username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Alessandra Diodoro

in archivio dal 31 mar 2008

10 dicembre 1973, Pescara

21 gennaio 2009

A vita bassa

Intro: Un torneo di scacchi da vincere, una coppa da lucidare e da mostrare. Quattro amiche coltivano questa passione, o forse è un alibi contro la quotidianità? E’ vero che “chi ha delle passioni non sarà mai un perdente”?

Il racconto

Io colleziono multe.
Anche la parrucchiera dalle unghia lunghe colleziona multe.
Ci piace parcheggiare dove non si può, superare i limiti, mandare all’altro paese le sentinelle della strada.
Patrizia ha diciotto anni e non colleziona multe, non ha la patente.
La signora Letizia non ha mai avuto la patente, ha 79 anni. Io sono Angelina, nome a dir poco odioso, mentre la parrucchiera dalle unghia lunghe si chiama Perla, nome a dir poco inadatto. Io lavoro in banca. Io mi annoio lavorando in banca. Perla è una parrucchiera spaventosamente bella, ma ha le unghia troppo lunghe. Patrizia è appena entrata nel mondo magico e goliardico dell’università. La signora Letizia all’età di ventitre anni ha incontrato l’uomo della sua vita, uno scrittore di libri gialli molto in voga nell’Europa del Nord. L’ha sposato e ha vissuto come una principessa.
Ci riunivamo tutti i venerdì sera per coltivare la nostra passione: gli scacchi, strana per delle donne ma ancor più strana lo era per Perla, abituata a nutrire la sua mente con i pettegolezzi che le clienti le raccontavano nel mentre della messa in piega. Tutto avveniva in casa mia: due tavolini, quattro sedie, due coppie. La signora Letizia spegneva il telefono. Patrizia litigava con il ragazzo per essere con noi, lui non credeva agli scacchi. Perla progettava, ormai da tempo, la sua idea di tagliarsi le unghia: “Devo avere un’aria più seria il giorno del torneo del quartiere” replicava ad ogni incontro.
Le pareti rosa antico, i divani di pelle bianca, i tappeti dalla trama persiana e le lampade stile etnico, trasmettevano la tranquillità necessaria per la nostra concentrazione.
Si iniziava alla sera, entravamo nel nostro mondo incantato, ognuna con un regno da difendere e con un Re da salvare. Dentro il nostro regno vestivamo i panni di regine, servili alfieri, soldati pronti al sacrificio e di cavalli impazziti. L’incantesimo svaniva verso le tre della notte, e dopo aver rivelato le nostre impressioni e i nostri punti deboli, discutiamo di come vincere la nostra coppa. Non importa chi la vincerà, ciò che conta è che sia una di noi, così la terremo a turno. Perla la metterà in bella vista nel suo negozio. Tutte le sue clienti dovranno crepare d’invidia. La signora Letizia la mostrerà ai suoi noiosi balli di beneficenza e vi appoggerà un cartellino con scritto: “Non in vendita, mi dispiace per voi”.
Patrizia farà una sorpresa al suo ragazzo, lo lascerà a bocca aperta. Io la metterò sul tavolino del soggiorno. La luciderò, la guarderò, sarò fiera di me, peccato che non avrò nessuno cui mostrarla. Nessuno mi invidierà, né penserà cosa avrà mai di speciale una vittoria ad un torneo di scacchi.
Sono alta, sono bionda, sono magra, ho gli occhi verdi, sono bella. Sono sola. Naturalmente nessuno conosce il mio stato d’animo. Racconto sempre di fantomatici corteggiatori, di magnifici uomini che mi regalano gioielli donati in cene da fiaba. Ogni volta Patrizia mi ascolta estasiata, un po’ scoraggiata dalle cene a basso costo, offerte dal suo ragazzo.
Patrizia assomiglia ad un cerbiatto, gli occhi sono piccoli e vivaci e la sua figura esile ispira tenerezza. I capelli lunghi e neri, sono curati da Perla, che non potrebbe sopportare l’idea che possa tagliarli o colorarli. Perla non è sola, ha due gemelle di 15 anni, lei ha 38 anni, suo marito 56. Lei ama suo marito, anche se lo tradisce con Luigi, che ha appena compiuto 25 anni, solo per sesso, naturalmente. Ma tutto questo non è importante. Dobbiamo essere concentrate per il grande momento, per il torneo. Gli altri non capiscono, non potrebbero. Per esempio, i miei colleghi sono impegnati in venerdì distruttivi tra  pub e discoteche, in lamenti ululanti contro il lavoro servile del contare. I numeri ci guidano e comandano, fanno risultato e differenza. Laura, la mia peggior collega, è la vittima preferita del morbo. Folta chioma rossa, viso da bambolina, abbellito da lentiggini, corpo minuto ma ben fatto. La odio. Le hanno promesso una carriera, dei giorni di gloria. Ride di me.
