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in archivio dal 13 giu 2013

Stefano Vignaroli

07 aprile 1959, Jesi - Italia
Segni particolari: Amante della scrittura, della lettura, della montagna e della musica Jazz.
Mi descrivo così: Medico Veterinario da trent'anni, scrittore da molto meno. Ideatore della serie sul Commissario Caterina Ruggeri. Finora pubblicati: "Delitti esoterici" e "I misteri di Villa Brandi". La protagonista dei miei racconti, come ovvio inizia dalla Polizia cinofila, ma diventerà poi un personaggio ecletti
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  • 13 giugno 2013 alle ore 18:44
    Una tranquilla cittadina di provincia

    Come comincia: Buio. Mentre i cittadini onesti si godono il meritato riposo nella tranquillità dei loro appartamenti, in alcune zone della città si vive una vita alternativa, animata da barboni, drogati, ubriaconi, prostitute, viados, extracomunitari più o meno clandestini e personaggi senza fissa occupazione e senza fissa dimora. A Jesi il cuore pulsante di questo tipo di società è la zona compresa tra la stazione ferroviaria e quella delle autocorriere, e gli inghiottitoi di questa feccia umana, capaci di accoglierla senza vomitarla, sono rappresentati dal versò all’aperto del bar del Piazzale di Porta Valle e dalle panchine che rimangono quasi completamente al buio sotto gli alberi, dove la luce dei lampioni arriva a fatica o non arriva affatto. Lì non è infrequente vedere una prostituta ubriaca rimanere riversa sulla panchina, con il sedere nudo all’aria, nella stessa posizione in cui si è fatta ficcare dall’ultimo cliente, che magari l’ha lasciata così senza neanche pagarla.
    La mezzanotte è passata da un pezzo e la serranda del bar pizzeria è abbassata per metà da più di mezzora. Veronica, quarantenne Commissario di Polizia, un glorioso passato da campionessa olimpionica di scherma, è appoggiata alla fiancata della sua berlina nera. Il fumo della sigaretta si va ad unire al suo fiato condensato e alla nebbia della notte di autunno inoltrato che rende ovattate le sagome di persone e cose. Una prostituta di colore le si avvicina: «Per 20 Euro ti posso far godere, meglio che un uomo.» «Vattene!» risponde, mostrando il distintivo. «Sei fortunata che ho altro per le mani questa sera, altrimenti ti farei passare la notte in cella.» «Dammi una sigaretta, allora.» Veronica getta la cicca, cerca nelle tasche, accende l’ultima del pacchetto, che accartoccia e getta in terra. «Come vedi non ne ho più. Vattene!» Sottolinea quest’ultima frase sbuffandole direttamente il fumo in faccia e fissandola con lo sguardo più truce che è in grado di realizzare.
