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in archivio dal 18 lug 2012

Veronica Elisa Conti

20 dicembre 1982, Città di Castello - Italia
Segni particolari: Ho vinto nel 2011 il premio letterario Luigi Malerba per la Narrativa e Sceneggiatura con il mio primo libro "Le nebbie di Vraibourg". Il romanzo è uscito a Luglio 2012 nelle librerie edito da Monte Università Parma

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  • 31 luglio 2012 alle ore 10:59
    Le nebbie di Vraibourg (estratto)

    Come comincia: Cercava di scivolare tra gli invitati con discrezione, ma alcune matrone erano piantate a terra come montagne ingioiellate. Intanto monsieur Des Essarts intratteneva il suo popolo, ringraziava per la partecipazione, raccontava aneddoti stantii con voce sofferente. E lui, Etienne, cercava Dorian, come Tancrède Des Essarts gli aveva richiesto tramite Dominic. Non sapeva cosa avesse in mente il padrone. Aprire le danze in maniera particolare. Forse voleva far pronunciare qualche panegirico al figlio. Ci sarebbe stato di che ridere. O di che pentirsi. 
    Non si sorprese di trovarlo nascosto agli altri, dietro un pesante tendaggio. Scrutava fuori, il bosco e la notte, come per un richiamo invincibile, primordiale. Tossì lievemente per richiamare la sua attenzione. Dorian non si voltò. Maledicendolo a gran voce nella mente, allungò piano la mano a toccare la sua spalla. Stavolta si girò, un movimento repentino, lo sguardo torvo a scoprire il nemico. Etienne ritrasse la mano scottata dal fugace contatto.
    «Mi scusi Dorian. Suo padre mi ha mandato a cercarla. Vorrebbe che andasse da lui.»
    Il principe della sera inclinò un poco il viso di porcellana.
    Un breve sorriso osceno ne spaccò la perfezione. Lo seguì senza dire una parola.
    «Eccoti finalmente!»
    Il padre trascinò a sé il figlio, cingendone le spalle col braccio. A Etienne, abituato a vedere i loro freddi incontri, sembrò una cosa innaturale. Tancrède Des Essarts stirò un sorriso, prima rivolto al figlio, che lo superava di oltre una spanna, poi agli invitati.
    «Caro Dorian, oggi è la tua festa e tutta la nostra città è venuta gentilmente a presentare i suoi auguri. Questa bella serata è per te, per i nostri ospiti e le loro figliole. Dato che tu sei il festeggiato, desidererei che i nostri invitati ti accordassero un privilegio: quello di aprire le danze con la fanciulla che tu sceglierai tra tutte.»
    Un debole applauso incorniciò la fine del discorso. Le madri battevano le mani più forte,  perando così di favorire la fortuna. Le fanciulle si aggiustavano i vestiti un po’ sgualciti, si tastavano piano le capigliature. Etienne guardò Ophélie. Scuoteva il capo mentre le altre si agitavano come puledri prima di una gara.
    Correvano ad accaparrarsi il posto migliore, in un calpestio di tacchi, dandosi gomitate di nascosto. Si allineavano, le figlie di Vraibourg, in una fila disuguale e comica, lungo una parete del salone, come loro richiesto dal padrone di casa. Tutte, senza esclusione, avevano dovuto partecipare, le più timide ripescate da Dominic negli angoli. E così anche Ophélie era stata trascinata pressappoco al centro della sequenza. Tra le ultime, spaesata, stava Madeleine. Le prescelte si guardavano con occhi cattivi, scalpitando sul posto per l’arrivo del principe. Sospinto lievemente dal padre, Dorian si avviò a esaminare le truppe pronte alla guerra.
    Tutto si poteva dire di lei tranne che sembrasse malata. Piantata solidamente a terra, le carni piene e lattee, il petto florido, Lise Plassans aveva scritte in viso le sue qualità di brava
    padrona di casa e proficua produttrice di prole, nonché erede di una cospicua dote. In verità in faccia era anche riportata la sua predilezione per i dolci e la somiglianza col visetto porcino della madre. Aveva molta fiducia in quella serata, sarebbe potuta diventare «la signora della Guyenne». Quando Dorian, il bel Dorian, si fermò davanti a lei, il cuore iniziò a batterle forte nel seno nutrito. Le altre non le aveva neppure considerate, scivolando via veloce. Gli invitati stavano in un ilenzio quasi religioso, mentre madame Plassans stringeva le mani tanto da far stridere fra loro gli anelli. Dorian si fermò e la guardò bene, da capo a piedi. Poi dai piedi al capo. E non
    troppo forte, ma nemmeno troppo piano, le rise in faccia. 
    Riprese la sua ispezione, nel silenzio imbarazzato degli ospiti. Sul viso di Lise Plassans rimanevano vergogna e lacrime. Etienne guardava con una certa apprensione Dorian avvicinarsi
    al centro della fila. In barba alle sue preghiere, Dorian si fermò proprio davanti a Ophélie. Etienne temeva che l’amica gli avrebbe assestato un ceffone al minimo movimento.
    Dorian le si accostò, sussurrandole qualcosa all’orecchio. Un attimo soltanto e proseguì. Ophélie rimase immobile, il volto contratto, le labbra serrate. Il generale affrettò il passo dinanzi
    alla misera truppa allineata. Ma si fermò un’ultima volta davanti a Madeleine che arretrò istintivamente. Rimasero così poco più di un minuto, finché Dorian bruscamente si staccò. Fece uno scarto, risalì la sala. Etienne se lo trovò davanti all’improvviso e non poté fermarlo. Come quel giorno in biblioteca, gli prese il viso tra le mani e disse: «Sei bello».
    E poi, tra il mormorìo della folla, uscì. Tancrède Des Essarts aveva il volto contratto in una smorfia di dolore e disgusto. Il sabba era concluso.