“Il venerdì sera è fatto per divertirsi” dice ogni volta che mi incontra. Mi sfotte.
“Io mi diverto con i miei scacchi.”
Ma nessuno codifica le mie parole, le interpretano come dei suoni senza senso.
E tutti ridono.
Anch’io rido di loro.
Tutti ridiamo a spese degli altri, che sia l’unico modo per ridere dentro quella maledetta  banca.
Non importa, io aspetto il venerdì.
E proprio un venerdì, Perla ci ha mostrato il vestito che indosserà il giorno del torneo: la gonna, la giacca, le scarpe, ma Patrizia era distratta, ha litigato nuovamente col suo ragazzo.
“Mi aveva invitato ad un concerto rock questo venerdì ma io ho rifiutato, non potevo mancare ai nostri incontri.”
“Se tu fossi andata, avresti avuto bisogno di un taglio nuovo, i tuoi capelli non hanno più un senso”sbottò sarcastica Perla.
“Cara il tuo bisogno di un taglio nuovo per un concerto rock, è come il mio per un perizoma!” Esclamò Letizia.
Perla e Letizia si rispettano ma non si piacciono. Letizia non capiva come una donna che amasse il proprio marito, potesse tradirlo.
“E’ per non dimenticare che anch’io sono una donna desiderabile!” Rispose infastidita una sera di tanto tempo fa contro Letizia.
“Non capisco! Tuo marito non ti fa sentire donna?”
Perla non rispose e loro evitarono per sempre l’argomento, in fondo dovevano incontrarsi solo per giocare a scacchi.
Una sera Patrizia mi prese in disparte.
“Anch’io diventerò come loro?” chiese.
“Come?” risposi, fingendomi sorpresa.
“Come Letizia e Perla, hai notato che sono sempre un po’ malinconiche!”
“E’ solo un’impressione, non dar retta a ciò che dicono.”
Lei mi guardò perplessa, poi scrollò le spalle.
“Io non tradirò mai il mio ragazzo, lo amo.”
Le settimane passarono, il giorno del torneo si avvicinava. Durante tutto quel tempo avevo studiato le mie compagne e tutti i loro movimenti irrazionali mentre giocavano. Quando il campo di battaglia è pronto, le sfidanti, compresa me, si guardano negli occhi prima di iniziare.
Sarà l’unico sguardo che ci rivolgeremo, poi gli occhi saranno servi della tavola a quadri. La signora Letizia, si gratta il naso ogni quattro minuti. Patrizia instaura un duro gioco tra la lingua e i denti, uscendone alla fine della serata completamente martoriata.
Perla si concentra.
Io ho voglia di vincere.
Immagino che le pedine avversarie siano i miei colleghi. Saranno divorati dal mio desiderio di arrivare fino alla fine. Li vedo chiedere pietà, ma le loro teste cadranno e io le raccoglierò per farne palle da bowling, le ossa saranno i birilli. Quando torno in me sono felice, anche se ho paura della cattiveria che sento mentre gioco.
Ho paura.
Il giorno del torneo arrivò.
C’incontrammo in un caffè, poco distante dal luogo dove si sarebbe svolto il torneo. Letizia, statuaria, si presentò con un tailleur prugna adornato da orecchini e collana in perle. I capelli erano raccolti e gli occhi, di un azzurro invidiabile, erano ben truccati. Il viso lungo e sottile, risaltava, grazie ad una cipria dorata posta sugli zigomi. Le labbra, contornate dalle sue affascinanti rughe, erano abbellite da un rossetto rosso mattone. Arrivò in compagnia di due amiche, anche loro avanti con l’età. Erano minute e Letizia balzava agli occhi come una dea.
Perla, ben svestita, giunse con le gemelle e un uomo.
Luigi, lo psicologo delle figlie.
Notai che aveva tagliato le unghia.
Patrizia, trasandata come al solito, era con la madre.
“Vincerà, sarà la migliore.”Mi disse.
Sperai che avesse ragione.
Naturalmente anch’io avevo bisogno di un sostegno esterno. Pagai profumatamente la mia vicina affinché fingesse che si trovasse lì per me, impaziente di vedermi vittoriosa.
Elisa, 23 anni, studentessa, carina, svampita e abbastanza squattrinata da accettare la mia proposta.
Credo che passasse molto del suo tempo a rullare canne.
Tutte insieme andammo verso i locali adibiti al torneo.
Il nostro ingresso non passò inosservato.
Nei tornei di scacchi non vi sono molte donne.
Ci avvicinammo al bancone delle iscrizioni.
Dopo aver dato i nostri dati, ci guardammo.
