentre lei trafficava con la borsetta, lui gli consegnò i soldi "Senti io, non sono abituato a questa cosa, anzi non so nemmeno se voglio farlo" e lei "Ma mi hai pagato..." "Lo so. Ma non è necessario. Mi basta il brivido..." lei sembrò fare spallucce "Non capisco, non mi trovi bella?" lui agitò le mani in senso di negazione "No! No! No! Te sei bellissima, solo che non voglio farlo, mi è passata la voglia!" "Te non sei mica normale... Mi paghi e poi non vuoi bocca... non ti tira forse!?". Ecco è da quel momento che non ricorda bene cosa sia successo. Ricorda solo di essersi abbassato i pantaloni e poi di aver preso con forza la testa della ragazza. Lei si era rialzata perchè non aveva messo il preservativo e allora lui la schiaffeggiò forte e prese il collo della ragazza. Poi il buco nero vicino al cuore si mangiò tutto, auto compresa e il buio calò come una tenda di teatro sulla scena. Questa notte aveva infangato la sua anima, sporcato il suo spirito. I vizi avevano vinto.

  • 22 marzo 2013 alle ore 3:16
    Bruno e la tempesta

    Come comincia: C'era un uomo di nome Bruno, che viveva in un piccolo paese tranquillo.
    Non era ricco, non era povero, ma aveva una casa, un gruppo di amici col quale si ritrovava al bar. Commentava i risultati sportivi e le vicende politiche, senza sovrastare il parere degli altri.
    In trent'anni non era mai uscito dalla sua routine.
    Una sera ci fu un temporale bello grosso che provocò parecchi danni alle abitazioni, tanto che alla casa del poveretto strappò via il tetto come si fa con una scatoletta di tonno.
    Il mattino dopo videro Bruno incamminarsi con un grosso zaino e lasciare il paese.
    Passarono quasi dieci anni, quando un temporale simile si riversò di nuovo sulla cittadina.
    Il giorno dopo, una figura con la barba lunga, un grosso zaino, con vestiti puliti ma logori dall'utilizzo, entrò nel bar del paese.
    Qualcuno sospettoso, fece cenno al barista imbarazzato di chiedere informazioni al viandante
    - Ehm... Salve, cosa posso fare per lei?-
    L'uomo dalla barba lunga - Il solito grazie.-
    Il barista con aria pensierosa guardò il resto dei clienti, poi si rivolse di nuovo all'uomo
    - Non saprei, vuole un caffè?-
    L'uomo sorridendo - Posso avere la barba lunga ed esser stato via dieci anni da qui, ma io prendo sempre un amaro alle erbe-.
    Al che il barista e gli altri si ricordarono del loro concittadino andato via da parecchio tempo e con fare festoso cominciarono a salutarlo. Il macellaio del paese, famoso per essere un ficcanaso, fu il primo a porgli la domanda che tutti si stavano pensando - Che cosa hai fatto in questi dieci anni?-
    Così Bruno, sorseggiando il suo amaro rispose in tono pacato - Niente...-
    La gente era sbalordita per la risposta. Il farmacista noto per essere uno stacanovista borbottando chiese a sua volta - Come sarebbe a dire niente? Hai girato per il mondo!? Sei stato via dieci anni, avrai fatto qualcosa!-
    Bruno allora appoggiando il bicchierino si girò verso il farmacista - A dire il vero ho pensato. Pensato parecchio, camminato molto ed ho visto buona parte del mondo-.
    Lo stupore si diffuse tra i clienti, mentre il parroco, forte bevitore di brandy e fervente religioso, si avvicinò a Bruno e dandogli due buone pacche sulle spalle eslamò - Chiaro che hai visto le cose belle del Signore, e sei ora qui per raccontarcele! 
    Ma Bruno in realtà fece cenno di no. - Mi dispiace ma non ho preso appunti durante questi anni e non ho niente di eclatante da raccontare-.
    Il libraio quasi si soffocava col prosecco - Come non hai preso appunti e non hai vissuto niente di straordinario? Di solito chi parte per queste esperienze, poi torna e pubblica un libro, fa un documentario... te non hai tenuto nemmeno un diario?-
    Allora Bruno con un sorriso rispose - Mi dispiace, ma ero troppo preso a viverla la vita che a perder tempo per annotarla e viverne i ricordi. -
    Detto questo pagò il suo amaro e si avviò verso la porta.