    Uno dei pochi lampioni accesi si accende e si spegne in maniera intermittente, quasi comandato da uno strano meccanismo a orologeria, probabilmente la sua lampada è arrivata al capolinea ma ne passerà di tempo prima che qualche operaio del comune passi a sostituirla. Approfittando del buio e della nebbia, lo zingaro dai lunghi capelli grigi e il cappello a larghe falde scarica la vescica dietro la sagoma di una corriera parcheggiata, poi ritorna sotto il versò del bar, scola il suo bicchiere e si avvia barcollante verso la sua bicicletta. Tre pedalate e cade rovinosamente a terra, si rialza e si perde nella nebbia. Ogni sera nessuno sa se riuscirà a raggiungere indenne la sua roulotte, giù in fondo alla zona industriale, ma il giorno dopo si ripresenta puntualmente a elemosinare soldi, alcol e sigarette.
    Veronica si stringe nel giubbotto di pelle per proteggersi dal freddo e dall’umidità. Ecco, ora la sua attenzione è incentrata sulle due figure che fuoriescono da sotto la serranda del bar. Leonardo, l’ingegner Leonardo Albini, è in compagnia di una stangona dalla pelle ambrata, minigonna, gambe vertiginose e seno talmente gonfio di ormoni e silicone che potrebbe esplodere da un momento all’altro. La stangona, più che una lei, è ancora un lui. Qualcosa che penzola in mezzo alle gambe ce l’ha di sicuro! Pensa Veronica, ma non è interessata più di tanto alla cosa. Chi le interessa è Leonardo, quell’ingegnere edile dalla pretesa di diventare un investigatore privato. E certo, sempre a contatto con la malavita locale, chi meglio di lui potrebbe acciuffare criminali? Leonardo saluta il viado, che se ne va in direzione di Via Setificio, mentre lui si dirige verso Porta Valle ed entra nel centro storico. Veronica lo segue cercando di mantenere la distanza, ma l’uomo si dilegua nei meandri dei vicoli.
    Un uomo dallo spiccato accento dell’est Europa le si avvicina da dietro e fa scattare un coltello a serramanico. «Poco raccomandabile girare da queste parti per una donna sola.» Affatto intimorita, la poliziotta fa una piroetta e, grazie a un colpo di piede ben assestato, disarma il suo potenziale aggressore. «Anche per un uomo, specialmente se infastidisce le persone sbagliate!»
    E per quella notte è fatta, ha perso di vista il suo bersaglio, non ha potuto verificare la sua connivenza e complicità con i criminali della zona sud di Jesi, quella che un tempo era considerata una tranquilla cittadina di provincia. Tanto vale rientrare alla base. Con la certezza che prima o poi Leonardo farà un passo falso. Pura fantasia? O magari è segretamente e inconsapevolmente innamorata di lui, chissà!
    I quotidiani locali del giorno successivo, una giornata caratterizzata da un pallido sole che fa capolino dalla coltre di nebbia, riportano l’ennesima notizia di cronaca nera. In zona Porta Valle un Viado è stato aggredito e accoltellato. Prontamente soccorso dall’ingegner Albini, che si trovava a passare di lì per caso, è stato dichiarato guaribile in 10 giorni. Ma la Polizia dov’è?

