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in archivio dal 07 lug 2013

W Write

Milano

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  • 13 luglio 2013 alle ore 17:09
    Lei mi è sacra (seconda parte)

    Come comincia: -
    3.
    Quando la vidi arrivare avvolta nello stesso impermeabilino nero che le avevo visto alla festa, con la cintura stretta alla vita, le scarpe nere coi tacchi e quella camminata flessuosa ed elegante, mi chiesi com’era possibile che i miei sogni più intimi si stessero realizzando in quel modo così pedissequo, con il tipo di donna alla francese che avevo sempre sognato. Mi sentii grande, immenso; incommensurabile rispetto a quello che ero stato fino ad allora. E frenai quell’orgia di emozione dicendomi che lei era troppo per me e che non avrei mai avuto il coraggio di provarci veramente; sia per paura di soffrire in modo brutale se lei mi avesse detto di no, sia  per paura di arrivare a qualche forma di depressione pre-suicidio, se dopo avermi detto di si, mi avesse lasciato.
    Appena mi fu vicina, venne fuori lo sfioramento di guance per il saluto e poi lei si avviò guidandomi e cominciando a parlare con la solita disinvoltura: « Ah, ma c’è un sacco di gente!»…
    Parlò per tutta l’ora della visita sia dei quadri della mostra che del più e del meno, mostrandosi ancora ai miei occhi, stavolta in versione "esterna", vestita in modo autunnale e non paraestivo, come era successo appunto quelle sere a casa sua.
    Dopo aver preso un caffè con me in un bar del centro, mi salutò dicendo: « E’ stato carino, no? » E poi: « Dimmi il tuo numero dai che ti faccio uno squillo…» Io glielo lo dissi e lei squillò. Poi se ne andò verso il metrò, accorgendosi benissimo del fatto che io la stavo squadrando da dietro, gustandomela come ti gusti un’attrice che ti fa impazzire, mentre guardi uno di quei film che poi ti lasciano il segno dentro per tutta la vita.
     
    Non sapevo cosa pensare dopo. Camminavo piano lungo Corso Vittorio Emanuele e mi chiedevo che significato avesse quel nostro incontro. Lei era sposata ed aveva spinto perché facessimo insieme quella visita. Poi si era comportata normalissimamente, come se lì, con noi, potesse benissimo esserci anche suo marito: carinissima, ma asettica; senza mostrare alcuna emozione. Pensai che si era solo voluta mostrare, che aveva capito che io ero pronto ad adorarla ed era venuta per farsi adorare "in esterno": uno spettacolino per un unico spettatore.
    Comunque non me ne fregava un cazzo, mi bastava che si lasciasse adorare. Per me era anche troppo. Mi ero troppo divertito a guardarla, e quel suo darmi il numero era una promessa di altri godibilissimi spettacolini.
    Già sapevo, però, che non avrei mai avuto il coraggio di chiamarla per primo e avrei aspettato senz’altro che si facesse viva lei. L'avrei pensata comunque, tanto: io penso che tu pensi che io ti penso, ma se penso che tu pensi che non ti penso, penso a cosa pensare per farti pensare che io penso che tu pensi che io ti penso...
     
