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Poesie di Ugo Mastrogiovanni

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  • 17 maggio 2011 alle ore 17:50
    All’ombra della tua fronte

    Arrampico la mia notte
    per un cielo senza luna;
    sogna vagiti la culla,
    segreti il mistero;
    non vale più nulla
    la tumultuosa fretta
    di rincorrere l’alba,
    il crepuscolo del mattino
    ci sorprende ancora insieme.
    Continuo a sostare
    all’ombra della tua fronte
    frescura di sempre
    sorpresa continua
    difesa sicura.

  • 17 maggio 2011 alle ore 17:48
    Andai ricordando

    Tra le foto sbiadite
    spalmate di talco,
    condite di tempo
    andai ricordando
    il palco da cui le scattai.
    Entrai in quei volti,
    negli occhi di carta,
    alcuni contenti,
    altri raccolti,
    da palcoscenico.
    Attori da prato,
    scene di strada
    senza un sipario
    senza copione.
    Lo scenario del giorno,
    dall’alba alla sera,
    così come tutti
    così era allora;
    ognuno campione
    attore di sempre:
    nasci e debutti.
    Mancava qualcuno:
    ci aveva lasciato
    per altre scritture,
    per scene sicure
    dove non avrebbe sbagliato
    giammai la battuta.

  • 24 aprile 2011 alle ore 19:46
    Tu

    Pensavo che il nord fosse più vicino al cielo,
    ma cielo non fu, fu nebbia.
    Se fino a marzo attesi per vedere il fiume
    Il giorno dopo vidi il firmamento;
    approfittai,
    e ne raccolsi un frammento:
    tu e cinquant’anni d’amore.

  • 11 aprile 2011 alle ore 17:10
    Preghiere

    Se all’onde abbandono le parole
    di certo non saranno sole,
    anche se potranno affondare
    in alto oseranno ritornare
    ordite a modo di preghiere.
    Lasciatele cascare tra la gente
    finiranno sicuro sotto i piedi
    le suppliche per molti sono tedi
    a mani giunte detestano restare.
    Le battezzo con acqua
    e le affido al mare,
    lì nessuno le potrà trovare:
    con spuma e sale tesserò un velo
    e leverò fiduciose al cielo.
    (2005)

  • 18 agosto 2009
    Fratello

    Cosa rimane del guerriero, stratega dell’intelligenza,
    eletto per genio e per impegno, credo di zelo e conoscenza
    quando infermità prevale?
    Depone lo scudo e il destriero; serra le porte all’arsenale
    e cede al giogo.
    Torto il corpo, irrigidito, fisso lo sguardo della resa,
    vuoto e intimidito tace.
    Il ring, l’arena, la sua impresa: un giaciglio di gomma come brace,
    in ridotto recinto casa e tetto.
    Due tubi di metallo per testate, due sbarre in legno alle fiancate,
    candide lenzuola profumate e noi ai piedi del tuo letto,
    passivi, e più capaci a niente, aggiorniamo il tuo ultimo diario.
    Adorato germano a noi diletto, vani al tuo misero calvario,
    impotenti ci frustiamo il petto. Fratello
    Freddo il sole s’allontana, gli ultimi giorni si trascina
    di questa scarpinata umana spesa a spezzar la schiena.
    Marcata la tua impronta, singolare, rimarrà nel tempo sempre uguale,
    forse bizzarra, esuberante, capricciosa, ma nata di un cervello geniale.


    08/05/2009

  • 25 marzo 2009
    La decima

    Fermo, inflessibile, severo,
    ecco mi spia inaspettato
    il giudizio passato insalutato.
    Tutto il trascorso è maculato d’eco;
    ormai lontano, vecchio, svalutato,
    neppure il ricordo l’avrebbe riesumato.
    Mi si esige la decima pagata,
    non importa della menta o della ruta
    purché comunque lo sia stata.
    Non reclama lo spreco, molto strano!
    Sordo e vano mi rimbomba in testa:
    "Se avessi" e "Se io fossi stato…",
    mi assalgono i “Se”, tantissimi “Però”,
    qualche "Si sarebbe prevenuta…
    oppure, invece...".
    Posso presentargli un “pagherò”?
    Meglio gridare qualche prece
    o tacere e bere la cicuta.

