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in archivio dal 02 nov 2011

Walter Lazzarin

08 ottobre 1982, Padova - Italia
Segni particolari: Nato a Padova ma vivo altrove. Morirò? Forse. Intanto scrivo.
Mi descrivo così: Nel 2011 ho pubblicato un romanzo (A volte un bacio) e nel 2012 una raccolta di racconti (21 Lettere d'amore), entrambi con Il Foglio. Nel 2015 è uscito il mio terzo libro (Il drago non si droga), che ho promosso per le strade e le piazze d'Italia. Da settembre 2016 lavoro per la Rai, a Dribbling.
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  • 28 dicembre 2014 alle ore 12:37
    Tempo di bilanci

    Come comincia: 30 dicembre

    Angelo Maria Spertichetti sta scrivendo sul proprio diario. È il 30 dicembre: tempo di bilanci.
    Nel complesso è stato un anno buono. Meraviglioso come sostiene Facebook? Forse sì.
    Ha ottenuto un contratto a tempo indeterminato e, sia chiaro, lo studio di architettura per cui lavora è un ambiente fantastico. Ci sono persone brillanti, in particolare una.
    Dopo mesi di sguardi, frecciatine, sfioramenti, Francesca Giubilei in ascensore l’ha invitato a cena fuori.
    «Se aspettavo che me lo chiedessi tu…»
    Francesca non ha mai chiesto di più. Angelo Maria è l’uomo che i suoi genitori avrebbero sempre voluto per lei.
    È alto, ha le spalle larghe. È simpatico, spigliato, e se la passava economicamente bene anche prima di firmare il contratto della vita. I suoi nonni paterni erano dei nobili o quasi; macchine di lusso, ville, le comodità tecnologiche. Angelo Maria ha avuto tutto, in ogni fase della sua ancora giovane esistenza.
    Mentre scrive sul diario gli viene in mente che, dovendo considerare però l’anno dal punto di vista sportivo, non può dirsi soddisfatto; la squadra di calcio in cui gioca ha fatto un pessimo campionato, e lui si è persino rotto un piede nell’ultima gara.
    Adesso è ingessato. Poco male, domani passerà il Capodanno in casa con Francesca e basta.

    31 dicembre

    Caro diario,
    quest’anno è stato uno schifo.
    Ieri sera mio papà ha avuto un infarto, ed è morto. Mia mamma me l’ha comunicato per telefono stanotte.
    Stamattina è venuta da me con delle lettere. Me le ha consegnate e se n’è andata, senza nemmeno un ciao, è scappata via.
    Se non fossi in stampelle l’avrei inseguita. Sarei riuscito, almeno credo, a limitare i danni.
    Ho appena finito di leggerle: sono email stampate su fogli A4. La mia fidanzata ringrazia mio papà per le stampelle: l’avevo mandata a prenderle domenica scorsa.
    Lo ringrazia e si complimenta anche per altro. Tra lei e mio papà è stato amore, subito.
    Negli ultimi giorni si sono incontrati ogni sera. Lo ha ucciso lei: il sesso con lei lo ha stroncato. Non subito, ma mentre lui si faceva una doccia post coito.
    Un’ora fa ho avuto la notizia che la mamma si è suicidata, poi mi è venuta a trovare Francesca. Non sapeva niente.
    «Mio padre è morto, dopo che ti ha cavalcato.»
    «Cavalcato?»
    «Mia madre si è ammazzata.»
    «Ma…»
    Le macchie che sporcano le tue pagine, caro diario, sono fatte di sangue di Francesca.
    Adesso sono in attesa dei questurini: dieci minuti fa li ho chiamati per confessare il mio delitto. Sarei andato io da loro, se non fossi in stampelle.
    Ecco, il citofono ha suonato; devo salutarti. Prima di lasciarci per un po’, ti chiedo un favore: ricordami di non stilare mai più in anticipo il bilancio di un anno.
     

     
  • 01 maggio 2013 alle ore 18:15
    Lettera al Genio della lampada

    Come comincia: Caro genio,
    purtroppo sono malato e vorrei che tu mi guarissi. Il fatto è che il mio disturbo della personalità mi tormenta da anni. All’inizio era stato divertente ma sai: vivo in uno spazio stretto e se il tuo interlocutore non ti va a genio – scusa il gioco di parole – dopo un po’ ti stufi. Lui, l’altro me, è arrivato per tenermi compagnia perché me ne stavo sempre chiuso in casa. E con la sua parlantina mi ha fatto di nuovo sentire vivo, io che praticamente ero già sepolto. Però tu mi capisci: avere molte idee in comune è bello, averle tutte invece… adesso vorrei che tu me lo levassi di torno.
    E questo è il mio primo desiderio.
    Poi, senti qua, potresti darmi una casa più grande? Mi piacerebbe tipo… sai quelle villette sul lungo mare? Ecco, una roba del genere. Almeno mi vedo la sabbia, i tramonti, l’infinito.
    Dubito che per te sia un problema. Cioè, facciamo che rimangono fissi i miei obblighi di sempre ma in una casa un pelo più comoda, eh? Dai che all’inaugurazione invito anche te.
    Il terzo desiderio: tutti hanno un sacco di aspettative su di me, e io sgobbo per non deluderli: potresti mica sollevarmi dall’incarico? I bambini ti indicano gridando: “Guarda, il genio!”, e tu sorridi, ti senti importante. Poi pensi a cosa hai prodotto in tanti anni e: delusione. Secondo me sono tutti stupidi, altro che io un genio.
    Scusa per le divagazioni e, se per caso non puoi esaudire i miei tre, io non esaudirò i tuoi: ritieni pure stracciata la lettera che mi hai scritto ieri.
    Buona vita.