    E dopo tre giorni mi mandò un MMS. C'era la sua foto davanti al bar dove avevamo preso il caffè e lei era vestita con un cappottino nero, corto appena sopra il ginocchio e attillato sui fianchi. Il cappotto era slacciato e sotto si intravedeva un maglioncino nero a collo alto sopra quei jeans attillati che le avevo visto addosso a casa sua. Sotto alla foto c'era scritto: "Ciao, ero qui e ti ho pensato, come stai?" 
    Ero al lavoro, stavo scrivendo un articolo che, pur essendo nella cronaca di Milano, era decisivo per la mia carriera futura e quel messaggio mi fece diventare un trottola impazzita. Dopo averlo letto, mi alzai e cominciai a girellare senza senso e senza meta all'interno della redazione, finché uscii fuori, nel terrazzino dell'atrio, e accesi una sigaretta.
    Guardavo le guglie del duomo da lontano e mi sentivo impaurito. Quel suo gesto così forte, così complesso ed elaborato, quel suo look così classico, ma anche così nuovo per me che non l'avevo mai vista total black, erano semplicemente la realizzazione di uno dei migliaia di film che mi ero fatto in testa nel corso della mia vita: la storia intrigante che va avanti da sé, liscia, pulita, come se fosse stata scritta da uno sceneggiatore alla Moccia.
    Allora la storia del pensiero funzionava davvero? Non era una favola romantica? Come poteva senno una donna così perfetta dimostrarmi una tale attenzione e sensibilità? Sapevo di essere appena intelligente, decentemente urbano e civilizzato, sapevo che potevo anche piacere come un "perché no" a qualche donna di media portata, appena discreta, passabilissima e andante; ma una donna così, come poteva considerarmi a tal punto da organizzare per me un gesto del genere?
     
    Mi covai quella nuova emozione per almeno venti minuti. Per cui persi  l'occasione di risponderle al volo, con una frase spiritosa e carina, e innescare quindi uno di quei "botta e risposta" ironici e dolci, tipici di tutte le commedie americane riuscite, e anche di quelle non riuscite. Uno di quei “botta e risposta” tipici insomma, ma proprio per quello sognati da tutti noi uomini romantici, amanti impenitenti dell'amore.
    Ne persi altri venti poi, di minuti, per elaborare una risposta degna: che rispondesse alla sua cortesia, che la gratificasse ancora di più e che precorresse, con una piccola spinta, la sua disposizione ad un nuovo incontro dal vivo. E il parto del mio travaglio fu questo banalissimo sms: "Mmmhhh, ma quanto sei carina!... Se sei sempre in centro, potremmo mangiare qualcosa insieme..."
    Lei mi rispose subito, senza accennare minimamente al mio complimento, gelidissima: "Ormai sono sotto casa, semmai domani..." / "Va bene, allora ci sentiamo domani mattina, ok?" / "Va bene, ti chiamo io... See you tomorrow"
     
    4.
    Intanto avrei visto un altro suo look. Ero strasicuro che lei era una di quelle che non usano mai lo stesso look per due giorni di seguito, sicurissimo. Ma oltretutto, se lei voleva farsi adorare, se lo scopo del suo cercarmi era fondamentalmente quello, lei si sarebbe data ai miei occhi, anche l'indomani, e io l'avrei adorata, di nuovo.
    Passai quella giornata in stato di totale fibrillazione. Andai ancora a “vederla” su Fb e alla fine non riuscii a resistere, scrissi un commento ad una sua foto stratosferica, in cui indossava un elegantissimo tailleur nero gessato, serissima, accanto ad una serie di personaggi altrettanto seri, che potevano essere dei manager, o dei politici, o dei professori di università prestigiose. E scrissi: "Come sei bella così seria e impegnata, tesa quasi a nascondere la tua sensualità..."
    « Oddio! - pensai prima di cliccare sull'invio - Non sarà troppo forte questa? » Mi sembrava di osare troppo insomma a prendere una tale iniziativa, e di scoprire troppo la mia parte adorante. « Forse lei, evanescente e raffinata com'è - mi dissi - preferisce il non detto, o al massimo l'allusione criptica... » Ma alla fine cliccai e sentii come di averla provocata. Volli stuzzicare ancora di più la sua voglia di essere adorata, dunque, ufficializzare il mio ruolo, immolarmi sull'altare della sua vanità. O della sua "sublime bellezza", come magari avrebbero detto i romantici... Cominciavo ad oscillare insomma tra "I dolori del giovane Werther" e "Schiavo d'amore" di Somerset Maugham...
    Ma in fondo qual era la differenza? Il concetto di "sublime bellezza", must dei romantici di tutte le epoche, non era alla fine confinantissimo e quasi sovrapponibile a quello parrucchieristico di frivola vanità femminile? Tra Lotte e Mildred, se si tolgono quei centocinquant’anni di storia che le separano, c'è poi questa grande differenza?
    Una volta inviato quel commento, mi sentii sciolto, squagliato, pericolosamente e definitivamente in mano sua. Avrebbe fatto di me quello che voleva, ero pronto a soffrire tutto per lei ora, l'ho già detto: a immolarmi sull'altare della sua bellezza!
     
