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in archivio dal 17 ott 2011

Stefano Pietri

25 maggio 1963, Roma - Italia
Mi descrivo così: Giornalista pubblicista Ho pubblicato: nel 2007 "Uozzamericanboys" con Edizioni Tracce nel 2011 "Non credevo di trovarti su facebook" con Aletti editore
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  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:58
    Confusione onirica

    Donne che sfilano in abito da sera
    mentre io canto la mia illusione
    un mondo libero si apre
    mentre tu urli la tua prigione

    l’orizzonte è circoscritto da mille pensieri
    vedere oltre è una probabilità
    mentre io cerco l’uomo di ieri
    trovando impaurito la mia fragilità

    e parole che pesano come pugni che si posano
    e  sorrisi silenziosi si sognano soli
    ed io che urlo in silenzio chiedendo: “chi sei”
    non sento il rumore dello sguardo di lei

    e sogno che il sogno che ho sempre sognato
    mi sogni sognando che sogni di sognare
    e le parole che parlo e che ho sempre parlato
    mi parlano parlando le parole del parlare

    e la tua voce è vento che soffia lontano
    il pensiero distratto del mio libero pensare
    la mia mente divisa in due come mela tagliata
    avidamente nella paura di non poter mangiare

    donne ormai senza nessun vestito
    si alternano nei miei onirici percorsi
    e il desiderio pazzesco e controllato di te
    mi sprofonda sconfitto nei momenti trascorsi

     
  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:58
    La luna era d'arancio

    La luna era d’arancio l’altra notte e tu eri bella
    parlavi e sorridevi ed io pensavo
    ti raccontavi seria, ma io sognavo
    poi mi guardavi, sorpresa ed io ti sorridevo
    lasciavo che il tempo scivolasse, ma fremevo

    La luna era d’arancio l’altra notte e tu eri calma
    ho preso le tue parole e le ho posate nella mia mano
    le ho scaldate piano per non farle morire
    le ho strette forte per non farle scappare
    poi ti ho guardata, serio e tu mi sorridevi

    La luna era d’arancio l’altra notte e tu eri sola
    perchè non ero lì mentre tenevo la tua mano
    poi una nube all’improvviso e i nostri sguardi
    si sono sciolti, caldi, in una luce sola
    mi hai stretto forte, tremavi ed ho sentito che eri tu

    La luna era d’arancio l’altra notte e tu eri mia

     
  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:57
    Sei come il mare

    … ti penso a lungo, finchè non arrivi
    non so come sto senza te, ma forse posso stare
    poi arrivi e stiamo insieme, tutto il tempo
    poi vai via e non vorrei, poi torni e non vorrei
    poi per giorni non ti vedo e non vorrei
    ti penso, ma non mi manchi, finchè di nuovo arrivi e vorrei non andassi più via
    poi sparisci, per molto tempo
    e mi manchi
    ti penso a lungo, finchè non arrivi…

     
  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:56
    Sei tu

    C’è qualcosa di misterioso
    nel tuo proporti così curioso
    ai miei occhi distratti, ma interessati
    ai tuoi sguardi profondi e così complicati

    sei assente, presente e così interessante
    decisa, indecisa, ma rassicurante
    discreta, presente, ma mai invadente

    sei tu che nel vuoto così pieno della tua stanza
    fai parlare i tuoi occhi a passi di danza
    sei tu che, ingenua, mi tieni compagnia
    e poi, d’improvviso, maliziosa fuggi via…

    la tua voce ferma i minuti e le ore
    quando saliamo nell’ascensore
    e complici parliamo guardandoci dentro
    trovando, costretti, la forza del vento

    sei assente, presente e così interessante
    decisa, indecisa, ma rassicurante
    discreta, presente, ma mai invadente

    sei tu che nel vuoto così pieno della tua stanza
    fai parlare i tuoi occhi a passi di danza
    sei tu che mi tieni nella prigione dei tuoi capelli
    come dita avvinte dal vuoto degli anelli

     
  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:56
    Spicchio di luna

    Ciao spicchio di luna,
    accenno di sorriso in mezzo al cielo

    ti ho vista ieri sera
    ho visto il tuo contorno affacciarsi tra i palazzi
    il tuo timido osservare
    la tua presenza leggera e mai ingombrante
    come il tuo discreto bussare alla mia porta
    il tuo ingresso limpido nella mia vita

    sei bella spicchio di luna
    quando incidi delicata il grande cielo
    quando posi la tua luce sul mio petto
    quando sposti il mio umore come fai con le maree
    quando una lacrima ti scende ma subito è già asciutta
    quando penso che sia buio, ma alzo gli occhi al cielo

    ciao spicchio di luna,
    splendido sorriso in mezzo al cielo

     
  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:55
    Ti ho vista in bianco e nero

    Ti ho vista in bianco e nero
    e col cuore un po’ pesante ho mandato giù l’amaro
    ti ho vista in bianco e nero
    mi ha fatto preoccupare, devo essere sincero

    mentre parlavi le parole che non avevi mai parlato
    e il tuo sguardo era forte, di una forza che non ha mai avuto
    tenevi nervosa il bicchiere tra le mani, freddo
    scivolando le gocce come le lacrime che non conoscevi

    e il tuo assalto era violento, come il controluce del locale
    mentre piccole dita suonavano jazz

    ci sei, non ci sei, ci sei, ora no
    vorrei, non vorrei, forse adesso tu no

    e allora dimmi se è vero che mi vedi ancora
    fragile come un tempo, senza armi né armatura
    o se capisci che è passato il passato che c’è stato
    e che non ritornerà se non lo vorremo noi

    né io
    né te
    né io
    e…

     
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  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:38
    Fame di parole

