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Racconti di Andrea Onori

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  • 16 marzo 2009
    Bambin nessuno

    Come comincia: Un raggio di luce apre i miei occhioni neri nel bel mezzo di una mattinata di dicembre e si rimettono in moto tutti quei miei pensieri, quelle domande che mi pongo da quando sono arrivato in Italia. Ma dove sono? Cosa abbiamo combinato io mamma e papa? Perché non mi fanno uscire da queste 4 mura? Ho raggiunto l’Italia con una nave stracolma di esseri umani per cercare fortuna, mio padre mi ripeteva in continuazione “o la morte sicura o il rischio di morire, ma se arriveremo staremo meglio”. Alle coste ci attendeva molta gente, guardavo quelle persone come dei salvatori. Pensai che l’Italia era il mondo che avevo sognato da sempre: pace, scuola e divertimento. Ma, mi accorsi ben presto che non dovevo ancora cantare vittoria. Sbarcati, ci presero con forza e ci portarono con alcune camionette in un luogo che non mi dava tanto senso di libertà. Ci fecero entrare dentro delle stanze fredde di 5-6 mq con un bagno e una doccia, con una mancanza di igiene che non avevo visto neanche in Africa.
    Ci scaldiamo con i nostri corpi e con il nostro respiro visto che ci hanno ammassati in molti dentro una stanza. La notte, ci chiudono con lucchetti, hanno paura di qualcosa. Noi non abbiamo armi, non siamo criminali. Vogliamo solamente i vostri stessi diritti!
    I sorveglianti ci contano ogni volta che cambiano il turno, svegliandoci e spavaldi si approfittano della nostra impotenza. Io questa notte ho avuto dolori allo stomaco molto forti, dovuti a non so che cosa, visto che ho mangiato molto poco. Avevo bisogno di un dottore, ma non c’era. Mia madre urlava e piangeva vedendo la mia faccia dolorante, mentre mio padre sbatteva le mani sulla porta per dare segnali a qualcuno che io stavo soffrendo per davvero. I nostri “coinquilini” stanchi delle nostre lamentele inveivano su mio padre ripetendogli di farla finita dato che tutti stanno male. Mio padre insisteva fino a quando un ragazzo si alzò dal letto e gli diede un pugno in faccia. Così ho cercato di trattenere il dolore e farmelo passare per non aggravare la situazione. Questa notte per quanto freddo faceva mi sono anche fatto la pipì addosso ma non ho indumenti per cambiarmi, dovrò sopportare ancora un po’. Mi daranno qualche abito, anche logoro va bene, almeno spero.
    … E anche questa mattina è molto freddo, ma ora sto meglio. Mia mamma mi copre con una coperta che ci hanno consegnato quando siamo arrivati al porto. Ho fame, ma la mamma mi dice di aspettare, di sopportare, qualcosa di caldo da mettere in bocca arriverà. Allora inizio a piangere forte perché il mio stomaco brontola e non posso più aspettare, ma la gente che dorme nella stanza con me si inizia ad arrabbiare e se la prende con papà. Così, per non prendersi un altro pugno in faccia, arriva da me e per farmi stare zitto mi tira un ceffone. Mi faccio passare la fame e sto zitto. Non capisco quel che sta succedendo, papà mi diceva che una volta arrivati in Italia potevo avere un letto comodo, fare amicizie, giocare per la strada, andare a scuola, tutto quello che non potevo fare nel mio paese. Invece, in questi 3 giorni, sto sopportando quello che sopportavo nel mio paese, anzi lì ero libero di correre e di giocare con i miei amici, di farmi qualche risata, di sguazzare nell’acqua… qui non posso fare niente, sono in prigione senza aver fatto nulla di male.
    Piano piano, senza disturbare i grandi, mi avvicino alla finestra per guardare il paesaggio, visto che sono arrivato da 3 giorni e non so neanche come è fatta e che odore tiene l’Italia. I miei occhi devono attraversare le sbarre di ferro saldate nelle finestre per guardare oltre queste 4 mura. Di sotto, nel cortile, ci sono alcuni amici che abbiamo conosciuto ed altri che sono arrivati ieri sera, in attesa di essere rispediti chissà dove, diceva papà. Giocano a pallone, chiacchierano e spesso fanno a botte, sempre sorvegliati da agenti in divisa e circondati da mura e filo spinato.
    È quasi Natale, vedo in lontananza, addobbi, luci colorate e tanti sorrisi. Avrei proprio voglia di scavalcare quel muro e di correre libero, tra gli alberi. Vorrei raccogliere un fiore e portarlo alla mia mamma dicendole che le voglio tanto bene. Vorrei andare a scuola e stare con i bambini della mia età. Ma non posso scavalcare il cancello, perché, il primo giorno che siamo arrivati, un amico di mio padre voleva scappare ma quelli con il manganello lo hanno preso e davanti a noi lo hanno picchiato. Schiaffi, pugni e bastonate.
    Fuori le mura molto spesso vedo gente con telecamere e microfoni, ma non possono entrare altrimenti gli direi tutte le mie sofferenze. Spesso passano genitori che accompagnano i figli a scuola con lo zaino sulle spalle. Che bello lo zaino, io non l’ho mai avuto. Vedo macchine bellissime che non ho mai visto in vita mia. Passa chiunque, ma tutti sembrano distaccati. Corrono sempre veloci e non so come mai non si rivolgono mai verso di noi, gli sembra una normalità vedere gente che non ha ucciso, non ha rubato, rinchiusa qui dentro, in galera. E se mi guardano, lo fanno con gli occhi indifferenti, sono persone distinte, laureate. Si reputano intelligenti ma sono alquanto ignoranti per far finta di non vedermi. Spesso tocco le mie braccia, le mie gambe, il mio viso per vedere se sono vero, come loro. Perché a volte mi sembra di essere davvero un fantasma. Mio padre mi dice che sono semplicemente un clandestino.