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Autore

Stefano Di Lorito

in archivio dal 23 giu 2008

31 dicembre 1963, Genova

20 gennaio 2009

La principessa povera

Intro: Una favola che insegna che spesso, nonostante gli sforzi, non riusciamo a piacere a qualcuno. Ci resta solo la delusione, la tristezza e un pugno di mosche. Ancora di più se facciamo tutto questo per chi non lo merita.

Il racconto

C’era una volta una principessa di nome Normalina.
La principessa era una normale principessa, non particolarmente bella, ma nemmeno brutta, non molto alta, ma nemmeno bassa, non molto intelligente, ma nemmeno stupida.
Suo padre, il re, era un re normale, come tanti altri; non più giovane, ma non ancora vecchio, non molto potente, ma nemmeno debole, né buono né cattivo.
Il regno del re e della principessa era un regno normale, si chiamava infatti Normalandia, né grande né piccolo, non ricco, ma nemmeno povero, non sovraffollato ma nemmeno disabitato.
Tutti vivevano delle vite normali, non avventurose, ma neanche banali o noiose.
Un giorno giunse davanti alle porte della capitale un corteo regale, in visita da un altro regno.
In testa allo sfarzoso corteo trottava il Principe Anselmo, figlio del potente e ricchissimo re di Crapulonia. In sella a un destriero bianco splendente, il principe vestiva tutto di broccati e sete, ricamati d’oro e pietre preziose. Mai nel regno di Normalandia si era visto tanto lusso tutto in una volta.
Il re e la principessa Normalina, si precipitarono all’ingresso del loro palazzo, nè grande nè piccolo, per salutare e accogliere il principe Anselmo.
Il corteo giunse quindi davanti al palazzo e il principe Anselmo mise piede a terra, su un tappeto intessuto d’oro, che un suo valletto gli aveva posto accanto al cavallo.
La principessa Normalina, abbagliata dallo splendore del principe rimase incantata e senza parole.
Il re si avvicinò ad Anselmo e lo abbracciò e baciò, come usa tra le persone civili.
Ma Anselmo ricevette con poca grazia quel gesto di benvenuto e si affrettò a lustrarsi le guance che il re aveva baciato, con un fazzolettino di seta purissima.
La povera principessa era stata folgorata dalla bellezza del principe Anselmo che, oltre che riccamente abbigliato, era veramente molto bello e ben fatto, per quanto tutti notassero come fosse un po’ carente di gusto e di educazione.
Tutta la città venne addobbata a festa, come mai era stato fatto a memoria d’uomo, in onore del principe Anselmo.
Al banchetto furono serviti tutti i cibi più raffinati e deliziosi, per compiacere il palato del nobile ospite.
La principessa Normalina, poverina, se ne stava seduta di fronte al principe Anselmo, piluccando appena un grappolino d’uva, con gli occhi incollati sul giovane aitante rampollo del re di Crapulonia. Era ormai completamente innamorata.
La sera, dopo che si furono ritirati, Normalina andò dal padre e lo informò con grande calore dell’amore che sentiva per Anselmo.
Il re, che si era accorto subito del dardo che aveva trafitto il cuore della sua unica figlia, promise alla fanciulla di parlare col principe, per capire se anche lui provasse gli stessi sentimenti.
Il giorno dopo, mentre passeggiavano per i giardini del palazzo, nè troppo grandi nè troppo piccoli, il re prese sottobraccio Anselmo e con garbo e molta attenzione portò il discorso su sua figlia.
Al sentire il nome della giovane, il principe si fece rosso in viso e cominciò a balbettare, il re ebbe così la prova che anche lui era follemente innamorato.
Rientrò quindi alla reggia, non tanto sontuosa ma nemmeno spoglia, con il cuore pieno di gioia, per dare la notizia all’amata figlia.
I festeggiamenti per l’ospite durarono alcuni giorni, durante i quali le dispense del palazzo furono svuotate di ogni ben di Dio, per onorare il principe.
Quando giunse la vigilia della partenza, il re, che vedeva la figlia struggersi d’amore per il bel giovane, si fece coraggio e preso Anselmo in disparte, gli comunicò i sentimenti che ella provava per lui.
Anselmo ne fu tutto felice, si fece ancora più rosso in viso e confessò al re di essersi innamorato di Normalina al primo sguardo.
Il re scoppiava di felicità, voleva correre subito dalla figlia per darle la bellissima notizia, ma vide che Anselmo si era fatto pensieroso. Gli domandò come mai fosse triste invece di essere contento e il principe gli fece una confessione.
Gli disse che suo padre e sua madre, i sovrani di Crapulonia, non avrebbero mai acconsentito alle sue nozze con una principessa di un regno così povero.
Il re fu quasi colto dal pianto a sentire quelle parole e si ritirò nelle sue stanze a meditare.
Dopo una notte insonne, passata ad arrovellarsi sul problema, si alzò dal letto con una decisione in testa.
Prima di tutto andò dalla figlia e la informò dell’amore di Anselmo.