     
  • 18 luglio 2012 alle ore 16:27
    Le nebbie di Vraibourg

    Come comincia: Etienne Dorin aveva diciotto anni e nessun altro passato che il collegio di Lisien. Era un esposto, abbandonato in fasce e cresciuto grazie alla carità dei frati e di qualche borghese dalle tasche piene. Ben poche possibilità gli si prospettavano e la generosità dei suoi istitutori non
    sarebbe bastata a pagare nessuna università.
    Camminava in fretta lungo il corridoio verso lo studio di padre Marcel: il priore lo aveva mandato a chiamare per comunicargli importanti novità sul suo futuro. Appena entrato, padre Marcel gli chiese se volesse un po’ di latte, ma Etienne sapeva che la percentuale lattea era nettamente inferiore a
    quella di acquavite e così rifiutò cortesemente, adducendo come scusa la colazione appena fatta. Il religioso si servì, si accomodò su una robusta sedia ed esibì un sorriso a metà tra l’evangelico e l’alticcio.
    «Etienne caro, ho buone nuove per te, ma prima devi rispondere a una domanda.»
    «Certo, padre.»
    «La mia è una questione metafisica ed empirica a cui tutti dobbiamo rispondere prima o poi, e meglio prima che poi. Dunque, molto semplicemente: non vorrai mica andare all’Inferno?»
    Etienne sapeva che qualsiasi discorso con padre Marcel aveva come premessa l’assicurazione della propria anima al Paradiso e quindi non si stupì.
    «Assolutamente no.»
    La barba rossa del padre si aprì in un sorriso.
    «Bene, bene, ne ero sicuro. E dunque saprai che l’anima deve essere preparata alla salvezza attraverso la preghiera e le azioni devote che devono essere compiute fin dalla più giovane età. Io da ragazzo ero uno scavezzacollo, un ubriacone e per questo devo ancora molto espiare e rivolgermi a Dio per poter sperare, non dico nel Paradiso, ma almeno in un Purgatorio di media austerità.»
    Finì in un sorso il suo latte e se ne servì un altro bicchiere.
    Si rivolse a Etienne: «E quindi, caro figliolo?»
    Etienne stava ancora pensando se un Purgatorio di media austerità potesse essere paragonato a un albergo decoroso, ma non troppo, e la vaga domanda lo colse di sorpresa. Si guardò
    attorno come a cercare un suggerimento e si buttò: «E quindi…sì», fece una pausa di riflessione. «Sì, indubbiamente.»
    Padre Marcel sorrise ancora e aprì le braccia.
    «Iddio sia lodato nunc et semper! Lo sapevo che avresti acconsentito. Padre Philippe diceva che tu non sei tagliato per questa vita, ma io l’ho avvertito: ‘Vedrai, fariseo, che il nostro pupillo accetterà con entusiasmo!’»
    «Ma accettare cosa?»
    «Come cosa: la vita senza il peccato, la preghiera, il lavoro e un posto prenotato all’albergo di Nostro Signore!»
    «Padre, tutto ciò è meraviglioso, ma non credo di aver ben capito cosa devo fare.»
    «Beh, diventare un confratello, te l’ho detto!»
    «No, assolutamente no!»
    Padre Marcel si confuse: «Vuoi dire che non te l’ho detto o che non vuoi diventare frate?»
    Etienne prese un bel respiro e si calmò. Non voleva ferire il padre, ma non poteva acconsentire. Sfoderò il suo sorriso più innocente e aggiunse: «Io sono in debito con voi, con tutti voi e ne sono consapevole, ma, padre, è proprio per il rispetto che vi porto che non posso accettare. Il collegio è e sarà sempre la mia casa, ma se vi mentissi, sarei colpevole di fronte a voi e a Dio». Pensò che non gli fosse venuta male: l’amore c’era, il rispetto pure e come gran finale niente meno che Dio.
    Padre Marcel, nonostante trangugiasse tutto dai quindici agli ottanta gradi, non se la bevve. Socchiuse gli occhi.
    «Ho capito, ho capito. Allora non vuoi rimanere con noi. Del resto, il nostro modo di vivere non è adatto a tutti. Bene, fa’ come vuoi.»
    Ma quando Etienne fece per alzarsi e salutarlo, padre Marcel gli tuonò: «Siediti, non vuoi sentire quello che ho da proporti per il tuo futuro?»
    «Pensavo che fosse la vita religiosa la vostra proposta.»
    «Lo era. Certo che se non vuoi andare in Paradiso…»
    «Mi manda all’Inferno?» concluse Etienne sorridendo.