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in archivio dal 06 giu 2001

Stéphane Mallarmé

1842, Parigi
1898, Valvins
Segni particolari: Ho subito l'influenza di Baudelaire e Poe, sono amico di Gide.
Mi descrivo così: Uno dei fondatori del simbolismo, ho sempre cercato di descrivere "non la cosa, ma l'effetto che essa produce".

elementi per pagina
  • 29 marzo 2006
    Elemosina

    Prendi questa borsa, Mendicante!
    Tu non l'hai carezzata
    vecchio poppante a una mammella avara
    per distillarne soldo a soldo il tuo
    rintocco funebre.

    Ma cava dall'amato
    metallo qualche estroso
    peccato e vasto come noi, quando a manciate
    lo baciamo, e soffia, che si torca!
    un'ardente fanfara.

    Tutte chiese
    velate dall'incenso queste case
    quando ai muri cullando una bluastra
    fosforescente tacito il tabacco
    svolge orazioni,
    e l'oppio strapotente
    sbaraglia i farmachi! Anche tu,
    stracci e pelle, vuoi forse lacerare
    la sete e bere con la tua saliva
    un'inerzia felice,
    nei caffè
    principeschi attendere il mattino?

    Soffitti sovraccarichi di ninfe
    e veli; si getta al mendicante
    oltre i vetri un festino.

    E quando esci
    vecchio dio, tremando nel tuo sacco
    d'imballaggio, l'aurora è come un lago
    di vino d'oro e tu giuri d'avere
    le stelle in gola!

    Invece di contare
    il luccicante tuo tesoro, almeno
    potrai pavoneggiarti di una piuma,
    accendere a completa al santo in cui
    ancora credi, un certo.

    Non pensate che io
    dica follie: vecchi la terra s'apre
    a chi crepa di fame.Odio un'altra
    elemosina e voglio che mi scordi.

    Soprattutto, fratello, non andare
    a comprarti del pane.

     
  • 29 marzo 2006
    Brindisi funebre

    O tu, fatale emblema della nostra ventura!

    Saluto di demenza e libagione oscura,
    Certo non alla magica speranza del passaggio
    Alzo la coppa in cui soffre un mostro dorato!
    La tua apparizione ormai più non mi basta:
    Poiché io stesso in luogo di porfido t'ho posto.
    Il rito è per le mani d'estinguere la face
    Contro le ferree porte del sepolcro che tace:
    E mal s'ignora, eletto per questa nostra quieta
    Festa di celebrare l'assenza del poeta,
    Che questo bel sepolcro in sé lo chiude intero.
    Eccetto che la gloria ardente del mestiere,
    Fino all'ora comune e vile della cenere,
    Pel vetro acceso d'una sera fiera di scendere,
    Ritorna verso i fuochi del puro sol mortale!

    Magnifico, totale e solitario, tale
    Esalando vacilla il falso orgoglio umano.
    Questa folla feroce! Essa annuncia: noi siamo
    La triste opacità di noi spettri futuri.
    Ma il blasone dei lutti sparso su vani muri
    D'una lacrima il lucido orrore ho disprezzato,
    Quando, sordo al mio sacro distico, né allarmato,
    Qualcuno dei passanti, superbo, cieco e muto,
    Ravvolto nel suo vago sudario, si trasmuta
    Nell'eroe intangibile della postuma attesa.
    Vasto abisso portato nelle nebbie a distesa
    Dal turbo di parole ch'egli non disse ancora,
    Il nulla a questo Uomo abolito di allora:
    «Memorie d'orizzonti, cos'è, o tu, la Terra?»
    Urla quel sogno; e, voce la cui luce si perda,
    Lo spazio ha per trastullo il grido: «Io non so!»

    Il Maestro, col grave occhio, pacificò
    Sui suoi passi dell'eden l'inquieta meraviglia
    Il cui finale brivido, sol con la voce, sveglia
    Il mistero d'un nome per il Giglio e la Rosa.
    Resta, di questa sorte, resta mai qualche cosa?
    Una oscura credenza, o voi tutti, v'ingombra.
    Il genio luminoso eterno non ha ombra.
    Io voglio, pensieroso di voi, voglio vedere
    A chi si dileguò, ieri, dentro il dovere
    Ideale che sono i parchi di quest'astro
    Restare per l'onore del tranquillo disastro
    Una solenne, vasta agitazione in cielo
    Di parole, ebbra porpora, calice sullo stelo,
    Che quel diafano sguardo, diamante, acqua d'aurora,
    Rimasto là sui fiori di cui nessuno muore,
    Alza solo tra l'ora ed il raggio del giorno!