  • 25 marzo 2009
    Era bello

    Se continui a lagnarti
    perché lo sposasti?
    Fosse stato un adone.
    Non era un barone
    e neanche un grissino.
    Anzi, alquanto bassino!
    Il cipiglio si fece sorriso
    e col segno da lei preferito
    l’indice roteò sul suo viso
    e mia madre parlò radiosa:
    ma, era un lui definito
    garbato, quasi perfetto;
    gote di rosa, onesto sorriso,
    il mento con le fossette,
    alta la fronte, fine, distinto.
    Era aitante col suo cappello,
    un Borsalino testa di moro
    col raso pregiato del marocchino.
    Elegante, prudente, galante,
    con la paglia o con il cappello,
    attraente a vederlo, mi sublimavo;
    il gentiluomo, lui era quello,
    l’uomo che da sempre sognavo,
    l’ideale, era dolce, era bello.


    Febbraio 2009

  • 22 gennaio 2009
    Gratitudine

    In cerca della gratitudine
    d’essa scovai tanti risvolti:
    scarsa attitudine al saluto,
    scontroso distacco in molti volti
    per i più passai per sconosciuto,
    e fui immerso in altra latitudine.
    L’apparenza salvata da qualcuno
    disse “ossequi” e si voltò a ritroso.
    Per quanto gremita fu la strada,
    tanto più solo mi sentii quel giorno;
    servo mi sembrò d’essere stato
    e schiavo alla mensa degli stolti,
    l’acqua di fonte che avevo dato
    disseccava i germogli.
    Sperai così che forse al mio ritorno
    avrei trovato la luce che cercavo,
    regno defunto ma di pochi colti
    che capaci di ogni soluzione
    alzarono un’ara alla riconoscenza
    ampliando la loro migrazione
    nell’esclusivo mondo della conoscenza.

  • 22 gennaio 2009
    Crimini d’amore

    Non abete sempreverde nel diario del tramonto;
    il desio si perde soffocato da programmi andati,
    consumati, rimasti ipotesi.
    Oggi non più fanciulla sbuchi dal nulla
    per colmar lo spazio di tua veste bianca
    quando stanca la fiammella ha consumato la sua cera,
    affumicato le tue lagrime.
    Sintesi di bugie le tue promesse,
    nullità le tue lamentazioni,
    diatesi di menzogna la tua freschezza
    cancellata dagli anni.
    Crimini d’amore le tue intenzioni dimesse,
    senza premesse né radici,
    senza linguaggio quel che dici,
    nessun rimbalzo al tuo pensiero.
    Tu non rendesti omaggio alla mia giovinezza,
    ne cogliesti soltanto il calore e sparisti;
    non plaudisti al verso che t’offrivo,
    guardavi altrove, quasi schernisti.
    Sbocciarono i fiori che curavo
    e profumarono per un’altra.

  • 27 ottobre 2008
    La città

    Non il saluto che si addice ai vecchi,
    un avanzar discreto, rispettoso,
    di giovinette con in mano i secchi
    per la fonte traguardo doveroso;
    di puro né pozzo, né sorgente,
    un echeggiar festoso di baldoria,
    un baglior di luci e tanta gente.
    Nessuna traccia delle cicatrici
    di fame e sete alla memoria
    tutto estirpato delle mie radici.
    Niente più Via Della Bellezza
    dove l’amore ricamava il buio
    e la virtù vestiva giovinezza.
    Sentore di vita assai fastosa,
    premure rare, spazi soffocati,
    città informe, strana, rumorosa,
    basilari i dettagli trascurati.
    Nulla o poca lotta per il pane
    nessun ricordo di che fu la fame.
    Affollata Via Dei Fannulloni,
    vuota Piazza Del Talento,
    stipata Per le Deviazioni,
    zeppo Borgo Dell’argento.
    Sparito il Vicolo Degli Orti;
    dove fu Largo Del Lavoro
    un monumento dedicato all’oro,
    scomparsa Via Dei Nostri Morti.
    A case bigie, semplici e sbiancate
    grattacieli svettanti e rilucenti,
    palazzi e grandi ville decorate.
    Quella che si nutriva di quiete
    è ormai una città di confusione
    sulle brutture si cala una parete
    ed il peggio sembra l’occasione
    per cancellar del bello la memoria
    e cambiare il corso della storia.

