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Poesie di Alex Prosperi

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  • 25 giugno 2011 alle ore 16:52
    In bocca mi hai messo una rosa fatata.

    In bocca mi hai messo una rosa fatata,
    dipinta a intenzioni che sanno di brina,
    ma, a punta di spillo, ti ha punto una spina.

    E senza che un grido potessi spedirti,
    lasciando il tramonto, hai scelto il silenzio,
    che a te meno male facesse, credendo.

    E un vento impetuoso adesso distrugge
    fra raffiche e tonfi, la mia livarda.
    Ho voltato le spalle a un'aurora bugiarda.

  • 25 giugno 2011 alle ore 16:49
    Ballerine

    Le nuvole corrono,
    attaccate con un filo
    alle lancette del tempo,
    veloci si perdono,
    non ritornano mai.

    Gira la ruota, gira
    sui fiordalisi che non sorridono più,
    sulle orme dei passi divisi
    che non si vedono più,
    nell'eco lontana di gridi forsennati,
    che non s'odono più.

    Sopra gli occhi,
    cerchi d'oro
    suggellano la fine,
    schiacciati e pesanti
    di lacrime e sole.

    Quante cose ho visto passare
    fra le tue gonne di seta fina,
    mentre tu non c'eri,
    quante cose ci siam persi!

    Volti secchi nell'ora del mattino,
    matti come cani incatenati,
    disegnano intorno,
    nell'aria più che umida,
    un tipo di morte
    che è proprio uguale alla nostra.

    Portateci in dono, non fiori,
    ma diari che ricordino
    di questo splendido amore,
    quando insieme moriremo anche noi!

    Frugo nella notte della mente
    per cercare una soluzione,
    ma soltanto ritrovo
    i gesti incosulti di un qualche rancore,
    le mani rugose di un ripensamento,
    una solitudine che schiaccia
    e nessun problema vero.

    E non so darmi pace.

    Mi mancano i tuoi addii,
    più di ogni altra cosa,
    che a quelli, più di tutto,
    mi sono affezionato.

    Troppe volte mi hai lasciato
    a guardare il tramonto da solo,
    con in mano un remo spezzato
    ed un fiore
    senza petali ormai.

    Il suo profumo nella notte,
    l'odore di quelle onde,
    m'incatena a te,
    come la luna fà
    ad un lupo mannaro.

  • 07 marzo 2011 alle ore 20:15
    Non altro, più che la vecchiaia.

    Non altro, più che la vecchiaia, ripudiavo maggiormente
    prima che io t'incontrassi.
    Adesso che t'amo, sarei capace di stare allo specchio
    a contare con te ogni ruga diversa
    sul mio volto, ogni giorno, ch'appare.
    Null'altro che onde del mare, veloci e sinuose,
    erano i miei letti d'amore nelle sere d'estate,
    palme rigogliose erano le sole mani d'ombra
    quando giungevano le ore dell'ozio,
    spiagge roventi incalzate dal sole,
    i miei campi infiniti dove correre altrove;
    e nient'altro che queste desiderava il mio cuore,
    prima che io t'incontrassi.
    Adesso che mi hai conosciuto,
    io non aspiro che ai venti freddi del nord,
    che ti scompigliano adesso i capelli stupendi,
    o le bianche scogliere lontane di Dover,
    che ti danno adesso una parvenza d'orizzonte,
    o gli infiniti campi verdi sprofondati nella nebbia,
    che non ti fanno dormire neanche un minuto;
    e nient'altro che quelle adesso io cerco,
    pur di starti vicino.
    Non c'erano occhi o parole in essi, d'amore,
    nei volti a serrande socchiuse per le strade in cui vagavo,
    che a me interessassero per anche un solo istante.
    E nei mille e più mille che risplendono adesso,
    nelle notti o al mattino raggianti calore,
    nient'altro che miseri soli io vedo,
    ora che ti ho coosciuta.
    E se all'orizzonte miravo lo sguardo
    fantastici viaggi di uomini soli vedevo,
    le facce nascoste del rosso del cielo,
    le nuvole rapide nel mutare candore
    o le corse di bimbe sulle strade dell'aria;
    nient'altro che miseri sogni essi sono
    adesso che t'ho conosciuta.
    E se all'orizzonte io miro lo sguardo
    te vedo,
    lontana
    e i tuoi occhi enormi sopra il mondo.
    E non viaggi o uomini soli, non corse di bimbe o nuvole strane,
    nessuna faccia io vado cercando,
    ma te,
    lontana
    e i tuoi occhi enormi sopra il mondo.