    Tu sai chi

     
  • 09 gennaio 2013 alle ore 16:53
    L'uomo senza dolore

    Come comincia: L’uomo senza dolore sta mangiando un piatto di pasta. Non lo fa per esigenza, ma ha imparato che quando si sente un brontolio dalla pancia bisogna ingerire qualcosa. Per la sete invece si regola in base alla secchezza di gola: ormai sa che la sensazione di avere la bocca impastata costringe a bere.
    Alzandosi da tavola, l’uomo senza dolore si trova in difficoltà per via del piede. Ieri una macchina non si è fermata di fronte alle strisce pedonali e lui, l’uomo senza dolore, si è ritrovato con il piede destro sotto la gomma anteriore sinistra di una utilitaria blu, illuminata dal sole proprio in quella fiancata rivolta verso gli occhi dell’uomo senza dolore, che per riflesso si stava riparando gli occhi dalla luce e perciò non aveva fatto caso all’incidente.
    - Perché zoppico?
    L’uomo senza dolore si chiede come mai il proprio piede non può reggere il peso del corpo: sa che il motivo è un infortunio, non sa chi o cosa l’abbia causato. Se qualcuno fosse stato con lui nel momento in cui è stato investito, allora saprebbe che quella frazione di secondo trascorsa dal piede sotto lo pneumatico aveva provocato la frattura di varie ossa. Al contrario, per l’uomo senza dolore quell’evento aveva lo stesso senso di una lattina abbandonata per terra.
    Una volta la sua vita era diversa, provava emozioni, dava loro un significato e prendeva decisioni importanti: ora per lui non esiste più amore, persino bene e male hanno smesso di esistere. La bellezza del paesaggio è inutile: l’uomo senza dolore va verso il terrazzo e guarda il tramonto. Il suo vicino sta fotografando il rosso terribile che muore all’orizzonte. Anche l’uomo senza dolore tempo fa fotografava il cielo, la luna, i tramonti, ma ora decide di buttarsi giù dal terrazzo perché il senso della vita dov’è?

     
  • 05 dicembre 2012 alle ore 11:30
    Scoprendo Salgari

    Come comincia: Salgari scriveva sebbene si sentisse stanco, spossato: sarebbe stato sconveniente smettere.
    Scrivere significava stipendio.
    Sostanzioso?
    Sufficiente, semmai.
    Sopravviveva sviluppando soprattutto storie su Sandokan, si sbizzarriva sfoderando sciabole, scimitarre, si sfogava spegnendo sigarette sulla scrivania.
    Si sposò sobbarcandosi spese sempre superiori, spargeva seme sommando sacrifici su sacrifici, si sostentava scrivendo senza sosta, sottopagato, siccome servivano soldi si sfiancava stropicciandosi sulla sedia, sembrava sciuparsi, spiegazzarsi.
    Stremato scimmiottò Saul slanciandosi sulla spada, sprizzava sangue, soffocava, sennonché sbagliò sistema: sfortunatamente si salvò.
    Si sarebbe suicidato successivamente, squarciandosi seguendo standard stranieri: stile samurai.

     
  • 22 giugno 2012 alle ore 12:25
    Il protagonista non muore mai, o quasi

    Come comincia: - Sto uscendo con una ragazza.
    - Sua madre lo sa?
    - Sua madre è morta.
    - Ti diverti proprio a farmi sentire in colpa.
    - È la verità.
    - Lo so.
    - No, davvero sua madre è morta.
    - Questo non importa: la mia era una battuta di alleggerimento e non meritava una replica.
    - Il problema è che lei ha già il ragazzo.
    - Il problema allora è del cornuto.
    - Ma il fatto che lei tradisca mi dà fastidio.
    - Fattela e basta.
    - Lo sai che non sono il tipo.
    - Nemmeno io e ti capisco ma sai, mi sto immedesimando nella parte del conducente che dà consigli al protagonista mentre lo porta chissà dove.
    - Quindi sarei io il protagonista?
    - Finora hai detto cose che ti fanno sembrare timido e idealista e il lettore si immedesima sempre in personaggi del genere. Anche uno espansivo si ritiene timido in fondo.
    - Perché?
    - Tutti pensano di poter fare di più di quanto facciamo, nessuno pensa di usare al massimo il proprio potenziale: ecco il motivo per cui al lettore sembri tu il protagonista di questa storia nonostante sia io a parlare di più, a guidare, a risultare più brillante.
    - Non sopporto questo tuo continuo riferirti al lettore, io ti stavo parlando di una cosa concreta e tu mi trascini nell’Aldilà.
    - Cosa intendi?
    La macchina va a schiantarsi contro un tir proveniente dal senso di marcia opposto.

