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in archivio dal 19 set 2007

Alice Garofalo

29 giugno 1982, Ragusa
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  • 19 settembre 2007
    Autoritratto (un interludio)

    Patisco la cardiopatia dell’Immenso.
    Ho desiderato l’Indefinito
    ancor prima di conoscerlo,
    così quando mi si è svelato
    ho creduto fosse il Concreto.
    Continuo a credere nelle stelle
    ed esse non sono che l’opaco alibi
    che mi ha estromessa
    dalla mia fetta di eredità terrena.
    Tutto mi consola,
    persino l’amarezza di sapere
    che ciò non è reale
    e assegno ad ogni pensiero
    solo un orgoglioso biasimo arido
    (l’unico gesto nobile di cui andar fiera
    nell’isterica cronaca della mia giornata).
    I miei passi sono sconnesse frenesie
    verso molteplici orizzonti che,
    per quanto vicini siano,
    difficilmente raggiungerò.
    E poi osservo ogni uomo che non è me
    e provo gelosia.
    Per la sua alterità
    e per le sue menzogne.
    Per tutto ciò che ha fatto di sé.
    Per me provo solo l’astio
    di quanto potevo fare
    e non ho fatto.

     
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  • 19 settembre 2007
    La fame

    Come comincia: Me la ricordo ancora bene quella notte.
    La sensazione adrenalinica della voglia di vivere mi spingeva addosso.
    Vivere velocemente, non fermarsi, divorare ogni istante, con i suoi odori, suoni, colori.
    Questa la mia dottrina.
    Famelica e mai sazia.
    La musica colava dalle casse surriscaldate, il motore su di giri e il tuo piede che spingeva al massimo sull’acceleratore.
    Ingordigia, fame di vita.
    Volevo raggiungere il tempo, braccarlo. Ma lui mi aveva già divorata senza che me ne rendessi conto.
    Ancora un colpo d’acceleratore, scali di una marcia, troppo poco…
    La curva è vicina, ma i tempi di reazione sono dilatati dall’ebbrezza. Credi di farcela, poi l’impatto, inevitabile.
    Non sei stato tu a schiantarti contro il muro, lui ti è venuto addosso. Io c’ero, l’ho visto!
    Subito dopo l’impatto una sensazione di pace, fradicia di sangue e benzina.
    S i l e n z i o
    L’effetto Doppler delle sirene, suoni disordinati, lontani che piano si avvicinano o forse vicini che lentamente si allontanano… non mi è chiaro lo svolgersi di questa scena. Ricordo solo il rumore che mi ha destata dalla quiete e la corsa frenetica in ambulanza mi ha reso di nuovo nervosa, famelica.
    Voglio ancora mordere la vita, ma ho la bocca impastata di sangue. L’unica cosa che sono riuscita a mordere è la mia lingua,tranciata di netto.
    Tengo gli occhi aperti, non posso perdere nemmeno un istante di questo spettacolo.
    Dietro la luce abbagliante di una piccola lampada tascabile, conficcata nelle mie pupille dilatate, riesco ad intravedere lo sguardo attento e premuroso di una giovane soccorritrice in divisa arancione. Avrà più o meno la mia età, e sembra serena, appagata.

     


    2

    Lei non ha più fame da un pezzo.
    Dove sarai tu?
    Ricordo bene la luce aggressiva delle lampade attorno ai chirurghi imbavagliati, con la fronte imperlata di sudore sterile, tutti presi a ricucirmi la nuca aperta in due punti.
    Due ferite profonde, ho perso troppo sangue.
    Qualcuno ha mormorato con voce mesta “l’abbiamo persa”.
    Nessun dolore, te l’assicuro, solo il puzzo di sangue misto all’odore acre del disinfettante.
    Ma nessun dolore.
    Il dolore lo provo adesso, invece.
    Straziante, mi squarcia il petto e mi inonderebbe gli occhi di pianto se solo riuscissi ancora a lacrimare.
    È una così piacevole sensazione piangere! Sentire le guance rigarsi di un liquido caldo, che cola giù lungo il naso e si insinua fin dentro la bocca… salato… mi fa venir fame.
    Ti osservo.
    Sdraiato nella mia vasca da bagno, con indosso gli stessi vestiti di quella notte. O meglio, di ciò che resta di quei vestiti, che ormai sono brandelli di stoffa, lerci di sangue e benzina incrostati.
    Ti sei reciso le vene proprio all’altezza della cicatrice, l’unico marchio dell’incidente visibile ad occhio nudo.
    Se in questi mesi qualcuno fosse riuscito a vedere le cicatrici che ti sono rimaste dentro, alcune ancora umide, ferite aperte che tu non hai voluto rimarginare.
    Se qualcuno ti fosse stato vicino, amore mio.
    Hai continuato ad infliggerti colpi mortali e anche le ferite chiuse hanno ricominciato a sanguinare.
    Ti guardo adesso, pallido nella luce asettica del bagno di casa mia, che sarebbe stata nostra se solo…


    3

    Maledizione! Vorrei aiutarti, ma non mi ascolti. Non mi hai mai ascoltato! Se lo avessi fatto adesso non te ne staresti disteso in quella sudicia vasca, rossa di sangue, che sembra che l’acqua sia scivolata interamente attraverso lo scarico.
    Sai cosa mi fa soffrire, amore mio?
    Tu non hai colpa, la colpa è solo mia, che ti incitavo ad accelerare, andare più veloce.
    Volevo soltanto raggiungere il tempo. Avevo fame, troppa fame quella notte.
    Ti ho contagiato parte della mia esaltazione, il gusto per l’eccesso, la bulimia della vita.
    Ingorda, non mi sono accorta del tuo amore.
    Stavi cambiando. Diventavi sempre più simile a me.
    Uguali le abitudini, i gusti, le passioni.
    Uguali le paure, le aspettative, le ambizioni.
    Ti stavo clonando…
    Vedi? La colpa è mia. Non lo volevo, lo sai e lo so anch’io.
    Ma guardati adesso. Prima di reciderti le vene ti sei aperto la nuca in due punti e non c’è nessuno a tentare di ricucirtela. Non c’è nessuno a mormorare mestamente “l’abbiamo perso”.
    Ti sei perso da solo e ci sono soltanto io qui, ad osservarti, demente, senza riuscire a far nulla.
    Sento il verso della televisione che mugola messaggi promozionali, anestetizzanti catodici.
    L’hai lasciata accesa, come ho sempre fatto io prima di entrare nella vasca da bagno.
    Domani qualcuno comincerà a preoccuparsi della tua assenza e verrà a cercarti qui.
    Poi sarà il solito via vai di poliziotti e giornalisti e fotografi che immortaleranno di nascosto il tuo viso tumefatto ma sereno.
    Perché, dopotutto, hai raggiunto il tuo scopo… che era il mio.
    Hai afferrato il tempo e l’hai bloccato.
    Hai impedito che fosse lui a divorarti per primo.
    Adesso me ne vado, amore mio.
    Forse da qualche parte ci rincontreremo e allora te lo chiederò.


    4

    Ti chiederò come diavolo ci sei riuscito, come hai fatto a fregare il tempo… e a non avere più fame.