username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 05 dic 2012

Vincenzo Borriello

Torre del Greco (NA) - Italia
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
elementi per pagina
  • 05 dicembre 2012 alle ore 21:43
    Il treno - in viaggio con Kenule

    Come comincia: Kenule era un ragazzino di 15 anni, lo sguardo vispo, un sorriso sempre stampato sul volto. La pelle scura, una folta capigliatura riccia spiccava sul suo capo. Aveva un sogno, o meglio, ne aveva due: riabbracciare suo fratello Gambo che viveva a Brescia da anni e, un giorno, fare un lungo viaggio in treno. Kenule amava i treni, ne era affascinato e sulle locomotive sapeva tutto. Ancora non credeva che il lungo viaggio in treno, da sempre desiderato, lo stesse davvero compiendo. Partenza da Palermo, destinazione Brescia per riabbracciare Gambo.
    «Da dove vieni piccolino?» chiese una vecchietta.
    «Dalla Nigeria».
    «E cosa fai tutto solo su questo treno?»
    «Vado da mio fratello, lui vive a Brescia, sa?» rispose inorgoglito, consapevole dell’impresa che stava compiendo.
    «I tuoi genitori dove sono?»
    «A casa, non avevano i soldi per pagare il viaggio a tutti e tre».
    «Capisco, vuoi della cioccolata?» chiese la vecchietta mentre rovistava nella sua borsa.
    Kenule aveva provato la cioccolata una sola volta nella sua vita, ma il sapore lo rammentava bene. La donna tirò fuori una tavoletta che a Kenule parve enorme. Quando lo addentò, gli sembrò la cosa più buona che avesse mai provato in vita sua: cioccolato al latte tempestato di nocciole. Nulla a che vedere con quel surrogato di cacao che aveva assaggiato tempo addietro e che allora gli era sembrato buonissimo. Con la bocca piena di cioccolata chiese alla signora:
    «A lei piacciono i treni?»
    «Certo e a te?»
    «Tantissimo, so tutto sui treni e un giorno mi piacerebbe guidarne uno».
    La donna, sorridente, ascoltava con attenzione e interesse le parole di Kenule che proseguì:
    «Questa è la prima volta che salgo su un treno in vita mia, è tutto così incredibile, sto realizzando due sogni in un colpo solo, non vedo l’ora di riabbracciare Gambo. Lui sì che ne ha visti di treni. Viaggia tantissimo, si sposta in tutta Italia per lavorare. Fa poca differenza se sia lavoro nei campi, come muratore o qualsiasi altra cosa. A lui importa solo che sia un lavoro onesto. Ha messo da parte i soldi per pagarmi il viaggio». Una voce annunciò l’arrivo alla stazione di Reggio Calabria. La signora raccolse le sue cose e guardando amorevolmente Kenule disse:
    «Tuo fratello deve essere davvero un bravo ragazzo, io scendo qui, ciao e fa buon viaggio».
    «Buona giornata».
    Il treno fece una sosta di alcuni minuti. Kenule guardava incuriosito fuori dal finestrino. Osservava la gente passare, qualcuno correre, affannarsi per salire sul treno che stava per partire.
    Vide un uomo in difficoltà con una pesante valigia. Aveva la pelle scottata dal sole, i capelli grigi e sul volto rughe che sembravano solchi. Le mani tipiche di chi le ha usate tutta la vita per lavori pesanti e, probabilmente, mostrava più della sua reale età:
    «Aspetti che l’aiuto».
    «Grazie, sei molto gentile»
    «Si figuri, mio fratello dice che bisogna sempre aiutare chi ha bisogno».
    «Ha ragione. Ohi… –l’uomo ebbe una smorfia di dolore – …la mia povera schiena».
    «Cosa c’è, sta male?».
    «Nulla di grave, sono gli acciacchi che con l’età iniziano a farsi sentire».
    «Lei dove va di bello?».
    «A Roma, mi hanno chiamato per qualche giorno di lavoro».
    «Che genere di lavoro?» chiese Kenule con la sua sincera ingenuità.
    «Faccio il muratore e quando serve personale extra, mi chiamano. È una vita dura e i soldi non bastano mai. Guadagno poco, ma lo faccio onestamente, con dignità».
    «Sì, mio fratello è come lei, fa qualsiasi lavoro purché pulito. Lui ora è a Brescia ed io sto andando da lui». Si ricordò di avere ancora della cioccolata e ne offrì all’uomo «Prenda, è davvero molto buona. Me l’ha regalata una signora gentilissima. Era seduta proprio lì, dove adesso c’è lei».
    L’uomo staccò un pezzo dalla tavoletta e lo mangiò con gusto
    «Era tanto tempo che non ne mangiavo e questa è la migliore che abbia mai assaggiato».
    «Sono contento che le piaccia, anch’io non ne mangiavo da molto tempo».
    «Biglietti, prego». Il controllore si affacciò nello scompartimento dove erano seduti Kenule e l’uomo.
    «Tenga – disse Kenule – Vuole anche un po’ di cioccolata? È buonissima, sa?».
    Il controllore sorrise sotto i lunghi baffi e accettò di buon grado l’offerta di Kenule.
    «Grazie, e buon viaggio»
    «Grazie a lei».
    Dall’altoparlante una voce annunciò: «Stazione di Roma Termini»
    «Il mio viaggio finisce qui – disse l’uomo – ma tu hai ancora una lunga strada da fare fino a Brescia. Ti vedo stanco, perché non provi a dormire un po’?». Posò una mano tra i folti capelli di Kenule, con una carezza.
    «Sì, sono stanco, sento le palpebre pesanti… è così faticoso restare svegli».
    «Allora dormi, ti sveglierai quando sarai a Brescia da tuo fratello».
    Kenule si lasciò andare e gli occhi si chiusero: il suo lungo viaggio proseguiva e la gente continuava a salire sul treno. Erano in tanti, sempre di più su quel treno, affollato all’inverosimile. Sembrava non esserci più spazio. Sembrava quasi che quel treno stesse per esplodere tanto era pieno.
    Kenule aprì gli occhi e vide la mano di un uomo protesa verso di lui. Indossava una pettorina con scritto “guardia costiera” e lo stava portando via, in salvo, dal barcone su cui era salito insieme con un centinaio di migranti per raggiungere l’Italia e Gambo che aveva intrapreso lo stesso viaggio tanto tempo prima.

