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Racconti di Stefano Moncini

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  • 17 novembre 2009
    Holly’s Caffè

    Come comincia: La pioggia era arrivata prima del previsto quell’autunno, se mai qualcuno a Molde avesse avuto la voglia di mettere il naso fuori dalla porta sicuramente ci avrebbe ripensato. Holly puliva il bancone del suo bar con lo sguardo spento dopo una giornata di affari magri e tempo grigio. Il termostato del condizionatore con uno scatto sordo avvertiva che anche la temperatura stava scendendo sotto la media di quei giorni e il flusso di aria calda cominciò ad avvolgere le spalle e pian piano tutto il corpo di Holly. Ebbe un brivido e alzò lo sguardo verso la finestra che dava direttamente sulla piazza. Tirò su le maniche della camicia e continuò a tirare avanti e indietro quello straccio logoro e scuro.
    “Tempo da cani” pensò, mentre un’altra tazza, la seconda quella sera cadeva sulle assi del pavimento.
    Non era stata proprio una bella giornata, e forse neanche il giorno dopo sarebbe stato buono. Ma a Molde andava così, in estate potevi lavorare con i turisti che affollavano le vie del porto e le bancarelle sui moli, poi dovevi aspettare il Natale per rivedere un po’ di vita in giro.
    Tirò lo straccio sopra la macchina del caffè, che avrebbe tanto avuto bisogno di una bella pulita, ma forse ancora non era arrivato il suo momento, c’era il pavimento da lavare, i bicchieri del giorno da asciugare e i frigoriferi da riempire.
    In quel momento tutto il locale era deserto, non c’era un unico rumore da ascoltare, fatta eccezione per quel dannato condizionatore.
    Continuò a riordinare il suo locale con movimenti  che ripeteva da anni ormai e che con il passare del tempo erano diventati automatici, ma in fondo amava quel momento, poteva pensare a tutto quello che non aveva avuto, a tutti gli errori commessi, e alla volta in cui aveva perso la verginità proprio dietro a quel bancone.
    Sentì aprire la porta mentre puliva la macchina per l’espresso, l’unica cosa che gli mancava da fare.
    “Come va amico, asciugati le scarpe”
    Lo disse cercando un sorriso al di là di quegli occhi che lo fissavano. Holly non ebbe paura, primo perché conosceva quel volto, secondo perché pesava cento chili e difficilmente qualcuno in paese gli faceva il muso duro.
    “Caffè?”
    L’uomo non rispose, e continuava a guardarlo da dietro quegli occhi vuoti e rabbiosi.
    Holly conosceva bene chi gli stava di fronte, lo conosceva da sempre, ma quello che non conosceva era quello sguardo carico di odio e rabbia. Continuò a guardarlo per capire cosa stesse accadendo a quel corpo che cominciava a cambiare.
    Ma di colpo la curiosità divenne tensione e la tensione divenne paura, vide i vestiti strapparsi, vide quel viso tirarsi e perdere ogni lineamento umano, vide la pelle cambiare colore e diventare prima grigia poi nera, vide gli occhi accendersi di sangue e lo senti urlare.
    Holly avrebbe cercato di togliersi di mezzo, se le gambe avessero risposto, ma rimaneva immobile di fronte a quella bestia. Cerco di spostarsi di lato andando a sbattere sullo scaffale dei liquori che cominciò ad ondeggiare pesantemente. In  un momento di lucida pazzia cerco di non far cadere le bottiglie, ne prese addirittura due al volo ma poi non ebbe il tempo di metterle al sicuro. La bestia saltò sul bancone e ruggì, sbuffò vapore dalle narici come un toro che si prepara alla carica.
    Holly si mise in ginocchio recitando, o per lo meno cercò di recitare, un’ave Maria, ma il mostro non udiva più le preghiere, il mostro aveva fame e si saziò del corpo e della paura di Holly.
    Nel locale tornò il silenzio, e oltre al condizionatore l’unico rumore adesso era la porta spostata dal vento che batteva sul telaio.
    Il giorno dopo a Molde, chi ebbe la sfortuna di entrare nel Caffè, trovo i miseri resti di Holly in una pozza di sangue. Un assassino? Un animale impazzito? In tanti anni nessuno aveva mai assistito ad una cosa del genere. Chi era arrivato a Molde? Chi uccideva in questo modo?
    Gli abitanti, Lo sceriffo, perfino i bambini si domandarono che cosa si nascondeva nel loro paese, ma nessuno era arrivato dal mare negli ultimi giorni, nessun viso nuovo aveva attirato l’attenzione di qualcuno.
    Forse il Male a Molde era sempre esistito e forse adesso aveva deciso di mostrare la sua esistenza.