  • 31 gennaio 2011 alle ore 21:15
    Dai gialli piedi vecchi.

    Dai gialli piedi vecchi,
    rugosi e stanchi, il letto ha dormito
    non bene questa notte,
    le onde della sera si sono prese a botte
    dentro le dolenti note di settembre...

    perché nei sogni, vermi
    rabbiosi affamati han stretto stomaci
    un po' deboli di artisti,
    cani randagi son scappati nelle strade
    e ora i bambini gridano:

    "Per quanto ancora resteremo appesi al niente
    stringendo con i denti un minuto che comunque
    andrà via, via per sempre?

    Per quanto dietro gli acquazzoni delle gote
    noi canterem parole vuote, oblii che ci incateranno
    come tele lasciate a metà?"

    I soli del mattino
    si son persi dentro il grande stomaco
    dell'orco dell'autunno,
    le stelle delle notti che ci cullavano
    l'hanno uccise i fucili dei lampioni.

    E ci rimane il buio
    dai denti affilati, gli occhi come cani,
    ti spiano dall'alto.
    Le canne mozze sparano dal tempo assassino,
    come campane al tempo di settembre.

    Perché se guardi bene,
    dentro i campi coltivati non rimane
    che le luci di trattori,
    che le distese buie, rotoli di vita e fieno
    e ora anche i bambini sanno...

    "Che non per molto resteremo appesi al niente,
    spaventati dalle figure insolite di spasmi trascendenti,
    chiedendo con i denti...
    perdono ai figli."

    Lascio cadere quì
    questo
    putrido di pianto,
    e rimango nell'ombra di un prato di camelie,
    mentre mi crogiolo nel sonno!

    Scrivo a te
    un poco per amore
    un poco per paura.

  • 28 gennaio 2011 alle ore 18:19
    Esse.

    Sostano adesso
    silenti e sommessi
    i sussurri dei sassi.
    Stan sotto le stelle,
    a guardare quell'astri
    che 'l sommo signore
    un dì pose lassù.
    S'alzano adesso
    i sussurri dei sassi,
    s'insuinano bassi,
    simili a passi,
    nella sabbia dorata.
    Poi s'ergono e stridono
    e ora son salti,
    son fischi e siluri,
    saette svettanti
    si spingono al cielo,
    maestosi, sonanti,
    si sente un gran suono,
    uno soltanto
    un sussulto
    un singhiozzo,
    poi un pianto:
    sollievo astrale:
    adesso i sassi
    le posson toccare,
    le stelle lassù.

  • 28 gennaio 2011 alle ore 18:16
    Elle.

    Lunghe le languide lingue
    lambiscono limpide lune leggere
    lasciandole lente levarsi nel volo
    ululante di un lupo dal volto
    coperto di vento e di lana,
    l'ombre di liane liscissime
    aleggiano logore sulla livrea
    del lembo di pelle che sulla tua schiena
    albeggiante s'allunga e si stende,
    bellissima e vera.
    Le ultime piume dell'ali di vello
    del bianco cavallo alato
    si stan lentamente perdendo nel limbo:
    veloce puledro, raggiungila in fretta,
    lasciata lì sola nel letto m'aspetta,
    bellissima e vera.

  • 28 gennaio 2011 alle ore 18:13
    Semisonetto

    È come il delfino,
    che perdutamente innamorato del mare,
    rinunciò alle quattro sue zampe di cane
    per delle grigie pinne con cui nuotare.

    È come il lento
    scorrere inesorabile di nuvole gialle,
    che le forme di quelle muta ogni volta
    nell'andare dove più mancano al ciel.

    È come aspettare che sbocci quel fiore
    nella timida nube sua verde che s'apre,
    rosso nei petali, dolce di miele.

    O è come le spine che pungono l'ape
    nel ronzare all'orecchio dei notturni intestini,
    gialle di bile, amare di fiele.