     
  • 05 dicembre 2012 alle ore 21:41
    Il Deputato

    Come comincia: Ne ho strette di mani fin dai miei primi passi in questo mondo di squali dai denti acuminati. Caini, vampiri succhia sangue pronti a pugnalarti appena offri loro le spalle. Basta un attimo, una piccola distrazione ed una fredda lama ti trafigge. Amici, nemici in politica non c’è distinzione. Tutti sono utili finché serve. Partito, coalizione, prostituzione. Ricordo la prima volta che assaporai il potere, aveva il gusto dell’impunità. Ancora mi si drizzano le papille gustative a quel ricordo. Ero deputato da appena due giorni, ancora mi ci perdevo per il Palazzo di Montecitorio, io che ero sempre rimasto confinato nel mio paesino di campagna. Avevo parcheggiato l’auto, una di quelle di lusso, super accessoriate, vernice nero metallizzata, fresca di cera, in divieto di sosta. Non dico il modello per non fare pubblicità gratuita. E sì, noi non facciamo nulla per niente in cambio. Vidi un vigile allontanarsi ed un foglietto sul parabrezza, tenuto fermo dal tergicristallo.

    «Scusi, scusi – grido al vigile – stavo andando via».

    Lui mi guarda e mi dice: «Faccia buon viaggio».

    «Sì ma la multa?».