  • 27 ottobre 2008
    Ora so

    Ora so da vecchio che:
    nobile, puro, ineguagliabile,
    irripetibile fu il bene dell’infanzia.
    Ora so perché l’adolescenza
    s’alimentava di ribellione;
    perché quegli anni e i capelli neri
    sarebbero durati una stagione.
    Ora so perché d’adulto fu l’intelligenza
    che oltre al dono della conoscenza
    mi concesse quello d’ascoltare.
    Ora so perché la dea felicità
    fa viaggio a braccetto della carità
    e perché sarebbe stato saggio
    serbar disprezzo per la falsità.
    Ora lo so che si spegne il bene
    scambiando la passione per amore.
    Ora so ch’è come scorticare un cuore
    se non trasformi in lacrime il dolore.
    Ora so perché la notte è fabbrica di sogni.
    Ora so perché per quanto ti bisogni
    sempre di più il denaro non è Dio.
    Ora so perché leggo al buio senza occhiali,
    perché trovo fragole al posto delle stelle.
    Ora so perché premia molto l’obbedienza;
    che i libri non sostituiscono il maestro
    se vuoi che la cultura muti in scienza.
    Ora so perché sarebbe stato giusto
    non metter troppa fretta al tempo
    e alla noia innalzare un busto.
    Ora so perché, deviata la rotaia.

  • 08 settembre 2008
    Una carezza

    Vellutata una mano
    silenziosa
    sulla chioma si posa
    sosta, l’accarezza e trema.
    L’ebbrezza del giorno
    si sposa con la tenerezza.
    Il tempo passato
    è celebrato:
    felice è il ricordo
    d’aver riacceso
    se anche per poco
    il fuoco d’un tempo
    e il giorno
    nei cuori e fuori brucia
    veloce il nostro sogno
    lontano.

  • 08 settembre 2008
    Tregua

    Tregua d’uragani,
    di temporali soffocati,
    d’acque agitate;
    risciacquo di ruscelli,
    a levigare ciottoli
    stanchi.
    Passaggi gravi
    di sguardi ritrovati
    su paesaggi raffreddati
    e lenti.
    Nubi addossate ai colli
    luce di vetro pigra
    filtra trai pini,
    aria d’attesa
    migra su di noi
    apre alla ripresa.

  • 29 luglio 2008
    Divorzio

    Da padre vidi ch’era bella: mi darà un nipote,
    sarà una buona madre, pensai della signora;
    ha quella giusta dote per diventar mia nuora
    e fu nel tempio sposa e ne sortì una figlia
    una famiglia nuova, certo gradita a Dio,
    eppure mi sbagliai.
    Compiva Davide cinqu’anni quand’ecco inveire lui:
    "Son stufo, me ne vado, non la sopporto più".
    Furono tinte nere, incubi di morte, la mia peggiore sorte.
    "Figlio che fai? C’è il bimbo, esiste un giuramento,
    Sacramento di Dio, te ne pentirai, riflettici su!".
    Devastò il dovere, ignaro del peccato,
    senza pensare al poi, senza badare a nulla,
    del genitor che fu s’era dimenticato.
    Come ubriaco, cieco, tramortito restai.
    Vagai tra la fanciulla, una brava moglie,
    il piccolo, un infante candido, innocente,
    la vergogna, la gente: mi mancava il fiato.
    E m’è rimasto lui, divertente, tenero, educato,
    la grande mia passione;
    occhi color cielo e mare azzurro,
    leggiadro il volto, miniato,
    venuto a lenir la delusione.
    Compiaciuto, allegro, vanitoso,
    distoglie alquanto il mio pensiero
    dall’incresciosa, ingiusta situazione
    che mi commuove al pianto
    quando penso al passo sconveniente,
    quella cattiva azione che ha spento tutta l’allegria
    e ha spezzato via la mia stagione.

  • 16 luglio 2008
    Ci sei ancora

    Sbronzo d’incoscienza,
    con rose di maggio e petali rossi
    per ogni evenienza,
    con occhi commossi
    predavo ed offrivo l’amore.
    Sbrigliato, senza pudore,
    mietevo l‘ingenuo rossore
    di messi dorate.
    Immaturo, quasi avventato,
    fino a quando non giungesti tu.
    Come sole di notte,
    attraente, saggia, prudente
    e sei ancora qui, come allora,
    la mia ultima spiaggia,
    da cinquant’anni e tuttora
    inverno e primavera,
    costante a ricordarmi
    quel tempo com’era:
    piacente, allegro, un po’ crudele:
    un rimpianto che non sarà più.

