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in archivio dal 18 giu 2010

Vincenzo Cardarelli

01 maggio 1887, Corneto Tarquinia (VT)
18 giugno 1959, Roma
Segni particolari: All'anagrafe ero Nazareno Caldarelli.
Mi descrivo così: Sono stato un poeta e scrittore italiano.

elementi per pagina
  • 21 marzo 2013 alle ore 19:54
    Marzo

    Oggi la primavera
    è un vino effervescente.
    Spumeggia il primo verde
    sui grandi olmi fioriti a ciuffi
    dove il germe gia cade
    come diffusa pioggia.
    Fra i rami onusti e prodighi
    un cardellino becca.
    Verdi persiane squillano
    su rosse facciate
    che il chiaro allegro vento
    di marzo pulisce.
    Tutto è color di prato.
    Anche l'edera è illusa,
    la borraccina è più verde
    sui vecchi tronchi immemori
    che non hanno stagione.
    Scossa da un fiato immenso
    la città vive un giorno
    d'umori campestri.
    Ebbra la primavera
    corre nel sangue.

     
  • 04 gennaio 2013 alle ore 15:03
    Attesa

    Oggi che t'aspettavo
    non sei venuta.
    E la tua assenza so quel che mi dice,
    la tua assenza che tumultuava,
    nel vuoto che hai lasciato,
    come una stella.
    Dice che non vuoi amarmi. 
    Quale un estivo temporale
    s'annuncia e poi s'allontana,
    così ti sei negata alla mia sete.
    L'amore, sul nascere,
    ha di quest'improvvisi pentimenti.
    Silenziosamente
    ci siamo intesi.

    Amore, amore, come sempre,
    vorrei coprirti di fiori e d'insulti.

     
  • 14 febbraio 2012 alle ore 18:07
    Genitori

    Io devo al grembo che m'ha partorito
    il temerario amore per la vita
    che m'ha tanto tradito.
    Poi che nacqui da un sangue
    ben fervido e gioviale.
    Io nacqui da una donna che cantava
    nel rimettere in ordine la casa
    e, madre più trionfante che amorosa,
    soleva in braccio portarmi con gloria.
    Ora, ebbi un padre severo
    come un santo orgoglioso.
    E furon questi i due forti avversari
    che m'hanno generato.

     
  • 14 febbraio 2012 alle ore 18:06
    Ritratto

    Esiste una bocca scolpita,
    un volto d'angiolo chiaro e ambiguo,
    una opulenta creatura pallida
    dai denti di perla,
    dal passo spedito,
    esiste il suo sorriso,
    aereo, dubbio, lampante,
    come un indicibile evento di luce.

     
  • 14 febbraio 2012 alle ore 18:05
    Amicizia

    Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
    che, perduti nel tempo, c'incontrammo,
    alla nostra incresciosa intimità.
    Ci siamo sempre lasciati
    senza salutarci,
    con pentimenti e scuse da lontano.
    Ci siam riaspettati al passo,
    bestie caute,
    cacciatori affinati,
    a sostenere faticosamente
    la nostra parte di estranei.
    Ritrosie disperanti,
    pause vertiginose e insormontabili,
    dicevan, nelle nostre confidenze,
    il contatto evitato e il vano incanto.
    Qualcosa ci è sempre rimasto,
    amaro vanto,
    di non ceduto ai nostri abbandoni,
    qualcosa ci è sempre mancato.

     
  • 14 febbraio 2012 alle ore 18:00
    Nostalgia

    Alto su rupe,
    battuto dai venti,
    un cimitero frondeggia:
    cristiana oasi nel tartaro etrusco.
    Là sotto è la fanciulla
    bellissima dei Velcha,
    che vive ancora nella tomba dell'Orco.
    È il giaciglio gentile
    della Pulzella
    poco discosto.
    Legioni di morti calarono
    in quell'antica terra ove sperai
    dormire un giorno e rimetter radici.
    Oh poter seppellire
    nella città silente
    insiem con me la favola
    di mia vita!
    non esser più che una pietra corrosa,
    un nome cancellato,
    e riposar senza memoria in grembo
    alla terra natia come se mai
    me ne fossi scostato.
    Ma nel sospiro estremo
    sarò forse deluso.
    Io morrò dove e quando
    il fato vorrà.
    Meglio forse al randagio
    che lasciò il patrio asilo
    cader per via conviene, esser disperso.
    E resti all'ossa inappagate il fremito,
    il desio del ritorno.

     
  • 27 giugno 2011 alle ore 18:35
    Febbraio

    Febbraio è sbarazzino.
    Non ha i riposi del grande inverno,
    ha le punzecchiature,
    i dispetti
    di primavera che nasce.
    Dalla bora di febbraio
    requie non aspettare.
    Questo mese è un ragazzo
    fastidioso, irritante
    che mette a soqquadro la casa,
    rimuove il sangue, annuncia il folle marzo
    periglioso e mutante.