    Il postino allora tentò un ultima domanda.- Ma almeno dicci perché hai scelto di partire quel giorno dopo la tempesta! -
    Fermo sull'entrata Bruno si girò verso il postino - Quando il temporale mi portò via il tetto ho avuto paura che si portasse via la mia vita senza che io avessi fatto qualcosa per me. Allora l'ho inseguito in giro per il mondo per dimostrargli che ero coraggioso-.
    Detto questo Bruno uscì e lasciò di nuovo il paese. 

  • 08 dicembre 2012 alle ore 3:08
    Fine?

    Come comincia: E' tutto in un secondo. Non riesci subito a distinguere la realtà. Ti stropicci gli occhi e non riesci a capire. Tutto è in bianco e nero. Sei confuso, cerchi di ricordare i colori, ti domandi se ci vedi ancora bene. Osservi meglio e la parte razionale sta cercando di emergere. Noti che tutto ciò che vedi è una diapositiva speculare di quello che fino a pochi millesimi prima chiamavi vita. Sei morto e sei deluso. Per lo meno sospetti di esser morto. Ti aspettavi che almeno una delle tante persone che ti istruì sulla vita avesse ragione. Ti dicevano: hai fatto molte cose belle e potresti finire in paradiso tra gli angeli a suonare l'arpa. Oppure: per le cose sbagliate e cattive che hai fatto, finirai in una pozza di lava ed esser punzecchiato dal forcone di qualche diavolo dell'inferno. Addirittura altri: ti decomponerai, cesserà il tuo Io e diventerai energia e vita di un prossimo essere. Invece ti ritrovi in un fermo immagine, Tutto il mondo, il tuo mondo è una statica cartolina. Hai con te la tua borsa con cui stavi andando al lavoro. Scendi dall'autobus vuoto, sei la sola persona che ci sia nel piazzale. Autobus e macchine in coda come abbandonati da un bambino gigante stufo di giocarci. Controlli il cellulare. Il display emette una luce smorta, non la solita nitida e leggi l'ora: 12.34 sei dieci minuti in anticipo. Cammini per arrivare al tuo posto di lavoro. Hai fatto metà strada e ricontrolli il cellulare. 12.34. Magari è guasto. Poi controlli l'orologio della farmacia. 12.34. Sei tu ad essere guasto. Stai cercando di capire in quale punizione sei finito, Magari adesso ti svegli e ti accorgi di essere in un sogno. Sarebbe facile e possibile. Invece ti siedi guardingo al tavolo del bar dove lavori. Nessun collega ad accoglierti e a proporti un caffè. Nessun cliente fisso da salutare, Nessun turista da aiutare a trovare l'albergo. Non ci sono nemmeno i rumori delle macchine del bar: la macchina del ghiaccio non sforna i cubetti, la radio non suona e i motori dei frighi non emettono il loro ipnotico ronzio. Abbandoni la borsa sulla sedia e ricontrolli il cellulare per l'ennesima volta. 12.34. Poi leggi anche la data 21-12-2012. Se ti avessero detto che quella era la fine del mondo, ti saresti messo a ridere. Ti aspettavi un meteorite, un terremoto o una venuta degli alieni. Oppure non sarebbe successo niente, il giorno sarebbe passato tranquillo e placido, con qualcuno che faceva la sua battuta sui Maya e il granchio che avevano preso. Invece ti ritrovi in un limbo, grigio e da solo. Prendi una bottiglia di whisky da dietro il banco. Il capo non te ne farà una colpa. La tracanni. Non hai nemmeno il sollievo dell'alcool. Non c'è gusto. Non c'è il fuoco che divampa nell'esofago. Lasci la bottiglia ed esci fuori dal bar. La strada è sgombera. Le bancarelle, quelle sono ai loro posti con la merce esposta, ma nessun venditore. Butti un occhio in banca attraverso la finestra. Nessuno in fila. Pensi che sarebbe l'unica volta che la trovi così libera e ti viene da sorridere. Poi ti morde qualcosa dentro. La solitudine, ti tira un pugno allo stomaco. Cerchi di ricordare quando sia successo il passaggio. Eri in piedi in autobus, l'autista aveva appena fermato il mezzo e aperto le porte. La vecchietta accanto a te ti sorrideva perché la stavi facendo passare per prima, mentre l'uomo vistosamente spazientito dal viaggio, ti sbuffava da dietro. Hai chiuso gli occhi in quel millesimo di secondo come sempre e ti sei ritrovato così. Diluito nel tempo, in un mondo tutto al contrario. Solo. 
