username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 15 dic 2003

Ugo Foscolo

06 febbraio 1778, Zante - Grecia
10 settembre 1827, Turnham Green, Londra - Inghilterra
Segni particolari: "Le ultime lettere di Jacopo Ortis" è il primo romanzo italiano, ispirato a testi di Goethe (Dolori del giovane Werther) e J.J. Rousseau (Giulia).
Mi descrivo così: Il mio sforzo continuo fu quello di dare compostezza (e ordine e grazia) a una tensione conoscitiva e vitale che schiudeva le porte, nonostante la mia poetica classica, all'arrembante sensibilità romantica.

elementi per pagina
elementi per pagina
  • 16 marzo 2012 alle ore 11:48
    Il mio tempo

    Chi medita fra 'l tacito
    saggio orrore di grotte,
    e di Giob su le pagine
    tragge vigile nette,
    e chi in ribrezzo fugge
    donde la colpa rugge?
    Guai guai! d'ira e giustizia
    il Lione passeggia,
    le zampe e i labbri insanguina
    entro splendida reggia, 10
    e all'universo folle
    un regicidio estolle.
    Tutto imperversa: ingemina
    il nitrir de' cavalli,
    mentre fra bronzi orrisoni
    rimbombano i timballi,
    e infuriata guerra
    cittadi sfianca e atterra.
    Ma qual candida Vergine
    in puro ammanto ascosa
    fra gli orrori dell'eremo
    in grembo a Dio riposa,
    e il volto ingenuo copre
    rimpetto a orribil opre!
    Vien meco, o Eletta, a piangere
    il soqquadrato mondo,
    Ch'ode gli eterei fulmini,
    e corre furibondo
    a trar suoi giorni eterni
    ne' spalancati averni:
    Vieni; e stringendo in lagrime
    l'insanguinata Croce,
    a Dio manda fra ' un gemito
    pietosa innocua voce,
    mentr'io per l'erbe intanto
    di terror spargo un canto.
    Vedilo! È Dio che l'aere
    sol con un braccio occupa,
    ed accigliato spazia
    entro tuonante e cupa
    carca di piaghe nube,
    mentre ai fulmini jube.
    Forse avverrà che al flebile
    suono di tue parole
    a noi s'apra più splendido
    di sua pietade il sole,
    e dall'olimpio trono
    spanda mite perdono.
    Già di sterminio l'Angelo
    su Morte accavalcato
    punìa dell'empia Ninive
    il delitto ostinato;
    già vibrava furente
    su lei brando rovete;
    ma al suol sparsa di cenere
    penitenza prostrosse,
    e squallida di Jehova
    l'augusta ira rimosse,
    ed arrestò la mano
    al feritor sovrano.

     
  • 16 marzo 2012 alle ore 11:46
    Che stai?

    Che stai? Già il secol l'orma ultima lascia;
    dove del tempo son le leggi rotte
    precipita, portando entro la notte
    quattro tuoi lustri, e obblio freddo li fascia.
    Che se vita è l'error, l'ira, e l'ambascia,
    troppo hai del viver tuo l'ore prodotte;
    or meglio vivi, e con fatiche dotte
    a chi diratti antico esempi lascia.
    Figlio infelice, e disperato amante,
    e senza patria, a tutti aspro e a te stesso,
    giovine d'anni e rugoso in sembiante,
    che stai? Breve è la vita, e lunga è l'arte;
    a chi altamente oprar non è concesso
    fama tentino almen libere carte.

     
  • 23 marzo 2006
    Alla sera

    Forse perché della fatal quiete
    tu sei l'immago a me sì cara vieni
    o Sera! E quando ti corteggian liete
    le nubi estive e i zeffiri sereni,

    e quando dal nevoso aere inquiete
    tenebre e lunghe all'universo meni
    sempre scendi invocata, e le secrete
    vie del mio cor soavemente tieni.

    Vagar mi fai co' miei pensieri su l'orme
    che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
    questo reo tempo, e van con lui le torme

    delle cure onde meco egli si strugge;
    e mentre io guardo la tua pace, dorme
    quello spirito guerrier ch'entro mi rugge.

     
  • 23 marzo 2006
    A Zacinto

    Né più mai toccherò le sacre sponde
    ove il mio corpo fanciulletto giacque,
    Zacinto mia, che te specchi nell'onde
    del greco mar da cui vergine nacque

    Venere, e fea quelle isole feconde
    col suo primo sorriso, onde non tacque
    le tue limpide nubi e le tue fronde
    l'inclito verso di colui che l'acque

    cantò fatali, ed il diverso esiglio
    per cui bello di fama e di sventura
    baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

    Tu non altro che il canto avrai del figlio,
    o materna mia terra; a noi prescrisse
    il fato illacrimata sepoltura.

     
  • 23 marzo 2006
    Alla Musa

    Pur tu copia versavi alma di canto
    su le mie labbra un tempo, Aonia Diva,
    quando de' miei fiorenti anni fuggiva
    la stagion prima, e dietro erale intanto

    questa, che meco per la via del pianto
    scende di Lete ver la muta riva:
    non udito or t'invoco; ohimè! soltanto
    una favilla del tuo spirto è viva.

    E tu fuggisti in compagnia dell'ore,
    o Dea! tu pur mi lasci alle pensose
    membranze, e del futuro al timor cieco.

    Però mi accorgo, e mel ridice amore,
    che mal ponno sfogar rade, operose
    rime il dolor che deve albergar meco.

     
  • 23 marzo 2006
    A sè stesso

    Che stai? già il secol l'orma ultima lascia;
    dove del tempo son le leggi rotte
    precipita, portando entro la notte
    quattro tuoi lustri, e obblio freddo li fascia.