A sentire la notizia, Normalina pianse di gioia e abbracciò il padre e si mise a saltare sul letto e non finiva più di agitarsi. Purtroppo il re dovette anche dirle del problema che Anselmo gli aveva posto e la sua povera figlia passò in un istante dalle lacrime di gioia a quelle di disperazione.
Il re, che pur non essendo né buono né cattivo, amava la sua unica figlia più di qualunque altra cosa al mondo, si affrettò a metterla al corrente della sua decisione. Avrebbe trasformato il suo regno nel luogo più lussuoso che si fosse mai visto, per non dispiacere ai sovrani di Crapulonia.
Quando si salutarono per la partenza, il re disse al principe che, se fosse tornato di lì a un anno, in compagnia dei genitori, avrebbe trovato il regno, la capitale e il palazzo trasformati e avrebbe potuto senz’altro sposare Normalina.
Anselmo ne fu tutto felice e partì al galoppo con tutto il suo seguito, per dare la grande notizia ai genitori.
Immediatamente il re promulgò un editto, nel quale imponeva a tutti gli abitanti di partecipare, senza risparmiare né lavoro né denaro né ingegno, alla trasformazione del regno. Tutto doveva essere abbellito, ricostruito, addobbato e decorato.
Per un anno intero tutto il regno di Normalandia fu assorbito in questa epica impresa. Alla fine non restava più una moneta d’oro nelle casse del re o nel borsellino del più umile artigiano. I granai erano vuoti, i magazzini privi di tutto, la gente era tutta dimagrita per i digiuni forzati, però tutti vestivano abiti di velluto e seta e la capitale era uno splendore di marmi e ori e opere d’arte.
Il re e la principessa, fin dalle prime luci dell’alba, stavano sulla torre del palazzo, né alta né bassa, per avvistare il corteo dei sovrani di Crapulonia. Quando lo videro spuntare al limite della valle, non molto estesa ma nemmeno angusta, i loro cuori ebbero un sobbalzo.
Alla notizia dell’avvistamento la capitale si animò come un alveare, tutti correvano di qua e di là per dare gli ultimi ritocchi. Chi spolverava per la centesima volta le bandiere, chi spazzava la strada, ormai lucida come uno specchio, chi si abbigliava col suo vestito più bello.
Il corteo dei signori di Crapulonia giunse davanti al palazzo, che risplendeva come un gioiello.
Il re e la regina scesero dalla carrozza, accompagnati dal principe.
Anselmo non osava levare lo sguardo sul re di Normalandia, né tantomeno sulla principessa Normalina.
Il signore di Crapulonia, con fare gentile ma altezzoso, si guardò intorno per un po’. Ammirò il palazzo e i vestiti dei nobili e del popolo, tutti ricchi e impeccabili, notò le strade belle e pulite e i giardini rigogliosi di fiori e piante.
Poi si avvicinò al re di Normalandia e presolo sotto braccio, si incamminò verso il palazzo, come fosse casa sua. Tutti notarono che anche il padre, così come il figlio, mancasse di educazione e buon gusto. I due sovrani si ritirarono quindi nel palazzo.
Passarono le ore e nulla si sapeva della decisione del re di Crapulonia o anche solo di cosa stessero discutendo i due regnanti.
Normalina ed Anselmo se ne stavano in disparte, ognuno per conto suo, lui nella sua stanza e lei nella sua, tenendo il fiato sospeso per l’attesa sfibrante. Gli abitanti della capitale erano tutti raccolti intorno al palazzo reale, in silente e trepidante attesa.
Alla fine dopo molte ore i due sovrani ricomparvero nella sala del trono.
Tutti i cortigiani si fecero attorno, per sapere finalmente quale fosse l’esito di tutto l’immenso sforzo che avevano sostenuto per amore della principessa.
Il re di Crapulonia si portò al centro del palco reale e nella sala calò il silenzio.
Si schiarì la voce con un colpo di tosse e poi disse, con voce annoiata che sì, il palazzo era bello, ma i marmi non erano di prima qualità, gli ori non erano puri e i tessuti belli ma di fattura mediocre, che la città era pulita ma non splendente, che i giardini erano rigogliosi ma non lussureggianti, che gli abiti dei cortigiani erano ricchi ma non lussuosi, che tutto il regno era bello ma non stupefacente.
Quindi non avrebbe potuto dare in sposo suo figlio alla figlia del re di Normalandia.
Detto questo, tutto il corteo uscì dal palazzo e si diresse verso le porte della città, per rientrare a Crapulonia.
La principessa Normalina si chiuse nelle sue stanze, il re rimase seduto sul suo trono e tutti i cortigiani se ne stavano muti e afflitti per le stanze del palazzo. In città gli abitanti erano tristi e disperati. Avevano dato fondo a tutte le loro ricchezze, ai loro sforzi, al loro ingegno, ma non era bastato. Adesso si ritrovavano un regno bellissimo, ma privi di risorse e perfino il cibo scarseggiava.
Da quel giorno, in tutto il regno di Normalandia, fu proibito per legge, di eccedere in sfarzo e lusso.

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