     
  • 30 maggio 2012 alle ore 14:22
    Tautogramma con la C

    Come comincia: Cara Crusca,
    ci correggevi, ci consigliavi, ci coccolavi culturalmente chiosando con chiarezza. Ci confrontavamo, chiacchieravamo come certe coppie collaudate che condividono centomila confidenze.
    Cosa combini?
    "Cercare" che caratteristiche comuni conta con "cerchiare"? Concettualmente cozzano, circa; ciononostante contengono congiuntivi coincidenti.
    Considera cosa consegue comandando:
    - Conviene che cerchiate chiunque commetta crimini.
    Cosa cavolo converrebbe? Contrassegnare colpevoli consumando condanne comiche come certe commedie?
    - Coraggio, cara. Cerchiamoci casa.
    - Cioè?
    - Consolidiamo confini col cortile circolare.
    Capirai che certe corbellerie ci causano crucci conoscitivi: creano contraddizioni, confusione cerebrale, caos.
    Curati, Crusca; così corrisponderemo come consuetudine. Credimi, consultarti coincide col… copulare. Cambia congiuntivi; carezzami con cupidigia, caratterizzandoli.
    Ciao.

     
  • 02 aprile 2012 alle ore 11:45
    A quei tempi

    Come comincia: A quei tempi l’acqua non esisteva. Alla mattina ci si sgranchiva e in cucina si prendeva una tazza di latte. D’inverno era bello stringere la tazza perché ti scaldava le dita. Dopo colazione si andava in bagno di corsa – siccome era tardi – e ci si lavava i denti col vino. Alle otto eravamo tutti seduti davanti alla maestra che una volta ci aveva insegnato come il mondo fosse fatto per oltre due terzi di vino, e che anche il nostro corpo è fatto di vino, e per oltre due terzi!
    Al suono della campanella scappavamo dall’aula e facevamo un sacco di giochi: il mio preferito era "guardie e ladri". Mi batteva forte il cuore mentre aspettavo di fare tana ma il momento più bello era la ricreazione: quando in cerchio mangiavamo la merenda bevendo del vino. A mezzogiorno e un tot la scuola finiva. La mamma mi portava a casa in macchina muovendo il volante e arrabbiandosi, e un giorno di maggio scoppiò a piangere davanti a un incrocio. Non ce l’aveva né con il semaforo né con nessuno: purtroppo voleva dirmi che il papà stava male, che gli era venuto un nodo al sangue.
    “E non possono slegarlo?”, le domandai.
    “Ci hanno provato”, mi rispose asciugandosi il naso con la mano che poi strofinò sui pantaloni, “ma alle infermiere si sono spezzate le unghie”.
    Non ricordo altro di papà.
    I compiti li facevo nelle prime ore del pomeriggio perché poi non riuscivo: il vino era la vita ma ti veniva sonno a berne troppo. Il libro di scienze sosteneva la teoria che nell’universo esisteva un pianeta di tizi simili a noi ma fatti di un altro liquido anziché vino. Secondi alcuni artisti era una cavolata da astemi: lo sanno tutti che nel vino c’è la verità perciò insomma, la storia di alieni fatti di acqua è falsa come la matematica.
    A diciotto anni avevo deciso di fare l’artista e la prima cosa che scrissi era una poesia: avevo appena scattato un paio di foto mentre tramontava il sole, che aveva smesso di scaldare il soggiorno ed era ormai arancione. Il palazzo di fronte al mio aveva cambiato colore: da bianco a marrone in modo da sembrare un castello così quando tornai al tavolo, con una strana sensazione tra il felice e il malinconico scrissi:

    Nel vino c’è la verità.
    La bellezza è verità.
    __________________
    Nel vino c’è la bellezza.