    Dei nostri veri parchi è già tutto il soggiorno,
    Dove il poeta puro, col gesto largo e mite
    Al sogno, del suo còmpito nemico, lo interdice;
    Affinchè nel mattino del suo riposo altero
    Sorga, ornamento al bianco viale del cimitero,
    Quando l'antica morte è come per Gautier
    Di non aprire i sacri occhi e tacere in sé,
    Il solido sepolcro che tutti i danni inghiotte,
    E l'avaro silenzio e la pesante notte.

     
  • Alla nube opprimente, giù
    Scoglio di basalto e di lava
    Taciuto e pure l'eco schiava
    D'una tuba senza virtù

    Qual sepolcral naufragio (tu,
    Schiuma, vi bavi ma lo chiami)
    Uno supremo tra i rottami
    Abolisce la vela che fu

    Oppure celò che d'ira anelo
    Privo di qualche alto sfacelo
    Tutto l'abisso vano emerso

    Nella bianca chioma fluente
    Avaramente avrà sommerso
    Una sirena adolescente

     
  • 29 marzo 2006
    Altro ventaglio

    della Signorina Mallarmé

    Sognatrice, in pura delizia
    Per te affondo senza cammino,
    Sappi, con sottile malizia,
    Serbar la mia ala nella mano.

    Una freschezza di crepuscolo
    Dal prigioniero colpo giunge
    E l'orizzonte ad ogni battito
    Delicatamente respinge.

    Vertigine! ecco abbrividisce
    Lo spazio come un grande-bacio,
    Folle perché invano fiorisce
    Non può salire né aver pace.

    Senti il severo paradiso
    Simile ad un riso sepolto
    Scivolare giù dal tuo viso
    Nelle pieghe unanimi accolto!

    È scettro delle rive rosa
    Stagnanti nelle sere d'opale,
    Bianco volo chiuso che posa
    Accanto al fuoco del bracciale.

     
  • 29 marzo 2006
    Angoscia

    Non vengo questa sera per il tuo corpo, o bestia
    Che i peccati d'un popolo accogli, né a scavare
    Nei tuoi capelli impuri una triste tempesta
    Sotto il tedio incurabile che versa il mio baciare:

    Chiedo al tuo letto il sonno pesante, senza sogni,
    Librato sotto il velo segreto dei rimorsi,
    E che tu puoi gustare dopo le tue menzogne
    Nere, tu che del nulla conosci più che i morti.

    Poi che il Vizio, rodendomi l'antica nobiltà,
    M'ha come te segnato di sua sterilità;
    Ma mentre nel tuo seno di pietra abita un cuore

    Che crimine o rimorso mai potrà divorare,
    Io pallido, disfatto, fuggo col mio sudario,
    Sgomento di morire se dormo solitario.
     

     
  • 29 marzo 2006
    Apparizione

    La luna s'attristava. Serafini piangenti,
    L'archetto alzato, in sogno, dalle viole morenti
    Traevan, nella calma di vaporosi fiori,
    Bianchi singhiozzi a petali dagli azzurri pallori.
    - Era quel santo giorno del nostro primo bacio.
    La fantasia, martirio cui da sempre soggiaccio,
    S'inebriava sapiente al profumo di tristezza
    Che pur senza rimpianto lascia e senza amarezza
    La vendemmia d'un sogno al cuore che l'ha colto.
    Dunque erravo, alle vecchie pietre l'occhio raccolto,
    Quando per via, col sole sui capelli splendente,
    E nella sera, tu m'apparisti ridente,
    Ed io vidi la fata dal cappuccio di luce
    Che un tempo sui miei sonni di fanciullo felice
    Già passava, lasciando, dalle sue mani belle,
    Nevicar bianchi fiori di profumate stelle.

     
  • 29 marzo 2006
    Biglietto

    Non raffiche senza motivo
    Come ad occupare la via
    (Cappelli in volo fuggitivo);
    Ma una danzatrice apparita

    Turbo di mussolina oppure
    Furor di spume scompigliato
    Che alza con le ginocchia pure
    Quella di cui abbiamo vissuto

    Per tutto, non lui, insistito
    Spirituale, ebbra ed immobile
    Folgorare col lieve vestito
    Senza farsi altro proposito

    Che scherzoso possa il ventare
    Della gonna Whistler sfiorare.
     