    Che se vita è l'error, l'ira, e l'ambascia,
    troppo hai del viver tuo l'ore prodotte;
    or meglio vivi, e con fatiche dotte
    a chi diratti antico esempi lascia.

    Figlio infelice, e disperato amante,
    e senza patria, a tutti aspro e a te stesso,
    giovine d'anni e rugoso in sembiante,

    che stai? breve è la vita, e lunga è l'arte;
    a chi altamente oprar non è concesso
    fama tentino almen libere carte. 

     

     
  • 23 marzo 2006
    Alla amica risanata

    Qual dagli antri marini
    L'astro più caro a Venere
    Co' rugiadosi crini
    Fra le fuggenti tenebre
    Appare, e il suo viaggio
    Orna col lume dell'eterno raggio;

    Sorgon così tue dive
    Membra dall'egro talamo,
    E in te bèltà rivive,
    L'aurea beltate ond'ebbero
    Ristoro unico a' mali
    Le nate a vaneggiar menti mortali.

    Fiorir sul caro viso
    Veggo la rosa, tornano
    I grandi occhi al sorriso
    Insidiando; e vegliano
    Per te in novelli pianti
    Trepide madri, e sospettose amanti.

    Le Ore che dianzi meste
    Ministre eran de' farmachi,
    Oggi l'indica veste
    E i monili cui gemmano
    Effigiati Dei
    Inelito studio di scalpelli achei,

    E i candidi coturni
    E gli amuleti recano,
    Onde a' cori notturni
    Te, Dea, mirando obliano
    I garzoni le danze,
    Te principio d'affanni e di speranze:

    0 quando l'arpa adorni
    E co' novelli numeri
    E co' molli contorni
    Delle forme che facile
    Bisso seconda, e intanto
    Fra il basso sospirar vola il tuo canto

    Più periglioso; o quando
    Balli disegni, e l'agile
    Corpo all'aure fidando,
    Ignoti vezzi sfuggono
    Dai manti, e dal negletto
    Velo scomposto sul sommosso petto.

    All'agitarti, lente
    Cascan le trecce, nitide
    Per ambrosia recente,
    Mal fide all'aureo pettine
    E alla rosea ghirlanda
    Che or con l'alma salute April ti manda.

    Così ancelle d'Amore
    A te d'intorno volano
    Invidiate l'Ore.
    Meste le Grazie mirino
    Chi la beltà fugace
    Ti membra, e il giorno dell'eterna pace.

    Mortale guidatrice
    D'oceanine vergini,
    La parrasia pendice
    Tenea la casta Artemide,
    E fea terror di cervi
    Lungi fischiar d'arco cidonio i nervi

    Lei predicò la fama
    Olimpia prole; pavido
    Diva il mondo la chiama,
    E le sacrò l'elisio
    Soglio ed il certo telo,
    E i monti, e il carro della luna in cielo.

    Are così a Bellona.
    Un tempo invitta amazzone,
    Die' il vocale Elicona;
    Ella il cimiero e l'egida
    or contro l'Anglia avara.
    E le cavalle ed il furor prepara.

    E quella a cui di sacro
    Mirto te veggo cingere
    Devota il simolacro,
    Che presiede marmoreo
    Agli arcani tuoi lari
    Ove a me sol sacerdotessa appari,

    Regina fu, Citera
    E Cipro ove perpetua
    Odora primavera
    Regnò beata, e l'isole
    Che col selvoso dorso
    Rompono agli Euri e al grande Ionio il corso.

    Ebbi in quel mar la culla,
    Ivi erra ignudo spirito
    Di Faon la fanciulla,
    E se il notturno zeffiro
    Blando sui futti spira,
    Suonano i liti un lamentar di lira:

    Ond'io, pien del nativo.
    Aer sacro, su l'itala
    Grave cetra derivo
    Per te le corde eolie,
    E avrai divina i voti
    Fra gl'inni miei delle insubri nepoti.

     
  • I balsami beati
    Per te le Grazie apprestino,
    Per te i lini odorati
    Che a Citerea porgeano
    Quando profano spino
    Le punse il piè divino,

    Quel dì che insana empiea
    Il sacro Ida di gemiti,
    E col crine tergea,
    E bagnava di lagrime
    Il sanguinoso petto
    Al ciprio giovinetto.

    Or te piangon gli Amori,
    Te fra le Dive liguri
    Regina e Diva! e fiori
    Votivi all'ara portano
    D'onde il grand'arco suona
    Del figlio di Latona.

    E te chiama la danza
    Ove l'aure portavano
    Insolita fragranza,
    Allor che, a' nodi indocile,
    La chioma al roseo braccio
    Ti fu gentile impaccio.

    Tal nel lavacro immersa,
    Che fiori, dall'inachio
    Clivo cadendo, versa,
    Palla i dall'elmo liberi
    Crin su la man che gronda
    Contien fuori dell'onda.

    Armoniosi accenti
    Dal tuo labbro volavano,
    E dagli occhi ridenti
    Traluceáno di Venere
    I disdegni e le paci,
    La speme, il pianto, e i baci.

    Deh! perché hai le gentili
    Forme e l'ingegno docile
    Vólto a studj virili?
    Perché non dell'Aonie
    Segu,,Vi, incauta, l'arte,
    Ma ì ludi aspri di Marte?

    Invan presaghi i venti
    Il polveroso agghiacciano
    Petto e le reni ardenti
    Dell'inquieto alipede,
    Ed irritante il morso
    Accresce impeto al corso.

    Ardon gli sguardi, fuma
    La bocca; agita l'ardua
    Testa, vola la spuma,
    Ed i manti volubili
    Lorda, e l'incerto freno,
    Ed il candido seno;

    E il sudor piove, e i crini
    Sul collo irti svolazzano;
    Sunan gli antri marini
    Allo incalzato scalpito
    Della zampa, che caccia
    Polve e sassi in sua traccia.