    «La multa? Sono 78,00 euro. Buona giornata».

    Fu allora che con ardore e presunzione pronunciai per la prima volta la frase : «Lei non sa chi sono io». Lo dissi, mentre con arroganza sventolavo il mio tesserino di parlamentare sotto il naso del vigile. L’uomo fece pochi passi indietro e strappò la multa. Quasi mi ringraziò prima di congedarsi. Capii che quel semplice gesto, lo sventolio del tesserino, poteva aprirmi qualsiasi porta. Più tempo il mio culo flaccido sedeva sulla poltrona del Parlamento e più il mio senso d’onnipotenza cresceva, così come cresceva il conto in banca. Apprendevo con sagacia l’arte dell’intrallazzo, dell’inciucio. Sentivo di poter fare tutto, togliermi qualsiasi sfizio, provare qualsiasi cosa: droga, puttane bastava chiedere, anzi, bastava un cenno, uno sguardo. Sembrava la strada per il paradiso, ma il meglio doveva ancora arrivare. Perché pagare droga e puttane quando c’era qualcuno (in tanti per la verità) disposto ad offrirmi queste cose? Gli imprenditori facevano la fila alla mia porta. Tutti rispettabilissimi uomini d’affari all’apparenza. Così fan tutti, mi ripetevo. Bussavano alla porta, io dicevo: «Avanti!». Ti parlavano con il cuore in mano ed una bustarella nell’altra. Così, bustarella dopo bustarella mi sono aperto un conto segreto all’estero, tanto, mal che vada, un modo per far rientrare il denaro lo si trova sempre. Mia moglie sapeva delle puttane e delle ragazzine in cerca di fama che si offrivano a me. A lei, però bastava fare la vita da “signora” per chiudere un occhio o due se necessario. C’è sempre un prezzo da pagare, lo sapeva lei, lo sapevo io e soprattutto lo sapevano quelli che bussavano alla mia porta. Un giorno poi qualcuno venne a riscuotere. Non si arriva dove sono giunto io senza un considerevole aiuto. L’aiuto a me lo aveva dato la camorra ed il clan adesso voleva sedersi al banchetto come ospite d’onore. Un appalto qui, un favore lì e, via via, richieste sempre più pressanti. Tutto sommato a me stava bene così, dove mangiava uno potevano mangiare anche in due. E io mangiavo, o si se mangiavo. M’ingozzavo come un maiale e grugnivo come una scrofa in calore. Poco importava dove fare il banchetto, non c’era differenza a gozzovigliare tra le macerie di un terremoto o in una discarica abusiva nelle campagne del casertano. Non siamo persone che non si formalizzano. L’ingordigia però è spesso una trappola e se non stai attento, prima o poi ti scoprono. Fortuna che non sei solo, fortuna che in parlamento hai tuoi simili che ti difendono ed impediscono l’arresto. Si sa, oggi è capitato a te, domani potrebbe capitare a me. Tutti sulla stessa barca tutti a remare nella stessa direzione verso l’isola dell’impunità. Volete sapere se non si prova almeno un po’ di vergogna in tutto questo? A tale domanda rispondo che se la vergogna ha un domicilio questo non è certo Palazzo Montecitorio.