  • 28 gennaio 2011 alle ore 18:12
    Dimmi soltanto

    E se in questi giorni di pioggia continua,

    nel vento impetuoso che ci scompiglia gli animi

    e ne fa una razzia, tu mi dirai che piangi

    ritorta nel letto sudato, quando viene la sera,

    che il ventre ti brucia malato quando pensi a quei baci,

    quando li vedi sfuggirti lontano, indietro, veloci,

    e sai che non torneranno se non come versi vani,

    che stringi nient'altro che aria fra le tue vuote mani,

    che picchi nel buio i pensieri sul muro e nel letto

    accanto ricerchi un calore che non trovi e disperi,

    che niente consola la tua sete e sabbia in bocca sono

    tutti gli altri occhi, tutti gli altri visi, tutti gli altri amori,

    che giungi al mattino disfatta, stanca, sconsolata,

    per avermi chiamato a gran voce nel sonno, per avermi cercato,

    e non avermi trovato,

    io girerò la testa dall'altro lato,

    andandomene, ignorandoti, come fa la notte coi cani...

    Ma tu dimmi, dimmi soltanto che per un minuto non mi pensi

    e morirò d'amore,

    piangendo lacrime amare nelle sere più nere

  • 28 gennaio 2011 alle ore 18:11
    Pensieri serali.

    In questa giornata che mi appare lenta,
    lenta sinuosa si muove la sera
    fra i lucidi specchi avanzati dal pranzo.

    Giochi di polvere sulla mia finestra,
    ...ricordano dita e sottili effusioni
    spezzate dal tempo, uccise dal pianto.

    Volano bassi gli incauti piccioni,
    odore di antico ora va per le strade,
    c'è fumo e davanti a un semaforo spento

    resta impassibile, ha gli occhi di vetro,
    ha borse pesanti e figli già tanti,
    dalla pelle scura, una zingara stanca.

    Ho colpe sul petto e mi pesa la schiena
    perché troppe volte ho pregato in ginocchio,
    nel buio di scale e fra auto rafferme.

    Violenta stracciavi poesie ed immagini
    profumi non restano ed occhi non guardano,
    ma una parola ho da dire al mio vento:

    "Vento non porti che gelido inverno
    su valli spinose che il sole ha scaldato,
    sull'arida terra che frutti non colse.

    Sui giorni di luglio afosi e affannati,
    sul sale di gote da carezze asciugate,
    sui fiori non nati nonostante l'estate.

    Che il mio ricordo, dolore più atroce,
    fra mosche affamate sarà seppellito,
    nel luogo più antico dove mai v'è la luce!"

  • 05 marzo 2010
    Specchio

    E non vedo che un ciel così bianco
    negli spogli miei occhi al mattino,
    'che nella notte più nera, io urlando,
    ho sporcato la mia gola di vino,
    e 'l vacuo sostar poi mi prende
    lì dinanzi a quel vetro rigato,
    e nel mare dei tuoi poi si perde
    il triste animo mio, ubriaco.
    E strillai la mia pena a quegl'occhi,
    in un Marzo bambino e piovoso,
    che dispero poiché alle tue fonti
    io la bocca non so o non oso,
    ma un ciel si sospeso lontano
    no, non pote di certo sentire
    di mare il bisogno, di un gabbiano
    fra le vele il secco stridìre
    e restarono gli urli sospesi
    fra il cerchio del nuovo mattino
    e il fondo più scuro dei sensi,
    come piccoli bachi di lino.

  • 02 marzo 2010
    Poesia della Buonanotte

    Perché Dio...
    è un bambino dormiente,
    che gioca distratto
    con la vita dell'uomo.

     

    L'uomo sta appesso dai piedi,
    come un pollo
    alla sua piccola giostra,
    e i suoi sogni di bimbo
    la muovono piano,
    piano, sopra la sua testa.

     

    E quando arriverà il mattino
    a svegliarlo,
    da dietro le spalle dei monti,
    tre le nuvole bianche
    che muovono piano,
    affiacciandosi alla sua finestra?

     

    Quando le ninne nanne
    che lo fanno dormire,
    nel girare in tondo
    monotono dei fili
    del suo vecchio carillon
    troveranno pace?

  • 02 marzo 2010
    Jazz per me

    Nell'aria c'è un jazz che suona, stasera per noi,
    sul lago tremanti le stelle più belle improvvisano un ballo,
    gli occhi tuoi azzurri mi dicono piano: "Dai! Prendici, se vuoi!"
    mentre i ragni e i folletti giocosi si rincorrono in tondo fra gli olmi...
    e bianca la Luna dall'alto si gusta lo show!

    Accarezza la pelle e scivola piano l'argento-rugiada
    sopra le ciglia, i cigni del lago disegnano cerchi,
    la notte fumante applaude, seduta rimane, è come incantata
    al suo tavolino, che beve il suo gin, intorno c'è un pub ch'è fatto di specchi...
    e l'erba intanto s'unisce e balla come può!