    Già dal lito si slancia
    Sordo ai clamori e al fremito;
    Già già fino alla pancia
    Nuota... e ingorde si gonfiano
    Non più memori l'acque
    Che una Dea da lor nacque.

    Se non che il re dell'onde
    Dolente ancor d'Ippolito,
    Surse per le profonde
    Vie dal tirreno talamo,
    E respinse il furente
    Col cenno onnipotente.

    Quei dal flutto arretrosse
    Ricalcitrando e, orribile!
    Sovra l'anche rizzosse;
    Scuote l'arcion, te misera
    Su la petrosa riva
    Strascinando mal viva.

    Pera chi osò primiero
    Discortese commettere
    A infedele corsiero
    L'agil fianco femineo,
    E apri con rio consiglio
    Novo a beltà periglio!

    Ché or non vedrei le rose
    Del tuo volto sì languide;
    Non le luci amorose
    Spiar ne' guardi medici
    Speranza lusinghiera
    Della beltà primiera.

    Di Cinzia il coerhio aurato
    Le cerve un dì traeano,
    Ma al ferino ululato
    Per terrore insanirono,
    E dalla rupe etnea
    Precipitàr la Dea.

    Giolan d'invido riso
    Le abitatrici olimpie,
    Perché l'eterno viso,
    Silenzioso, e pallido,
    Cinto apparia d'un velo
    Ai conviti del cielo;

    Ma ben piansero il giorno
    Che dalle danze efesie
    Lieta facea ritorno
    Fra le devote vergini,
    E al ciel salìa più bella
    Di Febo la sorella.

     
  • 23 marzo 2006
    Dei sepolcri

    All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
    Confortate di pianto è forse il sonno
    Della morte men duro? Ove più il Sole
    Per me alla terra non fecondi questa
    Bella d'erbe famiglia e d'animali,
    E quando vaghe di lusinghe innanzi
    A me non danzeran l'ore future,
    Né da te, dolce amico, udrò più Il verso
    E la mesta armonia che lo governa,
    Né più nel cor mi parlerà lo spirto
    Delle vergini Muse e dell'amore,
    Unico spirto a mia vita raminga,
    Qual fia ristoro a' dì perduti un sasso
    Che distingua le mie dalle Infinite
    Ossa che in terra e In mar semina morte?
    Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
    Ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve
    Tutte cose l'obblio nella sua notte;
    E una forza operosa le affatica
    Di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
    E l'estreme sembianze e le reliquie
    Della terra e del ciel traveste il tempo.
    Ma perché pria del tempo a sé Il mortale

    Invidierà l'illusion che spento
    Pur lo sofferma al limitar di Dite?
    Non vive ei forse anche sotterra, quando
    Gli sarà muta l'armonia del giorno,
    Se può destarla con soavi cure
    Nella mente de' suoi? Celeste è questa
    Corrispondenza d'amorosi sensi,
    Celeste dote è negli umani; e spesso
    Per lei si vive con Pamico estinto,
    E l'estinto con noi, se pia la terra
    Che lo raccolse infante e lo nutriva,
    Nel suo grembo materno ultimo asilo
    Porgendo, sacre le reliquie renda
    Dall'insultar de' nembi e dal profano
    Piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
    E di fiori odorata arbore amica
    Le ceneri di molli ombre consoli.

    Sol chi non lascia eredità d'affetti
    Poca gioja ha dell'ur'na; e se pur mira
    Dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
    Fra 'l compianto de' templi acherantei
    0 ricovrarsi sotto le grandi ale
    Del perdono d'Iddio; ma la sua polve
    Lascia alle ortiche di deserta gleba
    Ove né donna innamorata preghi,
    Né passeggier solingo oda il sospiro
    Che dal tumulo a noi manda Natura.

    Pur nuova legge impone oggi I sepolcri
    Fuor de'.guardi pietosi, e il nome a' morti
    Contende. E senza tomba giace il tuo
    Sacerdote, o Talia, che a te cantando
    Nel suo povero tetto educò un lauro
    Con lungo amore, e t'appendea corone;
    E tu gli ornavi del tuo riso i canti
    Che Il lombardo pungean Sardanapalo
    Cui solo è dolce il muggito de' buoi
    Che dagli antri abduani e dal Ticino
    Lo fan d'ozj beato e di vivande.
    0 bella Musa, ove sei tu? Non sento
    Spirar l'ambrosia, indizio del tuo Nume.
    Fra queste piante ov'io siedo e sospiro
    Il mio tetto materno. E tu venivi
    E sorridevi a lui sotto quel tiglio
    Ch'or con dimesse frondi va fremendo
    Perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio
    Cui già di calma era cortese e d'ombre.
    Forse tu fra plebei tumuli guardi
    Vagolando. ove dorma il sacro capo
    Del tuo Parini? A lui non ombre pose
    Tra le sue mura la città, lasciva
    D'evirati cantori allettatrice,
    Non pietra, non parola; e forse l'ossa
    Col mozzo capo gl'insanguina il ladro
    Che lasciò sul patibolo i delitti.
    Senti' raspar fra le macerie e i bronchi
    La derelitta cagna ramingando
    Su le fosse, e famnelica ululando;
    E uscir del teschio, ove fuggia la Luna,
    L'ùpupa, e svolazzar su per le croci
    Sparse per la funerea campagna,
    E l'immonda accusar col luttuoso
    Singulto i rai di che son pie le stelle
    Alle obbliate sepolture. Indarno
    Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
    Dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
    Non sorge fiore, ove non sia d'umane
    Lodi onorato e d'amoroso pianto.