     
  • 05 dicembre 2012 alle ore 21:40
    Una notte

    Come comincia: Era la prima notte mite, dopo un rigido inverno. Il cielo era limpido e mi addormentai, disteso su di una scomoda panca, contando le stelle che in esso brillavano. Sporadicamente il fischio di un treno disturbava il mio sonno, ma solo per poco, avendo appreso a dormire, dopo anni di vita in strada, anche nelle peggiori delle condizioni. Lasciai il mio paese…non ricordo quanti anni or sono. Lo abbandonai per essere libero…libero di seguire la mia passione, la mia natura, desideroso di riappropriarmi della mia identità, della mia vita. Non sapevo bene a cosa stessi andando incontro; quando armato di un piccolo fagotto con dentro le mie poche cose, partii lasciandomi il passato alle spalle con il sogno di costruire il mio futuro, giorno dopo giorno, mattone su mattone. Sono un artista e d’arte volevo vivere, saziarmi, di essa bramavo inebriarmi. Dove sono nato, avevo un nome, ma in molti, forse in troppi, mi conoscevano come “IL Pittore”. Perseguitato per la mia arte, accusata, d’essere immorale, pornografica, e blasfema persino, una notte, priva di stelle, come se fosse un segno nefasto del mio fato, lasciai Teheran. Quella notte era certo, se non di fare la cosa giusta, di fare almeno l’unica cosa possibile…cogliere l’alternativa al nulla, scegliere tra una vita tranquilla tentando di metabolizzare prima possibile il lutto per la morte della mia arte, o tentare. Tentare di salvare l’arte che era in me affinché i miei quadri sopravvivessero alla mia stessa vita. Sapevo che non sarebbe stato facile, vivere da clandestino in un paese straniero, ma era sempre meglio che vivere da clandestino nella terra che mi ha dato i natali. Giunsi in Italia su di una nave, ma prima attraversai città e deserti, imbattendomi in cadaveri di persone che prima di me avevano intrapreso quel disperato viaggio. Attraversai l’Iraq, poi la Siria. Lìm’imbarcai su una nave merci insieme con altri disperati. Tutti con lo stesso sogno di una vita migliore. Ricordo il capitano di quell’imbarcazione, era un Siriano. Aveva una grossa cicatrice all’altezza dell’occhio destro, che era mancante, un ghigno perenne stampato sul volto di marinaio vissuto. Portava alla cintola una pistola, non so dire di che modello, non essendo esperto di armi. Sventolava quell’arma davanti agli occhi di noi tutti per intimidirci. Non bastava, infatti, aver pagato 30000 SYP, dovevamo anche lavorare sulla nave. Lavori massacranti che non erano risparmiati neanche a una donna incinta che viaggiava con noi. Bastò un solo giorno di navigazione perché capissi che su quella nave non eravamo nessuno, non esistevamo, e se qualcuno di noi fosse morto, nessuno se ne sarebbe accorto a parte i pesci che avrebbero divorato il cadavere gettato in mare. E così fu quando Akbar fu ucciso con una pugnalata al cuore, per difendere la sua donna da Emad, un membro dell’equipaggio. Atterriti, guardammo i corpi di Akbar, cui fu legata sua moglie Anahita, dopo essere stata violentata, gettati in mare, con lei ancora viva. Invisibili, perché in molti fingono di non vederci, ecco cosa siamo noi che come fantasmi, ci aggiriamo tra le città, fatte di grigie mura e di automi che corrono da una parte all’altra, senza fermarsi un solo attimo per guardare, per riflettere. Puoi porre a queste persone mille domande, tutte diverse, tutte interessanti, ma ti daranno sempre la stessa fredda risposta: «Non ho tempo!». A volte penso che il vero fortunato sia io, perché ho tempo. Ho tempo per ascoltare, ho tempo per pensare, ho tempo per osservare, ho tempo per capire, comprendere, ho tempo per sorridere e per piangere. Lascio che le poche cose che la vita mi offre, mi riempiano fino a saziarmi. Non come quei ragazzi, che quella notte, annoiati dal vuoto perenne che si portano dentro, come un fardello di cui ignorano l’enorme peso, bighellonavano nei pressi della stazione. Non era la prima volta che li vedevo, anzi erano sempre lì la sera, sembrava si pavoneggiassero della loro stupidità, della loro miseria interiore. Uno di essi, credo il più grande dei tre, penso fosse poco più che maggiorenne, mi sgambettò mentre passavo davanti a lui. Risero, io non cercavo guai, così mi alzai da terra in silenzio e andai via. Il silenzio…tante volte mi ha accompagnato lungo la mia vita e quante volte avrei voluto che s’interrompesse, magari da una risata amica, ma quanti hanno voglia di ridere tra quelli come me, che devono ritenersi fortunati se trovano un posto per la notte, non troppo freddo da morire assiderati. Sopravvissuto all’inverno credevo che il peggio fosse passato, la mattina avevo venduto un quadro, intascai pochi euro, ma andava bene lo stesso, ero felice perché il mio quadro era piaciuto a qualcuno. Chiusi gli occhi per riposare, dormivo quando fui scaraventato a terra dalla panchina su cui ero disteso. Non riuscivo a vedere nulla, tenevo gli occhi chiusi e, rannicchiato in terra, cercavo di proteggermi dai calci e dai pugni che mi davano. Persi i sensi, non ricordo per quanto tempo, è ancora tutto così confuso, rinvenni perché avvertii un forte bruciore alle gambe. Spaventato, aprii gli occhi e mi accorsi che stavo bruciando, mi avevano dato alle fiamme e per il dolore svenni nuovamente. Mi risvegliai in ospedale con ustioni su gran parte del corpo, ma quello che bruciava ben più delle ustioni furono le parole usate dai tre ragazzi dopo l’arresto. Dissero:«Cercavamo un barbone a cui fare uno scherzo, uno che dorme in strada, non per forza un romeno, un ragazzo di colore, solo uno a cui dare una lezione. Volevamo fare un gesto eclatante, provare una forte emozione per finire la serata.» (vera dichiarazione di un ragazzo accusato insieme ai suoi amici di aver dato fuoco ad un senzatetto)