     
  • 29 marzo 2006
    Brezza marina

    La carne è triste, ahimè! e ho letto tutti i libri.
    Fuggire là, fuggire! Io sento uccelli ebbri
    D'esistere tra cieli ed ignorate spume.
    O notti! né il chiarore deserto del mio lume
    Sulla pagina vuota che il candore difende,
    Riterrà questo cuore che al mare si protende,
    Né la giovane donna che allatta ad una culla,
    Né antichi parchi a specchio d'occhi pensosi, nulla.
    Io partirò! Veliero dall'alta alberatura,
    Salpa l'ancora verso un'esotica natura!
    Un Tedio, desolato dalle speranze inani,
    Crede ancora all'addio supremo delle mani!
    E questi alberi forse, amici alle-tempeste,
    Sono quelli perduti che il vento adesso investe,
    Perduti, senza vele, né verdi isole ormai...
    Ma tu, mio cuore, ascolta cantare i marinai!

     
  • Di viaggiare alla sola cura
    Oltre un Oriente splendido e oscuro
    - Questo saluto sia messaggero
    Del tempo, capo che doppi a prora

    Come su qualche antenna in basso
    Tuffantesi con la caravella
    Spumeggiava sempre in sollazzo
    Un uccello d'un'altra novella

    Che gridava monotonamente
    Senza che mutasse il timone
    Un inutile giacimento
    Notte, gioielli e disperazione

    Nel canto che il riso richiama
    Del pallido Vasco de Gama.
     

     
  • 29 marzo 2006
    Dono di versi

    Ti reco questo figlio d'una notte idumea!
    Nera, spiumata, pallido sangue all'ala febea,
    Pel vetro che d'aromi fiammeggianti si dora,
    Per le finestre, ahimé ghiacciate e fosche ancora,
    L'aurora si gettò sulla lampada angelica.
    Palme! e quando mostrò essa quella reliquia
    Al padre che nemico un sorriso tentò,
    L'azzurra solitudine inutile tremò.
    O tu che culli, con la bimba e l'innocenza
    Dei vostri piedi freddi, accogli quest'orrenda
    Nascita: ed evocando clavicembalo e viola,
    Premerai tu col vizzo dito il seno che cola
    La donna in sibillina bianchezza per la bocca
    Dall'azzurro affamata, dall'alta aria non tocca?

     
  • 29 marzo 2006
    Foglio d'album

    Signorina voi che voleste
    Le mie armonie diverse
    Udire rivelarsi un poco
    D'improvviso e come per gioco

    A me sembra che questo saggio
    Tentato innanzi a un paesaggio
    Sia buono solo perché smisi
    Per contemplare il vostro viso

    Sì questo suono esile e vano
    Che con la rattrappita mano
    Io esclusi all'estremo limite
    Manca di mezzi se esso imita

    Il vostro semplice e squillante
    Riso di bimba che l'aria incanta.
     

     
  • 29 marzo 2006
    I fiori

    Dalle valanghe d'oro del vecchio azzurro, il giorno
    Primevo e dalla neve immortale degli astri,
    Un tempo i grandi calici tu ritagliasti intorno,
    Per la terra ancor giovane, vergine di disastri,

    Il gladiolo selvaggio, cigni dal collo fino,
    E quel divino lauro dell'anime esiliate
    Vermiglio come l'alluce puro del serafino
    Che colora un pudore d'aurore calpestate,

    Il giacinto ed il mirto, adorato bagliore,
    E,- simile alla carne della donna, la rosa
    Crudele, del giardino chiaro Erodiade in fiore,
    Quella che uno splendente feroce sangue irrora!

    Tu facesti il candore dei gigli singhiozzanti
    Che mari di sospiri sorvola dolcemente
    E per l'azzurro incenso dei pallidi orizzonti
    In sogno lento sale alla luna piangente!

    Osanna sopra il sistro e dentro l'incensiere,
    Nostra Signora, osanna da questi nostri limbi!
    E si disperda l'eco nelle celesti sere,
    Estasi degli sguardi, scintillio dei nimbi!

    O Madre, che creasti nel seno giusto e forte,
    Calici in sé cullanti una futura essenza,
    Grandi corolle con la balsamica Morte
    Per lo stanco poeta roso dall'esistenza. 