    L’anno dopo, il telegiornale della sera diffondeva la notizia che un inventore del mio paese aveva costruito l’Aggeggio capace di sapere esattamente la data di scadenza delle cose. Tu mostravi un pacchetto di wurstel all’Aggeggio che a sua volta ti avvisava – con un bellissimo accento metallico – sugli anni i mesi i giorni di vita che rimanevano ai wurstel. E se tu dimenticavi i wurstel fuori dal frigo la loro aspettativa di vita calava di colpo.
    All’inventore del mio paese – diventato il più famoso della nostra storia – si aggiunse un team di scienziati e ingegneri per costruire un prototipo dell’Aggeggio ma di dimensioni colossali, in modo da sapere quanto rimaneva da vivere al mondo. Due anni di lavoro sia di giorno sia di notte e proprio di notte scoprirono che il mondo sarebbe morto a metà settimana.
    Quella notte suonarono le sirene di emergenza dato che tempo da perdere non ce n’era. E la gente ascoltava la tivù piena di paura, tranne i vecchi che uscivano per le strade a cantare sotto i lampioni: erano felici di morire insieme al mondo perché non piace a nessuno andarsene prima che la festa sia finita: anche se la festa fa schifo ti rimane il magone. Gli altri si preparavano invece a disastri tipo quello del film "Dopodomani", e io dopodomani avrei avuto un esame di Storia della Filosofia.
    La mamma in pigiama mi diceva di pregare, di chiedere perdono a Dio, che Lui così ci avrebbe indicato la via per salvarci e poi, non so quanto Dio ci abbia messo lo zampino e nemmeno so se Dio ce l’abbia, lo zampino, comunque con le speranze ormai sotto i tacchi ecco che un’enorme astronave era stata costruita e all’alba dell’ultimo giorno ci avrebbe portato in un altro mondo, un mondo più grande del nostro, fatto di acqua per circa due terzi.
    A parte qualche animale un po’ rumoroso, il viaggio fu piacevole. Un musicista suonò una ballata strappalacrime in onore della vecchia patria: si intitolava "Il bicchiere della staffa". Io avevo venticinque anni quando atterrammo sul mare d’acqua: la navicella si sciolse e a nuoto raggiungemmo la Terra.
    Si sta bene, qua. Siamo ripartiti da zero inserendoci tra la gente con cui tuttora commerciamo. Il sindaco mi ha chiesto di scrivere una poesia su Dio e sul vino (si dà il caso che sono diventato il poeta più famoso del paese, ho l’indipendenza economica e vivo vicino al mare, in un appartamento).
    Mi ci è voluta parecchia ispirazione per scrivere quella poesia: ho bevuto da solo una bottiglia di vino camminando sulla sabbia a piedi scalzi, punto da conchiglie e ricci di mare. Indossavo una camicia sbottonata che l’aria gonfiava e sgonfiava e ascoltavo il rifrangersi dell’acqua, macchiando la camicia bianca con due tre gocce di vino ma continuando a sorridere. Il risultato è stato che in piazza ho letto la poesia stupendo tutti con una semplice parola:

    Divino!

     
  • 05 gennaio 2012 alle ore 12:52
    L'autobiografia perfetta

    Come comincia: e perciò per lui era possibile scrivere l’autobiografia perfetta, mentre secondo me era assurdo.
    - Perché assurdo?
    - Per descrivere la mia morte devo essere vivo – gli ho risposto bevendo un sorso di vino, un rosso ruvido, ma di una ruvidezza che fa piacere lisciare con la lingua.
    - Falso: ti uccidi premendo nello stesso momento sul PC il tasto del punto dopo la parola "fine".
    Sulle prime ci ero rimasto di sasso: era un’ipotesi che non avevo considerato e mi sembrava valida. Poi mi era venuto da ridere per via della parola – "valida" – che avevo pensato: ormai io e lui la usavamo a proposito dei prodotti notevoli che vedevamo non in una espressione algebrica ma per strada, sotto forma di ragazza scosciata. In algebra i prodotti notevoli velocizzano i calcoli, nella vita in carne e ossa invece ti rallentano il cervello: tutto il sangue del tuo corpo si concentra giù, a livello delle mutande, e la coscienza si trasferisce lì dove per quanto uno possa essere dotato si ha comunque una massa cranica inferiore. Mica starebbe tutto il giorno a fischiare su un ramo, un uccello con un cervello maggiore.
    - Che hai da ridere?
    - Niente, pensavo che la tua ipotesi funziona. Mi hai dato l’idea per chiudere in bellezza la mia carriera di scrittore se mai diventerò un vero scrittore.
    - Insomma il rosso lo offri tu.
    Così ora che da quella bevuta di vino sono passati troppi anni ma non abbastanza per scordare la discussione, ora che ho praticamente concluso la mia autobiografia manca solo una cosa: con una mano sto scrivendo queste parole, la destra al contrario regge una pistola che mi sono puntato contro la tempia, l’indice è sul grilletto, sto iniziando a premere, tra poco tutto sarà finito e mi auguro di avere lasciato un ultimo ricordo degno della mia fama da romanziere, ora sparo, morto.