    E' il jazz che continua e che ritma gli amplessi e l'amore,
    è l'erba bagnata di pianto e sudore, ma pianto di gioia,
    che stuzzica i tuoi piedi nudi e farfalle dallo strano colore
    che volano in cerchio seguendo la giostra di fumo, scacciando la noia...
    s'uniscono anch'esse e adesso vedessi che show!

    E poi tutt'un tratto si sente un suono più secco e più duro,
    è come un tuono, un rombo o cannone, sicuro non è il trombone!
    Spia una luce i vestiti gettati sull'erba, si dirada il mistero,
    si alza la luna e la notte si paga il suo gin, stan chiudendo forse il locale?
    Voglio restare, ti prego mio amore, ancora un po'!

    Ma il capo da dietro il bancone mi intima una consumazione
    o sarei gentilmente pregato di andare e lasciare il locale,
    la brina d'argento adesso è sudore, sudore e paura ed agitazione,
    le luci di stelle son fari accecanti che agli occhi adesso mi fanno anche male,
    è stato un sogno bellissimo, è finito però.

    E adesso io son solo sul letto che aspetto il dormire,
    mi ha detto però che ha da fare da un'altra parte del mondo
    e scendo giù in strada cercando un posto o qualche altro bel sogno,
    ma trovo soltanto un buco in cui ratti non suonano e stanno a marcire,
    di sicuro non è questo uno show.

    E la pioggia che cade sui vetri rigati disegna figure,
    le goccie mi invitano a uscire fra i cani randagi e quel suono
    ricorda sai tanto il suono del vento fra i rami e le foglie,
    di certo non me ne starò qui seduto in questo così lercio covo:
    fuori adesso comincia uno show.

    E nell'aria c'è un jazz che suona, stasera, per me,
    mi fa compagnia e seduto nel vento io lo sto ad ascoltare,
    e gli occhi tuoi azzurri mi ricorderò non sapendo perché
    piangendo, gridando il tuo nome un giorno, andando sul mare...
    dicendonti amore non senti, non senti che show!

  • 29 gennaio 2010
    Notte

    E sarà come nel vento
    perdersi.

  • 29 dicembre 2009
    Psicolabilia

    Ieri
    uno psicolabile aggredì Silvio.
    Oggi
    una psicolabile aggredisce Giosef.
    Domani
    psicolabili aggrediranno il Padreterno
    e finalmente saremo
    salvi,
    liberi dalle catene,
    emancipati
    e non più schiavi.
    Cadranno i regimi subdoli mascherati da democrazie buoniste,
    cadranno i re buffoni e demagoghi,
    cadranno i papi vestiti di ori,
    spariranno!
    Spariranno i loro seguaci tutti!
    E mai più
    NOI
    saremo discriminati.

    Psicolabili di tutto il mondo unitevi!

  • 22 dicembre 2009
    L'incendio sulla collina

    Di grigio si copre il cielo tutto,
    di grigio si copre il cielo fin là,
    fin là,
    fino a dove l'occhio umano può arrivare
    e nella cenere bollente ballano amare
    giostre di fumo..
    e poi nero!

    E poi un nero fa la volta a lutto,
    un nero scuro avvolge l'aria,
    scoppia,
    scricchiola, spara il rovo nell'incendio,
    nell'incendio la collina sta fumando
    e sta crollando,
    crolla nel nero!

    Accorrono veloci
    sguardi curiosi alle finestre,
    e altra gente
    arriva adesso dalle strade!
    E anche il cielo
    da lassù, sta guardando
    l'inferno che da questa terra ora sta montando.

    Salendo...
    sale...
    salgono le punte delle fiamme
    come capelli biondi e rossi
    dal vento ...sui colli mossi,
    E sempre più
    s'allungano,
    s'intrecciano
    sugli ulivi ruvidi e invecchiati,
    nonostante queste fiamme...
    guarda la!
    Quanti sguardi ghiacciati!
    Inorriditi,
    spaventati,
    incantati
    da quel rosso che ti brucia in volto,
    dal quei gialli che s'accendono di colpo,
    è l'incendio che prende corpo,

    ... è l'incendio che mangia la collina.

