username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Stefano Esposito

in archivio dal 07 feb 2013

napoli

08 febbraio 2013 alle ore 13:56

Innamorato di un'idea

Il racconto

La conobbi più o meno un anno fa, era bella, era bella, era veramente bella... fummo presentati da Italo Calvino, un amico in comune. Io la ricordo, quando la toccai quella prima volta,  incandescente come il fuoco e il posto, un gazebo costruito in legno intarsiato ricoperto di fiori profumati e cime di cannabis. In alcuni decori, potevo distinguere chiaramente dei bulloni, che con licenza della poesia mi piace descriverli come orecchini incastonati nei suoi piccoli lobi. Riuscivo a malapena a tenere gli occhi alzati verso di lei poiché la mia attenzione era tutta rivolta verso i suoi steli e il suo dietro. Fortuna che la bambina a cui erano destinate le esperienze di Marcovaldo prese il sopravvento nella discussione e mi staccò da tutto quel prosperare di curve e buonumore.
In quel periodo non ero molto carico, il mio ritmo biologico era agitato, esasperato, accelerato a tal punto che potevo vedermi invecchiare a vista d'occhio ogni mattina; il mio ritmo cerebrale invece era quasi del tutto inattivo, fossilizzato come il teatro occidentale di Artaud. La mia persona quasi non emanava più alcuna luce, nè alcun calore percepibile dagli altri. Ma quel pomeriggio successe qualcosa. Un precedente.
Bastarono alcuni incontri, alcuni scambi. Parlo di magnetismi ma anche di fluidi. Ricordo con estrema chiarezza, come fosse accaduto ieri, che durante quegli incontri si concentravano strane ed accattivanti energie, intorno a noi si materializzava una spessa coltre di fumo e caffè, per lei leggermente macchiato, per me senza zucchero. Era talmente tanta la forza che si sprigionava in quei momenti che addirittura certi alberi di pino si capovolgevano al nostro passaggio; c'erano divani colorati, camini accesi, macchinette tagliacapelli impazzite che disegnavano accattivanti forme dietro le teste dei malcapitati, e poi docce in cessi sconosciuti, pranzi universitari e biglietti di concerti mai visti. Insomma era tutto un divenire in cui la realtà superava di gran lunga la fantasia. Tutto ciò, ad un certo punto prese a farmi bene. Le rughe ai lati delle mie labbra cambiavano verso, cominciavano a proiettare ombre verso l'alto, gli occhi mi si illuminavano, la fronte cominciava a rilassarsi con fare tranquillo e sicuro. Il mio viso diventò improvvisamente un enorme sorriso, il mio battito cardiaco rallentò, e con esso il mio invecchiare. Il mio ritmo cerebrale prese ad accelerare, come fece Hamingway con quel poco di gloria che gli capitata. Addirittura sulla mia pancia nacque una piccola tartaruga che io chiamai Orlando, in onore della sua armatura rinforzata da sette strati del miglior acciaio proprio in corrispondenza dell'addome. Ma la cosa che più mi sconvolse fu il mio futuro, che da ignoto cominciò a prendere forma. In quella forma io potevo distinguere i tratti fondamentali del suo volto e seguire accuratamente le linee vertiginose del suo corpo. Quello stesso corpo che avrebbe dovuto per principio essermi interdetto. Parlo di quell'assurdo principio del chi arriva prima meglio alloggia, poi si abitua, ci mette le tende, e pensa, aiutato dal tarlo del rimorso e da quello della fedeltà coniugale, di poter avanzare pretese  potestative. Poco male però, io andavo avanti, spedito come un treno verso il mio futuro e non accennavo a rallentare fin quando non fummo entrambi esausti. Si decise di provare a passeggiare da soli per un pò... anzi, per rispetto della verità storica, devo confessarvi che non si decise, successe e basta. Qualcuno si spaventò, altri invece non si accorsero di nulla, alcuni, quelli più violenti, protestarono bruciando dei cassonetti ma tutti rimasero inesorabilmente immobili così che  nessuna rivoluzione fu possibile, e capimmo che non esisteva un futuro già scritto nè per  noi nè per nessun altro.

Commenti
L'autore ha scelto di non ricevere commenti