    Dal dì che nozze e tribunali ed are
    Diero alle umane belve esser pietose
    Di sè stesse e d'altrui, toglieano i vivi
    All'etere maligno ed alle fere
    I miserandi avanzi che Natura
    Con veci eterne a sensi altri destina.
    Testimonianza a' fasti eran le tombe,
    Ed are a' figli; e uscian quindi i responsi
    De' domestici Lari, e fu temuto
    Su la polve degli avi il giuramento:
    Religion che con diversi riti
    Le virtù patrie e la pietà congiunta
    Tradussero per lungo ordine d'anni.
    Non sempre i sassi sepolerali a' templi
    Fean pavimento; né agi incensi avvolto
    De' cadaveri il lezzo i supplicanti
    Contaminò; né le città fur meste
    D'effigiati scheletri: le madri
    Balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
    Nude le braccia su l'amato capo
    Del lor caro lattante onde nol desti
    Il gemer lungo di persona morta
    Chiedente la venal prece agli eredi
    Dal santuario. Ma cipressi e cedri
    Di puri effluvj i zefiri impregnando
    Perenne verde protendean su l'urne
    Per memoria perenne, e preziosi
    Vasi accogliean le lacrime votive.
    Rapian gli amici una favilla al Sole
    A illuminar la sotterranea notte,
    Perché gli occhi dell'uom cercan morendo
    Il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
    Mandano i petti alla fuggente luce.
    Le fontane versando acque lustrali
    Amaranti educavano e viole
    Su la funebre zolla; e chi sedea
    A libar latte e a raccontar sue pene
    Ai cari estinti, una fragranza intorno
    Sentia qual d'aura de' beati Elisi.
    Pietosa insania, che fa cari gli orti
    De' suburbani avelli alle britanne
    Vergini dove le conduce amore
    Della perduta madre, ove elementi
    Pregaro i Genj del ritorno al prode
    Che tronca fe' la trionfata nave
    Del maggior pino, e si scavò la bara.
    Ma ove dorme il furor d'inclite geste
    E sien ministri al vivere civile
    L'opulenza e il tremore, inutil pompa,
    E inaugurate immagini dell'Orco
    Sorgon cippi e marmorei monumenti.
    Già il dotto e il ricco ed Il patrizio vulgo,
    Decoro e mente al bello italo regno,
    Nelle adulate reggie ha sepoltura
    Già vivo, e i sternmi unica laude. A noi
    Morte apparecchi riposato albergo,
    Ove una volta la fortuna cessi
    Dalle vendette, e l'amistà raccolga
    Non di tesori eredità, ma caldi
    Sensi e di liberal carme l'esempio.

    A egregie cose il forte animo accendono
    L'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
    E santa fanno al peregrin la terra
    Che le ricetta. lo quando Il monumento
    Vidi ove posa il corpo di quel grande,
    Che temprando lo scettro a' regnatori,
    Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
    Di che lagrime grondi e di che sangue;
    E l'arca di colui che, nuovo Olimpo
    Alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide
    Sotto l'etereo padiglion rotarsi
    Più mondi, e il Sole irradiarli immote,
    Onde all'Anglo che tanta ala vi stese
    Sgombrò primo le vie del firmarnento;
    Te beata, gridai, per le felici
    Aure pregne di vita, e pe' lavacri
    Che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
    Lieta dell'áer tuo veste la Luna
    Di luce limpidissima i tuoi colli
    Per vendemmia festanti, e le convalli
    Popolate di case e d'oliveti
    Mille di fiori al ciel mandano incensi:
    E tu prima, Firenze, udivi il carme
    Che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,
    E tu i cari parenti e l'id'ioma
    Desti a quel dolce di Calliope labbro
    Che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
    D'un velo candidissimo adornando,
    Rendea nel grembo a Venere Celeste.
    Ma più beata ché in un tempio accolte
    Serbi l'itale glorie, uniche forse
    Da che le mal vietate Alpi e l'alterna
    Onnipotenza delle umane sorti
    Armi e sostanze t'invadeano ed are
    E patria e, tranne la memoria, tutto.
    Che ove speme di gloria agli animosi
    Intelletti rifulga ed all'Italia,
    Quindi trarrem gli auspicj. E a questi marmi
    Venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
    Irato a' patrii Numi, errava muto
    Ove Arno è più deserto, i campi e il cielo
    Desioso mirando; e poi che nullo
    Vivente aspetto gli molcea la cura,
    Qui posava l'austero; e avea sul volto
    Il pallor della morte e la speranza.
    Con questi grandi abita eterno, e l'ossa
    Fremono amor di patria. Ah sì! da quella
    Religiosa pace un Nume parla:
    E nutria contro a' Persi in Maratona
    Ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,
    La virtù greca e l'ira. Il navigante
    Che veleggiò quel mar sotto l'Eubèa,
    Vedea per l'ampia oscurità scintille
    Balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
    Fumar le pire igneo vapor, corrusche
    D'armi ferree vedea larve guerriere
    Cercar la pugna; e all'orror de' notturni
    Silenzj si spandea lungo ne' campi
    Di falangi un tumulto e un suon di tube,
    E un incalzar di cavalli accorrenti
    Scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
    E pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

    Felice te che il regno ampio de' venti,
    Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!
    E se il piloto ti drizzò l'antenna
    Oltre l'isole egèe, d'antichi fatti
    Certo udisti suonar dell'Elleaponto
    I liti, e la marea mugghiar portando
    Alle prode retèe l'armi d'Achille
    Sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi
    Giusta di glorie dispensiera è morte;
    Né senno astuto, né favor di regi
    All'Itaco le spoglie ardue serbava,
    Ché alla poppa raminga le ritolse
    L'onda incitata dagl'inferni Dei.