    Come comincia: Ventitrè anni di lavoro. Ventitrè anni passati nello stesso ufficio. Poche delusioni, alcune soddisfazioni. Qualche aumento di stipendio, qualche intervista interessante a personaggi di rielievo, qualche inchiesta che ha ricevuto consensi. D’altronde il giornalismo è un lavoro creativo e riflessivo, d’intuito, ma anche di costanza, pubbliche relazioni, parole scritte con l’inchiostro simpatico e con quello… antipatico. Luca non si è mai lamentato del suo impiego, né dei suoi superiori o delle regole a volte poco condivisibili. I rapporti con i colleghi sono sempre stati buoni e l’amore per il proprio mestiere non gli ha fatto mai saltare neanche un giorno di lavoro.
    Lavoro che non può prescindere dalla creatività, qualità che Luca ha sempre avuto sin da bambino, quando raccontava le favole alla sorellina più piccola, inventando storie, mescolando i personaggi delle varie fiabe e, soprattutto, inventando mostri che terrorizzassero il più possibile l’indifesa bambina.
    Creatività e fantasia che lo hanno facilitato con le donne con le quali, pur non essendo mai stato un playboy, ha sempre avuto un discreto successo. Creatività che gli ha permesso di trovare subito un impiego nella redazione di un piccolo giornale di provincia da dove, chissà perché, non si è mai mosso, senza tentare mai quel salto di qualità che gli avrebbe permesso di avere un tenore di vita più alto, maggiori riconoscimenti e visibilità, migliori prospettive per il futuro.
    Ma a Luca è sempre andata bene così, fare con profitto e disciplina il suo lavoro, garantirsi stabilità economica ed una vita sociale accettabile. Quindi ha sempre accettato qualunque incarico con serenità, anche quando si è trattato di servizi su casi di cronaca locale non certo molto entusiasmanti.
    Ma quello che ha sempre avuto è stato il dono di saper subito scrivere le prime parole dei suoi articoli e lasciar scivolare le altre come se sgorgassero da sole senza fatica, naturalmente. Trovare subito il titolo adatto, centrare subito il punto cruciale della situazione, pensare immediatamente alle parole giuste che potessero avvicinare con interesse il lettore al suo articolo. Gli basta mettersi davanti al computer e, dopo aver guardato lo schermo per un paio di minuti, eccolo lì che tira giù uno sciame di parole quasi senza interruzione, fino ad arrivare al termine dell’articolo.
    Un venerdì mattina si alza e, come sempre, la prima cosa che fa è la colazione. Non può farne a meno, appena sveglio viene sempre sopraffatto da un senso di fame incredibile e deve correre a soddisfarlo. Ma questo venerdì, al suono della sveglia non scatta in piedi per dirigersi in cucina e preparare il solito abbondante pasto. Non sente la fame che sempre lo assale, avverte uno strano senso di vuoto che lo pervade. E’ una sensazione che non ricorda di aver mai provato. Fa una lunga doccia, si veste, si rade, si prepara ed esce. Va al lavoro. Verso le 11, un collega lo invita al bar per un caffè. Così ordina due cornetti e li divora, mandando giù un cappuccino bollente sotto lo sguardo stupito del suo collega.
    Tornato alla sua scrivania, Luca trova un’e-mail del vicedirettore che gli chiede un articolo urgente sullo sciopero in corso nel calzaturificio Bassi che si trova nei pressi del casello autostradale. E’ in atto un sit in dei lavoratori ed è intervenuta la polizia a cercare di calmare gli animi di alcuni esagitati. Luca si reca sul posto, prende alcuni appunti, fa domande ad un paio di lavoratori e torna in ufficio.
    Il pezzo lo ha già in mente, deve solamente trovare il titolo, ma niente. Neanche un’idea. Passa mezz’ora, un’ora, ma niente. Luca s’innervosisce, si alza ed esce in terrazzo a fumare una sigaretta. Guarda le auto in strada dall’alto del settimo piano, non gli era mai sembrato così alto. Poi rientra. Si siede alla scrivania e riprende a fissare il monitor, che resta vuoto, inesorabilmente. Sembra impossibile, ma non riesce a tirar fuori un’idea per il titolo. Allenta il nodo della cravatta, si asciuga un po’ di sudore dalla fronte. Ha le mani bagnate, il respiro corto, la testa che gli gira. Ma cos’è? Eppure ha fatto colazione, anche se a metà mattinata. Non ha fame, non ha sete. Ha freddo. Forse un’influenza? Ma a maggio… No, c’è qualcosa di strano… Ma che angoscia, che sensazione di disagio! E questo titolo che non esce e fra mezz’ora l’articolo deve essere pronto. Fissa il monitor, ancora e ancora. E’ nello sconforto, è preso da un panico mai provato. Ma che succede?, si chiede sempre più incredulo. Osserva il monitor come ipnotizzato. Chiude gli occhi, li riapre e… sul video, sulla pagina bianca del file Word c’è scritto in stampatello, carattere Arial, corsivo, formato 16: “Calzaturificio Bassi, qualcuno vuole farci le scarpe”. Salta sulla sedia, per poco non cade… eccolo! Finalmente il titolo che cercava. Ma com’è possibile che sia scritto davanti a lui sul monitor? Non ha neanche sfiorato la tastiera! E’ incredibile, ma il senso d’angoscia è sparito, le mani non sudano più. Luca si sente bene e comincia a scrivere l’articolo, che in meno di dieci minuti è pronto.
    Dopo un fine settimana tranquillo, il lunedì si sveglia e di nuovo lo strano senso di vuoto lo prende. Non fa colazione e, come il venerdì precedente, con una strana sensazione addosso va al giornale e comincia a lavorare. Anche stavolta è richiesto con urgenza un articolo sull’assessore Maggi, che ha ricevuto un avviso di garanzia. Come il venerdì precedente, anche stavolta Luca non trova le parole giuste per il titolo. Dalla sua mente creativa non esce fuori una parola, un pensiero, un vocabolo… nulla. Di nuovo l’angoscia, il sudore, il tremore… il panico. Luca non sa più cosa pensare, sta per uscire a prendere un po’ d’aria quando sul suo pc appare una scritta: “Chi garantisce per L’assessore?”. Incredulo stavolta non salta sulla sedia, ma scrive subito l’articolo. Certo che quello che sta succedendo è veramente molto strano. Sembra quasi che nel momento in cui Luca sta per crollare, arrivi a salvarlo un messaggio che gli indica cosa deve fare, quello che deve scrivere.
    E così nei giorni successivi. Sempre il senso di vuoto, la colazione saltata ed un articolo da scrivere, ma niente idee, o per il titolo o per l’intero articolo. Il panico, i tremori e poi la salvezza. La magia che appare sul foglio Word. Arial 16 per il titolo ed Arial 12 per il testo dell’articolo.
    Luca è come una macchina. Appena la soluzione appare sul video, il torrente delle sue parole riempie la pagina e l’articolo è pronto. E al giornale spesso riceve i complimenti dal redattore capo o dal direttore in persona.
    Ma Luca ormai non pensa ad altro, sembra un automa. Le sue giornate sono scandite dalla sua mancanza di fame la mattina e dalla sua fame di parole che non arrivano quando deve scrivere. Va a dormire con il pensiero di quello che succederà domani e si sveglia con la paura di quello che potrà accadere al giornale. Poi, una volta comparse le parole sul monitor, si sente libero, leggero e per un po’ torna quello di tutti i giorni. Dopo però è di nuovo assalito dall’inquietudine di quelle parole che si manifestano inspiegabilmente, come fossero dei messaggi, delle indicazioni su quello che deve fare. Non può raccontarlo, chi gli crederebbe? Allora va dal medico che gli prescrive degli esami. Tutto negativo. Il consiglio è quello di rivolgersi ad uno specialista. Ma Luca non accetta di andare da uno psichiatra. Un giorno si alza e va al lavoro, come sempre senza aver fatto colazione. Solo che questa volta salta anche il pranzo. E oggi non ci sono articoli da scrivere. Luca osserva il video del computer. Sembra incantato. Sembra ipnotizzato. Pensa a quello che gli sta succedendo, a chi potrebbe aiutarlo. Ma fino ad oggi chi lo ha aiutato è stato solo il suo pc, con quei messaggi salvifici quotidiani. Cosa può fare? Cosa deve fare? All’improvviso appare una scritta, in carattere Arial 16: “Vai in terrazza. Guarda la strada, guarda le auto che passano. Gettati nel vuoto”.

     
  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:35
    Il mistero del falso meccanico