    Quando vidi che lei non rispondeva a quel commento, però, pensai di aver sbagliato, di averla infastidita, di essermi perso in una specie di sogno. Pensai che quella storia era tutta una mia suggestione, che lei con me era solo cortese, carina, educata in modo usuale e borghese, magari solo per riguardo a Carlotta, la nostra amica comune.
    Ma quando lei la mattina dopo, mentre ci avviavamo verso lo stesso bar in cui avevamo preso il caffè insieme, mi sussurrò: « Ma come sei stato carino ieri...» e mi prese a braccetto per la prima volta, stetti quasi per cadere. Schiacciai un attimo il mio gomito come per spingere il suo avambraccio sul mio corpo e poi feci finta di niente. Dissi solo: « Tu sei un'artista, i tuoi look sono dei quadri...»
    Pronunciai quelle frasi sottovoce, quasi che sperassi che lei non le sentisse. Le sussurrai tra me e me come se fossero solo un pensiero, e non seppi se le aveva sentite. Lei infatti cambiò subito discorso e tornò ad essere “la donna gentile e formale”; tornò a impersonare quello che doveva essere il suo personaggio base, la maschera usuale che esibiva nella vita comune, lo standard del suo io, la definizione sociologica e oggettiva della sua classe.
     
    Quel giorno era vestita in modo casualissimo: un giacconcino  azzurro scuro, corto al sedere e allacciato da una cintura; una gonna grigio-scura, di lana,  lunga sopra il ginocchio; degli stivaletti neri con un piccolo tacco e delle calze fumées. E quando sedendosi si slacciò il giaccone, mi sparò addosso un maglioncino sempre sul grigio, la punta del cui V arrivava bassa sul suo petto, scavando tra i due seni e lasciandone intravedere appena la parte interna. Mi chiesi se avesse il reggiseno, e semmai che strano tipo di reggiseno potesse avere; e pensai allora che non lo aveva, che si era messa molto free, come le femministe degli anni settanta, che viaggiavano sempre coi loro seni piccoli e poco vistosi al vento, sotto i maglioni, o le camicie, o le magliette.
    Lei notò il mio sguardo posato sulla punta di quel V e si lasciò sfuggire un'espressione di soddisfazione velata, che aumentò tutto in me: l'attrazione per lei, i dubbi su quale fosse il vero fine del suo gioco, la sicurezza che qualunque fosse il suo gioco io sarei stato "giocato" in pieno, bollito, lessato...

    Non parlammo moltissimo. Parlò soprattutto lei, raccontandomi della sua famiglia, del suo marito manager in una famosa multinazionale e del suo figlio di sei anni che frequentava una prestigiosissima scuola steineriana.
    Io più che altro la ascoltai, le detti la soddisfazione di interessarmi a tutto quello che diceva: stimolando le sue risposte, chiedendo ragguagli su essenza e particolari dei suoi discorsi, sorridendo compiaciuto ad ogni suo accenno di battuta.
    Quando alla fine dovetti alzarmi per tornare in redazione, si alzò anche lei, e spiegandomi che doveva andare dalla parte opposta, accostò la sua guancia alla mia bocca perché le dessi un bacino di saluto.
    Ed io lo feci, sentendo per la prima volta da vicino il suo odore: un mix di profumo raffinato e di buon odore naturale; l’odore di una che fin da piccola è stata dotata dal destino di quel buon odore; e che poi una buona educazione, una buona igiene e una buona alimentazione hanno consolidato e aumentato nel corso degli anni. Mi vennero in mente i sommelier, che passano appena la punta del naso sul bicchiere e sembrano estasiati solo dall’odore di un vino, e convinti che di quello si accontenteranno, giudicando volgare e banale la sola idea di berlo, quel vino.
    Così mi sentii io. Sicuro che quell’odore mi sarebbe ampiamente bastato e che mai avrei osato pensare di “berla”, la mia dea. Mi sarebbero tremate le mani a toccarla, e a baciarla mi sarei sentito un sacrilego e non avrei mai avuto il coraggio. Anzi, proprio in quel momento mi augurai che lei non volesse quello, per caso, anche solo per divertirsi a vedermi imbranato come un bambino. Perché se lei per caso avesse voluto quello, non avrei potuto certo esimermi dal lasciarmi andare, e senz’altro mi sarei emozionato troppo, tanto da divenire ridicolo.
    Ogni volta che la vedevo, d’altronde, per me era come farci l’amore. Provavo le stesse emozioni che si provano negli amplessi passionali e ben riusciti. Godevo anche. Si, godevo... Un godimento mentale talmente forte che mi arrivava al fisico e mi faceva accapponare la pelle.
     