    Ma tranquilli che giù verrà la pioggia
    prima o poi vedrete pioverà,
    pietà avrà
    quel cielo alto, così sù, senza colore,
    quel cielo stanco, muto, senza umore,
    fatto di niente,
    fatto di blu...

    E poi l'acqua spengerà il torrente
    di fuoco e fiamme che avvolge l'aria,
    pietà avrà!

    E piove!
    Ecco che piove!
    Scende giù
    gelido pianto bianco
    a rinfreddire
    l'infermo che da questa terra stava montando...

  • 18 dicembre 2009
    Marta

    E'...
    una sera strana, come tante,
    in questo freddo inverno
    e...
    già forte tira il vento,
    solo nebbia e neve dentro io sento.
    Fra...
    gli amici, a casa di lei,
    che...
    fra i santini imbottiti di guai,

    ... che stanno suonando e brindano ancora,
    e ballano, intorno girando i volti già rossi di vino,
    corrono i gatti saltando sui muri
    rincorron le luci,
    attorno io vedo soltanto
    gli sguardi felici...
    ... lei che mi siede accanto,
    parla e ride tanto,
    guarda davanti e beve un bicchiere
    fa un giro di danza si mette a sedere
    e cade da foglia sulla mia schiena,
    Fa "Ciao!"
    Nella mia testa rimbomba il secondo
    sotanto e nient'altro e adesso la sera
    muore e la notte di cotte ora è piena...
    E' il Caos!

    Così io...
    resto attonito e immobile
    giocando con un accendino,
    pensa...
    pensa tu che serata,
    e un bicchiere di vino
    mi dice "E' la vita!"

    E nascosto,
    quasi sgomento,
    sdraiato fra
    i miei pensieri,
    ero geloso
    anche del vento
    che le accarezzava
    i capelli!

  • 10 dicembre 2009
    Il Poeta senza Biografia

    Se passeggerai
    lungo le notti nere,
    scostando i tuoi guai,
    pieni di vino e tabacco
    e di gente,
    e attento sarai,
    sotto quel ciel così
    rosso di lampioni,
    sotto un ciel così
    carico di niente...

    ... guardando in basso
    sotto un portone
    sopra delle scale di gesso,
    un viso cupo,
    un senza nome,
    un uomo un po' depresso:
    è un poeta di periferia,
    un po' ubriaco,
    un po' saggio e un po' fesso,
    come i vecchi di osteria.
    E sembra un mago...

    E se lo ascolterai,
    dentro le storie sue,
    piene di guai,
    di vino nero e di tabacco,
    di gente
    di fuori città,
    di nomi strani e eventi,
    di puttane e maghi,
    di eventi strani e storie
    soprendenti...

    Oh entrerai,
    in mondo fatato,
    che prima mai
    avevi visitato...

    "E saliamo quelle scale
    là le vedi? Vien con me, ti porterò,
    dammi le mani,
    E sta attento a non perderti nei boschi,
    qui è pieno di lupi,
    ci son tanti e tanti volti duri e cupi che di certo
    non sono nostri amici,
    stai vicino, vuoi del vino?"

    Barcollando e reggendosi
    ai portici sporchissimi,
    fra i cani,
    tra le catene ed i pasti freddi,
    l'odore di quel fumo,
    mi disse lui, mi disse "Sai, non si mangia,
    no, con la poesia
    e sarò per sempre un poeta,
    senza biografia!"

    Il tempo passa
    per tutti
    e ogni sera
    che ripasso la,
    la, non c'è neanche più l'orma
    dei suoi fogli rubati a qualche cestino,
    non c'è più il vino,
    non c'è l'ebrezza
    e niente viaggi verso mondi
    senza scienza e sicurezza,
    non c'è più, lui non c'è più:
    è andato via
    e nessuno sa dove
    o si ricorderà di lui,
    del senza nome,
    sia perché,
    no, non si ricorderanno di me,
    di me solo,
    che di lui ho scritto,
    sia perché
    forse no, no, non esiste,
    è un riflesso,
    forse perché
    è solo dentro me,
    o forse perché sono io stesso.

  • "Questa è la città
    dove tutte può essere" disse
    quell'uomo anziano, sull'ottantina.
    Se ne stava seduto là
    sopra quel muro a strisce,
    beveva piano piano un vino da cantina.
    Barba incolta, bianca, folta
    da sapiente
    e dal berretto di lana giù,
    due ciocche scarne sulle tempie.