    E me che i tempi ed il desio d'onore
    Fan per diversa gente ir fuggitivo,
    Me ad ad evocar gli eroi chiamin le Muse
    Del mortale pensiero animatrici.
    Siedon custodi de' sepolcri e quando
    Il tempo con sue fredde ale vi spazza
    Fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
    Di lor canto i deserti, e l'armonia
    Vince di mille secoli il silenzio.
    Ed oggi nella Tròade inseminata
    Eterno, splende a' peregrini un loco
    Eterno per la Ninfa a cui fu sposo
    Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio
    Onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
    Talami e il regno della Giulia gente.
    Però che quando Elettra udì la Parca
    Che lei dalle vitali aure del giorno
    Chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove
    Mandò ìl voto supremo: E se, diceva,
    A te, fur care le mie chiome e il viso
    E le dolci vigilie, e non mi assente
    Premio miglior la volontà de' fati,
    La morta amica almen guarda dal cielo
    Onde d'Dlettra tua resti la fama.
    Così orando moriva. E ne gemea
    L'Olimpio; e l'immortal capo accennando
    Piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
    E fe' sacro quel corpo e la sua tomba.
    Ivi posò Erittonio, e dorme Il giusto
    Cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne
    Sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
    Da' lor mariti l'imminente fato;
    Ivi Cassandra, allor che Il Nume In petto
    Le fea parlar di Troia il di mortale,
    Venne, e all'ombre cantò carme amoroso,
    E guidava i nepotì, e l'amoroso
    Apprendeva lamento ai giovinetti.
    E dicea sospirando: Oh, se mai d'Argo,
    Ove al Tidìde e di Laerte al figlio
    Pascerete i cavalli, a voi permetta
    Ritorno il cielo, invan la patria vostra
    Cercherete! Le mura opra di Febo
    Sotto le lor reliquie fumeranno.
    Ma i Pepati di Troja avranno stanza
    In queste tombe; ché de' Numi è dono
    Servar nelle miserie altero nome.
    E voi, palme e cipressi che le nuore
    Piantan di Priamo, e crescerete ahi presto!
    Di vedovili lagrime Innaffiati,
    Ptoteggete i miei padri: e chi la scure
    Asterrà pio dalle devote frondi
    Men si dorrà di consanguinei lutti
    E santamente toccherà l'altare.
    Proteggete i miei padri. Un dì vedrete
    Mendico un cieco errar sotto le vostre
    Antichissime ombre, e brancolando
    Penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
    E interrogarle. Gemeranno gli'antri
    Secreti, e tutta narrerà la tomba
    Igio raso due volte e due risorto
    Splendidamente su le muto vie
    Per far più bello l'ultimo trofeo
    Ai fatati Pelidi. Il sacro vate,
    Placando quelle afflitte alme col canto,
    I prenci argivi eternerà per quante
    Abbraccia terre il gran padre Oceàno.
    E tu onore di pianti, Ettore, avrai
    Ove fia santo e lagrimato il sangue
    Per la patria versato, e finché il Sole
    Risplenderà su le sciagure umane.

     
  • 23 marzo 2006
    Di sé stesso

    Non son chi fui; peri di noi gran parte:
    Questo che avanza è sol languore e pianti.
    E secco è il mirto, e son le foglie sparte
    Del lauro, speme al giovenil mio canto.

    Perché dal dì ch'empia licenza e Marte
    Vestivan me del lor sanguineo manto,
    Cieca è la mente e guasto il core, ed arte.
    L'umana strage, arte è in me fatta, e vanto.

    Che se pur sorge di morir consiglio,
    A mia fiera ragion chiudon le porte
    Furor di gloria, e carità di figlio.

    Tal di me schiavo, e d'altri, e della sorte
    Conosco il meglio ed al peggior 'mi appiglio:
    E so invocare e non darmi la morte.

     
  • 23 marzo 2006
    Di sé stesso all'amata

    Così gl'interi giorni in lungo incerto
    Sonno gemo! ma poi quando la bruna
    Notte gli astri nel ciel chiama e la luna,
    E il freddo aer di mute ombre è converto;

    Dove selvoso è il piano e più deserto
    Allor lento io vagando, ad una ad una
    Palpo le Piaghe onde la rea fortuna
    E amore, e il mondo hanno il mio core aperto.

    Stanco mi appoggio or al troncon d'un pino,
    Ed or prostrato ove strepitan l'onde,
    Con le speranze mie parlo e deliro.

    Ma per te le mortali ire e il destino
    Spesso obbliando, a te, donna, io sospiro:
    Luce degli occhi miei chi mi t'asconde?

     
  • 23 marzo 2006
    All'amata

    Meritamente, però'ch'io potei
    Abbandonarti, or grido alle frementi
    Onde che batton l'alpi, e i pianti miei
    Sperdono sordi del Tirreno i venti.

    Sperai, poiché mi han tratto uomini e Dei
    In lungo esilio fra spergiure genti
    Dal'bel paese ove or meni sì rei,
    Me sospirando, I tuoi giorni fiorenti,

    Sperai che il tempo, e i duri casi, e queste
    Rupi ch'io varco anelando, e le eterne
    Ov'io qual fiera. dormo atre foreste,

    Sarien ristoro al mio cor sanguinente;
    Ahi, vóta speme! Amor fra l'ombre inferne
    Seguirammi immortale, onnipotente.

     
  • 23 marzo 2006
    A Firenze

    E tu ne' carmi avrai perenne vita
    Sponda che Arno saluta in suo cammino
    Partendo la città che del latino
    Nome accogliea finor l'ombra fuggita.

    Già dal tuo ponte all'onda impaurita
    Il papale furore e il ghibellino
    Mescean gran sangue, ove oggi al pellegrino
    Del fero vate la magion s'addita.

    Per me cara, felice, inclita riva
    Ove sovente i piè leggiadri mosse
    Colei che vera al portarnento Diva

    In me volgeva sue luci beate,
    Mentr'io sentia dai crini d'oro commosse
    Spirar ambrosia l'aure innamorate.