     

     
  • 07 luglio 2013 alle ore 12:03
    Lei mi è sacra (prima parte)

    Come comincia: "Lei mi è sacra. Ogni desiderio tace alla sua presenza. Non posso dire quello che succede in me quando le sono vicino; mi pare che tutta l'anima si riversi nei miei nervi."
    Queste frasi tratte da "I dolori del giovane Werther" di Goethe mi vennero in mente quella sera, mentre la guardavo seduta sul divano che discorreva animatamente, sorridendo e gesticolando con grande scioltezza. Capii di amarla così forte, che mi sentii un romantico di inizio ottocento; con tutta quella sbobba retorica sull'amore spirituale che travolge un uomo e una donna quando si amano e non possono amarsi, quando vorrebbero toccarsi e non devono farlo, quando sanno benissimo che ciò che fa crescere a 'sti livelli stratosferici la loro attrazione è proprio l'impossibilità di cedere ad essa, eppure, pur sapendolo, continuano ad amarsi.
    La sostanza dell'amore è questa d'altronde: la distanza tra desiderio e realizzazione. E lo sforzo di non realizzare il desiderio per non annullarlo.
    Ma quando le provi comunque, queste sensazioni, ti coinvolgono troppo. E le ami, queste sensazioni, come qualcosa di sacro, che ti svela per l'ennesima volta qual è il senso profondo e unico della nostra vita, la sola cosa per cui valga la pena di vivere.