     
  • 25 novembre 2011 alle ore 21:58
    Il decimo libro

    Come comincia: Stando al contratto stipulato dieci anni prima, lo scrittore Orlando avrebbe dovuto pubblicare i nove libri della serie con la stessa casa editrice.
    L’ultimo libro di questa serie, che racconta le avventure di un ragazzo dotato di strani poteri, finalmente era uscito l’anno scorso costringendo Orlando a girare per le librerie del mondo intero, a firmare autografi e a pubblicizzare il nono libro, il suo ultimo capolavoro che in realtà non sarebbe stato l’ultimo.
    In una intervista rilasciata mesi fa a un piccolo giornale nella città dove è nato, Orlando aveva infatti dichiarato di essersi già messo al lavoro sul decimo libro che però, aveva continuato a dire, in tono confidenziale, abbassando la voce, non intendeva pubblicare con la casa editrice che lo aveva reso ricco.
    La donna che lo aveva intervistato – sua sorella – gli aveva chiesto se per caso il decimo libro sarebbe stato caricato nel Web in modo che chiunque lo potesse leggere gratis.
    - No.
    Era stata la riposta di Orlando, prima di bere un sorso d’acqua e di appoggiare il bicchiere sul tavolo messo accanto ai loro gomiti, a metà strada tra le due poltrone marroni, giallognole nei punti più esposti alla luce del sole.
    A quel punto toccava alla sorella bere, dato che la gola le si era seccata. Il bicchiere era freddo mentre le sue dita si stavano infuocando per la tensione: il fratello le stava per confessare un segreto che avrebbe fatto vendere al suo giornale chissà, milioni di copie. Posato il bicchiere vicino a quello del fratello, si era infilata una ciocca dietro l’orecchio sfiorando il ciondolo appeso al lobo: ciondolo che aveva cominciato a oscillare, in un moto ipnotico per gli occhi del fratello incapaci di staccarsi da lì.
    - In un primo tempo volevo metterlo nel Web, – ha detto Orlando continuando a fissare il lobo – poi ho preferito inventarmi qualcosa.
    - Cioè?
    - Sai, quando firmi le copie dei tuoi libri, i fan ti chiedono sempre di aggiungere una dedica o una citazione dal libro o menate simili che non sopporto. Perciò ho deciso di scrivere il mio decimo libro a pezzi, al posto delle dediche.
    - Stai dicendo che il decimo libro è già nelle mani dei lettori? – ha chiesto lei sistemandosi la gonna, anche se in verità a essere stropicciata era la sua mente.
    - Esatto.
    - E la tua casa editrice?
    - La mia ex casa editrice mi denuncerà, – ha risposto lo scrittore sorridendo al soffitto – e sarò condannato a pagare una multa record.
    - E poi?
    - La pagherò volentieri, tanto di soldi ne ho troppi, e il libro sarà pubblicato da chi per primo riuscirà a raccogliere le migliaia di dediche sparse nel mondo.
    - Una notizia incredibile.
    - Però è vera, – aveva detto Orlando alzandosi dalla sedia – e tu sei la prima a saperlo. Sabato prossimo scriverò l’ultima parte e a proposito: da che parte è il bagno?
    La settimana seguente il giornale di sua sorella aveva venduto ogni giorno milioni di copie, le tivù si erano messe alla caccia del fratello, purtroppo introvabile.
    Nessuno sapeva dove si era cacciato lo scrittore e la sorella doveva dribblare i fotografi, oltre ai colleghi giornalisti che la bombardavano di telefonate e la spiavano o le offrivano soldi o ingaggi, ma nemmeno lei sapeva niente del fratello.
    Nel Web erano intanto nati dei siti di raccolta: chiunque avesse una dedica scritta dal pugno di Orlando la poteva pubblicare, per condividerla con il mondo e, pezzo dopo pezzo, contribuire al completamento del puzzle.
    Alcuni lettori avevano capito che il pezzo di libro in loro possesso valeva una cifra: anziché pubblicarlo gratis lo vendevano a prezzi esagerati, mostruosi, immorali.
    Qualche collezionista non si spaventava di fronte a nessuna richiesta: li comprava lo stesso, per unire questi pezzi a quelli presenti nel Web con il risultato di ottenere un testo in cui frasi isolate diventavano paragrafi, e i paragrafi diventavano capitoli e i capitoli diventavano? Boh. Il messaggio dell’autore restava incomprensibile: a volte era impossibile ordinare i paragrafi in un ordine logico, anche per colpa dei furbi che ne avevano approfittato per pubblicare o vendere pezzi falsi, prima che entrassero in scena gli esperti di grafia perché certificassero l’autenticità della dedica, per essere sicuri che il pezzo fosse stato scritto dal pugno di Orlando nel frattempo intento a spassarsela alle spalle del mondo.
    - Signore e signori, – ha detto lo scrittore in un video apparso ieri nel Web, rassicurando chi lo credeva morto – brindo alla vostra ricerca.
    Lo sfondo dietro Orlando era bianco e non lasciava capire dove si trovasse, con la sua camicia rosa e vistosa e beffarda.
    In una intervista per la rete televisiva nazionale, la sorella scuotendo la testa ha dichiarato che la caccia è destinata a fallire.
    - E perché? – le ha chiesto la bionda intervistatrice, accavallando le gambe e spargendo in aria il profumo della vanità.
    - Centinaia di dediche saranno già state perse, in un trasloco o in un incendio o per altri motivi impensabili.
    - Dovremmo rinunciare?
    - Al contrario, penso che il messaggio di mio fratello sia: caro fan, il decimo libro della serie è compito tuo.
    Nel dire questa frase, la sorella di Orlando ha indicato l’obiettivo della telecamera riferendosi a te che la stai guardando: qualunque sia l’impegno che ti eri preso per stasera mettilo via, da parte, non pensarci. Il decimo libro aspetta di essere scritto da te.