     
  • Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
    Di gente in gente, nú vedrai seduto
    Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
    Il fior de' tuoi gentili anni caduto.

    La madre or sol, suo dì tardo traendo,
    Parla di me col tuo cenere muto:
    Ma io deluse a voi le palme tendo;
    E se da lunge i miei tetti saluto,

    Sento gli avversi Numi, e le secrete
    Cure che al viver tuo furon tempesta,
    E prego anch'io nel tuo porto quiete.

    Questo di tanta speme oggi mi resta!
    Straniere genti, l'ossa mie rendete
    Allora al petto della madre mesta.

     
  • 23 marzo 2006
    A Dante

    Alto rombano i secoli
    Su rapidissim'ali,
    E dall'aere giù vibrano
    Dritti infiammati strali
    Che additano agl'ingegni
    D'eterna gloria i segni:

    Ma qual nebbia! Qual livido
    Umor spargon dai vanni
    Che in fetida caligine
    Attomban nomi ed anni,
    E rodono quel serto
    Che ombreggia un tenue merto!

    O mio Poeta, o altissimo
    Signor del sommo canto,
    Che con sublime cetera
    Per la casa del pianto
    Girasti, e fra la gente,
    Che o gioisce, o si pente,

    Tu vivi eterno. "Gloria
    Di suo fulgor ti cinse",
    Tuonò sua voce; un fulmine
    Fu per chi ti dipinse
    Testor stentato, oscuro
    Di carmi e stile impuro.

    Pèra! La lingua sucida
    Costui nutra nel sangue,
    E per delfici lauri
    Gli accerchi invece un angue,
    Sanie stillante infesta,
    L'abbominevol testa.

    Dicesti: ed ecco stridono
    In suon ringhiante e forte
    Gli aspri tartarei cardini:
    Della cappa di morte
    Infino a' più vestute
    Ecco l'Ombre perdute.

    Io già le ascolto: echeggiano
    Per l'aer senza stelle
    Batter di man, bestemmie,
    Orribili favelle,
    Voci alte e fioche, accenti
    D'ire in dolor furenti.

    O Padre! O Vate! Un giovane
    Cui l'estro ai cieli innalza,
    Che pel genio che l'agita
    Fervidamente sbalza
    A inerudita cetra
    Canti spargendo all'etra,

    A te si prostra: un'anima
    Che in sè ognor si ravvolge,
    Che in ermi boschi tacita
    Fugge dall'atre bolge
    Di cittadino tetto,
    Gl'irraggia l'intelletto.

    Di sapienza nettare
    Fra mie voglie delibo,
    E, meditante, ai spiriti
    Porgo l'augusto cibo
    Che questa etade impura,
    Famelica, non cura.

    Muta di luce eterea
    Alle peccata in grembo
    Fra cupo orror s'avvoltola
    L'Umanità: il suo lembo
    Spruzzi di sangue stilla,
    Ed ella va in favilla.

    Ma ira di giustizia
    Lui che può ciò che vuole
    Ruggisce in cielo, e scaglia
    Di spavento parole;
    Vennero i giorni alfine
    Di piaghe e di ruine.

    Vennero sì; ma sorgere,
    Giganteggiando, i nostri
    Carmi vedransi, e liberi
    Calpestare que' mostri
    Che tumidi d'orgoglio
    Siedono ingiusti in soglio.

     
  • 23 marzo 2006
    Alla donna gentile

    Vigile è il cor sul mio sdegnoso aspetto,
    E qual tu il pingi, Artefice elegante,
    Dal dì ch'io vidi nel mio patrio tetto
    Libertà con incerte orme vagante.

    Armi vaneggio, e il docile intelletto
    Contesi alle febee Vergini sante;
    Armi, armi grido; e Libertade affretto
    Più ognor deluso e pertinace amante.

    Voce inerme che può? Marte raccende,
    Vedilo, all'opre e a sacra ira le genti:
    Siede Italia, e al flagel l'omero tende.

    Pur, se nell'onta della Patria assorte
    Fien mie speranze, e i dì taciti e spenti,
    Per te il mio volto almen vince la morte.

     
  • 23 marzo 2006
    A Vincenzo Monti

    Se fra' pochi mortali a cui negli anni
    Che mi fuggìr, fui caro, alcun ti chiede
    Novella d'Ugo; perché indegno fora
    All'amor nostro il non saperne, o Monti
    Rispondi – In terra che non apre il seno
    Obbedïente al scintillar del solo
    Passa la vita sua colma d'obblio,
    Doma il destriero a galoppar per l'onde;
    Sulle rocce piccarde aguzza il brando,
    E l'oceàn traversando con gli occhi
    D'Anglia le minacciate alpi saluta.

    M'udrai felice benedir, m'udrai
    Commiserar; tu fammi lieto ai lieti,
    Dolente a' dolorosi; ognun sè pasce
    Del parer suo; qual io mi viva, solo
    Tu l'odi, e dove coronato libi
    Al Genio e all'Ira d'Alighieri, il Fauno
    Pedestre mio discreto ospite accogli.
    Da te non laude al mio verso, né vino
    Sul desco mio, né il tuo pregar sull'ara
    Della possanza in mio favor ti chiedo.
    In molti uomini lessi e in pochi libri
    (Perch'io cultor di pochi libri vivo)
    Questa sentenza: Amico unico è l'oro.

    Se fra' mortali a' quai non vissi ignoto
    Ne' dì che mi fuggiro, alcun ti chiede
    Novella d'Ugo, perocché tacerne
    Indegno fora all'amor nostro, o Monti,
    Rispondi – In terra che non apre il solco
    Docile a' rai del sole onnipotenti
    Pasce la vita sua colma d'oblio.
    Doma il destriero a galoppar per l'onde
    Su le rocce piccarde aguzza il brando,
    E traversando l'oceàn con gli occhi
    Minaccia i porti d'Albïon rostrati.