    Così cammini per la strada, nessuno ti ferma e tu non puoi fermare nessuno. Entri in un negozio, poi nel successivo. Ormai hai capito che ci sei solo tu. Nemmeno la tua ombra ti fa compagnia e strilli come una femminuccia quando te ne accorgi. Respiri affannosamente e cerchi di darti un contegno. Pensi alla tua famiglia e agli amici che non potrai rivedere. Pensi alla fatica che hai fatto per crescere e per imparare le nozioni più disparate e nessuna di quelle adesso ti può aiutare. Non ti hanno preparato per questo e vorresti arrabbiarti, ma nemmeno le tue emozioni sono vivide. Lentamente stai scomparendo. Forse il tuo limbo è finito e finalmente ti ricongiungerai agli altri. Forse.

  • 22 novembre 2012 alle ore 0:59
    T.D. Smitherson e le F.A.T. model

    Come comincia: I pesanti anfibi non smettevano di fare quel rumore stridulo mentre attraversavano il pavimento a specchio. Ogni persona al suo passaggio si faceva da parte, nessuno osava contraccambiare il suo sguardo, micidiale come una raffica di mitra. Arrivato davanti alla porta, i muscoli del suo braccio si gonfiarono attorno la maniglia e d'impeto aprì la porta. 
    - Dove diavolo sono quelle modelle? Entro dieci minuti le voglio nel set per fare le foto o puoi giurarci che  le mando a ... - uno squillo del telefono sul tavolo interruppe l'ira dell'uomo.
    Prese in mano il telefono stringendolo come per uccidere un boa costrictor - Qui T.D. Smitherson, consulente d'immagine che cazzo volete?- la voce dall'altra parte era quella di Flex l'assistente del fotografo Von De Fluchten -Sig... signor Smitherson... s-sono Flex... c'è un pro-problema c-con le modelle...-
    Il telefono era stato riagganciato. Flex stava tremando al solo pensiero della reazione di T.D. non appena avesse saputo come erano state conciate le povere modelle. Flex sapeva che era stata un'idea di Von De Fluchten che è famoso per le sue foto-choc con modelle e modelli ripresi nelle più impensabili situazioni, ma arrivare a quel punto... Stava davanti alle grandi finestre che davano sulla via principale della moda di New York e immaginava che l'ira di T.D. gli avrebbe fatto un volo da una di quelle. All'improvviso una figura entrò da una finestra mandandola in mille pezzi. Era T.D. che si era calato dal suo ufficio al ventiseiesimo piano ed era rumorosamente piombato al quindicesimo dove c'era lo studio fotografico, sfruttando una corda che teneva per ogni evenienza nel cassetto.
    - Dove sono? Dove sono quelle sottilette di modelle? - 
    - Ecco... io s-so dove sono, ma non le c-chiamerei sottilette! -
    - Che stai dicendo? Peseranno in tre 40 kg... che diavolo gli frulla in testa a Von Flafflel? -
    - Von De Fluchten... ecco trovava troppo magre le modelle... e-e allora gli ha messo degli steroidi nell'insalata e... -
    La stanza cominciò a tremare. Si sentivano pesanti passi arrivare da dietro la porta. T.D. prese posto davanti all'ingresso brandendo una pianta finta da ufficio. Un ficus. La porta si aprì e goffamente tre ciccione cercarono di entrare dentro allo studio. Erano Florence, Annette e Tabata. 
    Erano diventate F.A.T. model... dietro a loro Von De Flucthen.
    - Ecco in loro tutten splendore, Ja! Con Kveste io riempire tutten cataloghen di moda!-
    T.D. non ci voleva credere. Aveva trasformato tre grissini in abbondanti babà. 
    -Tu mi vuoi rovinare! Passi verniciarle di verde, attaccarle con la colla al soffitto, chiuderle in una bottiglia gigante, riempirle di graffette colorate, ma renderle ciccione! Non entrano nei vestiti che devono pubblicizzare! Che dico agli sponsor? -
    - Tu digli che modellen grassottellen son più bellen... -
    T.D. stava girando in tondo rimuginando sul da farsi. Pensava "hanno preso gli steroidi, sono grasse cosa posso fare?" ebbe l'idea! - Ragazze adesso farete un corso ultrarapido di dimagrimento! Visto che siamo su un grattacielo di trenta piani voglio che cominciate a correre per le scale, trasportiate tutto l'arredamento del primo piano al trentesimo, quello del ventinovesimo al secondo e così via! Fatemi anche delle flessioni se siete stanche ed ora avanti marsc'! -.