     
  • 29 marzo 2006
    Il campanaro

    Mentre alta la campana desta la voce chiara
    All'aria pura e limpida e fonda del mattino
    E passa sul fanciullo che lancia una preghiera
    Per essa camminando tra la lavanda e il timo,

    Il campanaro avverte un uccello passare
    Sul volto e biascicando latino e con la mano
    Tirando tristemente la corda secolare,
    Non ode che discendere un tintinnio lontano.

    Io son quell'uomo. Ahimè! dalla vogliosa notte
    Tiro invano la fune a suonar l'Ideale:
    Freddi peccati intorno svolano, eterne ali,

    E le voci mi giungono solo vuote e interrotte!
    Ma un giorno infine, stanco d'aver sempre suonato,
    O Satana, alla fune mi troverai impiccato.
     

     
  • 29 marzo 2006
    Cantico di San Giovanni

    Il sole che nell'alta
    Attesa là s'esalta
    Ben presto ridiscende
    Incandescente

    Sento come alle vertebre
    Dispiegarsi le tenebre
    In un brivido lungo
    Tutte congiunte

    E la mia testa sorta
    Sola vigile scorta
    Nei voli trionfali
    Di questa falce

    Come rottura franca
    Piuttosto calca o tronca
    L'antico disaccordo
    Con il suo corpo

    Che di digiuni ebbra
    Ancora seguirebbe
    In qualche truce balzo
    Il puro sguardo

    Dove l'eterno gelo
    Non tollera su al cielo
    Che lo vinciate mai
    Voi o ghiacciai

    Ma secondo un battesimo
    Luminosa al medesimo
    Ente che mi ha voluto
    China un saluto.

     
  • 29 marzo 2006
    Il pagliaccio punito

    Occhi, laghi alla sola mia ebbrezza di rinascere
    Altro dall'istrione che col gesto ridesta
    Come piuma di lampade ignobili la cenere,
    Ho bucato nel muro di tela una finestra.

    Nuotando traditore con gambe e braccia sciolte,
    A molteplici balzi, rinnegando nell'onda
    Il falso Amleto! è come se mille e mille volte
    Per vergine sparirvi innovassi una tomba.

    Ilare oro di cembalo che una mano irritò
    Il sole tocca a un tratto la pura nudità
    Che dalla mia freschezza di perla io esalai,

    Rancida nera pelle quando su me è passata,
    Ch'era tutto il mio crisma io ignorato, ingrato!,
    Quel trucco dentro l'acqua perfida dei ghiacciai.
     

     
  • 29 marzo 2006
    Il pomeriggio d'un fauno

    Quelle ninfe, le voglio perpetuare.

    Chiare così le loro carni lievi
    Che nell'aria volteggiano assopita
    Di folli sonni.

    Forse amai un sogno?

    Dirama il dubbio, cumulo d'antica
    Notte, in fronde sottili che, rimaste
    Il bosco vero, provano ch'io solo,
    Io solo, ahimé! m'offrivo per trionfo
    La caduta ideale delle rose.

    Pensiamo...

    O se le donne di cui parli
    Fossero solo augurio dei tuoi sensi
    Favolosi! Sfuggiva l'illusione,
    Fauno, dagli occhi azzurri e freddi, come
    Sorgente in pianto, d'una, la più casta:
    Ma l'altra, dici tu ch'essa è diversa,
    Tutta sospiri, come calda brezza
    Del giorno nel tuo vello? Eppure no!
    Nello stanco ed immobile deliquio
    Fresco il mattino soffoca ai calori
    Se lotta, nessun murmure d'un'acqua
    Che il mio flauto non versi alla boscaglia
    Irrorata d'accordi; e il solo vento
    Fuor delle canne pronto ad esalarsi
    Prima che sperda il suono in una pioggia
    Arida è, all'orizzonte, senza ruga,
    Senza moto, il visibile, sereno,
    Artificiale soffio: ispirazione
    Che torna al cielo.

    O rive siciliane
    D'uno stagno tranquillo saccheggiate
    A gara con il sole dal mio orgoglio
    Tacito sotto fiori di scintille,
    NARRATE "Ch'io tagliavo qui le canne
    Cave domate dal talento; quando
    Sull'oro glauco di lontane fronde
    Che i tralci dedicavano a fontane,
    Un biancore animale ondeggia e posa:
    E che al preludio lento dove nascono
    Le zampogne, quel volo via di cigni
    No! di naiadi fugge oppur s'immerge".