    Non te desio propizïante all'are
    Della Possanza in mio favor, né chiedo
    Vino al mio desco, o i tuoi plausi al mio verso
    Da te non laudi al mio verso, né vino
    Al desco mio, né il tuo pregar sull'ara
    Della Possanza in mio favor ti chiedo:
    Ma cor che il fuggitivo Ugo accompagni
    Ove fortuna il mena aspra di guai.
    Mi mentirà così, Vincenzo, quella
    Che in molti uomini lessi, e in pochi libri
    (Perch'io cultor di pochi libri vivo)
    Ardua sentenza: Amico unico è l'oro.
    Non io te, dolce amico, in favor mio
    Sull'ara del favor propizïante
    Voglio, né chiedo a te plausi al mio verso,

    Da te non plausi al mio verso, non vino
    Sul desco mio, né in favor mio te voglio
    Propizïante del favor sull'are
    Per farmi bello d'un regal sorriso
    Tu l'odi, e accogli la pedestre Musa,
    Di liet...

    Non te desio propizïante all'ara
    Della possanza in pro nostro, né chiedo
    Da te sommo cantor plausi al mio verso
    Ma cor che...

     
  • 23 marzo 2006
    Il ritratto

    Scrivo che tu sei bella,
    Scrivo che tutto è accolto
    Sul grazïoso volto
    De' vezzi il roseo stuol.

    Scrivo che i tuoi dolci occhi
    Vibran soave foco,
    Scrivo... Ma questo è poco
    Per sì gentil beltà.

    Chi mai potria le grazie
    Spiegar di quei colori,
    Ove si stan gli Amori
    Come sul loro altar?

    Dir altro io mai non seppi
    So non che tanto sei
    Vezzosa agli occhi miei
    Ch'altra non sanno amar.

     
  • A egregie cose il forte animo accendono
    l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
    e santa fanno al peregrin la terra
    che le ricetta. Io quando il monumento
    vidi ove posa il corpo di quel grande
    che temprando lo scettro a' regnatori
    gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
    di che lagrime grondi e di che sangue;
    e l'arca di colui che nuovo Olimpo
    alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide
    sotto l'etereo padiglion rotarsi
    più mondi, e il Sole irradïarli immoto,
    onde all'Anglo che tanta ala vi stese
    sgombrò primo le vie del firmamento;
    Te beata, gridai, per le felici
    aure pregne di vita, e pe' lavacri
    che da' suoi gioghi a te versa Apennino!

    Lieta dell'aer tuo veste la Luna
    di luce limpidissima i tuoi colli
    per vendemmia festanti, e le convalli
    popolate di case e d'oliveti
    mille di fiori al ciel mandano incensi:
    e tu prima, Firenze, udivi il carme
    che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,
    e tu i cari parenti e l'idïoma
    désti a quel dolce di Calliope labbro
    che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
    d'un velo candidissimo adornando,
    rendea nel grembo a Venere Celeste;
    ma più beata che in un tempio accolte
    serbi l'itale glorie, uniche forse
    da che le mal vietate Alpi e l'alterna
    onnipotenza delle umane sorti
    armi e sostanze t'invadeano ed are
    e patria e, tranne la memoria, tutto.

    Che ove speme di gloria agli animosi
    intelletti rifulga ed all'Italia,
    quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
    venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
    Irato a' patrii Numi, errava muto
    ove Arno è più deserto, i campi e il cielo
    desïoso mirando; e poi che nullo
    vivente aspetto gli molcea la cura,
    qui posava l'austero; e avea sul volto
    il pallor della morte e la speranza.
    Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
    fremono amor di patria.

     
  • 23 marzo 2006
    La campagna

    O tu cantor di morbidi
    Pratei, di dolci rivi,
    Che i verdi poggi, e gli alberi
    Soavemente avvivi
    Con gli armonici versi
    Da fresche tinte aspersi,

    Odi un poeta giovane,
    Che il genio che l'ispira
    Devoto siegue, e libero
    Percote ardita lira,
    E co' suoi canti vola
    Al suo gentil Bertòla.

    Fra campestri delizie
    Tranquillo e lieto io vivo.
    E col pensier fantastico
    Tra me canto e descrivo
    Sì vaghi paeselli,
    Che ognor sembran novelli.

    Pingo; ma resto attonito
    Allor che su i tuoi fogli
    Veggo fiorire, e sorgere
    Pianto e marini scogli,
    Che sembrano invitarmi
    A sacrar loro i carmi.

    Da me s'invola subito
    Il mio picciol soggiorno,
    E sol veggo Posilipo
    E il mar che vanta intorno
    Di Mergellina il lido
    Ameno più che Gnido.

    Estatici contemplano
    Tuoi campi i cupid'occhi:
    O come allor nell'anima
    Sento beati tocchi,
    Che mi dicono ognora:
    Sì dolce vate onora.

    Salve, dunque, del tenero
    Gesnèr felice alunno!
    Il lor poeta adorino
    D'aprile e dell'autunno
    Le Grazie e i lindi Amori
    Coronati di fiori.

    Il lor poeta adorino
    Le serpeggianti linfe,
    E dai monti scherzevoli
    Scendan le gaje Ninfe,
    E alternin baci in fronte
    Al tòsco Anacreonte.

    Ed io tesso tra cantici
    Ghirlandetta odorosa
    Non d'orgogliosi lauri,
    Ma sol d'umida rosa,
    E il capo ombreggio al molle
    Abitator del colle.

    E in cor brillante io dico:
    Questa dona Natura
    Al suo più ingenuo amico,
    Ch'ella d'altro non cura:
    Da lui schietto-dipinta
    Di fior va anch'ella cinta.