    Come comincia: Credo fosse l’una di notte, più o meno. Come faccio spesso, nel sonno, mi giravo sull’altra spalla senza accorgermene. Il rumore era quasi soffocato, ma non era Ana, la ragazza dell’appartamento accanto, che faceva la doccia. Per quanto lei cerchi di fare piano, da quando le ho spiegato che il mio letto confina con il suo bagno ed ogni rumore si sente chiaramente, soprattutto nel silenzio della notte, le vecchie tubature non hanno comunque pietà di noi neanche nel pieno della notte. E allora ho teso il braccio percorrendo il lenzuolo ed ho sentito sulla mia mano la seta del pigiama di Choco. Non era caldissima come sempre quando è sotto le coperte. Ho capito allora che era appena rientrata dalla cena con i colleghi d’ufficio, ma non dormiva ancora, il respiro era stranamente veloce e non stava sognando. Almeno questo il mio stato di catalessi da prime ore di sonno mi suggeriva. Era comunque a casa e questo bastava per farmi riprendere sonno, dopo essermi di nuovo girato sull’altra spalla, ovviamente.
    L’indomani era sabato, giorno in cui quasi sempre ci permettiamo di “poltrire” a letto fino a tarda mattinata. Ma Choco dormiva ancora, nonostante la macchina per il caffè stesse facendo le “prove d’orchestra”. Non era poi tardissimo ieri, ma evidentemente aveva ancora molto sonno. Mi piace guardarla mentre dorme. E’ buffa. Ha i capelli che disegnano forme strane sul cuscino e poi ogni tanto la trovo con un braccio all’indietro o con le mani sotto la nuca, come se stesse prendendo il sole sulla spiaggia. E’ anche dolce, però, tenera. A volte d’inverno sembra una bomboletta, con quei pigiamoni e col suo naso a patata. La guardo a lungo a volte, in silenzio nella penombra creata dalla radiosveglia.
    - Che c’è?
    Salta sul letto strillando quasi, ma soprattutto facendomi rischiare un infarto.
    - Che hai Choco? Hai avuto un incubo?
    - No, è che… madonna che paura! Ho visto qualcuno che mi fissava. Eri tu! Dormivo.. sognavo.. non mi sono resa conto.Ma che ore sono?
    - Le 11.30. ma cos’hai mangiato ieri sera? Sei stravolta.
    Mi abbraccia, calda di sonno questa volta.
    - Ma no, niente… è che mi sembrava…
    - Cosa ti sembrava?
    - Ieri sera, stanotte anzi, era quasi l’una. Tornata dalla cena ho posteggiato piuttosto lontano da casa e siccome era un po’ freddo camminavo  velocemente. Ho buttato il chewingum in un cestino ed ho cominciato a cercare le chiavi di casa nella borsa. Lo sai che non le trovo mai…. E all’improvviso, davanti all’officina, mi sono trovata di fronte un tizio. Oddio che paura!! Non me l’aspettavo, ero soprappensiero e lui, lui…
    - Lui cosa? Le chiedo un po’ preoccupato
    - Lui era così… così strano. Io sono quasi scappata. Forse ho pure lanciato un urlo, non ricordo. Ma mi sono spaventata perché mi fissava. Mi fissava in un modo strano, non so descriverlo.
    - Ma che ha fatto?
    - Ma no, niente. Non so. Io ho allungato il passo e sono entrata di corsa nel portone. La chiave non entrava perché la mano mi tremava. Come in quei film che ogni tanto mi fai vedere tu, quei thriller…
    - Vabbè, ma poi?
    - Poi niente. Ho fatto le scale di corsa, non mi sono neanche voltata a guardare.
    - E’ per questo allora che stanotte ti sentivo respirare forte.. eri spaventata!!!
    - Sì, ho impiegato un bel po’ di tempo prima di calmarmi e di addormentarmi. - Mi hai toccato, ma dormivi.
    - Sì..o no..non lo so. Pensavo fossero quelli accanto che facevano un po’ casino, ma poi ti ho sfiorato e mi sono riaddormentato. Ma che tipo era?
    - Mi sembra fosse alto, vestito in modo strano, forse aveva una tuta.
    - Era giovane?
    - No, era anziano, forse. Comunque uno che non è proprio vecchio, ma dimostra di più, capito?
    - Sì, sì. Anche tu stamattina dimostri di più – le dico per prenderla in giro.
    - Scemo!. Scherzi sempre! Ma io ho avuto paura!
    Allora la riabbraccio e con lei il suo pigiama di seta, i suoi capelli, il suo naso, le sue spalle e tutto quanto, ancora caldo. Come il caffè, del resto. Ma chi se ne frega… che si raffreddi!
    Usciamo per comprare il pane e per ricaricare il telefonino. E fuori dal portone discutiamo di quanto Choco parla con il cellulare e di quanto spende di telefonate, di profumeria, di massaggi, e lei si incazza. Ma io, come al solito, sto scherzando e lei mi tira addosso una palletta di carta che trova in tasca. Poi la raccogliamo per buttarla nel cassonetto e Choco mi ferma.
    - La macchina! -  esclama.
    - Quale macchina? – le dico.
    - La sua macchina.
    - Ma sua di chi?
    - Di quel tizio di stanotte. Era appoggiato ad una macchina. E’ quella davanti l’officina.
    Il sabato il meccanico è chiuso e a volte anch’io lascio l’auto parcheggiata lì davanti, anche se c’è il divieto di sosta. Ma questa auto è un po’ strana. Ma poi strana… è vecchia, ce ne sono tante così. E poi Choco non se ne intende di macchine, magari si confonde.
    - Io non mi sbaglio mai, lo sai!
    - Sìì, tu sei perfetta!
    - Non prendermi in giro. Sei tu che ti sbagli sempre! Sbagli sempre strada, poi non ti ricordi le cose e sbagli pure quando fai la lavatrice.
    - Ma senti te! Sei tu che sei infallibile e bisognerebbe fare tutto come dici tu. Ma se l’altra settimana mi hai macchiato una camicia in lavatrice.. tu!!!! E poi io ho sbagliato solo una volta.
    - Ah sì. E quando?
    - Quando ti ho chiesto di uscire la prima volta…..ahi!
    - Stronzo! Sei sempre il solito. Mi hai pregato in ginocchio di uscire quella volta…..
    - Eh, sì, in ginocchio per guardarti negli occhi….E lì sono costretto a correre, inseguito dalla piccola belva.

    
    - A me è piaciuto molto. Forse è il film più carino che abbiamo visto quest’inverno.
    - Sì, anche a me. De Niro è sempre grande. E poi hai visto che bella fotografia?
    - Eccome no? Bellissima. Soprattutto quando lei fa la doccia nelle perle…
    - Scemo… sei sempre il solito. Con te non si può parlare seriamente per più di mezzo minuto. Sei tremen…..
    - Mi stringe forte il braccio e credo che senza il mio giaccone le sue unghie mi avrebbero bucato la pelle, tanta forza mette nella stretta. Si ferma e guarda immobile più avanti. Ora trema. Non capisco che cosa abbia, e non parla. Ma non le chiedo niente e guardo anch’io, mentre intanto la trascino, con le unghie che ormai hanno infilzato il piumino d’oca nuovo, e vedo, con la coda dell’occhio, la macchina davanti al divieto di sosta. E’ una vecchia Golf bianca. Si vede bene perché è illuminata come una scena a teatro; buio tutto intorno e luce solo su di lei. Domina la scena in maniera inquietante. E dentro c’è qualcuno. Non vedo bene perché camminiamo e poi entriamo veloci nel portone. Ma quel passaggio è come se lo fotografassi. E lo rivedo, rivedo la sua faccia, il suo enorme naso, rivedo il suo sguardo mentre ruota la testa verso di noi mentre saliamo le scale veloci, senza parlare, ma con una sensazione strana che ci accompagna, gradino per gradino. La foto è impressa ormai sulla pellicola della mia mente, che forse spesso non ricorda le cose, come dice Choco, ma stavolta è diverso. Quel naso, quella bocca spalancata come a gridare qualcosa senza rumore. Quello sguardo così… non so… inquietante, non so definirlo altrimenti. Non mette paura, ha qualcosa di particolare, ma sicuramente è inquietante. Ci credo che ieri mattina Choco non riusciva a dormire. Chissà che spavento, poverina.
    Ne parliamo poco o niente, una volta rientrati a casa. Lei è silenziosa ed io penso non sia il caso comunque di preoccuparsi troppo. Tanto chi potrebbe essere? Un matto? Un ladro? Lo avranno notato anche altre persone sicuramente.
    - Perché non lo dici alla Polizia? Dice Choco all’improvviso.
    - Dai, non esageriamo. Magari è solo un ubriaco che dorme in macchina.
    - Ah, sì e proprio sotto casa nostra?
    - Va bè, avrà trovato un posto lì, davanti l’officina; poi magari domani sarà già andato via.
    Choco non dice altro, però si capisce che è un po’ turbata. Va a struccarsi in bagno, mentre io chiudo le finestre. Con più cura del solito (!). Ma non dobbiamo suggestionarci, ripeto a me stesso.
    Comincio a spogliarmi ed ascolto Ana e il suo compagno che rientrano e cominciano le loro docce piuttosto rumorose, non prima però di giocare un po’ a rincorrersi dentro casa. Mah, si divertono così…. Anche perché poi iniziano a ridere e a parlare e…. e un po’ di mugolii si ascoltano nel silenzio della notte. E comunque ogni volta che succede penso che Ana i suoi compagni se li sceglie sempre molto prestanti fisicamente, perché la durata dei loro “giochi” è sicuramente notevole!!!!
    - Che stai facendo? – una mano sulla spalla mi fa sobbalzare.
    - Che hai? Ti sei spaventato? – dice Choco un po’ divertita e un po’ sorpresa.
    - No, è che….
    - E’ cosa? Stavi ascoltando quelli accanto, vero?
    - Beh, sì lo devo ammettere. Mi incuriosiscono.
    - Perché? Dice Choco ancora un po’ sorpresa
    - Mah, sai, si dicono delle cose particolari…
    - Ma che ne sai tu, se parlano un’altra lingua?
    - Ma si capisce, si capisce…..
    - Si capisce che? Mi tira un cuscino.
    - Si capisce che Ana ci sa fare… lei…. E il cuscino mi colpisce sulla faccia e poi Choco tenta (simula) un omicidio per soffocamento, col suo cuscino che ha il suo profumo sopra e, in pochi secondi mi fa dimenticare i giochi di Ana e del suo stallone, del film, dell’uomo sotto casa e …..

