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in archivio dal 19 gen 2009

Stefano Gabbiani

14/03/19??, Torino

elementi per pagina
  • Tu antica
    nel tuo sostare,
    avvolta di
    porpora
    senza valore,
    mani in tasca
    per non gelare,
    ambra appare
    di terre straniere,
    odore di
    grano vicino
    si spande tra
    buste a scacchi,
    sorrisi stanchi,
    smerciato a poco
    masticato da denti
    che nulla
    riescono a gustare
    di quel remoto calore,
    canti sepolti
    oggi
    dall’incessante scrosciare.

     
  • 19 gennaio 2009
    La banalità del dolore

    Aroma che non profuma
    avvolge la tua spenta entrata
    riflesso di quel che un bacio fa eri…
    cenere sparsa in ogni angolo
    della stanza unta in cui siedi…

     

    I seni scarni reggono a stento
    l’armatura sulla morbidezza
    dello straccio infilzato
    da sorde lame assassine
    puntualmente, senza alcun sentore
    frammenti sfregiati di quel
    che a lor celi avidamente.

     

    Io vorrei scaldare il tuo pallore
    far riviverti
    lo stupore del piacere
    divenuto dolore
    vedova prigione.

     
  • 19 gennaio 2009
    Fusione simultanea

    Sgorgano
    alte, qui chiuse
    tra le mura.

     

    Si confondono
    arse, di una leggerezza plumbea,
    fluiscono limpide
    sul fondo
    torbido limaccioso.

     

    Cadono
    perse, calde
    nei vicoli stretti, indecifrati,
    leve insalde,
    eppur più visitati.

     
  • 19 gennaio 2009
    Gli equilibristi

    Su un filo,
    piede incerto,
    non si cade
    non si svetta,
    cilindri rassicuranti
    dall’altra oscuri cerchi,
    mentre si procede
    senza meta
    né ragione
    aspettando stancamente
    che quel filo così labile
    eppur tenace
    si spezzi.

     
  • 19 gennaio 2009
    Radici nelle nuvole

    Affondo radici
    nelle nuvole,
    arranco monco
    fiato rotto,
    esalo un soffice
    e vacuo fiotto,
    mi desto perso
    tra mani e ombre
    d’un punto morto
    stretto in corde
    sommerso
    da onde sorde
    in un volto storto
    e il lume infine spento.

     
  • 19 gennaio 2009
    Secondi di vita

    Possa
    la molla balzare
    l’ordigno saltare
    e l’ingegno cadere.

     

    Riesca
    a oscurare il sole
    a far danzare gli amanti sepolti
    a far rivivere i vecchi porti.

     

    Inondi
    il fango sui mostri grigi
    la marea sul colle astante
    l’ardore di nudi corpi
    sul gelido sguardo del presente.

     

    Nasconda
    al domani l’odierno segreto
    di poche ore disegnate
    su tele portate
    dall’abbraccio di labbra sconosciute.

     

    E il profumo di viole
    rivelerà l’unico scorcio scalfito
    dal coraggio di Vivere.

     
  • 19 gennaio 2009
    Tenebre calde

    Agli occhi rosso di
    terra, di cielo
    in tenebre calde,
    un ibrido orizzonte
    che si scioglie
    nelle viscere assorte.
    Branchi di palme dolci
    e vivi lamenti rimbombano
    nell’eterna veglia.
    In lontananza si posa
    il mio divagar sul nulla
    mentre tu sei già
    l’ancora sottrattami
    da stormi rapaci ancora
    in fuga senza tonfi
    ma per lancinanti
    flussi disarmonici.
    Grasse risa,
    sbalzi di colore,
    luci di un’età di cui
    non colgo il tempo,
    annegano la mia
    zoppa discesa in
    una cappa densa,
    senza uscita.

     
  • 19 gennaio 2009
    Chissà cos'era prima..

    Sdraiato, disteso con man
    che ti sorregge,
    come l’angelo sul dorso
    del leone, stanco immobile.

     

    Ispida barba, sguardo perso
    nel viavai che si rincorre;
    chissà cos’era prima…

     

    vivi di memorie
    eppur sangue nelle vene scorre
    sebbene sciami interi han prima
    illuso e poi estinto le tue voglie.

     

    Lampi di gelo, di mosso sdegno
    vibrano nel sole pallido di marzo,
    senza che tu possa scansarli.

     

    Scuotendoti supino
    ti curi solo del piccione
    che non sente disgusto
    nel sostarti vicino
    forse in cerca d’un boccone;

     

    sussurri a lui che se ne và,
    nel mentre ritorni ad un’età
    che forse viaggia su quel binario morto
    lo stesso di orde lucidate
    che il timido sole però
    non ha toccate.