     
  • 27 giugno 2011 alle ore 18:28
    Sera di Liguria

    Lenta e rosata sale su dal mare
    la sera di Liguria, perdizione
    di cuori amanti e di cose lontane.
    Indugiano le coppie nei giardini,
    s'accendon le finestre ad una ad una
    come tanti teatri.
    Sepolto nella bruma il mare odora.
    Le chiese sulla riva paion navi
    che stanno per salpare.

     
  • 27 giugno 2011 alle ore 18:23
    Settembre a Venezia

    Già di settembre imbrunano
    a Venezia i crepuscoli precoci
    e di gramaglie vestono le pietre.
    Dardeggia il sole l'ultimo suo raggio
    sugli ori dei mosaici ed accende
    fuochi di paglia, effimera bellezza.
    E cheta, dietro le Procuratìe,
    sorge intanto la luna.
    Luci festive ed argentate ridono,
    van discorrendo trepide e lontane
    nell'aria fredda e bruna.
    Io le guardo ammaliato.
    Forse più tardi mi ricorderò
    di queste grandi sere
    che son leste a venire,
    e più belle, più vive le lor luci,
    che ora un po' mi disperano
    (sempre da me così fuori e distanti!)
    torneranno a brillare
    nella mia fantasia.
    E sarà vera e calma
    felicità la mia.

     
  • 18 giugno 2010
    Adolescente

    Su te, vergine adolescente,
    sta come un'ombra sacra.
    Nulla è più misterioso
    e adorabile e proprio
    della tua carne spogliata.
    Ma ti recludi nell'attenta veste
    e abiti lontano
    con la tua grazia
    dove non sai chi ti raggiungerà.
    Certo non io. Se ti veggo passare
    a tanta regale distanza,
    con la chioma sciolta
    e tutta la persona astata,
    la vertigine mi si porta via.
    Sei l'imporosa e liscia creatura
    cui preme nel suo respiro
    l'oscuro gaudio della carne che appena
    sopporta la sua pienezza.
    Nel sangue, che ha diffusioni
    di fiamma sulla tua faccia,
    il cosmo fa le sue risa
    come nell'occhio nero della rondine.
    La tua pupilla è bruciata
    dal sole che dentro vi sta.
    La tua bocca è serrata.
    Non sanno le mani tue bianche
    il sudore umiliante dei contatti.
    E penso come il tuo corpo
    difficoltoso e vago
    fa disperare l'amore
    nel cuor dell'uomo!
     
    Pure qualcuno ti disfiorerà,
    bocca di sorgiva.
    Qualcuno che non lo saprà,
    un pescatore di spugne,
    avrà questa perla rara.
    Gli sarà grazia e fortuna
    il non averti cercata
    e non sapere chi sei
    e non poterti godere
    con la sottile coscienza
    che offende il geloso Iddio.
    Oh sì, l'animale sarà
    abbastanza ignaro
    per non morire prima di toccarti.
    E tutto è così.
    Tu anche non sai chi sei.
    E prendere ti lascerai,
    ma per vedere come il gioco è fatto,
    per ridere un poco insieme.
    Come fiamma si perde nella luce,
    al tocco della realtà
    i misteri che tu prometti
    si disciolgono in nulla.
    Inconsumata passerà
    tanta gioia!
    Tu ti darai, tu ti perderai,
    per il capriccio che non indovina
    mai, col primo che ti piacerà.
    Ama il tempo lo scherzo
    che lo seconda,
    non il cauto volere che indugia.
    Così la fanciullezza
    fa ruzzolare il mondo
    e il saggio non è che un fanciullo
    che si duole di essere cresciuto.

     
  • 18 giugno 2010
    Passato

    I ricordi, queste ombre troppo lunghe
    del nostro breve corpo,
    questo strascico di morte
    che noi lasciamo vivendo
    i lugubri e durevoli ricordi,
    eccoli già apparire:
    melanconici e muti
    fantasmi agitati da un vento funebre.
    E tu non sei più che un ricordo.
    Sei trapassata nella mia memoria.
    Ora sì, posso dire che
    che m'appartieni
    e qualche cosa fra di noi è accaduto
    irrevocabilmente.
    Tutto finì, così rapito!
    Precipitoso e lieve
    il tempo ci raggiunse.
    Di fuggevoli istanti ordì una storia
    ben chiusa e triste.
    Dovevamo saperlo che l'amore
    brucia la vita e fa volare il tempo.

     
  • 18 giugno 2010
    Ottobre

    Un tempo, era d'estate,
    era a quel fuoco, a quegli ardori,
    che si destava la mia fantasia.
    Inclino adesso all'autunno
    dal colore che inebria,
    amo la stanca stagione
    che ha già vendemmiato.
    Niente più mi somiglia,
    nulla più mi consola,
    di quest'aria che odora
    di mosto e di vino,
    di questo vecchio sole ottobrino
    che splende sulla vigne saccheggiate.
     
