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in archivio dal 09 ott 2006

Stefano Bonfreschi

01 dicembre 1958, Modena

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  • 09 ottobre 2006
    Ex aereo da combattimento

    Precipito a secco
    colpito da una penna incandescente
    che mi ha sorpreso il cuore
    con tutta la densità
    di un amore papillare.

    E’ una discesa ad arco
    tra il vento
    e il cielo
    in tutto il suo splendore
    con una scia di fumo
    che odora un po’ di chiesa
    e un po’ di carnevale.

    Non serve urlare
    non serve pregare
    non serve cantare.

    Là sotto c’è il terrore
    con tutta la terragna
    ingenua fissità
    di essere
    semplicemente
    suolo
    mentre
    io
    sono solo
    a morire
    prima del tempo
    prima che faccia notte
    prima che gli altri
    finiscano di brindare
    al nuovo sorgere del sole
    che non sarà mai mio.

    Ed è un pensiero cieco
    questo
    che mi uccide
    ancor prima
    dello schianto.

     
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  • 16 febbraio 2007
    Phabulae (1)

    Come comincia: I
    Trasformato in uno scroscio di segnali senza tempo, l'arido vecchio fu scoperto nel campo di grano in ginocchio sotto la quercia. Abbracciava e baciava il tronco, pantaloni slacciati ed il membro proteso in un amplesso vegetale. Al bimbo biondo e alla bimba, trecce nere nere, che chiedevano egli rispose: "Riporto la vita a colei che me la diede tremila anni fa". La bimba sorrise e il bimbo non capì.

    II
    La giovanissima merlettaia di Murano sorrideva tranquilla al sole lagunare mentre nel suo basso ventre giungeva trionfante la verginità. Passò il Bucintoro e dalla dorata finestra di poppa ella vide il Doge protendersi a pisciare. Avvolto in un'aura di porpora col piccolo membro nella mano. La giovane rise sapendo che ancora avrebbe riso per altri cinquant'anni.

    III
    Seduto nella penombra del laboratorio il falegname contava le dita segate, disposte in fila sul tavolo tra sgorbie e segatura. Pensò alle lucertole mentre un acuto dolore giungeva in sordina. "Ne farò una collana per la mia fidanzata". E così dicendo corse subito dall'orefice proprio di fronte a casa, dall'altra parte della strada.

    IV
    Dopo avere estratto la spina dalla zampa del leone entrato urlante nel convento, San Gerolamo accarezzò l'aspra criniera e gli disse dolci parole di conforto. Il leone acquietato poggiò con piacere il muso nel grembo del santo mostrandogli eterna gratitudine e devozione. La mattina dopo, l'anacoreta lo portò con sé presso il signore della città e glielo vendette per cinquanta fiorini d'oro.

    V
    Incatenata alla grotta del drago, la fanciulla gemeva in preda all'orrore. Venne l'alba e in uno sbuffo di vapore nerastro il drago uscì dalla tana. Annusò la fanciulla urlante idiota, intrisa la veste d'urina, e non gli piacque. Se ne andò disgustato. Verso il tramonto San Giorgio, passando, vide la pazza incatenata, la slegò e la riportò in città. Colà una folla in estasi lo portò di peso alla reggia proclamandolo eroe.

    VI
    Fu annunciato un treno in transito sul terzo binario. Dopo alcuni minuti lo si vide arrivare. Passò per la stazione con frastuono di vento e rotaie. Cinque minuti più tardi il treno continuava a passare veloce per la stazione con i vagoni che non finivano più. Poi un'ora, poi un giorno. Sono trascorsi tre anni ed ora accorre gente da tutto il mondo, da sola o in comitiva, per vedere i passeggeri che sfilano salutandoti dai finestrini di quel treno che non finisce mai.

    VII
    L'esile fidanzatina aspettava sul molo il suo marinaio in viaggio per le Indie lontane. Se ne restò seduta di fronte al mare per moltissimi anni. Quando lui tornò essi non si riconobbero, mutati dal tempo e dai ricordi. Ora sono così, lei seduta aspettando, lui che passa per il molo tutti i giorni a cercare il suo giovane amore.