  • 16 luglio 2008
    Ricordarmi

    Se vuoi di me talora ricordarti
    fa che confusa sia la nostalgia,
    usurati i ricordi e sensazioni,
    che di ieri sia il sembiante mio
    perché di oggi
    impressioni diverse proveresti,
    sminuendo il passato.
    Serba col mio
    il tuo rigor degli anni,
    meglio che anch’io
    fermi quel tempo nel tuo volto.
    Ormai virtù d’amico
    quelle d‘antico amante,
    vigor di giovinezza
    oggi la conoscenza,
    tenerezza d’un vecchio
    che pensa ai tuoi begli anni
    come un brillante
    indossato solamente allora
    Insolito, raro, scintillante
    uguale ancora.

  • 19 maggio 2008
    Trovar riposo

    Laddove il sol fugge dai fiori
    per suscitar dall’erbe strani odori di terra
    distendo le mie membra e mi riposo.
    Sconosciuti aromi inconsueti godo,
    mi serra il petto vita inesplorata e nuova
    quasi disseta e mi ritempra
    quest’odore d’ascesi.
    Dalla crosta di cerro e da corteccia
    ecco spuntare una formica
    che s’accosta, percorre la mia mano,
    piano titilla e passa;
    snella trai rami la ghiandaia salta e se la spassa,
    poi plana nell’erba e scava lì dove,
    meraviglia, tra le foglie s'eclissa
    una famiglia di chiodini.
    Il ragno tesse la sua tela, esca prepara,
    triste sorte di mosca, di zanzara che passando afferra;
    dall’ombrelle d’anemone rosata
    esce la vespa impollinata e scintillando vola;
    iridescenti di metallo gli occhi
    la crisopa sfoggia sulle foglie di viola;
    frinisce la cicala sul fior di stecco;
    sulla felce che il muschio ombreggia
    sbava la lumaca e si riposa;
    preda, palla di sterco spinge scarabeo;
    lassù sui tronchi scoiattolo ondeggia
    d’agilità fa mostra alternando il rosicare.
    Cresta levata, valica la quercia la ghiandaia,
    grida come poiana e come gatto frigna.
    Profumo di zenzero e di spigo
    di primule, viole e margherite,
    inalo pervinche e biancospini,
    mi castigo di verde e di natura,
    della strana creatura che m’incanta
    e di un uccello sconosciuto che canta.
    Mentre il gorgoglio del rivo mi richiama
    prendo la via di casa per tornare
    quando m’accorgo che non è un ruscello
    ma d’un beccafico il gorgheggiare.

  • Con scalpitar potente d’andatura a tempo,
    riverente in segno di rispetto,
    lenti marciarono i cavalli
    con scialli a lutto sopra il petto fregiati,
    come disponesti.
    "Morelli quattro tutti neri
    e Bai quattro molto bruni,
    dispensate da fiori e da corone,
    che regni sacra la quiete,
    la carrozza di vernice scura
    spoglia d’intagli e di rilievi,
    ogni putto meglio sia d’abete,
    dodici i ceri su colonne d’olmo;
    che i prelati siano con cura
    scelti tra quelli registrati,
    le casule viola damascate,
    d’incenso il turibolo stracolmo;
    i chierichetti vengano abbigliati
    con cotte a gigliuccio ricamate,
    celebrante sia il confessore,
    quello che rimise i miei peccati
    unica strada per il Creatore.
    Con cilindri e livrea i tre cocchieri
    e gli staffieri siano appiedati.
    Mi perdoni Dio onnipotente
    se desidero partire in compagnia
    e che quel giorno venga tanta gente".
    Tutto come richiedesti cara zia:
    sui margini gremiti della strada
    moderati gli applausi e modesti,
    ingente il seguito per via, muto.
    A mani giunte, tacita, ordinata,
    una folla commossa, sempre grata
    a capo chino in guisa di saluto,
    processione devota per un santo
    scomparso solo per un poco
    che fra non molto, come per incanto
    lampo nel cielo brillerà di fuoco.
    Eccoti zia un breve resoconto
    di quello che volevi e già saputo,
    d’un trapasso privo di tramonto,
    rimasto memorabile e solenne
    come la tua vita che divenne
    per tua bontà perenne.