    Le modelle salivano e scendevano, scendevano e salivano trasportando mobilia, impiegati e piante di ficus finte su e giù nel grattacielo. Piano piano i pesanti cumuli di grasso stavano lasciando spazio a possenti bicipiti e tricipiti, le modelle ormai quando si sentivano stanche non facevano solo flessioni, ma anche squat con le scrivanie sulle spalle, curl con le piante, e alzavano con una mano sola sopra la testa degli impauriti impiegati. 
    Nel frattempo Von De Fluchten scattava foto su foto. Ormai era sera e T.D. dopo avergli fatto cambiare l'arredamento a tutto l'edificio non ne voleva più sapere di fare il servizio fotografico.
    - Non ne posso più. Per oggi è andata così! Domani faremo le foto -.
    Ma Von De Fluchten sogghignava... 
    Il giorno dopo T.D. stava tornando al suo ufficio, che era stato spostato al quinto piano. Flex gli venne in contro con il catalogo fresco di stampa. 
    - Signor Smitherson, d-deve credermi n-non ne sapevo niente! Ma Von de Fluchten ha dato già le foto in stampa e-e... è questo il risultato.
    T.D. sfogliava le pagine e dalle foto si vedevano delle possenti modelle alzare tavoli, impiegati, mobili, sempre in posa sugli scalini, immerse nel verde di piante di ficus, finte.
    Salì velocemente le scale fino al sedicesimo piano dove incontrò Von de Fluchten e il direttore della rivista, tale Pinnard. T.D. avrebbe volentieri stritolato il collo al fotografo se non fosse per il mega sorriso di Pinnard. 
    - Signor Smitherson eccellente idea la sua, eccellente! Non solo abbiamo rinnovato i locali a costo zero, ma le foto sono fantastiche! Le modelle hanno anche ricevuto parecchie offerte di lavoro come lottatrici di wrestling e in una famosa ditta di traslochi! E' incredibile! Complimenti -
    - Beh... io veramente ho solo visto l'opportunità... ed è andata bene! - T.D. continuava ancora a lanciare occhiatacce a Von De Fluchten -se mi combini un'altra cosa del genere...- ma il fotografo      sorridendo - Beh... ci sarebbero quelle foto con i gattini siamesi... ho paura che non vadano tanto d'accordo con i dobermann... -. T.D. tirò dietro una pianta di ficus a Von De Fluchten, l'unica vera. 

  • 30 ottobre 2012 alle ore 22:16
    Cinque personaggi per uno scrittore senza talento

    Come comincia: Salve, mi presento sono Bart Stephenson, scrittore che ha avuto un successo inaspettato col suo primo libro e vorrei raccontarvi la mia storia, qui, sul cornicione del dodicesimo piano del palazzo del mio editore e talent scout, John Frugatti.
    Potrei cominciare con "Era una notte buia e tempestosa..." oppure con "Stavo seduto al bar, bevendo il mio caffè quando..." o addirittura con "C'era una volta, un ragazzo che..." ma ho finito i cliché e quello che ho da dirvi è soltanto la verità o buona parte di essa. Ormai avevo tentato tutto: scrivere un musical, un romanzo, un giallo, un noir, una sceneggiatura per un film, la lista della spesa, una raccolta di poesie. Nessuno mi voleva pubblicare. Mi dicevano: "Già letto...", "Questa sembra la fotocopia di Rambo, se vuoi chiamo Stallone per il ruolo principale...", "Questo è interessante!" ma era rivolto alla lista della spesa. I personaggi nelle mie storie erano scontati e di conseguenza lo erano anche le storie. Non riuscivo a creare il carattere giusto per farli emergere.
    Ad esempio il soldato T.D. Smitherson era un reduce, unico sopravvissuto del suo battaglione, che voleva semplicemente tornarsene a casa finita la guerra e invece ne iniziava una nuova appena entrato nella sua contea.
    L'investigatore Dalten era sempre occupato a combattere il suo alcolismo e a risolvere intricati delitti senza risparmiarsi, soprattutto col whisky.