     
  • 02 novembre 2011 alle ore 12:14
    Eterni sconosciuti

    Come comincia: La prima volta che ci siamo conosciuti doveva ancora scoccare il Duemila: la paura che con il nuovo millennio si polverizzassero tutti i sistemi elettronici si sarebbe poi sbriciolata simbolicamente nel crollo delle Torri Gemelle. Il sistema virtuale aveva retto, la concordia tra i popoli era stata seppellita dalle ceneri bianche e nere, con gli occhi a mandorla o con gli occhi a confetto, di migliaia di cadaveri morti per qualcosa più grande di loro: la stupidità.
    Nel mio piccolo affrontavo i drammi quotidiani di un liceale senza barba, ma con le basette folte per avere qualche pelo da tirare durante la presentazione di un libro, che per motivi di convenienza economica né io né lei avremmo mai letto. Lei aveva preso appunti su un taccuino forse perché mandata dal giornale scolastico, e io l’avrei sedotta incarnando – nel modo paradossale che da sempre contraddistingue il mio personaggio – il ruolo dello sconosciuto, definito dal gergo letterario illustre o perfetto a seconda del contesto.
    - Ciao – le avevo detto tenendo le mani in tasca e guardando ora lei e ora l’illustre sconosciuto che firmava copie del suo libro costoso – come va?
    - Bene – aveva risposto lei mostrandosi disorientata, cercando di ripescare la mia immagine nella memoria piena di teste conservate in teche di vetro, connotate da un nome scritto in basso, riuscendomi a trovare in fondo a una galleria di facce maschili, nella Sala dei Perfetti Sconosciuti.
    - Platone sbaglia se non ti ricordi di me.
    - Scusa?
    - Per lui, conoscere è ricordare.
    - La teoria della reminiscenza.
    Tra noi la sintonia sarebbe durata fino a Capodanno, quando a feste in compagnia abbiamo preferito una notte di contorcimenti sudati sotto le coperte in fantasia scozzese, a quadretti rossi e blu, intervallando i giochi con il vino e le tartine ricoperte dal caviale, bloccandoci sul più bello nel rispetto delle regole di un andirivieni che nel corso delle ore, centrifugandoci in un caos primordiale, si tramutava da pasto amoroso ad amore pastoso, nel senso che il caviale era finito per contornare i suoi capezzoli e io spesso le mangiavo questo anziché quelli, e lei si era ubriacata succhiando lo spumante frizzante, agitato, schiumoso, al punto da non capire più la differenza tra la schiuma che colava dalla bottiglia e quella proveniente dal mio amore, così al risveglio per pranzo, il primo nel Duemila, ci siamo scoperti con una quantità di lividi e ustioni come nemmeno il migliore dei santi, perciò abbiamo deciso che per la nostra incolumità c’era una sola cosa da fare: non vederci mai più.
    La seconda volta che ci siamo conosciuti – dopo tre anni passati senza vederci, senza sentirci, senza toccarci – eravamo a una festa in maschera. Durante la partita a "guardie e ladri" mi ero trovato da solo con lei, nascosto dietro un frigo rotto, a parlare della morte. Il fatto curioso della situazione è che in quel momento io sapevo chi era lei, cioè Colombina, e lei sapeva che io ero Arlecchino, ma nessuno dei due aveva capito che sotto le maschere si nascondevano due facce conosciute altrove, al di fuori dalla Commedia dell’Arte.
    - Quello che mi fa impazzire di questo gioco – diceva Colombina con una voce un po’ nasale per via della maschera – è la speranza di non essere beccati.
    - A me dà l’idea di morire – rispondeva Arlecchino perché, anche se non aveva visto la faccia dietro la maschera, aveva studiato bene il corpo di Colombina rimanendo felicemente sorpreso dal suo arrivo nel nascondiglio del frigo rotto: le aveva sussurrato quelle parole per fare colpo.
    - Come sei macabro.
    - Stare qui è come essere un condannato a morte che spera nella grazia del Re.
    - L’hai letto anche tu?
    - Certo – avevo risposto con fermezza nonostante non avessi la minima idea di cosa stesse parlando. A parlare per me era il video del suo arrivo nel nascondiglio, che continuava a essere proiettato nella mia mente monotona: Colombina sta camminando all’indietro e si infila nel nascondiglio del frigo rotto, si accuccia, arretra, stoppandosi in tempo per evitare il contatto tra le sue curve posteriori e il naso sporgente di Arlecchino.