    "E non lo vedi là,
    dove ora brucia il sole?" E puntò
    il dito verso i palazzi in lontanza,
    "Là prima c'era, sai,
    una grande vallata, una collina,
    e verde, alta fino al cielo, una speranza"
    Seduto sopra quel muretto
    diroccato,
    attorno l'edera dell'età
    che gli cresceva sul costato.

    Questa è la Città in cui tutto può accadere
    e se ci credi,
    chiudi gli occhi, alza le tua braccia e le pareti
    spariranno
    via d'incanto.
    Scenderà giù una pioggia verde brina
    e le selve
    ripopoleranno il mondo nella strade e le belve
    divoreranno
    tutto l'asfalto.

    E poi non lo so
    cosa accadde, ma quell'uomo
    seduto, in piedi si alzò e un tridente
    poi sì lui, impugnò,
    alzatolo al cielo venne un tuono
    giù di schianto e tremò l'aria stridente!
    E venne giù la pioggia
    impetuosa,
    ora le strade eran fiumi,
    e sui muri si arrampicavano rose.

    Cavalli bianchi
    senza scudieri,
    grossi leopardi e gazzelle e al di là,
    al di là dei colli,
    monti, distese
    e valli,  grandi valli e nella Città...

    dove tutto può essere,
    tutto fu, così di colpo, in un lampo
    cosi fu, tutto cosi come in sogno...
    un sogno magnifico.

    Poi...
    una luce si accese di scatto,
    nella stanza ci fu
    luce,
    si ruppe il sonno, il risveglio brutto...

    ... e la Città
    dove tutto può essere, piano,
    piano scomparve dentro nell'aria,
    fuori un'altra città
    incombeva di macchine e suoni,
    motori e grida, di gente e baldoria.
    E sparì quella mia città
    troppo bella,
    io scoprii che era solo nei sogni
    che tutto può accadere davvero.

    E quell'uomo la,
    divenne bronzeo e nero e fermo,
    impugnava il tridente di ferro a destra,
    e verso la,
    fra quei palazzi in lontananza
    punta ancora le ferma sinistra,
    ma la forza non ha,
    di distendere
    il braccio alto al cielo, l'aridità
    di statua... lo costringe a...

    ... Sognare una città...
    dove tutto può essere senza
    poter fare niente per farla crescere,
    struggente avrà
    lo sguardo perso dentro
    quel vuoto sogno e io spento
    mi incammino verso
    la solita
    mia triste città, mia triste realtà,
    ma sognando ancora, ma...
    sognando ancora, ma...
    sognando ancora...

  • 23 novembre 2009
    Via Petroni 19

    E' passato quasi un anno
    dal quel novembre lì,
    ma dov'è quel tuo portone?
    Quasi non lo vedo più
    quando passo fra i kebab e i poliziotti
    e tra il fumo e chi lo cerca e chi lo dà,
    che poi non si sa mai com'è
    che ce n'è mai quando ti serve,
    e che tutti dico tutti
    ne chiedono a me...
    Ricordo quelle scale grigie,
    tu che aprendo mi sorridevi felice,
    la polvere come cornice
    alle finestre alte,
    ricordo l'odore di vernice
    che sembrava sempre fresca,
    appena passata,
    ricordo i tuoi libri, i tuoi film, i tuoi dischi,
    da studentessa acculturata,
    ricordo quelle notti languide,
    le coperte buie,
    le tue gambe nude
    e là in fondo in fondo
    quei due piedi scalzi
    belli come è bello il mondo...
    ricordo un mondo
    e ora dov'è?
    Tu te ne sei andata,
    non sei più in quella casa,
    ed io penso che mai ritornerò
    a varcare quella soglia
    quella così dolce aria
    che mi metteva quella strana voglia
    di fare all'amore con te...
    non rivedrò mai più tutta la gente
    che vedevo mentre arrivavo
    e la guardavo innamorandomi sempre
    di ogni faccia
    che mi passasse davanti,
    non penserò mai più...
    non penserò più ai fiori
    e ai quadri da regalarti,
    i miei colori sono ancora là?
    Sei ancora tu, è ancora la nostra città?
    ricordo un mondo sorridente,
    ma dov'è?
    e perdonami la metrica
    cosi senz'alcun metro,
    in Via Petroni
    19
    ormai non c'è!