    

    - A che ora vengono stasera Katia e Andreas?  - Mi chiede Choco.
    - Verso le otto. Prima devono andare a ritirare le foto che hanno fatto in vacanza.
    - Possiamo preparargli lo stufato. Quello della ricetta che mi hanno dato l’altro giorno in ufficio.
    - Va bene. Con loro possiamo fare un po’ di esperimenti culinari. A loro piace provare cibi nuovi, lo sai che lo fanno spesso quando sono in vacanza. All’estero soprattutto.
    - OK. Però mi sono accorta che abbiamo poco pane. Ti va di andare a comprarlo?
    - E anche se non mi andasse, ci dovrei andare comunque….
    - Pigrone! Fai qualcosa anche tu, mentre io comincio a preparare la cena! E poi devo ancora pulire un po’ la casa.
    - Che brava casalinga. Cucina, lava, pulisce e… borbotta sempre. E’ proprio perfetta!!!
    - Sei sempre il solito scemo, vorrei vedere te a stirarti le camicie. Non sei capace a fare niente.
    - Proprio niente?! Mentre l’abbraccio facendole il solletico dove so e atteggiandomi come negli spot pubblicitari dei profumi o dei liquori.
    - E dai che è tardi – sorride e mi respinge- dai, vai a comprare il pane. E, se c’è, anche la birra scura e quella panna che abbiamo mangiato l’altra sera e…
    - E nient’altro? – vuoi anche che butti l’immondizia, ti lavi la macchina e porti a spasso i cani – le dico prendendola in giro e prendendomi un’altra cucinata mentre cerco di chiudere la porta di casa.
    Faccio pochi passi sul pianerottolo e vedo per terra una busta. Non si capisce a chi è intestata. Forse è caduta ai vicini e non se ne sono accorti. E’ aperta. La apro. Sono curioso come una scimmia, direbbe Choco. C’è una chiave rossa. Solo quella. Niente portachiavi, nient’altro. La prendo e mi macchio la mano. Sembra vernice, ma credo sia qualcos’altro. C’è un simbolo e un numero. Sembra quello di una targa di automobile. Rimetto la chiave nella busta e la poggio di nuovo per terra.
    - Ciao, come va? – faccio un salto all’indietro con il cuore a stantuffo.
    - Be… bene (credo).
    - Non sembra dice Ana sorridente. Ti ho spaventato? Ride. Lo credo che ride. Vedo il suo “stallone” che la abbraccia mandando giù mezza Ceres in un sorso.
    - No, ero soprappensiero. Non ti preoccupare. Buona domenica
    - Anche a te, ciao.
    E vanno via ridendo piano. Ho fatto pure la figura dello scemo. Però quella busta, quella chiave…e quella vernice (?) che mi ha lasciato sulla mano una striatura rossa … mah!!!
    Scendo anch’io le scale e, fuori dal portone, per istinto guardo verso sinistra, dove ieri notte abbiamo visto lui, il tizio inquietante.
    C’è la sua auto. Piove, non c’è molta luce, ma riesco a vederla bene oggi. Certo che è proprio in condizioni pessime. Cade quasi a pezzi. Chissà quanti anni avrà? Guardo la targa: i numeri sono quasi cancellati dallo strato di polvere, di grasso, e non so cos’altro, ma sono …. rossi. Sì sono rossi. Non si vedono quasi mai da noi delle targhe con i numeri rossi: 5,8,H, 13… guardo la mia mano e la macchia rossa, alla luce, lascia intravedere i numeri che erano impressi sulla chiave. Si riescono a leggere, “tatuati” sul palmo e … sono gli stessi. Un brivido mi corre lungo la schiena. Non sono un pauroso, uno che si lascia suggestionare facilmente, però… però il brivido che mi percorre mi ferma, mi gela più dell’umidità che c’è oggi. Non so cosa pensare.  Sicuramente non al pane che devo comprare, né alla cena di stasera, né al film di ieri, ma voglio vederci chiaro. Mi muovo e il brivido non se n’è certo andato, e mi avvicino all’auto, misurando i passi. Cautamente come fossi un ladro, o qualcuno che è nel posto in cui non deve stare.
    Guardo dentro l’auto, coi piedi bloccati che sono un tutt’uno con il marciapiede. Immobile, sotto la pioggia che non sento, guardo dentro l’auto. Sì, è vecchia, arrugginita, segnata dal tempo, ma ha dentro un qualcosa di vivo, di inquietante, raggelante. Sembra quasi che mi guardi. I fanali due occhi che mi chiedono di ascoltarla. Sono diventato matto? Ma sì, è solo suggestione. Faccio un respiro profondo e mi tolgo dalla fronte e dagli occhi le gocce di pioggia, ma non realizzo che piove. Guardo dentro l’auto. Non ha specchietto retrovisore, ha il cambio sul volante, ha delle foto sul cruscotto, una scatola di biscotti e un succo di frutta. E sui sedili anteriori ha due tovaglie vecchie, o strofinacci da cucina, usati forse come foderine. Rimango un po’ stupito. Poi sento dei passi e una voce.
    - Chi è? – una voce cavernosa – mi gelo ancora di più. Non mi volto.
    - Chi è? – di nuovo la voce, più arrabbiata che curiosa.
    Allora mi giro, ma non ne avrei voglia, e vedo un uomo sul balcone poco distante che parla con un ragazzo.
    - Sono il garzone del fornaio, signore. Le ho portato il pane che ha ordinato. Torno a respirare dopo un attimo eterno, bagnato di sudore più che di pioggia, sprofondato nella mia suggestione e nella pozzanghera dove sono ormai da qualche minuto, senza essermene accorto. Il signore dalla voce cavernosa e il garzone mi riconducono così alla realtà. E, inconsapevoli, mi ridanno coraggio e pure consapevolezza che piove, è tardi e…. non ho ancora comprato il pane.
    - Non ti sei accorto che stava piovendo? – dice Choco
    - Evidentemente no! Tu che ne dici? – rispondo un po’ acido
    - Ehi, ma che ti ho detto? Cos’hai?
    Le racconto della chiave, della macchina e di tutto il resto e conveniamo che se domani l’auto sarà ancora lì, avvertirò la polizia.