    - A me piace un sacco, nel senso che mi commuove, la parte in cui la sua bambina lo va a trovare in carcere ma non lo riconosce. Mi dà i brividi.
    - A me piace la parte con il prete.
    - Quel cappellano è odioso.
    La partita a "guardie e ladri" è finita male anche per colpa nostra: chiacchieravamo nel nascondiglio scoprendoci attratti a vicenda, e a un certo punto era stato impossibile resistere alla tentazione di smascherarla:
    - Sei tu?
    - E tu chi sei?
    A queste due domande non era seguita nessuna risposta: lei mi aveva strappato la maschera dalla faccia e poi, in un raptus, ci siamo affogati in un bagno di lingue, dietro il frigo rotto perché da un lato il nostro rapporto si era spezzato da tre anni, dall’altro il sentimento era rimasto congelato in attesa di essere tirato fuori a cubi e versato nei bicchieri.
    Lei era molto cambiata: in pratica era una persona nuova da conoscere daccapo: i capelli accorciandosi le si erano scuriti, e le sue forme avevano acquistato consistenza, si erano arrotondate, rimpolpate, le sue mani invece avevano subito il processo opposto diventando sottili e aristocratiche.
    Anche il suo pensiero era cambiato: da anarchica individualista si era spostata al riformismo, e da atea si era evoluta a possibilista, i cani l’avevano stufata e preferiva circondarsi di gatti, per il modo sapiente in cui sanno strusciarsi addosso alle sue parti intime che non vedevo l’ora di ripassare.
    Ai suoi occhi nemmeno io ero uguale al moccioso con le basette folte che aveva conosciuto nel millennio scorso: avevamo deciso che il passato era sepolto e il futuro sarebbe stato insieme. Intanto eravamo stati beccati a baciarci nel nascondiglio da due guardie: la nostra storia ricominciava dalla sconfitta.
    Il ghiaccio dell’amore si sarebbe poi conservato integro nei nostri bicchieri fino alle vacanze estive, quando il mio spirito avventuriero si schianterà addosso a un albero ritorto nella danza della pioggia. Alla guida di un motorino preso a noleggio sfrecciavo a sobbalzi lungo un tragitto nel mezzo del deserto, mi compiacevo di avere le sue mani sofisticate intorno al torace, sentivo la sua paura scorrere sul mio corpo, e con il polso imprimevo al manubrio il comando di accelerare costringendo le sue dita a stringermi, sempre più forte, inclinavo la testa per spiare la faccia del mio amore dallo specchietto, mi deconcentravo, ridevo con gli occhi al sole, la polvere si alzava, lei era spaventata e io perdevo il controllo e lo recuperavo tranne in quella curva che mi avrebbe sconfitto.
    Al ritorno dalle vacanze ci siamo lasciati, di comune accordo, una volta ancora per motivi di incolumità.
    La terza volta che ci siamo conosciuti è stata su una panchina di San Pietroburgo, dove per la Rivoluzione di Ottobre avremmo dovuto aspettare ancora un secolo, o quasi. Nel frattempo vivevo da solo con il sogno di incontrare una donna che mi cambiasse l’esistenza, e nelle notti bianche passeggiavo per la città cantando a voce bassa, per non essere accusato di pazzia.
    In quella Russia ottocentesca abitavano grandi scrittori, maestri nel rivelarmi che gli uomini, nel corso del tempo, si moltiplicano nel numero ma non nella specie. Erano passati tre anni dalla curva maledetta, scorsi senza mai vederla finché nelle notti bianche trascorse a San Pietroburgo l’ho conosciuta per caso.
    All’epoca non mi interessavano i manuali universitari: mi ero buttato sui romanzi e identificavo in lei una precisa tipologia di donna, e pregavo che nelle storie entrasse in gioco un mio alter ego, in modo che il nostro amore proseguisse almeno nel mondo della fantasia se nella realtà non poteva farlo. L’ho incontrata per caso in una delle notti bianche, l’ho baciata in una locanda nei pressi di un castello in cui volevo entrare pur sapendo che non me lo avrebbero permesso, la incrociavo ovunque, ogni volta diversa e da conoscere ex novo.
    - Tieni.
    L’ultima volta che l’ho conosciuta è stata attraverso il suo diario. Sua mamma me l’ha regalato al funerale, perché conoscessi davvero cosa la figlia in vita aveva provato per me. È grazie al diario del mio amore che ho iniziato a scrivere storie, in ognuna delle quali ci siamo io e lei, eterni sconosciuti.