    Si, si, va beh.... Ma cominciamo dall'inizio, appunto.
    Avevo conosciuto Beatrice per mezzo di un'amica comune. Una sera mi aveva invitato alla sua festa di compleanno, dicendomi: « Dai vieni, è gente simpatica, ho detto che avrei portato un amico... Mi scoccia andarci da sola... »
    Ed ero andato. Curioso il giusto, ma anche cosciente che la cosa poteva essere noiosissima. Era una di quelle situazioni sleccate della buona borghesia milanese, colta e ricca, che pur piene di buoni propositi di informalità, diventano ultraformali di fatto, a causa della pretenziosità politico-culturale che vogliono emanare. Comunque andai. Dovevo troppe cose a Carlotta e quello era uno dei modi meno faticosi per sdebitarmi.
    Quando arrivammo e lei venne ad aprirci, fu come un pugno nello stomaco. Quei due occhi grigio-scuri, ondeggianti e liquidi, che si spalancarono su di me, non dico che mi accecarono, ma quasi. E quel vestito di raso rosa, attillato e corto sopra il ginocchio, accoppiato con quelle scarpe grigie decolleté e con un piccolo tacco, neutralizzava immediatamente la romanticità del suo sguardo per dirottarti verso dimensioni ben conosciute di puro, semplice attizzamento.
    Quando la mia amica mi presentò sulla soglia e lei mi guardò fisso negli occhi per un solo fuggentissimo istante, sentii cominciare a risorgere nella mia anima quell'archetipo romantico di cui parlavo all'inizio e che era stato un must decisivo della mia adolescenza, corredato da vari tentativi di realizzazione, regolarmente e totalmente sempre frustrati.
    Ricordai la mia passione culturale, alle superiori, per la descrizione dell'amore romantico, e il mio impazzire per quel "romanzetto" di Goethe, che il nostro prof. ci aveva fatto leggere mentre studiavamo il Foscolo. Ci aveva detto placidamente: « Vedete ragazzi, il famoso "Le ultime lettere di Jacopo Ortis" in fondo è una sorta di cover de "I dolori del giovane Werther” di Goethe. Stesso soggetto, stesso genere narrativo, stesso finale, stessa atmosfera. Cambiano solo alcuni insignificanti particolari... Se calcolate che è stato scritto quattro anni prima che il Foscolo nascesse, potete capire bene che non solo gli italiani in quell'epoca si ispiravano abbondantemente, fino a copiarle, alle letterature tedesca e francese, ma lo facevano anche con decenni di ritardo... Così era ridotta allora l'Italia, vera provincia d'Europa...»
    E così, per studiare il Foscolo, eravamo partiti da Goethe. Il prof. ci aveva spiegato che "I dolori del giovane Werther" era stato il primo romanzo veramente romantico della storia, scritto anzi quando ancora quell'aggettivo non era neanche stato coniato; e che era diventato un vero best seller e aveva travolto tutti i giovani acculturati d'Europa. Tutti avevano divorato quel “romanzetto” e tutti avevano preso ad imitarne il protagonista, cominciando a vestirsi e ad atteggiarsi come lui, ed arrivando persino ad uccidersi per amore, per essere trendy e alla moda fino in fondo.
    Voi capite bene che, spinto anche da quella atipica introduzione critica, io mi ero divorato quel "romanzetto", e mi ero stampato nell'anima quell'archetipo, che era ormai fuori epoca, ma che, anche per quello, avevo giudicato molto, molto figo...

    Insomma nei giorni in cui avevo conosciuto Beatrice quell'archetipo era risorto prepotentemente in me, dopo che per almeno un paio di decenni lo avevo quasi oscurato, seppellito in qualche zona recondita del mio inconscio più profondo.

    2.

    Dopo averci accolto, Beatrice tornò a fare la padrona di casa, dolcissima, elegantissima, raffinatissima, ed io mi sorpresi in varie occasioni incantato ad osservarla e a gustarla in tutte le sue pose, in tutti i suoi atteggiamenti.
    Stavo seduto immobile su quel divanetto con il bicchiere di gin tonic in mano e mi divertivo a guardarla, solo a guardarla. Non sperai neanche di poterle parlare, di cominciare a conoscerla, e mi tornò in mente un altro brano del Werther: "«Io la vedrò!» esclamo al mattino quando mi sveglio, e con gioia guardo il bel sole: «Io la vedrò!» E non ho altro desiderio per tutto il giorno. Tutto, tutto è assorbito in questa prospettiva! "

    Tanto che, quando lei arrivò al nostro divanetto e si mise a sedere tra me e la mia amica, mi emozionai a dismisura. Allora la osservai da vicino e intrasentii il suo odore, la sua fragranza; notai la sgranatura della sua pelle abbastanza scura, la foltezza dei suoi capelli castani e le sue mani con le dita lunghe e affusolate. Quando si rivolse a me poi, e con fare  cortese mi disse: « E tu Fabrizio, cosa fai nella vita?», mi sembrò un miracolo. Persi quasi la testa e, ora non ricordo bene, ma senz'altro le risposi con dei banali monosillabi.
    Non mi sembrò che fosse colpita da me, anzi, dopo quelle due chiacchiere si alzò e torno a fare audience tra la massa degli invitati.
    Quella sera la rividi un'ultima volta mentre rientrava dalla terrazza con sopra al vestito un impermeabilino nero, e mi sembro così smodatamente carina, che davvero quasi  mi impaurii e affrettai i preparativi per l'uscita, che la mia amica aveva già cominciato a fare.
    « Ci rivediamo, si? » mi disse mentre mi dava la mano per salutarmi. Io la squadrai un attimo con forza, notando con gusto il contrasto tra il nero dell'impermeabilino e il rosa del vestito, e dissi: « Si certo, spero proprio di si...» E solo in quel momento le lasciai trasparire chiaro che ero stato colpito, tanto. Lei  mi fissò ancora una volta con quegli occhi grigi e disse solo: « Bene, buonanotte.»