    Sole d'autunno inatteso,
    che splendi come in un di là,
    con tenera perdizione
    e vagabonda felicità,
    tu ci trovi fiaccati,
    vòlti al peggio e la morte nell'anima.
    Ecco perché ci piaci,
    vago sole superstite
    che non sai dirci addio,
    tornando ogni mattina
    come un nuovo miracolo,
    tanto più bello quanto più t'inoltri
    e sei lì per spirare.
    E di queste incredibili giornate
    vai componendo la tua stagione
    ch'è tutta una dolcissima agonia.

     
  • 18 giugno 2010
    Autunno

    Autunno. Già lo sentimmo venire
    nel vento d'agosto,
    nelle pioggie di settembre
    torrenziali e piangenti
    e un brivido percorse la terra
    che ora, nuda e triste,
    accoglie un sole smarrito.
    Ora che passa e declina,
    in quest'autunno che incede
    con lentezza indicibile,
    il miglior tempo della nostra vita
    e lungamente ci dice addio.

     
  • 18 giugno 2010
    Gabbiani

    Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
    ove trovino pace.
    Io son come loro
    in perpetuo volo.
    La vita la sfioro
    com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
    E come forse anch'essi amo la quiete,
    la gran quiete marina,
    ma il mio destino è vivere
    balenando in burrasca.

     
  • 18 giugno 2010
    Alla morte

    Morire sì,
    non essere aggrediti dalla morte.
    Morire persuasi
    che un siffatto viaggio sia il migliore.
    E in quell'ultimo istante essere allegri
    come quando si contano i minuti
    dell'orologio della stazione
    e ognuno vale un secolo.
    Poi che la morte è la sposa fedele
    che subentra all'amante traditrice,
    non vogliamo riceverla da intrusa,
    né fuggire con lei.
    Troppo volte partimmo
    senza commiato!
    Sul punto di varcare
    in un attimo il tempo,
    quando pur la memoria
    di noi s'involerà,
    lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
    concedici ancora un indugio.
    L'immane passo non sia
    precipitoso.
    Al pensier della morte repentina
    il sangue mi si gela.
    Morte non mi ghermire
    ma da lontano annùnciati
    e da amica mi prendi
    come l'estrema delle mie abitudini.

     
  • 18 giugno 2010
    Sera di Gavinana

    Ecco la sera e spiove
    sul toscano Appennino.
     
    Con lo scender che fa le nubi a valle,
    prese a lembi qua e là
    come ragne fra gli alberi intricate,
    si colorano i monti di viola.
    Dolce vagare allora
    per chi s'affanna il giorno
    ed in se stesso, incredulo, si torce.
    Viene dai borghi, qui sotto, in faccende,
    un vociar lieto e folto in cui si sente
    il giorno che declina
    e il riposo imminente.
    Vi si mischia il pulsare, il batter secco
    ed alto del camion sullo stradone
    bianco che varca i monti.
    E tutto quanto a sera,
    grilli, campane, fonti,
    fa concerto e preghiera,
    trema nell'aria sgombra.
    Ma come più rifulge,
    nell'ora che non ha un'altra luce,
    il manto dei tuoi fianchi ampi, Appennino.
    Sui tuoi prati che salgono a gironi,
    questo liquido verde, che rispunta
    fra gl'inganni del sole ad ogni acquata,
    al vento trascolora, e mi rapisce,
    per l'inquieto cammino,
    sì che teneramente fa star muta
    l'anima vagabonda.

     
  • 18 giugno 2010
    Autunno veneziano

    L'alito freddo e umido m'assale
    di Venezia autunnale,
    Adesso che l'estate,
    sudaticcia e sciroccosa,
    d'incanto se n'è andata,
    una rigida luna settembrina
    risplende, piena di funesti presagi,
    sulla città d'acque e di pietre
    che rivela il suo volto di medusa
    contagiosa e malefica.
    Morto è il silenzio dei canali fetidi,
    sotto la luna acquosa,
    in ciascuno dei quali
    par che dorma il cadavere d'Ofelia:
    tombe sparse di fiori
    marci e d'altre immondizie vegetali,
    dove passa sciacquando
    il fantasma del gondoliere.
    O notti veneziane,
    senza canto di galli,
    senza voci di fontane,
    tetre notti lagunari
    cui nessun tenero bisbiglio anima,
    case torve, gelose,
    a picco sui canali,
    dormenti senza respiro,
    io v'ho sul cuore adesso più che mai.
    Qui non i venti impetuosi e funebri
    del settembre montanino,
    non odor di vendemmia, non lavacri
    di piogge lacrimose,
    non fragore di foglie che cadono.
    Un ciuffo d'erba che ingiallisce e muore
    su un davanzale
    è tutto l'autunno veneziano.
     
    Così a Venezia le stagioni delirano.
     
    Pei suoi campi di marmo e i suoi canali
    non son che luci smarrite,
    luci che sognano la buona terra
    odorosa e fruttifera.
    Solo il naufragio invernale conviene
    a questa città che non vive,
    che non fiorisce,
    se non quale una nave in fondo al mare.