    Inerte, tutto brucia l'ora fulva
    Senza svelare per qual arte insieme
    Sfuggiron gli imenei troppo augurati
    Da chi cercava il la: mi desterò
    Allora nel fervore primigenio,
    Diritto e solo sotto un'onda antica
    Di luce, gigli! ed uno di voi tutti
    Per il candore.

    Altro che quel nulla
    Dolce dal loro labbro divulgato,
    Il bacio, che assicura a bassa voce
    Delle perfidie, il petto mio, intatto
    Da prove, testimonia un misterioso
    Morso, dovuto a qualche dente augusto;
    Ma basta! un tale arcano a confidente
    Elesse il giunco gemino ed immenso
    Che s'usa sotto il cielo. Esso, stornando
    Sopra sé il turbamento della gota
    Sogna in un luogo assolo d'incantare
    La bellezza dei luoghi con fallaci
    Mescolanze tra essa e il nostro canto
    Credulo e far così per quanto alto
    Si moduli l'amore, far svanire
    Dall'ordinario sogno, dorso, fianco
    Puro, seguito coi miei sguardi chiusi,
    Una sonora, vana, uguale linea.

    Torna dunque, strumento delle fughe,
    O maligna siringa, a rifiorire
    Ai laghi ove m'attendi! Io, di mia voce
    Fiero, voglio parlare lungamente
    Di dee, e con pitture d'idolatra
    All'ombra loro sciogliere cinture
    Ancora: così quando lo splendore
    Ho succhiato dell'uve, per bandire
    Un rimorso già eluso da finzione,
    Alzo beffardo al cielo dell'estate
    Il grappo vuoto e nelle chiare bucce
    Soffiando, avido ed ebbro, fino a sera
    In esse guardo.

    O ninfe, rigonfiamo
    Di RICORDI diversi. "Aprendo i giunchi
    Il mio occhio dardeggiava su ogni forma
    Immortale, che il suo brucior nell'onda
    Sommergeva ed un grido d'ira al cielo
    Della foresta: lo splendente bagno
    Di capelli dispare tra le luci
    E i brividi, o preziose pietre! Accorro,
    Quando ai miei piedi languide s' allacciano
    (Stanche del male d'esser due) dormenti
    Solo tra le lor braccia fortunate.
    Le rapisco allacciate e volo a questa
    Macchia, schivata dalla frivola ombra,
    Folta di rose che nel sole estenuano
    Ogni profumo, dove sia il sollazzo
    Nostro simile al giorno consumato".
    Io t'adoro, corruccio delle vergini,
    O delizia feroce del fardello
    Sacro, nudo, che scivola, che fugge
    Alle mie labbra avide di fuoco
    Protese a bere, lampo ecco trasale!,
    Il terrore segreto della carne:
    Dai piedi della dura fino al cuore
    Della timida, lascia volta a volta
    Un'innocenza, umida di lacrime
    Folli o sparsa d'umori meno tristi.
    "La mia colpa fu questa: avere, gaio
    Di vincere ingannevoli paure,
    Separato quel nodo scapigliato
    Di baci che gli dei gelosamente
    Avevano intrecciato: poiché appena
    Io stavo per nascondere un ardente
    Riso nelle sinuosità felici
    D'una sola (tenendo con un dito
    La più piccola, ingenua, non ancora
    Rossa, affinché il candore suo di piuma
    Si tingesse all'affanno dell'amica
    Che s' accende), ecco via dalle mie braccia
    Disfatte da trapassi vaghi sfugge
    Quella preda, per sempre ingrata, senza
    Pietà del mio singulto ancora ebbro".

    Ma tanto peggio! alla felicità
    Altre mi condurranno con la treccia
    Annodata ai miei corni sulla fronte:
    Tu sai, o mia passione, che già porpora
    Matura il melograno scoppia e d'api
    Mormora; e il nostro sangue, innamorato
    Di chi lo afferra, cola per l'eterno
    Sciame del desiderio. Quando il bosco
    A sera d'oro e cenere si tinge
    Una festa s'esalta nel fogliame
    Estinto: Etna!, è tra le tue pendici
    Visitate da Venere che posa
    Il bianco piede sulla dura lava,
    È quando un triste sonno tuona e il fuoco
    Ormai s'affioca... Afferro la regina!

    O sicuro castigo...