    Stiamo bene a cena. Lo stufato è buono e Katia e Andreas sono, come al solito, molto carini. Ci raccontano del viaggio che hanno fatto poche settimane prima e ci “anticipano” la visione di alcune foto. Sì perché Andreas è un bravo fotografo e, prima di mostrare i suoi scatti, ne fa sempre una cernita, scartando quelli che non gli piacciono. E’ molto severo con se stesso, ma lo capisco, lo ritiene anche più professionale. A noi le sue foto piacciono sempre, soprattutto alcune in bianco e nero che ci ha regalato e che abbiamo attaccato nella sala con delle cornici adatte a loro e anche all’ambiente, che è un po’ colorato. Del resto Choco quando ha tempo, dipinge, anzi macchia, come la prendo in giro io, e qualche quadro variopinto è in bella esposizione. Mentre stiamo mangiando il dolce fatto (ahinoi) da Katia (ed io faccio brutte smorfie e Choco mi gela con lo sguardo perché ha paura di fare brutta figura), suona il citofono.
    Rispondo, ma non si sente nulla. Chiedo di nuovo chi è: niente. Parlo più forte, forse con la pioggia il citofono non funziona bene. Ma niente. All’improvviso comincio a sentire di nuovo quegli strani brividi percorrermi la schiena e mi guardo il palmo della mano, ancora più macchiato.
    - Oh, mi apri o no, che mi stò “inzuppando”? – urla all’improvviso una voce conosciuta nel citofono, che adesso funziona: è il “Brinzo”, un nostro amico. E’ vero mi aveva detto che forse sarebbe passato a salutare Andreas e Katia; me ne ero dimenticato.
    - Ehi, mi avete lasciato un pezzo di torta? – dice simpatico e vivace come sempre.
    - E come no? – dico doppiamente sollevato – e Choco mi gela di nuovo con lo sguardo – ma che si è capito che il dolce non mi piace?
    - Oh, non c’era un posto per l’auto. Ho girato 20 minuti per trovare parcheggio.
    - Dove hai posteggiato? – gli chiedo - Vicino al fornaio?
    - No, più lontano. Perché avevo anche trovato un posto, davanti al meccanico. Però un tizio mi ha detto che non si poteva parcheggiare perché ti fanno le multe…
    - Chi te lo ha detto?
    - Mah, uno strano tizio, vestito male. Non sembrava normale, aveva un naso enorme come Nicky…..
    - Come? – dico un po’ agitato.
    - Sì, un tizio con un naso molto particolare, che stava in una Golf bianca.. mi ha detto che lui era il meccanico e che lì era divieto di sosta. Gli ho risposto che sarei rimasto solo un’oretta e poi avrei lasciato libero il posto. Ma lui ha detto che avrebbe chiamato i vigili. Allora ho preferito spostare l’auto e parcheggiarla più lontano. Che ne so, era strano, sembrava arrabbiato… non si sa mai.
    Choco ed io non diciamo niente per non dover raccontare le strane cose degli ultimi giorni. Magari ci prendono pure in giro…. La serata va avanti, parliamo, scherziamo, ma ogni tanto io e Choco incrociando gli sguardi, sembriamo ricordarci qualcosa. Qualcosa di inquietante.
    - Dai, sbrigati, ti do un passaggio alla fermata dell’autobus.
    - Ma no, mi devo ancora truccare, non farmi fare le cose di corsa, ho ancora sonno!
    - Preferisco che scendiamo insieme. E’ ancora buio a quest’ora. -  Non ne abbiamo parlato della strana storia neanche ieri sera dopo che i nostri amici se ne erano andati.
    - Comunque se stamattina la Golf sarà ancora lì, avvertirò la polizia dall’ufficio.Ciao, io vado.
    Scendo. E’ lì. Il meccanico in genere apre verso le 9. Chissà se la noterà. In effetti è posteggiata bene. Proprio poco prima del divieto di sosta. In ufficio non faccio in tempo ad arrivare che già mi trovo segregato in una riunione noiosissima, però importante, che dura quasi tutto il giorno. Choco non la sento per telefono e mi dimentico del tizio e della macchina bianca. E non chiamo la Polizia. Me ne ricordo solamente quando più tardi sto parcheggiando sotto casa. Incuriosito mi avvicino al portone, ma vedo che l’auto è ancora lì, come stamattina. Vuota.
    Allora vado dal meccanico, che sta per chiudere; d’inverno trova molto traffico per tornare a casa, mi ha detto una volta, e allora finisce un po’ prima di lavorare. Mi saluta cordialmente e anche il vecchietto che sta sempre con lui. Avrà almeno75 anni, ma fa l’aiuto meccanico. E’ buffo, ma gentile. Sorride sempre, mostrando i pochi denti che gli sono rimasti, spesso sporchi del grasso delle macchine.
    - Buonasera – gli dico mentre vedo che sta arrivando Choco.
    Volevo dirle una cosa, sì, cioè, insomma… ha notato qualcosa di strano?
    - Di strano?
    - Sì, questa macchina. E’ da 3 o 4 giorni che è qui e c’è un tizio…
    - Ah, sì, sì.
    - Lo conosce?
    - Sì. Lo conosco – dice con una strana smorfia.
    - E’ così, così…..
    - Così strano, vuol dire?
    - Sì, infatti.
    Lo conosco almeno da 40 anni. Lavoravamo insieme in officina da giovani. Avevamo un padrone che era un vero tiranno. Dopo anni che lo pagava poco e neanche sempre, lo ha cacciato via. L’ho rivisto qualche giorno fa. Poveraccio. Ha la moglie che sta male. E’ all’ospedale qui vicino. Non hanno i soldi per prendere una stanza dove possa dormire anche lui, che, tra l’altro, non sta benissimo. Abitano fuori città, hanno quest’auto vecchia e scassata e lui non se la sente di andare e venire tutti i giorni.
    Mi ha chiesto di poter posteggiare qui davanti quando l’officina è chiusa, mi ha lasciato pure una chiave per spostarla…
    Ma la notte dove va? – dice Choco incredula.
    Dorme qui. In macchina.
    Con questo freddo? – diciamo in stereo e ci guardiamo.
    Eh, sì, poveraccio. Ma che può fare? Lì in ospedale non gli hanno dato neanche una poltrona… poi diciamo che lo Stato assiste gli anziani. Ma fatemi andare. E’ tardi, piove, troverò molto traffico.
    Buonasera – diciamo quasi sconsolati.
    Buonasera – e tirano giù la serranda del garage, lui e il suo aiuto con i denti sporchi di grasso d’officina.
    Io e Choco non parliamo e torniamo verso casa per mano ripensando a quel tizio, al suo sguardo inquietante. Alla sua storia inquietante.