     
  • 05 dicembre 2012 alle ore 21:39
    Il gufo

    Come comincia: L’oscurità era così intensa che sembrava avesse divorato persino la luna. Il vento sibilava sinistro quella notte. Gli alberi, impotenti, si piegavano al suo volere. C’erano sette buche, sei piene, una vuota, ancora per poco. Una pala adagiata a un masso in attesa di prestare nuovamente i suoi servigi. La terra occultava corpi ormai marci. Corpi di donne senza volto, senza passato, relitti della società, per alcuni. Donne figlie della notte, lucciole, oggetti di desiderio, stelle cadute rigurgitate dal cielo. Su di un ramo risecchito, maestoso, si poggiò un gufo reale. I suoi occhi color ambra osservavano dall’alto il becchino scavare.  «Ne hai ancora per molto?» chiese il gufo, con voce profonda e imponente dall’alto del trespolo occasionale. Il becchino si guardò intorno, il cuore gli palpitava. Si girò a destra poi, di scatto, a sinistra. Non vide nessuno.

    «Ne hai ancora per molto?» ripeté il gufo.

    «Chi parla tra questi alberi spogli? Chi mi osserva nascosto tra essi?».

    Guardò in alto, sul ramo che gli sovrastava il capo. Non vide molto, solo due sfere ambrate, lambite dal buio, puntate su di lui come fari. Un battito d’ali, e il gufo si poggiò sul masso, d’innanzi a lui.

    «È molto che ti osservo. Sono sempre lì, o ovunque tu vada. Ti guardo scavare, ti guardo strappare le anime dai corpi, riempire il vuoto della tua esistenza con i cadaveri. È questo che ti sazia… la morte?»

    «No! Perché ogni volta ho più fame».

    «Per chi è quella buca?»

    «Per un volto perso nella notte come, perso fu quello di mia madre».

    Il gufo spiccò il volo dal masso sul quale si era adagiato poco prima e, elegantemente, si posò sulla spalla del becchino. Le nuvole correvano veloci in cielo, danzando d’innanzi alla pallida luna fattasi, nel frattempo, spazio tra le tenebre. Il gufo portò il suo becco all’orecchio del becchino e gli sussurrò: «Ero lì anche quando tua madre ti obbligava  a guardare perché ai suoi clienti piaceva così».