  • 06 novembre 2009
    L'inno del rancore

    E oggi il sole, in alto là,
    di una strana luce
    raggiava,
    quasi la porta, da qui sembrava,
    fra il pallore e il gelo,
    fatta schiava,
    di quell'istante di fioca luce,
    di pace dal cielo,
    di rugiada.
    Ed io quasi venni rapito
    dalle giostre ariose.
    Cantava...
    ... nel passo lento,
    un uomo scuro in volto,
    parole strane,
    che ben non riuscivo a udire,
    ma...
    suonavano come
    un inno al rancore,
    per tutto il rumore subito in quegli anni,
    per tutto il dolore, per tutti gli affanni,
    che sulla schiena ha dovuto portare
    senza mai l'ombra di un grazie.
    Per la miseria e per tutto la fame,
    e tutta la pioggia in un cappello vuoto
    per solo il colore di un soldo bucato,
    senza mai l'ombra di un sorriso.

    E sulla strada ormai se ne va,
    con una strana luce
    che l'attorniava,
    e la magia della mattina,
    subito, di ratto si spense,
    già pioveva,
    ancora l'uomo, la che cantava,
    piano, piegato avanzava...
    Cantava...
    nel passo cupo,
    quell'uomo scuro in volto,
    parole secche come un rombo di tuono,
    parole fredde,
    come la morte fredda,
    come l'inverno che adesso arriva
    a noi...
    suonavano come
    un inno al rancore,
    per tutto il cielo che ha visto passare,
    e per le donne che non ha saputo mai amare
    per tutto il dolore di un cuore spezzato,
    per un suo cane ammazzato...
    Per tutta la gente che ha visto morire,
    per tutte le mamme che ha visto pregare
    Dei che non hanno mai avuto pietà,
    per tutte le mine sulla città.

    ... Urlava al buio, il buio aspettava,
    nell'ultima ora, quella fatale,
    diceva: "Io, morso ormai dal rancore,
    io oramai che posso fare?"
    Diceva "Qui, qui sdraiato per strada,
    vedrò passare le mie ultime ore!"
    e mentre cantava, nel ventre cresceva
    grande una rabbia, grande un magone,
    "Mi piacerebbe sai, vedervi morire
    mentre gridate - Avevi ragione! -"

  • 02 novembre 2009
    Il sogno

    I giorni del sole che scaldava i viali
    bagnati di fresche rugiade autunnali
    si sono ormai rovesciati.
    C'è ora il buio soltanto e le ombre
    creano incanti e pianti e risate
    in queste sere ghiacciate.

    Ed i fari delle auto
    che corrono veloci
    verso chissà che strane, strane mete,
    i soffitti delle stanze
    già ornano di luci
    e nelle notti danzano le giostre.

    E mi piace camminare spensierato, a piedi nudi,
    su di un tappeto blu come la notte,
    che mi porti lontano dove non sono mai stato.
    Le foglie che cadon, mi carezzano le gote, e intorno
    il lago splende di mille magnifiche note
    sgorganti da fontane argentee e di fiori di pesco.
    E mi piace rimanere ad ascoltare il silenzio
    che fa nei movimenti dolci il fumo,
    nella giostra dei sentimenti che non ho mai urlato.
    E mi piace ascoltare nella notte il suo colore,
    quando le fate mi portano a sognare,
    e mille e più folletti si rincorrono fra gli alberi incantati.

    E vorrei guardarti e disegnarti, ricordare
    le tue labbra rosse, il tuo fiore,
    i tuoi capelli d'oro e il cerchio azzurro dei tuoi occhi...

    ... ma non riesco...
    questa notte non riesco,
    non riesco, me lo sento...
    non riuscirò a sognare.

    E se riuscirò a sognare,
    ti prego tu non fare rumore,
    vorrei svegliarmi e piangere
    come era una volta:

    Quando stavo ad aspettare
    la tua immagine speciale,
    ogni volta poi svegliarsi
    ed il mattino odiare.

  • 31 ottobre 2009
    Neve

    Neve su Bologna,
    circa un anno fa.
    Neve su Bologna,
    bianca la città
    rideva.
    Io lo sguardo là,
    in alto al cielo
    fissando i mille fiocchi bianchi
    che pian piano si facevano
    più grandi.
    E i pensieri si perdevano nel tango dei bisogni,
    e nel vento, fra quei fiocchi, frammisti ai più bei sogni
    volavano,
    si perdevano...
    Ed io lo sguardo là,
    perso là nel vuoto,
    fissando quei barocchi
    figli del ciel...