     
  • 23 marzo 2006
    La verità

    Sino al trono di Dio
    anciò mio cor gli accenti,
    Che in murmure tremendo
    Rispondono i torrenti,
    E dalla ferrea calma
    Delle notti profonde
    Palma battendo a palma
    Ogni morto risponde.

    D'entusïasmo ho l'anima
    Albergo; e sol d'un Nume
    Io son cantor: degli angeli
    L'impenetrabil lume
    Circonda il mio pensiero,
    Ch'erto su lucid'ali,
    Sprezza l'invito altero
    Dè superbi mortali.

    E coronar di laudi
    Dovrò chi turpe e folle
    Splendido sol per l'auro
    Sa l'orgoglio s'estolle?
    Che dir deggio di lui?
    Pria di giustizia il brando
    Sù forti bracci sui
    Vada folgoreggiando;

    E canterò. Nettarea
    Da me non cerchi ei lode,
    Se a lutulenta in braccio
    Sorte tripudia e gode,
    E tra un'immensa schiera
    D'insania al carro avvinto
    scioglie con sua man nera
    A iniquitate il cinto.

    E tu chi sei che il titolo
    Santo d'amico usurpi?
    E vile d'amicizia
    L'aspetto almo deturpi?
    Chi sei tu che m'inviti
    Di gloria a spander raggio
    E a sciòrre inni graditi
    A chi in virtù è selvaggio?

    Non sai che santuario
    Al ver nell'alma alzai
    E che io del vero antistite
    Sempre d'esser giurai?
    Non sai che mercar fama
    Da tal canto non curo,
    E più dolce m'è brama
    Sul ver posarmi oscuro?

    Vero suonò di Davide
    Il pastoral concento,
    E a Dio piacque il veridico
    Suono, e tra cento e cento
    L'unse à popoli ebrei
    Rege di pace, e adorni
    D'illustri eventi e bèi
    Fè dell'uom giusto i giorni.

    E immagine d'obbrobrio
    Vuoi tu farmi, o profano?
    Oh! quell'immonda faccia
    Copriti con la mano
    Lungi da me: chi fia
    Cui faccian forza i detti
    Ch'io l'alta cetra mia
    Di ricca peste infetti!

    Garrir fole non odemi
    L'atrio di adulazione,
    E in questa solitudine
    Dall'aurata prigione
    Fuggo; esecrando il folle
    Che blandisce con mèle
    Il grande; e in sen gli bolle
    Rancor, invidia, e fiele.

    Dunque chi vuol, d'encomio
    Canti impudente intuoni
    Per lo tuo eroe; ch'io cantici
    Fra gli angelici suoni
    Ergo al Solopossente,
    Che dall'empirea sede
    Gl'inni in letizia sente
    Di verità e di fede.

     
  • 23 marzo 2006
    Le rimembranze

    E questa è l'ora! mormorar io sento
    Co' miei sospiri in suon pietoso e basso
    Tra fronda e fronda il solitario vento.
    E scorgo il caro nome; e veggo il sasso
    Ove Laura s'assise, e scorro i prati
    Ch'ella meco trascorse a passo a passo.
    Quest'è la pianta che le diè i beati
    Fior ch'ella colse, e con le molli dita
    Vaga si fe, ghirlanda ai crini aurati.
    E questo è il conscio speco, e la romita
    Sponda cui mesto lambe un fonte e plora,
    E i ben perduti a piangere m'invita
    Qui de’ più gai colori ornossi Flora,
    Qui danzaro le Grazie, e qui ridente
    A mirar la mia donna uscì l'Aurora. 15
    E qui la Luna cheta e risplendente
    Guatocci, e rise; e irradïò quel ramo
    Ove ha nido usignol dolce-gemente;
    E scosso l'augellin, mentre ch'io: " T'Amo "
    A Laura replicava, uscir s'udia
    Ne' suoi dolci gorgheggi: " Io t'amo io t'amo ".
    O sacra rimembranza, o della mia
    Prima felicità tenera immago,
    Cui Laura forse a consolarmi invia;
    Vieni: tu vedi solitario e vago
    Il giovin vate, che piangendo porta
    Ahi! d'affanni più gravi il cor presago.
    Già s'avanza la Sera, e la ritorta
    Conca tien alla destra, e di rugiade
    Le languid'erbe, e i fiori arsi conforta.
    E il Sol che all'Oeeàn fiammeo ricade,
    Vario-tinge le nubi, e lascia il mondo
    All'atra Notte che muta lo invade.
    E tutto è mesto: e dal cimmerio fondo
    S'alzan con l'Ore negre e taciturne
    Oscuritate e Silenzio profondo.
    Era l'istante che su squallide urne
    Scapigliata la misera Eloisa
    Invocava le afflitte ombre notturne;
    E su1 libro del duolo u' stava incisa
    ETERNITADE E MORTE, a lamentarsi
    Veniasi Young sul corpo di Narcisa:
    Ch'io smarrito in sembiante, e aperti ed arsi
    I labbri, e incerto i detti, e gli occhi in pianto,
    Coi crin sul fronte impallidito sparsi,
    Addio diceva a Laura, e Laura intanto
    Fise in me avea le luci, ed agli addio
    Ed ai singulti rispondea col pianto
    E mi stringea la man: - tutto fuggìo
    Della notte l'orrore, e radïante
    Io vidi in cielo a contemplarci Iddio,
    E petto unito a petto palpitante,
    E sospiro a sospir, e riso a riso,
    La bocca le baciai tutto tremante.
    E quanto io vidi allor sembrommi un riso
    Dell'universo, e le candide porte
    Disserrarsi vid'io del Paradiso....
    Deh! a che non venne, e l'invocai, la morte?