    Le vene del cranio si gonfiarono, una vampata di calore salì dal basso lungo tutto il corpo. Iracondo il becchino chiese: «Chi sei tu, qual è il tuo nome?».

    Il mio nome si è perso tra i granelli di sabbia che scandiscono il tempo. Trecento anni passarono da quando, venni al mondo, ma tu puoi chiamarmi Gufo.

    «Gufo, non ho nessuna intenzione di chiamarti. Va via e lasciami finire il mio lavoro».

    «Sono qui per questo, per assicurarmi che tu possa portare a termine il tuo lavoro e con esso, sarà finito il mio».

    «Cos’hai a che fare tu con me?» chiese il becchino con rabbia incontrollata, le braccia tese, aderenti al corpo e i pugni ben stretti.

    «Entrambi siamo figli della notte… entrambi siamo rapaci a caccia di prede, entrambi siamo vendicatori».

    «Placa la tua sete di vendetta altrove questo, non è posto per te. Lasciami in pace dannato pennuto!».

    «Pennuto? Ora mi offendi… io sono un gufo reale».

    «Offenderti… maestà, è il minimo che possa capitarti, va via se non vuoi essere il prossimo a riempire questa buca».

    Il gufo non aggiunse altro e andò via.

    Il becchino riprese a scavare. Più spalava e più sembrava aggiungersi altra terra a riempire quella fossa. Il sudore scorreva lungo la sua fronte nonostante il vento diventasse sempre più forte. L’alba tardava a venire. La notte sembrava protrarsi oltre il dovuto. Scavava… scavava e i nomi delle sue vittime sembravano sussurrati dagli alberi intorno. Era un continuo echeggiare del macabro elenco. La testa gli sembrava scoppiare ma continuava a scavare. Il gufo fece ritorno, si posò sullo stesso ramo, dove si era accomodato poco prima e bubolò.

    «Cosa c’è, maledetto uccellaccio, hai perso il dono della parola?».

    «Tutti perdiamo qualcosa» rispose criptico il gufo.

    «Io ho perso la pazienza».

    «Non di questo dovresti preoccuparti».

    «Perché continui a scavare, se la fossa è già piena?».

    «Perché non ho ancora toccato il fondo»

    «Vedi questo ramo? – chiese il gufo – Un tempo, c’impiccavano gli assassini come te… e qualche innocente».

    «La cosa non mi tocca».

    «Eppure dovrebbe!».

    Il becchino scavava, scavava, scavava poi, gettò via la vanga sotto lo sguardo attento del gufo. Prese a scavare con le mani quasi a sviscerare il ventre della terra. Un volto riaffiorò, con le mani scostò la terra che celava l’identità di quel corpo deposto in una fossa che sarebbe dovuta essere vuota. La settima buca per la settima vittima. Il buio gli impediva di vedere, capire, chi ci fosse in quella fossa. Dalla tasca sfilò un accendino, lo accese e avvicinò la fiamma a quel volto. Incredulo guardava fisso, all’interno della buca. Il gufo si posò nuovamente sulla sua spalla. Nella fossa c’era sua madre.

    «Cosa diavolo significa questo?» chiese al gufo.

    Il rapace non disse nulla, aprì le sue grandi ali e tornò ad adagiarsi su un ramo vicino. Il becchino afferrò nuovamente la pala e scavò, dove aveva seppellito le sue vittime. La sorpresa e lo smarrimento furono maggiori quando, disseppellì il primo cadavere. Incredulo, tirò fuori dalla fossa il corpo della madre. Disseppellì, allora, freneticamente, gli altri corpi e in ognuna delle sette buche vi ritrovò sua madre. Finalmente si fece giorno, un cacciatore passò di lì e trovò il becchino riverso nella buca, con gli occhi cavati, come se qualcuno li avesse mangiati, e accanto, una piuma di gufo reale.