  • 31 ottobre 2009
    Caronte's Speech

    La morte giungerà con un sorriso,
    dai boschi, sopra due serpenti,
    dai boschi, dietro i salici piangenti,
    dai boschi, dietro i salici piangenti all'ombra
    e vi porterà lontano nella polvere da cui non si ritorna.
    Quando la morte giungerà
    avrà sul viso un sorriso,
    via vi porterà
    un corpo senza sangue
    via vi porterà
    con la falce che piange,
    con la falce che piange.

    La morte giungerà con un sorriso,
    dai boschi, in una notte bruna
    e appollaiati voi su di una poltrona...
    e appollaiati voi su di una poltrona puzzolente,
    vi ritroverà morenti là con un sorriso da demente.
    Con un sorriso da demente,
    con i denti in un bicchiere,
    senza più niente da dire
    con un culo da lavare voi vedrete arrivare
    due, gli occhi rossi, due, di un gondoliere.

    E la sua barba bianca,
    ed una luna stanca
    riflessa sullo Stige,
    dalle sponde nere,
    sarà l'effige
    del vostro miserere,
    ma il sordo pipistrello
    non ha orecchie per sentire:
    le porte dell'inferno
    già si stanno per aprire
    per voi.

    Non la sentite voi questa melodia
    che batte sulle costole dei morti,
    che danzano lugubri balli sulla riva
    aspettano che io li riporti
    con il mio vascello leggero
    dall'altra sponda del fiume.
    E intanto i remi, battono grevi,
    cadono in tonfi sopra le onde
    come gli uccelli senza le piume!

    Ho visto anime giunte fin qua
    con che coraggio chiedere pietà,
    senza più occhi ormai, scavati in fondo da
    la loro misera sciocca esistenza,
    dalle brutalità della loro scienza....
    Adesso piangono amare lacrime,
    inginocchiate a me, specchiate nel Lete,
    gridano, urlano un pianto sordo,
    gridano, strillano, come straziate,
    ma qui il dolore è solo un ricordo,
    la punizione che li toccherà
    sarà la morte per l'eternità.

  • 31 ottobre 2009
    Racconti di Paesaggio

    Dorme rosso un tappeto di foglie
    ai piedi degli alti faggi,
    dove planano arrugginiti
    rossi i miraggi.
    Dove la terra accoglie gli ori,
    dov'è il silenzio,
    i passi dell'uomo persi
    all'infuori del tempo.

    Cade lenta come sera una foglia,
    vi brilla sopra una goccia,
    Terra aspetta attonita l'inverno
    come la pioggia.
    Come la pioggia aspettano in mare,
    sospinti dal vento
    i marinai per sentirsi
    ancora parte del mondo.

    Nei sentieri dove dorme il mondo,
    dove giacciono i segreti del tempo,
    nei rovi delle aiuole d'oro,
    dove un momento
    è eternità,
    dove danzano rugiade di sera,
    dove danzano folletti di legno,
    nei fili di erba bagnati
    da gocce di sogno
    c'è la realtà!

    Rosso come i binari che vanno via
    dentro le notti che sanguinano
    dalle gole dei portici
    dentro la città...

    bianca una luna vecchia e stanca
    dorme sopra le macerie antiche
    guarda dall'alto i portici
    della città...

    Bianca come negli occhi dei cani la fame.
    bianca riflette la sua faccia per strada,
    ma rosso fra qualche
    ora sarà.

  • 31 ottobre 2009
    La tua lacrima d'amore

    "C'è un gabbiano sopra il mare,
    non lo senti annuvolare?"
    "Dove andrai?"
    Nella polvere e nell'ombra,
    mi lasciasti a immaginare.

    Mi dicesti "Non temere,
    piangerò una volta lì,
    non mi guardare!"
    E nel freddo aspetto ancora
    una tua lacrima d'amore!

    Sono lividi grigi sai, quelli che ho dentro!
    Sono frutto di ricordi marciti al freddo!
    Dal freddo, dalle botte ad aspettare te!
    E nel freddo aspetto sai, un tuo pianto!
    Di godere di un'aurora che sarà
    riflessa sulle tue salate lacrime... Lacrime!

    C'è un sole bianco sopra il tetto,
    vola un passerotto,
    dove andrà?
    Verso un luogo un po' più caldo
    cercherà il giusto posto.

    Entra dalla mia finestra,
    spia le ombre sul cuscino,
    ma non sa scaldare!
    E nel buio aspetto ancora
    una tua lacrima d'amore!