  • 19 maggio 2008
    Trattoria

    Al tempo scampata,
    scritta da un lato, stinta dall’altro,
    a stento s’evince “Trattoria”.
    L’insegna sbatte,
    fatica per opporsi al vento.
    Quinta della vecchia via,
    tiene duro, parente del passato
    sembra esiga un posto nel futuro.
    Sbatacchia, stride e si dibatte,
    mostra il rovescio che rimembra
    oltre trattoria fui "Locanda".
    Imposte semichiuse, vetri rotti,
    mi sembrava percepire nella via
    il dì che fu e quello ch’era stato.
    Schiamazzi, insulti, grida d’allegria:
    per un momento ecco tanta gente
    un avanzo di tempo lì fermato.
    Profumate donnine col cliente
    mercenarie di precari amori,
    nel confuso viavai d’avventori.
    Mischiar di carte, trillare di posate,
    tra il puzzo di vivande riscaldate,
    bestemmie e tuonar di buzzo
    l’ingresso semichiuso spande.
    Chi entra e chiede una bevanda,
    chi ebbro di bianco e di piccante,
    certo di sapersi grande, recita e canta.
    Sulla soglia fa la chiacchierata
    chi dell’ora passata in compagnia,
    si vanta di non saper chi sia
    colei che per una bicchierata
    gli concesse tutta la nottata.
    In una vecchia locanda trattoria
    queste cose e molte altre ancora
    svanendo mi passavano per mente,l
    un rimpianto che non mi riguardava
    ma che non m’ha lasciato indifferente.

  • 24 novembre 2006
    C’è una foglia verde

    C’è una foglia verde

    oggi sul capo

    a cingermi la fronte,

    un caro amico ha letto il verso

    quello mio più caro

    che nacque suo

    da cui emerso è un sorriso.

    Insolita emozione

    per lo scrigno del vate.

    Non serve scienza,

    riconoscenza al merito,

    basta un amico,

    anche se raro,

    col suo sorriso

    a rallegrar le rime

    e rincuorar la classe.

    Doverose rendiamo

    grazie e benevolenza.


    (1964)

  • 24 novembre 2006
    Chiedete perdono

    Soffici e veloci

    in volo

    rimpianto guarda

    colombe

    saettanti pace.

    Della mente tarda

    portate

    l’obolo, vi prego,

    dell’accordo violato

    all’anima lontana

    dimenticata

    e chiedete perdono.

     

    (1964))

  • 24 novembre 2006
    Datti il bianco della sposa

    Riposa il tuo pensare.

    Cancella il sale dalle gote,

    spruzza gli occhi di sorriso,

    bandisci il segno della sorte ria

    e datti il bianco della sposa

    perché qui finisce

    e qui ricomincia la via.

    Il tempo plasmeremo insieme,

    fabbricheremo un mondo di ricordi.

    Ceneri di passato sparpagliamo al vento

    ora che siamo soli

    e vecchi dalla fronte bianca

    rimembriamo.

    È rosa il tuo viaggio

    cara,

    dolce il suo richiamo

    amore,

    dorato il lume che rischiara

    e tutta pace il cuore.

    Abbracciamoci,

    insieme ascoltiamo il silenzio,

    uniti

    insieme

    finiamo.

     

    A mia moglie Grazia, 1965

  • 06 novembre 2006
    Il tempo

    Il tempo è muto,


    mi diede il primo


    e si dispone a darmi


    l’ultimo saluto.

  • 06 novembre 2006
    I ricordi

    Siedo tra sogni e ricordi

    di treno c’attraversa la notte

    stracolmo di miraggi.

    Stagnano i primi,

    fremono i secondi.

    sperano in viaggi i terzi.

    Nessuna fermata,

    vietato salire.

    Deve prima finire il buio

    della nottata e venire il giorno

    per guardarmi intorno

    e veder svanire

    quest’incubo,

    almeno per ora.

     

    Luglio 2006

  • 06 novembre 2006
    Ad una sconosciuta

    Aperto


    il tuo balcone


    ai tuoi vent’anni


    sempre.


    Il tuo respiro


    alitava primavera,


    deviava il vento


    e nera la tempesta


    piegava in azzurro.


    I tuoi vent’anni


    incollavano sguardi


    succulenti,


    il seno spogliavano.


    Specchiavano i denti di perla


    il cielo stellato,


    rubavano eventi di luce.


    Oro acceso i tuoi occhi,


    il tuo sistema nervoso


    lava cocente.


    Senza tempo


    catturo ormai il tuo silenzio,


    con gravoso respiro


    rimiro il tuo balcone e chiudo;


    è tutto finito;


    continua a dormire.