     
  • 02 novembre 2011 alle ore 11:56
    Stella morta

    Come comincia: Sette secoli fa, un teologo di nome Guglielmo sosteneva che Dio può mantenere visibile nel cielo una stella in realtà già distrutta. Nel Novecento questa teoria sarà confermata dalla scoperta delle stelle morte: astri di cui si percepisce ancora la luce anche se il loro corpo si è spento da anni.
    Nel 1323 l’Università di Oxford denunciava Guglielmo in quanto eretico, e il Papa convocava l’accusato ad Avignone per un colloquio privato prima del processo:
    - La tua tesi è pericolosa – dice il Papa mostrandogli il palmo di una mano destra con le dita soffocate da anelli d’oro.
    - Perché?
    - Tu sostieni in pratica che Dio ci inganna.
    - Parlerei piuttosto di illusione, – risponde Guglielmo che per la prima volta alza gli occhi verso il Pontifex: le sopracciglia sono folte, nere come la sua tunica – del resto durante l’eucaristia Dio nasconde il corpo di Cristo dietro l’apparenza del pane.
    - Ma allora distinguere il vero dal falso è impossibile: tu stesso potresti essere un’allucinazione.
    - Per quello esiste la Fede.
    Sette secoli dopo nemmeno io so dire se la vita sia qualcosa di concreto oppure niente altro che un sogno, però al momento mi godo la mia Fede-rica cullandomi nell’illusione divina che tra me e lei ci sia amore, e non importa se un giorno dovrò imitare Guglielmo e fuggire da Avignone per evitare un processo davanti alla curia, la mia non di preti ma di amici:
    - Dov’è la Fede?
    - Non lo so.
    - L’hai persa?
    - Sì.
    L’unica cosa a contare è il presente e il nostro amore lassù, che brilla nel cielo, e pazienza se alla fine mi accorgerò che si trattava di una stella morta.

     
  • 02 novembre 2011 alle ore 11:54
    Lettera di dimissioni

    Come comincia: Gent.mo Prof. A. Z.,
    le scrivo perché non intendo proseguire il mio dottorato, almeno non sotto la sua supervisione. Se non è possibile proseguire il lavoro di ricerca con un suo collega allora preferisco dimettermi o rinunciare alla borsa di studio, non so come si dice in questi casi.
    Per me è ormai insopportabile essere spedito nel dipartimento di Psicologia, e lei lo sa anche se finge di essere un uomo di scienza che "certe cose" non le capisce.
    Ogni giorno mi chiedo se la mia passione per i libri non sia altro che una maschera. Con un corpo diverso, con una vista migliore, con un’infanzia senza malattie come sarebbe stata la mia vita? Insieme a lei ho analizzato studi e teorie sul cervello, ma nessuno sembra avere una soluzione alla mia libidine.
    Nel dipartimento di Psicologia ci sono ragazze incredibili, alcune si vestono lasciando scoperte le gambe – non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male – che poi accavallano magari facendo oscillare il piede sospeso a mezz’aria, magari coperto da una di quelle calzature chiamate ballerine, non so se le conosce. Sono scarpette da fata che in genere lasciano scoperte le fessure tra le dita dei piedi, scatenando la mia smania di ficcanasare negli interstizi, siano questi nei meandri delle circonvoluzioni encefaliche o dove preferisce lei, preferisco non essere esplicito.
    Ieri inoltre mi ha mandato a parlare con un ricercatore di Fisica, un "ragazzo" che a cinquant’anni non ha una cattedra e si barcamena tra aule e laboratori: lei mi aveva mandato da lui per avere qualche dato certo, sperimentale, sulla teoria delle qualità esterne e interne. Gli oggetti non hanno caratteristiche in sé, non hanno cioè né odori né colori, ma provocano potenziali elettrici che passando dai sensi al cervello diventano qualità: un profumo per esempio.
    Peccato che la tesi di fondo fosse già stata dimostrata in termini logici: un oggetto che non vedo è invisibile, e se nemmeno lo posso percepire con gli altri sensi è intoccabile, inascoltabile, insapore e via dicendo. In poche parole per me non esisterebbe, un oggetto per cui occorra il sesto senso. Perciò a cosa serve la scienza? A farle mettere in programma per l’esame un libro superfluo, che migliaia di studenti saranno però costretti a comprare.
    Ora dovrebbero essere chiari i motivi per cui il mio dottorato non ha senso, mi auguro di avere conferma dal suo assistente che questa lettera basti a esprimere la volontà di recedere dal nostro rapporto.
    Gentili saluti

     
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  • All’interno dei vagoni del treno si mischiano culture e abitudini, età e classi sociali; forse in nessun altro posto si trovano in contatto così ravvicinato e prolungato persone che, tra loro, in comune hanno poco o niente: i giovani tecnologizzati seduti davanti a dei pensionati ancorati al secolo scorso, il fanatico di statistiche sul calcio accanto a Shanti, fotomodella dalle labbra di gomma.
    È il treno a ricordarci che il concetto di educazione è connesso al sofisticato, all’artificiale; le buone maniere non sono naturali e valide ovunque nella stessa modalità.
    Luigi De Luca ha la capacità di farci sentire passeggeri sempre in osservazione e sempre sotto osservazione; chiunque passando lungo il corridoio può sbatterci la borsa addosso alla spalla, chiunque può in modo più o meno consapevole condividere con noi le foto scattate in vacanza o una conversazione con l’amica.
    E il ritardo, il vero incubo del viaggiatore. Trenitalia diventa, per molti, spesso il simbolo di cosa non funziona nel paese: vagoni sauna in inverno e carrozze freezer in estate; tra gli sprechi e l’inefficienza, la gentile clientela protesta contro controllori non di rado in debito di pazienza.
    Cronache Ferroviarie è un libro divertente ma non solo: parla di noi, e dell’Italia, come fosse il pamphlet di un sociologo.

    [... continua]