    Martin de Chaque era un cuoco pasticcione nato in un piccolo paesino della Francia che voleva diventare il più grande chef di Parigi e veniva aiutato da chi? Un gatto parlante.
    Nemmeno la storia di Ricky De La Santè diceva un granché agli editori, la vita di un fashion designer omosessuale, col sogno di lavorare per una grande casa di moda a New York con la fissa per gli accostamenti tra colore di smalto per unghie e vestitini per barboncini.
    Così stremato dal mio ennesimo giro a vuoto per cercare di vendere le mie scartoffie, tornai a casa, strascicando i piedi. Una volta dentro ho fatto quasi un infarto. Cinque figure mi stavano aspettando. Uno atletico, in divisa mimetica, stava controllando il suo mitra. Un altro barcollando stava rovistando tra i cassetti e di tanto in tanto beveva da una borraccia di metallo che nascondeva nel cappotto. Il terzo uno smilzo col ciuffo viola e gli occhiali asimmetrici stava selezionando i miei vestiti, buttando sul letto quelli che andavano bene e lanciando per terra quelli che andavano male. Sfortunatamente si era salvata solo una camicia hawaiana. Quello corpulento stava armeggiando con l'apriscatole per tentare d'aprire una scatoletta ma notata la data di scadenza rinunciò. Mi venne incontro l'ultimo strano ospite. Il gatto si era fermato davanti a me e mi fissava con i suoi occhi arancioni: - "Noi e te, miao, dobbiamo parlare seriamente su come ci stai trattando nelle schifezze che stai scrivendo. Miao, se dobbiamo continuare a lavorare insieme segui le nostre istruzioni e non te ne pentirai, miaooo". Sono svenuto.
    I personaggi davanti a me si lamentavano di come li facessi vivere. Così ogni sera a turno si mettevano al mio fianco alla scrivania e mi raccontavano quello che volevano fare. Mi limitavo solo a battere al computer per loro.
    Il cuoco e il gatto cucinavano cenette da gran ristorante, ovviamente annaffiate dalle scelte enologiche dell'investigatore che chiese perciò di passare da "alcolizzato" a "intenditore di vini". Lo stilista un po' alticcio una sera fece una proposta al gruppo: - "Perché non ci scambiamo i generi? Vorrei tanto provare un'avventura in mimetica come Tiddy..." Tiddy ovvero T.D. si mise a ridere fragorosamente: - "Te non dureresti una pagina immerso nel fango di una jungla attorniato dai Viet-cong... cosa faresti, li graffi tutti a morte?!". Dalten stappando un'altra bottiglia intervenne: - "Perché no? Potrei farmi un giro nei ristoranti di Martin evitare per un po' gli omicidi, prendermi una pausa...". Dominic, il gatto, come si era fatto ribattezzare si stiracchiò: - "Vorrei anch'io, miao cambiare genere, se ti va li risolvo io due o tre casi di omicidio al posto tuo, miaooo". T.D. colpendo coi pugni sul tavolo: -"Volete venirmi a dire che magari io dovrei andare a coordinare cappellini e scarpette per le modelle di New York? Finalmente vedrò un pò di passera, ci sto!" e Martin spegnendo il gas concluse "... e se Dominic ha bisogno di un assistente per le indagini sono pronto, mi sembra sia la ricetta giusta per ravvivarci!". Ero alla loro totale mercé e più scrivevo per loro e più sparivano i miei pensieri. La vera catastrofe avvenne quando consegnai per sbaglio il plico con le storie strampalate a Frugatti. Temevo di venire deriso fino alla morte e invece l'editore cascato dalla sua poltrona in pelle ha cominciato a chiamare un numero dopo l'altro e a faxare parti dei racconti ai manager della casa editrice e nel giro di due settimane il libro era su tutti gli scaffali e tradotto in più lingue. Persino un film era in progetto presso una famosa casa cinematografica. 
    Dovrei essere contento no?! Finalmente fama e gloria. Purtroppo mi hanno chiesto un seguito al libro, con gli stessi personaggi.  Non voglio mentire ai lettori, le storie non sono create da me e per questo mi trovo qua, sul cornicione deciso a scrivere la fine della mia storia, ma a modo mio.