  • 05 ottobre 2009
    Notti di luna

    Come comincia:

    Nella notte qualcosa cominciò ad ululare, nessuno capì da dove venisse, era ovunque e da nessuna parte, mentre il plenilunio rischiarava dall’alto i tetti delle case ancora spente di Molde. Quell’urlo galoppò diabolico nell’aria, non aveva nulla in comune né con l’uomo né con Dio, i cani pastori di guardia alle stalle rimasero muti, non riuscirono neanche ad abbaiare. Tutti sentirono; quell’urlo s’insinuò nella mente e nelle paure di tutti. Stefan lo sentì affacciandosi alla finestra che dava sul giardino mentre cullava il piccolo Daniel, Elise lo sentì mentre cercava di bere la sua tisana contro il raffreddore, il grasso e odioso giudice Gotthard lo sentì mentre consumava il suo spuntino di mezzanotte, Holly lo senti mentre riempiva i frigoriferi della tavola calda. Le vie di Molde tornarono al silenzio poco dopo, qua e là alcune finestre si accesero, altri uscirono in strada, qualcuno caricò il fucile e ci fu chi tornò a letto disinteressato come sempre. Paura... non ancora... strane ombre però erano arrivate dalla foresta... ombre minacciose decise a nascondersi nell’oscurità.

    A tratti, tra le nuvole cariche di neve e il vento che spirava violento su Crawen Strass giù fino al vecchio porto, la luna illuminava di un bagliore cupo le vie del paese. Norman Wildmer era stato colto dalla tormenta, aveva tirato fino a tardi in ufficio per finire di timbrare le scartoffie accumulate ormai da qualche mese. Prese gli scuri accanto alle finestre e li assicuro ai montanti.


    - Nemmeno un uragano.
    Tac
    - Nemmeno una tempesta.
    Tac Tac
    - Nulla entrerà nel mio negozio.


    Il vecchio Wildmer fini di montare l’ultimo pannello di legno alla finestra e fuori il vento soffiava come un demonio…Poi si fermò a guardare fisso la porta


    -Bah! Cavolate è solo vento dopotutto.


    Ma il vento non bussava alle porte, in nessuna città del mondo, e di certo fischiava ma non ululava. Norman Fece per prendere il suo cappotto ma i rumori si facevano  sempre più forti, e ululati, e ringhi, e ancora ululati. Norman senti la  paura salire come saliva l’alcool della bottiglia di whisky bevuta durante la serata. Pensò al cane di qualcuno, qualcuno poteva averlo perso, ma sì forse era un cane, fece per aprire la porta, poi esitò ancora. Stava fermo fissando la sua mano sul pomello ma non ebbe tempo di pensare, il ringhio che stava di fuori tornò a bussare ancora una volta ma questa volta con una forza incredibile, dallo squarcio lungo la porta una belva assetata di sangue vibrava zampate bestiali, e schegge e neve e urli erano un tutt’uno nell’aria. Norman era come immobile davanti a quella scena, fermo sulle gambe, le lacrime agli occhi. Fu la durata di un secondo appena e a un tratto tutto ebbe fine, Norman smise di esistere e a Molde risuonò l’urlo di un terrore mai udito.