    VIII
    Il cavaliere mosse la torre e diede scacco matto. La Morte s'alzò di scatto rovesciando la scacchiera e volò via urlando attraverso la finestra. Il cavaliere io l'ho conosciuto. Fa il bagnino a Riccione, senza famiglia o amici. Tutte le sere, da settecentocinquant'anni, ha un sussulto, si alza verso la finestra e piangendo guarda il tramonto.

    IX
    Agostino, il santo futuro, era allora un giovane promettente, anche se talvolta amava indulgere al vino. Un mattino, dopo una notte passata col gomito sempre due dita più in alto del naso, si trovò a passeggiare lungo la spiaggia. La testa dolente e la vista annebbiata, quasi non si accorse del bimbo col cucchiaio in mano. "Cosa stai facendo fanciullo?" chiese e il bimbo rispose: "Vuoto il mare versando l'acqua dentro questa buca". Fu in quel momento che Agostino capì. "Ma così non vi riuscirai mai. Usa un bacile!"

    X
    Papa Leone I cavalcava con tutto il seguito per andare incontro al "Flagello di Dio". Erano giorni e settimane che cavalcavano. Attraverso città e villaggi. Pianure e montagne. Laggiù in fondo, oltre il grande fiume, lui avrebbe affrontato il nemico. Giunto alla fine del viaggio, passato il Po, vide arrivare un gran corteo di uomini e animali. Davanti a tutti, vestito di bianco, papa Leone I.

     
  • 13 ottobre 2006
    Fine

    Come comincia: La rabbia verso il nemico è svanita. La battaglia è stata dura, aspra come non avrei immaginato.
    C’era un freddo intenso stamattina, tra i cespugli secchi e i sassi. Le dita facevano male a stringere il fucile e ci si rannicchiava dentro ai buchi a mordere il fango congelato come dentro il ventre di una madre morta. Ho urlato ogni volta che sparavo e volevo che col fiato se ne uscissero i pensieri.
    Ora che il combattimento è finito ho qui davanti a me due prigionieri e un ordine da eseguire.
    Non sono più nemici, per me, ma due uomini sconfitti e stanchi, impauriti e sporchi come me. Stanno in ginocchio, le mani legate dietro alla schiena e mi guardano.
    Uno, avrà vent’anni, ha un graffio sulla guancia e tace.
    I suoi occhi, ha un leggero strabismo in quello sinistro, si muovono con lentezza dal mio viso alle mani che impugano il fucile mitragliatore.
    L’altro, più vecchio, guarda gli alberi oltre le spalle e parla in fretta.
    Ogni tanto si ferma per prendere fiato, poi continua come se corresse.
    Si sporge in avanti, quanto gli consente la scomoda posizione e punta col mento.
    Si chiama Armando e abita lontano da qui, nella direzione di quegli alberi. È come se la vedesse quella casa, come se fosse proprio lì, appena dietro ai rami.
    Mi giro anch’io a guardare.
    È lì che vive, da quando è nato, pure suo padre, che ora è anziano, vi ha trascorso tutta la vita.
    C’è anche la bottega dove lavora, di fronte a casa. Lui è un liutaio, anche suo padre lo era, ma ora gli tremano le mani e non riescie più a lavorare.
    Piange, ma continua a parlare.
    Sua moglie, perché è sposato, sua moglie si chiama Sara insegna alla scuola elementare. Hanno un figlio di undici anni. Ha solo undici anni, ma è già bravissimo a suonare il violoncello.
    Io, intanto, armo il fucile.
    Lui alza la voce. Mi dice di aspettare. Mi dice che il figlio si chiama Giulio e che l’anno prossimo lo manderà al conservatorio, che è un vero talento, che potrebbe.
    Sparo una raffica.
    E pongo a questa storia la parola fine