  • 02 ottobre 2012 alle ore 23:37
    Jolène e Maribel

    Come comincia: Era uno schifo di posto. Ma era il loro posto segreto. Visitato dai ratti, belli grossi che sembravano linci e poi i rugginosi binari della ferrovia appena oltre il canale artificiale, dove se riuscivi a vedere il fondo, voleva dire che ti ci stavi ammazzando. Eppure là sono nate le più belle avventure, create dalle libere immaginazioni di due amiche, due giovani ragazzine non ancora entrate nel pieno dell'adolescenza. I ratti diventavano possenti unicorni, i treni portavano giovani esultanti verso splendidi orizzonti e il canale si faceva teatro di incredibili battaglie marine. Poi si ritornava alla realtà. La realtà era una merda. Loro lo sapevano, ma non potevano farci niente. Si erano legate come amiche del cuore, col patto di sangue, Maribel si era presa anche un'infezione, era stata male una settimana mentre Jolène aveva avuto la fortuna di avere del disinfettante in casa, scaduto, ma ancora efficiente. Maribel era figlia di un'immigrata irregolare e stava sempre fuori casa, quando mamma doveva lavorare. "Lavorava" in casa, ogni tanto riceveva degli uomini e Maribel dal cortile sul retro li vedeva entrare, stare dai dieci ai venti minuti ed uscire, qualcuno arrabbiato, altri invece erano più svelti dei topi di fogna nel dileguarsi. Jolène invece stava sempre in casa perché suo padre era spesso in centro città. Lavorava per modo di dire, tornava sbronzo, si portava delle videocassette porno prestate da Larry, l'unico uomo di cui conosceva il nome oltre a quello di suo padre e ne riconosceva la puzza di vestiti sporchi e unti. Capitò per sbaglio che Larry consegnò a suo padre una videocassetta su dei conigli bianchi, che correvano in un cortile. Jolène l'aveva vista e la volle tenere. L'unico regalo che il padre gli avesse fatto. Un altro hobby del padre erano le pillole. Ne aveva in quantità e qualità diverse e poi fumava delle sigarette che puzzavano così tanto che a Jolène girava la testa e per quello si fiondava in cortile, dove aveva conosciuto Maribel. Maribel aveva una madre, Jolène aveva un padre e pure uno “zio” squinternato a quanto pare. La famiglia perfetta. La vera madre Jolène era scappata via, per fuggire da un marito disoccupato che riversava le sue frustazioni sulla moglie, a volte con la cinghia dei pantaloni, altre volte con un bastone o qualsiasi altro oggetto fracassabile. La mamma di Jolène era scappata da sola e sapendo che lui l'avrebbe cercata dappertutto se si fosse portata via la figlia l'aveva abbandonata a lui, sperando che almeno con lei avesse più pietà. Aveva visto quasi giusto, infatti non la picchiava, gli ordinava solo di fargli da mangiare, gli diceva che gli faceva schifo tutto, usciva di casa e tornava solo più sbronzo di prima, si impasticcava, si fumava una sua sigaretta modificata, come diceva lui, per poi crollare davanti ad un film porno seduto sulla poltrona. La solita routine. Maribel e Jolène quindi trascorrevano un pò di ore spensierate, lontane da tutti, lontane da tutto. Un auto lussuosa sbucò in quell'angolo di periferia. Una macchina che non si vedeva in giro, nemmeno nelle riviste. Scesero uno sui quaranta, l'autista e l'altro molto più vecchio, vestito come l'omino del monopoli, con tanto di baffoni bianchi. Entrarono in casa di Maribel, che quel giorno però rimase dentro, Passò una settimana prima che le due amiche si rincontrassero nel loro posto segreto. Jolène era contenta di rivederla, ma Maribel sembrava fredda e distaccata. Non si fece abbracciare, si sedette solo sul blocco di cemento davanti al canale. Fissò a lungo l'acqua e poi incominciò a piangere. Solo dopo qualche minuto Jolène riuscì ad avvicinarsi a lei e quest'ultima si lasciò finalmente abbracciare. Tra i singhiozzi Maribel le disse soltanto "Mia mamma ha detto che sono diventata una donna adesso...". Le cose erano cambiate tra loro. Maribel ogni tanto obbligata a rimanere a casa con sua madre a lavorare e Jolène passava allora le sue giornate rivedendo il video dei conigli fino a quando non ritornava suo padre. Un giorno Larry chiamò suo padre per un lavoro in città. Era solo una scusa banale per passargli un po’ di roba nuova e una videocassetta, che Larry assicurava, aveva dentro di tutto, l'inimmaginabile, donne, animali, donne con teste di animali e porcate del genere, tutta roba molto forte. Riuscì a tornare a casa solo il diavolo sapeva come, ubriaco fradicio e fatto. Aveva solo in mente di vedersi quella merda e di continuare a impasticcarsi. Jolène non aveva fatto in tempo a togliere la cassetta dal videoregistratore, e allora lui andò su tutte le furie. Prese un canale a caso e ci registrò sopra una sfilza di televendite noiose. Mandò Jolène in camera sua e le proibì di uscirne. Poi barcollando, mise la sua cassetta e iniziò la visione. Quello che vide era oltre il suo perverso immaginario pornografico. Una donna con la testa di un pupazzo di coniglio si spalmava addosso un liquido rosso e denso. Poi si vedevano pitoni, donne legate al letto e cosparse di scarafaggi. Un uomo entrava nella stanza e picchiava la donna di turno, poi la scena cambiava ancora ed un altro fingendosi il padre della donna del video, le somministrava un sonnifero e abusava di lei nel sonno. Tutto il video bombardato da una musica tecno incessante. Non poteva credere ai suoi occhi, scene ancora più raccapriccianti, e lui riavvolgeva il nastro e riguardava, riguardava i vari pezzi, due, tre, quattro volte ed ogni volta che ricominciava si impasticcava o beveva del whisky direttamente dalla bottiglia. Larry questa volta aveva fatto centro. Ma una scena aveva fatto scattare la molla sbagliata nella testa di quel padre degenerato. Così, dopo anni, si mise ai fornelli e preparò un brodo, un lurido brodo dove cominciò a buttarci dentro pillole, farle sciogliere bene ed aggiungere ancora pillole. Poi chiamò Jolène in cucina e le disse, con parole dolci, che gli dispiaceva di averla sgridata e di averle cancellato la cassetta. Jolène guardava quel piatto fondo con il brodo. Sembrava il canale artificiale, aveva lo stesso colore. Poi il padre gli porse il cucchiaio, la invitò a mangiare tutto il brodo e gli promise che avrebbe chiesto a Larry una copia di quel video dei conigli, per farsi perdonare. Jolène a quelle parole non poté far altro che fidarsi. Tornò a vedersi il video per caricarsi ancora e dopo qualche minuto sentì un tonfo dalla cucina. Segno che Jolène era partita per un profondo sonno, L'aguzzino di padre allora si avvicinò a lei e le prese il braccio. Per la prima volta provò paura. Non sentiva più il polso della figlia. Indietreggiò a bocca aperta, stordito dalle droghe che aveva preso cominciò a vedere conigli bianchi sbucare da ogni dove. Lanciò un urlo e solo dopo minuti si rese conto di aver perso il controllo su tutto. Prese il corpo leggero di Jolène e lo ripose sul letto in camera sua. Gettò via il brodo restante e mise delle pastiglie in mano alla povera piccola, ed altre sul comodino. Poi prese il telefono e chiamò un'ambulanza. Maribel scesa nel cortile vedeva solo le luci azzurre lampeggiare sulle case diroccate. Dei poliziotti portavano via in manette il padre a cui non credettero sin da subito all'ipotesi del suicidio di Jolène. Maribel vide una lettiga con un corpo coperto salire sull'ambulanza. Nel frattempo la madre di Maribel ci pensò due volte ad affacciarsi alla finestra per non farsi vedere dagli agenti e si chiuse bene in casa. Maribel ora sola, si recò per un ultima volta nel loro posto segreto. Fissava il fondo del canale artificiale e cominciò a domandarsi se nella sua profondità avrebbe rivisto l’amica Jolène e vi si lanciò per cercarla.

  • 29 settembre 2012 alle ore 3:41
    Quegli occhi verdi

    Come comincia: Fare il cameriere è un bel mestiere. Conosci parecchie persone, provenienti da chissà quale angolo del mondo, ognuno ti porta qualcosa e se è possibile ad ognuno regalo qualcosa io. Certo, non sempre è rose e fiori, c'è chi si lamenta del prezzo, del panino che è troppo grande o troppo piccolo, del caffè che è troppo freddo o troppo caldo, ma si sa il mondo è bello perchè è vario.
    Dopo tanti anni di servizio, non vi dirò quanti e non siate maliziosi, si apprende una cosa importantissima: si impara ad osservare.
    Ad esempio la maggior parte delle coppiette che arrivano, sono tutte felici, tubano sui tavoli, tant'è vero che occorre farsi spazio tra le loro posizioni "kamasutresche", altre invece sembrano sull'orlo di una guerra totale e svelto cerco di eliminare più oggetti dal tavolo per prevenire il lancio di questo o di quello.
    L'unica cosa che mi lascia sgomento è quando c'è la coppia dove lui comanda lei. Comandare forse è riduttivo. Umiliare, forse è ancora troppo poco.
    Si sedette una volta una coppia, dove lui tronfio del suo bell'aspetto, del vestito griffato, dell'orologio di marca e gli occhiali scuri ordina sicuro, per lui, un bel Negroni con tanto gin. E per lei? Per lei niente, se ne sta ferma. Zitta. Anche lei vestita bene, il tallieur, con quegli occhiali scuri, dalla lente molto ampia, tanto che sembra un ape. Lei composta non si smuove e non parla. Lui invece sembra un tutt'uno col cellulare, chiama, manda sms, ride e scherza con chi è dall'altra parte del telefono, senza degnare una parola la donna.
    Mi chino per vedere se volesse ordinare anche la signora e lui brusco "portagli dell'acqua naturale..." e lei "magari gass..." lui la interrompe "liscia va bene e portami un'altro Negroni e non essere tirchio col gin!". Così non mi resta che prendere l'ordine e portare "per sbaglio" l'acqua gassata. Forse in quel momento sono riuscito a vedere un lieve sorriso della donna, subito smorzato dall'uomo che prendendo le sigarette lancia un'occhiataccia a lei e di striscio anche a  me. Non è da me ascoltare gli affari degli altri, ma vedevo che ormai lui si era incattivito. Tirava una boccata alla sigaretta e beveva il drink, versando sulla donna una serie di parole che avrebbero fatto impallidire un gestapo: "Sei sempre la solita ... Non ti devo portare in giro ... stavi meglio in quel porcile di casa ... se non fosse per me staresti nella merda ...  sei sempre pronta a fare gli occhi dolci a destra e a manca ... sei una nullità ...  forse era meglio se mi scopavo tua sorella ...  sei un'idiota ... ti dovrei far vedere io ... aspetta che andiamo a casa e vedi come ci si comporta ...". Vedevo una bella donna spegnersi poco a poco, diventare sempre più piccola, sembrava diventare una bambola di pezza. Lui invece diventava un gigante, un gigante cattivo. La donna stava cercando di mantenersi, di non crollare in un pianto e cercava disperatamente nella borsa, un fazzoletto. Trovato si alzò e corse dentro al bar e chiedendo ad una mia collega, si indirizzò verso il bagno. L'uomo mi fece un cenno, come si fa ad un cane e mi ordinò un terzo Negroni. Gli portai il peggior Negroni della mia carriera, e lui se lo scolò in due secondi, accendendosi un'altra sigaretta e guardandosi in giro.
    Lui si concedeva il lusso di guardare le altre ragazze, di fare a loro sorrisetti maliziosi. Nel frattempo la donna stava ritornando al tavolo, senza gli occhiali addosso, perché se li era dimenticati nel bagno. Quello che non mi dimenticai io furono invece i suoi occhi. Belli, verdi ma tristi. Lui ricominciò ad insultarla con frasi come "Cretina! Quegli occhiali mi costano una fortuna! Spera solo di ritrovarli altrimenti ti faccio vedere io!". Fu solo allora che i nostri sguardi si incrociarono di nuovo, forse per l'ultima volta. Non avevo notato i segni sotto gli occhi, scambiandoli per un trucco sbavato. Forse l'animale l'aveva picchiata, probabilmente non una sola volta. Durò solo qualche istante, un attimo che se lei mi avesse chiesto aiuto non gli avrei negato niente. Lei corse in bagno, ritrovò gli occhiali e rinascose i suoi, anche se tristi, occhi verdi.
    L'animale a quel punto mi chiese il conto. La donna, sminuita a bambola di pezza si alzò e guardandomi con quegli occhialoni sembrò sul punto di chiedermi qualcosa. Non fece mai in tempo, perchè lui la prese per il braccio con forza e se la portò via, lasciando anche a me con un buco nel cuore e senza possibilità di farla uscire da quel mondo di terrore.