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in archivio dal 09 ott 2006

Teresa Ferri

16 ottobre 1949, Atessa (CH)

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  • 26 agosto 2010
    C'era una volta e c'è

    Niente sospensivi, solo un punto fermo
    tra le ciglia scompigliate del garbino,
    che soffia melodie che sanno d’antico
    dentro le sale dove
    batte il cuore variegato d'infinito,
    in mille palpiti risonante sotto i soffitti
    affrescati di perdite e splendori.

    Riluce d’oro il lutto e piange ancora dentro.

    Da ogni goccia di cristallo del lampadario
    che una volta illuminava visi di cera
    colano ricordi e pianti e danze
    persi tra passi estranei a queste pareti
    dove l’infanzia spossessata sognava
    corse la criniera al vento.
    Batte le ore il campanile d'aria e
    a ogni tocco
    s’accorcia la distanza.

     
  • 02 ottobre 2007
    Sussurrato

    Non parlarmi di luna questa sera
    che la volta pesa di lucciole spente,
    né voglio sentire di amori sdruccioli
    con questo cuore di cane
    che zoppica per Orse il suo delirio afasico.

     

    Dimmi invece di tutte le tue algebre discinte
    e della forza di gravità che attira verso cieli
    lallazioni atone d’incognita
    sotto una pioggia complice che mischia lacrime e piombo.
    Ferma la lancetta attende l’ora.

     
  • 19 gennaio 2007
    A misura di cuore

    A misura di cuore
    numerare passi
    in questo stagno
    dove
    si specchia
    la danza quotidiana di astri
    dementi

    centellinare
    zoppia di emozioni
    sgranellate come nanosecondi
    nella clessidra
    trasparente dei giorni

    e di vetro
    sillabare grafemi
    di fiati tachicardici
    impressi sulla volta
    dove giocano putti
    soffocati da festoni e da ghirlande
    odorosi di morte.

    (2006)

     
  • 09 ottobre 2006
    Del nostro andare obliquo

    Si sfilaccia l’assurdo
    di un dirsi
    col pensiero
    la fame di azzurri alati
    trasvolati insieme
    in abbandoni subacquei
    alle onde
    che musicavano
    il nostro andare
    di delfini sognanti.


    Troppo popolato quel mare
    di uguali destini
    nel cui cuore
    già batte la morte.
    Non c’è più posto
    per annodare
    le fila del nostro racconto
    a quei silenzi acquamarina,
    a quel mugolare di stelle narcise.


    Eppure
    avverto che tornerà,
    sì tornerà
    alba nuova
    a cancellare questa notte
    sanguinante
    di verifiche incatramate
    e ogni spina di oggi
    forse
    fiorirà di nuovo verde
    a trapuntare
    i prati innevati
    del nostro andare obliquo
    per forre e dirupi
    di cieli.


    (Non c’è religione senza speranza)

     
  • A mio padre

     

    Ecco che anche quest’anno,
    anche con la terra dentro la bocca
    vengo da te

    quest’anno che le parole
    con retrogusto d’ambrosia
    sanno ancor più di amaro
    perché tradite
    imbavagliate
    uccise
    eccole,
    te le porto come sempre,
    ne faccio un mazzo umile
    e le aggiusto dentro il vaso
    - la nostra memoria sanguinante -
    perché tu ne senta l’odore
    avvelenato
    dal troppo amore,
    perché tu le tenga strette a te
    che da oltre ogni nembo
    trasvoli
    i silenzi inguainati
    che schiamazzano
    dentro questo lupanare
    senza finestre
    dove si arrabattano anime
    senza più fiato né voce.

    Prendimi per mano
    come una volta
    e dimmi,
    dimmi padre adamato,
    che resta ancora poco
    perché anch’io
    insieme a te veda
    quei fuochi d’oro
    che oggi forse
    ti oscurano lo sguardo
    che non coglie
    tutto lo zolfo nero
    che s’alza in fumo
    da quaggiù,
    dove dal fango
    timido spunta
    qualche geranio

    acceso forse da te.

     

    9.10.2006

     
  • 09 ottobre 2006
    Cinque piume di luce. E sei

    “Nella notte dicendo il grazioso sogno
    silente, seduta in quarantena”

    Libellule
    diafane si snodano dai lacci
    - le parole -
    e danzano su labbra esili di giunco
    appena mosso da dita di brezza
    su pianoforte
    a concertare precocità di valzer
    di castagni, autunno.

