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Poesie di Alessandro Bosca

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  • 16 agosto 2008
    L'uomo dentro di me

    Certamente ti domanderai chi sia l’uomo
    che parla ad oltranza con le mie labbra ed ogni
    volta ti lascia incerta a masticare il dubbio
    d’ aver perso il senso e l’occasione.
    Non è un uomo per te, bambina che raccogli
    fiori e li perdi lungo strada, non è uomo per te.
    Ti si scioglie fra le mani e, benché tu abbia ragionevolmente
    esperienza ed audacia, non ne puoi trattenere la sostanza.
    E’ un uomo di ritmi sincopati, in controtempo
    e tendenza, un abnorme vuoto di posizione; si
    muove, sempre restando lì, eppure non lo vedi.
    E’ un uomo maledettamente vecchio, benché il
    suo volto sia intatto e scevro dai segni del tempo.
    L’uomo che ora guardi ha trafitto un amore antico
    per guadagnarne il cuore e berne il succo, ma è retrogusto
    di fiele che ormai gli guasta il sapore di ogni cosa;
    è un uomo che parla e non dice e per ogni
    istante d’amore perde una vita.
    L’uomo che ora guardi non ti guarderà
    e nelle sere di appassionata malinconia
    maledirà d’averti amata sottovoce; in quel
    singolare anfratto tra fuga e necessità
    si ciberà di te e di te si nutrirà e mi piace
    pensare che, infine, a tuo modo tu gli appartenga.
    L’uomo che vedi quando mi cerchi
    è lo stesso che, inseguendo i tuoi occhi,
    dopo averti trovata rinnega lo sguardo
    e ricorda d’ avere una sorte di provvisorie dolcezze.

     

    L’uomo che guardi, bambina che raccogli  fiori
    e li perdi lungo la strada, son io soltanto;
    dunque temi per quel che c’è da temere,
    raggranella i sogni che devotamente deponi
    sulla mia strada e lasciami andare.
    Non c’è posto nei posti di questa vita che
    possa concedermi giaciglio; io sempre
    ritorno a partire ed inciampo, perché soli
    si cade più spesso e più spesso si riguadagna
    la via. Son io l’uomo che guardi e disegno il giorno,
    crudele e smanioso, in cui mi scorderai, quando
    finalmente andrò diritto per strade traverse
    e ti lascerò sulla porta di casa a cullare la vita.
    Solo ti chiedo di accendere un lume sottile nel
    tuo giardino, perché a volte ritorno e potrei una sera
    fermarmi a fumare sotto quel patio.
    Temi quel che c’è da temere, di me e dei miei
    occhi esiliati, lasciali giustamente bagnare di memorie
    sconfitte… io son stato così, ricordalo ancora; son stato
    un brevissimo autunno e se niente mi appaga e mi scalda,
    niente m’appartiene davvero.
    È nuovamente l’ora di Altrove, bambina che raccogli
    fiori e li perdi lungo la strada, dunque volgiti indietro.
    Sarò disordinato e tremante nel prender la via;
    in fondo amare è stato al tempo un buon mestiere
    e potrei desiderare nuovamente di sgretolare
    la mia pelle al calore terribile di te e di lasciare
    che siano le tue mani, ancora le tue mani, a  percorrer le mie.