     
  • 17 ottobre 2011 alle ore 16:32
    Faccia di clown

    Come comincia: Quando la pioggia comincia a scendere con piccole gocce che sembra quasi che bussino timide sul vetro dell’auto, ho spesso la sensazione che stia per iniziare qualcosa. Non so se dipende dalla luce che cambia all’improvviso, o dalla simultanea apertura degli ombrelli dei passanti, ma dentro di me c’è questa sensazione che, spesso, passa veloce e viene dimenticata.A volte però, come in questo caso, qualcosa cambia in me all’improvviso, nel senso che la musica che manda l’autoradio comincio a non sentirla più, la gente che passa è come ombre qualunque, tutto intorno prende il colore del cielo che manda la pioggia e sembra un contorno illeggibile, come quando si fotografa un oggetto in primo piano, sfocando tutto il resto.Quando l’attenzione si concentra sul volto o l’oggetto da fotografare, anche la mia mente si restringe ad un solo pensiero. E spesso, ed è questa la cosa più singolare e, se vogliamo, anche un po’ comica, quello a cui penso non è oggettivamente importante. Per niente. Voglio dire che non è detto che mi vengano in mente problemi o desideri o cose comunque che riguardano la mia vita. Ed infatti stavo pensando alla strada. Si perché ogni tanto passo di là, per quella strada, in particolare quando torno dal lavoro. Non mi piace infatti fare sempre lo stesso tragitto, non sono abitudinario in questo. Per il resto sì, devo ammetterlo, i cambiamenti mi sconvolgono sempre un po’! Poi mi abituo, soprattutto se si tratta di situazioni non particolarmente importanti. Però all’inizio c’è sempre una sensazione simile ad una piccola paura, ad un’incertezza per qualcosa che potrebbe destabilizzare un equilibrio ormai consolidato e che evidentemente, mi dà in qualche modo una certa sicurezza.Quindi mi chiedo sempre se il nuovo sarà meglio o peggio, come potrei magari trarne benefici o averne difficoltà. E’ un lavorìo mentale che quasi sempre si esaurisce in breve tempo, ma c’è.E a volte mi chiedo perché non inventano una macchina, un apparecchio che freni i pensieri inutili. Eh, sarebbe bello; immaginate di sentire un “bip” mentre state pensando che il nuovo capo che verrà nel vostro ufficio sarà un despota senza scrupoli o una persona ragionevole e ben disposta, oppure quando state cercando di capire se il cambio di senso di marcia della via in cui abitate sarà vantaggioso per voi oppure il contrario, se il videoregistratore che avete appena comprato sarà veramente stata un’occasione e se sarebbe meglio sistemarlo su quel mobile o su quell’altro.E vogliamo parlare della campagna acquisti della squadra di calcio per cui fate il tifo?!E via così. Sarebbe un “bip” di risparmio energetico per il nostro cervello veramente utile!E mentre “perdevo” energia mentale a pensare se fosse meglio azionare subito il tergicristallo dopo quelle prime gocce, sono stato aiutato da un bip proveniente dal cielo insieme ad ettolitri di pioggia, che mi hanno “costretto” a pulire il vetro.E così il pensiero è stato circoscritto alla strada, come dicevo poco fa.Mi ha sempre colpito il fatto che la mattina questa via è a senso unico in una direzione, mentre il pomeriggio lo è nell’altra. Sì, è veramente una cosa curiosa. Credo tra l’altro che dipenda dai banchi del mercatino che c’è la mattina e dal viavai di persone che lì comprano le cose più strane. Ma perché poi al pomeriggio il senso di marcia viene invertito, questo proprio non lo so. Ma, come volevasi dimostrare, anche questo non è certo un pensiero, diciamo così, costruttivo. Forse la spiegazione di queste mie piccole interrogazioni sta tutta nel fatto che sono sicuramente una persona molto curiosa. Ma qui voglio fare una precisazione: non sono un “impiccione”, nel senso che di sapere che lavoro che fa il vicino di casa oppure con chi è sposata quella famosa attrice, non me ne frega niente. Io sono curioso, o meglio, sarei curioso, di capire perché le persone (le persone in genere, anche quelle che non conosco) si comportano in un certo modo, perché indossano un abito piuttosto che un altro; o perché parlano da sole mentre camminano per la strada. Vorrei sapere cosa c’è dietro. Cos’è che fa comportare un individuo in un modo spesso singolare. E poi non mi si dicano le cose a metà: divento una belva! La mia curiosità potrebbe non farmi dormire la notte! Ma questo è un altro discorso.Assorto nel pensiero della strada, comincio a percorrerne il tratto dove ci sono sempre molte auto in doppia fila, zigzagando tra queste e le pozzanghere. Ciò mi distoglie dalla mia inutile curiosità e concentro l’attenzione sulla guida. Anche per non rischiare di investire i passanti che, cercando riparo dalla pioggia sotto le tettoie dei negozi, attraversano la strada, improvvisi come la pioggia.E freno infatti per far attraversare alcuni operai. Portano legno grezzo al negozio lì di fronte. Sono buffi, un po’ strani; tutti piccoli di statura con tute azzurre un po’ demodè. Riparto ma, con un riflesso fortunatamente pronto, schiaccio il pedale del freno per non investire un altro operaio che è sbucato all’improvviso non so neanche da dove. Si ferma, con le tavole di legno appoggiate su una spalla. Gli suono col clacson per invitarlo a passare. Lui allora, come se volesse sincerarsi di non rischiare di essere investito, sposta le tavole che gli coprono il volto e guarda verso di me.Non posso descrivere la sensazione che ho provato in quel momento. Credo di non trovare le parole per far capire quello che ho sentito. Forse una lastra di ghiaccio sopra la schiena nuda sarebbe passata più inosservata. E da lì che mi guardava con il suo volto….oddio, terribile! Era come se su quella tuta azzurra avessero messo la maschera di un clown. Ma non era una maschera; era la sua faccia!Non avevo mai visto una cosa simile, un volto quasi deformato, allungato, con strane orecchie, il naso… insomma era una faccia da clown, ma vera, in carne ed ossa!E mi guardava. Mi ha guardato per un momento interminabile. Mi guardava e stava fermo, respirando forte sotto la pioggia, con il fumo del suo fiato caldo evidenziato dall’umidità della pioggia. Sembrava non accorgersene della pioggia. Era lì tutto bagnato, con le pesanti tavole di legno sulle spalle e mi guardava. Ma perché mi guardava?! Forse anche lui avrebbe potuto pensare la stessa cosa di me, ma io …non avevo una faccia…così!Era come se lui lo sapesse e volesse dirmelo. O dirmi forse qualche altra cosa. Ma perché proprio a me?! Perché mi fissava in quel modo e perché non attraversava la strada? Quanto avrei voluto davvero che esistesse il “bip” in quel momento…Quello che desideravo di più era che passasse. Che passasse e mi dimenticasse. Ma perché avevo paura di essere ricordato? Forse avevo paura io di non dimenticare più lui…Ed invece del “bip” arrivarono i clacson degli automobilisti ormai in coda dietro di me, spazientiti per l’attesa. E questo sembrò risvegliarci entrambi, riportarci alla realtà. Lui passò, e passando sembrò che io per lui non esistessi più. Stavo pensando questo come ad una liberazione ed accelerai, ma non troppo, non abbastanza da non avere il tempo per guardare nello specchietto retrovisore. Mentre poggiava in terra le assi di legno, davanti al negozio, dietro la sua spalla il suo volto stava ruotando verso di me. Come in una scena al rallentatore, le sue palpebre (chiuse per lo sforzo fisico) si aprirono verso il mio specchietto, come la sua bocca che inspirò l’aria umida e malsana della pioggia mista allo smog delle auto, gonfiando il petto e pure il mio cuore, che cominciò a battere forte, mosso da un’emozione difficile da descrivere.Mi guardava di nuovo. Anche se per un attimo, stavolta. Ma mi impauriva.Costretto (per fortuna!) a proseguire per non bloccare di nuovo il traffico, tornai a casa con quell’immagine impressa nel fondo degli occhi, una fotografia stampata sul vetro dell’automobile.Non nascondo che per diverse ore ho avuto addosso una sensazione simile ad una maglia sintetica a 40° all’ombra, un senso di angoscia di cui non sono riuscito a svestirmi neanche quando ho indossato il pigiama per andare a letto. Ed era già abbastanza tardi e non sono riuscito ad addormentarmi per un bel po’. E stavolta non erano certo pensieri poco importanti…------------- --------------Choco mi telefona  in ufficio dopo pranzo, tutta contenta. La sua vocina è così dolce, ma anche così buffa che le rifaccio il verso.- Sai chi c’è in città? – mi chiede –- Mah, i palazzi, le persone, le auto…- Scemo!, volevo dire: sai chi è arrivato ?!- Chi è arrivato? – e il mio punto interrogativo era più che altro un punto di paura che fosse arrivato qualche lontano parente da qualche paese altrettanto lontano, per qualche altrettanto inopportuna gita di piacere (io odio quello che sconvolge i miei equilibri e quindi immaginate cene e tour cittadini con sconosciuti stranieri a cui sorridere tutto il tempo, e che ti dicono “io amare molto questo paese”, oppure “qui mangiare molto buono è”, ecc.; tutto questo magari durante  la diretta televisiva della finale di coppa!…).- Vera con il bambino! –- Ah!… - era talmente contenta che non ce l’ho fatta a dire: “ e chi è ?! “.- Che bello. E’ da più tre anni che non la vedo! Stasera è da noi a cena.- Bene…- dico, ma penso che avrebbe potuto rimanere altri trent’anni nel suo paese!…(come sono orso, però…).- Non ci vediamo dal giorno del diploma preso al corso di arredamento.- Ma dai?! – ed ora la mia “orsutaggine” lascia il posto ad una inconsueta umanità (apparente…), e ricordo di questa amica di Choco, piccola di statura come lei e con dei capelli biondi lunghissimi, innamorata di uno scrittore tanto brillante quanto bizzarro, e molto più grande di lei.- E il suo uomo? – le chiedo sperando un po’ che non ci sia (la sua presenza aumenterebbe la destabilizzazione dell’equilibrio!) e un po’ sperando invece di sì, perché la sua originalità mi ha sempre incuriosito (e come potrebbe essere altrimenti per un curioso come me?) e anche divertito, tranne quando beveva un po’ di più e mi teneva mezz’ora ad ascoltare il racconto del suo viaggio in Oriente…- E’ a Berlino, per una premiazione. Ti ricordi che scriveva tanti libri sulle culture orientali?- E come no?!- Hanno un bimbo di quasi tre anni. Vera mi ha spedito alcune sue  foto qualche volta. Siamo rimaste sempre in contatto. Non pensavo sarebbe venuta così all’improvviso.- Eh, infatti! – dico, ma Choco è talmente su di giri che non si accorge del mio tono un po’ ironico.***La serata è piacevole, nonostante io non ami stare ad ascoltare due donne che ricordano i tempi passati, escludendomi per metà del tempo dalla loro conversazione e che parlino del bambino (ma soprattutto di bambini!) dicendo che fa questo, fa quest’altro, mangia o non dorme, e che da tanta soddisfazione. Ecco io questa cosa non l’ho mai capita! Una bella macchina ti può dare soddisfazione, una squadra che vince un torneo internazionale. Ma un bambino!? Che fa? Ti porta in un’ora da casello a casello o consuma poco? Mah, certi luoghi comuni non li capisco proprio, anche se i bimbi mi piacciono decisamente. E infatti per buona parte del dopocena , mi “cibo” io il piccolo Marc, che, inspiegabilmente (!) mi trova simpatico e mi da confidenza. Credo che nei bambini scatti ad un certo punto una molla; dopo che sono soddisfatti che si è parlato di 2 ore di quanto sono belli e bravi, passano all’attacco e si sfogano. Quindi manifestano la loro improvvisa (ma studiata, attenzione!) vivacità, tentando di rompere i CD a cui tieni di più usandoli come freesbe o fingendo amore disinteressato per uno sconosciuto (quasi comprendessero il suo disagio a trovarsi in mezzo a due donne che parlano di cose che a lui interessano, in una scala da 1 a 10, -25), e lo compatissero. Allora decidono, mossi a compassione, di “farlo giocare un po’, almeno non si annoia”. E sicuramente non mi sono annoiato, primo perché sono stati così impegnato a “parare” i CD dei Pink Floyd e degli U2” che il piccolo monello scagliava contro il televisore, che il resto la serata è passato molto velocemente. Però, togliendomi la maschera da uomomaschilistacheodiaidiscorsifemminilienonsopportalepappeeipannoliniperchèsonocosedadonna, devo dire che quel bambino è adorabile. Mi guardava come per dirmi: “ti sei ammorbato, bello eh?. Ti capisco. Ne vedo spesso di tipi come te. Ma che ci vuoi fare, forse un giorno anche tu romperai le scatole agli amici con le gesta del tuo piccolo campione di calcio di 5 anni”.Confesso che per un momento (solo uno però, eh) ho seriamente pensato che sarebbe bello avere un frugoletto che gira per casa a cercare i CD dei Queen per distruggerli; e che anche se li distruggesse, il suo tenero sguardo e le sue manine omicide mi “squaglierebbero” a tal punto che forse non riuscirei neanche ad incazzarmi. Lo prenderei in braccio e gli spiegherei che così non si fa, che deve essere bravo, che papà ci tiene tanto ai dischi rock anni ’70, come se a due anni magari potesse capire le cose che gli dice un padre ormai già bello rincoglionito. Lo coprirei comunque di baci e (e basta!, mica ci vorrai cadere!…).- Perché non portiamo Marc al circo domani? – dice Choco a Tanya (guardando me, però…) e questa sua “splendida” idea è quasi più dolorosa del lancio contro il muro del primo album di Sting. Accetto solo dopo aver saputo che il circo che era in città in quei giorni non faceva spettacoli con gli animali; quello no, non lo avrei sopportato.- Ciao Tanya. A domani. Ti passiamo a prendere verso le 20. Ciao piccolo. Dai un bacio, ecc. e qui i risparmio le solite scenette, risatine, facce buffe che si fanno ai bambini quando si vuole che con un bacetto o un sorriso vi confermino che gli siete rimasti simpatici.------------- --------------Il circo è un po’ fuori città, ma impieghiamo poco per arrivarci. E per fortuna, perché il piccolo campione di freesbe era stato messo a conoscenza dalle due alleate del fatto che a me piace cantare e, soprattutto, che conoscevo tutta la canzoncina degli animali, quella dello spot in televisione. Si può immaginare il numero delle volte che mi ha chiesto di cantarla, con le mie ormai sempre più nemiche che ridevano a crepapelle.Nel tendone grande grande, come lo chiama Marc, c’è molta gente, e per fortuna i nostri posti sono buoni, in prima fila, anche se laterali. Da lì possiamo avere vicino ogni tanto alcuni giocolieri e altri artisti. Io non amo il circo, ma non solo per gli animali, è che mi mette un po’ di tristezza. Ho come l’impressione che dietro i sorrisi dei trapezisti, dei domatori e dei presentatori, ci sia una vita piena sì di sacrificio, ma anche di molto dolore. Ed intendo dire quel dolore interiore che si trasmette di padre in figlio, di famiglia in famiglia, quando si è costretti, non si sa perché, a svolgere ruoli obbligati. Ed il bello, si fa per dire, è che si ama questo modo di soffrire e ci si lascia trascinare senza mai ribellarsi, fieri del proprio ruolo e della propria immagine. E si sorride, apparentemente felici ed appagati, circondati da un tendone, o una roulotte, che sono la propria pelle, il proprio guscio, la propria madre, che non si ammira, forse si odia, ma che non si può lasciare. Perché comunque protegge, perché comunque fuori potrebbe essere peggio; si ha paura fuori dalla tenda, ci sono regole da rispettare, forse più difficili delle acrobazie su un trapezio.Ed eccoli, finalmente, i trapezisti. Sono quelli che preferisco, mi affascinano da sempre. Atleti fortissimi ed aggraziati, che sfidano il vuoto per un applauso, che ricambiamo poi, sempre, con un sorriso.Ed ecco di nuovo i clowns. Marc ride, anche se non capisce quello che dicono, ma non importa. Sono buffi, fanno cose buffe, sono proprio come dei bambini (tristi anche loro però). Fanno degli scherzi anche al pubblico, che ride di gusto e si coinvolge. Alcuni vengono fino da noi, altri fanno da spalla, restando più indietro. Hanno un compito di supporto, ma faticano con i tamburi, le urla e i balletti.Ad un certo punto ad uno di loro sfugge una palla e corre a raccoglierla, verso di noi. Lo rimprovera un po’ il capo clown e lui caracolla infastidito dietro alla palla che rimbalza proprio tra le mani di Tanya. Gliela porge, sorridendo ed indicando al piccolo il clown. Lui arriva, prende la palla rossa e fa per andarsene, quando il suo viso si gira verso il mio e si arresta, come folgorato, e mi guarda. Ho di nuovo la lastra di ghiaccio sulla schiena: è lui. E’ faccia da clown, il ragazzo della falegnameria, quello dell’altra sera che mi ha fissato mentre ero in macchina. E’ uno sguardo terribile, accentuato dal fatto che non ha una maschera, non ha quasi trucco, ma ha una faccia da clown! E’ difficile dire quello che mi passa per la testa in quel momento, ma sicuramente so che non è di nuovo per niente piacevole. Mi guarda ancora, per un altro istante interminabile. Ha la bocca aperta e i suoi contorni sono quelli di una bocca che urla disperazione, dolore e chissà che altro. E i suoi occhi sono grandi, grandi come la sofferenza che c’è dentro. E mentre è lì, con la palla in una mano e l’altra per terra che lo regge, trema,  e viene richiamato con durezza dal capo dei clowns: “Che fai lì impalato? Ti sei addormentato? Vuoi che ti veniamo a prendere a calci?”. Si gira piano e poi torna col viso a scontrarsi col mio sguardo, o a cercarlo, e i suoi occhi ora sono colmi di sofferenza, la sua bocca è ancora più aperta, come se volesse dirmi qualcosa. Ma sono di nuovo i suoi occhi a parlarmi: mi chiede aiuto! Sì credo proprio che mi stia chiedendo aiuto. Ma perché a me? E perché vuole aiuto?Mentre penso a tutto questo, gli altri clowns lo hanno raggiunto e, scherzosamente lo prendono a calci nel sedere con i loro buffi piedoni. E lui scappa intorno al cerchio, salterellando come gli altri, che continuano  a colpirlo. Fanno un giro tutti intorno e ci ripassano davanti. Qualche clown però mi sembra lo colpisca con forza, forse anche con cattiveria. Sembrano quasi schernirlo e lo apostrofano forte con frasi che fanno ridere il pubblico (e anche Marc), ma a bassa voce gli dicono cose terribili. Gli urlano “mostro”, “essere ripugnante”, “faccia di clown”, stasera ti riportiamo nelle fogne da dove sei venuto. Rimango attonito, sono sbalordito dalle cattiverie che ho percepito in quegli uomini, perché lo trattano a quel modo? Che ha fatto di male? Poi rifletto su quello che si vede in giro, su quello che si legge sui giornali, ripenso alle volte in cui anch’io, come tutti più o meno, ho avuto una sensazione di ribrezzo mista a paura forse, nel vedere persone deformi. Ma capisco, senza peraltro giustificare, che quegli uomini hanno trovato in lui il mezzo per sfogare forse le proprie frustrazioni, ed allora lo sbeffeggiano, lo colpiscono, lo ingiuriano. E la loro cattiveria gli fa male più del suo stato. Mentre corrono di nuovo davanti a noi, lui rivolge ancora lo sguardo. Ora sono sicuro: sta cercando aiuto. Da me! Mentre agita il capo deforme, rotolandosi nella polvere, scorgo una lacrima sul suo volto. Quasi si ferma tremante come se volesse attendere che qualcuno la asciughi; come se aspettasse che qualcuno la porti via, per non farla seccare, per non farla morire.Non so quanto siano rimaste colpite Tanya e Choco da quell’episodio. Ma visto che non ne hanno parlato, se non per dire che c’era un clown con un viso strano e che era in qualche modo brutto, capisco di aver visto io quello che lui mi ha chiesto di vedere. E, dopo aver accompagnato i nostri ospiti, mentre il ghiaccio sulla schiena si scioglie, cerco di prendere sonno.------------- --------------Il volo è alle 15.30 di sabato ed io e Choco ci siamo offerti di accompagnare Tanya e il bambino all’aeroporto. Sono stati molto bene con noi e Choco è contentissima di aver passato qualche giorno con la sua amica. Ed anch’io per la verità, messe da parte la mia solita “orsite” e la diffidenza, ho passato qualche serata diversa e simpatica e, sembrerà strano, un po’ mi dispiace che partano. Anche se comunque domani sera c’è una partita importante ed un’eventuale intrusione di Marc gli avrebbe potuto far fare la fine del freesbe. Prima di andare all’aeroporto Tanya vuol comprare alcune cose da portare al suo compagno, ed allora ci fermiamo in alcuni negozi. Mentre Choco e Tanya comprano velocemente qualcosa io rimango in macchina con il “piccolo distruttore di CD”, che, dopo i primi 5 minuti in cui ride e scherza e mi chiede se andrò a trovarlo (e partirei subito, solamente per lo sguardo e la tenerezza con cui lo dice), comincia a sfoderare la quasi infinita lista dei “perché?” che hanno in dotazione tutti i bambini tra i 3 e i 6 anni. Esauriti i “perché” (ed anche le energie del sottoscritto) comincia a dare segni di insofferenza sempre più difficilmente controllabili, soprattutto per chi non è il genitore e non può certo “rimproverarlo” con toni troppo duri. Sono costretto quindi a portarlo dalla mamma, lasciando l’auto in “doppia fila”, cercando con lo sguardo di assicurarmi che i vigili non siano nei paraggi.- Che c’è Marc? – chiede Tanya un po’ scocciata (ma tenera) con il bambino e un po’ mortificata per avermi dato il pargolo in ostaggio.- Forse è stanco o ha fame – dico in via interlocutoria, quasi per toglierle l’imbarazzo- Ma se ha dormito e mangiato un’ora fa! – dice Choco prendendomi in giro – non ne capisci proprio niente di bambini tu, eh? – Ah, io non ne capisco niente – penso – ho risposto ad almeno 30 “perché?” in soli 10 minuti e quasi senza barare……- Guarda che carina questa cornice – mi dice tirandomi per un braccio – starebbe bene nella camera dei tuoi, con quel mobile antico che hanno comprato.- Sì, è vero, potremmo chiedere quanto costa; magari un altro giorno, altrimenti rischiamo di perdere l’aereo. E comunque io passo spesso qui vicino, tornando dal lavoro (e per un attimo mi torna in mente la prima volta che vidi Faccia di clown), posso fermarmi….- Marc vieni qui – urla Tanya che non si era accorta che il bimbo si stava allontanando, ci sono le macchine.- No, non attraversare!......ma Marc come tutti i bambini spesso fanno, sembra avere fretta di disobbedire alla mamma e di tornare alla macchinaRimaniamo bloccati mentre il piccolo sbuca dalle auto posteggiate e si ritrova improvvisamente in strada. Tanya urla e un’auto arriva veloce e poi un’altra. Frenano, ma sembra tardi, Marc guarda l’auto che sta per investirlo con il pollice in bocca, come quanto guarda i cartoni in TV e il rumore dei freni taglia l’aria in stereo con il grido disperato di Tanya. Due braccia all’improvviso sollevano Marc che, protetto dal corpo di un uomo robusto, se la cava, rotolando incolume insieme all’uomo con la tuta azzurra, che gli ha salvato la vita mettendo a repentaglio la propria.Corriamo dai due e Tanya stringe in braccio Marc coprendolo di baci e lacrimoni di disperato sollievo. Io e Choco aiutiamo l’uomo a rialzarsi e stiamo per esprimergli la nostra gratitudine per il coraggioso gesto, quando si volta verso di noi ed io faccio un salto all’indietro, quasi terrorizzato: è “faccia di clown”! è lui ad aver salvato la vita al piccolo Marc, ed ora si rialza da terra, dalla strada dove io, pochi giorni prima, lo avevo visto con le assi di legno sulle spalle. Mentre Choco lo ringrazia e gli chiede se sta bene, se haa bisogno di qualcosa, io e lui ci guardiamo non sapendo cosa pensare e cosa dire.Non c’era stavolta in lui lo sguardo che chiedeva aiuto, c’era un’espressione buona, quasi serena. Ma è stato un attimo. Tutto ad un tratto il volto ha cambiato espressione e, come se si fosse ricordato di essere chi era, si è alzato di scatto ed ha cominciato a correre, lasciandoci increduli.- Ma dove va? – dice Choco- Aspetti, sta bene? – ma lui corre, si volta e corre e si volta di nuovo mentre corre, lasciandomi lì con occhiate che sembrano sempre più vicine a quelle delle volte scorse.- Ma chi era? – mi chiede Choco- Non so, davvero- Ma perché è andato via così? Sembrava che scappasse- Non so…- Ma che hai? Sei strano….- No, no…. È che quello che è successo…poteva finire male- Beh, certo. Meno male che tutto si è risolto per il meglio. Stasera dormiremo sereni. La guardo sicuramente poco convinto….- Ciao Tanya e a presto- Ciao Choco. Grazie di tutto. Siete stati molto carini. Venite a trovarmi presto- Sì te lo prometto. Saluta il tuo “scrittore” e la prossima volta venite insieme. E prima che Marc faccia il militare…..- Ciao Tanya. Buon viaggio. Abbi cura di te e di Marc – le dico mentre il piccolo aspirante suicida mi sta sciogliendo i lacci delle scarpe…- Ciao peste. Lo abbraccio forte e lo bacio mentre Choco mi guarda teneramente. Mi devo preoccupare?!!Un’ora dopo la partenza siamo in centro e giriamo per negozi; tranquilli parliamo di Tanya e Marc. Compro il CD di Sting, ma forse non perché Marc lo ha rotto, ma perché mi fa pensare a lui….E perché voglio cercare di occupare il più possibile la mente per non pensare al ragazzo con la faccia di clown.------------- --------------Quando compro il giornale, soprattutto nei giorni di festa, per abitudine leggo i titoli della prima pagina,

     
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