    “Tu resta, che non manchi la tua ombra dalla mia
    testa di girasole”

    Diapason di minuti
    a scandire campi di grano e canti di cicale,
    monosillabi di voli contorti intorno al lume
    sulla scrivania
    dove voce d’avorio ripete
    lunga litania di Digesto
    asfittico nella gola.

    “Il calice misurato della mia età
    è il taglio amaro di un amore ribelle”

    e traccia sullo spartito
    note
    con unghie di tempesta.
    Recide cordone
    avvolto stretto
    intorno a lune che piangono primavere
    disciolte in grani di zenzero, sette sulla pelle.

    E mai si colma la misura del gran bene
    che non puoi raccogliere nel cavo delle mani
    a traguardare
    il capolinea di un abbraccio
    e del silenzio bianco
    dei gelsomini, a maggio.
    Intensi.

    “Resta, nella curva dell’ultima fine
    con il vento che cavalca da solo”.

    E mi sarai compagno muto
    e senza ciglia,
    cadute piuma per piuma
    lungo la strada
    ombrata di giunchiglie
    a fare festa
    in coro di ultima orazione

    (semi
    sparpagliati
    nella bocca livida di vulcano
    che li trasforma in rose).

    “Mio cuore, cinque piume di luce salite in alto”.

    tra i fumi devastanti di un ricordo
    incaprettato
    al baluginare senza orpelli e trine
    dell’ultimo sorriso
    a labbra strette,
    forse già presago
    del lungo, bugiardo arrivederci.


    23 luglio 2005


    *I versi virgolettati sono tratti da "L’albero spoglio dell’autunno" della poetessa iraniana Anahid Baklu.

     
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  • 20 ottobre 2006
    Tullia e quella "u"

    Come comincia: Ero certa, Tullia non se ne rendeva conto, ma tutta la responsabilità era di quella “u” che si trascinava nel nome sin dalla nascita.

     

    Tullia sentiva le voci.
    E con queste voci parlava a lungo, sin da bambina, seduta sul letto della sua cameretta, le gambe incrociate come un piccolo Budda inconsapevole.

    Tullia aveva visioni.
    Entità misteriose, defunte e vive, andavano a farle visita e lei le accoglieva felice. Non le importava a quale dimensione appartenevano: lei gioiva ugualmente, nel fondo dei suoi occhi scurissimi si leggeva l’orgoglio della consapevolezza di essere una persona speciale.

    Tullia leggeva i corpi.
    Le bastava guardare una persona e Tullia ne percorreva lo stradario e le sue mani si fermavano sempre dove quel corpo lamentava dolori o covava mali ancora muti, oscuri.

    Tullia era molto sola.
    E la vedevi mortificare il suo corpo in abiti da collegiale, seduta vicino alla cucina economica a riscaldare mesta il freddo dei suoi giovani anni, chiusa in se stessa e accartocciata come una foglia verde arsa da gelo precoce.

    Viveva, Tullia, all’ombra di un castello medievale, in un paese piccolo come un uovo di quaglia, in una famiglia grigia di noia e di abitudini che si ripetevano da secoli, sorda e restia alle sue esigenze di vita.
    Questa era la conoscenza che avevo di Tullia fino a quel giorno d’agosto in cui la incontrai sul lungomare di I.
    Non la riconobbi neppure, né l’avrei identificata se lei non mi si fosse fatta incontro in uno slancio sorridente della bocca, aperta a tutto tondo, come voragine di vulcano in fiamme. Le sbarrai gli occhi sul viso, senza riuscire a mascherare lo stupore. Sono certa che lei deve aver visto sotto la mia fronte due uova al tegamino, tanto ero sorpresa.

    Tullia era un’altra persona.
    Un abito aderentissimo, scollato e cortissimo avvolgeva la sua procace bellezza gitana, evidenziata da un trucco pesante e volgare. E rideva, rideva del mio stupore. Senza rendermene conto, girai gli occhi intorno, quasi in cerca del celebre focherello di appannaggio di certe signorine. No, non c’era! O meglio, ardeva nei suoi occhi, sulle sue labbra, sulla sua pelle abbronzata all’eccesso. Non ricordo cosa ci dicemmo in quell’occasione: so solo che quando la salutai mi allontanai con un fascio impressionante di interrogativi. Da allora non l’ho più vista.

    Oggi è arrivata una telefonata. Un’amica comune mi ha dato la notizia. Tullia si è tolta la vita. Lei, che viveva con disinvoltura entrambe le dimensioni, ha scelto di attraversare definitivamente il fiume ed ora è lì, sull’altra sponda, che ci guarda e ride di noi: un lampo tra i biancospini, in fiore.