    No, ma l'anima
    Senza parole e questo greve corpo
    Tardi ancora soccombono al silenzio
    Fiero del mezzogiorno: senza più,
    Dormiamo nell'oblio della bestemmia,
    Sulla sabbia turbata e com'io amo
    La bocca aperta all'astro che matura
    I chiari vini.

    Coppia, addio; tra poco
    L'ombra io scorgerò che diveniste.
     

     
  • Introdurmi nella tua storia
    Come un eros sbigottito
    Se ha col nudo piede toccato
    Un po' d'erba del territorio

    Contro ghiacciai attentatorio
    Io non so l'ingenuo peccato
    Che tu avrai impedito
    D'alto riso la sua vittoria

    Dì se il contento in me è poco
    Tuono e rubini alla mia trave
    Di veder nell'aria ove sale

    Con dispersi reami un fuoco
    Morir la ruota sangue e croco
    Di mie bighe prece serale
     

     
  • 29 marzo 2006
    L'azzurro

    Del sempiterno azzurro la serena ironia
    Perséguita, indolente e bella come i fiori,
    Il poeta impotente di genio e di follia
    Attraverso un deserto sterile di Dolori.

    Fuggendo, gli occhi chiusi, io lo sento che scruta
    Intensamente, come un rimorso atterrante,
    L'anima vuota. Dove fuggire? E quale cupa
    Notte gettare a brani sul suo spregio straziante?

    Nebbie, salite! Ceneri e monotoni veli
    Versate, ad annegare questi autunni fangosi,
    Lunghi cenci di bruma per i lividi cieli
    Ed alzate soffitti immensi e silenziosi!

    E tu, esci dai morti stagni letei e porta
    Con te la verde melma e i pallidi canneti,
    Caro Tedio, per chiudere con una mano accorta
    I grandi buchi azzurri degli uccelli crudeli.

    Ed ancora! che senza sosta i tristi camini
    Fùmino, e di caligine una prigione errante
    Estingua nell'orrore dei suoi neri confini
    Il sole ormai morente giallastro all'orizzonte!

    - Il cielo è morto. - A te, materia, accorro! dammi
    L'oblio dell'Ideale crudele e del Peccato:
    Questo martire viene a divider lo strame
    Dove il gregge degli uomini felice è coricato.

    Io voglio, poiché infine il mio cervello, vuoto
    Come il vaso d'unguento gettato lungo un muro,
    Più non sa agghindare il pensiero stentato,
    Lugubre sbadigliare verso un trapasso oscuro...

    Invano! Ecco trionfa l'Azzurro nella gloria
    Delle campane. Anima, ecco, voce diventa
    Per più farci paura con malvagia vittoria,
    Ed esce azzurro angelus dal metallo vivente!

    Si espande tra la nebbia, antico ed attraversa
    La tua agonia nativa, come un gladio sicuro:
    Dove andare, in rivolta inutile e perversa?
    Mia ossessione. Azzurro! Azzurro! Azzurro! Azzurro!

     
  • Il tempio seppellito divulga dalla bocca
    Sepolcrale di scolo bava fango e rubino
    L'abominio di qualche idolo Anubí, rossa
    Fiamma su tutto il muso come un urlo ferino

    O che il recente gas torca losca la luce
    Raccogliente si sa ogni subìto obbrobrio
    Un immortale pube esso raccende truce
    Il cui volo al riverbero muta dal letto proprio

    Qual fronda inaridita in città senza sere
    Benedire potrà com'ella rimanere
    Inutilmente contro il marmo di Baudelaire

    Al velo che la cinge assente abbrividendo
    Quella sua Ombra stessa tutelare veleno
    Sempre da respirare se d'esso periremo.
     

     
  • 29 marzo 2006
    La tomba di Edagar Poe

    Tal ch'in Lui stesso infine l'eternità lo muta,
    Il Poeta staffila con una spada nuda
    Il secolo atterrito di non aver udita
    La morte trionfare in voce sconosciuta!

    Idra che ascoltò l'angelo con un vile sussulto
    Mentre dava alle voci del volgo un senso puro,
    Essi lo proclamarono sortilegio bevuto
    Nel gorgo senza onore di qualche fiotto cupo.

    Del suolo e della nube avversari, o lamento!
    Se con la nostra idea non avremo scolpito
    Sulla pietra di Poe un rilievo splendente

    Quieto masso quaggiù caduto da un oscuro
    Disastro mostri almeno la fronte di granito
    Alla nera Bestemmia che vola nel futuro.