     
  • 13 giugno 2013 alle ore 12:04
    Follia

    Come comincia: Follia è creare un profilo falso su Facebook.
    Follia è chiedere l’amicizia sotto falso nome a una persona che vorresti veramente contattare.
    Follia è che lei accetti l’amicizia.
    Follia è che accetti di chattare con te.
    Follia pura è che accetti di venire a un incontro reale.
    «Non è possibile, non può aver capito chi sono nella realtà, ho cercato di fare di tutto perché non lo scoprisse! Ma non ha paura di incontrarsi con uno sconosciuto? Va bene, io non sono uno sconosciuto per lei, siamo stati fidanzati per più di sette anni… Ne sono passati altri venticinque dopo che ci siamo lasciati. Dopo che lei mi ha lasciato! Forse ora è sola e cerca l’incontro con un uomo, chiunque egli sia. E questo non sarebbe un bene…»
    Mentre questi pensieri affollano la mia mente, la vedo, il mio cuore fa un balzo, lo sento battere in gola. Non è possibile, non sono mica un ragazzino, ho quasi cinquantaquattro anni! O forse sta giungendo l’infarto, chissà! Lei mi guarda, non c’è sorpresa nei suoi occhi luminosi, nocciola, bellissimi dietro le lenti degli occhiali. Mi saluta con un gesto della mano.
    «Quasi lo immaginavo che fossi tu, o forse lo speravo, magari era un presentimento…»
    «Ma se ti avessi contattato con il mio nome non avresti mai accettato un incontro. Come stai? Dimmi di te!» Ci baciamo sulle guance e ci stringiamo forte, con le lacrime che stentano a non sgorgare dagli occhi con prepotenza.
    «Sono stata cattiva con te. Tanti anni fa ti ho lasciato, raccontandoti bugie, che volevo la mia libertà, che volevo vivere la mia vita… La realtà era un’altra, ero incinta, di un altro ragazzo.»
    Annuisco, lasciando che continui la sua storia senza interromperla.
    «Partorii una bambina, Roberta, ma quando venne alla luce il suo papà già non era più accanto a me, se ne era andato in via definitiva per altri lidi. Non seppi più nulla di lui. In compenso la gravidanza, oltre la stupenda bambina, mi regalò un assurdo intruso: il diabete. Sono più di venti anni che vivo grazie all’insulina.»
    Perché non mi hai cercato? Vorrei dirle, ma continuo a rimanere in silenzio.
    «Dopo qualche anno mi innamorai di nuovo. Lui era bello, dolce, carino con me, mi amava. Ci sposammo in pompa magna. Credevo fosse felice, invece col tempo scoprii che era dedito all’alcol e alla droga. Cercai di combattere insieme a lui, di farlo uscire dal tunnel, e invece…»
    Fa una pausa, le lacrime ora corrono come rivoli lungo le sue guance. Mi avvicino a lei e la prendo con delicatezza tra le mie braccia. Lei si abbandona, si lascia coccolare. Cerco di asciugare le sue lacrime, ma ne sopraggiungono ancor di più. La lascio sfogare.
    «Una mattina lo trovai riverso sul tavolo della cucina. Pensavo si fosse addormentato lì, invece si era fatto un overdose. Tastai il suo polso, niente, non c’era più nulla da fare. Non capii mai se considerare la sua morte un suicidio o una disgrazia. Volevo morire anch’io, così sospesi l’insulina. Prima o poi la morte sarebbe giunta. Ero quasi al coma diabetico quando incrociai gli occhi di Roberta, che allora aveva nove anni. C’era qualcosa per cui valeva la pena vivere ancora, non potevo abbandonarla. Raggiunsi l’armadietto e mi inoculai l’insulina. La vita riprese, anche se con momenti bui, dolorosi. Sono passati altri quattordici anni, durante i quali non ho voluto legarmi più a nessuno. Roberta ora è grande, ha iniziato l’università e ora sta seguendo un master all’estero, in Germania. Della mia vita non c’è tanto altro da raccontare, ora che mia figlia è lontana mi sento sola, ma non ho più pensato al suicidio, mai più! E ora dimmi di te!»
    Ora le dovrei raccontare che ho una famiglia splendida, una moglie, due figli, una solida professione che mi consente di vivere in maniera agiata. Che l’ho contattata solo per curiosità, perché volevo vedere com’era a distanza di tanti anni. Non ce la posso fare. La stringo a me più forte, avvicino le mie labbra alle sue, sento in bocca il sapore salato delle lacrime – le mie, o le sue, o entrambe? – E la bacio. Lei corrisponde, io non smetto, sono minuti che non vorrei terminassero mai, se ci fosse la possibilità vorrei abbandonarmi tra fresche lenzuola insieme a lei.
    «Ho pensato spesso a te.» Riesco finalmente a parlare. «In vita mia non ho mai amato nessun’altra. Sì, mi sono sposato, ho avuto figli, ma se penso all’amore, quello vero, quello l’ho provato solo con una persona. Ora ti devo salutare, ritorno a casa, da mia moglie, dai miei figli. Scusa se ti ho importunato, non avevo il diritto di farlo. Ti amo, ti ho sempre amato, ma l’amore è stato vissuto a suo tempo, non si può reclamare ora.»
    Mi sciolgo dall’abbraccio e mi allontano da lei. Dopo qualche passo mi giro su me stesso, lei è ancora lì, che mi guarda, come faceva quando eravamo fidanzati, quando mentre me ne andavo lei continuava a salutarmi con la mano finché non scomparivo.
    Mi rigiro di nuovo e corro verso di lei.
    Follia è lasciare una famiglia per un vero amore.

     
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