    La mia amica, che non si era accorta di niente, appena usciti mi disse:
    « Allora che ti è sembrato di Beatrice, bella no?»
    « Cazzo, se è bella...» risposi e aggiunsi canticchiando: « Bella...bella e impossibile....», entrando definitivamente e stabilmente nel mood “testa tra le nuvole”.
    Poi non vidi l'ora di congedarmi da Carlotta, per concentrami su quel pensiero immenso e sui flashback di quella serata.
    Volli rivederla subito, e andai su Facebook. La trovai e vidi che la sua pagina era aperta a tutti, per cui mi ubriacai delle sue immagini, esplorando palmo a palmo il suo profilo e gustandomi con  ardore i suoi look vari e sempre raffinati...  Poi le chiesi l'amicizia, ma subito annullai la richiesta. Mi sembrò troppo invadente farlo e decisi di aspettare gli eventi, giocando solo sulla suggestione creatrice. C’è chi dice in giro che se uno pensa una persona con forza, se desidera con forza che questa persona lo pensi, la cosa succede prima o poi, ed io automaticamente innestai questo meccanismo dell’anima dentro di me: cominciai a pensarla forte.

    E dopo una settimana il miracolo avvenne. « Mi ha detto Beatrice: perché non porti anche quel tuo amico simpatico che è venuto alla festa del mio compleanno? »
    Quando la mia amica Carlotta pronunciò queste parole, quasi mi spaventai per i risultati dei miei pensieri. La suggestione creatrice stava funzionando dunque: lei in qualche modo mi aveva pensato.
    Quella sera si trattava di una cena per pochi intimi: otto persone, compresi i padroni di casa. Oltre a me e Carlotta altre due coppie area borghesia milanese.
    Quando mi vide arrivare, mi sorrise con forza: « Ciao Fabrizio!!! - si ricordava il mio nome dunque! – Come stai? »
    Mi trattava con confidenza, eppure non ci eravamo scambiati che due magrissime parole. Possibile? Che davvero anche lei mi avesse pensato durante quella settimana? Non mi risposi, perché mi persi di nuovo ad osservarla.
    Aveva una camicetta attillata e lucida grigio chiara che riprendeva i suoi occhi, sopra a dei jeans anch’essi attillati, corti alla caviglia; e ai piedi due scarpe nere decolléte, con un  tacco medio, capelli sciolti e lucidalabbra. Sempre classe, sempre grande stile misto a sensualità appena accennata.
    Quella sera ogni tanto mi si rivolgeva. Quando dicevo qualcosa di interessante o quando con i miei sguardi le facevo capire che ascoltavo con attenzione quello che diceva lei.
    Dopo cena poi si sedette accanto a me sul divano e mentre parlava mi fissava con quegli occhi di ghiaccio ed ogni tanto mi chiedeva qualcosa sulla mia vita. Mi sentivo perso, e tutto il resto che succedeva intorno a me sinceramente neanche lo vedevo.
    Scoprimmo di avere una passione comune per l’Ottocento. Anche lei aveva fatto il liceo classico e si era flesciata per la letteratura francese di quel secolo: Balzac, Flaubert, Baudelaire, Maupassant… Per cui decidemmo di andare insieme a visitare una mostra sulla pittura romantica.
    Aveva il depliant di presentazione appoggiato sul tavolinetto posto davanti al divano, e la copertina era proprio il quadro di Hayez raffigurante il famoso bacio romantico. Non vi dico come fui travolto e turbato da tutte quelle strane coincidenze.
    Accettai entusiasticamente la sua proposta e il sabato successivo ci trovammo davanti al palazzo reale, alle 15,30, per visitare insieme quella mostra.