Avevamo paura, paura di non farcela.
Poi ad ognuna di noi fu assegnato un numero, un avversario, una postazione e per la prima volta ci dividemmo.
Superammo il primo turno, poi venne il secondo e lì perdemmo Perla. Tutto questo le procurò un attacco isterico, calmato solo dall’intervento di Elisa, la quale le mostrò l’indirizzo di una “fantastica estetista”, specializzata nella ricostruzione delle unghia: “Fa miracoli!” le disse.
Al terzo turno, cademmo io e Letizia.
Ma Patrizia ci regalò il miracolo: la finale!
Ed eccoci tutte per mano a sperare e a credere che il sogno potesse diventare realtà. Ma il sogno si nasconde dietro ad una finestra, possiamo scorgerlo, chiamarlo, e pregarlo di essere nostro ospite, ma un vento forte lo porta via, e ci lascia solo un gelo, una speranza svanita.
Gong.
Il masso è caduto in testa, il giullare esce dalla scatola e grida: “Sorpresa!”.
Disastro.
Scacco matto.
Patrizia era all’angolo, non le restava che gettare la spugna.
La signora Letizia fece una smorfia che le deformò il viso. Perla si morse la  lingua.
Silenzio. 
Io mi volto verso Elisa, le do i soldi promessi e le dico di andar via.
Patrizia è immobile, gli occhi sbarrati, ha capito, poi la testa tra le sue mani.
Sconfitta.
La madre incredula scappa verso il bagno, farfugliando di qualche imbroglio commesso a danno della figlia.
Patrizia viene verso di noi riuscendo a mormorare a fatica: “Mi dispiace.”
Io risposi: “Non fa nulla, sei stata grande, il secondo posto è un bel piazzamento.”
Le bugie sono sempre state il mio forte, un secondo posto non ha lo stesso valore di un  primo. Nessuna di noi avrebbe mai esposto un oggetto che testimoniasse che qualcun altro era stato migliore. Nel frattempo la signora Letizia e Perla avevano iniziato una accesa conversazione. Non seppi mai  perché. Come un fulmine Perla venne verso di me e disse:“Lo sai che lavoro fa mio marito? No, naturalmente no, come potresti. E’ un ingegnere nucleare.” Poi scoppiò in una risata nevrotica, “Tutti pensano che per una donna sia terribile non essere accettata fisicamente, ma non c’è nulla di peggio che sentirsi considerate delle stupide dall’uomo che si ama.” Abbassò il viso: “Luigi è diverso.”
Sfortunatamente davanti a tanto dolore il mio stomaco ebbe una reazione alquanto strabiliante.
Attacco di colite acuto.
Lasciai Perla e cercai disperatamente un bagno. Quando vi entrai trovai la madre di Patrizia che guardava la sua immagine riflessa nello specchio. Era immobile come una statua. Si accorse di me. Con un filo di voce mi dice:
“Nessuno dovrà mai sapere che mia figlia ha perso, nessuno!”
Uscì e andò via, portandosi dietro anche Patrizia.
Io espletai il mio dovere intestinale.
Alleggerita lasciai il bagno.
Vidi la signora Letizia seduta su una sedia, aveva il viso stanco, dava l’impressione di un grande condottiero sconfitto dopo una battaglia.
Si alzò e venne verso di me.
“Mio marito mi ha tradito per una vita dicendomi che ero l’unica donna che avesse mai amato.” Poi mi strinse la mano e anche lei fuggi via.
Ormai ero rimasta sola, anche Perla si era dileguata con le gemelle, mentre Luigi sembrava fosse stato avvistato l’ultima volta con Elisa.
Poi, inspiegabilmente, la mia attenzione fu catturata da una sagoma a me per niente gradita.
Laura, la mia peggior collega!
“Cosa ci fa qui?” pensai.
Lei si avvicinò sorridendomi, e con la sua solita voce smielata e fastidiosa mi spiegò che era lì perché aveva saputo del torneo, e che non vedeva l’ora di vedermi all’opera.
“Sai ti invidio, tu hai una passione.”
“Grazie, ma oggi ho perso.” Risposi con gran fatica, non avevo voglia di parlare, anzi non avevo voglia di parlare con lei.
Ma Laura ridacchiò, mi baciò sulla guancia e disse: “Chi ha delle passioni non sarà mai un perdente.”
E per la prima volta guardai Laura.
Eccome se la guardai!
Io, Patrizia e Perla ci rincontrammo al funerale di Letizia. Ci sedemmo ognuna accanto all’altra, senza dire una parola. Quando la funzione terminò ci separammo, questa volta per sempre.
Spero che siano felici.
Io lo sono, continuo a collezionare multe, ma la mia felicità è negli occhi della persona che amo e che incontro ogni mattina nel letto.
La mia Laura.

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento