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Autore

Alexandrina Scoferta

in archivio dal 15 set 2013

Chisinau - Repubblica Moldava

segni particolari:
Non giudico, non offendo, non manco di rispetto. Non mi impongo e non impongo le mie idee, ma le difendo.

04 giugno 2015 alle ore 13:18

Occhi del colore della cacca di cavallo

Il racconto

Cristina ha gli occhi azzurri, non l’azzurro del mare, quello dei pozzi dai quali si tira fuori l’acqua con molta fatica. È un azzurro concreto, che conosce la terra, il sudore, la fatica e non sa nulla del mare, non l’ha mai visto il mare. La sua pelle è scura, abitata dal sole, abituata al duro lavoro. Cristina è bella, alta, ha delle belle forme e i capelli lunghi, dorati, luccicano come il grano al sole. Me la ricordo come fosse ieri, quando eravamo bambine: aveva lo sguardo di chi sapeva poche cose ma le sapeva molto bene, ero io quella che ne sapeva tante e male. Aveva le espressioni dei vecchietti con i piedi ben piantati per terra, erano le cose della terra che amava imparare, le cose che esistono e che sfamano, non come me che amavo l’invisibile, il labile, le nuvole. Io pensavo, lei agiva. Io mi incantavo, lei correva. Io inciampavo, lei saltava. Io raccontavo, lei faceva. I giochi li vinceva sempre lei, era più presente, più reattiva, più sfrontata. La invidiavo e la biasimavo allo stesso tempo: lei non capiva me, io capivo lei, ma lei non sentiva il bisogno di capire. Io avevo gli occhi del colore della cacca di cavallo, un marrone tendente al verde, erano distratti, viziati dalla bellezza di quei posti, illusi dalle promesse, insicuri e molto curiosi, così curiosi che si perdevano e Cristina doveva darmi un ceffone per farmi tornare alla realtà. I miei occhi erano molto insicuri, la mia vita, a differenza di quella di Cristina, cambiava in continuazione. La mia pelle era bianca, conosceva il lavoro, ma non quello duro. Mia nonna non mi faceva lavorare per bisogno, lo faceva per insegnarmi ad ascoltare la natura e il mio corpo. Le mie mani erano delicate, conoscevano bene i banchi di scuola, forse Cristina avrebbe studiato meglio di me se ne avesse avuto la possibilità. Mi piaceva parlare in rima, a tutti piaceva ascoltarmi, ero molto buffa con le lentiggini sulle guance, la voce acuta e la mia ‘’r’’ moscia. Una cosa in comune l’avevamo io e Cristina: la lunghezza delle nostre trecce, avevamo due bellissime trecce lunghe fino al sedere, “oro giallo e oro nero’’ diceva mio nonno. Dividevamo la giornata in tre parti, la mattina si lavorava, nel pomeriggio si giocava ai giochi che voleva Cristina e verso sera si saliva sul ciliegio gigante della nonna dove raccontavo le mie storie, erano minuti che preparavo con molta cura la notte prima di dormire, non ricordo se mi ascoltava veramente, ricordo che ero molto fiera di me stessa. Su quel ciliegio, una volta, ci eravamo promesse di non credere mai in Dio, perché Dio faceva litigare gli adulti tra di loro e noi non avremmo mai dovuto litigare. Non abbiamo mai litigato, ci siamo semplicemente perse, ognuna per la sua strada. Non so esattamente cosa mi abbia fatto smettere di telefonarle, il tempo passava e noi avevamo sempre meno cose da dirci. Le nostre vite diventavano pesanti e i pesi che dovevamo portare sulle spalle erano molto diversi e le nostre sofferenze cominciavano ad odiarsi a vicenda. L’ultima volta che sono stata a Casunca, le avevo proposto di salire sull’albero, in nome dei vecchi tempi. Lei mi rispose che non eravamo più bambine. Quella risposta fu una frattura definitiva tra noi. La verità è che io sono rimasta la stessa, io ci vivo ancora nei ricordi della mia infanzia, lei è cresciuta. Ha trovato un appoggio in Dio, è diventata una testimone di Geova, ha un lavoro, sa bene chi è, conosce bene le cose che fa e le fa bene, mentre io di tutto questo continuo a non capirci nulla. L’unica differenza in me è che io non la invidio più. I segni che porto sulla pelle e nel cuore non fanno più male né hanno più valore dei suoi, ma io mi sento meno sola con la mia solitudine. Io, il mio dolore, che lei conosce bene, lo accolgo a braccia aperte, lo guardo in faccia e lo interrogo come un bambino interroga un adulto. Lei, con il suo, che io conosco bene, sembra non averci nulla a che fare, lo lascia fuori dalla porta proprio come tutti lasciano lei fuori dalla porta quando cerca di diffondere la parola di Geova. Lei è ostile con tutti, io lo sono solo con me stessa, ci lavoro con me stessa, mi tratto come un bambino, mi faccio i discorsini, lascio entrare tutti in casa mia, anche il dolore, non voglio perdermi niente. No, non la invidio più, io un posto l’ho trovato sulla sedia scomoda della verità.
 

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